Maggio 14th, 2016 Riccardo Fucile
IN QUELL’INTERVISTA IN CUI SOSTENNE CHE DI FRONTE A UN AVVISO DI GARANZIA TUTTI DOVREBBERO DIMETTERSI DISSE UNA GRANDE CAZZATA
Capisco che la cosa imbarazzi e ferisca i 5 Stelle, ma l’errore non lo hanno fatto (al momento) Nogarin o Pizzarotti: lo ha fatto Di Maio.
Perchè Pizzarotti dovrebbe dimettersi? Al momento (e sottolineo al momento) il suo avviso di garanzia per abuso d’ufficio è effettivamente, come lui stesso ha detto, “un atto dovuto”.
Pizzarotti è indagato in merito alle nomine del direttore generale e di un consulente del Teatro Regio. Con lui sono indagati l’assessora alla Cultura (Laura Ferraris) e tre membri del CdA del Teatro Regio.
Le due nomine furono decise al di fuori del bando pubblico perchè, al termine della “ricognizione esplorativa” (cioè il bando), nessuno dei trenta candidati parve avere i requisiti necessari. Così fu deciso, da Pizzarotti e dai quattro indagati, di prendere due dirigenti fuori dalla rosa.
L’indagine nasce da un esposto in Procura presentato dal senatore Pd Giorgio Pagliari. Questo esposto ha aperto un’indagine. Ne consegue che Pizzarotti sia indagato come risultato di un “atto dovuto”. Nè più nè meno.
Se si dimettesse sarebbe un imbecille, e Pizzarotti imbecille non è.
Vale per ora sostanzialmente lo stesso per Nogarin, indagato a seguito (pure qui) di un normale atto amministrativo (ha assunto precari alla nettezza urbana di Livorno).
Chi fa cadere su di loro le colpe dei disastri immani commessi da decenni di governi orrendi di centrodestra e centrosinistra, o è una Picierno o è in totale malafede. O entrambe le cose.
Pizzarotti è appena stato sospeso dal M5S, che lo accusa di non avere avvertito per tempo in merito a un avviso di garanzia di cui sapeva da mesi. “Sapeva della indagine, trasparenza è primo dovere”.
Sarà , ma messa così sembra più che altro un dispetto a un dissidente che non una scelta logica
Allo stato attuale, nessuno dei due deve dimettersi. Perlomeno per ciò che ci è dato sapere dagli atti.
Discorso diverso sarebbe, per esempio, se Pizzarotti avesse nominato amici o parenti (do you know Alemanno?).
Come scrive Marco Travaglio stamani: “E’ ovvio che Pizzarotti non si debba dimettere solo perchè è finito nel registro degli indagati: altrimenti, per far fuori un sindaco, basterebbe una denuncia dell’opposizione. E così tutti i sindaci di Italia cadrebbero come birilli”.
Non diciamo sciocchezze, su: quelle lasciamole all’Unità e a Mary Therese Meli.
Si dirà : eh, ma tutta (o quasi) la stampa equipara Parma e Livorno a Lodi o gli altri 3987 casi che riguardano e costantemente travolgono il Pd renziano. Sai che scoperta.
Lo avevamo già visto con Quarto, assurta a centro del mondo sebbene il sindaco 5 Stelle avesse avuto l’unica colpa di negare il ricatto subito, opponendosi però (che è quel che più conta) alle infiltrazioni camorristiche.
Non mi pare la stessa cosa fatta, per dire, dal Presidente campano del Pd.
L’informazione, in Italia, funziona quasi sempre così: se sbaglia il Pd è normale, se (forse) sbaglia il M5S bisogna invadere la Polonia. E’ così dal primo V-Day dell’8 settembre 2007.
C’è però un punto che i 5 Stelle non devono negare: la responsabilità di Luigi Di Maio. Ha sbagliato e non possono non ammetterlo.
Lasciamo stare i deliri che qua e leggo in Rete, tipo “giustizia a orologeria per far perdere al M5S le amministrative”: erano le stesse cose che diceva Berlusconi, e se i grillini vogliono continuare a definirsi “diversi” dagli altri devono isolare al più presto questi casi umani che hanno frainteso la politica per calcio e tifano neanche fossero in curva.
La stessa Virginia Raggi, a Radio Città Futura, se da un lato ha giustamente detto come “sia doveroso capire bene quali siano le circostanze prima di poter dire qualcosa”, dall’altro lambisce pericolosamente il berlusconismo più becero laddove afferma che “altrimenti si avrebbe una sorta di strapotere della magistratura“.
Certi toni lasciamoli ai Brunetta qualsiasi.
Il punto è un altro: se siamo tutti d’accordo che esista caso e caso, e che ci si debba dunque dimettere ben prima della sentenza definitiva di fronte all’evidenza di un’accusa infamante, o di una intercettazione imbarazzante (i casi Guidi, Graziano, Uggetti, etc), occorre anche essere tutti serenamente d’accordo che tutto questo imbarazzo nei 5 Stelle sia stato generato da “quella” intervista di Luigi Di Maio.
Sento già i difensori a oltranza del grillismo: “Eh, ma Luigi voleva dire altro, intendeva sottolineare la scarsa attenzione di Renzi alla questione morale, etc”. Certo. Ma la forma è sostanza e non l’ho deciso io di fare il parlamentare e di correre pure come Presidente del Consiglio. Lo ha deciso Di Maio.
E per Di Maio la forma è appunto sostanza. Non conta solo quello che vuole dire, ma anche e soprattutto ciò che dice. E come ciò venga percepito.
Oltretutto, essendo un 5 Stelle, Di Maio è condannato alla mitraglia anche solo se sbaglia un congiuntivo. Renzi può sbagliare sempre (e lo fa), Di Maio non può sbagliare mai.
C’è poco da girarci intorno: quella intervista, e quella frase, furono una cazzata. Una gigantesca cazzata.
Anche contenutistica, perchè Di Maio — sostenendo genericamente che tutti dovessero dimettersi dopo un avviso di garanzia — neanche pareva dimostrare di conoscere la differenza minima tra “indagato” e “imputato”.
Nulla di grave, tutti sbagliano. Io per primo. Pensate: per un po’ ho persino creduto alla buona fede di Luis Eccetera Orellana. E per un po’ ho persino creduto alla Befana che vien di notte con le scarpe tutte rotte.
Ma se a sbagliare è il candidato (de facto) Premier della maggiore forza di opposizione, l’errore fa più rumore. E Di Maio lo sa. Lo sa bene.
C’è, all’interno dei 5 Stelle, una sorta di gelosia nei confronti di chi — Di Maio su tutti — è diventato troppo più importante degli altri.
E’ una gelosia stupida, se nasconde solo l’invidia per chi è più famoso di te (cosa peraltro giustissima: se Di Battista va in tivù più di una Lombardi c’è un motivo. Di Battista sa fare tivù, la Lombardi no. O sa farla per il Pd, perchè induce a votare tutti tranne il M5S). Se però quella “gelosia” tradisce non invidia, ma la paura che si vada così perdendo l’originaria natura collettivista dei 5 Stelle, allora non è una paura stupida. O perlomeno non del tutto infondata.
Le prossime settimane ci diranno molto sulla capacità effettiva dei 5 Stelle nel metabolizzare gli errori e nel gestire un difficile percorso di crescita che li costringe a diventare adulti in fretta. Molto in fretta.
Si diventa adulti anche e soprattutto sbagliando: purchè però si ammetta l’errore.
Che, al momento (e sottolineo al momento), non è di Nogarin o Pizzarotti, che in città devastate (dagli altri) se non altro ci stanno provando, ma di Luigi Di Maio.
Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 14th, 2016 Riccardo Fucile
AUTOGOL, AUTOLESIONISMO, BOOMERANG: BOCCIATA LA SCELTA
Autogol, autolesionismo, boomerang. Così sui principali quotidiani italiani viene analizzato lo scontro fra
Federico Pizzarotti e i vertici del Movimento 5 Stelle, che ha portato alla sospensione — e quasi certa prossima espulsione – del sindaco di Parma, protagonista del principale successo nella storia di M5S a livello nazionale.
Le voci critiche sono pressochè unanimi e appartengono tanto a firme considerate particolarmente critiche quanto a quelle solitamente più vicine alle corde del Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
“Il Movimento 5 Stelle dimostra di non riuscire a risolvere le sue ambiguità . Da una parte la ricerca forsennata di una purezza ontologica e dall’altra l’incapacità di rispettare le regole della democrazia” scrive Claudio Tito su Repubblica, evidenziando il diverso trattamento riservato dai vertici di M5S al sindaco di Livorno Filippo Nogarin, anch’egli indagato ma tuttora sostenuto dall’alto. La sospensione di Pizzarotti viene letta come conseguenza di “una forma di integralismo che non accetta dissenso o anche soltanto opinioni articolate”. Dentro M5S “quando l’unica strada che si segue è quella fondamentalista della superiorità morale e politica, tutto si trasforma in una caccia alle streghe”.
Sul Corriere della Sera l’analisi è affidata a una voce solitamente molto critica verso il Movimento 5 Stelle, Pier Luigi Battista.
Anche lui vede nella disparità Pizzarotti/Nogarin “criteri elastici, arbitrari, disancorati da regole certe”. Dentro M5S il “morbo forcaiolo che replica i fasti forcaioli del 92 e li declina con un furore incontenibile si sta trasformando in un clamoroso boomerang” e diventa un “crampo settario al punto che il giudizio su un amministratore indagato finisce per dipendere dall’eventuale violazione delle regole del Movimento e non dalla eventuale violazione della legge”. Per Battista M5S si comporta da “setta” con “l’arbitro che diventa esso stesso norma”.
Marcello Sorgi firma l’editoriale per La Stampa e sottolinea che “le contraddizioni fra le prime affermazioni dei vertici del Movimento, da Di Maio a Fico, che sulla caduta delle teste dei sindaci prendevano tempo, e la durezza della decisione anonima dello “staff” di Grillo, si spiegano con i cigolii della catena di comando dopo la scomparsa di Casaleggio e il rallentamento del lavoro sulla rete, che serviva a indirizzare i militanti”.
Sul Manifesto, che apre il quotidiano con la foto di Beppe Grillo e il titolo “L’inceneritore di Parma”, Norma Rangeri parla di “sguardo corto dei 5 Stelle”.
Nel suo fondo, la direttrice scrive di una “sentenza di espulsione su un caso inesistente” decisa senza discussione, senza confronto e senza valutazione di merito. Si tratta della “plateale rappresaglia nei confronti di un sindaco con il grave difetto di svolgere il mandato ricevuto dai cittadini. È così evidente la pretestuosità della motivazione usata per risolvere i conti in sospeso tra Pizzarotti e Grillo che la scelta di buttarlo fuori dal Movimento si riveli alla fine un boomerang destinato a colpire proprio chi lo ha lanciato”.
Sul Messaggero, Mario Ajello scrive che “questo episodio contiene una serie di brutte morali. Una è quella dell’esemplarità . Ovvero, il primo vincitore nella storia grillina, quello che fu il simbolo della nuova politica contraria alla classica politica e che ha conquistato una città importante dell’Italia artistica e produttiva e da molti non viene neppure considerato un cattivo amministratore, diventa l’esempio più eloquente di come il Dio della Purezza Pentastellata non guarda in faccia a nessuno quando deve castigare”. C’è poi “la doppiezza” per cui quello che vale per Pizzarotti non vale per Nogarin. “L’epurazione non è mai un sacrificio necessario — conclude Ajello — e può diventare invece un micidiale boomerang”.
Marco Travaglio firma il fondo sul Fatto Quotidiano, che ospita poi più opinioni sul caso Pizzarotti.
“Come trasformare una scelta di per sè sacrosanta — la sospensione dal Movimento di un amministratore indagato — in una plateale ingiustizia e in un clamoroso autogol. Ingiustizia perchè il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, indagato anche lui e per bancarotta fraudolenta (reato, sulla carta, più grave dell’abuso di ufficio contestato al suo collega parmigiano) non è stato sospeso. Autogol perchè è ampiamente prevedibile che l’inchiesta su Pizzarotti, scaturita come atto dovuto dalla scombiccherata denuncia di un avversario politico (un senatore Pd) finirà nel nulla”. Secondo Travaglio sospendere solo Pizzarotti “è un regalo ai vecchi partiti che a Parma hanno portato il Comune al fallimento”. Oltretutto Pizzarotti è il simbolo della vittoria grillina e “una bandiera storica non andrebbe ammainata, ma anzi sventolata con orgoglio”.
Sempre sulle pagine del Fatto Quotidiano Andrea Scanzi vede “una sorta di autocondanna alla zavorra”, per cui “ogni volta che sono lanciatissimi verso grandi traguardi, si sabotano da soli”.
Secondo Flavia Perina “è il doppio taglio della parola onestà gridata in piazza”, un doppio taglio “affilatissimo, talvolta mortale”: M5S non dà un bello spettacolo anche “per lo stalinismo 2.0 delle 5 righe anonime con cui “lo Staff” ha chiesto conto a Pizzarotti delle indagini”.
Per Antonio Padellaro “la sospensione adottata dai vertici rischia di assumere gli sgradevoli contorni di una ritorsione nei confronti di un iscritto troppo indipendente”; così si finisce per dar “ragione agli avversari quando li definiscono come una setta intollerante e forcaiola”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 14th, 2016 Riccardo Fucile
“PRIMA DI GIUDICARE BISOGNA LEGGERE LE CARTE”
Il coinvolgimento di alcuni esponenti di spicco del MoVimento 5 Stelle nelle inchieste giudiziarie sta gettando scompiglio fra i più accaniti giustizialisti italiani, convertendone alcuni e preoccupando altri.
Le posizioni ferree del passato sembrano lasciare il posto alla prudenza, l’avviso di garanzia non viene più visto come una condanna e le dimissioni del politico indagato non sono più un mantra inflessibile.
Porre qualche domanda a colui che in molti dipingono come il giustizialista per eccellenza, e cioè il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, sceso in campo a difesa del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, indagato per abuso d’ufficio, e di quello di Livorno, Filippo Nogarin, sotto inchiesta per concorso in bancarotta fraudolenta, viene quasi naturale.
Travaglio, il MoVimento 5 Stelle si scopre garantista solo ora che alcuni suoi pezzi da novanta sono alle prese coi pubblici ministeri?
«Intanto chiariamo che garantismo e giustizialismo non c’entrano nulla con questa storia. Garantismo, infatti, significa solo che chi è sotto processo ha il diritto di difendersi. Detto ciò, è un’assoluta ovvietà che, quando qualcuno riceve un avviso di garanzia, bisogna leggere cosa c’è scritto. Se poi l’informazione di garanzia parte dopo la denuncia di un avversario politico, come nel caso di Pizzarotti, è assolutamente evidente che non c’è nessun dovere di dimettersi».
Lei, però, in passato di sconti ne ha fatti ben pochi.
«Altrochè se ne ho fatti. E poi non ho mai detto che se uno ha un’indagine in corso non può candidarsi o deve dimettersi. Ripeto, occorre innanzitutto capire quali fatti vengono addebitati. E poi, molto spesso, le dimissioni sono un dovere anche se non c’è un’indagine aperta. Se un politico viene ripreso ad abbracciare un boss mafioso, ad esempio, non commette un reato, ma se ne dovrebbe andare immediatamente»
Intanto Grillo ha approfittato dell’avviso di garanzia per sospendere dal movimento lo «scomodo» Pizzarotti.
«Ecco, la sospensione, che io ritengo assolutamente doverosa, è un discorso a parte. Un movimento, infatti, si autotutela stabilendo che, mentre sono in corso accertamenti giudiziari, l’indagato non deve far parte del partito, per poi rientrarvi in caso di proscioglimento. Solo che il M5S ha commesso un autogol con Pizzarotti, perchè l’automatismo indagine-sospensione non è previsto da nessuna parte. E, infatti, mentre il sindaco di Parma è stato sospeso, quello di Livorno no. Questo rende legittimo pensare che il provvedimento contro Pizzarotti sia dovuto al fatto che si tratta di un sindaco non allineato. Hanno compiuto una solenne cazzata».
Qualcosa, però, sta cambiando, se anche Matteo Renzi afferma che il giustizialismo della sinistra è stato un errore.
«La sinistra, intesa come partiti di sinistra, non è mai stata giustizialista. Se, invece, intendiamo la gente di sinistra, allora è diverso. Però i leader di Pds, Ds, Ppi, Margherita non possono essere etichettati come tali. Mino Martinazzoli, Francesco Rutelli, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino e Pier Luigi Bersani me li ricordo piuttosto inclini a salvare i propri indagati e a non infierire sugli altri. E Renzi è il loro figlio legittimo. Altro che svolta».
Luca Rocca
(da “il Tempo“)
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Maggio 14th, 2016 Riccardo Fucile
IL DOPO-CASALEGGIO E’ UGUALE A PRIMA
Una sospensione che va letta come epurazione in perfetto ‘Casaleggio style’. Gianroberto non c’è più ma
le decisioni, con un epilogo strong, come dimostra il caso Pizzarotti, vengono prese comunque e con la stessa determinazione dei tempi in cui il fondatore, scomparso un mese fa a Milano, sanciva promozioni e punizioni.
La sospensione del sindaco di Parma è la prima vera presa di posizione della nuova gestione M5S a guida Davide ed è all’insegna dell’ “uno non vale uno” perchè Federico Pizzarotti viene allontanato mentre il primo cittadino di Livorno, Filippo Nogarin, anche lui indagato, viene protetto.
In pratica, via il dissidente, salvo l’ortodosso.
Passaggio che non sfugge, per esempio, nella chat dei parlamentari pentastellati, dove più di qualcuno chiede chiarimenti: “Perchè uno sì e l’altro no?”.
I due del Direttorio, Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia, non esitano nel rispondere: “Pizzarotti ha tenuto nascosto per mesi l’avviso di garanzia, non ha rispettato le regole, mentre Nogarin lo ha comunicato subito su Facebook”.
Ragionamento che non farebbe una piega se non fosse che il sapore della sospensione del primo cittadino di Parma ha un retrogusto di un rapporto ormai logorato (Pizzarotti e Direttorio non si sentono dallo scorso autunno) e ha anche un qualcosa di orwelliano, come lui ha lasciato intendere: “Non mando documenti a una mail anonima e a me sconosciuta. Fatemi chiamare da Luigi Di Maio, che non mi risponde da mesi e non si interessa dei Comuni”.
La mail anonima in questione è firmata, come sempre, “staff di Beppe Grillo” e chiede a Pizzarotti i documenti relativi all’avviso di garanzia per abuso d’ufficio.
La catena di comando che ha deciso le sorti di Pizzarotti ha funzionato così: deputati e senatori 5Stelle, quelli più ortodossi, si sono ribellati perchè con sindaci indagati cade a pezzi l’immagine del Movimento.
Quindi hanno chiesto, in maniera energica, al Direttorio di prendere subito provvedimenti, tanto che si erano detti pronti a mandare una mail a Beppe Grillo con la richiesta di un incontro. Incontro che sarebbe servito anche a parlare del caso Nogarin e più in generale del sistema Rousseau, ancora a molti sconosciuto. Addirittura l’intenzione era quella di richiedere anche la presenza di Davide Casaleggio.
In questo modo, il Direttorio, che molti parlamentari soprattutto i senatori non amano, sarebbe stato scavalcato
Sotto pressione, i magnifici cinque – Di Maio, Di Battista, Fico, Sibilia e Ruocco – come ironicamente li chiamano ‘i falchi’, si sono rivolti a Beppe Grillo, che a sua volta ha coinvolto lo staff e soprattutto Davide Casaleggio, il quale ha preso la decisione definitiva.
“Pizzarotti è il primo epurato della nuova gestione”, dicono diversi deputati.
Ma alla senatrice Elisa Bulgarelli, molto vicina al sindaco di Parma, l’epurazione non va giù: “Oggi il partito 5 stelle esulta, il M5S muore un altro po’. Io sto nel M5S e rifiuto il Partito. Il Non Statuto rifiuta il partito”.
Poche parole, affidate a Facebook, per raccontare di come il Movimento sia cambiato, compresa la regola dell’uno vale uno.
Sta di fatto che la misura anti Pizzarotti è una mossa politica, utile al Direttorio per dimostrare che, dopo la morte di Casaleggio, il Movimento non è spaesato e stordito, come molti pensano che sia.
Piuttosto, a meno di un mese dal voto delle amministrative, i vertici pentastellati vogliono far vedere di non avere paura delle urne, tanto da prendere la decisione di cacciare proprio un sindaco.
Decisione che però implicitamente ammette una falla presente nella gestione dei territori e adesso l’effetto valanga è tra i rischi da mettere in conto.
L’addio del sindaco di Parma al Movimento – dato ormai per scontato – potrebbe portare a defezioni eccellenti tra i parlamentari, soprattutto “emiliani” simpatizzanti del primo cittadino parmigiano, visto come punto di riferimento anche da numerosi amministratori locali che hanno partecipato alla cosiddetta “Leopolda di Pizzarotti”, quando lui era stato escluso dal palco di “Italia a 5Stelle”.
In tutto ciò, quasi per mettere le mani avanti, il sindaco di Parma domenica scorsa si era affrettato a difendere, dalle colonne del Corsera, il collega di Livorno, dicendo che non ci si deve dimettere per un avviso di garanzia e che è troppo facile per i parlamentari fare opposizione senza sporcarsi le mani.
Parole che aveva fatto storcere il naso, per l’ennesima volta, ai vertici 5Stelle, che già da tempo cercavano il cavillo per far fuori il sindaco dissidente.
E adesso che il cavillo si è presentato si è consumato il delitto perfetto.
(da “Huffingtopost”)
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Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile
LO AVEVA CITATO IN TV COME CONDANNATO PER CORRUZIONE, MA IN REALTA’ CIONI E’ STATO ASSOLTO CON SENTENZA DEFINITIVA IN CASSAZIONE
La piovra si ritorce contro il Movimento 5 Stelle. 
Graziano Cioni, ex assessore Pd alla Sicurezza di Firenze, è stato assolto da pochi giorni dalla Corte di Cassazione dall’accusa di corruzione perchè “il fatto non sussiste”.
Ma il suo nome figura, come lui stesso denuncia sulla sua bacheca Facebook, nella “piovra” rilanciata da Beppe Grillo sul suo blog che mette in fila tutti gli esponenti del Pd coinvolti in inchieste della magistratura.
L’immagine è apparsa anche alle spalle del deputato grillino Alessandro Di Battista durante il suo intervento alla trasmissione Piazza Pulita: “Io in bella vista risulto condannato ad un anno per corruzione”, denuncia Cioni. “No, non ci sto!. Non mi sono ancora ripreso dall’effetto Sentenza della Cassazione di venerdi 6 maggio, con la quale si chiude un incubo durato otto anni, che il lunedi successivo, in una trasmissione della 7, ben a conoscenza della sentenza , il deputato Alessandro Di Battista, mostra un manifesto con una piovra rossa che avvolge l’Italia , dal quale io in bella vista risulto condannato ad un anno per corruzione”.
L’immagine non era aggiornata con l’assoluzione in terzo grado di Cioni che ora va all’attacco: “Ho incaricato l’avvocato Pasquale De Luca di depositare querela nei confronti di Di Battista, il responsabile del blog di Grillo e la 7 per “diffamazione aggravata” per quanto di rilevanza penale, come civile. Chiedo ad Alessandro Di Battista di rinunciare all’immunità parlamentare e di assumersi le sue responsabilità “. Secondo quanto riporta il Corriere fiorentino, l’ex assessore avrebbe chiesto un risarcimento di un milione di euro.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA GIUNTA DI PARMA COMPATTA CON IL SINDACO TROPPO INDIPENDENTE PER PIACERE AI GRAN BURATTINAI DEL MOVIMENTO
Il sindaco ribelle va fino in fondo. E ha una strategia: se finora è stato lui a cercare loro, adesso dovranno
essere loro a cercare lui.
Altrimenti lo scontro si chiuderà in modo brutale, probabilmente con il primo cittadino espulso e addio alla guida, quella da dove tutto è nato, del primo Comune capoluogo a 5 stelle in Italia.
In che contesto? Quello di un Movimento che a un mese dalle amministrative apparirebbe double face: difensore dell’ortodosso sindaco di Livorno Nogarin e affossatore dello scomodo parmigiano.
Federico Pizzarotti è lucido, incazzato, e aspetta.
Non intende fare altro dopo la notizia della sua sospensione. Perchè d’altronde cosa vuol dire “sospensione di un sindaco?”.
“E’ un atteggiamento irresponsabile, non ci sono delle regole chiare su questo. Che farà il direttorio, andrà a gusto? A questo punto aspetto, non so, che mi mandino un’altra mail anonima per capire cosa devo fare” dice stizzito.
E’ probabile che per lui valga una regola già applicabile in altri casi: 10 giorni di tempo per chiarirsi con i vertici del MoVimento, altrimenti sarà fuori.
A Pizzarotti il non allineato, quello che pensa di testa sua, che non piace a Grillo, a Roma e non piaceva a Casaleggio, sembra non importargliene molto di quel che decideranno Di Maio e company. Ha “a cuore solo Parma”.
Tira dritto, dice di avere la coscienza a posto, anche su questa storia dell’avviso di garanzia che i vertici pentastellati hanno usato “come scusa per sospendermi”.
La tesi romana è che Pizzarotti doveva avvertire, la sua è che con i rapporti Parma-Roma-Milano interrotti da mesi lui ha agito correttamente.
Una tesi che il sindaco ribadisce da mesi e che ora “sbatte” in prima pagina. La sua, quella di Facebook. Pubblica decine di sms fra lui e Di Maio, lui e Fico. Solo che lui scrive e il direttorio non risponde. Lamenti inascoltati.
“Io ho avuto un profilo adeguato. Da nessuna parte c’era scritto cosa bisognava fare. Noi abbiamo dato disponibilità alla magistratura. Il procedimento da tenere era questo, non la spettacolarizzazione, pubblicare documenti o delle cose. Non siamo tutti nel circo mediatico” dichiara con una piccata punturina indirizzata a Nogarin, l’altro sindaco 5 stelle indagato, quello che ha pubblicato i documenti su Facebook, quello che Grillo ha subito chiamato per offrirgli difesa ed aiuto
E allora conscio di “non aver sbagliato” l’informatico che esattamente quattro anni fa, sostenuto da Beppe e votato dai parmigiani fu eletto sindaco, adesso non si dimette affatto.
“Se temo un’espulsione? Chiedetelo a loro. Parma va avanti. Continuiamo a governare per il bene della città con senso di responsabilità . Non c’è nessuna crisi, sia come giunta che come consiglieri siamo tutti allineati” ripete a testa alta
E’ stato il simbolo del avvenire in politica del Movimento 5 stelle, eletto ben prima che Di Maio, Di Battista, Fico o i Crimi di turno mettessero piede in Parlamento. Eppure oggi è tacciato come un appestato, uno a che, dice lui, non viene nemmeno dato il diritto di replica.
“Lo sapete, sono stato avvisato alle 14.57 della sospensione. Alle 15.01 c’era già il post online. Il diritto di replica lo si da a tutti. Mi hanno dato solo quattro minuti per fare qualcosa? Assurdo, è tutta una scusa”.
La strategia da adottare, ora che “non c’è rispetto”, che ha perso la fiducia “in alcune persone del MoVimento” (vedi Di Maio l'”irresponsabile”), è quella dell’attesa.
Se avesse avuto un espulsione scritta fra le mani e non una semplice mail (“il mondo reale non è Facebook”) probabilmente l’avrebbe stracciata in attesa di conoscere la replica del direttorio.
In fondo è questo che intende fare nella delicata partita a scacchi di Parma ducale in corso a un solo mese dalle comunali di Roma: temporeggiare e vedere come si comporterà il MoVimento.
Davvero lo butteranno fuori alla vigilia della sfida della Raggi?
Davvero lo cacceranno del tutto solo per non aver voluto girare dei documenti a una mail anonima, lui che lamenta di non aver ricevuto neanche una telefonata?
Davvero non contano le migliaia di attivisti che lo sostengono e gli esprimono solidarietà , quelli che per cui “crede ancora nelle basi di M5s”?
Da Roma sono sul serio pronti a far cadere una delle loro giunte ancor prima di un rinvio a giudizio?
Interrogativi che troveranno presto una risposta e se dovesse andar male Pizzarotti ha già pronta un’opzione tutta sua, ritornare “cittadino”, o meglio, contadino.
Come anticipato ieri da Huffpost e confermato dal sindaco stesso se la sua avventura politica dovesse finire sta pensando di aprire una fattoria con la moglie, lontano dalle polemiche, da regole “ad personam”, da quella “totale mancanza di rispetto che non mi merito. Che Parma non si merita”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile
LUNGHE ORE DI PRESSING DEGLI ORTODOSSI E DELLA COMUNICAZIONE CHE SI INVENTANO UN PROVVEDIMENTO NON PREVISTO DALLO STATUTO
L’Epurazione, perchè tale è nella sostanza, per ritrovare l’equilibrio politico. L’Epurazione come valium per il placare il nervosismo interno.
Perchè da ieri, da quando è esploso il caso Pizzarotti, Beppe Grillo è stato subissato di mail, telefonate. Anche dei parlamentari, anzi soprattutto dei parlamentari alla Morra, i falchi, puri, ortodossi in nome dell’“abbiamo sempre detto che ci si dimette per un avviso di garanzia”.
Lo diceva anche Luigi Di Maio, nuovo leader e aspirante candidato premier.
Sulla rete rimbalza la sua intervista a alla Stampa in cui invoca le dimissioni anche di fronte a un avviso di garanzia per abuso d’ufficio, per non parlare della richiesta di dimissioni ad Alfano, quando esce la notizia che è indagato — per abuso d’ufficio — per il trasferimento del prefetto di Enna.
C’è questo fuoco sotto la cenere del caso Pizzarotti.
La richiesta (da parte dei parlamentari) di un incontro con Grillo. “Non la reggiamo, così non la reggiamo” ripetevano i comunicatori pentastellati. “Non possiamo assumere una posizione poco chiara”.
Per un giorno hanno provato a imbastire una linea per uscire dal fuoco di fila del Pd. E per trovare una coerenza tra la copertura dei sindaci indagati e mesi in cui, sugli avversari politici, qualunque reato — tanto abuso d’ufficio, tanto concorso esterno, senza distinzione — è stato caricato come una condanna preventiva, buona per proteste, sfiducie parlamentari, campagne o manganellate mediatiche.
Attività molto redditizia in termini di consenso. E allora: vale la pena scaricare questa Santa Barbara giustizialista in nome della difesa di Pizzarotti?
Già Nogarin è stato difficile da reggere, però andava fatto perchè “ortodosso”. Pizzarotti no, è l’eretico anche con una certa consistenza di consenso.
Con lui i rapporti sono inesistenti da mesi, almeno dallo scorso autunno, di reciproca insofferenza, da “nemici”. Sono di allora gli ultimi contatti. Poi, il gelo.
Nasce da qui la “svolta”, con la decisione di “sospendere” Piazzarotti, maturata nei contatti tra Milano e Genova.
Attenzione, Grillo spiega che non per l’avviso di garanzia viene “sospeso” Piazzarotti ma perchè non ha rispettato il codice della trasparenza, rifiutandosi di mandare i documenti giudiziari richiesti dai vertici del Movimento.
Peraltro dopo aver tenuto per sè il segreto di essere indagato, questo sì a differenza del ligio Nogarin che la notizia l’ha diramata per primo.
Una norma, non presente nello statuto, ad personam che consente a Nogarin di rimanere in sella e di condannare Pizzarotti.
Ad personam, perchè nello statuto non è prevista l’istituto della “sospensione” nè per un avviso di garanzia nè per trasparenza, virtù della quale non brilla neanche il candidato sindaco di Roma Virginia Raggi, che ha omesso di rendere noto il suo praticantato da Previti.
Chi ha la memoria più robusta non può non notare che la sospensione rappresenta un unicum nel mondo pentastellato.
Prima funzionava che Casaleggio decideva l’espulsione, che poi veniva ratificata dal mitico web. Stavolta, via web, è stata direttamente consegnata la sentenza senza avviso preventivo.
E non è sbagliato, parlando con fonti informate, dire che — in fondo — il Direttorio non aspettava altro per liquidare Pizzarotti, vissuto come un fastidioso corpo estraneo nel Movimento.
A monte della scelta c’è una convinzione granitica. E cioè che, nell’elettorato dei 5Stelle, sarebbe stato difficile spiegare il perchè un avviso di garanzia non porta alle dimissioni, non la cacciata di fatto.
E in parecchi ricordano i precedenti: “Dopo le espulsioni non abbiamo mai perso voti, anzi”. Insomma, come diceva Giuseppe Stalin, “il Partito, epurandosi, si rafforza”.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile
IL MURO DEL PIANTO: GLI ELETTORI CINQUESTELLE DIVISI TRA CHI E’ D’ACCORDO E CHI NON CONDIVIDE LA DECISIONE DI GRILLO
Sulla sospensione di Federico Pizzarotti decisa dai 5Stelle, la Rete non è compatta. Commenta, giudica,
litiga sul blog del fondatore, e si divide. E gli utenti danno un primo colpo al Movimento che ora rischia di implodere dall’interno.
Il post si intitola “Pizzarotti sospeso dal MoVimento 5 Stelle: la trasparenza è il primo dovere” e tra i tag all’articolo, le parole abuso d’ufficio, avviso di garanzia, M5S, MoVimento 5 Stelle, nomine, Parma, Pizzarotti, Teatro Regio.
E’ l’annuncio della punizione del sindaco M5S di Parma, ‘colpevole’ per il Movimento di mancanza di trasparenza sull’avviso di garanzia ricevuto tre mesi fa e reso pubblico solo ieri.
Ma i commenti aperti agli utenti aumentano ogni minuto.
“Non sono a conoscenza dei fatti, premetto. Però questa sospensione ‘suona’ male” scrive un utente.
Alle 16 sono già un centinaio, di cui uno su 3 è contrario alla decisione. “Quello di Grillo è un comportamento sbagliato (userei anche parole piຠforti) che sembra del tutto pretestuoso per togliersi dalle scatole una voce critica (ma tante volte a ragione)”, aggiunge Massimo B.
“Grillo ma perchè in prossimità delle elezioni non ti fai i cavolacci tuoi e vai due mesi a bora bora e lasci fare ad altri? Ma sempre bordelli 1 mese prima di votare? Lo fai apposta? Io sono stufo.. seguo.. faccio donazioni.. litigo tutti i giorni per difendere un idea e te rovini tutto con un click?” dice chiaro Fabrizio, che si firma anche come “sostenitore stremato”.
E un altro chiede: “La sospensione di Pizzarotti chi l’ha decisa? La Rete?”
“Quando si tocca il fondo si può sempre scavare, caro Movimento. Pizzarotti è l’unica cosa discreta che avete prodotto da che esistete, e ovviamente non potevate sopportarlo” protesta un attivista 5 Stelle.
E un altro aggiunge: “Non vedevate l’ora… con questa decisione vi siete scavati la fossa per sempre. Amen”.
E ancora: “Sinceramente la scusa che lui lo sapeva prima di voi mi sembra una scusa grossa come una casa, non è per niente credibile, sarebbe stato meglio aspettare le elezioni del 5 giugno e poi eventualmente sospenderlo”.
Ma c’è chi condivide e anzi chiede il pugno duro anche contro l’altro sindaco indagato, quello di Livorno, Filippo Nogarin. “Io sospenderei anche l’altro, a dire il vero. Non possiamo arretrare di un millimetro sulla questione morale, o avranno vinto i vecchi partiti” attacca un attivista. E un altro concorda: “Sì, ora tocca al sindaco di Livorno essere sospeso e all’ assessore. Prima di tutto la coerenza”.
Katia Riccardi
(da “La Repubblica”)
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Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile
“NON MANDO DOCUMENTI A MAIL ANONIMA, COMPORTAMENTO NON ADEGUATO PER UNA FORZA DI GOVERNO”… SOLIDARIETA’ DAL SINDACO DI POMEZIA
Federico Pizzarotti è stato sospeso dal Movimento 5 stelle perchè “solo ieri si è avuto notizia a mezzo stampa dell’avviso di garanzia ricevuto, ma il sindaco ne era al corrente da mesi. Gli abbiamo chiesto i documenti e non ce li ha mai inviati: la trasparenza è il primo dovere”.
L’annuncio è comparso sul blog di Beppe Grillo e arriva dopo mesi di tensioni tra il sindaco di Parma e i vertici grillini.
Lui ha replicato su Facebook pubblicando lo scambio di mail delle scorse ore con lo staff in cui si rifiutava di rispondere per mail e chiedeva di essere chiamato direttamente “dal responsabile enti locali Luigi Di Maio“.
Solo ieri è uscita la notizia pubblicata dalla Gazzetta di Parma sull’iscrizione nel registro degli indagati del primo cittadino per la vicende delle nomine del Teatro Regio.
La procura ha confermato che Pizzarotti era stato informato nella seconda metà di febbraio. Il direttorio e lo staff hanno invece scoperto la faccenda leggendo i giornali e questa situazione aveva aumentato i malumori tra le parti che da mesi non si parlano. “Non ci rispondono al telefono da autunno, come potevamo fare a dirglielo?”, avevano commentato da Parma.
“Io non ho detto ‘non do i documenti’”, si è difeso Pizzarotti in una conferenza stampa in comune, “ho detto allo staff, venite qui e qualificatevi. Li abbiamo cercati per mesi e siamo disponibili a pubblicare i centinaia di messaggi in cui li cerchiamo. Io mi aspetto scuse e chiarimenti da parte del direttorio”.
E ha poi accusato il direttorio e i vertici M5s: “Non mi sembra un comportamento adeguato per una forza di governo. Ho perso la fiducia in alcune persone del Movimento, ma non nei principi che lo hanno ispirato”.
Il primo cittadino ha anche accusato direttamente Di Maio: “Io penso che una responsabilità ce l’abbia. Non ha mai voluto fissare nemmeno un appuntamento”.
La sospensione dal Movimento è già stata utilizzata una volta per l’ex consigliere regionale dell’Emilia Andrea De Franceschi, dopo l’indagine della Corte dei conti su due contratti: il “portavoce” si appellò al Tar, vinse e venne reintegrato nel Movimento (salvo essere poi espulso dopo la condanna dei giudici contabili in un altro filone d’indagine).
La decisione di sospendere Pizzarotti è un modo per prendere tempo: se accetta in silenzio la decisione e viene poi archiviata la sua posizione, si può valutare un passo indietro. Ma i rapporti sembrano ormai talmente logorati che è impossibile tornare indietro.
La difesa del sindaco M5s di Pomezia
Il primo a prendere le difese di Pizzarotti è stato il sindaco grillino di Pomezia Fabio Fucci: “Sapete cosa è successo?”, ha scritto su Facebook. “Anche io ho ricevuto un avviso di garanzia ma è già tutto archiviato. Chissà come mai nessuno ne ha parlato prima. Pensate che disastro se mi fossi dimesso per un avviso di garanzia basato su accuse inconsistenti e reati inesistenti”.
E poi ha concluso: “Noi sindaci del Movimento siamo sindaci di frontiera ci vuole coraggio ad amministrare città che il Pd ed altri hanno devastato. A noi del Movimento 5 Stelle spetta il compito di risollevare le città dalle macerie. Sapete qual è il bello? Che ci riusciamo. Un abbraccio a Federico Pizzarotti e Filippo Nogarin sindaco di Livorno. Conosco le difficoltà che affrontate quotidianamente ed apprezzo i risultati che state conseguendo”, conclude il primo cittadino”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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