Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile
SUA LA CANZONE “A SERGIO”, DEDICATA A RAMELLI
Rispetto. Dolore e rispetto.
È questa la reazione degli amici di Roberto Scocco alla notizia della sua morte.
Roberto, noto a destra per le sue ballate alternative negli anni Settanta, è stato trovato morto un una torretta di Villa Lauri, a Pollenza, nelle Marche, terra di cui era originario: si sarebbe sparato con un fucile da caccia.
Poco prima, non lontano dalla villa, era stato ritrovato il suo furgone Doblò, all’interno del quale c’era anche il suo cellulare.
Roberto, che i giornali definiscono pubblicitario, ma che era soprattutto cantautore e poeta, era nato il 23 dicembre 1956 e gestiva il castello Pallotta di Caldarola.
La moglie e il fratello ne hanno denunciato la scomparsa in Questura perchè mancava da due giorni e sono così iniziate le ricerche.
Roberto lascia due figli e di 5 e 7 anni.
Da sempre impegnato in politica, a destra, dopo la svolta di Fiuggi si era candidato con la Fiamma tricolore alle comunali e in Regione.
Negli anni Settanta i giovani missini ascoltavano le sue canzoni in musicassetta, tra le quali “A Sergio”, dedicata a Sergio Ramelli, il giovane assassinato a sprangate dall’ultrasinistra a Milano, “La vendetta della civetta”, e soprattutto “Contadino”, uno dei suoi primi brani, nel quale auspica un recupero del rapporto tra l’uomo e la natura.
Ha partecipato ai campi Hobbit, i raduni della giovane destra, sempre negli anni Settanta, fu esponente del Fronte della Gioventù di Macerata, teneva concerti fortemente caratterizzati. Aveva anche un’impresa di grafica pubblicitaria e organizzava eventi e iniziative culturali.
A detta dei suoi amici, non era tipo da fare quel che ha fatto, perchè aveva una visione scanzonata e ottimistica della vita, scherzava sempre.
Fu lui l’autore della parodia dell’Avvelenata di Francesco Guccini, un cult del gruppo rautiano del Msi, modificata in funzione politica con i nomi di allora.
Diceva cose tipo “boia chi molla è il motto della colla”, e così via…
Ma non sempre scherzava.
Ultimamente aveva scritto così: «Ho lavorato sempre e tanto ma ho anche coltivato molte passioni cercando di non lasciare niente indietro…adesso non è il massimo ma vado avanti lo stesso e mi sento sempre più una roccia in mezzo alla tempesta…o uno scoglio?».
Antonio Pannullo
(da “il Secolo d’Italia“)
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Dicembre 24th, 2012 Riccardo Fucile
LA SPEDIZIONE PUNITIVA CONTRO IL CIRCOLO CUTTY SARK PER L’EGEMONIA DELLA STESSA AREA… VI FURONO DUE FERITI
Sarebbe una questione tutta interna alla estrema destra i cui esponenti, alla
ricerca di voti e consenso soprattutto fra le fasce più giovani della popolazione, stanno dando vita a una “battaglia” senza esclusione di colpi. Questa, secondo quanto riportato dal quotidiano L’Arena, la convinzione dei carabinieri che stanno indagando sull’assalto avvenuto nella notte tra il 17 e 18 febbraio nel circolo Casapound “Cutty Sark” di via Poloni a Verona, durante il quale la sede del locale è stata devastata e due persone sono rimaste ferite.
Secondo gli inquirenti gli autori del blitz punitivo a suon di bastonate e pugni sarebbero una quindicina di non ancora identificati soggetti appartenenti al movimento di estrema destra Forza Nuova.
Indagine per niente facile quella che da dieci mesi stanno portando avanti i militari dell’Arma, che si sono dovuti continuamente scontrare con un muro di gomma.
Testimoni che non parlano, vittime dell’assalto che minimizzano, nessuna presa di posizione ufficiale da parte del Movimento di estrema destra Casapound.
Addirittura se non fosse stato per i residenti vicino al circolo, che hanno allertato i carabinieri svegliati in piena notte da urla e rumori molesti riconducibili alla devastazione in atto ne locale, è probabile che nessuna delle cinque persone all’interno del circolo a quell’ora avrebbe mai denunciato il fatto.
Ma proprio questo alone di mistero, questa reticenza a parlare anche da parte di chi ha preso le botte, fin da subito ha fatto affermare agli inquirenti che in quest’episodio c’era qualcosa di strano.
Ma come sono andate le cose quella notte di febbraio?
Era mezzanotte e mezza.
All’interno del locale di via Poloni c’erano soltanto cinque persone, compreso il barista.
Qualcuno suona alla porta e proprio quest’ultimo va ad aprire beccandosi immediatamente un pugno in faccia come biglietto da visita.
Messo fuori uso il barista il gruppetto di quindici persone, armato di bastoni e spranghe, entra e inizia a spaccare tutto.
A farne le spese, oltre agli arredi del locale, anche due ragazzi presenti al momento dell’aggressione: uno è il barista, che prende un diretto sul volto, l’altro un simpatizzante di Casapound che rimedia una ferita sul collo.
Ma nessuno dei due si rivolge al pronto soccorso per farsi medicare.
Esaurita la spedizione il gruppetto, senza proferire parola, esce dalla sede e si dilegua nella notte.
I pochi testimoni che hanno visto qualcosa parlano di persone con abbigliamenti non riconducibili a qualche formazione politica in particolare. Dopo mesi di indagini i carabinieri, che non hanno mai abbassato la guardia sull’episodio ritenendolo gravissimo e riconducibile a una non ben identificata “strategia della tensione” in perfetto stile anni di piombo, sono arrivati a una prima conclusione: ad entrare in quel circolo e a devastarlo, ferendo due persone, è stato un gruppo di 15 persone appartenenti al movimento Forza Nuova.
E ci sarebbe anche il movente.
Da parecchio tempo, infatti, i rapporti fra il movimento di Roberto Fiore e quello che si ispira allo scrittore e poeta Ezra Pound, sono tesi e quest’assalto sarebbe un episodio chiave nella lotta per l’egemonia della destra estrema, alla ricerca di consensi soprattutto fra i giovani.
Sembra infatti che Casapound stia sottraendo voti e consensi a Forza Nuova. E Verona è un buon bacino di consensi per i movimenti di quest’area.
Una conferma ulteriore delle divisioni fra i due schieramenti è arrivata lo scorso primo dicembre.
In occasione della visita a Verona del premier Mario Monti, Forza Nuova e Casapound hanno dato vita a due cortei di protesta separati e controllati a vista dalla polizia, preoccupata che i due gruppi neofascisti venissero a contatto.
Un altro segnale di tensione che potrebbe portare a nuovi episodi violenti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
CHI SONO I CONTESTATORI DI FINI AI FUNERALI DI RAUTI
Finita la gazzarra, sul sagrato della Basilica di San Marco rimane un manipolo di vecchi
militanti che raccontano le loro gesta: «Abbiamo passato la sveja a Fini…», dicono in romanesco.
Già , ma chi sono i contestatori del presidente della Camera, leader di «Futuro e libertà »?
Un mondo eterogeneo, fatto ex missini, di giovani che guardano al Blocco studentesco, ma anche di gente comune, da sempre nel mondo neofascista della capitale, di quella che un tempo di chiamava «la destra radicale».
In piazza, al funerale di Pino Rauti, c’è un po’ di tutto.
«La trama spezzata di una comunità che rimane in cammino», come dice nel suo ricordo da figlia e da politica, Isabella.
Quella trama è fatta di nostalgici dell’Msi, di rautiani della prima ora, di extraparlamentari, di antifiniani da sempre, ma anche di chi Fini lo ha seguito per anni e ha mal digerito lo strappo di Fiuggi prima e la vicenda della casa di Montecarlo poi. In chiesa compare anche Stefano Delle Chiaie, ex leader di Avanguardia nazionale, processato (e assolto) per la strage di piazza Fontana.
E c’è Adriano Tilgher, oggi a «La Destra»: «La contestazione a Fini? Sono arrivato dopo, non l’ho vista». E se ci fosse stato? «Io non l’avrei fischiato, anche perchè Fini non l’ho mai amato. Mentre quello è stato lo sfogo dettato dal risentimento di chi lo ha amato fino alla follia e si è sentito nel tempo tradito».
Tra i presenti, oltre a molti parlamentari ex an (La Russa e Gasparri, Ronchi e Landolfi, Ciarrapico e Augello, Rampelli e Meloni), anche Luca Romagnoli, segretario di Fiamma tricolore, partito fondato da Rauti dopo Fiuggi: «Fini è stato abile a presentarsi e a sfruttare l’occasione per i suoi obiettivi: suggellare il baratro che lui ha aperto con questo mondo».
Ma al momento degli insulti Romagnoli dov’era? «Davanti all’altare».
E i suoi militanti? «Erano molti. Ma non credo che sarebbero stati così stupidi nel cadere in questa provocazione…».
Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’IDEA DI UN NUOVO PARTITO ANTIEUROPEISTA E ANTISISTEMA… L’INCONTRO CON STEFANO DELLE CHIAIE E MAURIZIO BOCCACCI
Un partito. Una nuova forza in grado di occupare il vuoto lasciato a destra dal sostegno del
Pdl al governo Monti.
E che rilanci parole con una forte carica antieuropeista e antisistema.
Per provare così a intercettare il voto di protesta e di esasperazione come ha fatto Alba Dorata in Grecia.
Per questo le porte sono aperte a tutti, anche a elementi che in un altro contesto potrebbero essere ritenuti poco presentabili.
Non è un caso che dietro le quinte si muovano personaggi che vanno da Stefano Delle Chiaie a Gianluca Castellino. Passando per Francesco Storace e La Destra.
L’obiettivo è appunto un movimento che si ispira anche al Front National di Marine Le Pen: una forza di destra con un peso elettorale importante, che non rinuncia però ad accogliere tra le proprie fila anche le idee e le formazioni più radicali, come è successo con gli skinhead in Francia.
IL PROGETTO POLITICO
Insomma, qualcosa si muove nel cuore della destra italiana, anche in quella più estrema. Vecchi capi parlano con giovani colonnelli, nostalgici dell’Msi si incontrano con la diaspora della destra eversiva e radicale.
Questo nuovo percorso comincia all’«Augustus Attivo», un palazzo appena occupato nel centro di Roma, a poche centinaia di metri dal Parlamento.
E qui che si è svolto un incontro chiamato «Aprite le porte ai ribelli» organizzato da Gianluca Castellino e dal suo gruppo “Attivisti”, che ha come simbolo un martello incrociato con la runa “kano” a simboleggiare la luce.
Tra i partecipanti quello che fu lo stato maggiore di Avanguardia Nazionale con il capo Stefano Delle Chiaie e i colonnelli Adriano Tilgher (anche lui ora ne la Destra) e Bruno Di Luia, l’ex Nar Luigi Aronica, ma anche Maurizio Boccacci, ex leader di Movimento Politico e Base Autonoma di cui Castellino è stato il delfino.
Dopo lo scioglimento, grazie alla Legge Mancino, della formazione dichiaratamente antisemita e negazionista “Militia”, questa è la prima apparizione in pubblico di Boccacci che riabbraccia il figliol prodigo.
«Con Maurizio — spiega al telefono Castellino — c’è un sentimento di fratellanza che non è mai cessato. L’amicizia va al di là delle scelte politiche».
Mentre sull’incontro tenuto all’Augustus Castellino tiene a precisare che non è stato un episodio ma «l’idea è quella di creare un progetto politico organico di collaborazione tra tutte le forze e le figure nazionalrivoluzionarie».
IL PERCORSO
Castellino è una vecchia gloria della destra neofascista romana, negli anni ’90 passa per Movimento Politico (organizzazione sciolta grazie alla Legge Mancino) poi per Forza Nuova e Base Autonoma.
A metà degli anni 2000 stringe uno stretto sodalizio con Gianluca Iannone, leader di Casa Pound, con cui guida l’ala movimentista di Fiamma Tricolore.
Nel 2008 la folgorazione per Gianni Alemanno di cui diventa stretto collaboratore con il suo movimento “il Popolo di Roma”.
Con l’occasione mette da parte ogni velleità rivoluzionaria assieme a braccia tese e croci celtiche.
Poi la disillusione e l’approdo qualche mese fa a la Destra di Storace,dove fa parte della direzione nazionale. Castellino non ha problemi a spiegare il cambio di rotta: «Le nostre aspettative non sono state minimamente soddisfatte dal centrodestra. Mentre i partiti litigano sulla legge elettorale e di come fare a continuare a finanziarsi, mentre il centrodestra discute su Berlusconi si o Berlusconi no, il popolo è alla fame, non ci sono più spazi di mediazione. Per questo credo che bisogna intraprendere un percorso nazionalpopolare e nazionalrivoluzionario per uscire dalla crisi».
LA POLEMICA
Un’idea che non piace per nulla a Pacifici e alla comunità ebraica romana. E si chiede «come sia possibile che Maurizio Boccacci condannato da un tribunale e che doveva scontare la pena ai domiciliari per gravi motivi di salute, possa partecipare invece ad eventi pubblici. Mi domando com’è possibile questo quando il sottoscritto vive da quattro anni e mezzo sotto scorta per i piani di attentare alla mia vita di cui il signor Boccacci parlava al telefono, come risulta da alcune intercettazioni».
Pacifici poi se la prende con Castellino che «fino a pochi mesi fa ci chiedeva con il suo movimento vicino al Pdl di organizzare viaggi ad Auschwitz».
Ma la cosa che definisce più grave è il coinvolgimento di «Storace che abbiamo conosciuto anche come uomo delle istituzioni. Forse è ora di indagare, e lo dico con rammarico, su questa formazione politica».
Benedetta Argentieri e Valerio Renzi
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile
ASSALITA LA SEDE DI CAFFEINA DA UNA DECINA DI ESPONENTI DI CASA POUND… ROSSI COLPITO DA PUGNI E CALCI DOPO UNA BREVE DISCUSSIONE
L’aggressione è avvenuta all’interno della sede di Caffeina a San Pellegrino Si sarebbe trattato di una vera e propria spedizione punitiva partita dalla capitale, composta da una decina di persone, diversi dei quali con la maglietta col simbolo di CasaPound.
Quattro di loro sono entrati nella sede di Caffeina, dove era Rossi e alcuni ragazzi.
Dopo una discussione, uno degli squadristi ha sferrato un pugno allo zigomo di Rossi che, una volta caduto a terra, è stato anche raggiunto da un calcio di un altro aggressore.
Sarebbero state distrutte anche delle suppellettili, tra cui un porta bicchieri.
Altri due componenti della squadra di aggressori, intanto, impedivano ai volontari di Caffeina di entrare nella loro sede.
Tra gli aggressori è stato riconosciuto, da Rossi e decine di altre persone, Gianluca Iannone leader di CasaPound, che si sarebbe addirittura presentato alla sua vittima.
Sarebbe stato proprio lui a sferrare il pugno.
Iannone avrebbe detto a Rossi che gli voleva parlare. Avrebbe iniziato a inveire contro di lui per le prese di posizione contro CasaPound. Subito dopo il pugno.
Dopo la violenta aggressione il gruppo si è allontanato indisturbato.
Sul posto sono arrivati due volanti della polizia.
Filippo Rossi è stato trasporta a Belcolle per essere curato. Non sembra abbia riportato lesioni gravi. Solo un occhio gonfio.
A piazza San Pellegrino al momento dell’aggressione c’erano centinaia di persone. Ci sono stati attimi di paura, soprattutto perchè non si capiva cosa stesse accadendo.
In tarda nottata Filippo Rossi ha sporto formale denuncia in questura per quella che appare un vera e propria spedizione punitiva partita dalla capitale.
“E’ stata una scena e un gesto folle — afferma Filippo Rossi all’uscita dal pronto soccorso -. La cosa più brutta è che è stata invasa la sede di Caffeina, un luogo di allegria, in cui si dà vita a cose belle. Un luogo dove c’erano ragazzi di appena quindici anni. Il mio primo pensiero va proprio ai volontari di Caffeina. Alcuni hanno addirittura cercato di reagire. Un mondo lontanissimo ci ha invaso e aggredito. Questa è la sensazione più sgradevole”.
(da “Tuscia web”)
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Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile
CHI FA IL PROPRIO DOVERE IN ITALIA RIMANE VITTIMA DEL KILLERAGGIO DEI POTERI FORTI.. UNO DEI MAGGIORI ESPERTI EUROPEI SUL CYBER CRIME E SULLE TRUFFE FISCALI MESSO ALLA PORTA DALLO STATO: “CANCELLATI 37 ANNI DI SACRIFICI”
Era un punto di riferimento, in Italia e non solo, per tutto ciò che riguarda le cyber-truffe
e le inchieste telematiche.
Ed è stato l’uomo che, con le sue indagini, ha fatto infliggere una mega multa da 98 miliardi a dieci società concessionarie del gioco d’azzardo di Stato, poi ridotta dalla Corte dei conti alla cifra comunque consistente di 2,5 miliardi. Ora il colonnello della Guardia di finanza Umberto Rapetto, 53 anni, ha annunciato le sue dimissioni su Twitter: “Chiedo scusa a tutti quelli che mi hanno dato fiducia, ma qualche minuto fa sono stato costretto a dare le dimissioni dalla GdF” scrive alle 9:44 del mattino del 29 maggio.
“Qualche modulo e una dozzina di firme sono bastati per cancellare 37 anni di sacrifici e di soddisfazioni e i tanti sogni al Gat GdF”, rincara la dose mezz’ora dopo.
Rapetto era stato il fondatore del Gat (Gruppo anti-crimine telematico), poi diventato Nucleo speciale frodi telematiche.
È il reparto che si occupa di contrastare le truffe via Internet, i criminali e gli attacchi informatici.
Giornalista pubblicista e autore di numerose pubblicazioni — era stato nominato Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana da Carlo Azeglio Ciampi — il colonnello era noto per numerose inchieste condotte con successo: dall’operazione “Macchianera” che portò alla luce centinaia di frodi nei confronti dell’Inps, alle indagini che avevano portato all’arresto di criminali informatici in grado di penetrare nel sistema di sicurezza del Pentagono.
A costargli il posto, però, potrebbe essere stata proprio l’inchiesta sulle slot machine non collegate alla rete telematica dello Stato.
E’ di ieri la notizia degli arresti domiciliari di Massimo Ponzellini: l’ex presidente di Bpm ha ricevuto la misura cautelare per un finanziamento sospetto proprio alla società di slot machine, Atlantis.
Le dimissioni arrivano dopo che, bocciata la sua promozione a generale, Rapetto viene rimosso dal Gat — dal prossimo luglio — e spedito a frequentare — da studente — un corso al Centro Studi della Difesa, struttura presso la quale insegnava da 15 anni.
Un’assurdità , che segue la bufera politica già sollevata quando venne decisa la sua rimozione sulla quale si erano concentrate ben nove interrogazioni parlamentari provenienti da pressochè tutto l’arco politico (e nelle quali veniva sottolineato la sua “professionalità specifica e riconosciuta a livello internazionale come esperto di lotta al crimine informatico”).
Il Comando generale delle Fiamme Gialle fece sapere che le sue indagini avevano “frequentemente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica soprattutto da un punto di vista mediatico” e che il suo allontanamento dal Gat non era “certamente una rimozione ma, al contrario, rientra nella normalità delle vicende che interessano tutti gli ufficiali della Guardia di finanza”.
Ieri, però, sono arrivate le dimissioni.
Con tanta amarezza. Rapetto, oltre che a Twitter, si è affidato anche a Facebook per esprimere la sua delusione: “Grazie a tutti per la solidarietà : il momento è difficile e indesiderato…”.
Evidentemente per lui l’aria era diventata irrespirabile.
Commento del ns. direttore
Questa vicenda rappresenta, sia per lo spessore riconosciuto al col. Rapetto a livello internazionale, sia per l’evidente azione punitiva nei suoi confronti, determinata dall’aver toccato interessi e clan miliardari degli “amici degli amici” (con ascendenti coinvolti in processi di ‘ndrangheta), una delle pagine più sporche della nostra Repubblica.
Uno sputtanamento del nostro Paese a livello planetario di cui parlerà la stampa internazionale, la quale avrà buon gioco a sostenere che in Italia chi fa il proprio dovere viene ridotto a “studente di corsi dove aveva insegnato per 15 anni” mentre gli evasori si vedono abbuonata la multa di 92 miliardi.
Con che credibilità Monti parla di lotta all’evasione e si congratula con la Guardia di Finanza?
Quale Guardia di Finanza?
Piccola considerazione sui partiti che parlano di legalità e merito: vi sono vicende in cui non basta un’interrogazione parlamentare, occorre occupare Camera e Senato a oltranza, fino all’intervento dei reparti mobili.
Per sgomberare l’Aula devono usare la violenza fisica, come hanno usato quella morale contro Rapetto.
Queste sono le battaglie che vanno condotte per coerenza con le proprie idee e coi nostri valori di riferimento.
Queste sono le battaglie che portano consensi, a costo di finire manganellati.
Fino a ottenere che qualcuno (e non Rapetto) prepari le valigie e venga accompagnato alla porta a calci nel culo.
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LA DESTRA PRE-BERLUSCONIANA ERA PLURALISTA E PRAGMATICA, LAICA E INTERCLASSISTA… BATTEVA LA DC E RUBAVA VOTI A SINISTRA PARLANDO DI LAVORO, DIRITTI, INTEGRAZIONE E AMBIENTE
E’ uscito da un paio di giorni un altro libro che racconta il rapporto tra la destra romana
e Silvio Berlusconi: si intitola “Ripuliti” (di Daniele Nalbone e Giacomo Russo Spena, Castelvecchi editore) e contiene una serie di interviste a parlamentari del Pdl unanimi nel riconoscere al Cavaliere il merito di aver sdoganato la classe dirigente del Msi prima e poi di An, comprese le aree estremistiche provenienti da segmenti come Terza Posizione o Meridiano Zero.
In questi giorni si accende la discussione su un’altra realtà traghettata da posizioni di margine a ruoli di grande potere: quella di Comunione e liberazione, nella versione lombarda di Roberto Formigoni, travolta dagli scandali dopo l’arresto di uno dei suoi uomini di punta, Massimo Ponzoni. Il modello romano da una parte, il modello lombardo dall’altra.
Fa impressione, per chi come me li ha conosciuti entrambi tra gli anni ’70 e ’80, verificarne il declino delle ispirazioni originarie.
Cl, come ricorda il mio amico Luciano Lanna che li ha frequentati molto, giocò la sua scommessa sul superamento del clericalismo e su un movimentismo capace di aprire alle “contaminazioni” con i Verdi di Alex Langer, con i missini nelle liste comuni di Tor Vergata, con i socialisti, i liberali e persino con esponenti del Pds all’epoca della “corrente del Golfo” contro la prima aggressione americana all’Iraq.
Ora è una rete imprenditoriale di oltre trentamila aziende che fatturano 70 miliardi e sostengono un ufficio di collocamento politico un po’ da operetta e un po’ da galera: i listini stile Nicole Minetti e gli assessorati stile Ponzoni.
La parte migliore dei ciellini, i ragazzi degli anni ’80, “se ne vanno — ha raccontato Sette — denunciando un clima settario che regna in un movimento sempre più dedito al potere e agli affari”.
Una analoga parabola si può leggere nel racconto dei “Ripuliti” .
Qui il vasto e plurale mondo della destra politica italiana, il mezzo secolo di storia del Msi e la sua avventura non solo elettorale, vengono compressi nel racconto berlusconiano degli “sdoganati”. Marcello de Angelis, Roberta Angelilli e Fabio Rampelli, intervistati dagli autori, raccontano i loro percorsi biografici come una sorta di lunga preparazione all’avvento del redentore che avrebbe rotto il tabù dell’impresentabilità missina.
Mi ha fatto arrabbiare, quella lettura, perchè tradisce la storia e la stessa fisionomia della destra che ben prima della discesa in campo di Silvio, nel ’93, aveva conquistato amministrazioni importanti — penso a Benevento, a Viterbo, alla provincia di Roma — proprio in virtù della “pulizia” dei suoi candidati e al nuovo meccanismo dell’elezione diretta dei sindaci.
Era una destra assai più plurale e pragmatica di quella a cui ci ha abituato il Cavaliere. Sicuramente più laica e interclassista.
Batteva la Dc e “rubava” voti a sinistra parlando di lavoro, diritti, integrazione, ambiente.
Con l’anticomunismo si apprestava a chiudere i conti (gente come Pasquale Viespoli, eletto sindaco a Benevento, l’aveva archiviato già da un decennio ) ed era del tutto estranea alle dinamiche estremistiche dei micro-gruppi descritti da Russo Spena e Nalbone.
Vent’anni dopo lo schema è rovesciato.
La destra toccata dal berlusconismo ha enfatizzato il peggio del suo percorso storico — l’attitudine muscolare, la xenofobia, il machismo, le tentazioni extraparlamentari, il reducismo — e cancellato il meglio, a cominciare dallo spirito anticonformista e dal senso della legalità che ne sono stati i fondamenti addirittura “antropologici”.
Le parabole parallele di Cl e della destra postmissina sono la cartina al tornasole del portato storico del berlusconismo, che ha agito sulle filiere politiche italiane più vivaci degli anni ’90 in modo più profondo, e forse definitivo, di quel che appare.
Dal mio punto di vista, se mai dovessi scrivere un saggio su tutto ciò, lo titolerei al contrario di Nalbone e Russo Spena: “Gli sporcati” mi sembrerebbe più opportuno.
Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile
CI UNIAMO ALL’APPELLO DI FERRUCCIO SANSA SU “IL FATTO QUOTIDIANO”… IN UNO STATO CHE GARANTISCE IMMUNITA’ A CORROTTI E MAFIOSI, QUALCUNO, ANCHE A DESTRA, VUOLE MUOVERE IL CULO PER GARANTIRE SICUREZZA A CHI LE COLLUSIONI MAFIOSE LE DENUNCIA? O CI SI LIMITA SOLO A CHIACCHIERE SULLA TEORICA BATTAGLIA CONTRO LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA?
Non lasciamo solo Christian Abbondanza
La ‘Ndrangheta minaccia un mio amico.
Qui, a Genova, nella “civilissima” Liguria. Non avrei mai detto che ci saremmo trovati in questa situazione. Invece è così.
Accade a Christian Abbondanza per il quale in tanti chiedono la scorta o almeno una protezione (le autorità ne stanno discutendo da mesi!).
Molti di voi forse lo conoscono, magari senza saperlo.
Christian è l’uomo dietro la Casa della Legalità che con il suo sito ormai è diventato il principale archivio della lotta contro la criminalità organizzata soprattutto al Nord.
All’inizio non se lo filava nessuno, poi battaglia dopo battaglia il sito è diventato un punto di riferimento per tutti.
Perfino per le forze di polizia e i magistrati.
Christian non ha nessuno alle spalle: nè partiti, nè movimenti, nè gruppi di intellettuali.
Lui e Simona Castiglion, la sua compagna, sono di una solitudine quasi monastica.
E Christian, con quella sua barba sale e pepe da mullah (anche se non ha neppure quarant’anni), sembra quasi un sacerdote dell’antimafia: il cappello, i vestiti scuri, gli anfibi neri.
Nessun interesse personale. Molti restano disorientati.
Scavano alla ricerca di chissà quale motivo che possa spingere Christian nella sua crociata.
Sembra impossibile che ad animarlo sia soltanto il desiderio che la legge sia rispettata. E uguale per tutti. Niente di più semplice.
Eppure in Italia sembra rivoluzionario.
Del resto bisogna avere una motivazione forte se si passano le proprie giornate come fa Christian: in giro per dibattiti in tutta Italia, lui e Simona su pullman e treni regionali, con il computer sempre in spalla.
Poi giornate tappati in casa, avvolti in una nuvola di fumo, una sigaretta dopo l’altra, a leggere migliaia di pagine di atti di indagini, a scrivere inchieste sulla mafia.
Christian conosce morte e miracoli di centinaia di famiglie.
È un database vivente. Da anni scrive le sue inchieste e i suoi blog denunciando con nomi e cognomi i mafiosi.
Un mastino che non molla mai la presa.
Decine di appostamenti con la telecamera per riprendere incontri scomodi, per pizzicare questo o quel politico a una cena di mafiosi.
Peggio dello stalking, roba che alla fine i “poveri” mafiosi ti fanno quasi pena. E all’inizio tutti lo prendevano per matto: “Ma dai… la ‘Ndrangheta in Liguria…”.
Invece aveva ragione Christian. Più della magistratura ligure a lungo inerte, più di molti giornalisti amici dei potenti.
E i politici?
Il centrosinistra e il centrodestra uniti fanno guerra ad Abbondanza da sempre. Guerra sorda.
Per anni hanno speso molte più parole contro di lui che contro la ‘Ndrangheta.
Praticamente nessuno era presente quando si è trattato di esprimere solidarietà a Christian minacciato dalla mafia.
Sì, perchè lui è un corpo estraneo: non ha un partito, non vuole poltrone.
A volte magari sbaglia, ma ci mette la faccia e il nome. E tanta passione.
No, Christian per qualcuno è più pericoloso della ‘Ndrangheta.
Perchè è un uomo libero.
E così lo lasciano solo.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
Commento del nostro direttore:
Ci uniamo all’appello di Ferruccio “a non lasciare solo” Christian nella sua battaglia di documentazione e denuncia contro le infiltrazioni mafiose in Liguria (e non solo).
Siamo stati tra i pochi “politici atipici” a essere presenti alla manifestazioni di solidarietà a Christian a Palazzo Ducale prima di Natale, insieme a una decina di amici.
Abbiamo condotto “con e grazie anche a lui” una battaglia di moralizzazione contro i tentativi di infiltrazione in “Futuro e liberta” di personaggi chiacchierati e al centro di provvedimenti giudiziari, vicenda che ha avuto ampia eco sulla stampa locale.
Eravamo persino quasi riusciti a far partecipare il Presidente della Camera alla manifestazione di solidarietà a Christian a Palazzo Ducale, prima che qualcuno, e non solo all’interno di Fli, non intervenisse per “sconsigliarlo”.
Sono passate settimane senza che a Christian, minacciato di morte dalla ‘ndrangheta sulla base di rapporti dei servizi preposti, sia stata assicurata la necessaria protezione.
Qualcuno evidentemente si oppone, qualcuno ha interesse che Christian continui a essere a rischio, in modo da limitarne i movimenti e le inchieste.
Allora questo qualcuno si assuma una precisa responsabilità : se dovesse accadere qualcosa a Christian, si cerchino i mandanti e i complici, ovvero chi sta favorendo di fatto l’organizzazione mafiosa.
Che siano politici, uomini dello Stato, magistrati, autorità preposte, dovranno essere chiamati a risponderne.
O si sta con lo Stato o contro di esso, non esistono alternative.
Non si devono avere santi in paradiso per ottenere “protezione” quando si rischia la vita per denunciare i crimini delle organizzazioni mafiose: dovrebbe essere uno Stato che si rispetti a bussare alla porta di certi “eroi civili” per offrire tutela.
E i politici muovano il culo: basta con le sfilate di solidarietà verbale per darsi una patente “antimafia” su cui costruirsi una immagine spendibile con il proprio elettorato.
Bussino alla porta dei ministeri ed “esigano” che i cittadini onesti che rischiano la vita siano protetti.
La scorta serve più a persone come Christian che a politici come Cosentino.
Siamo stati chiari?
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Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
RESE OMAGGIO AI DUE ANARCHICI SACCO E VANZETTI, DIFESE I MAGISTRATI DI “MANI PULITE”, VOTO’ NO ALL’INTRODUZIONE DEL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: “GLI IMMIGRATI DEVONO AVERE GLI STESSI DIRITTI CHE I NOSTRI EMIGRANTI HANNO OTTENUTO CON GRANDI SACRIFICI”
È morto Mirko Tremaglia, classe ’26, parlamentare di Futuro e Libertà , a lungo leader degli italiani all’estero e figura oltre tutti gli schemi: ha cominciato la sua “carriera” da fascista e volontario nella Rsi a 17 anni, l’ha finita votando contro il governo Berlusconi prima ancora della scissione finiana, indignato per l’introduzione del reato di immigrazione clandestina (a cui rifiutò l’appoggio) e per il cesarismo del premier-plutocrate, che sfiduciò già il 29 settembre del 2010 con un plateale «no», dopo l’esposizione dei famosi cinque punti che avrebbero dovuto tenere insieme la maggioranza.
Tremaglia ha una biografia spiazzante per la becero-destra, quella che ha continuato a giocare con le suggestioni più trash del fascismo intorno all’uomo di Arcore.
Ex missino, è stato insieme al liberale Egidio Sterpa uno dei due ex ragazzi di Salò diventati ministri della Repubblica.
In quella veste non esitò a rendere omaggio a Sacco e Vanzetti, i due anarchici italiani giustiziati negli Usa per un omicidio che non avevano commesso e immortalati dalla più celebre canzone di Joan Baez.
«Nicola e Bart — ricordò — sono due di quegli italiani senza scarpe che varcarono l’Oceano in cerca di un futuro migliore e subirono l’attacco disumano di quanti nel mondo hanno sfruttato il lavoro dei nostri connazionali».
Aveva fatto parte della Commissione d’inchiesta sulla P2, fu uno dei sostenitori di Mani Pulite e di Antonio Di Pietro, non ebbe mai imbarazzi a schierarsi sulle questioni della legalità e della lotta alla corruzione.
Scusi, ma che cosa si prova ad essere alleato di politici che volevano fermare le indagini? Le chiese una volta una giornalista.
E lui: «Guardi che Alleanza nazionale ha sempre avuto una posizione diversa da Forza Italia. Per quanto ne so, credo che Di Pietro andrà al contrattacco e io sarò con lui. Senza guardare in faccia nessuno».
Era un anticomunista più che sincero, viscerale.
Nel 1988, membro di una delegazione guidata da Flaminio Piccoli in visita in Russia, indignato per le parole del leader dc sui caduti di guerra, battè i pugni sul tavolo del Cremlino, fece una scenata e abbandonò la sala perdendosi nei corridoi.
Eppure sapeva che la storia va avanti.
Un anno fa lo andarono a infastidire su un tema molto gettonato dai berlusconiani, quello del “compagno Fini” e dell’alleanza con la sinistra contro Berlusconi. Rispose serafico: «Noi votiamo per situazioni che determinano il fatto della sconfitta del premier, che poi ci siano gli uni o gli altri non importa».
Tremaglia lo avevo conosciuto negli anni ’80, durante l’annuale cerimonia commemorativa per la strage di minatori italiani a Marcinelle, in Belgio, una data che all’epoca solo la destra ricordava.
Gli italiani all’estero accorsi per partecipare erano camerieri, operai, edili, badanti, gente che ancora viveva ancora nelle baracche sognando il ritorno a casa e ai quali Mirko prometteva il diritto di voto come chiave di volta per “essere considerati”.
Dopo la Rsi era stato prigioniero nel campo di Coltano, lo stesso dove vennero rinchiusi Ezra Pound e Walter Chiari, e immagino che avesse un’idea molto chiara di cosa significa essere senza patria, discriminati, banditi, senza speranza.
Anche per questo si infuriò quando la “sua” riforma costituzionale per il voto all’estero fu impiastricciata dalle inefficienze dei consolati e dai brogli dei furbacchioni.
E ancor di più quando nel 2006, dopo la vittoria di Prodi determinata proprio dai voti degli emigrati, il Pdl lo mise sotto processo: «Berlusconi ha detto che manderà in pensione gli italiani all’estero, ma sarò io a mandare in pensione lui».
La goccia che fece traboccare il vaso fu, nel 2008, l’approvazione del cosiddetto pacchetto Maroni, contro cui diede battaglia: «Siamo tutti moralmente oltre che politicamente impegnati — spiegò — a salvaguardare per gli immigrati gli stessi diritti che i nostri emigranti hanno ottenuto con tanti sacrifici».
Magari sembrerà retorico ma credo che la vicenda umana e politica di Mirko Tremaglia possa essere tema di riflessione anche per chi non lo avrebbe mai votato o per chi in passato lo avrebbe mandato volentieri in esilio.
C’è un dna italiano — il rispetto per il lavoro, la capacità di integrazione, un’idea alta della legalità e dei diritti, l’attenzione ai deboli — che accomuna percorsi molto diversi e sul quale possiamo intenderci oltre ogni dato ideologico e ogni appartenenza politica.
E credo che l’unico bipolarismo che abbia un senso, oggi, nella tempesta di questa crisi sia appunto questo: essere dalla parte dell’Italia o da quella delle cento caste che l’hanno sbranata facendosi gli affari loro.
Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: destra, Parlamento, radici e valori | 1 Commento »