Destra di Popolo.net

LA SINDACA DI QUARTO NON MOLLA LA POLTRONA, NONOSTANTE LE PRESSIONI DEI VERTICI CINQUESTELLE

Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile

“NON ME NE VADO” IN UN VIDEO FB RIVOLTO PIU’ A GRILLO CHE AI SUOI CONCITTADINI

La sindaca di Quarto, il comune al centro del caso politico-giudiziario che scuote il Movimento dedica la sua domenica alla registrazione di un video postato su Facebook per inviare un messaggio sia interno che esterno.
Ribadisce che i voti della camorra le fanno “schifo”, avverte che le “infiltrazioni potranno sempre esserci”, e poi cita la capogruppo in Regione Valeria Ciarambino, ricordando che a Quarto i Cinque Stelle hanno preso “5 mila voti” e quindi, evidentemente, nessuno si azzardi a sporcare anche quelli.
Ma il vero destinatario del suo messaggio sembra essere il vertice nazionale del Movimento, sempre più imbarazzato per la vicenda che vede indagato per voto di scambio inquinato e tentata estorsione uno dei suoi ex consiglieri, Giovanni De Robbio, che stando all’inchiesta del pm Henry John Woodcock e dell’aggiunto Giuseppe Borrelli della Procura antimafia di Napoli, aveva stretto un patto con la famiglia degli imprenditori Cesarano, ritenuti vicini al clan Polverino.
Benchè la Capuozzo risulti parte lesa nel tentato ricatto,   resta la circostanza che la Capuozzo non ha mai denunciato quelle pressioni, oltre al pasticcio di abusi edilizi sulla casa in cui il primo cittadino vive con il marito.
Uno scenario di fronte al quale i big del Movimento avevano progressivamente maturato l’idea di un passo indietro.
I leader in queste ore non avevano escluso, nelle riservate riunioni, di chiedere al primo cittadino un passo indietro. Tanto che ufficialmente ieri il vicepresidente dei pentastellati alla Camera, Michele Dell’Orco, in risposta a Saviano, aveva scritto ieri che “le dimissioni non sono mai state scartate”.
La sindaca Capuozzo aveva nelle ultime ore lasciato cadere tutte le richieste di intervista, avendo ritenuto più efficace un monologo.
Come lei stessa scrive, in alto, a introduzione del video “chiarificatore”. Senza domande. Anzi, “senza filtri   e senza travisazioni”   (forse intendendo travisamenti del suo pensiero).

(da agenzie)

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QUARTO, QUELLE CHAT CHE IMBARAZZANO IL SINDACO

Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile

L’AFFONDO DI SAVIANO: “LA SINDACA DEVE DIMETTERSI”… DALL’APPALTO SULL’ACQUA ALLO STADIO TOLTO ALLA SQUADRA ANTI-RACKET

La sindaca cede alla tensione e piange, il paese è in preda a un generale disorientamento, e mentre a Quarto in tanti hanno paura di parlare e raccontare, la prefettura di Napoli comincia dal commissariamento dell’appalto sull’acqua .
È il primo atto formale con cui il Viminale, attraverso il Palazzo di governo, torna ufficialmente a mettere le mani sul comune flegreo, al centro del caso politico-giudiziario che arroventa ai massimi vertici lo scontro tra pentastellati e Pd, e soprattutto scuote i leader Cinque Stelle, costringendoli a confrontarsi per la prima volta con lo spettro del voto inquinato da interessi criminali.
Tutto, alla vigilia delle amministrative più difficili nei capoluoghi italiani.
E lo scrittore Roberto Saviano via Twitter lancia il suo affondo: “Deve dimettersi. Se non lo fa il M5S aggiungerà  una blackstar al suo simbolo”.
Veleni e misteri.
Serpeggiano conflitti e attacchi dentro e fuori la casa comunale di Quarto. La giunta perde pezzi in poco tempo. Un assessore, Raffaella Iovine, si dimette il 15, per «divergenze». Il 31, va via l’assessore al Bilancio Umberto Masullo. Poi, ancora, lascia un consigliere comunale, Ferdinando Manzo, sulla cui scelta girano le interpretazioni più disparate: l’uomo, un bidello, per potersi insediare in consiglio aveva saldato un debito di 7mila euro di tasse comunali, un esborso su cui si favoleggia ma lui si trincera dietro una nota in cui parla solo di “ragioni familiari”. Defezioni, ma anche aspri conflitti.
Come la storia raccontata in un esposto dal consigliere (già  candidato sindaco) ed avvocato Luigi Rossi, entrato in possesso di conversazioni su Messenger tra la Capuozzo ed una testa calda dell’antagonismo locale, in cui si parlava di “spaventare” politicamente il legale per la sua opposizione.
E mostra quegli screen-shot, sono   le fotografie della corrispondenza sui social. Poi deflagrata in un consiglio comunale carico di tensione, in cui il sindaco si scusò per le infelici espressioni usate.
Rossi allarga le braccia: «A prescindere dalle singole ed eventuali responsabilità  penali, è evidente che non vi sono più le condizioni per governare serenamente con forte danneggiamento del paese e dei cittadini. Il sindaco, a maggior ragione se estranea ad ogni vicenda come ella sostiene (non senza contraddizioni), rimetta il mandato ricevuto. Il suo attaccamento alla poltrona finisce col rovinare definitivamente la città »
L’appalto da bloccare.
Il prefetto di Napoli Gerarda Pantalone ha appena avviato, su parere favorevole espresso dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, la procedura per sospendere quella gestione del servizio idrico che era finita anche sotto la lente dei senatori Rosaria Capacchione (Pd) e Giuseppe De Cristofaro (Sel) in una recente interrogazione.
Al centro della vicenda, l’interdittiva antimafia che aveva colpito la Fradel, società  di una Ati che s’era aggiudicata la manutenzione straordinaria della gestione acqua e fognature.
Uno stop che però, nonostante fosse stato ribadito dalla sentenza del Consiglio di Stato datata aprile 2015, non verrà  recepito dall’amministrazione di Rosa Capuozzo che si insedia a giugno nel comune flegreo: salvo procedere, solo il 22 dicembre scorso, con una delibera di giunta, ad una precipitosa quanto irrituale sostituzione della “Fradel” con un’altra impresa, la “Edil sud”, che appartiene alla stessa compagine, visto che entrambe sono consociate di Finconsorzio, ed è guidata dallo stesso amministratore, ovvero Guglielmo Del Prete.
Già  il 29 dicembre scorso, è Cantone a scrivere al prefetto di Napoli chiedendo come si intenda procedere con quell’appalto di Quarto che continua ad essere gestito da una società  che ha ormai perso ogni battaglia legale contro l’interdittiva.
Passa qualche giorno per i dovuti accertamenti e il prefetto, dopo rituale contatto con il sindaco Capuozzo che proponeva anche un’ulteriore sostituzione dell’azienda, si confronta con il presidente Cantone e decide per il commissariamento.
“La Prefettura è sempre stata attenta, sta lavorando e continuerà  a lavorare. Altro non posso dire”, le uniche parole del prefetto. Mentre dall’Anac arriva una nota che ribadisce il suo assenso all’adozione di tale procedura e assicura ai cittadini di Quarto che «tale misura consentirà  la prosecuzione del servizio, da considerarsi essenziale per la tutela della salute pubblica».
Quello stadio tolto alla squadra antiracket.  
Sullo sfondo, va avanti e macina altri elementi l’inchiesta del pm Henry John Woodcock coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli: sotto accusa, per voto di scambio aggravato dalla finalità  mafiosa e per tentata estorsione, c’è l’ex consigliere 5 Stelle e recordman di preferenze Giovanni De Robbio (ma sono coinvolti anche l’imprenditore delle pompe funebri Alfonso Cesarano, ritenuto vicino al clan Polverino, Mario Ferro e Giulio Intemerato).
Si indaga in particolare anche sui rapporti tra Cesarano e De Robbio: il primo avrebbe garantito il sostegno elettorale in cambio dell’affidamento da parte del Comune dello stadio Giarrusso.
E’ l’impianto sportivo che, prima dell’insediamento della giunta Capuozzo, era gestito dalla Nuova Quarto Calcio per la legalità , la società  sequestrata a un altro imprenditore accusato di collusioni con il clan Polverino, e trasformata in club antiracket, su impulso del pm antimafia Antonello Ardituro, oggi al Consiglio superiore della Magistratura.
La giunta Capuozzo ha lasciato comunque al Comune, e quindi al pubblico,   la gestione del campo: tuttavia, senza il rinnovo della convenzione, quella squadra nata sull’onda di una simbolica svolta, non si è più potuta iscrivere al campionato.
E quell’esperienza – che aveva rappresentato una nuova stagione dopo il blitz antimafia che ha portato alla condanna, tra gli altri, dell’ex consigliere di Fi e coordinatore azzurro Armando Chiaro – si è spenta.
Il silenzio opaco della sindaca.
La prima cittadina Capuozzo risulta parte lesa nell’inchiesta della Procura antimafia, ma politicamente silente di fronte ad inquietanti atteggiamenti di ricatto del collega di partito. Per tre volte, De Robbio le si sarebbe avvicinato per tenerla sotto pressione con la vicenda dell’abuso edilizio — “Tu hai un problema” , le dice, facendole addirittura sapere che le foto che attestano quella violazione sono custodite in cassaforte dal suo amico.
Un abuso che riguarda proprio la casa in cui il sindaco vive con suo marito: un vecchio sottotetto che chiudeva la tipografia, in un piccolo edificio fronte strada, diventato una moderna abitazione.
Ma Quarto, si sa è il regno dei sottotetti che diventano mega mansarde, appartamenti confortevoli. Ve ne sono a migliaia.
La Capuozzo, sentita una prima volta dal pm il 21 dicembre, minimizza quegli atteggiamenti di De Robbio.
Non sente con imbarazzo la circostanza di non aver scritto una relazione, lei che da ufficiale di pubblica sicurezza , pure sarebbe stata tenuta a segnalare la vicenda della pressione.
Poi, però, il 22 dicembre, risentita la magistrato, cominci aa vedere nell’atteggiamento di De Robbio un significato minaccioso. Dice addirittura che lui aveva interessi sul “Puc, il piano urbanistico territoriale” e che ci   “sono interessi enormi”   sul Piano.
Ma passano ancora sette giorni e nella conferenza stampa di fine anno, a Quarto, è di nuovo una Rosa Capuozzo leggera e ottimista quella che riconduce l’atteggiamento di De Robbio a condotta non esecrabile. Ma intanto le perquisizioni del 23 dicembre hanno di fatto portato alla pubblicazione delle intercettazioni in cui l’imprenditore vicino alla camorra dice che “bisogna portare anche le vecchie di 80 anni a votare per i 5 Stelle”.
Il caso voto inquinato colpisce al cuore l’immagine dei pentastellati. Quarto diventa epicentro di una cruenta battaglia politica tra Grillo e Pd.
La commissione d’accesso.
Sotto la spinta della bufera politica, si fa più probabile l’invio di una commissione di accesso da parte della Prefettura , che potrebbe ovviamente arrivare solo dopo l’invio di atti formali da parte della Procura di Napoli.
Ma su questo fronte, è rigoroso il monito del procuratore capo Giovanni Colangelo. Interpellato da Repubblica, l’alto magistrato si limita a precisare: «Sarebbe prematura oggi ogni considerazione sull’invio di nostri atti in Prefettura. Le attività  di questa inchiesta su Quarto sono in pieno svolgimento, siamo alle prime battute anche se abbiamo già  solide ipotesi di reato, abbiamo bisogno di andare avanti e quindi è presto per parlare di eventuali ricadute sulla pubblica amministrazione. Quando avremmo tutti gli elementi, e gli atti saranno ostensibili, valuteremo ovviamente se inviarli per eventuali conclusioni di competenza del Ministero degli Interni».
Parole che sono doverosi argini al dilagare di tensioni, contrapposizione politica.

Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)

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CAMORRA A QUARTO, GRILLO NON SI IMMOLA PER LA CAPUOZZO E RAGIONA DI DIMISSIONI

Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile

IL TIMORE PER LE ALTRE CARTE DI WOODCOCK

La chiave è nel post scritto da Beppe Grillo, sul far della sera. Dove il sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, non è neanche nominata.
Nè viene investita di un messaggio di fiducia del tipo “vai avanti”, “il Movimento scommette sulla correttezza del sindaco”.
Al netto di qualche bordata al Pd e di un’articolazione del messaggio in modo meno goffo rispetto al giorno precedente, la notizia non è ciò è scritto ma ciò che non è scritto (la copertura politica del sindaco).
E significa, spiegano dalle parti della Casaleggio associati, che le “dimissioni” del sindaco di Quarto Rosa Capuozzo il primo punto all’ordine del giorno delle ormai frenetiche sedute del direttorio grillino, convocato praticamente in modo permanente.
Un primo approfondimento del caso si è svolto giovedì a Milano, poi venerdì.
Il ragionamento sulle dimissioni è tutt’uno con una data, l’11 gennaio, ovvero lunedì prossimo, quando si terrà  il Riesame sull’inchiesta napoletana di Woodcock e si annunciano sviluppi clamorosi: “Se c’è un ricatto — dice una fonte pentastellata di rango — c’è anche una ricattata. Nel caso di un sindaco se c’è un ricatto c’è una concussa”.
Ecco, la grande paura che aleggia nelle riunioni del direttorio pentastellato: che a quel punto la fragile e poco convinta difesa approntata in questi giorni, basata sulla rivendicazione dell’espulsione del presunto mediatore con la camorra, possa non reggere più.
Gli scricchiolii sono già  evidenti in questo venerdì nero dei grillini: le lacrime della Capuozzo, le urla “onestà , onestà ” nel corso del consiglio comunale, le inchieste giornalistiche che raccontano di un cedimento sulla legalità  della giunta pentastellata.
Proprio il sindaco, il suo atteggiamento emotivo è un problema nel problema, perchè la Capuozzo non vuole mollare.
Ma la domanda è: quanto può durare? Il timore, all’interno del direttivo, è che il sindaco sarà  travolta e che, se non fa un passo indietro prima, possa essere infangata l’immagine del movimento.
Ci sono parecchie intercettazioni di De Robbio, nelle carte dell’inchiesta, che secondo gli inquirenti non solo aveva stretto un patto con Alfonso Cesarano, imprenditore legato ai clan e titolare dell’impresa di pompe funebri che aveva curato i funerali dei Casamonica. La vicenda di De Robbio non si è chiusa con l’espulsione, perchè proprio i suoi rapporti col sindaco potrebbero portare agli sviluppi clamorosi.
In questo senso: perchè solo il 22 dicembre il sindaco decide di denunciare le minacce subite da De Robbio e non al primo tentativo di ricatto?
Il mister preferenze che per mesi ha avuto il ruolo di king maker sugli appalti era protetto da qualcuno in alto tra i Cinque stelle o semplicemente il sindaco lo subiva? E quali possono essere le mosse della procura davanti a un verbale del sindaco che dice: “È evidente che De Robbio facendomi vedere la casa di mio marito (con evidente abuso edilizio, ndr) intendeva controllarmi”.
Adesso immaginatevi la scena che nel direttorio è stata ipotizzata con un brivido lungo la schiena: il primo sindaco a Cinque Stelle in Campania, che vive in una casa con abusi edilizi non denuncia uno che nelle carte dell’inchiesta è accusato di avere rapporti coi clan, perchè si sente ricattata.
Casa dove, tra l’altro, il marito al piano terra ha una tipografia che lavora col comune amministrato dalla moglie.
Se il sindaco fosse stato del Pd o di Forza Italia le urla di Grillo si sarebbero già  sentite a Quarto.
In parecchi pensano che, avanti così, il Comune campano rischia di diventare una Waterloo pentastellata, perchè ormai è chiaro che — con gli elementi emersi — questa storia finirà  con l’insediamento di una commissione di accesso e lo scioglimento del comune.
La linea maggioritaria è quella che, giovedì, ha illustrato Nicola Morra, influente senatore e di fatto un “sesto aggiunto” di un direttivo composto solo da deputati: “A Quarto come altrove non abbiamo poltrone da difendere, aziende partecipati o appalti ai quali rimanere aggrappati. Questa è la differenza tra noi e i partiti. E quando necessario siamo disposti ben volentieri a ridare la parola ai cittadini”.
Sindaco permettendo, perchè al momento la Capuozzo non ha alcuna intenzione di mollare.

(da “Huffingtonpost”)

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A QUARTO M5S CAMBIA L’AZIENDA NON L’ODORE DELLA CAMORRA: CROLLA OGNI DIFESA, IL COMUNE VA SCIOLTO

Gennaio 8th, 2016 Riccardo Fucile

LA SINDACO COSTRETTA A REVOCARE L’APPALTO A IMPRESA INTERDETTA DALL’ANTIMAFIA, MA POI LO AFFIDA A UN’ALTRA DELLA STESSA COSTELLAZIONE E CON LO STESSO MANAGER

L’ombra dei rapporti con la camorra avvolge gli atti dell’amministrazione dei Cinque Stelle a Quarto prima che a dicembre esploda l’inchiesta di Woodcock.
Ed è legata, nel Comune di Quarto sciolto per mafia due volte negli ultimi vent’anni, al grosso business dell’amministrazione straordinaria dell’acquedotto e della fognatura.
La notizia non è (solo) che il sindaco dei Cinque Stelle Rosa Capuozzo ha fatto lavorare una impresa su cui pendeva un’interdittiva antimafia.
Ma, c’è dell’altro: quando è stata costretta a risolvere il contratto, la Capuozzo ha affidato la prosecuzione dei lavori a un’altra impresa che apparteneva alla stessa costellazione della precedente, come emerge dalle carte che l’HuffPost pubblica.
E allora occorre ripercorrere dall’inizio i vari passaggi di questa storia, per la quale la richiesta di scioglimento del Comune è praticamente obbligata.
La vicenda riguarda una gara per la manutenzione straordinaria dell’acquedotto e della fognatura, aggiudicata per tre anni dall’Ati che vede come capogruppo la Fradel Costruzioni, per un importo di circa due milioni e settecentomila euro.
La società  in questione, con sede a Quarto, risulta essere destinataria di misura di prevenzione antimafia, disposta dalla prefettura di Napoli, poi sospesa dal Tar, ma ancora su sub judice al momento del conferimento dei lavori, perchè l’avvocatura di Stato aveva presentato ricorso.
Ricorso che l’avvocatura di Stato vince, con sentenza depositata il 28 settembre.
È un documento cruciale la sentenza del Consiglio di Stato che l’HuffPost pubblica integralmente, perchè ripristina l’interdittiva antimafia che gravava contro la Fradel, ritenendo fondati gli accertamenti “compiuti dai diversi organi di polizia e oggetto di valutazione da parte del prefetto”.
Il Comune di Quarto, una volta notificata la sentenza, avrebbe dovuto bloccare subito l’appalto della Fradel.
E invece il sindaco e la giunta a Cinque Stelle ignorano la sentenza.
Solo quando, a seguito di una interrogazione parlamentare della senatrice del Pd (e giornalista anticamorra) Rosaria Capacchione anche l’Autorità  anticorruzione di Cantone chiede informazioni al prefetto di Napoli sulla Fradel, solo a quel punto il sindaco affronta la questione.
E l’affronta in modo irregolare e ugualmente opaco sul terreno della legalità .
Con una delibera di giunta del 22 dicembre — quasi tre mesi dopo la sentenza del Consiglio di Stato – si “procede alla risoluzione contrattuale con la Fradel prendendo atto della subentrante Edil Sud”.
L’irregolarità  riguarda la delibera di giunta (e non del consiglio) e la formula della “presa d’atto” nel passaggio di consegne da una impresa all’altra.
L’opacità  riguarda l’affidamento alla Edil Sud. Perchè ammesso che il sindaco non ha sentito il dovere di fare delle verifiche sulla trasparenza dell’azienda, era tutto già  scritto nella sentenza del Consiglio di Stato che aveva ripristinato l’interdittiva antimafia sulla Fradel.
C’era scritto che la Edil Sud faceva parte della stessa costellazione di imprese della Fradel.
Un legame così stretto quello tra la Fradel e la Edil Sud che le due imprese avevano lo stesso amministratore delegato: “La Fradel — è scritto nella sentenza — è consociata di Finconsorzio, con sede in Roma, unitamente a Edil Sud 75, il cui amministratore è sempre Guglielmo Del Prete”.
Del Prete è una figura centrale, l’amministratore i cui figli “sono imputati in un procedimento penale per favoreggiamento, associazione a delinquere, ricettazione e riciclaggio”, perchè è il regista dell’intera costellazione di imprese: “Le cointeressenze aziendali — si legge nella sentenza — inerenti alla gestione delle varie compagini societarie, segnatamente la Tecno Bridge s.c.a.r.l., General Costruzini s.r.l., G.M. Group s.c.a.r.l., Edil Sud 75 s.c.a.r.l., oltre che Fiderconsorzio, tutte riconducibili all’amministratore Guglielmo Del Prete, sono elementi che vanno colti nel loro insieme e non singolarmente”.
Dunque, il business dell’acquedotto, per responsabilità  del sindaco pentastellato, non esce dall’intreccio societario che ruota attorno alla Fradel.
I Cinque stelle in questi giorni si difendono ricordando che furono loro a espellere, il 14 dicembre, Giovanni De Robbio il consigliere comunale più votato finito nell’inchiesta sul presunto scambio con i clan.
Proprio in quei giorni però la giunta ribadisce una continuità  sul business dell’acquedotto ignorando di fatto un’interdittiva antimafia.

(da “Huffingtonpost“)

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GRIDANO “ONESTÀ” IN FACCIA AI 5 STELLE: CAOS A QUARTO IN CONSIGLIO COMUNALE

Gennaio 8th, 2016 Riccardo Fucile

DEVE INTERVENIRE LA POLIZIA, LA SINDACA CAPUOZZO IN LACRIME

E la sindaca scoppiò a piangere. “Se state strumentalizzando questa questione della lotta alla camorra per un fatto politico vi dovreste vergognare. La lotta alla camorra è un dovere morale per tutti” .
Così Rosa Capuozzo, sindaca di Quarto, chiude la mattinata in consiglio comunale con un brevissimo intervento che le strappa anche le lacrime.
Seduta del Consiglio comunale a Quarto sospesa (e poi ripresa) nel comune flegreo, sotto i riflettori nazionali dopo la pubblicazione delle intercettazioni dalle quali emerge che alle comunali del giugno scorso un clan camorrista locale avrebbe sostenuto il candidato pentastellato Rosa Capuozzo (poi eletta sindaco).
Gli esponenti del Pd   vengono accompagnati fuori dall’aula da vigili e carabinieri e un presidio Pd all’esterno con cartelli: “Vergogna, Capuozzo dimettiti”.
Il presidio.
Comincia   alle 9,30 a Quarto, cittadina flegrea, il presidio organizzato dal Pd, davanti alla sede della sala consiliare del Comune, per chiedere le dimissioni della sindaca. Presente, tra gli altri, l’europarlamentare Pina Picierno e i deputati Leonardo Impegno e   Rosaria Capacchione, oltre agli esponenti locali oltre il mancato sindaco Francesco Dinacci. Nel piazzale oltre 200 persone.
Inizia il consiglio comunale.
Alle 10,30 si apre la seduta, la sindaca è presente. Appena iniziata la seduta un gruppo di manifestanti del Pd entra in aula esponendo dei cartelli con la scritta: “Dimissioni, vergogna”.
Il presidente del consiglio, Lorenzo Paparone, chiede di rimuovere i cartelli e dalle fila del Pd parte una protesta ad altra voce.
Protagonista soprattutto il leader dei giovani democratici Marco Sarracino: “Fate un casino incredibile in Parlamento, adesso chiedete a noi moderazione? E basta, adesso ci divertiamo noi”.
Dal pubblico un battibecco. Alcuni militanti Cinque Stelle rimbeccano Sarracino sostenendo: “Da noi la camorra è entrata, ma poi è subito uscita”. Mentrre Paparone a sua volta risponde: “Lei vuole divertirsi, io voglio solo lavorare”.
Bagarre e urla.
Alle 12.30 nuova bagarre in consiglio e urla: “Dimissioni. Dimissioni”.   I cinque consiglieri di minoranza (liste civiche) hanno chiesto un Consiglio straordinario per dibattere degli ultimi fatti che hanno coinvolto la giunta grillina con l’inchiesta della magistratura per tentata estorsione alla sindaca e voto di scambio da parte del consigliere de Robbio.
Ma la maggioranza ha appena votato una eccezione, proposta dal capogruppo Cinque Stelle Nicolais,   per non far passare la mozione. Il Pd, presente negli spazi riservati al pubblico, protesta violentemente.
Intervengono le forze di polizia.
Ore 13 le tensioni si concludono con l’espulsione dall’aula di esponenti Pd, seduti nel pubblico, con i vigili urbani e anche alcuni carabinieri impegnati nell’operazione. Violenta la reazione del Pd all’esterno con il giovane Sarracino che lamenta: “Tacciano me, invece di andarsene loro”.
E la Picierno denuncia: “Sono indignata. Cose mai viste neanche nella prima Repubblica. È incredibile   che caccino un ragazzo, chiedendogli anche i documenti, da una seduta convocata come seduta aperta” Il consiglio riprende.
Dopo la bagarre la maggioranza si è riunita e alle 14 il consiglio è ripreso e il presidente Paparone ha riaperto la discussione sulla eccezione consentendo l’espressione delle dichiarazioni di voto.
L’intervento della sindaca.   Alle 14,30 prende la parola Rosa Capuozzo con un brevissimo intervento che le strappa anche le lacrime, mentre la sua maggioranza le riserva un caloroso applauso.
Nel suo intervento il sindaco ribadisce che   “la questione è già  stata affrontata quindici giorni fa. Se infiltrazione c’è stata è perchè il territorio è difficile e ci hanno provato, ma hanno trovato in noi un muro. I cittadini lo sanno e ci appoggiano. E non c’è niente di cui rallegrarsi. Ci dovrebbero invece sostenere in questa lotta alla camorra perchè questa lotta non ha colore politico”. Alla fine del suo intervento ha un lieve malore, ma poi conclude la seduta.

(da “La Repubblica”)

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SU QUARTO GRILLO PERDE IL MITO DELLA PUREZZA: REAZIONE DA VECCHIA POLITICA

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

DI BATTISTA E GRILLO COME GHEDINI: INVECE CHE AMMETTERE LE COLPE GRIDANO ALLA MACCHINA DEL FANGO

La reazione (dei Cinque stelle) colpisce quasi più del fatto, ovvero l’inchiesta sul sostegno elettorale dei clan ai Cinque stelle nel comune di Quarto.
Colpisce la reazione di Alessandro Di Battista, di solito esuberante e fantasioso, che invece, in questo caso, come faceva l’avvocato Ghedini o la Santanchè o un qualunque azzeccarbugli chiamato a difendere qualche malefatta di Berlusconi, si scaglia contro la “macchina del fango”.
E colpisce soprattutto Grillo, che pare aver perso la verve di un tempo forse perchè più concentrato sul fatturato del suo prossimo spettacolo – ha pure tolto il nome dal simbolo del movimento per spenderlo solo a fini commerciali – che sugli scandali politici che riguardano il suo movimento.
Nel suo tardivo post su Quarto Grillo evita di rispondere a tutte le domande sollevate in questi giorni dalla stampa. Nel farsi domande e risposte da solo ricorda che l’ex consigliere De Robbio – il “mediatore” coi clan secondo gli inquirenti – è stato espulso e, soprattutto, dice che il “sindaco non è indagato”.
Dunque, in un’autointervista che diventa autoassoluzione, conclude: “La camorra non condiziona il M5S di Quarto”. Discorso chiuso, insomma. Reazione che, anche in questo caso, colpisce più del fatto. Perchè Grillo reagisce – nè più nè meno – come tutti quelli di cui chiedeva le dimissioni, trincerandosi dietro il “non è indagato”. Neanche la Boschi è indagata e si è autoassolta in Aula evitando di rispondere alle domande su questioni che tutt’ora andrebbero chiarite.
Domando: si può dire che un caso è chiuso solo perchè uno non è indagato oppure è segno di una disarmante subalternità  politica e culturale e di una grande debolezza della politica?
Perchè la responsabilità  politica viene prima di quella giudiziaria, come ben sa chi – proprio in relazione alla Campania – ha detto (e il sottoscritto è tra quelli) che le liste di De Luca erano zeppe di impresentabili e non serviva aspettare la magistratura per dire che chi le aveva riempite aveva una responsabilità  politica enorme.
A Quarto, il Movimento Cinque stelle ha una responsabilità  politica enorme. Ed è legata a tre questioni su cui i vertici locali e nazionali non rispondono, esattamente come fece la Boschi su Banca Etruria, e in perfetta sintonia con lo spirito di questi tempi per cui o ci si arrocca rifiutando di rispondere o si urla “dimettiti, dimettiti” ma si evita la prassi democratica di spiegare, chiarire, confrontarsi.
E le tre questioni riguardano l’operato della giunta prima che l’inchiesta esplodesse e prima che il presunto mediatore coi clan venisse espulso: su piano urbanistico, rete idrica e stadio si è verificato un evidente cedimento sul terreno della legalità , a partire dal fatto che il sindaco se ne fotte dei pronunciamenti dell’Antimafia sugli abusi edilizi, forse perchè vive lei stessa in una casa abusiva e dove al piano terra c’è la tipografia del marito che lavora per il Comune da lei amministrato.
Dunque è su questo che andrebbe detto qualcosa ora che un’inchiesta metterebbe in luce che, a monte, ci sono pacchetti di voti che i clan hanno dato ai Cinque stelle, in una delle zone più infiltrate del Mezzogiorno.
Ora di fronte questo quadro inquietante ti saresti aspettato, da parte di chi ha sempre sbandierato la sua orgogliosa diversità  rispetto al sistema dei partiti, una reazione, appunto, diversa e nuova (rispetto a quella dei partiti).
Per la serie: è vero, abbiamo commesso degli errori, siamo i primi ad ammetterlo e, proprio perchè siamo diversi, vogliamo porvi rimedio, magari andando subito a votare. Invece no: difesa a spada tratta dell’indifendibile e sindrome dell’assedio. Una roba vecchia, vista a ogni scandalo, che indica qualcosa di più profondo.
E cioè che Quarto è, per i Cinque stelle, il disvelamento della verità , il momento in cui si squarcia il velo di Maya: la scoperta di essere uguali agli altri, la fine dell’illusione della diversità .
A Pomezia è intervenuta l’anticorruzione di Cantone, a Quarto c’è un’inchiesta sul voto di scambio. È la politica: quando i partiti hanno milioni di voti, aumentano i rischi. Anzi, più vinci più aumentano.
Il problema sono gli anticorpi. E, nel caso dei Cinque stelle, il caso Quarto vuole dire anche un’altra cosa: l’inadeguatezza del web come strumento di selezione delle classi dirigenti, di filtro e anche come strumento di discussione democratica.
Funzioni queste che avevano i partiti di una volta, quando funzionavano, più che quelli di oggi.
Quando Roberto Saviano mi concesse l’intervista in cui accusava (giustamente) De Luca di avere Gomorra nelle liste, in un passaggio che mi colpì molto disse: “L’elettore meridionale medio non ne vuole sapere di un politico nuovo che magari ha progetti e idee. Vuole il vecchio che gli garantisca il posto di lavoro, il posto alla nonna all’ospedale, la mensa, l’asilo, quello che ti dà  di volta in volta il favore, in cambio del voto. Quindi l’elettorato non si fida del nuovo e preferisce il vecchio che vede come garanzia”.
A Quarto ha vinto il vecchio, dove il vecchio è il presunto voto dei clan ai Cinque stelle e il cedimento sul terreno della legalità  del sindaco Rosa Capuozzo.
Nel sud accade spesso. La reazione (dei Cinque stelle) però colpisce più del fatto. Anche in questo caso vince il vecchio.

(da “Huffingtonpost”)

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CASO QUARTO : TRE PUNTI OPACHI SU CUI M5S TACE

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

L’OMBRA DEI CLAN SU ABUSI EDILIZI, RETE IDRICA E STADIO… ECCO PERCHE’ IL M5S DEVE PREOCCUPARSI: IN CAMPANIA SONO COME GLI ALTRI PARTITI

L’ombra di Gomorra non risparmia nessuno. Nemmeno i Cinque stelle.
Occorre partire dall’inizio per raccontare il clamoroso default pentastellato sulla legalità  a Quarto, il feudo di Luigi Di Maio e di Roberto Fico, unico comune della Campania amministrato dal partito di Grillo.
Perchè l’inchiesta del pm John Henry Woodcook sui rapporti tra politica e clan, da cui emerge il voto organizzato della camorra verso i Cinque stelle, è solo l’ultimo, deflagrante, capitolo di un romanzo opaco di cui è protagonista l’amministrazione di Rosa Capuozzo, il sindaco che festeggiò il suo storico successo con Di Maio e Fico la sera dalle elezioni.
Rosaria Capacchione, protagonista di una battaglia per la legalità  in Campania sin da quando faceva la giornalista, dice: “Ho visto sciogliere comuni per molto meno”.
Prima che esplodesse l’inchiesta i segnali di cedimento sul terreno della legalità  sono già  rumorosi.
A partire da quando la Capuozzo, appena eletta sindaco, revoca la proposta preliminare del piano urbanistico comunale presentata dalla commissione straordinaria antimafia.
La commissione è quella intervenuta dopo lo scioglimento. O meglio dopo il secondo scioglimento.
Perchè Quarto è un Comune che nell’ultimo ventennio è stato sciolto due volte per infiltrazioni camorristiche: nel 1993 e poi nel 2013. Proprio il condizionamento delle scelte urbanistiche è l’oggetto dell’indagine della Direzione Distrettuale antimafia di Napoli sulle attività  criminali del clan Polverino-Nuvoletta: “A Quarto — spiega Rosaria Capacchione, che sulla questione ha presentato immediatamente un’interrogazione parlamentare – non si è mai fatto un piano regolatore e, in questo quadro, la criminalità  organizzata ha perpetrato forme di condizionamento degli amministratori stessi ad opera della potente organizzazione camorristica facente capo al noto Lorenzo Nuvoletta, uno dei tre camorristi che fanno capo alla cupola di Cosa Nostra. Per questo Quarto si è sviluppato con un’altissima percentuale di abusivismo edilizio e con la compromissione della rete idrica comunale a causa degli allacciamenti di frodo”.
Il primo atto politico dei Cinque stelle, appena conquistato il governo della città , è dunque far saltare le disposizioni della commissione antimafia.
Alfonso Cesarano, l’imprenditore sospettato nelle carte di Woodcoock di essere colluso con la camorra, parlando al telefono fa capire tutto dello scambio politico-mafioso: “L’assessore glielo diamo noi. E lui ci deve dare quello che noi abbiamo detto che ci deve dare. Ha preso accordi con noi, Dopo, così come lo abbiamo fatto salire, lo facciamo cadere”.
Il riferimento è a Giovanni De Robbio, l’uomo del presunto accordo con la camorra, espulso dai Cinque Stelle solo quando l’inchiesta è entrata nel vivo.
De Robbio è indagato per tentata estorsione ai danni del sindaco e per voto di scambio.
La domanda, che all’HuffPost affida Rosaria Capacchione, nasce quasi spontanea: “Mi chiedo: ma un sindaco minacciato deve o non deve denunciare? O è meglio aspettare che la procura toga le castagne dal fuoco? Da quel che si legge negli atti dell’inchiesta su Quarto, la sindaca ha raccontato l’intera storia ai carabinieri, che l’avevano convocata, il 21 e il 22 dicembre; le ripetute intimidazioni del suo collega di Movimento sono molto precedenti. Senza convocazione cosa sarebbe accaduto?”
E la domanda porta a ripercorrere, ancora, i mesi precedenti all’inchiesta, all’insegna del cedimento dell’amministrazione sul terreno della legalità .
La questione dell’annullamento dei dispositivi dell’antimafia sull’abusivismo edilizio è tutt’uno con l’altro terreno di opacità , quello della rete idrica comunale.
A giugno i lavori per la rete idrica sono affidati alla Fradel, una ditta che aveva una interdittiva antimafia sospesa dal Tar ma ancora sub judice perchè l’avvocatura di Stato aveva presentato ricorso.
Ebbene, l’avvocatura di Stato vince il ricorso con sentenza depositata il 29 settembre, ma la ditta ha continuato a lavorare finchè la Capacchione e altri parlamentari non hanno depositato una nuova interrogazione parlamentare, l’interrogazione: “Chiedo al ministro dell’Interno Alfano — si legge nel testo – di accertare la veridicità  dei fatti e di approfondire se il comune di Quarto abbia rescisso il contratto con la ditta Fradel o se sia stato disposto il commissariamento dello stesso contratto”.
Abusivismo edilizio, rete idrica. Tasselli di un mosaico che le intercettazioni dell’inchiesta sul voto inquinato sembrano spiegare nel loro insieme.
Casarano, l’imprenditore legato al clan dei Polverino, a telefono dà  indicazioni di voto: “Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant’anni. Si devono portare là  sopra e devono mettere la X sul movimento Cinque stelle”.
Una volta al governo la Capuozzo, dopo appalti a rete idrica, mette mano anche allo stadio. E revoca la convenzione del campo di calcio comunale alla società  sportiva “Nuova Quarto Calcio per la legalità ” diventata negli ultimi anni simbolo della lotta anticamorra e per questo destinataria di atti intimidatori.
La gestione del campo viene affidata a Quartograd, una associazione locale molto discussa.
“Per molto meno si sono sciolti altri comuni per mafia” ripete Rosaria Capacchione.
E per molto meno, quando riguardava gli altri, Grillo avrebbe scritto post al vetriolo. O organizzato manifestazioni, urlando all’inquinamento del voto, contro un sindaco che cede all’abusivismo edilizio, anche perchè è stato denunciato per abuso edilizio, in merito alla casa in cui vice di proprietà  del marito.
Nervosi, imbarazzati, i Cinque stelle pensavano di aver risolto tutto con l’espulsione di De Robbio, ma la voragine è più profonda perchè l’intero sistema locale appare marcio e non solo qualche mela.
I Cinque stelle in Campania non sono diversi dagli altri partiti e il loro sindaco simbolo sembra un bignami di tutti i vizi della politica tradizionale.
Nel palazzo del presunto abuso edilizio al piano terra c’è la tipografia del marito di Rosa Capuozzo.
È tuttora fornitrice del comune di Quarto, amministrato dalla moglie.

(da “Huffingtonpost”)

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PARMA, I GUAI DEL RETTORE A CINQUESTELLE

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

LORIS BORGHI E’ ACCUSATO DI AVERE FAVORITO LA CONVIVENTE NELLA RISTRUTTURAZIONE DEI DIPARTIMENTI DI MEDICINA

Guai in vista per il Magnifico rettore dell’università  di Parma, Loris Borghi, in carica da due anni. Un esposto mandato ai Nas dei carabinieri e poi girato alla Guardia di finanza contesta a Borghi la nomina della convivente Tiziana Meschi alla guida di due strutture create tra il febbraio e l’aprile del 2014: l’unità  operativa complessa di medicina interna e lungodegenza critica e il dipartimento geriatrico-riabilitativo dell’Azienda ospedaliera universitaria di Parma.
Gli incarichi sono stati assegnati dall’allora direttore dell’azienda ospedaliera universitaria Leonida Grisendi, d’intesa con il rettore.
Su disposizione della Procura della repubblica la finanza sta anche indagando per abuso d’ufficio sul concorso che ha consentito a Meschi, entrata in università  come ricercatrice nel novembre 2000, di passare da ricercatore a professore associato di medicina interna.
La procedura è stata bandita dal rettore Borghi nel giugno del 2014, dopo che Meschi aveva ricevuto gli incarichi per l’unità  operativa complessa e per il dipartimento assistenziale integrato (Dai).
Oltre alla Procura della repubblica, una relazione sulla vicenda è stata girata all’Anac, l’autorità  anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone.
Nonostante il materiale raccolto dagli investigatori, i due interessati smentiscono la convivenza. «È un attacco politico», dice Borghi. «I miei rapporti con la professoressa Meschi sono di stima reciproca e di frequentazione professionale assidua. È stata una delle mie allievie il direttore generale mi ha proposto di riorganizzare i dipartimenti e io ho suggerito di ridurli da 11 a 5. La cosa ha suscitato numerose proteste. Sono stato eletto rettore nel 2013 quando ero responsabile dell’unità  di lungodegenza critica. Quando sono entrato in servizio, in novembre, ho ritenuto necessario lasciare la direzione della struttura. Meschi lavorava fin dall’inizio nella struttura. Aveva fatto un percorso adeguato e ho proposto il suo nome».
«Certo che sono in rapporti col rettore», commenta Meschi. «Lo conosco da 30 anni e non ricordo un giorno in cui non l’ho visto. Ma si tratta di rapporti esclusivamente professionali».
Va ricordato che nel codice di comportamento dei dipendenti pubblici emanato nell’aprile del 2013, si prevedono norme restrittive sul conflitto di interessi e si vieta ai dipendenti pubblici di “partecipare all’adozione di decisioni o ad attività  che possano coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, oppure di persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale”.
Gli stessi principi sono stati recepiti dal piano triennale anticorruzione 2015-2017 applicato dal rettore all’ateneo parmense e all’azienda sanitaria ospedaliera.
Borghi, nato il 15 febbraio 1949, è diventato ordinario nel 2000, sul finire del rettorato del costituzionalista Nicola Occhiocupo, passato all’Antitrust.
La politica lo ha sempre attirato fin da quando, da giovane iscritto al Pci, è stato consigliere comunale per dieci anni (1970-1980) di Castelnuovo Monti, comune di 10 mila abitanti in provincia di Reggio Emilia.
Grazie alla sua capacità , nel 2005 Borghi viene eletto preside della Facoltà  di Medicina. Passano altri due anni e tenta la via del rettorato contro Gino Ferretti, che occupa la carica da sette anni. Ferretti ha la meglio e resterà  in carica fino al 2013 quando non è più eleggibile. Borghi riesce a ripresentarsi per il rotto della cuffia. Solo pochi mesi lo rendono candidabile prima che scatti il limite pensionistico, proiettato sul termine dei sei anni. Questa volta vince.
È l’11 giugno 2013. L’insediamento ufficiale avviene circa cinque mesi dopo, il primo novembre.
Politicamente ha il sostegno dell’ala più istituzionale del Pd, quella travolta alle elezioni comunali del 2012.
Ma Borghi si dichiara in buoni rapporti anche con il vincitore di quel voto, il sindaco grillino Federico Pizzarotti, che negli anni è diventato sempre più eretico rispetto ai Cinque stelle e sempre più sostenuto proprio dai democrat.
Dall’università  Pizzarotti ha ingaggiato l’assessore al bilancio Marco Ferretti, che è entrato in giunta a luglio del 2013.
«Qui a Parma è già  iniziata la campagna elettorale», aggiunge Borghi. «Vengo attaccato perchè mi considerano vicino al sindaco del M5S. Ma io ho solo voluto aiutare la città , non una parte politica»
Appena dopo l’elezione il neo Magnifico mette subito mano alla riorganizzazione della facoltà  di medicina utilizzando i poteri molto ampi che la riforma Gelmini ha dato ai rettori.
Ed è così che nel giro di pochi mesi Meschi diventa una delle figure di punta dell’azienda ospedaliera, a rischio di creare qualche malumore. L’ascesa della ricercatrice, nata nel 1960, non è l’unico motivo di critica all’operato del rettore.
La fronda interna ai dipartimenti sottolinea i metodi spicci di Borghi, il cui braccio destro è il prorettore con delega all’edilizia Carlo Quintelli, architetto autore del “mostro di via Kennedy”, come a Parma chiamano il cubo di cemento color senape costruito nel popolare quartiere dell’Oltretorrente a ridosso dell’Ospedale vecchio e destinato a ospitare le nuove aule della facoltà  di economia.
Al pugno di ferro nella gestione interna si unisce una grande attività  di tipo social, dalle lauree honoris causa assegnate al regista parmense Bernardo Bertolucci e all’imprenditore torinese Giovanni Ferrero, presente il ministro dell’istruzione Stefania Giannini, alla lectio magistralis dell’ex sottosegretario berlusconiano Mario Pescante o di Luca Barilla, esponente di spicco dell’industria locale.
L’affare Borghi-Meschi arriva pochi giorni dopo l’inchiesta della procura parmense, anche questa per abuso d’ufficio, sulle nomine al Teatro Regio.
Il catalogo della mala amministrazione nella città  di Maria Luigia d’Austria, già  piuttosto corposo, non smette di allungarsi.

Silvia Casanova e Gianfrancesco Turano
(da “L’Espresso”)

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CASO QUARTO: IMBARAZZO M5S E NESSUNO CI METTE LA FACCIA

Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile

I GRILLINI SI DIFENDONO DALLE ACCUSE, MA NON METTONO LA MANO SUL FUOCO SUL LORO SINDACO

Sembra una difesa d’ufficio più attenta al contrattacco che a fare muro a protezione del sindaco di Quarto. Sindaco che, nel comunicato del Movimento 5 Stelle, non viene neanche nominato.
Sarà  lei, Rosa Capuozzo, interpellata dall’Ansa, a dire che dalle intercettazione pubblicate “emerge solo una visione distorta dei fatti”.
Per tutto il giorno i telefonini squillano ma nessuno risponde.
Ai parlamentari 5 Stelle e al Direttorio pentastellato è stato detto di non parlare con i giornalisti. Sono ore convulse e di tormenti.
Si studia una strategia per uscire dall’imbarazzo dopo la pubblicazione di alcune telefonate in cui Alfonso Cesarano, imprenditore legato al clan camorrista dei Polverino, dà  indicazioni per appoggiare al ballottaggio, nel giugno scorso, il candidato sindaco dei 5Stelle a Quarto.
I grillini, che hanno sempre avuto il primato della purezza e che hanno fatto dell’onestà  il loro distintivo, sono rimasti colpiti o perlomeno scossi da questa indagine.
Bisognerà  infatti aspettare le sette di sera per leggere la nota ufficiale, affidata alle agenzie di stampa, in cui il Movimento scrive: “A Quarto, il M5S ha espulso De Robbio prima ancora che fosse indagato ed oggi è parte lesa”.
Giovanni De Robbio — scrive La Stampa — è la ‘pecora nera’ dei Cinque Stelle, l’uomo del presunto patto inconfessabile con la camorra “ed è stato cacciato quando ormai l’inchiesta del pm John Henry Woodcook cominciava ad essere stringente”.
Tempistica a parte, il comunicato firmato genericamente dal Movimento 5 Stelle, non chiarisce i dettagli della vicenda.
Vicenda in cui nessuno dei pentastellati ci mette la faccia, eppure quattro dei cinque componenti del Direttorio (Di Maio, Fico, Ruocco e Sibilia) sono campani.
La nota si dedica principalmente (a parte una riga) ad attaccare Forza Italia e il Partito democratico. Quest’ultimo, in particolare, per tutto il pomeriggio, ha incalzato i grillini. Da Luigi Zanda (“Il silenzio di Fico e Di Maio è gravissimo”) a Stefano Esposito (“Rosa Capuozzo venga in commissione Antimafia”).
Così i 5 Stelle, dopo aver appreso del fuoco incrociato contro di loro, hanno deciso di intervenire passando al contrattacco: “Fa francamente ridere che sia il Pd a ergersi a cattedra morale della politica, un partito che con la mafia ci è andato a braccetto finora, che è persino stato in grado di sostenere un condannato come De Luca alla presidenza della Regione Campania in una lista-ammucchiata sostenuta da Ciriaco De Mita. Fa ridere sì, che sia il Pd, che oggi ha fatto della questione morale una reliquia, ad avanzare lezioni di trasparenza nei confronti dell’unica forza politica onesta e pulita, qual è il M5S”.
Intanto sul web circolano con insistenza, sono quasi virali, le foto e i video che ritraggono Luigi Di Maio e Roberto Fico mentre festeggiano e abbracciano Rosa Capuozzo la sera della vittoria elettorale a Quarto.
Ma per lei, in suo difesa, nessuno fino ad ora ha speso una parola.
L’unico ad aver risposto al telefono è Carlo Sibilia intorno alle sei del pomeriggio: “Su questa vicenda conviene sentire Fico o Di Maio, ma credo che oggi nessuno risponderà . Sono giorni di festa”.
Un’ora dopo, invece, viene pubblicato il comunicato. Ce ne è per tutti i partiti.
Viene attaccato anche il commissario del Pd romano Matteo Orfini “colpevole non solo di aver trascinato Roma nel fosso, ma soprattutto di aver difeso fino all’ultimo l’ex presidente Pd di Ostia Andrea Tassone nonostante, come lui stesso dichiarò, avesse avuto contezza ben prima della magistratura dei suoi legami con i clan mafiosi del litorale. Dal 91 ad oggi – prosegue il Movimento 5 Stelle – circa un centinaio di Comuni, se non di più, sotto l’amministrazione di centrosinistra sono stati sciolti e commissariati per infiltrazioni mafiose ed hanno anche il coraggio di parlare, di dispensare lezioni di democrazia”.
“La verità  — concludono i 5 Stelle – è che sono decenni che la mafia prova a infiltrarsi nella politica e quando ha incontrato Forza Italia e il Pd ci ha fatto affari, piazzando anche i suoi uomini in Parlamento. Quando ha provato ad avvicinarsi al M5S è stata messa alla porta. Questa è la grande differenza tra una forza di cittadini onesti e puliti come il 5 Stelle e la vecchia classe politica: noi camminiamo a testa alta, loro dovrebbero avere almeno la decenza di restare in silenzio”.
Conclusa la vicenda di Gela con l’espulsione del sindaco Messinese, adesso i 5 Stelle devono fare i conti con questa inchiesta nelle mani del pm Woodcock e nei prossimi giorni si attendono nuovi sviluppi.

(da “Huffingtonpost”)

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