Dicembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO IL CAOS RIFIUTI I GRILLINI RISCHIANO LA CRISI: 17 VOTI CONTRO 16
A meno di una settimana dall’inizio dell’emergenza rifiuti a Livorno si vedono i primi effetti politici.
Tre consiglieri comunali sono stati sospesi dal MoVimento 5 Stelle, con il risultato che la maggioranza del sindaco Filippo Nogarin traballa. Giuseppe Grillotti, Alessandro Mazzacca e Sandra Pecoretti infatti, come riportato da il Tirreno, hanno ricevuto dallo staff di Beppe Grillo una lettera che comunica loro la sospensione con effetto immediato. Hanno 10 giorni di tempo per difendersi dalle accuse e rischiano l’esplusione.
I tre sono “colpevoli” di aver votato contro l’atto di indirizzo della giunta livornese sul concordato preventivo per Aamps, l’azienda comunale che si occupa della raccolta dei rifiuti e ha chiuso il bilancio del 2014 con i conti in rosso di 21 milioni di euro.
La richiesta è poi passata lo stesso, anche se il consiglio comunale ha chiesto al sindaco di aprire un dialogo con i rappresentanti dell’azienda e dell’indotto.
Lunedì 30 novembre, durante il consiglio comunale interamente dedicato alla questione, Grillotti ha detto: “Questa giunta è da cancellare, da azzerare”.
Quattro giorni dopo è arrivata la resa dei conti. Se non si riuscirà a ricomporre la frattura si potrebbe creare un problema politico per la giunta: senza i tre voti dei dissidenti, infatti, la maggioranza avrà a disposizione 17 voti contro i 16 delle opposizioni. E i rimanenti tre anni e mezzo di mandato di Nogarin diventerebbero molto complicati.
La Pecoretti ha pubblicato sul suo profilo Facebook la comunicazione ricevuta dallo staff di Grillo.
“Lei ha violato in modo grave, ripetuto e sostanziale gli obblighi assunti all’atto di accettazione della candidatura — si legge in un passaggio — e i principi fondamentali di comportamento degli eletti del Movimento 5 Stelle, tentando di boicottare l’attività politico istituzionale del Sindaco e della Giunta, in contrasto con la maggioranza del gruppo consiliare del M5S”.
(da agenzie)
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Dicembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
“SE QUALCUNO VUOL FAR DIVENTARE IL MOVIMENTO UN PARTITO VERTICISTICO TROVERA’ OSTACOLI”
“A Bologna si è deciso di non rispettare le nostre regole. Semplici, democratiche, condivise. Questo ha aperto una ferita che resta scoperta e sta creando problemi. Forse ci sono ancora i tempi per rimediare: fare un passo indetto e consultare gli attivisti”.
A riaprire la polemica sulle candidature in casa 5 Stelle stavolta è l’eurodeputato Marco Affronte, ex collaboratore di Andrea Defranceschi in Regione. Da Bruxelles, il riminese Affronte attacca di petto la “svolta bolognese”, ovvero il metodo scelto da Massimo Bugani e Marco Piazza per correre alle amministrative 2016: niente primarie nè per il candidato, nè per la lista.
Un metodo legittimato anche dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio ieri a Imola per un’iniziativa contro l’ampliamento della discarica: “Bugani è il candidato naturale del Movimento. Queste persone avrebbero dovuto farsi avanti prima”.
Ma i 90 attivisti che hanno firmato una lettera aperta allo staff, in cui chiedono primarie e più trasparenza sulla lista, incassano anche il sostegno della deputata Elisa Bulgarelli.
“Se qualcuno in corso d’opera intende cambiare direzione e fare diventare i 5 Stelle un partito verticistico troverà in me un immenso ostacolo. Perchè non solo non me ne vado da nessuna parte, ma ho intenzione di far rimanere il Movimento quello che abbiamo raccontato e promesso per anni”.
Tra i firmatari della petizione ci sono anche diversi consiglieri comunali 5 Stelle della provincia, ma finora al loro fianco non era sceso nessun big del Movimento. L’eurodeputato Afrfonte è il primo, a prendere esplicitamente le parti dei ribelli.
“Io mi auguro che si rispetti sempre il nostro metodo del voto aperto agli iscritti del Comune interessato, per una scelta libera fra più candidati e una composizione della lista in base alle preferenze. Solo così potremmo continuare a distinguerci dai Partiti. Per quel che mi riguarda sono certo che a Rimini si possa votare in tal senso: niente autocandidature tramite giornali, niente scorciatoie, niente delfini. Si vota e basta”.
Il suo appello, prende le mosse da un ragionamento più ampio sul futuro del Movimento, e sulle sue prospettive: “Il metodo con il quale scegliamo e sceglieremo i nostri candidati sindaco non è per nulla secondario”.
A Roma, prosegue Affronte, “niente liste bloccate, niente investiture dall’alto, niente candidati unici”. Quindi arriva l’attacco su Bologna: “Per ora abbiamo assistito alla scelta di tre candidati sindaco delle città principali con tre metodi diversi. In un caso con un voto ‘tradizionale’ cartaceo, in uno con un’assemblea e un candidato unico, in un terzo con l’investitura dall’alto. Sono sconcertato: che messaggio trasmettiamo così?”.
Una domanda alla quale dovrà rispondere Alessandro Di Battista, la cui presenza è annunciata domani pomeriggio in via Ugo Bassi, ai banchetti per la raccolta firme per Bugani sindaco.
Caterina Giusberti
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
A ROMA E’ FORTE, MA TEME LA VITTORIA…. A TORINO PUO’ FARE MALE AL PD… LA MUTAZIONE LO HA GIA RESO UN PARTITO?
Per il Movimento cinque stelle il voto nelle grandi città sarà cruciale. 
In una stagione che li vede in forte crescita, ma anche subire una mutazione genetica che li allontana sempre più dalle promesse originarie.
Sulla restituzione dei soldi, per esempio; o sul metodo di selezione dei candidati: dal principio del voto online sempre e comunque si è passati a un iper-pragmatismo elastico che cambia da città a città (proprio come il detestato Pd).
Molto più un partito, molto meno un movimento partecipato dal basso.
E sullo sfondo, la scalata dei giovani rottamatori a Casaleggio, ultimo argine rimasto a difesa di alcune delle vecchie regole.
TORINO
Contrariamente a quello che si sente dire nel mondo del Pd a Torino, il Movimento cinque stelle non si squilibrerà a sinistra, durante questa campagna elettorale torinese. La strategia è semmai provare ad affondare anche nel voto di centrodestra.
La candidata Chiara Appendino, laureata in economia aziendale alla Bocconi (con Tito Boeri), manager d’azienda, consigliera comunale che Fassino ribattezzò Giovanna d’Arco, parte da un radicamento molto forte (i sondaggi parlano di un 25 per cento), punta molto sulla riqualificazione delle periferie, sullo stop ai cantieri (che in città non è malvisto anche da settori della borghesia), sul taglio di 5 milioni di sprechi, da convogliare su un fondo per favorire l’inserimento dei giovani nelle piccole imprese.
La partita si gioca tutta sull’eventualità che Fassino non riesca a vincere al primo turno. Appendino, oltre che militante storica, è molto sostenuta dai parlamentari piemontesi – kingmaker Laura Castelli – e dalla base, che l’ha indicata senza che esistessero di fatto altre opzioni. E come per acclamazione (col malumore di Vittorio Bertola)
Per «riaprire i giochi» sarà fondamentale vedere il risultato della lista di Sinistra, guidata da Giorgio Airaudo.
A Torino i rapporti tra Sinistra e Pd non sono più buoni – lo testimoniano vicende come lo sgombero della pacifica occupazione della caserma di via Asti, o il fatto che molti democratici sostengono che esista già un accordo tra M5S e Airaudo, per sostenersi in caso di ballotaggio, in chiave anti-Pd (come successo a Venaria, dove così ha vinto un sindaco del Movimento).
La realtà è che non c’è nessun accordo, e nessun patto. Anche se a Torino i rapporti tra Movimento e Sinistra non sono critici come altrove (per esempio a Roma).
Il terreno comune c’è stato (per dire, la battaglia sul Tav). Ma mentre Airaudo punterà al voto deluso dal Pd, lo slogan di Appendino apre anche all’elettorato moderato: «L’alternativa è Chiara», dice lo slogan, per una città «solidale, sicura, sana». Sinistra e mondo dell’ambientalismo; ma anche elettorato di centrodestra.
ROMA
A Roma, come spesso capita, il caos è totale, da tutti i punti di vista. Il candidato ancora non c’è, fino a oggi è ancora possibile presentare la propria candidatura, l’unico requisito è essere incensurati e iscritti al Movimento.
Sulla carta i due più in corsa sarebbero i consiglieri Marcello De Vito, che però già in passato Grillo aveva definito, in colloqui riservati, «deboluccio», e Virginia Raggi, una giovane avvocata, bel viso, eloquio moderato, che piace di più a Casaleggio e probabilmente avrebbe una capacità di seduzione maggiore sull’elettorato. Entrambi sono considerati politicamente nell’orbita di Roberta Lombardi, che a Roma storicamente ha sempre imposto (o cercato di imporre) la sua legge a un Movimento romano molto girato a destra (anche con ombre non da poco, per esempio a Ostia). Le cose però potrebbero essere più complicate.
Il M5S a Roma è dato da tutti gli istituti di ricerca sopra il 30 per cento, con chance serissime di correre per vincere.
Ma negli indici di popolarità l’unico suo leader con alta popolarità è Alessandro Di Battista; però la regola del Movimento è ferrea: chi ricopre un altro incarico elettivo non può candidarsi.
Senonchè nessuno, nè a Milano e neanche nel direttorio, è particolarmente convinto della forza dei due consiglieri romani, dunque, seguiteci, la questione va posta in un altro modo: il Movimento vuole davvero vincere a Roma?
O ha come deciso che vincere sarebbe una iattura, la sua fine, in vista delle politiche che arriveranno dopo due anni (o un anno)?
La risposta è  controversa. Casaleggio sa che Roma è una grana, e può essere una vittoria di brevissimo respiro, che toglierebbe il M5S dalla rendita di posizione di una comodissima opposizione.
Lo sanno anche i giovani rottamatori, anche se Di Battista sbandiera che «da Roma posiamo partire per governare l’Italia».
Nei giorni scorsi ha anche accettato un invito di Micromega, con Stefano Rodotà (Stefano Fassina aveva detto, ricorderete, che loro in un secondo turno potrebbero votare M5S). Ma poi aveva anche accettato un invito opposto e incongruente dall’economista no euro Bagnai.
MILANO
Milano è la città  in cui sulla carta il Movimento cinque stelle ha la partita più chiusa: anche nel 2013 del boom, la Lombardia ebbe il risultato (relativamente) più basso (il 18 per cento), anche se Milano può avere delle dinamiche impreviste perchè in passato il mondo arancione della primavera-Pisapia ha avuto delle zone di tangenza con l’elettorato del Movimento. E quell’elettorato potrebbe essere deluso dalla mancata ricandidatura di Pisapia.
Partendo sfavorito, il M5S non ha nulla da perdere e a Milano considera «tutto buono quello che arriverà ». Ma ci sono vari problemi.
Uno. La candidata appare (eufemismo) dotata di meno appeal di quella torinese: Patrizia Bedori è una cinquantenne, ex direttrice commerciale in aziende di arredamento, non appare un crac elettorale (molti avrebbero preferito il freschissimo Mattia Calise), e la sua elezione è avvenuta senza voto online (ps: in ogni città , in queste amministrative, il Movimento fa una cosa diversa; è dunque totalmente saltato il metodo, eppure il Movimento diceva di essere «dei principi e dei metodi»).
Ci sono state primarie assolutamente classiche, con otto candidati, e alla fine poco più di 250 votanti: la Bedori ha vinto con appena 74 voti, anche se lei, con involontaria autoironia, commentò «sono voti di qualità ».
Punta molto sull’avversità alla logica-Expo, e sulla valorizzazione dell’anima ambientalista: la prima iniziativa elettorale sarà , l’8 dicembre, ripiantare 571 alberi in una città soffocata.
Basterà Casaleggio avrebbe preferito una consultazione sul web, ma poi non ha forzato la mano un po’ perchè non esistevano fortissime alternative e un po’ perchè l’opzione di aprire alla «società civile» è stata alla fine scartata, perchè in grado di creare un ulteriore caos che nessuno voleva, con tutti i guai già esistenti in giro.
Persino Dario Fo ha detto «voterò per loro, ma anche loro…».
Infine, dulcis in fundo, è di ieri l’altro una rivolta della base, che contesta la validità stessa delle «primarie» e chiede di rifarle.
Naturalmente non succederà , ma grande è il caos di questa situazione milanese.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Dicembre 3rd, 2015 Riccardo Fucile
LISTA PER LE COMUNALI ANCORA TOP SECRET
Non si è presentato, e ha lasciato il suo vice a gestire la rabbia dell’assemblea come un apprendista stregone.
Massimo Bugani non si è fatto vedere, ieri sera, all’incontro con la fronda 5 Stelle, che chiede primarie per il candidato sindaco e trasparenza sulla lista.
Alle domande degli attivisti, spiega il vice Marco Piazza, risponderanno Luigi di Maio e Alessandro Di Battista: si caleranno in città venerdì e domenica, per chiudere il caso Bologna, ancora una volta dall’alto.
Dopo aver archiviato le primarie dai riflettori di 8 e mezzo (“il caso è chiuso”), il contestato candidato sindaco dei 5 Stelle a Bologna ieri ha disertato l’incontro al circolo Mazzini, al quale aveva invitato i dissidenti.
“Saremo lì, pronti a rispondere a qualsiasi domanda”, annunciava mercoledì la pagina del Movimento 5 Stelle di Bologna su Facebook.
Così, buona parte degli ormai 90 firmatari (erano 75 solo due giorni fa) della petizione contro di lui e la sua “lista di nominati”, si sono presentati. Sala stipata, non soltanto attivisti, ma anche consiglieri di tutta la provincia (“rappresentiamo qualcuno, dei cittadini ci hanno votato”).
Le domande sono quelle della petizione: “Chi ha deciso il candidato sindaco?”, “Chi sono le persone che avete messo in lista?”
Marco Gherardi del Porto le fa al microfono: “Come farò io a puntare il dito contro il Pd chiedendogli di non fare le liste dall’alto se cominciamo noi a farlo? Se deroghiamo alle regole diventiamo un partito. Vi prenderete una grande responsabilità “.
Piazza spiega com’è nata l’idea di candidarsi, e di farlo con una lista blindata.
“Lo staff ci chiese di correre prima dell’estate. Abbiamo deciso di accettare ma a una condizione: sceglierci la squadra”.
E la partecipazione? Il controllo dal basso? “Abbiamo chiesto proprio perchè non eravamo sicuri che fosse una procedura corretta. Ci hanno detto di sì. Capisco che sia meno bello e coinvolgente ma dobbiamo scegliere persone sulle quali contare”.
Usa metafore musicali: “Un progetto è come uno spartito, se vuoi governare devi poter scegliere gli strumenti”.
La sala rumoreggia, i dissidenti protestano.
I nomi di Favia e Defranceschi circolano come cattivi esempi da non ripetere, a questo serve il controllo sui nomi. Ma se il Movimento ha superato la fase del: “chi vuole candidasi metta il dito qui sotto”, come lo battezza lo stesso Piazza, il passaggio successivo non tutti i lo condividono. Il consigliere comunale di San Giorgio di Piano, Giorgio Paglieri si sgola: “Ma per voi è normale che ci sia un candidato non votato da nessuno con una lista segreta?”
Un professore universitario si alza in piedi stralunato, ha scelto il giorno sbagliato: “Mi chiamo Demetrio Casile sono un professore delle Belle Arti, me ne vado con una grande amarezza e non vi voterò più”.
Dopo più di due ore di interventi, la lista per le amministrative resta top secret.
“Alcuni candidati ci hanno chiesto riservatezza”, si giustifica Piazza. Ne ha anche per la stampa “con la bava alla bocca” che se ne andrà “delusa per il poco sangue”.
Scatta l’isteria collettiva, sul finale qualcuno alza la voce, un paio di attivisti si innervosiscono e vengono separati. Davanti intanto si cerca di ricomporre, di parlare di programma: salute, ambiente, trasporti, economia.
Sugli articoli 4 e 7 del Non statuto (quelli che obbligano alla condivisione delle scelte attraverso la rete) Piazza non si esprime, rimanda al blog (“vi ha già risposto con il post repetita iuvant”). Invita a fare la stessa domanda ai leader del direttorio che sfileranno sotto le Due Torri i prossimi giorni. “Di Maio sarà venerdì a Imola, Di Battista domenica ai banchetti di via Ugo Bassi”.
I dissidenti se ne vanno preoccupati: “Ma il Movimento non eravamo noi?”. “Davvero vogliono farci diventare un partito, a Roma?”.
Caterina Giusberti
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA DELLA BASE: RACCOLTA FIRME PER IL VOTO TRA I MILITANTI… CONTESTATA LA CANDIDATURA DALL’ALTO DI BUGANI
Una lettera aperta con 75 firme di iscritti e militanti per chiedere una consultazione che elegga il
candidato sindaco di Bologna per il Movimento 5 stelle.
Peccato che il candidato ci sia già ed è il consigliere comunale e fedelissimo di Beppe Grillo, Massimo Bugani.
Una decisione unilaterale, senza nessuna consultazione, che è stata ufficializzata sul blog di Grillo il 18 novembre.
A mettere in discussione la candidatura di Bugani è Lorenzo Andraghetti, classe 1987, ex collaboratore del deputato Paolo Bernini, già consigliere di quartiere e candidato sia alle Parlamentarie del 2013 sia alle selezioni per le Europee.
Andraghetti ha manifestato la volontà di candidarsi per aprire le primarie 5 Stelle a Bologna, che altrimenti non ci sarebbero state per mancanza di candidature alternative a quella del consigliere comunale bolognese.
Molto duro l’attacco di Andraghetti a Bugani: “Con un Bugani eletto nel 2011 con 38 voti – ha detto – è facile pensare che oggi possa perdere. I suoi consensi non possono che essere calati, come del resto i voti del 5 stelle sul comune di Bologna”.
Per Andraghetti “Bugani è il candidato della dirigenza M5S. Nè più nè meno che Merola del Pd”, e “non ha i numeri per competere a Bologna. Replicherebbe le percentuali del 2011 ma con ancora meno voti (calerà l’affluenza)”.
Nel mirino dei firmatari dell’appello sono gli articoli 4 e 7 che sarebbero violati se non ci fosse una consultazione.
I consiglieri comunali Marco Piazza e Bugani hanno risposto dalla pagina Facebook del Movimento 5 Stelle di Bologna: “Questo comunicato – hanno scritto – non ha nessun valore sul futuro del nostro lavoro, che continuerà indipendentemente da questi giochetti che riguardano 75 persone su migliaia di iscritti al Movimento 5 Stelle di Bologna”.
I due hanno aggiunto: “Abbiamo operato nella totale trasparenza. Nessuno di questi firmatari in sei mesi ha mai avuto il coraggio di dire la benchè minima parola”.
La candidatura di Bugani non pare comunque essere messa in discussione dai vertici, tanto che lunedì sul blog di Grillo è stato un pubblicato un post dal titolo “Elezioni comunali repetita iuvant”.
Post che pare proprio rivolgersi ai dissidenti, in cui si spiega che una lista per presentarsi deve ottenere la certificazione: “Una lista non esiste se non è certificata – viene scritto -. Chiunque accrediti una lista non certificata a nome del M5S verrà diffidato”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 30th, 2015 Riccardo Fucile
ORA PERO’ TOCCA ALLA LIVORNO DI NOGARIN E BEPPE CAMBIA IDEA
Due pesi due misure, verrebbe da dire. Quando Ignazio Marino era alle prese con la raccolta e lo
smistamento della spazzatura di Roma, il leader del Movimento 5 Stelle aveva le idee molto chiare su ciò che il primo cittadino avrebbe dovuto fare: andarsene.
Ora invece che il problema dell’immondizia ha investito il secondo comune a 5 Stelle d’Italia, la Livorno guidata da Filippo Nogarin, il giudizio è completamente diverso. Ma andiamo con ordine.
“Prima che Roma venga sommersa dai topi, dalla spazzatura e dai campi dei clandestini gestiti dalla mafia, Marino dimettiti”, twittava Beppe Grillo il 17 giugno scorso.
La giunta Marino da diversi mesi faceva i conti con l’emergenza rifiuti dopo aver deciso di fare quel passo che a Roma da tempo tutti chiedevano ma che nessuno traduceva nel concreto: chiudere la discarica di Malagrotta.
La situazione della giunta Nogarin a Livorno è diversa, ma per certi versi simile.
Il sindaco 5 Stelle lamenta di aver ereditato da chi lo ha preceduto, il Pd, un’azienda municipalizzata addetta alla raccolta dei rifiuti, la Aamps, con debiti per milioni di euro.
Per questo, sostiene il Movimento 5 Stelle, il sindaco deve scegliere se ripianare i debiti pregressi, sottraendo risorse al bilancio del Comune, oppure andare verso il concordato preventivo, portando quindi i libri dell’Aamps in tribunale.
La scelta del sindaco è caduta sulla seconda opzione, facendo infuriare i dipendenti dell’azienda che temono di perdere il posto di lavoro.
Così hanno deciso di protestare astenendosi dalla raccolta di rifiuti.
Il sindaco li ha già rassicurati che il loro posto di lavoro non è in pericolo ma i lavoratori, naturalmente, temono lo stesso per il loro futuro.
E chiedono al sindaco di sedersi intorno al tavolo e di percorrere un altra strada, diversa dal concordato preventivo.
Ma il blog di Grillo difende le scelte del sindaco: “Quella di A.AM.P.S., azienda della gestione rifiuti di proprietà del Comune di Livorno, è una pentola che non deve essere scoperchiata e in molti nel Pd non dormono sonni tranquilli di fronte alla prospettiva di portare i libri contabili in tribunale”.
“Il Pd a Livorno non si è preoccupato di riscuotere la tariffa rifiuti per anni, tanto a tenerla in vita c’erano le banche, come il Monte dei Paschi di Siena – si legge nel blog di Grillo -. Istituti di credito che, col M5S ad amministrare, hanno chiuso i rubinetti. È per questo che l’amministrazione 5 Stelle ha ereditato dal Pd 42 milioni di euro di debiti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 30th, 2015 Riccardo Fucile
SI AVVICINA LA FINE DEL PARTITO PERSONALE, GRILLO SOLO TERZO NEL GRADIMENTO DELLA BASE… NON PIU’ VOTO DI PROTESTA, ORA 8 ELETTORI SU 10 DECISI A GOVERNARE
Il M5s non si sfalderà da solo, come ritenevano (auspicavano?) molti osservatori e attori politici. Non imploderà , frustrato da un inseguimento senza speranza. E da un’opposizione senza alternativa.
Il M5s va preso sul serio perchè, dalle elezioni del 2013, è il secondo partito, dietro al Pd. Senza soluzione di continuità . Secondo alcuni, anzi, perfino il primo.
Negli ultimi mesi, infatti, ha continuato a crescere, mentre il Pd è calato.
E, dopo l’estate, la distanza fra i due primi partiti, Pd e M5s, si è ridotta (secondo l’Atlante Politico di Demos) intorno a 4-5 punti: 31,6% a 27,4% .
Confermata, in caso di ballottaggio: 52 a 48.
Il M5s, in altri termini, potrebbe vincere le elezioni. Anzi, secondo il CI-SE di Roberto D’Alimonte, che ne ha scritto ieri sul Sole 24 Ore, vincerebbe. Anche se di misura.
I sondaggi, ovviamente. Sono sondaggi. Non elezioni. Non servono a “prevedere”, ma, certamente, aiutano a cogliere le tendenze e i rapporti di forza, in ambito elettorale. E a comprenderne il significato, le ragioni.
D’altronde, i primi a crederci, oggi, sono gli elettori stessi del M5s. In caso di successo elettorale, 8 su 10, fra loro, si dicono decisi a governare. Nel 2013 era avvenuto il contrario. Perchè 7 su 10, allora, avevano spiegato la loro scelta come un voto di protesta.
Oggi non è più così. Per questo il M5s va preso sul serio. E per questo conviene chiedersi cosa sia cambiato nel corso del tempo.
Se si confronta il profilo della base elettorale oggi rispetto al recente passato, emerge una sostanziale continuità . Ma con due importanti differenze.
La prima: si allarga la distanza generazionale. Il M5s, infatti, ha aumentato il suo peso elettorale soprattutto fra i giovani e, parallelamente, fra gli studenti.
Al di sotto dei 30 anni, infatti, ha ormai raggiunto il 34%. E fra gli studenti sale oltre il 36%.
Mentre sul piano territoriale si è maggiormente “meridionalizzato”.
È, dunque, divenuto un vettore della “domanda di cambiamento”, maturata – e alimentata – dalla spinta dei giovani e degli studenti.
Al tempo stesso, ha canalizzato le tensioni che agitano la società . L’insoddisfazione economica e l’insofferenza politica che agitano, in particolare, il Mezzogiorno.
In bilico fra protesta e richieste di assistenza. Fra protesta e consenso.
Il M5s, in altri termini, non è più, da tempo, un Movimento fondato (principalmente) sulla Rete. Sulla “Cittadinanza online” (come recita un recente saggio di Luigi Ceccarini pubblicato per i tipi del Mulino).
Ma un Movimento- partito ibrido (per riprendere un altro saggio di Bordignon e Ceccarini, per Journal of Modern Italian Studies). Che miscela diversi tipi di organizzazione. Vecchi, nuovi e post- nuovi.
Ma la novità più importante e significativa è, probabilmente, costituita dalla leadership.
Da molti anni e per molti anni, fino a ieri, il M5s è apparso un partito personalizzato. Anzi, quasi “personale”. Perchè fondato da Grillo e su Grillo. Legalmente titolare del marchio.
Specchio e amplificatore di un MoVimento, peraltro, frammentato e disperso. Beppe Grillo: gli ha dato visibilità e, anzitutto, unità . Ne è stato il volto, la voce. E, insieme a Roberto Casaleggio, lo stratega. Fino a ieri.
Ma, oggi, molto è cambiato. Certo, fra gli elettori, Beppe Grillo resta il più popolare, il più “amato”. E non potrebbe essere diversamente.
Perchè è ancora lui l’attore – politico e non solo – protagonista. Ma altri leader crescono, intorno a lui.
Per quanto popolare, anzi: il più popolare, dentro e fuori il M5s, infatti, Beppe Grillo, non è più il “leader preferito”.
Le indicazioni (spontanee) degli elettori del M5s, infatti, mostrano al proposito un cambiamento profondo, nel corso del tempo (sondaggi Demos).
Nel marzo 2013, all’indomani del voto, c’era, effettivamente, solo Grillo (77%). Intorno a lui: nessuno.
Ma, oggi, solo il 10% degli elettori pentastellati lo vorrebbe leader. Mentre la scelta di gran lunga più condivisa si orienta su Luigi Di Maio.
Perfino Alessandro Di Battista ottiene un sostegno – leggermente – più ampio: 13%.
La base, dunque, continua a riconoscere Grillo, come bandiera e come uomo-immagine. Ma, come guida, preferisce altri. Per primo Di Maio.
Il M5s non è più un partito-personale. Identificato dalla/nella figura di Grillo. Il quale, peraltro, ha fatto togliere il proprio nome dal simbolo.
A differenza degli altri partiti personali (non solo Forza Italia, ma, per esempio, IdV e Scelta Civica, scomparsi, insieme a Di Pietro e Monti), il M5s sopravviverebbe all’inventore.
Non solo, ma sembra già disposto e intenzionato ad andare oltre. E ciò, paradossalmente, lo rende più simile ai partiti “tradizionali”, che non sono sussidiari di un leader.
Ma agiscono, semmai, al suo servizio, dopo averlo scelto.
E per questo hanno possibilità di riprodursi e di durare a lungo. D’altronde, il M5s è, ormai, presente nelle istituzioni e nei governi locali.
Fra il 2014 e il 2015 si è dotato di una struttura di “mediazione” con la società e i cittadini. Attraverso il cosiddetto Direttorio.
Ed è presente – e organizzato – nella società e sul territorio. Dove ha continuato a utilizzare la “dis-intermediazione “- ad ogni livello – come uno dei principi fondativi.
Per questo, anche per questo il M5s va preso sul serio. Perchè non intercetta più solo – e soprattutto – la “sfiducia” – democratica.
Non esercita solo la “contro democrazia” (tematizzata da Pierre Rosanvallon), la “democrazia della sorveglianza”. Il controllo democratico. Ma è spinto dalla domanda – e dalla ricerca – di governo, espressa da gran parte dei suoi elettori.
Che puntano, per questo, su leader cresciuti ” nel” partito. Pardon: nel Non-Partito. Oggi: il “Partito del M5s”. Rappresentato dai Di Maio, i Di Battista. E da altri “Cittadini”, ancora poco noti.
Per questo oggi – anche se non da oggi – conviene prendere sul serio il M5s.
E i suoi attivisti, i suoi elettori, i suoi leader: non chiamateli più “grillini”.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO PORTA I LIBRI DELLA MUNICIPALIZZATA IN TRIBUNALE: “BUGIARDO, AVEVI PROMESSO CHE L’AVRESTI SALVATA”…QUATTRO CONSIGLIERI M5S SI SFILANO
Non più anarchica e scanzonata, non più comunista e ribelle, non più messicana e fancazzista, non più abbronzata e berciante. Non più infradito e pugni chiusi.
Livorno valica un altro crinale e diventa Livorno la sudicia.
Se una città si misura dal livello di spazzatura lungo le strade, le foto che arrivano dal cuore di Livorno ne documentano lo stato di salute, sono il chiaroscuro di una radiografia. Non è sciatteria e qui non c’è nemmeno la camorra a cui dare la colpa.
E’ piuttosto uno sciopero degli spazzini perchè il sindaco porterà i libri dell’azienda dei rifiuti in tribunale.
E’ l’epicentro di una crisi che nasce amministrativa, diventa politica e per il momento non è ancora ambientale e sanitaria.
Responsabilità e alibi si mescolano alla velocità della luce, il copione è anche un po’ banale: il Pd dice al M5s che è roba da dilettanti, il M5s ribatte che il buco è colpa del Pd, il Pd dice che però il sindaco ha cambiato idea, il sindaco risponde che però se mette i soldi lì poi deve tagliare asili, strade, dio-solo-sa-cosa.
Qualunque sia la ragione primordiale, quel paesaggio di sacchetti accatastati nella zona pedonale di una città europea del ventunesimo secolo, a un passo dal Mercato delle vettovaglie e dai Fossi medicei, è il fermo immagine del momento più difficile, per certi versi drammatico, da quando Nogarin e i Cinque Stelle governano la città , cioè dalla sera in cui — 18 mesi fa — trionfarono al ballottaggio su quel poco che rimaneva del Pd.
Il sindaco contestato, i dissidenti, la maggioranza vacilla
Drammatico, sì. “Buffone!”, “Bugiardo!”: le grida contro il sindaco, dentro l’aula più grande del municipio sono un’incrinatura nel palazzo di vetro dei Cinque Stelle: rischia di essere la fine della luna di miele, ammesso che quell’intesa tra il nuovissimo sindaco e la vecchissima città sia davvero mai iniziata.
Una crisi con cinquanta sfumature di buio, comprese le solite scissioni interne agli stellati che sono uguali a quelle in Parlamento (dissidenze, urla, minacce di espulsione, gara a chi è più grillino, lacrime) e soprattutto una maggioranza a sostegno della giunta che comincia a essere groggy: lunedì prossimo si pronuncerà il consiglio comunale e in 4 hanno annunciato che non voteranno la decisione del sindaco.
Il capogruppo Alessio Batini si lascia andare contro uno dei dissidenti (“Da stasera sei fuori”), i 4 moschettieri ribattono che loro li manda via solo Grillo e che è sempre più evidente la differenza tra il M5s nazionale e quello livornese.
Fatto sta: senza quei 4, i voti scendono da 20 a 16 (compreso il sindaco) in un consiglio che è fatto di 33. Il voto di lunedì non è vincolante, ma diventa un crash-test per Nogarin per capire se dietro di lui c’è una maggioranza politica o solo le tabelle del suo assessore al Bilancio.
Il soccorso di Grillo: “Piena fiducia in Nogarin”
Un passaggio stretto stretto, nella seconda città più grande amministrata dal M5s, che cade a 6 mesi dalle elezioni comunali di Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino.
Sarà anche per questo che Beppe Grillo ha subito issato la bandiera per sostenere il sindaco sempre fedele: “Il Movimento 5 Stelle dà piena fiducia alla giunta Nogarin e sposa la scelta intrapresa: per governare serve responsabilità e coraggio. In alto i cuori”. “E’ una scelta — prosegue in una nota sul blog — che solo il Movimento 5 Stelle poteva prendere, perchè non abbiamo le mani legate, non dobbiamo servire poteri forti, non abbiamo ‘debiti elettorali’ da saldare”.
Il Pd, aggiunge, “non ha riscosso le tariffe per il servizio, strizzando l’occhio agli evasori e danneggiando tutti i cittadini onesti” e ha “fatto di questa azienda il proprio manipolo“, mentre la giunta Nogarin lavora per riconsegnare alla città “una società efficiente e sana: sempre e solo per il bene di tutta la collettività , perchè questo significa essere del Movimento 5 Stelle: avere come bussola il bene comune e non difendere mai soltanto una parte”.
L’epicentro: Aaamps, 26 milioni di euro di rosso. “Colpa del Pd”
Il centro di tutto si chiama Aamps, acronimo di “groviglio di casini”.
Su quell’azienda è aperta anche un’inchiesta penale e si è soffermata perfino un’ispezione del ministero dell’Economia.
E’ l’impresa che raccoglie i rifiuti, di proprietà al cento per cento del Comune, circa 250 dipendenti tra impiegati, tecnici, operai, quadri. Poi ci sono un’altra quarantina di precari e altri 200 dipendenti dell’indotto. Aaamps ha chiuso il bilancio 2014 con 21 milioni di euro di rosso: in gran parte incassi della tariffa sui rifiuti mai riscossi durante gli anni di management nominato da giunte di centrosinistra. In gran parte crediti inesigibili che il Comune ora ha messo a bilancio, spalmandole sulle bollette Tia di tutti, abbattendo così il rosso a 11 milioni.
Ma ora il Comune, dice il sindaco, non ha soldi per ripianare i conti di un’azienda così male in arnese.
Così ha deciso di portare la società in concordato preventivo: porta i libri in tribunale. Ecco il perchè di tutto l’ambaradan. I dipendenti si sentono fregati due volte, perchè sostengono che fino all’ultimo Nogarin avesse parlato di ricapitalizzazione dell’impresa. Cosa impossibile, allarga le braccia ora lui, significherebbe tagliare per 7 milioni e mezzo il bilancio: “Abbiamo provato tutte le simulazioni, ma non c’è scelta”.
Chi contesta, non cede: “Noi continuiamo l’agitazione fino a lunedì. Siccome abbiamo visto che abbiamo un sindaco che è molto flessibile nelle decisioni — ironizza il segretario della Cgil Maurizio Strazzullo — che sia flessibile anche in questa decisione e torni indietro”.
La gestione M5s: 4 cambi di dirigenza in un anno
Il primo capo d’imputazione all’amministrazione Nogarin è proprio la gestione M5s dell’azienda.
In un anno è cambiata tre-quattro volte la dirigenza. Il primo amministratore unico era un fedelissimo dei Cinque Stelle che veniva da Massa, trombato un paio di volte alle Comunali e alle Europee: Nogarin lo presentò come una specie di Steve Jobs (disse proprio così).
La cronaca racconta che è finita malissimo, con il fedelissimo sospeso dall’incarico e di fatto emarginato, poi reintegrato per paura di una causa, messo in sicurezza.
Il motivo della crisi di questi giorni, secondo l’ex sindaco Alessandro Cosimi (Pd, ora senza cariche), è una scelta quasi incomprensibile del timone grillino: hanno voluto, spiega, “sciogliere tutti i nodi in un solo bilancio, come se una banca decidesse di mettere tutte le sofferenze nel bilancio di un solo anno”.
Quello che invece è certo è che nell’agosto scorso il sindaco Nogarin esultava, come si può vedere in giro su google: abbiamo salvato la società dei rifiuti, evitato il crac. Tre mesi dopo quelle frasi fanno un brutto rumore.
Protezione civile allertata: “Chiudete bene i sacchetti”
Così, mentre Cinque Stelle e Pd da mesi si lanciano addosso i sacchi pieni di immondizia per decidere di chi è la colpa di questo troiaio, il sindaco deve allertare la Protezione civile e si ritrova a doversi raccomandare: se trovate i cassonetti pieni, andate a gettare la spazzatura in uno vuoto un po’ più in là , e i sacchetti, vi prego, ben chiusi.
I livornesi alzano gli occhi al cielo e fanno un respirone, ma con il naso chiuso da pollice e indice: si erano illusi di rovesciare tutto con un solo voto, come se quell’urna del ballottaggio fosse un vaso di Pandora alla rovescia, un po’ come fanno con un dè quando hanno voglia di chiudere un discorso.
Ma la realtà delle cose è molto più complicata, non esiste la bacchetta magica e in questo momento nessuno lo sa meglio del sindaco alieno, il Noga, o Gagari’, con la enne troncata affettuosamente, a ricordare non l’astronauta, ma il tortaio, quello che vende il cinque e cinque nel negozio, poveretto, a pochi metri da dove ora si innalzano i mucchi maleodoranti.
La maledizione delle partecipate
Il mondo appare ribaltato. Da una parte ci sono Grillo che parla di decisione presa “responsabilmente” e “scelta difficile ma necessaria” e il suo sindaco che sfida la selva di fischi e le grida belluine dei contestatori che lo interrompono più volte, scandendo sottovoce: “E’ inutile che facciate il tifo da stadio, non è cambiato niente”.
Questa volta quelli che si fanno venire le vene ingrossate al collo e il viso rosso e la voce fioca sono dall’altra parte del bancone. “E ‘un siamo al Seve’.
E ‘un sei il cassiere del Seve’ qui, qui devi gesti’ una città ” urlano all’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti, laddove il Seven è una discoteca in Versilia di cui Lemmetti anni fa faceva, appunto il cassiere, cioè il responsabile amministrativo.
Ecco il secondo capo d’imputazione, legittimo o no, fondato o no: la mancanza di un passato politico, una competenza nell’amministrazione pubblica.
Di certo c’è che quella delle nomine per le partecipate è stato un sentiero di croci, con affidamenti di incarichi, nomine, cambi in corsa, dimissioni, scazzi, incompatibilità , disponibilità , sostituzioni e ritiri in tutte le aziende in cui la nuova amministrazione aveva promesso un cambio di passo: farmacie, autobus, teatro, società per la “reindustrializzazione”, case popolari.
Non c’è stata pace per nessuna delle società comunali. Il direttore generale del Comune, nominato un anno fa, è indigesto a una parte del meetup.
E il caos oscura l’arrivo dell’Esselunga
Sia come sia, ovunque siano le responsabilità (se nel passato remoto o nel passato prossimo), la classe dirigente di questa parte costiera della Toscana dovrebbe comunque conoscere il pericolo della risacca: quella rabbia con la quale era stato abbattuto il “regime del Pd” nel 2014 non è finita nel nulla.
Ora rischia di tornare indietro e trascinare via quel che resta. Peccato, perchè proprio oggi, per volontà dell’M5s, l’Esselunga, l’anti-Coop, è finalmente in città .
Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
BOLOGNA, ASSEMBLEA AGITATA AL CIRCOLO MAZZINI: “VERGOGNATEVI”… “ASPETTIAMO CHE LA REGIONE COSTITUISCA UN FONDO AD HOC”
“Ver-go-gna-te-vi”. E giù urla, grida, insulti.
È ormai notte quando l’assemblea grillina del circolo Mazzini di Bologna perde definitivamente le staffe contro i propri consiglieri regionali, accusati di non restituire l’extrastipendio come promesso in campagna elettorale.
“Avevi detto che ti saresti tenuta 2.500 euro netti, e invece come mai, sommando tutte le voci, ne percepisci 5.900?” sibila la compagna di Nick il Nero, Serena Saetti, alla capogruppo in regione Giulia Gibertoni, già finita sulla graticola a Modena, sempre per lo stesso motivo.
Al microfono gli organizzatori assicurano: “Questo non è un processo”, ma è vero il contrario.
Il clima lo danno i fogli con nove domande al vetriolo per gli eletti in Regione distribuiti all’ingresso (tra soldi e vecchi rancori gli rinfacciano pure di aver tenuto con loro i collaboratori dell”epurato Favia”).
Le opposte tifoserie si infiammano, qualcuno difende gli eletti (“stanno lavorando molto e bene, cosa importa quanto guadagnano?”), i più li attaccano.
Il consigliere cesenate Andrea Bertani sbotta: “Ho portato il mio raccoglitore di scontrini qui con me”.
La triade soldi-onestà -trasparenza cigola. I più puri (dei puri) non transigono: vogliono che i consiglieri decidano cosa fare del proprio extrastipendio, una volta per tutte.
Perchè il fatto è che dalle elezioni 2014 ad oggi, nessuno dei successori di Giovanni Favia e Andrea Defranceschi ha ancora restituito un centesimo.
“Aspettavamo che la Regione aprisse un fondo ad hoc, se non sarà possibile da gennaio verseremo tutto nel fondo nazionale per il microcredito”, promette la Gibertoni.
Si ma tutto quanto? Si va da chi come Silvia Piccinini ha messo via 21mila euro a chi come la romagnola Raffaella Sensoli in un anno ne ha accantonati poco meno di 6mila, mentre la capogruppo si è fermata a quota 8.100.
“Bisogna anche considerare – precisa Gibertoni – che alcuni di noi sono in aspettativa, e quindi hanno un datore di lavoro che accantona contributi e tfr per loro, altri no”.
Il pasticcio insomma deriverebbe da un eccesso di zelo: “Nel cancellare i vitalizi la Regione Emilia-Romagna non ha previsto nessuna pensione alternativa”.
Senza contare che: “Siamo già una regione virtuosa. Noi prendiamo meno di tutti in Italia”.
La discusione è tra chi sostiene che quel “avremo un’indennità di 2500 euro” annunciato in campagna elettorale sia da interpretare in maniera letterale e chi lo legge come “5mila euro lordi”.
Alla fine l’attivista imolese strappa a tutti un sorriso: “Chi guadagna 5mila euro lordi qui in sala si alzi in piedi”. Applausi. Da seduti.
L’assemblea è aggiornata, sui soldi si deciderà a fine anno.
Caterina Giusberti
(da “La Repubblica”)
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