Ottobre 7th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO LA PAROLA DI UN LEADER NON E’ PIU’ IL VERBO
Il potere carismatico di Berlusconi si è infranto con la ribellione dei suoi seguaci.
Un leader che si è affermato solo e soltanto grazie alla sua forza. Una forza economica, mediatica, comunicativa e quant’altro.
E Berlusconi che, senza essere stato scelto da un gruppo di pari o da un organismo collettivo, non “ammette” una rivolta interna.
La sua voce deve essere sempre ascoltata religiosamente: contiene un messaggio da seguire e realizzare. Non prevede deviazioni o cedimenti.
Per quasi vent’anni Berlusconi ha goduto di un potere assoluto nei suoi partiti (a parte la breve parentesi della convivenza con Gianfranco Fini).
Un potere che gli derivava da uno stato di grazia sancito da scelte vincenti, e per questo indiscutibili, che rinsaldavano il vincolo fondativo dei sostenitori con il capo. Questo non vuol dire che il Cavaliere si sia comportato come un autocrate nel senso pieno del termine.
Non ha mai deciso in totale solitudine. Si è sempre circondato di amici e consulenti (e talvolta di qualche politico) con i quali discutere e confrontarsi.
Poi le decisioni venivano prese da lui solo e, imprimendovi il suo sigillo, se ne assumeva tutto il “carico”.
Onori e oneri, quindi.
Quello stato di grazia si è volatilizzato.
La rottura con Angelino Alfano e il gruppo dei ministeriali ha trascinato Berlusconi allo stesso livello di ogni altro leader politico, dentro e fuori il partito.
La sua parola non è più il verbo.
L’atto pubblico di sottomissione recitato in Parlamento annunciando il voto di fiducia ha umanizzato il Cavaliere e quindi annullato il suo carisma.
D’ora in poi qualunque decisione egli vorrà prendere sarà naturale domandarsi cosa ne pensano Alfano e soci.
In un partito normale questa situazione sarebbe rubricata come una normale, fisiologica lotta per il potere, dove vincitori e vinti possono (più o meno tranquillamente) alternarsi al comando senza alterare la natura del partito.
Nel caso di una formazione carismatica come quella berlusconiana al leader non è consentito perdere uno scontro interno decisivo.
Il Cavaliere ha potuto mascherare i fallimenti della sua politica grazie alle manipolazioni attivate dal suo impero mediatico e alla docilità /convinzione dei suoi seguaci, ma ora nulla può di fronte alla capitolazione su un punto così cruciale come la fiducia al governo.
Il Pdl è oggi un partito senza guida. Berlusconi non ha più l’autorità per indicare una via, i rivoltosi non hanno ancora una struttura e una configurazione politico- culturale autonoma.
Il partito non rischia la dissoluzione come l’anno scorso quando capi e capetti cercavano una loro strada prefigurando un disastroso big bang.
La frattura interna esplosa in questi giorni divide il partito in due componenti che riflettono strategie diverse, una accomodante e filo governativa, e una aggressiva e barricadiera, rappresentata da chi voleva occupare stazioni e aeroporti contro la decadenza di Berlusconi (proprio per essere in sintonia con l’opinione pubblica moderata!).
Il distacco delle colombe evidenzia una divaricazione di linea strategica, oltre che una sensibilità più istituzionale, ma non è ancora innervata da una cultura politica, da valori e prospettive, da progetti e orizzonti, distanti dal mondo berlusconiano e dalla sua guardia pretoriana.
Queste ore, con i voti sulla decadenza di Berlusconi dal Senato, non facilitano il distacco dei filo-governativi dall’imprinting del vecchio leader.
La mozione degli affetti inevitabilmente pesa. Ma la scelta di Angelino avrà un esito fecondo per il sistema politico italiano solo se avrà la forza, anche intellettuale, di distanziarsi dalla lunga notte del populismo berlusconiano.
Piero Ignazi
politologo
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Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile
“FINI E D’ALEMA LE PIU’ GRANDI INTELLIGENZE POLITICHE”…. “NON IMMAGINATE QUANTE PERSONE, ANCHE NELLE SEZIONI DEL PCI, HO SENTITO DIRE ‘MUSSOLINI TANTE COSE LE HA FATTE REALMENTE'”
Prima reazione: “No, non ne ho voglia, la politica mi ha rotto le palle”. Piccola pausa di riflessione non sollecitata. Poi subito la seconda: “Va bene, ho quasi finito di scrivere il romanzo, tanto non posso fuggire a queste cose. Ora ho del tempo, parliamone”. Antonio Pennacchi è il perfetto rappresentante della “e” congiunzione: burbero e disponibile; colto e volgare; pratico e profondo; disincantato e speranzoso. Ma soprattutto fascio e comunista, l’uomo giusto per raccontare, o spiegare, questo 25 luglio 2013, settant’anni dalla resa di Mussolini, con il Parlamento italiano oramai privo di ex camerati.
C’è chi parla di ciclo chiuso.
Da mo! E tutto questo solo grazie a Silvio Berlusconi: è il suo più grande contributo alla storia repubblicana del nostro Paese. Insomma, il fascismo non è più un problema reale.
E pensare che ha sempre dichiarato di voler combattere il comunismo.
Infatti! Invece ha risolto un’altra questione. Ed è giusto così, ha tolto l’inganno.
Da che punto di vista?
Ci sono vaste fasce della popolazione, e non vi rendete quanto vaste, pervase da un minimo di nostalgia per il Ventennio. Oh, anche tra i comunisti. Sa quante volte nelle sezioni del Pci ho sentito frasi come: “Però certe cose Mussolini le ha fatte realmente…”.
Compagni confusi.
Però ora si è fatta chiarezza tra tradizionalisti e fascisti veri.
Berlusconi avrà anche dato il suo contributo, ma gli ex An hanno facilitato il compito…
Guardi, tutto è definitivamente terminato con la vittoria di Ignazio Marino a Roma. I cinque anni di Alemanno hanno liquidato quella parte, non sa quanti miei amici, legati da una storia politica comune, si sono rifiutati di votarlo.
Una vera iattura.
Peggio! Pensi a Umberto Croppi, prima era il suo assessore, ora è con il Pd.
Berlusconi si è sbarazzato anche di Alemanno.
Certo, lo ha fatto perdere.
L’ultimo leader è stato Fini.
Che situazione tragica. Per fortuna ha dietro una famiglia, le figlie. Insieme a D’Alema resta la più grande intelligenza politica.
L’intelligenza dei due è oramai un dogma.
Ma è così! Il problema è che lo sono troppo e sono pervasi da una forte onestà intellettuale. Per questo non possono essere seguiti dai loro. Un esempio? Il politico deve di’ le fregnacce (bugie), deve stare appresso alla gente. Quando Fini è andato a Gerusalemme e ha parlato di “fascismo come male assoluto”, molti suoi compagni di partito mi hanno chiamato schifati per lamentarsi.
Difendevano il Ventennio?
Erano scocciati perchè non li aveva avvertiti.
Chi in particolare?
Col cavolo ve lo dico, altrimenti voi lo scrivete. Comunque Fini non è un fascista di sinistra, ma un liberale.
Mentre Gasparri e La Russa?
Ora non mi crederà , eppure Maurizio è più simpatico di quanto appare.
Sì, complicato immaginarlo.
Perchè questi sono animali politici vecchio stile, differenti da Fini, dicono quello che è opportuno anche se non ci credono totalmente. E comunque dall’altra parte non sono meglio.
Lei due anni fa a Latina ha presentato una lista Fini-Pennacchi.
Risultato modesto. Il mio candidato sindaco ora si è iscritto al Pd.
Non è il solo.
A destra ci andassero i lefebvriani.
In molti rimpiangono Almirante, il suo stile.
Ha sbagliato persona.
Non si aggrega?
Politico affascinante sul palco, bella oratoria.
Ma poi..
Si comportò molto male con me e con molte altre persone amiche. Fui messo nelle condizioni di lasciare il Msi. Ma lasciamo perdere.
Torniamo agli ex An?
No, no, basta. E poi ripeto: la politica mi ha rotto.
Perchè?
Sono io che chiedo a voi come fate a interessarvi ancora di certe persone! Da gennaio mi sono isolato, evito di soffrire: non compro più i giornali, non guardo la tv, scrivo solo. Alle ultime elezioni mi sono prestato a due comizi del Pd. Basta. Mica lo posso salvare io il Paese.
Però sembra informato.
Leggo solo i titoli del quotidiano locale mentre sono al bar. Sono preparatissimo sulla cronaca nera e sul calcio. Lo sa che il Latina è in Serie B?
No, mi mancava.
Un bel risultato. Lei di che squadra è?
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
UNA DESTRA DEI VALORI ETICI OGGI AVREBBE CHIESTO LE DIMISSIONI DI ALFANO PER AVER CONSEGNATO IN OSTAGGIO AL REGIME KAZACO MOGLIE E FIGLIA DI UN DISSIDENTE COME NEI PEGGIORI REGIMI MILITARI… E AVREBBE DETTO A BERLUSCONI: “FATTI PROCESSARE COME TUTTI I COMUNI CITTADINI, CI HAI ROTTO I COGLIONI COI TRUCCHETTI PER SCAPOLARE ALLE SENTENZE”
Una destra che è la vergogna per gli uomini e le donne di destra, una sinistra di cacasotto
che di sinistra non ha più nulla e pensa solo al potere (altrimenti non porterebbe a premier un soggetto da “Grande Fratello” candidato premier), una truppa sgangherata a cinque stelle che urla “servi e buffoni” alla sinistra per aver accettato il rinvio dei lavori imposti dal Pdl, fingendo di dimenticare che è proprio grazie a loro se Berlusconi è stato salvato e può dettare legge ancor oggi.
Tutti che vogliono un “parlamento del fare”, salvo bloccarne i lavori per miserabili interessi di parte.
Una ignobile recita a soggetto che vede un grande assente: una destra vera, etica, di galantuomini, capace di lavorare per gli italiani e non per parare il culo a un personaggio giudicato “corruttore” fino al terzo grado di giudizio.
Premesso che la Cassazione ha semplicemente applicato la legge fissando l’udienza per il 30 luglio, altrimenti sarebbe scattata la prescrizione per una parte temporale dei reati contestati a Berlusconi, se non lo avesse fatto avrebbe di fatto violato la legge stessa, favorendo un imputato.
E’ questa la Destra della legalità ?
E questa la Destra dei valori identitari di cui molti si riempiono la bocca?
E’ questa la Destra degli insegnamenti di Almirante, di Niccolai, di Rauti, di Accame, tanto per fare qualche nome?
Eh no, adesso la misura è colma: quella Destra era capace di andare a rendere omaggio a Berlinguer tra due file di comunisti veri e non patacca che si toglievano il cappello di fronte a tanta umilità e tanto coraggio.
Quella Destra, quei giovani di destra affrontavano discriminazioni e persecuzioni a scuola, venivano massacrati sotto casa ma non scappavano, non erano vigliacchi, ai processi andavano a testa alta perchè avevano valori e dignità .
Erano una comunità , non una corte di servi.
Erano militanti a costo zero, non lecchini e olgettine a pagamento.
Erano latitanti perseguitati per le loro idee politiche, non per mafia e corruzione.
Ecco perchè riteniamo che bloccare i lavori del Parlamento il giorno in cui si sarebbe dovuto cacciare il ministro degli Interni, chiunque fosse, e pensare semmai a misure per dare pane e lavoro agli italiani, sia una cosa indegna.
Continuino pure a distruggere l’Italia, ma non si chiamino più Destra, non ne sono degni, non lo sono mai stati.
L’Italia ha diritto a una Destra di cui non vergognarsi.
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE DI FLAVIA PERINA
Diciamo che io sia uno di destra. Mi chiamo Luca. Ho quarant’anni e girando per le strade di Roma ho visto i muri pieni di manifesti per l’anniversario della morte di Giorgio Almirante (22 maggio 1988, ma i poster sono spuntati due giorni fa). Almirante me lo ricordo poco di persona, ma aveva una sua reputazione e mi piaceva: un capo di partito pulito, fuori dalle mafie.
Diciamo che della destra io abbia in testa i convegni del vecchio Fdg con Borsellino, le relazioni di Beppe Niccolai all’antimafia (che pure i comunisti gli stringevano la mano) e magari anche il mito dei treni in orario, che poi significa regole condivise, uno Stato che non imbroglia, cittadini che pagano le tasse in cambio di servizi e serietà .
Diciamo che ricordi le campagne di Pisanò contro le ruberie dei socialisti e quella manifestazione di ragazzi sotto Montecitorio, ai tempi di Tangentopoli, con le magliette “Arrendetevi, siete circondati”.
Diciamo che a me, Luca, all’improvviso interessi fare politica.
Per amore di un Paese che sta franando, per l’orgoglio della bandiera (il tricolore, sì, ricordatevi che sono di destra) ammazzato dalle lobby, dalla speculazione, dal declino di ogni senso civico.
Dove vado a bussare?
Se in Italia uno di sinistra ha problemi (Renzi o Epifani? Letta o Vendola?) uno di destra è semplicemente out.
Fuori. Non può fare politica.
Con Berlusconi di certo non può stare: un partito che si rifonderà scegliendo i suoi dirigenti con un concorso stile X-Factor è antropologicamente agli antipodi di ogni cultura di destra esistente da noi.
Senza parlare del resto.
Dell’evasione fiscale, della concussione di pubblico ufficiale, della prostituzione minorile, reati che nella graduatoria dell’indignazione di destra sono al top, molto sopra alla rapina a mano armata.
Fratelli d’Italia ha Giorgia Meloni, che è giovane e ardimentosa, ma alla fine tifa sempre per Berlusconi premier.
E poi, c’ha pure La Russa, uno che da ministro spedì le Frecce Tricolori a Tripoli per festeggiare Gheddafi e gli avrebbe fatto soffiare fumo verde se il capo della pattuglia acrobatica Tammaro non si fosse ribellato (“O col tricolore, o non decolliamo”)
La destra di Storace?
Quando ne ebbe l’occasione candidò premier la Santanchè, mica Bottai.
La destra di Alemanno? Ha governato Roma e ha promosso gente che neanche al circo. Vinse con gli slogan “di destra” sulla sicurezza e come delegato per la Sicurezza piazzò prima Piccolo (arrestato per associazione a delinquere) poi Ciardi (indagato per finanziamento illecito) e alla fine voleva mandarci il gen. Mori, quello sotto processo per la trattativa Stato-mafia, salvo scoprire che dirigeva già un analogo ufficio in Campidoglio.
Gli altri che vorrebbero resuscitare An? Non uno di loro che risponda alla domanda delle cento pistole: fate parte della schiera berlusconiana del “Siamo tutte puttane” o no?
Povero Luca. Brutto destino a destra.
Trovarsi a invidiare persino il dibattito della sinistra, noioso e ipocrita, ma almeno esiste e non ha il tabù della leadership.
Povero Luca, che ieri ha letto il telegramma di Napolitano per la morte di Anna Mattei, la madre dei ragazzi uccisi nel rogo di Primavalle, e si è ricordato quell’altra destra lì.
Era il 1973, quando furono uccisi i Mattei.
Berlusconi varava il progetto di Milano Due.
Vittorio Mangano veniva assunto ad Arcore da Dell’Utri per “proteggerlo”.
Luca non si capacita del paradosso, dell’asincronia tra le due immagini che pure, dopo quarant’anni, si sono totalmente sovrapposte.
Come dargli torto?
E come dirgli che per uno come lui, nella politica italiana, al momento non c’è spazio?
Flavia Perina
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Maggio 24th, 2013 Riccardo Fucile
DA FINI A FRATELLI D’ITALIA PASSANDO PER CASA POUND, STORACE E ALEMANNO: PIU’ CHE DECLINO, DISSOLUZIONE PER SFINIMENTO, E NON E’ DETTO CHE SIA UN MALE
Mai così marginale, ininfluente, inafferrabile dal secondo Dopoguerra a oggi. 
Così si offre la destra italiana allo sguardo di chi voglia misurarne il battito cardiaco dopo le elezioni politiche del febbraio scorso.
Malgrado alcuni recenti, non disprezzabili tentativi di dilatarne la rappresentazione includendovi la ventennale vicenda berlusconiana (vedi Antonio Polito nel suo “In fondo a destra”, Rizzoli), la destra qui presa in esame è quella post fascista nelle sue più sottili ramificazioni, secondo la filiera che dal Movimento sociale italiano ha via via generato: Alleanza nazionale (1995-2008), un terzo del Pdl guidato da Gianfranco Fini (2008-2012), la Destra di Francesco Storace (2007) e Fratelli d’Italia (2012).
La quota di ex missini rimasta nel partito berlusconiano e riconducibile a Maurizio Gasparri ha programmaticamente rinunciato a un collegamento esplicito con l’area politico-semantica della destra.
All’inventario delle sigle va naturalmente aggiunta la formazione di Fini, Futuro e libertà (2011), disastrosa scommessa personale del più longevo e discusso leader nella storia post fascista. Quanto alle così dette forze residuali anti sistemiche presentatesi agli elettori, da CasaPound e Forza nuova alle innumerevoli fiammelle sparse, la totalità dei loro voti è appena superiore alla loro completa irrilevanza sulla scena
I numeri fuoriusciti dall’ordalia delle urne — Fratelli d’Italia 1,95 per cento; la Destra 0,64 per cento; Futuro e libertà 0,46 per cento; Forza Nuova 0,26 per cento; CasaPound Italia 0,14 per cento; Fiamma tricolore 0,13 per cento — ci dicono al dunque che i vari affluenti della destra italiana sono oggi rappresentati da una decina di Parlamentari (nove FdI; due finiani uno dei quali, Benedetto Della Vedova, viene dal Partito radicale).
E’ un dato di grande interesse politico, poichè segnala la quasi sopraggiunta estinzione di un equivoco storico nato nel 1995 a Fiuggi, quando l’Msi si è suicidato nel letto di Procuste di An senza neppure la forza di elaborare il proprio lutto.
Molte delle prefiche di allora versarono lacrime d’occasione senza aver ancora compreso di candidarsi, in quel preciso momento, al ruolo di esecutrici testamentarie del mondo che veniva da Giorgio Almirante, Arturo Michelini e Pino Romualdi.
Ma questa è una tragicommedia già ampiamente vivisezionata (ce ne siamo occupati nel 2007 con “Il passo delle oche”, Einaudi).
La novità del momento è questa: ammessa per ipotesi retorica che la temperie del Ventennio mussoliniano sia rappresentabile come una possente tempesta d’acciaio piombata sui cieli italici dal 1922 al 1945, a distanza di quasi settant’anni si stanno definitivamente prosciugando le pozzanghere di quella tempesta, gli acquitrini sopravvissuti al Fascismo.
Come ha scritto il terzaforzista Gabriele Adinolfi, “adesso non veniteci a cantare la solita solfa della riunificazione. Il Msi è stato definitivamente sotterrato. Se non si riuscirà a immaginare e concretizzare un futuro peronista non si potrà che assistere al continuo declino per scissioni” (noreporter.org).
Ma più che di declino è bene parlare di dissoluzione per sfinimento. E non è detto che sia un male.
La scomparsa di cui stiamo parlando riguarda anzitutto una “classe dirigente”: uomini e donne che autoproclamandosi “di destra” hanno progressivamente dissipato una rendita ben radicata nell’Italia del Novecento, dimostrandosi completamente inadatti a rappresentare le idee e le istanze delle quali s’erano improvvisati cantori e portavoce.
A meno di ritenere, e non è così, che nel corredo genetico della destra siano contenuti come legge di natura l’insopprimibile tendenza al malgoverno e, in casi non rari, alla delinquenza. L’esperienza della destra di potere, appuntamento epocale reso possibile dall’affiliazione al berlusconismo, è al riguardo un banco di prova inoppugnabile.
Messa più volte, dal 1994 a oggi, in condizioni di governare l’Italia da Palazzo Chigi, senza contare numerose regioni e altrettanto importanti enti locali, la destra si è sfarinata elettoralmente e ha rovinosamente perduto la sua credibilità politica.
Il corredo di scandali, denunce per nepotismo e inchieste giudiziarie che ha accompagnato la fine della giunta Polverini nel Lazio e che accompagna ora l’ingloriosa fine-sindacatura romana di Gianni Alemanno vale come testimonianza plastica di una bancarotta morale non meno che strategica.
Che tutto questo sia stato possibile è un fatto, per quanto stupefacente agli occhi del senso comune.
Come tutto questo sia avvenuto è questione sulla quale dovrà soffermarsi chiunque si sentirà chiamato a ricostruire sulle rovine della destra.
Che fai, mi cacci?
C’è stato un momento nel quale la così detta destra finiana, già contrafforte malgrè soi del neonato Popolo della libertà , ha dato l’impressione di volersi sottrarre a una subalternità non più tollerabile nei confronti di Silvio Berlusconi.
Nel 2010, sorretto dalle speranze variopinte dei mezzi d’informazione persuasi dell’imminente trapasso del berlusconismo, Gianfranco Fini si è intestato la battaglia del patricida.
Accusato d’infedeltà e ingratitudine dai pretoriani del Cavaliere (molti dei quali provenienti dalle file di Alleanza nazionale), Fini ha dato l’impressione di voler costruire una destra di stampo europeo, un po’ neogollista (tendenza Chirac), un po’ troppo giovanilistica, con punte di radicalismo sociale (la battaglia per il riconoscimento dello ius soli agli extracomunitari, una certa improntitudine sulle questioni di natura bioetica) e non senza occhieggiamenti verso il così detto establishment editorial-finanziario dichiaratamente ostile a Berlusconi.
Malgrado i notevoli chiaroscuri biografici dell’allora presidente della Camera, compresa la brutta storia della casa di Montecarlo appartenente alla Fondazione di An e assegnata per vie tortuose al cognato di Fini, la sola volontà di rompere con il patriarca di Arcore sembrava trovare un promettente riscontro nei sondaggi.
Uno psichismo diffusamente compiacente verso l’impresa finiana ha insinuato nei protagonisti della rottura la certezza di poter vincere per vie parlamentari, infliggendo una sfiducia brutale al governo Berlusconi.
All’immediato fallimento dell’espediente tattico, non è seguita una fase di riorganizzazione politica e di ridefinizione culturale autentica.
Semplicemente, Fini e i suoi hanno immaginato di dover soltanto rinviare il tempo della vendemmia.
Negli interstizi dell’attesa è emerso il vuoto della proposta di Futuro e libertà : tagliati i ponti con il passato prossimo (del passato remoto è inutile qui parlare ancora), a Fini è riuscita più congeniale l’eliminazione diretta della parola “destra” dal proprio arsenale retorico.
La sua offerta si è richiamata anzi all’esigenza di rompere del tutto con categorie che a suo dire erano ormai deprivate di senso: la dialettica destra/sinistra è così uscita dal cono di luce del delfino almirantiano, ma senza che a questa eliminazione sommaria corrispondessero un disegno dai contorni precisi, una base identitaria, una prospettiva intorno alla quale conservare, rendere coeso e incrementare l’insieme dei consensi e delle aspettative ingenerate.
Il risultato di questa meccanica è stato l’avvicinamento “destinale” a Pier Ferdinando Casini e della sua Unione di centro, cui è seguita l’accettazione acritica del tecno-governo di Mario Monti con l’intermittente consiglio/sostegno di Luca Cordero di Montezemolo.
L’entente, come noto, è sbocciata nella formazione di liste sorelle (unitaria per il Senato) che sono apparse come la sommatoria di calcoli, debolezze e vanità comuni.
Gli elettori ne hanno fatto giustizia, consegnando Fini e i suoi consiglieri al limbo degli esuli in Patria. Anzi dei senza Patria e basta.
A distanza di tre anni dalla nascita dei primi focolai di dissenso nel Popolo della libertà , è difficile che l’azzardo di Fini possa essere rubricato sotto la categoria della destra in rivolta contro l’assimilazione violenta alla compagine berlusconiana.
Se innegabile era la tendenza livellatrice e monocratica esibita dall’allora premier, altrettanto manifesta è stata poi la natura personalistica, politicistica e velleitaria di Futuro e libertà .
Di là dalla rimasticazione episodica degli slogan futuristi primonovecento, di là dalla improvvisata modernolatria dei pochi (e presto abbandonati) intellettuali alla corte di Fini, non è stato possibile individuare alcun nucleo politico o ideale degno di sopravvivere alla fragorosa condanna elettorale.
Ma il danno d’immagine, per un mondo che almeno nei presupposti e nelle provenienze individuali non è possibile disgiungere dall’archetipo post fascista, quello è chiaro e distinto.
E sarà durevole.
Che fai, mi riprendi?
Gli altri gruppi della così detta destra italiana, accomunati senz’altro da un livore furibondo nei confronti del loro ex sovrano Gianfranco Fini, sono nati o sono cresciuti ora in conflitto ora in rapporto di vassallaggio con Berlusconi.
La Destra di Storace è stata allestita come controparte identitaria anti finiana, ma al tempo stesso si è più volte proposta come un cuneo di ribellione conficcato ai fianchi del Cavaliere. Salvo poi ripiegare appena possibile, calendario elettorale alla mano, nella più confortevole ombra di Arcore.
Le immagini di Daniela Santanchè nella sua versione paleo berlusconiana, poi storaciana (la “destra con la bava alla bocca” che non accetta di stare sdraiata) e infine nuovamente, appassionatamente accanto al capo del Pdl, ci danno la misura delle oscillazioni mostrate dalla classe dirigente post fascista.
In questo quadro, Storace si è impegnato a impersonare un ruolo di vaga ed equivoca testimonianza identitaria non poi così dissimile rispetto a quello svolto dall’estrema sinistra post bertinottiana (con conseguenze simmetricamente funeste).
Su tutt’altro fronte, quel che resta della Destra sociale di Gianni Alemanno ha combusto la propria immagine di forza alternativa allo strapotere berlusconiano, all’amletismo finiano, al tatticismo superficiale degli storici avversari interni Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri.
La totale assenza alemanniana dal discorso pubblico innescato con la nascita di Futuro e libertà si è perfettamente combinata con il tentativo di procedere a un berlusconicidio pre elettorale sanzionato dal mondo clericale (da Comunione e liberazione in giù) con cui il sindaco di Roma è infeudato da sempre.
In poche parole, dall’inverno scorso Alemanno ha cullato il sogno di un’iniziativa di conio popolare che procedesse alla rimozione dolce (ma nondimeno completa) dell’ostacolo Berlusconi.
Receduto dall’azzardo, causa colpo di reni della vittima sacrificale, Alemanno è stato fra i primi a ritornare all’ovile proclamando nuovamente una fedeltà tanto palloccolosa quanto inane.
Il che non è gli bastato, tuttavia, per riconquistare una dimensione nazionale degna della sua superbia, nè per sfuggire alle conseguenze del suo disastroso quinquennio al Campidoglio.
Una debolezza parallelamente meschina caratterizza l’operazione Fratelli d’Italia.
Il volto non più acerbo della leader (ed ex ministro pidiellino) Giorgia Meloni è insufficiente a coprire il pizzetto consunto dell’ex berlusconiano d’acciaio Ignazio la Russa.
Concepito come un disperato tentativo di differenziarsi dal declinante benefattore di Arcore, nell’auspicio di contenere l’emorragia di voti destinati all’astensione o al grillismo, il gruppo di Meloni è appassito prima ancora di germogliare per la semplice ragione che non aveva alcunchè da offrire al suo potenziale elettore che non fosse già stato offerto in precedenza con l’etichetta del Pdl.
Per quale ragione un cittadino che ha votato prima An e poi Pdl avrebbe dovuto premiare Fratelli d’Italia?
E in effetti, a ben guardare la composizione di quel deludente uno-e-qualcosa per cento rimediato nelle urne, si comprende con facilità che la cifra origina nel pacchetto sempre più impoverito delle clientele militanti di una corrente (la Destra protagonista) un tempo egemone in An e dalla quale, con una coerenza che gli va riconosciuta, si è distaccato l’iper berlusconiano e mai fascista Maurizio Gasparri.
Che fai, mi ignori?
Se la caduta delle destre istituzionali dipende in larga parte dal fatto che, sequestrate dai loro piccoli cacicchi vanitosi e imbelli, non erano più “di destra” in senso tradizionale da circa vent’anni, il “sonno” delle destre radicali extraparlamentari trova una sua ragione nella quasi totale assenza di leadership carismatiche e messaggi auscultabili all’esterno della claustrofobica catacomba neofascista.
In questa congiuntura il brodo di coltura antisistemico italiano è stato fecondato dalla proposta millenaristico-settaria che il comico Beppe Grillo ha condiviso con il guru dell’e-commerce Gianroberto Casaleggio.
Un lavoro scientifico, il loro, che per la verità è cominciato da diversi anni e che si è talmente rafforzato da attirare come un magnete perfino le limature di ferro dello scontento estremista, sia di destra sia di sinistra.
Nel frattempo i cuori neri si baloccavano con le loro solite, logore liturgie intonate al culto della sconfitta neofascista e con l’immancabile rivalità fra consanguinei.
Fatta eccezione per il movimentismo di CasaPound, reso popolare dal recupero del migliore dannunzianesimo ma viziato spesso da pulsioni avanguardistiche inconcludenti, non c’era una sola buona ragione per la quale le destre anti sistemiche dovessero presentarsi alle elezioni immaginando di non venirne malamente sbertucciate.
Requiem o palingenesi?
In natura nulla va perduto, è così perfino nell’Italia a sovranità limitata, assoggettata alla germanizzazione del suo sistema economico-finanziario e appetita dal capitalismo apolide responsabile della crisi internazionale.
Dunque anche per la destra c’è speranza.
Non è possibile qui aggettivare oltremisura la destra di riferimento, ma certo è che per rinascere bisogna essere stati qualcosa nel passato.
E’ a una destra tradizionale che si può o si deve guardare, nel senso più alto, nobile e purtroppo negletto dalla maggior parte delle formazioni esistenti: ogni altro tentativo e ogni altra variante essendo falliti alla prova dei fatti recenti.
Il grillismo è un fenomeno di falsa rottura transeunte ed è destinato prima o poi a liberare energie insospettabili, dopo aver caoticamente rilegittimato alcune idee e istanze di sovranità politica e culturale tipicamente di destra.
Chi un domani sappia saldare questo accumulatore di energia con un circuito elitario, nel quale le nuove personalità di riferimento siano realmente formate lungo linee di vetta metapolitiche (frutto di una disciplina perfino interiore, siamo portati a dire), potrà modellare un corpo adatto al manifestarsi di una “destra eterna” che attende la sua prossima incarnazione.
Quando il sole avrà estinto l’ultima pozzanghera.
Alessandro Giuli
(da “il Foglio“)
Il testo riprodotto verrà pubblicato sulla Rivista di Politica diretta da Alessandro Campi, n. 2, aprile-giugno 2013, con il titolo: “La fine di un mondo. Come (e perchè) si è dissolta la destra” in Italia
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Aprile 23rd, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE GIORGIA MELONI APRE A UNA COLLABORAZIONE CON RENZI: “LA NOSTRA E’ UNA GENERAZIONE POST-IDEOLOGICA”…”RENZI DICE COSE INTERESSANTI”: QUALI NON CI E’ DATO SAPERLO
Se Matteo Renzi diventasse premier – come viene sempre più insistentemente ipotizzato -, una collaborazione quantomeno «anomala» potrebbe essergli garantita anche da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e già alla guida dei giovani di An e del Pdl.
È stata lei stessa, ministro del governo Berlusconi, a spiegarlo ai microfoni di Pierluigi Diaco a «Onorevole Dj», su Rtl102.5.
«Se fosse eletto come esponente di una maggioranza di centro-sinistra presumibilmente non parteciperei al suo governo, perchè io sono una persona di centro-destra – precisa l’esponente ex An – ma questo non vuol dire ciò che abbiamo visto fino ad oggi in politica. Secondo me quello che può fare di diverso una nuova generazione è anche saper dialogare in un altro modo. Non siamo più la generazione ideologica o post ideologica del “ti devo odiare se la pensi in maniera diversa da me perchè sei un mostro”, noi possiamo essere quella generazione che, pur rappresentando visioni diverse del mondo, poi cerca comunque un terreno sul quale mettere gli interessi del popolo italiano prima del bisogno di dividersi per lucrare consenso».
E ancora: «Non potrei mai andare al governo con lui, ma potrei fare un patto generazionale con lui».
«SCELTA CORAGGIOSA»
Nell’intervista, andata in onda in mattinata, Giorgia Meloni sottolinea che «proporre Renzi premier sarebbe una scelta molto coraggiosa per la direzione del Pd, perchè sappiamo che Matteo Renzi all’interno del Pd è molto amato ma anche abbastanza osteggiato per il suo coraggio, perchè è una persona abituata a dire quello che pensa. Sicuramente sarebbe un bel segnale da parte del centro-sinistra raccogliere quella domanda di rinnovamento, di ricambio, che arriva dagli italiani e che la politica stenta a raccogliere”.
«DIMOSTRIAMO DI ESSERE MIGLIORI»
«Io credo che noi siamo in un tempo nel quale la nostra generazione deve dimostrare che è meglio delle precedenti – dice ancora l’ex ministro -. Può essere migliore delle precedenti nella sua capacità di parlare, di dialogare, di trovare un terreno comune di soluzioni ai problemi su cui la gente si aspetta un impegno comune. Noi non abbiamo il problema che hanno avuto le passate generazioni che, se stavi dall’altra parte della barricata, dovevi essere un mostro. Per me Matteo Renzi non è un mostro: è una persona che dice cose interessanti che, in alcuni casi condivido, in altri no. Ma su alcune cose che dice Renzi sono pronta a collaborare».
Il commento del nostro direttore
Un caro amico, commentando tempo fa un intervento pubblico di un notabile di partito, un giorno mi disse: “Non ha detto nulla, ma l’ha detto bene”.
L’eloquio facile è una dote che in politica ha sempre pagato, come quello di cambiare discorso a secondo della platea che ti trovi davanti: dichiararsi liberisti di fronte agli imprenditori, per lo Stato sociale di fronte agli operai, sensibili alla terza età dinanzi ai pensionati, rockettari se parli ai giovani.
Chi la chiama “diversificazione programmatica”, chi presa per fondelli, ma il prodotto non cambia: sempre un Matteo Renzi ti ritrovi davanti.
Che si faccia ritrarre in bici o con la De Filippi, ammiccante o con la bocca aperta da ebete, scattante o sornione, versione sindaco o premier, rimane sempre un omogeneizzato scremato: nato dal nulla e che rappresenta il nulla ( e pure pessimo amministratore, vista la condanna della Corte dei Conti).
Apparterrà anche alla “generazione post-ideologica” come ricorda (e nella quale si identifica) la Meloni, ma non è necessaria tale nobilitazione di termini per definire quelli che una volta si chiamavano semplicementi “fighetti”.
Renzi viene dai giovani Dc, è entrato per caso nel Pd (causa fusione coi popolari), è stato eletto per caso sindaco di Firenze (scelta di ripiego dopo solite lite tra maggiorenti) e ha una caratteristica che ha ben ricordato Marini: ha un’ambizione sfrenata.
Ha cavalcato meglio della Meloni il tema “rottamazione” e “ricambio generazionale”, ha curato solo la sua immagine di “piacione” rincorrendo ogni telecamera, ha sparato a zero sulla “croce rossa” cui le correnti hanno ridotto il Pd, adottando in parte i metodi di comunicazione del leader del Pdl.
Ma almeno Berlusconi qualche proposta concreta (giusta o sbagliata che sia) ogni tanto la fa, Renzi è lo Zanichelli della banalità , del vuoto a rendere, dei luoghi comuni.
Al netto della bandiera del “fatevi da parte, io sono giovane”, non c’è un concetto o una sua proposta che gli italiani abbiano memorizzato, solo riciclaggio di concetti altrui e spesso poco di sinistra.
Non credo sia rilevante che uno “dica quello che pensa” (come cita la Meloni) se quello che dice sono cazzate.
Tanto che la stessa Meloni non ricorda quali idee di Renzi sarebbero “interessanti”.
Forse la “sorella d’Italia” dovrebbe più pensare a “innovare” all’interno del suo gruppo d’appoggio a Silvio: capisco che sia passata (come da tempo anche per Alemanno) la fase della “destra identitaria” dei convegni estivi, ma una destra moderna forse dovrebbe cercare di non affettare mortadelle in piazza Montecitorio o fare da ruota (sgonfia) di scorta altrui.
Mai sentito parlare di visione del mondo e di idee da contrapporre al vuoto pneumatico della sinistra?
O preferiamo “giovani per età anagrafica” ma senza idee a “cervelli pensanti senza confini generazionali”?
Che una destra si riduca a coccolare un bamboccione non è un destino: è solo ammettere la propria sconfitta.
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Febbraio 26th, 2013 Riccardo Fucile
DEI 90 DEPUTATI DELLA EX AN NE RIMANGONO IN PARLAMENTO UNA VENTINA TRA “FRATELLI ORFANI” E “SORELLE SOLE”
Nel segreto dell’urna un italiano su quattro ha confermato di far finta di credere che Ruby fosse la
nipote la Mubarak: per vedersi restituire 220 euro di media di Imu ne valeva la pena.
D’altronde se in passato sono riusciti in poche settimane a passare dagli applausi sotto Palazzo Venezia a quelli ai soldati americani che lanciavano Camel dalle jeep al popolo “liberato”, non c’è da meravigliarsi.
La capacità di galleggiare ha permesso agli italiani più che di conquistare medaglie olimpiche nel nuoto, di sopravvivere a Prima e Seconda Repubblica.
Un discorso a parte merita una certa destra politica italiana che, sempre in attesa dell’apparizione di una madonna laica da venerare, in essa ripongono poi fideisticamente il proprio grido di battaglia: un volta contro i comunisti, un’altra con i culattoni, una terza contro gli immigrati che portano via i posti di lavoro o la cacca dei cani sui marciapiedi.
Dai tempi del Msi a quelli di An, chiunque abbia cercato di proporre un’analisi diversa, attenta al sociale, ai diritti civili, alla metapolitica, alla geopolitica, all’universo femminile, all’ecologia è stato sempre tacciato di traditore.
Da Beppe Niccolai a Pino Rauti, osteggiati in vita e celebrati per interesse da defunti.
E’ cosi che venti anni fa questa destra ha trovato il vate sdoganatore, dimenticando che era la stessa persona che aveva sovvenzionato la scissione di democrazia nazionale con un assegnino di 100 milioni.
Ma l’entrare a corte, per gente abituata a dormire sulla scrivania del “Secolo d’Italia” e a far asciugare la canottiera sullo stendino, è stato traumatizzante, come chi, costretto a frequentare gli alcolisti anonimi, improvvisamente si trovi a disposizione una cassa di bottiglia di Chivas.
Ma a corte occorre venerare il principe e assecondarne le follie, giustificarne gli affari e i festini, se si vuole conservare il pass a lungo.
E degli ex 90 An presenti in Parlamento da un lato qualcuno alla lunga ha avuto un soprassalto di dignità e ha cominciare ad alzare il dito del riscatto degli schiavi, dall’altro di molti altri soggetti il principe si era annoiato per il loro servilismo e ha espresso il desiderio di rinnovare la scuderia degli olgettini.
Ieri si è consumato l’ultimo atto, di quei 90 sono rimasti meno di venti: fatti fuori i finiani, niente ripescaggio per il partito di Storace, nove appena i seguaci di Nosferatu e Sorella “sola”, una decina i posti riservati in galleria a Gasparri, Alemanno e Matteoli.
Il principe ha chiuso Destraland, il parco dei divertimenti e degli approvigionamneti della destra italiana.
In attesa del loro trasferimento al Museo delle Cere.
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Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile
OGGI IL CONVEGNO SULLA “STORIA DELLA DESTRA GENOVESE”: SU DIECI RELATORI NESSUN RAUTIANO, CANCELLATI QUINDICI ANNI DI STORIA DELL’AVANGUARDIA SOCIALE DEL MSI CHE RAPPRESENTO’ IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI CENTINAIA DI GIOVANI… IL CENTRO LIBRARIO, LE LOTTE AMBIENTALISTE, I PRIMI CONFRONTI CON LA SINISTRA, LA MUSICA ALTERNATIVA
Nel pomeriggio di oggi si tiene in un albergo cittadino un sedicente convegno sulla “Storia della destra
genovese” promosso da “La Destra” di Storace: un amarcord degli anni del Msi da cui provengono la metà dei relatori, in gran parte politici di area almirantiana.
Poichè, fino a prova contraria, è buona norma credere nella buona fede degli organizzatori, avevamo segnalato a tempo debito un piccolo dettaglio proprio a coloro che oggi riempiono strumentalmente le proprie bacheche su Fb di foto inneggianti a Pino Rauti: che nessun rautiano era stato invitato a rappresentare “la storia della destra genovese” di questa componente.
Se volessimo ironizzare, considerando i congressi prov. vinti, con segretario nazionale Almirante prima e Fini dopo, avremmo dovuto chiedere almeno 6-7 relatori su 10, ma sarebbe stato sufficiente anche uno solo per spiegare quale fermento di idee e di iniziative pervasero nell’arco di quegli anni la destra sociale genovese.
Dai tempi del Gruppo Ambiente, struttura parallela ecologista, con decine di inizative a tutela del territorio, in tempi egemonizzati dall sinistra, alla rivista “Onda Verde” edita a Genova e diffusa in oltre 50 località italiane, dall’apertura del Centro librario Idee in Movimento in Passo Gorrini, meta di centinaia di giovani nell’arco degli anni alle prime rassegne dell’editoria di Destra nella sede della Provincia, dai primi convegni con avversari politici alle conferenze con i vari Veneziani, Solinas, Malgeri, Beha, Mughini, De Benoist, dal primo concerto di musica alternativa al Babboleo di Piazza Portello alle trasmissioni settimanali in radio non certo di destra.
E come non ricordare le decine di militanti, giovani uomini e donne, che permisero a quella Comunità umana di diventare un esempio a livello nazionale.
Indipendenti da logiche di parrocchia allora, come molti sono rimasti oggi.
Altri tempi, altri giovani.
Erano i tempi in cui altri facevano i portaborse stipendiati di Fini, gli stessi che oggi si sono travestiti da “sociali” nella costante pochade della politica italiana.
E preferiscono invitare, massimo della coerenza politica, il capogruppo leghista in Regione ed escludere i rautiani, stendere il tappeto rosso a chi vuole dividere l’Italia e sigillare invece la porta a chi gli spazi politici li aveva conquistati a spallate in nome dell’unità della Nazione e della socialità .
Abbiamo voluto saggiare la loro buona fede: si son arrampicati sugli specchi, facendo persino finta di non conoscere chi contattare, una figura penosa.
Lungi da noi contestare il loro diritto a organizzare manifestazioni elettorali con personale esterno, purchè si parli di “storia parziale e scolorinata della destra genovese”.
Le stesse cose le avremmo detto se gli esclusi fossero stati gli amici che allora erano su posizioni diverse dalle nostre.
L’invito a un leghista invece denota solo una profonda ignoranza culturale e una visione partitocratica da prima Repubblica.
Nella vita politica contava allora come ora lo stile, non solo la sostanza.
Chi non l’ha è giusto che paghi il conto dal cartolaio .
Per la scolorina.
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Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
I MOVIMENTISTI DI CASA POUND, GLI ORTODOSSI DI FORZA NUOVA… ALEMANNO E IL SUO GIRO DI AMICI, L’AREA CHE STA TRA STORACE E LA MELONI
Gli ultimi arrivati sono i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. U
n partito nuovo di zecca che si aggiunge a La Destra di Francesco Storace e a Casa Pound.
Alle correnti conservatrici del Pdl e ai gruppi capeggiati da Gianni Alemanno e Andrea Augello.
Senza dimenticare le Città nuove della Polverini, i finiani, gli eredi del Fronte della Gioventù e i neri e puri di Forza Nuova e Fiamma Tricolore: la costellazione degli eredi della destra radicale italiana, con il declino inarrestabile del Pdl che un tempo accoglieva in un unico contenitore le diverse anime, è sempre più articolata.
Non è facile disegnare contorni e profili della galassia post-fascista, nè raccontare la guerra sotterranea che si è scatenata dietro la facciata dei cartelli elettorali.
Per farlo, di certo, bisogna andare a Roma, da sempre capitale dei neri e fucina di leader (veri o presunti) oggi in lotta per il dopo Berlusconi.
Proprio così: se i saluti romani, Dio, patria e famiglia, l’onore e lealtà , Ezra Pound ed Evola, i riti celtici e il mito del Dux restano patrimonio comune, negli ultimi anni la vecchia militanza nel Fronte della Gioventù e nell’Msi ha pesato assai meno delle divisioni interne.
E la conta che verrà fatta alle elezioni regionali di febbraio e in quelle per la poltrona di sindaco di Roma previste a giugno dirà chi, in un futuro non troppo lontano, potrà giocarsi ancora una chance di leadership.
Partiamo dalla corrente di Gianni Alemanno, primo cittadino di Roma e candidato per il Pdl a un secondo mandato.
In città il suo gruppo — nonostante il calo verticale dei consensi causati dal malgoverno e dagli scandali che hanno caratterizzato l’amministrazione — resta il più forte della costellazione dei neri.
Ex camerata e grande amico del “comandante” Peppe Dimitri (ex terrorista fondatore di Terza Posizione), Alemanno guida la capitale insieme a una dozzina di fedelissimi. Tutti (o quasi) provenienti dall’estrema destra: tra loro spiccano l’attuale capo dell’Eur Spa Riccardo Mancini (ex Avanguardia nazionale condannato a 1,9 anni per violazione della legge sulle armi e oggi indagato per corruzione dalla procura di Roma nell’ambito di un’inchiesta su un appalto dei filobus), Antonio Lucarelli (segretario particolare del sindaco ed ex portavoce di Forza Nuova) e Franco Panzironi, ex ad della municipalizzata dei rifiuti Ama e indagato nell’inchiesta Parentopoli.
La squadra può contare anche sull’assessore all’Ambiente Marco Visconti (militante del Msi oggi indagato per abuso d’ufficio: avrebbe raccomandato la sua compagna all’Atac) e Vincenzo Piso, ex militante di Terza posizione e di Ordine nuovo (si fece quattro anni per banda armata, poi fu assolto) che è restato — nonostante il caso dei rimborsi trafugati dal tesoriere Franco “Batman” Fiorito — coordinatore regionale del Pdl.
Se la moglie Isabella Rauti porta un cognome ancora mitico per una parte importante di elettori nostalgici (il papà Pino, morto quest’anno, è stato con Pierluigi Concutelli fondatore di Ordine nuovo), per Alemanno si butterebbero nel fuoco anche l’onorevole Barbara Saltamartini e il di lei marito Pietro Di Paolo, assessore con Renata Polverini e ideatore di “Fairylands”, manifestazione di musica celtica. Francesco Biava, un ex infermiere diventato prima segretario personale di Gianni, poi deputato è infine il perno organizzativo della corrente, e capo dei Circoli della Nuova Italia, emanazione dell’omonima fondazione di Alemanno.
In campagna elettorale forse darà una mano anche Loris Facchinetti, ex Ordine nuovo responsabile delle “politiche internazionali” di Nuova Italia, fondatore nel 1969 del gruppo esoterico e neopagano Europa Civiltà e finito anche lui in carcere perchè accusato di banda armata.
Se Alemanno punta ancora al Campidoglio, Francesco Storace, leader de La Destra, sarà lo sfidante di Nicola Zingaretti alla Regione.
Guerra alla Ue, mutuo sociale, socializzazione dell’economia, rivalutazione di alcuni aspetti “buoni” di Benito Mussolini: Storace, già governatore dal 2000 al 2005, è riuscito — nonostante l’estremismo del suo movimento — a strappare la candidatura alla pidiellina Beatrice Lorenzin.
I sondaggi ordinati dal Cavaliere prima dell’investitura, infatti, hanno premiato l’ex Epurator, «nonostante sia il vero responsabile — attaccano i critici — del buco da 10 miliardi di euro che pesa sulla Regione. Il fatto è che nel Lazio i camerati sono ancora tanti».
A Roma La Destra è guidata da un manipolo di persone: il vecchio camerata Teodoro “Er Pecora” Buontempo (un po’ arrugginito ma ancora capolista in Senato), l’ex alemanniano Sergio Marchi e il rampante Dario Rossin, consigliere comunale che ha abbandonato il Pdl considerato troppo moderato.
Non è un caso che lo scorso novembre Rossin abbia partecipato a un corteo del Movimento Sociale per l’Europa, movimento composto da sigle dell’ultradestra continentale.
Dietro agli striscioni con la scritta “Euroribellione” e in mezzo alle bandiere di Terza posizione c’era anche Adriano Tilgher, attuale responsabile del Dipartimento per il Programma del partito e un tempo leader storico di Avanguardia Nazionale, arrestato e condannato nel 1975 per ricostituzione del partito fascista. Storace ha intruppato anche Mario Vattani: ex console di Osaka, ex naziskin (fu processato e poi prosciolto per un’aggressione a due “compagni” davanti al cinema Capranica nel 1989) ed ex consigliere diplomatico di Alemanno, Mario l’anno scorso ha fatto scandalo per aver cantato canzoni inneggianti al fascismo a un concerto organizzato da Casa Pound.
Ora anche lui è candidato per una poltrona in Parlamento.
Pure i Fratelli d’Italia — nonostante non annoverino nessun estremista tra i dirigenti — hanno qualche nostalgia del passato che fu. Il nuovo partito ha ambizioni nazionali, è stato fondato da Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Ignazio La Russa, ma in realtà il capo indiscusso è il romanissimo Fabio Rampelli, signore delle tessere a Roma e dintorni.
Un tempo amico di Alemanno e Storace, Rampelli (che ha militato prima nel Fronte della Gioventù e poi nell’Msi) insieme a Marco Marsilio ha creato una macchina da guerra, la corrente dei “gabbiani”, che nel Lazio controlla manu militari, secondo stime prudenziali, circa 30-35 mila voti.
«I rampelliani sono capaci di mobilitare e gestire una massa di consenso enorme: non è un caso che alle ultime elezioni regionali siano riusciti a far eleggere ben cinque consiglieri d’area», spiega Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura di Alemanno e in corsa per la poltrona di sindaco.
Tra le galassie di destra “i gabbiani” sono considerati tra i più moderati, «ma anche contrari», chiosa Croppi, «a qualsiasi forma di modernità ».
Ex campione di nuoto e teorico dell’architettura (ha criticato le torri di Renzo Piano e l’Ara Pacis, vorrebbe buttare giù il palazzo di giustizia a Piazzale Clodio, propone di costruire un arco di trionfo all’Eur) Rampelli gestisce il suo gruppo con l’aiuto di Marsilio, l’assessore comunale ai Lavori pubblici Fabio Ghera (ultrà dei sampietrini senza se e senza ma) e l’assessore regionale Francesco Lollobrigida, sposato con la sorella della Meloni. Giorgia, lanciata proprio da Alemanno, è stata scelta come “front man” del partito, che ha candidato al Senato anche Loreno Bittarelli, capo dei tassisti romani del “3570″, una delle lobby più potenti della Capitale.
Se “i gabbiani” — sempre sconfitti dal gruppo Alemanno — sperano di prendersi alla lunga una rivincita, nell’area che fa capo alla Polverini regna il caos e lo sconforto.
La vicenda dei rimborsi elettorali che ha portato alle dimissioni della governatrice è stata devastante, e gli uomini che hanno fatto il bello e il cattivo tempo negli ultimi tre anni rischiano di essere spazzati via.
Se Renata ha trovato un posto sicuro alla Camera al grido “ognuno per sè Dio per tutti”, il suo movimento-fondazione Città Nuove non s’è nemmeno presentato alle politiche.
Così, se qualcuno spera di strappare una candidatura nelle liste regionali, il segretario generale della Regione Salvatore Ronghi, ex Ugl, è candidato con Grande Sud di Gianfranco Miccichè, mentre Stefano Cetica, anche lui legato al sindacato di destra, e l’assessore Mariella Zezza puntano tutto su una (difficile) vittoria di Storace: se dovesse prevalere su Zingaretti, un posto in giunta è ancora possibile.
Anche Andrea Augello, capo di una corrente del Pdl sempre più autonoma dal partito di Berlusconi, prega affinchè l’amico Francesco torni alla Pisana.
Augello è considerato da Berlusconi inaffidabile ed è stato messo in basso alla lista per uno scranno a Montecitorio, ma il suo serbatoio di voti è secondo solo a quello di Rampelli.
Non solo: la sua corrente può contare su pezzi da novanta come Luca Malcotti, ex Fronte della Gioventù oggi assessore regionale, e Sveva Belviso, la vice di Alemanno finita nella bufera per l’inchiesta sui Punti Verde Qualità e per aver assunto, da assessora, l’ex componente della Banda della Magliana e dei Nar Maurizio Lattarulo. In futuro, giurano tutti, bisognerà fare i conti anche con loro.
Chi non pensa (per ora) alle poltrone è Gianluca Iannone, leader di Casa Pound.
I “fascisti del Terzo millennio”, come si autodefiniscono, hanno candidato un loro uomo alla Pisana, ma sanno bene che sarà difficile eleggere un consigliere.
Iannone e il suo braccio destro — l’avvocato Domenico Di Tullio — non ragionano però nel breve periodo, ma hanno scelto una strategia a lungo termine: il movimento sta facendo migliaia di proseliti nelle scuole e tra i giovanissimi (la sigla Blocco studentesco fa riferimento a loro, il figlio di Alemanno è un habituè del centro sociale dietro Piazza Vittorio) e dall’Esquilino s’è diffuso prima negli altri quartieri romani poi nelle grandi città italiane.
Un processo di costruzione che ricorda quello — sostiene qualcuno — di Franco Rocchetta, l’ex di Avanguardia nazionale che senza una lira e senza appoggi ideò la Liga veneta, madre della Lega Nord di Umberto Bossi.
Casa Pound, a differenza di altri movimenti di estrema destra radicati a Roma come Forza Nuova di Roberto Fiore (anche lui candidato alla Regione) e Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli, ha una propaganda basata non tanto sulla nostalgia del ventennio (seppure atti di violenza ne hanno costellato la storia: l’ultimo episodio è l’aggressione all’intellettuale Filippo Rossi), ma sui valori mutualistici della destra sociale storica: occupazioni di case per i senzatetto, mutuo sociale, aiuto alle madri in difficoltà .
Rifuggono qualsiasi alleanza, e non hanno remore a lanciare — nella corsa alla Camera — Alberto Palladino detto “Zippo”, condannato in primo grado a due anni e otto mesi per l’aggressione ad alcuni militanti del Pd.
Una mappatura non può prescindere, ovviamente, dall’ala moderata del centro-destra romano, quella che fa capo agli ex di Forza Italia e ai finiani.
Se questi ultimi contano poco o nulla in termini di radicamento sul territorio (Giulia Bongiorno tenterà di diventare governatore, le darà una mano soprattutto il deputato Claudio Barbaro, ex missino presidente dell’Alleanza sportiva italiana, un’associazione che conta oltre un migliaio di società iscritte), gli azzurri coordinati da Gianni Sammarco, cognato di Cesare Previti, pesano ancora, seppure da lustri non riescono a candidare nessun berlusconiano di stretta osservanza nei posti più rilevanti. Se Beatrice Lorenzin ha perso la corsa con Storace, se Gasparri e Fabrizio Cicchitto sono in declino, il “padre nobile” dei forzisti Antonio Tajani — a cui riferiscono direttamente Sammarco, Antonello Aurigemma, Alfredo Antoniozzi e il potente Giordano Tredicine, il capo del clan degli ambulanti accreditato di una montagna di preferenze — è sempre più traballante a causa dello scandalo Batman: dopo la festa con i maiali il Pdl a Roma è ai minimi termini, e sono in molti a scommettere che saranno gli ex missini a fare, oggi come in futuro, la parte dei leoni.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)
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