Dicembre 4th, 2010 Riccardo Fucile
FINI GUARDA OLTRE: IN CASO DI CADUTA DEL GOVERNO, IL PDL SI SFALDEREBBE COME NEVE AL SOLE E INIZIEREBBE IL “SI SALVI CHI PUO”…. IL RUOLO CATALIZZATORE DI BEPPE PISANU, MARCELLO PERA E ANTONIO MARTINO VERSO LA FASE DEL POST-BERLUSCONISMO
Ormai sempre più svestito dei panni istituzionali, Gianfranco Fini non si fa scrupolo di fare previsioni sempre più lapidarie sulla decisiva votazione che il 14 dicembre si terrà nell’aula parlamentare che lui stesso presiede: «Credo che il Parlamento fra qualche giorno testimonierà quello che tutti sanno e cioè che il governo non c’è più o non è in grado di governare».
Nel suo intervento ad un convegno della Confartigianato di Mestre, Fini è lapidario anche sulla sua permanenza alla guida della Camera: «Se la legislatura continuerà – e io auspico che duri – continuerò a fare il presidente della Camera».
Affermazione secca che implicitamente contiene due notizie.
La prima è che, se la legislatura dovesse avviarsi a conclusione traumatica, Fini lascia intendere che lascerebbe sì la presidenza della Camera ma in zona Cesarini, per poter giostrare liberamente in campagna elettorale.
La seconda notizia è già nota, ma Fini non lascia passare 24 ore senza ribadirla: lui – e i suoi sodali del Terzo polo – faranno di tutto perchè lo scioglimento anticipato non ci sia.
Ma per scongiurare elezioni anzitempo le strade, sulla carta, sono tre.
Tutte accidentate.
C’è il governo di unità nazionale, invocato da Massimo D’Alema, con tutti dentro e che sul fronte destro, per ora, è condiviso soltanto da Alessandro Campi, direttore della finiana fondazione Farefuturo.
C’è il governo del ribaltone (tutta l’attuale opposizione, più Fli, Udc e transfughi del centrodestra), scenario che col passare dei giorni perde sempre più quota.
E poi c’è la terza ipotesi, quella di un governo nuovo di centrodestra (Pdl più Lega), allargato al Fli di Fini, all’ Udc di Casini e all’Api di Rutelli e guidato da una personalità diversa da Berlusconi.
E’ proprio questa – con buona pace del Pd – l’opzione su cui punta il neonato Terzo polo, tanto è vero che Pier Ferdinando Casini lo dice senza tante perifrasi: «Berlusconi indichi lui il nome del nuovo premier, a noi va bene».
Ma poichè appare a tutti improbabile che Berlusconi scelga spontaneamente l’abdicazione (come fece Craxi nel 1992 quando per Palazzo Chigi suggerì Giuliano Amato al Presidente Scalfaro), la vera scommessa di Casini, Fini e Rutelli è un’altra: il big bang della galassia berlusconiana.
Fini lo fa capire: «Non si andrà a votare, perchè il cambiamento ha una forza tale che spazzerà tatticismi e meline. Non dico più per motivi di riservatezza».
La vera scommessa dei terzopolisti è lo scenario tanto volte evocato, mai concretizzato, ma che stavolta potrebbe prender corpo: la caduta di Berlusconi e il conseguente, immediato smottamento di quel che fu Forza Italia.
A cominciare da tre personalità significative nella storia del centrodestra italiano: l’ex presidente del Senato Marcello Pera, l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, l’ex ministro della Difesa Antonio Martino.
Annuisce Pino Pisicchio, vicepresidente dell’Api: «E’ proprio così. Il rompete le righe sarà determinato da due fattori. Primo, i parlamentari, non essendo più radicati sul territorio e dipendendo totalmente dal capo, saranno indotti a fuggire non appena il capo cadrà . Secondo: con un bipolarismo rigidamente bloccato, il salto della quaglia era più difficile. Ora, con la nascita del Terzo Polo, questa trasmigrazione è più facile».
E dunque, uno smottamento tornerebbe utile ai terzisti soprattutto se si provasse a ricostituire un governo di centrodestra senza Berlusconi.
Per ora è soltanto un gioco, ma già si manifestano opzioni diverse.
Per Casini «Gianni Letta andrebbe benissimo», mentre per Bruno Tabacci (il più argomentato oppositore del Tremonti ministro), proprio lui sarebbe il miglior successore di Berlusconi.
E proprio il ministro dell’Economia era stato gratificato, il 19 novembre, da una esternazione che parse estemporanea di Roberto Maroni: «Giulio Tremonti? Se si decidesse di candidare, lui sarebbe un ottimo premier».
Fabio Martini
(da “la Stampa“)
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Dicembre 3rd, 2010 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE PROVINCIALE LEGHISTA PIETRO GIOVANNONI CHIEDE DI NEGARE UN AIUTO ECONOMICO ALLA “MARATONA DEL SANTO” PERCHE’ “CORRONO E VINCONO SOLO EXTRACOMUNATARI IN MUTANDE”… POTREBBE PROVARE A BATTERLI LUI: SIAMO CERTI CHE A CALCI NEL CULO CORREREBBE PIU’ VELOCE
La dodicesima edizione, organizzata come sempre da Assindustria Sport Padova, si svolgerà il 17 aprile 2011.
E, come è accaduto in passato, saranno gli atleti stranieri i grandi favoriti della Maratona di Sant’Antonio, che ogni anno spinge migliaia di atleti a correre lungo il percorso del Santo fino in Prato della Valle a Padova.
Un appuntamento importante nella tradizione delle maratone che si svolgono in Italia e che vede sempre la partecipazione di quotati atleti di valenza internazionale.
Non a caso il 25 aprile 2010, sul gradino più alto del podio, è salito, tra gli uomini, Gilbert Chepkwoni. Mentre tra le donne si è imposta Rael Kiyara. Entrambi keniani.
Un predominio del “continente nero” che non va giù al Carroccio.
Meglio allora, come ha sostenuto ieri sera, in consiglio provinciale, l’esponente leghista Pietro Giovannoni, intervenuto nel dibattito sul tracciato della maratona, che gli enti locali non continuino a finanziare una manifestazione alla quale in maggioranza partecipano “atleti africani o comunque extracomunitari in mutande”.
Giovannoni non è nuovo a esprimere affermazioni offensive.
In occasione della discussione della mozione contro l’omofobia parlò di “culattoni e lesbiche”.
Giustificandosi poi per l’uso del termine ingiurioso con il fatto che “in Veneto si dice così”.
Questo è il prodotto della cultura leghista e di quella pseudo-destra affaristica che ne ha favorito l’espansione.
Un ringraziamento al premier che, per salvarsi da due processi, ha regalato il Veneto a soggetti come questo di cui può andare fiero quando parla di “eleganza”.
Quanto al Giovannoni non sia pessimista, partecipi pure lui alla maratona, qualche buona possibilità l’avrebbe.
Soprattutto siamo certi che con il sostegno di una giusta e continuativa dose di calci nel culo finirebbe per correre più veloce degli odiati “negri”.
In alternativa c’è sempre il trattamento sanitario obbligatorio.
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Dicembre 3rd, 2010 Riccardo Fucile
SI SONO SVOLTI STAMANE I FUNERALI DI PAOLO SIGNORELLI, PROFESSORE DI FILOSOFIA, IDEOLOGO DEL MSI E TRA I FONDATORI DI ORDINE NUOVO…HA SUBITO 7 ANNI DI CARCERE E 3 DI ARRESTI DOMICILIARI PRIMA DI ESSERE RICONOSCIUTO COMPLETAMENTE ESTRANEO AI REATI CONTESTATIGLI
Si è spento giovedì notte, dopo aver lottato contro una lunga malattia Paolo Signorelli,
professore e ideologo del Movimento sociale italiano e tra i fondatori di Ordine nuovo.
Signorelli è stato protagonista di molte vicende politiche e giudiziarie legate alla storia politica della destra italiana.
E’ stato imputato per la strage alla stazione di Bologna e altri numerosi omicidi politici, ma sempre assolto. Le esequie si terranno venerdì alle 10, nella chiesa di Santa Chiara, a piazza dei Giochi Delfici, a Roma. È morto in una clinica a Roma.
Signorelli, 76 anni, era nato a Viterbo il 14 marzo 1934.
Professore di filosofia, aveva fondato Ordine Nuovo, poi sciolto dall’allora ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, e il Fronte Sociale Nazionale.
È stato imputato per gli omicidi dei giudici Vittorio Occorsio, avvenuto il 10 luglio del 1976, e Mario Amato, assassinato dai Nar il 23 giugno del 1980 a Roma.
In entrambi i casi è stato assolto in appello dopo essere stato condannato all’ergastolo in primo grado.
L’accusa più grave mossa a Signorelli è stata di aver ideato la strage alla stazione di Bologna, ma anche per questa imputazione è stato assolto.
Prima che la sua innocenza fosse riconosciuta, Signorelli aveva subito tre condanne all’ergastolo e aveva scontato sette anni di carcere e mille giorni di arresti domiciliari.
Della sua vicenda di «perseguitato politico» si sono occupati a lungo Amnesty International e il Partito Radicale, con il quale aveva collaborato negli ultimi anni di vita.
Nel suo più recente libro, “Di professione imputato”, Signorelli aveva ricostruito tutte le sue disavventure giudiziarie.
Dopo essere stato scagionato da tutte le accuse si era ritirato a Marta sul lago di Bolsena, in provincia di Viterbo, dove vive e lavora anche il fratello Ferdinando Signorelli, parlamentare per varie legislature del Msi.
Pubblichiamo un ricordo di lui.
Canuto, occhiali Rey-ban neri, sigaro chiuso tra le labbra sottili, che con cadenza regolare libera la bocca lasciando il posto ad un sorriso da uomo ludens, stile casual, mai borghese, sempre giovane, camicia sbottonata anche d’inverno, passo cadenzato, fine osservatore dall’eloquenza pungente e allegorica.
Questa la prima immagine che elabora la mia mente di Paolo Signorelli.
Figlio di un tempo ingrato, giovane soldato di una generazione che, per una manciata di minuti non ha preso parte all’ultima battaglia della guerra del “sangue contro l’oro”, conserverà sempre viva la rabbia per non essere stato “nel tempo giusto un leone morto”.
La politica per Paolo comincia così, con una sassaiola contro gli occupanti americani, all’età di 11 anni; in questa prima “intifada” si sprigiona la sua essenza di eretico, grazie alla quale potè estraniarsi, alla ricerca di una salutare solitudine, dagli insegnamenti dei cattivi maestri, “vili, felloni, voltagabbana”, del suo tempo.
“Il viandante intraprende il suo viaggio con due libri nel tascapane Rivolta contro il mondo moderno di Evola e i Proscritti di Von Salomon. Poi impara a coniugare Nietzsche ed Heiddeger con Platone, Marinetti con Papini, Codreanu con La Rochelle, Brasillac con Cèline, Ortega y Gasset con Ezra Pound. Poi Berto Ricci e Junger…”e diventa correttamente eretico e jungerianamente ribelle, al punto da rappresentare un problema, per la chiusura dogmatica di un partito, poi un pericolo, per uno stato di “camerieri”, che richiede un popolo schiavo.
1980 il suo tormento, l’accusa di strage e dell’omicidio Amato e Occorsio, stimolate dalle rivelazioni di un pentito, reati dai quali soltanto dopo dieci anni di carcere sarà scagionato.
Dieci anni per sperimentare la verga della macchina stato, per guardare in faccia i veri nemici, per sognare la vittoria, il sole, le catene che si spezzano. Dieci anni riversati nel libro di “Professione imputato” del 1996, la sua confessione arrabbiata dell’imputato e dell’uomo.
Esce nel 1990, umiliato, stanco, ma non desideroso della resa, sempre la stessa luce negli occhi, lo stesso fuoco nel cuore, un po’ di chili in meno, qualche botta in più sul corpo, lo spirito intatto, privo di macchia, pronto a ripartire.
E riparte con entusiasmo fonda il periodico Giustizia Giusta e l’associazione per la Giustizia e il diritto Enzo Tortora, uomo dimenticato e ugualmente spezzato dalla malafede di quanti “non possono volare”.
Entra nelle carceri, nelle aule di tribunale, in difesa di popoli, uomini offesi e privati della dignità oltre che della libertà ; Giustizia Giusta il suo mezzo per gridare al mondo che si è in gioco e non ci si è arresi, si aspetta soltanto il momento giusto per cavalcare la Tigre.
Rincorre i momenti, l’indifferenza degli “amici” non lo spaventano, le lotte studentesche, le ribellioni degli ultras, le realtà di gruppi giovanili, ma si accorge di trovarsi in uno stato in cui anche la gioventù è diventata anemica.
Quel momento finalmente arriva, ci crede ed entra nel Fronte Sociale Nazionale, dove lungi dal voler per forza essere un capo, si accontenta soltanto di parlare con i suoi ragazzi, condividerne la passione e l’energia.
Rimane volontariamente, non per mancanza di capacità , lontano dai giochini della dirigenza, li sopporta, ma comincia a scalpitare, troppo partito, poca politica. Teneva nel giusto conto gli interessi elettorali, garantiti da un sistema che definiscono democratico, al punto da lasciare il Fronte per non piegarsi ad essi, portando via con sè la mia generazione, affascinata più dalla sua utopia, che dalle promesse di carriera e soldi.
E continuiamo insieme sulla strada diritta che non va nè a destra nè a sinistra, ma vanti, per farla finita con la destra, con i ghetti con il folklore vuoto e privo di vita.
Benevento 2006, Laboratorio politico forza uomo, una nuova partenza, un progetto abbastanza utopico da essere vincente, ci crediamo, lo seguiamo, fieri e convinti.
Si riparte dai territori, da quelle sassaiole per difendere uno spazio proprio, dal risveglio delle coscienze assopite ed umiliate dei popoli del sud, più confacenti alla ribellione a suo dire, perchè a più stretto contatto con il sole; si riparte dalla immagine di rivoluzione, di nichilismo attivo, perchè solo sulle rovine si può tornare a costruire.
Il laboratorio una scelta definitiva per provare a spostare più avanti i paletti del possibile, un altro sentiero del “terribile”da battere.
Una scelta che affronta come garzone di bottega non come capo, avendo sempre ritenuto non fosse quello il suo ruolo, un capo coagula, gestisce,ci disse una volta, a me piace correre da solo.
Viene fermato nella marcia da una malattia, dai fantasmi di un isolamento che lo aveva logorato, si addormenta giovedì 1 dicembre con il consenso degli Dei.
Starà ora brindando e banchettando con gli eroi, come amava fare con noi, sorridente, arrabbiato, fiero, per non essersi piegato nemmeno un momento dinanzi ai colpi inflitti al suo spirito, sicuro di aver lasciato un esempio ed una speranza, che non potremo dimenticare, perchè Paolo ha fatto quello che doveva esser fatto, senza inganni nè ripensamenti.
Un’avanguardia procede senza voltarsi indietro a guardare cosa fanno le salmerie.
E una pattuglia di notte ha come guida il sogno e le stelle.
Marina Simeone
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Dicembre 3rd, 2010 Riccardo Fucile
UNA PROFONDA ANALISI DEL MONDO UNIVERSITARIO, UNA BOCCIATURA DELLA RIFORMA GELMINI…. DIECI PUNTI CONCRETI SU CUI LAVORARE PER RESTITUIRE DIGNITA’ AGLI ATENEI ITALIANI… UNA ANALISI ANTICONFORMISTA DA PARTE DI UN UOMO DI CULTURA “SCOMODO” E NON ALLINEATO
Mi prendo la libertà di presentare alcune considerazioni sul decreto di legge astraendo da
quello che sarà il risultato del suo iter parlamentare.
Premetto di lavorare ininterrottamente nell’Università da oltre quarant’anni, per quanto abbia insegnato parecchio all’estero e abbia sempre rifiutato — per una specie di allergia — di assumere incarichi direttivi negli Atenei.
Non ho quindi una speciale competenza amministrativa o gestionale da rivendicare per corroborar le mie ragioni.
Tuttavia, posso — e debbo — dire qualcosa che a mio avviso dev’esser detto.
Sono entrato nell’Università nel 1967: si erano abolite da poco le “libere docenze” e si sarebbe di lì a poco eliminata l’istituzione (benemerita) degli “assistenti volontari”.
Erano i primi segni dell’incertezza e del caos che si sarebbero imposte e sarebbero regnate nei decenni successivi, tra provvedimenti e controprovvedimenti.
La Riforma Gentile del 1923, più liberale che non fascista (il fascismo si sarebbe trasformato in regime solo nel ’25), aveva retto piuttosto bene per quasi mezzo secolo: si sarebbe trattato solo di ritoccarla con misura e senso di responsabilità .
Ma gli eventi ci obbligarono a scegliere una strada differente: alcuni politici, docenti e studenti erano convinti che si fosse alla vigilia di grandi mutamenti sociali e politici e desideravano affrettare i tempi per un mutamento che, – secondo qualcuno tra loro — sarebbe stato addirittura rivoluzionario, per cui si trattava di rovesciare le vecchie “istituzioni borghesi”; altri (e fra loro, lo confesso, un po’ anch’io) si lasciarono sedurre dal fascino del vento che veniva da Berkeley e da Parigi e cedettero, spesso anche in buona fede, al we shall overcome; altri ancora, per viltà o per conformismo o per opportunismo o per disinteresse, pensarono che opporsi a un movimento che si annunziava impetuoso e perfino violento fosse inopportuno, o inutile, o che si potesse addirittura tentar di “cavalcare la tigre”.
Le prospettive della “rivoluzione giovanile” del Sessantotto e dintorni, l’inadeguatezza di molti politici e la viltà e/o la disonestà almeno intellettuale (ma non solo…) di troppi docenti ci hanno gradualmente portato — attraverso circa un quarantennio di scelte sbagliate e di deterioramento sia civile, sia culturale, sia morale – a questo punto: Università allo sbando, “tagli” e storni di fondi pubblici verso gli Atenei privati, una classe docente screditata in seguito a decenni di concorsi “ritoccati” o “truccati” (e, direttamente o indirettamente, tutti noi docenti ne siamo respnsabili: se non altro per aver accettato, sottovalutato, taciuto), l’impossibilità pratica di rinnovare correttamente il personale docente e ricercatore, “mortalità universitaria” (cioè studenti che abbandonano gli studi senza aver conseguito la laurea), disoccupazione dei laureati e dei “dottori (e postdottori”) di ricerca alla quale la “fuga dei cervelli all’estero” — su cui si è fatto troppo battage, e che troppo spesso si risolve in una nuova delusione) è lungi dal poter porre rimedio anche solo parziale.
Non nego che, nella lettera del testo di riforma e nelle intenzioni di chi l’ha redatto, ci siano cose buone: per esempio la “lista nazionale” per i concorsi, che si rende necessaria anche visto il tragico fallimento delle “idoneità a lista aperta” degli Anni Ottanta.
Ma l’idea di proporre come commissari solo i docenti ordinari è inopportuna: ed è ridicolo che provenga da un ministro che dice di voler combattere lo strapotere dei “Baroni”.
Ma i “Baroni”, ormai — a parte qualche residuale caso lobbistico, soprattutto in alcune facoltà scientifiche — non ci sono più: i professori universitari sono ormai una categoria screditata e oggetto quasi di dileggio, il loro prestigio sociale è ridotto a zero in una società che valuta pochissimo la cultura e non ne ha quasi alcun rispetto, i livelli economici delle loro riproduzioni li fanno apparire ridicolo in un mondo che rispetta la gente in misura direttamente proporzionale ai suoi profitti e alla sua visibilità .
Altri aspetti del disegno di legge presentato dal ministro Gelmini appaiono positivi, o comunque interessanti: la fusione degli Atenei più piccoli (la loro proliferazione era uno dei segni più ridicoli e allarmanti della licealizzazione delle istituzioni universitarie), la razionalizzazione delle Facoltà (per quanto il limite massimo di 12 per Ateneo appaia inopportuno nel caso di alcune sedi più grandi e prestigiose), la limitazione a otto anni nella durata dei mandati. Queste sono caratteristiche da tenere presenti per un eventuale nuovo progetto di riforma.
Quello attuale, però, dev’essere respinto per due ragioni: una immediata, a carattere politico, istituzionale e gestionale; una pregiudiziale, a carattere etico.
Procedo per ordine, cominciando però dall’illustrare brevemente la seconda ragione.
Anzitutto, l’insufficienza delle risorse assegnate: prova che l’attuale governo non attribuisce per nulla alla riforma universitaria e all’Università il peso ch’esso dovrebbe a mio avviso avere nella vita del paese.
L’alibi avanzato — i tagli sarebbero giustificati dagli sprechi passati — è al riguardo ridicolo. Gli sprechi si rimediano migliorando gli strumenti di governo e i metodi di controllo, non azzerando i fondi a disposizione. Continua »
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Dicembre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
FINI: “BERLUSCONI SI DIMETTA PRIMA DEL 14″…LA DECISIONE DOPO UN INCONTRO TRA FINI, CASINI E RUTELLI E UNA RIUNIONE DI FUTURO E LIBERTA’: “SIAMO A QUOTA 317 FIRME”… LE CONDIZIONI DI FINI E LA MEDIAZIONE DI LETTA
Il terzo polo esce allo scoperto e mette in chiaro la mozione comune per la sfiducia al
governo Berlusconi.
Dopo oltre due ore nello studio del presidente della Camera, l’esito del vertice tra Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli ai quali dopo un’ora si sono aggiunti anche Raffaele Lombardo (Mpa) e Italo Tanoni (Libdem) la mozione a firma Udc, Fli, Api, Mpa e Libdem è cosa fatta.
Siamo a quota 317, sommando le firme della nuova mozione di sfiducia, alla mozione già presentata da Pd e Idv” dice il capogruppo Fli, Italo Bocchino. “L’esecutivo è inadeguato, Berlusconi si dimetta” si legge in un comunicato. Una mossa che Silvio Berlusconi giudica “irresponsabile”.
Ma Gianfranco Fini taglia corto: “Le firme dimostrano che la fiducia non c’è, mi auguro che non si arrivi al 14”.
L’affondo del presidente della Camera è netto. “La mozione non è un atto irresponsabile. Il voto anticipato lo escludo ma se dovesse accadere Berlusconi non vince”
Dalla maggioranza Ignazio La Russa alza un muro. ‘Escludo che Berlusconi possa dimettersi prima del 14″ .
A favore della mozione si è già detto anche Di Pietro: “L’Idv ribadisce che appoggerà qualsiasi partito presenti una mozione di sfiducia, purchè sfiduci Berlusconi”, ha detto.
Dello stesso avviso anche Giorgio La Malfa, deputato del Pri eletto nel Pdl: “Firmerò e voterò la mozione di sfiducia al governo Berlusconi”, annuncia l’esponente repubblicano aggiungendo che anche “l’onorevole Paolo Guzzanti del gruppo misto voterà la sfiducia al governo”.
Ai 36 deputati di Futuro e Libertà (escluso Gianfranco Fini presidente della Camera) si aggiungono i 35 voti dell’Udc di Pier Ferdinando Casini, i 6 dell’Api di Francesco Rutelli, i 5 dell’Mpa guidati dal governatore Raffaele Lombardo e i 3 Liberaldemocratici di Italo Tanoni (complessivamente sono 85).
A questi, poi, sommando i due deputati del gruppo misto, che hanno dichiarato di votare la sfiducia, si arriva a un totale di 87.
Cerchiamo di aggiungere qualche notizia che dimostra il clima di “resa dei conti” tra gli schieramenti in campo.
Gli uomini più vicini al premier hanno cercato nelle scorse ore di convincerlo ad trattare con Fini.
Gianni Letta lo ha avvisato a muso duro: “Devi trattare, Napoltano non darà mai le elezioni e la crisi economica non permette al Paese di andare al voto”.
Berlusconi ha ribadito: “Non tratto con Fini” e ha continua a vaneggiare: “Griderò al complotto, altro che due milioni, scenderanno in piazza tutti gli italiani”. Pare che neanche l’intervento di Confalonieri che pensa alle aziende sia servito a qualcosa.
Fini ha accellerato anche dopo che un sondaggio ( che dà Futuro e Libertà all’8,2%) ha rilevato che l’80% degli elettori di Fli vuole che il partito voti la sfiducia e solo 8% preferirebbe un’astensione.
Le condizioni che Fini ha posto sono le seguenti:
1) dimissioni del premier prima del 14 dicembre, poi andrebbe bene un governo presieduto da Gianni Letta
2) ridimensionamento della Lega
3) commissariamento di Tremonti che non può più decidere di testa sua
4) nuova legge elettorale con premio di maggioranza solo se una coalizione raggiunge il 45% dei consensi
5) nuovo programma di governo con priorità diverse
6) nuovo esecutivo con Casini agli Esteri, Urso allo Sviluppo economico, fuori Matteoli e soprattutto La Russa
Berlusconi vuole garanzie: se si dimette va sotto processo con la relativa mannaia della interdizione dai pubblici uffici.
Per quello spera fino all’ultimo di salvare la pelle con qualche assenza pilotata, magari tra i radicali e il gruppo misto.
Ma ormai è sempre più solo: la sua arroganza non paga più.
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Dicembre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
SILVIO COME GLORIA SWANSON, BONDI COME ERIC VON STROHEIM: LE ALLUCINANTI SERATE NELLA VILLA, LE CENE RITUALI, I GRAMMOFONI GRACCHIANTI, LO CHAMPAGNE E LE MOSSETTE… L’USCITA DI SCENA E LA DRAMMATICA DISCESA DELLO SCALONE DELLA VILLA… NON BISOGNEREBBE MAI FARE DEL BENE AI VECCHI
C’è molta psicanalisi nella decisione dell’«uomo del fare» di far taroccare dal suo
architetto “ad personam”, le statue con i volti di Marco Aurelio e della moglie Faustina, collocati sui corpi di Marte e Venere nel 170 dopo Cristo e temporaneamente date in prestito a Palazzo Chigi.
Era tollerabile affacciarsi ogni giorno nel cortile d’onore del Palazzo e adocchiare Venere con la mano destra mozzata e Marte privato del suo membro virile?
Per il paziente del prof. Scapagnini, evidentemente no.
La mano, specie la destra, serve e il pene poi, è di una “penosa” scontata simbologia.
Marmo e plastilina allora: duttilità e durezza anche se non possunt omnia simul.
E poi cielo azzurro come sfondo, ben collaudato dalle convention di Publitalia prima e di Forza Italia poi.
Bisogna riconoscere che c’è del metodo in questa lucida e autoconsolatoria follia: allontanare i brutti pensieri sui guasti dell’età e far sembrare ottimisticamente tutto a posto, efficiente, funzionante.
Uno spot mentale autogeno.
Il narciso, in genere, vede solo se stesso, si autocompiace di se stesso, allontana il pensiero del proprio naturale decadimento esorcizzandolo con gli interventi di chirurgia estetica, con i capelli finti, con le punturine e le pillole, con il cerone, con la esibita finta virilità a 10mila euro, alimentata da nugoli di giovani ninfette, cioè di «giovanette capaci di suscitare desideri erotici, specialmente in uomini maturi» (Devoto Oli).
La molesta vecchiaia!
E allora vivremo fino a 120 anni, saremo potenti, felici, ottimisti.
Le statue mutilate non possono proprio avere posto e ruolo in questa narrazione autoconsolatoria.
L’uomo reggerà ? Avrà la fiducia?
Potrà continuare a credere di comandare?
Qualunque cosa accada, la sua immagine evoca quella di un tristissimo “viale del tramonto”.
Nell’omonimo film di Billy Wilder c’era già tutto.
Gloria Swanson (Norma Desmond) fissa in immagini indimenticabili la sua angosciata follia di ricca ex diva senescente.
Le allucinate serate nella villa, le cene rituali, le proiezioni di vecchi film, le luci soffuse, i grammofoni gracchianti, lo champagne e le mossette.
Erich Von Stroheim – che a suo modo ricorda un po’ Bondi – l’ex regista e marito divenuto cameriere e autista, la venera e la protegge e, quando lei uccide William Holden (Fini, il traditore?), riesce a concederle l’uscita di scena come la sequenza di un film che la vede ancora protagonista.
La discesa dallo scalone della villa dopo l’arresto e con il finto ciak è infinita e drammatica, patetica e struggente.
Sarà così anche nel caso di Silvio? Chi lo sa.
Ma in fondo, per seguire un precetto aristotelico, non bisognerebbe mai fare del bene ai vecchi.
Tomaso Staiti
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Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
VA DATO ATTO CHE I FINIANI SI SONO BATTUTI PERCHE’ LA RIFORMA FOSSE IN MINIMA PARTE FINANZIATA: FOSSE DIPESO DA TREMONTI NON AVREBBE AVUTO UN’EURO… MA NON E’ UNA RIFORMA CHE PREMIA IL MERITO: LA GELMINI APPARE SOLO COME IL CURATORE FALLIMENTARE DELL’ISTRUZIONE PUBBLICA ITALIANA…. I BARONI LI HA RESUSCITATI LEI
Mentre una gran parte del mondo universitario è ancora in mille piazze d’Italia a manifestare contro la riforma del ministro Gelmini, alla Camera si discutono emendamenti in un clima da assedio.
Non solo perchè le manifestazioni lambiscono le sedi del potere e delle isitituzioni, ma perchè lo stesso governo è andato in minoranza anche oggi su una proposta simbolica di modifica di Futuro e Libertà .
Al di là dei tatticismi, avremmo consigliato ai finiani una posizione più netta: chiedere che la riforma tornasse in commissione.
Non solo perchè questo è ormai un governo dai giorni o dalle settimane contate e non ha molto senso approvare riforme (meglio sarebbe dire tagli) quando il tempo è scaduto.
Ma anche per un atto “futurista” di coraggio: un atto politico che riportasse non ai giochini sui numeri, ma a una visione di fondo sul futuro della cultura italiana.
I finiani hanno avuto certo il merito di ottenere qualche minimo finanziamento alla riforma, fosse dipeso da Tremonti l’avrebbe accantonata.
Hanno fatto approvare qualche modifica che garantisce il lavoro a qualche migliaio di ricercatori, questo è certo.
Ma non hanno avuto non tanto il coraggio, quanto la visione strategica e ideale che invece avrebbe potuto premiare una scelta di campo.
Se Futuro e Libertà non vuole avere nulla a che fare con il Pdl e il governo degli spot, doveva avere l’intelligenza di smarcarsi.
Perchè questa non è una riforma seria, è un bluff.
Se si va al di là della lezioncina imparata a memoria che la Gelmini recita ogni sera ai Tg in tono dimesso: “Gli studenti sono con i baroni, la riforma premia la meritocrazia” è il caso di dire che “sotto lo spot c’è il nulla”.
Qualche verità andava detta.
I baroni non ci sono più dal post-sessantotto, perlomeno nella accezione vasta del termine, esiste qualche caso di parentopoli che era sufficiente estirpare con un semplice decreto.
Stessa cosa per le vergognose troppe sedi con più docenti che studenti.
Ma i baroni in realtà li ha fatti rinascere la Gelmini con la riforma dei concorsi due anni fa, mettendo nelle commissioni soltanto gli ordinari ed escludendone gli associati e i ricercatori.
Come andava detto che non di riforma enfatizzata si tratta, ma di un semplice dispositivo di tagli di spesa: basti pensare che ad oggi gli atenei non hanno ancora ricevuto il fondo di finanziamento ordinario per l’anno in corso e non ne conoscono neppure l’ammontare.
Come si fa a parlare di meritocrazia quando di taglia in misura di 100 e poi si destina solo il 7% della cifra tagliata per premiare (almeno in teoria) i più meritevoli?
Come si fa a parlare di futuro se si concede un sei anni di ricerca a stipendi da fame senza le garanzie finanziarie per poter poi assumere i meritevoli alla fine dei sei anni?
Si sta solo tracciando una futura università pubblica di basso livello e dal basso costo per lo Stato.
Rientreremo così nella media europea dei laureati, ma l’eccellenza la si troverà solo nelle università private.
Chi non potrà permettersele, resterà un laureato di serie B, questa è la strada su cui ci siamo incamminati.
Cosa ha tutto questo a che vedere con la mentalità “futurista”, con una visione non economicista della cultura, con la volontà di cambiamento reale?
Nulla.
Per questo oggi i finiani hanno perso un’occasione per far intendere la loro diversità .
Se la perdessero anche il 14 dicembre, dando magari retta a qualche “colomba” incline all’inciucio, tanto valeva che continuassero a fare le comparse nel Pdl.
Rivoluzionari in parte si nasce, ma lo si può anche diventare: se non si vive di tatticismi, ma con dei punti di riferimento culturali e ideali.
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Novembre 28th, 2010 Riccardo Fucile
NELLA DURISSIMA MISSIVA L’ACCUSA DI NON AVER RISPETTATO I PATTI E DI AVER DISATTESO LE PROMESSE…”LO STATO NON E’ LEI E DOPO DI LEI NON C’E’ IL DILUVIO”… DAL SITO DI GENERAZIONE ITALIA, I FINIANI DANNO IL BENSERVITO AL GOVERNO DELLE PROMESSE E NON DEI FATTI
“Consideriamo conclusa negativamente l’esperienza di questo governo che, come fosse un suo feudo personale, ha presieduto”.
L’incipit è durissimo, il titolo altrettanto: “Lettera di sfiducia a Berlusconi”.
E così, dal sito di Generazione Italia, i finiani danno il benservito all’esecutivo.
Nel testo, pubblicato sul sito dell’associazione, si dice che “i patti non sono stati rispettati”.
Patti che prevedevano intanto “l’immediata approvazione di una legge antitrust che eliminasse il monopolio di Mediaset e che favorisse il rinnovo strutturale della Rai restituendo ai media la loro libertà e democratica funzione per informare imparzialmente ed obiettivamente l’opinione pubblica”; quindi “la netta separazione tra gli interessi personali dal Capo del Governo e la sua funzione di altissimo Pubblico Ufficiale”.
Poi arriva l’elenco delle promesse non rispettate.
“Lei – si legge nella lettera – in campagna elettorale ha promesso di risolvere il secolare problema meridionale, di garantire la pace sociale, di sostenere la piccola e media impresa, di eliminare la partitocrazia e lo Stato padrone; di fare dell’Italia un grande paese ad ispirazione liberal-democratica”.
Ma “il suo Governo ha inteso la governabilità come fine a se stessa, il potere per il potere, la governabilità per la governabilità , un Governo non intenzionato ai cambiamenti, un Governo dei conflitti con la magistratura e con il sindacato, un governo del controllo dell’informazione!”
Accuse durissime, cui segue un preciso messaggio per il dopo 14 dicembre: “Nella nostra alleanza c’è chi ci accusa addirittura di sovvertire lo Stato di diritto perchè chiediamo una verifica, falsificando la verità e dichiarando che questo Governo non sarebbe il frutto, come nel passato, di una contrattazione post elettorale, bensì, sarebbe la conseguenza di un patto preventivo stipulato davanti agli elettori! E quindi solo a Berlusconi, se è vera la premessa, competerebbe concedere la verifica e implicitamente mantenere o sciogliere le Camere”.
Per i finiani, questa tesi lede i poteri costituzionali del Presidente della Repubblica e lascia trasparire il ritorno nella politica di dogmi antiliberali! “Onorevole Presidente, lo Stato non è lei! E dopo di lei non c’è il diluvio!
Le chiedo con quali diritti Lei batta i pugni sul tavolo dichiarando la sua insostituibilità ? Con quali diritti Lei pretenda di interpretare personalmente la Costituzione tuttora in atto? Onorevole Presidente, Lei non è l’uomo della provvidenza, tutt’altro!”.
Dunque, respinto al mittente il diktat ‘elezioni o voto: “l’Italia è una Repubblica democratica, in cui il Parlamento elegge e fa cadere i Governi, valutando i meriti e i demeriti di chi presiede o fa parte del Governo: il tradimento è solo quello di chi, ad un Paese disperatamente alla ricerca di un patto costituente, contrappone voglia di potere e minacce di tumulti di piazza!”
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Novembre 28th, 2010 Riccardo Fucile
ECCO A COSA PORTANO IL PARTITO DELL’AMORE E I DELIRI DEGLI AFFARISTI TRADITORI DELLA DESTRA… LA GIOVANE SALVATA DALL’INTERVENTO DI ALCUNI MANIFESTANTI DELLA CGIL… QUALCUNO VUOLE PORTARE IL PAESE AL MEDIOEVO DELLA POLITICA E STA FOMENTANDO ODIO, CREANDO CATEGORIE DI “NEMICI” PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA INETTITUDINE
Altro che traditori marchiati a vita. 
Per ora l’unico marchio è quello che alcuni scalmanati avrebbero voluto timbrare, con calci e pugni, sul viso di una giovane attivista di Futuro e Libertà , impegnata ieri nel gazebo romano di Piazzale Flaminio.
E che solo grazie all’intervento di alcuni manifestanti della Cgil (quindi pericolosi comunisti) è riuscita ad evitare il peggio.
I fatti: nella metropolitana di Roma tre ragazzi notano sul bavero del cappotto della giovane, la spilletta di Fli e iniziano ad insultarla e a spintonarla.
Lei cerca di ignorarli, ma dopo un paio di provocazioni anche fisiche risponde: «l’aggressività è l’unica forma di ignoranza contro la quale la parola non può nulla».
Al che uno dei tre le si fa incontro minacciosamente con intenti niente affatto pacifici, ma fortunatamente alcune persone provenienti dalla manifestazione della Cgil, si frappongono tra gli aggressori e la ragazza, consentendole di scendere alla fermata successiva e di fuggire indenne.
Ecco dove porta la propaganda, l’esasperazione dei toni e delle frasi sbraitate in linguaggio cagnesco.
Ecco il partito dell’amore, della solidarietà , dell’accoglienza.
Ecco cosa accade se anzichè ponti si costruiscono muri.
Senza voler scivolare in facile retorica o in plastiche ricostruzioni di ciò che è accaduto e che sarebbe potuto accadere, viene da pensare che fine abbiano fatto i traguardi sociali e culturali raggiunti sino ad ora; o gli insegnamenti di rispetto e condivisione tra diversi, tra opposti.
Ma davvero questa gente non ha capito nulla?
Davvero stiamo tornando al medioevo della politica, agli anni del tutti contro tutto?
E con quale obiettivo, per quale ragione, con quali finalità , con quanti e quali guadagni?
Qui si sta riproponendo un problema vero e tangibile di fanatizzazione degli animi, e la politica, quella con la P maiuscola, quella che ragiona e che non pensa solo alle prossime urne o alla demonizzazione dell’avversario, ha l’obbligo morale di alzare un dito e dire a gran voce: “no, noi non ci stiamo”. Deve distinguersi, perchè ha un ruolo educativo, pedagogico, sociale.
Non è solo un affare di voti, di promesse e di nomine, anche se negli ultimi quattro lustri non sono mancate criticità e momenti di cui non andare granchè fieri.
Certo, è più semplice prendersela col più debole, con una giovane indifesa.
O scagliarsi contro qualcun’altro che non siano i propri compagni di squadra, quando le cose non girano per il verso giusto.
O scaricare responsabilità a chi sta dall’altro versante della barricata, magari accusandolo di tramare, di tradire, di complottare.
In quella logica perversa e sterile che alla fine annebbia le menti e non consente di guardare in faccia alla realtà .
Perchè distratti da mille ombre che si allungano (o che qualcuno pensa che si allunghino) sul Paese, da infinite ipotesi, da ridicole contro tesi, da tediosi ragionamenti spaccando in quattro un battito di ciglia.
No, non vale proprio la pena tornare indietro nel tempo, ad un tempo di lotta e di visi contro, di agguati e di minacce.
Perchè le cose sono cambiate, gli steccati non sono più così alti, gli individui (quasi tutti) si parlano, si confrontano, ragionano.
Verrebbe proprio da chiedersi, se non fosse il caso che le categorie di traditori prevedessero al loro interno almeno i fondamenti della democrazia.
E non sarebbe chiedere troppo.
A quei poveri mentecatti pidiellini che in tre aggrediscono una ragazza ricordiamo solo una cosa: la prossima volta questi atti coraggiosi fateli fare ai vostri mandanti.
Così per una volta nella vita, in circostanze rischiose, li vedremo in faccia, non sempre di spalle, in fuga, come loro abitudine di istigatori vigliacchi, quando non di infami delatori.
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