Febbraio 5th, 2015 Riccardo Fucile
ANNULLATO IL RABDOMANTE TOUR, SOSPESE LE DATE DI NEW YORK E LONDRA… IL LEADER SCENDERA’ IN CAMPO PER LE REGIONALI
“Canceled”, “Cancelled”, “Abgesagt”, “Annullato”. Il Rabdomante tour non s’ha da fare. Non ora almeno. 
Beppe Grillo doveva esordire con un novo spettacolo da portare in giro per il mondo il prossimo 13 marzo, alla prestigiosa Town Hall di New York.
Lo spettacolo non si farà . Così come non si terranno le altre date finora previste in calendario: Londra, Locarno, Zurigo, Colonia, Stoccarda, Bruxelles e Monaco.
Su tutti i siti di prevendita viene comunicata la cancellazione dell’evento.
Rimane in piedi, stando al web, solo lo show nella capitale belga.
Ma, ci viene spiegato, anche quello è da considerarsi annullato. Non si sa che fine farà il Rabdomante tour. Forse verrà riproposto dopo l’estate, in autunno.
Forse è definitivamente archiviato. Una decisione in questo senso ancora non è stata presa.
Si vocifera di un flop delle prevendite, ma quel che è certo è che il fondatore del Movimento 5 stelle non vuole lasciare soli i suoi ragazzi in un momento complicato, costellato da addii e appannamento mediatico dopo l’ondivaga strategia sul Quirinale. Soprattutto perchè all’orizzonte c’è un test elettorale non da poco, quello che porterà i cittadini di Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Umbria a rinnovare i propri consigli regionali.
Alcuni parlamentari vicini al leader spiegano che, memore delle difficoltà in Calabria e in Emilia Romagna, dove con gradazioni diverse il disimpegno del leader ha portato a risultati elettorali al di sotto delle aspettative, Grillo ha deciso di non disertare l’appuntamento con le urne, ma di scendere in campo in prima persona battendo le piazze di mezza Italia.
Nei prossimi giorni l’ex comico spiegherà le ragioni della sua scelta con un post sul blog.
In un primo momento si era studiata la fattibilità di tenere in piedi l’uno e l’altro impegno. Ipotesi poi scartata, per l’impossibilità di far coincidere gli spostamenti del tour con la pianificazione degli impegni elettorali.
Niente più teatri ma piazze, dunque. Perchè per girare il mondo c’è sempre tempo.
Le date del voto, al contrario, sono dietro la porta.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LA PRUDENZA INIZIALE IL M5S SI SCHIERA CON I NEOPOPULISTI DI SINISTRA
All’inizio, nei primissimi istanti dopo la vittoria, era tutto un “sì, ma…”, “bravi, però…”, “belle idee,
tuttavia…”.
È però bastata una manciata di giorni per allineare il Movimento 5 stelle su binari paralleli a quelli su cui si sta muovendo Alexis Tsipras.
Una volta visto che Matteo Renzi ci parla ma senza metterci il cappello, che le trombe di Nichi Vendola su quel versante sembrano sfiatate, gli uomini di Beppe Grillo hanno deciso di adottare con convinzione la battaglia anti-austerity e anti-Merkel che i descamisados greci (Tsipras e il suo ministro dell’Economia Varoufakis in primis) stanno portando in giro per il Vecchio continente.
È lo stop dato dalla Bce ai bond ellenici a innescare la miccia. E a scatenare la reazione di due membri del Direttorio: “È un attentato finanziario alla Grecia. Stop alle garanzie e spread schizza a +126 altro che Europa dei popoli”, tweetta Carlo Sibilia.
“Tsipras resisti! Non cedere ai ricatti della Troika e non fidarti dei Renzi e dei Draghi, collaborazionisti dell’Europa delle banche”, gli fa eco Alessandro Di Battista.
Dopo la sbornia comunicativa legata al Quirinale, percepita dall’opinione pubblica come una vittoria di Matteo Renzi, l’alzarsi del livello di scontro tra Atene e Berlino, con il coinvolgimento a vari livelli di tutte le altre capitali europee, viene visto come un modo per uscire dall’angolo e rilanciare un tema caro al Movimento come quello dell’uscita dall’euro.
Un paio di giorni fa, quando Tsipras è sbarcato a Roma, i grillini hanno tentato invano un inserimento last minute nel suo programma di incontri. Nulla di fatto, ci si dovrà aggiornare più in là .
Nella strategia comunicativa dei 5 stelle lo spot realizzato da Nicola Virzì, alias Nick il Nero, della comunicazione del Senato sul ritorno alla lira ha fatto da apripista.
Nel bene e nel male, la grandissima viralità delle immagini che ritraggono Paola Taverna intenta a scambiare un euro con mille lire è stata la conferma che il tema può tornare a far presa.
Così si è mosso pure il team europeo, coordinato da un fedelissimo di Gianroberto Casaleggio, Filippo Pittarello.
“La Banca Centrale Europea, con un comunicato, ha obbedito alla linea di Angela Merkel e ha chiuso i rubinetti alle banche della Grecia – hanno alzato i toni i 17 eurodeputati con un post sulla propria pagina Facebook – A chi appartiene la sovranità in Grecia? Ai greci o al duo Merkel-Draghi? Non ci sono le baionette dei Colonnelli, ma in un’altra epoca questo si chiamerebbe tentativo di colpo di Stato”.
Ma si va oltre, con quella che sembra la dichiarazione di alleanza con il leader ellenico: “Se Tsipras vuole davvero rispettare gli impegni elettorali, allora, si sbrighi a portare i greci fuori dalla moneta unica. Noi siamo col popolo greco e le sue scelte, non bisogna piegarsi ai diktat di Merkel o Draghi: l’Europa non può essere tutto questo”.
Facendo una chiacchierata con un membro dello staff, si capisce come, al di là del sostegno ad una precisa linea politica, il piatto sia più ricco di quel che appare: “Quel che dice Tsipras sull’Europa e sull’austerity – spiega – è sostanzialmente quel che dice Farage. Ma mentre il leader dell’Ukip da noi gode di cattiva stampa, Syriza è diventata una sorta di icona dell’antieuropeismo”.
Insomma, nessuna contraddizione, anzi.
Volendola dire con un grande vecchio della sinistra italiana, Fausto Bertinotti, “è la prima volta che il populismo ha avuto uno sbocco a sinistra. Finora si è incanalato o in movimenti di destra, si veda Marine Le Pen, o in soggetti difficilmente inquadrabili, come quello di Beppe Grillo. Ma Tsipras è riuscito a incanalare a sinistra lo scontro sociale prevalente in questi anni, quello tra l’alto e il basso della collettività “.
Gli stessi temi del “nessuno deve rimanere indietro” battuti da tempo dai 5 stelle.
Che si ritrovano improvvisamente a fianco un leader di sinistra di cui la sinistra stessa diffida, per il suo eccesso di populismo.
Occasione ghiottissima per rilanciare il Movimento dopo le settimane di vacche magre che hanno pascolato intorno al Quirinale.
L’inciampo potrebbe essere nel fatto che Varoufakis, pur considerando l’euro come un errore, ha più volte ribadito di ritenere che sia ormai troppo tardi per uscirne. Ma ci sarà tempo per discuterne.
“Cercare un asse con il nostro premier non ha senso, e spero che Alexis lo sappia. Renzi è la Troika che Tsipras vuol combattere”, spiega Di Battista.
Che in un’intervista a l’Espresso lancia l’idea di un coordinamento con i movimenti neopopulisti che guardano a sinistra, da Syriza agli spagnoli di Podemos: “Non dico che siamo uguali, perchè ogni paese è diverso, ma simili sì, e il fronte comune deve formarsi tra gli euroscettici. Syriza deve cercare i movimenti euroscettici, di destra e di sinistra, e deve aumentare così il suo potere contrattuale”.
Nel mazzo, ovviamente, c’è il Movimento 5 stelle. Che dopo aver a lungo tribolato nel cercare di spiegare il perchè e il percome a Strasburgo stia con Farage, ha un’occasione ghiottissima per rilanciarsi.
Accanto a partiti e sigle che hanno un appeal assai maggiore sia nel proprio elettorato, sia in quello appena al di là del confine. Sinistro, ovviamente
.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 3rd, 2015 Riccardo Fucile
SI ACCONTENTANO DI POCO… E PARTE UNA MAIL INTERNA DI APERTURA AL NEOPRESIDENTE, MA GRILLO FRENA
Un applauso non scontato al nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva dal Movimento 5 Stelle.
Nel discorso d’insediamento di oggi c’è stato un passaggio “importante”, si legge in una mail interna dei deputati M5S, quello in cui Mattarella ha accennato alla la voglia di cambiare dei “giovani parlamentari“.
“A questi parlamentari”, si legge nella mail, “il presidente chiede un contributo positivo. Noi siamo pronti a darlo .È ora di voltare pagina, dopo due anni in cui non siamo stati tutelati”.
Una svolta rispetto all’era Napolitano, sottolineano i deputati M5S.
Certo i toni del post di Beppe Grillo pubblicato dopo il discorso del Capo dello Stato sono meno concilianti (“Gli applausi dei morti viventi”, scrive fra l’altro Grillo), ma l’attacco è mirato ai parlamentari plaudenti.
Al neopresidente, dopo la lettera di auguri anch’essa pubblicata sul blog, Grillo dice: “Vale più che mai il consiglio del fratello di Mattarella: ‘Sergio, guardati dai politici’. Più applaudono, più devi preoccuparti”, conclude.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL MOVIMENTO ESCE CON LE OSSA ROTTE E GUARDA A PODEMOS E SYRIZA
Immobili, quasi ipnotizzati dal battimani ritmico di due terzi dell’emiciclo.
Nessun gesto plateale è consentito, neanche l’abbandono del posto: la fotografia dello stallo in cui versa il M5S è tutta lì.
Sergio Mattarella è presidente della Repubblica e il Movimento non sa come spiegare, e come spiegarsi, il fatto di non essere mai sceso in campo nel corso di una partita che ha prodotto un ridimensionamento del patto del Nazareno.
«Merito nostro, abbiamo innalzato la qualità della politica», provano a declinare un po’ tutti, rispondendo agli input che arrivano da Milano.
Ma la realtà dei due tentativi tattici, delle due incursioni nel campo avverso nel giro di pochi giorni, prima con la sinistra Pd e poi con i renziani, resta agli atti.
Strateghi della domenica
Un minuto dopo l’elezione il blog di Grillo tenta una clamorosa strambata.
Il giorno prima Mattarella sembrava responsabile delle morti legate all’uranio impoverito, il giorno dopo diventa «una persona rispettabilissima e, per certi versi, migliore anche di Prodi».
Carlo Sibilia segue tutto lo scrutinio in piedi come Alessandro Di Battista. L’idea di giocare di sponda col Pd passava soprattutto da loro.
Quando l’aula si svuota il commento più gentile dei colleghi è «strateghi della domenica».
E gli ex gongolano
Alla fine, quando Laura Boldrini proclama eletto Mattarella, gli applausi arrivano anche da qualche Cinquestelle.
Abbastanza pochi da poterli contare: Di Maio, Sibilia, Grande, Taverna, Ciprini, Grande, Cioffi, Baroni.
Cecconi non s’arrende e in Transatlantico intona il grido dell’ultimo dei Mohicani: «Non moriremo democristiani». Intanto gli ex-M5S gongolano. «Nel Movimento sono arrivati alla sindrome bipolare – attacca Rizzetto – ieri crocefiggevano Mattarella, oggi lo esaltano».
La vittoria di Fico
Roberto Fico esce dall’aula con l’aria di chi aveva ragione dall’inizio. Nega divisioni all’interno del direttorio: «È normale che si discuta ma le decisione vanno prese insieme».
Poi offre il benvenuto del Movimento al nuovo presidente: «Le parole ci piacciono, vediamo i fatti, a partire dalla legge elettorale».
Dall’inizio contrario all’idea di cercare sponde, nell’elezione di Mattarella vede il riconoscimento di una ragione che sentiva di avere dall’inizio.
Luigi Di Maio, che va ad abbracciare Imposimato nel suo appartamento all’Eur e si dice «fiero di non aver votato Prodi».
I modelli Podemos e Syriza
Ora le voci di dentro parlano di una fase di riorganizzazione imminente.
I senatori chiedono di essere inclusi nei meccanismi decisionali e anche sull’idea di ricorrere a delle «strategie» molti chiedono che si passi dallo spontaneismo di questi giorni a una maggiore articolazione.
Il blog sembra confermare: «D’ora in poi sarà bene adattarsi all’idea di un M5S meno prevedibile del passato».
Un po’ meno schizzinosi, un po’ più aperti, sul modello di quanto succede con gli altri movimenti europei: se prima formazioni come i greci di Syriza e gli spagnoli di Podemos erano viste con sospetto, ora la linea sta cambiando, e il Movimento a corto di carburante potrebbe cercarne un po’ anche lì.
Francesco Maesano
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Gennaio 31st, 2015 Riccardo Fucile
SONO 13 GLI EX CHE HANNO VOTATO PER MATTARELLA
“Come vivi questa giornata?”. “E come la vivo? Pigliamoci quest’altra tranvata”.
Davanti all’ingresso dell’Aula dove si infilano i grandi elettori per scrivere il nome di Sergio Mattarella, il commento del senatore del Movimento 5 stelle sarebbe sufficiente a descrivere lo stato d’animo degli uomini di Beppe Grillo.
Non serve infilarsi tra i capannelli dei deputati per scattare la seconda fotografia. Basta aprire il blog di Beppe Grillo. Dove Aldo Giannuli, l’esperto che i grillini consultano per ogni aspetto dello scibile umano, così commenta l’elezione del neo Presidente: “L’esito non è affatto negativo e Mattarella è una persona rispettabilissima e, per certi versi, migliore anche di Prodi”.
L’unico difetto semmai è quello di essere “troppo signore” da opporsi ai diktat di Matteo Renzi.
Peccato che solo 24 ore fa, quando più di qualche voce nel M5s si era levata – checchè ne dicano le smentite di rito – per proporre di convogliare i voti sull’ex democristiano già a partire dalla terza votazione, proprio il blog aveva pubblicato un post per spiegare il silenzio di Mattarella sulle morti causate in Sardegna dall’uranio impoverito ai tempi in cui guidava il ministero della Difesa.
“Fantapolitica”, il lapidario commento dell’ex ideologo Paolo Becchi.
Con anche una buona dose di schizofrenia. La rottura da parte del premier di quel patto (del Nazareno) – che le truppe stellate avevano sempre considerato inscalfibile a meno che l’azionista di maggioranza non si fosse rivolto a loro – bypassando completamente il supporto grillino ha consegnato i voti dei 5 stelle all’irrilevanza.
I cronisti che incrociano alcuni senatori che sciamano verso i trolley ripetono come un mantra lo stesso saluto: “Arrivederci, ci vediamo nel 2018”.
Probabilmente non sarà così, anche in ragione di una maggioranza al Senato tutt’altro che blindata. Ma l’incaponirsi su un nome di bandiera come quello di Ferdinando Imposimato oggi non appare come una scelta vincente.
“Non è un problema di non aver cambiato in corsa il candidato. Quello è il minimo. Il problema è che, quando Renzi ha giocato in difesa, noi ci siamo arroccati. Dovevamo tirare dritti e proporre Prodi già due giorni prima. Che senso ha tirare fuori Imposimato mezz’ora prima dell’apertura delle urne. E per di più dopo che Renzi aveva già fatto il nome del suo candidato?”.
Il ragionamento di un senatore solitamente annoverato tra i fedelissimi è indicativo. Anche perchè assomiglia tanto a quello dell’eterodossa Serenella Fucksia: “Avremmo dovuto fare qualcosa di diverso, magari sostenendo Prodi. Imposimato non era adatto a fare il presidente della Repubblica, a questo punto meglio Mattarella”.
Paola Taverna si accascia su un divanetto accanto alla collega forzista Cinzia Bonfrisco.
Facce non allegre. “Che ne penso? Che voglio andare a casa”. Stop.
Il fatto è che, da ieri pomeriggio in poi, i voti della galassia M5s sono diventati completamente superflui, mettendo di fatto gli uomini di Beppe Grillo in un angolo.
I gruppi parlamentari, a quel punto, non potevano fare altro che proseguire su Imposimato.
La linea sintetizzata oggi da Giannuli: “Non ci siamo sporcati le mani”. Le parole di Luigi Di Maio – “Dalla quinta votazione potremmo cambiare candidato” – sono sembrate più un gesto ‘disperato’ che non una reale speranza che Renzi potesse andare a sbattere nella quarta.
I fuoriusciti hanno continuato a contarsi.
“Alternativa libera”, il gruppo dei 9 che ha mollato gli ormeggi non più di qualche giorno fa, insieme a Massimo Artini e a sette senatori hanno continuato a votare Stefano Rodotà , pur manifestando apertamente la loro non contrarietà pregiudiziale all’elezione di Sergio Mattarella.
Ivan Catalano, Fabiola Anitori e Lorenzo Battista hanno votato Mattarella come i gruppo nei quali nel frattempo sono confluiti (Autonomie-Psi alla Camera, Area popolare, Autonomie al Senato).
Altri 10, iscritti al Misto, si sono diretti verso il presidente eletto: Tommaso Currò, Alessio Tacconi, Alessandro Furnari, Vincenza Labriola, Alessandra Bencini, Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella, Monica Casaletto, Cristina De Pietro e Luis Alberto Orellana.
“Meglio così – ha commentato un esponente di Alternativa libera – sono quelli che vogliono costruire una nuova sinistra insieme a Sel, l’idea di noi 17 è diversa”.
Ma è il gruppo rimasto fedele ai fondatori il più disorientato.
Sono amare le parole del capogruppo a Montecitorio Andrea Cecconi: “È stata una mossa politica di Renzi che lascia un po’ spiazzati, ci ha messo da parte volutamente. Non ci ha voluto far partecipare alla scelta del Presidente”.
Sono orgogliose quelle di Roberto Fico: “Noi rispettiamo gli impegni assunti con le Quirinarie davanti agli elettori. Abbiamo fatto tutto il possibile per aprire un dialogo, ma l’unica speranza sarebbe stata che la minoranza di Cuperlo, Bersani e Civati avesse avuto il coraggio di rompere lo schema del loro partito, ma non hanno avuto il coraggio e scelto la via più facile”.
A guardar semplicemente le cose, qualcosa non ha funzionato nella “strategia Quirinale” dei 5 stelle.
Per questo nelle prossime sarà inevitabile un confronto interno. Che metta in discussione chi decide cosa, quando lo decide e perchè. E scusate se è poco.
Un confronto necessario per non infilarsi nuovamente in un cul de sac come accaduto in questi giorni. E rialzare la testa.
Prima del 2018.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 30th, 2015 Riccardo Fucile
LA “COERENZA” DEL CANDIDATO GRILLINO: ORA INNEGGIA AI MAGISTRATI DI ROMA CAPITALE, MA NEL 1998 LANCIO’ ANATEMI CONTRO IL POOL DI MANI PULITE
Grazie ai “magistrati e inquirenti coraggiosi” che hanno scoperchiato Mafia capitale, e lotta dura alla “corruzione, una tassa occulta e immorale di 70 miliardi di euro”.
Così Ferdinando Imposimato guadagnava ovazioni dal palco della Notte dell’onestà del Movimento 5 Stelle, pochi giorni prima di vincere le Quirinarie online e diventare il candidato unico grillino al Colle.
Ma c’è stato un tempo in cui l’ex magistrato raccoglieva ovazioni di stampo esattamente opposto.
Specie nei passaggi in cui inquadrava nel mirino i magistrati milanesi che avevano dato il via all’inchiesta Mani pulite.
O meglio “alcuni investigatori al servizio di ex eroi e implacabili giustizieri che prendevano prestiti senza interessi dagli indagati”.
Riferimento diretto ad Antonio Di Pietro, a cui si doveva sbarrare la strada perchè era “un nemico dei partiti“.
LE OVAZIONI AL CONGRESSO DEI POST (MA NON TROPPO) CRAXIANI
Era il 9 maggio 1998, Imposimato interveniva a Fiuggi al congresso fondativo dello Sdi, i Socialisti democratici italiani.
Alla fine della lunga traversata nel deserto seguita al crollo del Psi di Bettino Craxi, all’epoca latitante ad Hammamet, le microsigle del socialismo italiano puntavano al rilancio con la nuova formazione di Enrico Boselli.
L’attacco più violento fu riservato ad Antonio Di Pietro, l’ex pm simbolo del pool di Milano diventato ministro per qualche mese nel governo di Romano Prodi, e che poi era confluito nei Democratici prodiani.
Così, parlando dei rapporti del nascente Sdi con il centrosinistra di governo, Imposimato lanciava la sua filippica contro “la scelta di inserire nel governo un personaggio politicamente squalificato. Chi si proclama nemico dei partiti”, si infervorava il futuro candidato presidente del Movimento 5 Stelle, “chi amministra la giustizia in modo parziale e settario al servizio proprio e di amici politici, chi ha violato le regole del giusto processo, chi è stato l’aguzzino dei socialisti non può essere accettato come alleato politico di coloro che hanno pagato un prezzo altissimo poichè questo equivarrebbe a legittimarne le malefatte e gli abusi” (qui sotto l’audio dell’intervento).
La platea socialista si scaldò così tanto che il moderatore fu costretto a placarla perchè si era già “in ritardo con l’ordine dei lavori”.
MANI PULITE? “VIOLATO IL GIUSTO PROCESSO”
Nell’intervento, Imposimanto ammetteva l’esistenza di un vasto sistema corruzione, tanto che esortava la nascente formazione a tenere lontani affaristi e delinquenti”, ma faceva proprie tutte le tesi preferite dai nemici giurati del pool di Milano.
Tutte le forze politiche erano coinvolte nelle tangenti, affermava, ma alcune “sono state ingiustamente salvate da un ex pm in cambio di favori politici e giudiziari”.
I magistrati, poi, avevano “violato i principi del giusto processo”.
Il Partito socialista di Craxi era stato “criminalizzato”, e continuava a esserlo. I socialisti erano diventati “capri espiatori perchè vulnerabili”.
Argomentazioni oggetto di un eterno dibattito, oggi non ancora spento, in parte confutate fatti alla mano dai protagonisti di uella stagione, ma che appaiono comunque poco in sintonia con gli umori del Movimento che ha portato a Imposimato 126 voti al terzo scrutinio per la scelta del successore di Napolitano.
Per esempio si ricorda l’inziativa dei grillini in Commissione cultura della Camera nel novembre 2013: chiesero addirittura di cancellare il termine “socialista” dalla legge che proponeva di istituire un premio in memoria di Giacomo Matteotti.
E certamente Beppe Grillo è il titolare di battute tra le più feroci sul Psi craxiano (“Se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?”, anno 1986 ed espulsione immediata dagli schermi Rai).
Contraddizioni in seno al popolo (della Rete), avrebbe detto Mao.
In quegli anni Imposimato fu protagonista di una feroce campagna contro il pool Mani pulite, come ha ricordato Marco Travaglio nei giorni scorsi su Il Fatto Quotidiano. Attaccava il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli e si schierava a favore di Renato Squillante, capo dei gip di Roma arrestato nell’inchiesta Imi-Sir cche vedeva protagonista Cesare Previti, condannato in primo e secondo grado, alla fine e assolto in Cassazione, ma con motivazioni che rilevavano il suo comportamento “non in linea con i doveri deontologici”.
IN TV PER “GRAZIARE” IL BOSS DELLA ‘NDRANGHETA
C’è però un’altra ombra nella biografia dell’ex magistrato, ben più spessa delle opinioni sull’inchiesta che ha scoperchiato Tangentopoli.
Nel 1992 Ferdinando Imposimato, diventato nel frattempo senatore del Pds, si presentò sul palco del Maurizio Costanzo Show per perorare l’innocenza di Domenico Papalia, il capo dei capi della ‘ndrangheta trapiantata in Lombardia.
Papalia era stato condannato definitivamente all’ergastolo per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto nel 1977, ed era stato lo stesso giudice istruttore Imposimato a incriminarlo e a firmare l’ordine di arresto.
Ora ne chiedeva la liberazione. “C’erano sufficienti indizi per rinviarlo a giudizio, ma non per la condanna”, tornò a dire pochi giorni dopo al Corriere della Sera.
A restare allibiti furono questa volta altri magistrati milanesi, come ricostruiscono Gianni Barbacetto e Davide Milosa in “Le mani sulla città ” (Chiarelettere).
A cominciare da Alberto Nobili, che dalla neonata Direzione distrettuale antimafia stava chiudendo l’inchiesta Nord-Sud che avrebbe smantellato il clan di Papalia, basato a Buccinasco, le cui seconde generazioni sono coinvolte oggi in nuovi processi per mafia.
Da magistrato, Imposimato aveva seguito importanti inchieste su terrorismo e mafia, e aveva sofferto sulla propria pelle la violenza mafiosa quando, nel 1983, la camorra aveva assassinato suo fratello Franco.
La campagna a favore del boss toccherà il culmine con un’apparizione su Raidue con una figlia di Papalia e Antonio Delfino, fratello giornalista del generale dei carabinieri Francesco.
I Delfino sono originari di Platì, il paese aspromontano da cui provengono anche i Papalia, clan di grande spessore e accreditato di contatti ad alto livello anche nei servizi segreti.
Scriverà in proposito il giudice Guido Piffer negli atti dell’inchiesta Nord-Sud: “Il senatore Imposimato è stato utilizzato, è il caso di dirlo, da scaltri manovratori, senza contare il suo preoccupante, se vera l’ipotesi, non potersi tirare indietro da pressioni o minacce provenienti da ambienti non certo di frati trappisti”.
Imposimato respingerà con sdegno l’ipotesi di essere stato manovrato.
L’aspirante al Colle non disdegna le battaglie controverse.
Uno dei suoi libri, “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Perchè Aldo Moro doveva morire? La storia vera”, sosteneva il ruolo dei servizi segreti di mezzo mondo, dalla Cia al Mossad passando per la Stasi, nel sequestro e nell’assasinio del presidente della Dc a opera della Brigate rosse, con pesanti responsabilità di Cossiga e Andreotti.
Tesi per la verità tornate in auge negli ultimi mesi con l’autorevole timbro del pg di Roma Luigi Ciampoli.
Ma la fonte principale della controinchiesta di Imposimato, l’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu, che si era presentato come un ex appartenente alla rete Gladio, è attualmente è indagato per calunnia a Roma.
Mario Portanova
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 29th, 2015 Riccardo Fucile
I GRILLINI SI RISERVANO MANO LIBERA AL QUARTO SCRUTINIO
Le votazioni per il candidato Presidente della Repubblica del M5S si sono concluse alle 14. Hanno partecipato alla votazione 51.677 iscritti certificati.
Il primo è risultato Ferdinando Imposimato con il 32%, secondo Romano Prodi con il 20%, terzo Nino Di Matteo con il 13%.
Il dettaglio dei risultati:
1) Ferdinando Imposimato, 16.653 voti
2) Romano Prodi, 10.288
3) Nino Di Matteo, 6.693
4) Pierluigi Bersani, 5.787
5) Gustavo Zagrebelsky, 5.547
6) Raffaele Cantone, 3.341
7) Elio Lannutti, 1.528
8 ) Salvatore Settis, 1.51
9) Paolo Maddalena, 323
Ferdinando Imposimato sarà votato dal gruppo parlamentare sin dal primo scrutinio.
Ma il voto a Imposimato potrebbe essere limitato solo ai primi tre scrutini, infatti poi si precisa: “Ti informiamo che, in ogni caso, se dal quarto scrutinio i cambi di maggioranza dovessero portare ad un nome condiviso tra più forze politiche in Parlamento si deciderà come meglio muoverci con una votazione lampo sul blog”.
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Gennaio 28th, 2015 Riccardo Fucile
PIZZAROTTI: “QUANDO SE NE VANNO IN 40, TROPPO FACILE DIRE CHE LO FANNO PER I SOLDI, I PROBLEMI SONO ALTRI”
Nove deputati che abbandonano il Movimento: «aspiravamo alla bellezza, non alla rabbia». 
Una riunione fiume tra Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio — nel quartier generale di Milano — per decidere la linea sul Quirinale.
Poi la decisione: stamattina ci sarà un’assemblea congiunta tra deputati e senatori, subito dopo si faranno le “quirinarie” sul blog.
Con quattro nomi: tra cui quello di Romano Prodi. A corollario, a tarda sera, sputi e urla contro il deputato Walter Rizzetto, uno dei nove fuoriusciti che — con una delegazione — stava andando alla sede del Pd per le consultazioni sul Colle.
Un gruppo di militanti lo accerchia gridandogli: «Venduto, non eri nessuno, ti devi dimettere». Lui tenta di difendersi: «Non vogliamo nè rubare soldi nè portarci a casa più soldi».
Troppo tardi, la delegittimazione è partita già al mattino, con uno degli esponenti del direttorio — Luigi Di Maio che a Radio 2-4dice: «C’è chi sa comprare bene e chi si vende per poco».
Seguito dalla senatrice Paola Taverna: «testoline vuote vendute per quattro soldi».
E da Carla Ruocco: «Gli avranno dato qualcosa, secondo voi lo fanno gratis?».
Così, Rizzetto è costretto a ripiegare verso la Camera, inseguito dagli attivisti e scortato dalla polizia.
Quasi a conferma del clima irrespirabile che gli “scissionisti” avevano denunciato in conferenza stampa.
Leggendo un discorso scritto, con la voce rotta dall’emozione, Mara Mucci aveva parlato di «violenza verbale in un clima cupo fatto di sospetti e intrighi».
A guardarla, tra gli altri, il vicecapogruppo pd Ettore Rosato e il fittiano Rocco Palese, da giorni letteralmente incollato ai 5 stelle.
Oltre a molti senatori già fuoriusciti e al falco Federico D’Incà , fermo sulla porta. «Non accettiamo le decisioni di un direttorio nominato dall’alto e un blog dove si ratificano scelte decise altrove — ha detto la deputata di Imola — tra non capire e rimanere in silenzio abbiamo scelto di ribellarci ancora una volta».
I militanti della sua città chiedono che si dimetta, così come fanno i friulani per Rizzetto e Prodani.
Insieme a loro, sono usciti Tancredi Turco, Samuele Segoni, Eleonora Bechis, Gessica Rostellato, Marco Baldassarre, Sebastiano Barbanti (alla fine in lacrime).
Mentre il senatore Francesco Molinari formalizzerà il suo addio dopo l’elezione del capo dello Stato.
Volevano partecipare in modo trasparente all’elezione del presidente, i deputati di “Alternativa libera” — si chiameranno così — per questo avevano deciso di andare alle consultazioni al Nazareno. Li ha bloccati una rabbia montata in rete e in Parlamento.
Grillo e Casaleggio — da parte loro — lasciano filtrare «sollievo» per i nuovi addii.
Per i diarchi, i fuoriusciti erano solo «una spina nel fianco ».
Carlo Sibilia — altra voce del direttorio spiega a Repubblica: «Io non accuso nessuno, il Movimento è per tanti, ma non per tutti. Devi lavorare di più, per la metà dei soldi, continuamente attaccato dai media. È chiaro che si sono inventati un casus belli, ma avevano il nome, l’invito da Renzi: era già tutto deciso».
Quanto alle motivazioni: «Non reggono. Cos’ha espresso la notte dell’onestà se non bellezza? Il movimento va bene, i sondaggi vanno bene, la deriva autoritaria è pura fantasia».
Reazioni del tutto diverse dall’autocritica che auspica un esponente di spicco del Movimento come il sindaco di Parma Federico Pizzarotti.
Il primo cittadino — parlando con i suoi — chiarisce di non aver fomentato alcuna scissione: «Sono persone con cui parlo, non li ho incitati a fare alcunchè».
E però: «Se continua a uscire della gente è perchè a Roma non si risolvono i problemi. Questa continua emorragia va fermata».
Il ragionamento è semplice: non si può più dire che sia una questione di soldi, può valere per qualche persona, non per 40.
«Se se ne vanno è chiaro che il tema è più ampio, che ci sono dei problemi che è ora di affrontare ».
Per ora, l’unico modo in cui i vertici intendono farlo è la strategia. Non è un caso che abbiano deciso proprio ieri di fare congiunta e quirinarie (passaggi la cui mancanza era stata criticata dai dissidenti).
Sul nome di Prodi restano divisi, ma ieri i contatti con Sel erano frenetici e ormai ostentati (il grillino Cecconi che parla con il loro capogruppo Scotto, Nichi Vendola che chiama Pier Luigi Bersani).
Alla mail inviata ai parlamentari pd da Grillo e Casaleggio hanno risposto solo in sei (per paradosso molti non l’hanno neanche vista, «la mail della Camera è piena di spam», racconta un democratico).
Quattro di questi — pubblicati sul blog — hanno scelto Prodi.
Il nome del professore resta in campo, insieme ad altri tre la cui scelta — forse — sarà lasciata all’assemblea.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 27th, 2015 Riccardo Fucile
SONO NOVE DEPUTATI E UN SENATORE: SI UNIRANNO AI COLLEGHI USCITI IN PRECEDENZA IN UNA COMPONENTE DEL GRUPPO MISTO
“Noi vogliamo cambiare l’Italia e farlo con coerenza e responsabilità . Il M5s è nato per cambiare le cose e per questo oggi abbiamo rassegnato le dimissioni dal gruppo M5s. Tra non capire e rimanere in silenzio abbiamo scelto di ribellarci ancora una volta, siamo un cantiere aperto”.
Con queste parole, Mara Mucci in conferenza stampa alla Camera motiva l’abbandono del movimento da parte di 10 parlamentari, nove deputati e un senatore.
Si tratta, oltre che della stessa Mucci, dei dissidenti ‘storici’ di M5S: i deputati Tancredi Turco, Walter Rizzetto, Aris Prodani, Samuele Segoni, Eleonora Bechis, Marco Baldassarre, Sebastiano Barbanti, Gessica Rostellato, e il senatore Francesco Molinari.
I 10 di oggi si uniranno agli altri già fuoriusciti dal Movimento, in una componente del gruppo Misto non avendo i numeri necessari (servono 20 deputati) per costituire un gruppo autonomo.
Anche gli ex parlamentari del Movimento 5 Stelle parteciperanno alle consultazioni al Nazareno per l’elezione del presidente della Repubblica.
Lo annuncia il vice segretario Dem, Lorenzo Guerini, arrivando nella sede del partito, spiegando che l’appuntamento è fissato per questa sera alle 21.00.
(da “La Repubblica”)
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