Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
UNO VALE UNO, MA GRILLO, IL NIPOTE E COMMERCIALISTA VALGONO DI PIU’…”HUFFINGTONPOST” PUBBLICA IL DOCUMENTO, SCONCERTO NELLA BASE: MAI STATA AVVISATA… E’ LA DEMOCRAZIA PARTECIPATA DI GRILLO
Non esiste soltanto un non statuto a regolare la vita de Movimento Cinque Stelle. Esiste, come per tutti gli altri partiti, anche uno statuto vero e proprio.
Così come un atto costitutivo. Con un’appendice importante.
Beppe Grillo non è solo il megafono del Movimento, ne è anche il presidente.
Suo nipote Enrico, invece, è socio fondatore e vice presidente di M5S. Il commercialista Enrico Maria Nadasi, è il segretario.
Per capire di cosa si tratta, bisogna fare un viaggio fino a Cogoleto, vicino Genova, dove davanti al notaio Filippo D’Amore, il 18 dicembre scorso Beppe Grillo, suo nipote Enrico e Nadasi, hanno formalmente costituito l’associazione “Movimento Cinque Stelle”.
Un passaggio necessario, probabilmente, anche per poter presentare liste alle elezioni e per poter avere accesso ai contributi pubblici (per poi poter ufficialmente rinunciare), ma il documento in possesso dell’Huffington Post, è interessante anche per altre ragioni.
L’atto costitutivo e lo statuto, per esempio, spiegano oltre ogni ragionevole dubbio, che il
titolare del simbolo dei cinque stelle e del blog beppegrillo.it è l’ex comico genovese. “Spettano quindi al signor Giuseppe Grillo”, si legge, “titolarità , gestione e tutela del contrassegno; titolarità e gestione della pagina del blog”.
L’obiettivo del movimento, spiega l’atto costitutivo, “è la convivenza armoniosa tra gli uomini, attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità personali dell’individuo, che deve trovare piena possibilità di cogliere tutte le opportunità realizzabili all’interno della società civile, nel rispetto delle regole istituite dallo Stato nella sua fondazione”.
I valori fondanti del movimento, spiega lo Statuto, sono libertà , uguaglianza, dignità , solidarietà , fratellanza e rispetto.
Tutti indicati in grassetto.
Interessante anche il passaggio successivo, quello in cui si dice che “lo Stato deve limitare il corpo delle leggi che ne regolano il funzionamento a quegli ambiti di intervento propri della tutela e salvaguardia degli interessi della collettività e dei diritti della persona”. Sembra quasi un’ampia apertura ai precetti del liberalismo economico.
La rete, come era normale aspettarsi, ha un ruolo fondamentale per il Movimento. M5S vuole determinare la politica nazionale “mediante la presentazione alle elezioni di candidati e liste di candidati indicati secondo le procedure di diretta partecipazione attuate attraverso la rete internet”.
Interessante anche il fatto che Grillo ha specificato nello statuto che “gli eletti eserciteranno le loro funzioni senza vincolo di mandato”.
A questo precetto costituzionale l’ex comico non crede molto, ma nonostante tutto ha dovuto inserirlo nell’atto costituente del suo movimento.
Ovviamente il Movimento, come tutte le associazioni, ha un’Assemblea, che va convocata almeno una volta l’anno entro il mese di aprile.
Questo significa che a breve il comico dovrebbe tenerla. Poi c’è un consiglio direttivo e un presidente. Che, per ora, sono sempre Grillo, il nipote e il commercialista.
Che, come detto, sono rispettivamente presidente, vice e segretario.
Non compare invece nello statuto il nome di Gianroberto Casaleggio.
Inoltre i tre hanno la qualifica di soci fondatori, mentre gli altri soci, quelli ordinari, vengono ammessi solo dopo la presentazione di una domanda che deve essere approvata dal consiglio direttivo stesso (Grillo, Grillo jr e Nadasi).
Andrea.Bassi@huffingtonpost.it
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
NE PARLANO TUTTI, MA C’E’ MOLTA CONFUSIONE: GRILLO LO CONFONDE CON IL REDDITO MINIMO GARANTITO
Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?
Sul sito la Voce.info Tito Boeri e Roberto Perotti hanno cercato di fare un po’ di chiarezza tra i due termini che vengono usati come sinonimi, ma che decisamente sinonimi non sono.
Il reddito di cittadinanza (basic income guarantee in inglese) è un sussidio universale e non condizionato: in altre parole lo ricevono tutti quanti, per un tempo indefinito e indipendentemente dalla loro ricchezza o da altri redditi che percepiscono.
Se si dovesse stabilire un reddito di cittadinanza di 500 euro mensili, ad esempio, verrebbe percepito tanto dalla famiglia Agnelli quanto da un 50enne appena licenziato.
Il reddito minimo garantito (guaranteed minimum income in inglese) è invece un programma universale — cioè ha regole valide per tutti — e condizionato: nel senso che le sue regole determinano chi può avere accesso al sussidio e chi no.
Ad esempio, il reddito minimo garantito potrebbe essere condizionato al non percepire altri redditi e all’essere iscritti a una lista di collocamento.
Il reddito di cittadinanza non esiste in quasi nessun paese del mondo: uno dei casi più noti di paesi che ce l’hanno è lo stato americano dell’Alaska.
Il reddito minimo garantito invece è molto diffuso in Europa, anche se spesso molto discusso e criticato.
I politici hanno dimostrato una grande confusione su questi due termini.
Ad esempio: nel programma di SEL si parla esplicitamente di un reddito minimo garantito di 600 euro, ma in diverse interviste Nichi Vendola ha parlato della necessità di introdurre un reddito di cittadinanza.
Nei 20 punti di Grillo si nomina espressamente il reddito di cittadinanza, ma quando Grillo sostiene che l’Italia è l’unico paese a non averlo in Europa, sta parlando del reddito minimo garantito, il che è confermato dalla interviste ad alcuni parlamentari del M5S che parlano esplicitamente di un sussidio condizionato.
Quali sono i problemi?
Il reddito di cittadinanza ha un solo problema: è molto, molto costoso.
Boeri e Perotti hanno calcolato che un reddito di cittadinanza pari a 500 euro per tutti i cittadini italiani di età superiore ai 18 anni costerebbe circa 300 miliardi, il 20% del PIL, poco meno della metà di quanto attualmente spende lo Stato ogni anno per tutte le sue attività .
Il reddito minimo garantito, invece, è molto più economico, ma è difficile fare una stima esatta. Essendo una misura “condizionata”, bisognerebbe capire quali sono le regole che lo farebbero scattare prima di poter ipotizzare il suo costo.
Boeri e Perotti stimano un ordine di grandezza tra gli 8 e i 10 miliardi di euro per un reddito minimo garantito di 500 euro.
Il problema, in questo caso — oltre al costo, che comunque non è indifferente — è che il reddito minimo di cittadinanza in certe condizioni rappresenta un disincentivo al lavoro.
Se ipotizziamo, come si è spesso sentito dire, un reddito minimo garantito di mille euro al mese, è chiaro che nessuno lavorerà più per meno di mille euro: dovrebbe rinunciare al sussidio per lavorare ottenendo la stessa cifra.
Probabilmente in pochi però lavorerebbero anche per 1.200 euro: il guadagno netto sarebbero solo 200 euro, ma in cambio bisognerebbe lavorare invece che stare a prendere il sole in spiaggia.
Per questo in genere il reddito minimo garantito è condizionato da clausole come una durata limitata oppure essere iscritti alle liste di collocamento e non rinunciare a più di un certo numero di offerte di lavoro.
Chi lo vuole
Per quanto sia chiaro che i politici non hanno ben capito la differenza tra i due redditi, i loro programmi sono più precisi.
SEL e Rivoluzione Civile hanno nei loro programmi degli accenni al reddito minimo garantito, senza però precisare a quali condizioni e per quanto dovrebbe essere erogato.
I 20 punti del Movimento 5 Stelle sono gli unici a parlare di reddito di cittadinanza, ma come abbiamo visto Grillo probabilmente intende un’altra cosa.
Il Movimento 5 Stelle è anche l’unica forza politica ad aver finora esplicitato i dettagli della sua idea di reddito minimo garantito.
O almeno lo ha fatto un suo esponente, il deputato Alfonso Bonafede.
In un’intervista al Fatto Quotidiano Bonafede ha detto: «Vorremmo fosse intorno ai 900-1000 euro che consente di non rinunciare ai propri diritti, di non diventare schiavo. Durerà tre anni e si riceveranno un massimo di tre offerte in base alle proprie competenze attraverso gli uffici di collocamento, che devono essere potenziati, al terzo rifiuto il reddito viene tolto».
Il PD non ha preso una posizione chiara nel programma sul reddito minimo garantito, anche se alcuni esponenti, come ad esempio Rosy Bindi, hanno aperto a questa possibilità durante la campagna elettorale.
Negli 8 punti presentati dal segretario Pierluigi Bersani alla direzione nazionale del partito mercoledì scorso è presente un vago accenno a qualcosa che assomiglia al reddito minimo garantito.
Viene indicato come «Salario o compenso minimo per chi non abbia una copertura contrattuale».
Una definizione piuttosto vaga che non chiarifica esattamente cosa intenda Bersani.
Come funziona in Europa e in Italia
Italia, Grecia e Ungheria sono gli unici tre stati dell’Europa a 27 a non avere una qualche forma di reddito minimo garantito.
La media del sussidio nei paesi europei prima dell’allargamento (cioè tenendo conto di Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Svezia) è di 400 euro.
Questo non significa che in Italia la spesa per la protezione sociale — che comprende tutto: dalle pensioni a sussidi di disoccupazione — sia inferiore a quei paesi.
La spesa per la protezione sociale in Italia è in linea con la media europea.
In Italia, infatti, ci sono già numerosi programmi di aiuti alla povertà e di sussidi alla disoccupazione, sia a livello locale che nazionale: assegni di assistenza, assegni familiari, indennità di frequenza minori, pensioni di inabilità , indennità di accompagnamento e la nuova ASPI.
A questo elenco andrebbe probabilmente aggiunta la cassa integrazione, che è una cosa molto particolare, ma che probabilmente verrebbe eliminata dall’introduzione di un reddito minimo garantito.
Il problema è che questi aiuti sono spesso “mal mirati”.
Le persone che vengono aiutate da questo insieme di strumenti non coordinati sono, secondo una ricerca della Bocconi, solo per il 27% sotto la soglia di povertà .
La parte più complessa dell’introduzione del reddito minimo garantito, oltre a trovare i fondi necessari, sarebbe riorganizzare e razionalizzare tutti questi aiuti, in modo da renderli più semplici da gestire e meglio diretti a chi ne ha davvero bisogno.
Davide Maria De Luca
(da “il Post”)
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
SU TASSE E PARADISI FISCALI PARLA COME BERLUSCONI…VUOLE LA TRASPARENZA SOLO NEI PALAZZI DELLA POLITICA, NEGLI AFFARI MEGLIO LA PRIVACY E I CONDONI TOMBALI
Dopo una reazione scomposta alle notizie pubblicate da l’Espresso su 13 società anonime basate a
Santa Cruz, la zona più turistica del Costa Rica ( non si aprono 13 società per costruire qualche casetta con pale eoliche e riutilizzo di acqua piovana), lo staff di Grillo ha archiviato la vicenda.
Ma nel Movimento qualcuno si chiede se ciò è compatibile con la trasparenza che tanto predica.
Per Sociedad Anomima in Costarica si intende “una struttura societaria che ha tra le proprie caratteristiche la possibilità di nascondere molto facilmente i nomi dei veri soci».
Insomma, se è anonima è anonima: non ci vuole molto a capirlo.
«I soci possono essere rivelati solo su richiesta di un giudice nel corso in un procedimento giudiziario».
Quasi una beffa, infine, la replica de l’Espresso. «Contrariamente a quello che sostiene il blog di Beppe Grillo, noi abbiamo scritto che l’autista di Grillo risulta amministratore di 13 società in Costa Rica, tuttora attive. In Costa Rica per le sociedad anonime, come per tutte le altre società , non c’è trasparenza su azionisti e bilanci. Proprio come succede in Svizzera e nei Paesi caraibici».
Una vera pietra tombale sulle tesi del comico.
Il fatto è che Grillo ha sempre avuto un rapporto problematico con tasse e disposizioni fiscali.
Non solo per i due condoni tombali, a cui ha aderito la sua società immobiliare nel biennio 2002-03, la Gestimar srl, amministrata da suo fratello Andrea.
E neanche per quello strano modo di intendere i paradisi fiscali, in cui non conta la trasparenza, ma solo il «diritto» a pagare meno tasse possibili.
Sul suo blog comparve in passato l’assioma che essendo l’Italia il Paese in cui si pagano più tasse, qualsiasi altro Paese europeo è un paradiso fiscale.
Paradiso per tutti, meno che pensionati e dipendenti.
A quello non ha mai pensato.
Un paradiso fiscale è tale perchè vi si possono fare movimenti finanziari senza informare nessuna autorità : ecco perchè ci arriva il denaro sporco.
Ma anche questo per Grillo è irrilevante. Tanto irrilevante che anche oggi replica quasi con un’alzata di spalle alle rivelazioni: sono fatti di famiglia.
Si conferma così il suo strabismo, per cui la trasparenza deve valere per i politici che parlano al telefono, tutti da intercettare («ascoltate anche me!» aveva inneggiato), deve essere imposta ai partiti, anche al presidente della Repubblica, e le riunioni dei parlamentari devono essere trasmesse in streaming.
Insomma, i Palazzi della politica devono essere trasparenti come l’acqua.
Ma sui redditi (4 milioni dichiarati), i conti bancari, gli investimenti mobiliari e immobiliari, e naturalmente le relative tasse, vale il principio della privacy assoluta. Tutto questo in un Paese che conta circa 130 miliardi di evasione all’anno. Ultimamente si è scagliato contro le operazioni Cortina, accusando l’Agenzia delle entrate di pescare i pesci piccoli.
Ma con il governo Prodi si scagliò anche contro Vincenzo Visco, che aveva pubblicato i redditi dei contribuenti. («Fa un favore alla ‘ndrangheta, dando nome cognome e indirizzo di chi si può rapinare», aveva scritto).
Non gli piace l’anagrafe dei contribuenti, dove si registrano i conti bancari.
Esiste in tutti i Paesi occidentali (tra l’altro non registra ogni singola spesa), ma qui da noi per Grillo equivale allo Stato di Polizia.
Forse non sa che nel 2010 in Italia sono state vendute 620 Ferrari (il 10 per cento della quota mondiale), 151 Lamborghini, 180 mila fra Mercedes, Bmw e Audi.
E sono solo 76 mila gli italiani (lo 0,18 per cento dei contribuenti) che hanno dichiarato più di 200 mila euro.
Questo significa che solo il 37 % di chi ha comprato una macchina di questa categoria se lo sarebbe potuto permettere senza dover accendere finanziamenti o mutui. Credibile?
Bianca Di Giovanni
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
“CINQUESTELLE UN MOVIMENTO DI DESTRA CHE USA SLOGAN DI SINISTRA, MA LA COLPA E’ DEL PD”
I Wu Ming, collettivo di scrittori bolognesi (“Q” fu il loro romanzo storico d’esordio e di inaspettato
successo), sono da tempo duramente critici nei confronti del fenomeno Grillo.
Al punto di aver scomodato termini come “criptofascismo” e analisi che hanno bollato come “destra” la natura “nè di destra, nè di sinistra” con cui Grillo e Casaleggio definiscono il Movimento.
«Nella storia d’Italia – spiegano – dalla palude del “nè di destra nè di sinistra” sono usciti vapori che il vento ha sempre portato a destra. Di destra – e addirittura totalitaria – è l’idea di futuro espressa nel video di Casaleggio Gaia, il futuro della politica. Di destra sono certe posizioni sugli immigrati. Di destra – ex-leghista, ex-berlusconiano, ex-neofascista, e il prefisso «ex» lo usiamo con le pinze – è circa il 40% del voto preso alle politiche. A Bologna, secondo l’Istituto Cattaneo, il 12% del voto grillino proviene dalla destra radicale. A Torino è il 10%. Questi elementi di destra finora sono rimasti coperti da un manto di confusionismo: dire “nè destra, nè sinistra” serve a questo, ecco perchè diciamo che nel M5S c’è del “criptofascismo”, del fascismo nascosto. Ma la macchina grillina cattura e semplifica anche elementi e parole d’ordine di sinistra, e conquista voto di sinistra. Qui sta la contraddizione principale, il grosso nodo che dovrà venire al pettine: molte persone di sinistra hanno votato una forza sostanzialmente di destra. Ma se l’hanno fatto ci sono precise ragioni, e c’è chi ha precise colpe».
Se elettori di sinistra votano “sostanzialmente a destra” di chi sarebbe la colpa?
«Della sinistra ufficiale, che per decenni ha pensato di doversi “spostare al centro”, alla conquista dei voti “moderati”. In nome di questa strategia ha rinunciato anche
agli ultimissimi residui di alterità , ha smesso di definirsi sinistra a favore del nomignolo “centrosinistra”, ha detto sì a ogni sorta di nefandezza in nome di una presunta “modernizzazione”. Si è adagiata nella subalternità all’ideologia liberista, cantando le lodi del mercato, del privato, della “sussidiarietà ”. Ha boicottato e combattuto movimenti sociali che si opponevano a privatizzazioni, speculazioni e scempi ambientali. Quando ha governato, ci ha dato leggi come il Pacchetto Treu e i campi di prigionia per i clandestini. Finchè, un bel giorno, non abbiamo scoperto che il “centro” non contava nulla, anzi, non c’era proprio! Quanto ai voti “moderati”, di che stiamo parlando? Un terzo degli elettori continua a votare per anticomunismo anche in assenza di comunisti. Siamo un paese estremo, altro che moderato. Il centrosinistra ha gravi colpe ma non ha mai pagato dazio, perchè “di là ” c’era Berlusconi e poteva presentarsi come “male minore”. A forza d’iniettarsi dosi di male dicendosi che era “minore”, una parte di elettorato non ne ha potuto più, e ha deciso di cambiare spacciatore e sostanza».
Grillo ripete spesso che se non ci fosse lui ci sarebbe Alba Dorata.
«Sì, Grillo fa sempre l’esempio dei nazisti greci di Alba Dorata, ammettendo così di incanalare anche pulsioni nazistoidi. Ma alle elezioni greche del 2012, la vera novità è stata Syriza, la coalizione della sinistra radicale che ha conquistato 77 seggi su 300. Lui si sceglie il babau che gli fa più comodo, ma in Europa negli ultimi anni si è mosso ben altro, dai grandi scioperi francesi contro la riforma delle pensioni di Sarkozy alla marea umana anti-Trojka che una settimana fa ha riempito le città portoghesi, passando per il movimento di massa nato dalle acampadas che in Spagna impedisce sfratti e pignoramenti di case. Grillo ha intercettato e “prevenuto” solo fenomeni tipo Alba Dorata, o ha anche prevenuto esperienze di questo genere?»
Il movimento di protesta più radicale in Italia in questi anni è senza dubbio il No Tav. E Grillo lo ha intercettato in pieno.
«Infatti sarebbe bene analizzare il rapporto tra il M5S e i movimenti ai quali offre rappresentanza, appunto come quello No Tav. Quei movimenti potrebbero accorgersi presto che Grillo offre una rappresentanza esibita ma infeconda. L’interesse principale di Grillo & Casaleggio non è realizzare il programma, che è un geyser di richieste contraddittorie spruzzate qua e là . Gli interessa di più prolungare lo scompiglio e tenere alto il polverone finchè è possibile, perchè il polverone copre le magagne e rinvia l’arrivo dei nodi al pettine».
E secondo voi fino a quando riusciranno a rinviarlo?
«Non lo sappiamo. Grillo e Casaleggio hanno i capelli lunghi. Comunque, noi tifiamo per il pettine»
Giovanni Egidio
(da “la Repubblica”)
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
LE INIZIATIVE DEI PARLAMENTARI SI INFRANGONO SUL MURO GRILLO-CASALEGGIO
Un po’ rock star, un po’ esercito della salvezza autoproclamatasi ciambella di salvataggio per un Paese che rischia la deriva – i deputati del MoVimento 5 Stelle arrivano all’hotel Parco dei Pini, una casa per ferie dei padri Maristi nella zona sud di Roma, all’ora di pranzo.
Riunione plenaria.
Sul vialetto un militante ha appeso uno striscione con tre scimmiette con occhi, orecchie e bocca ben aperti. «Vedo, sento, parlo».
Questi siamo noi. Fiato sul collo.
Un gigantesco faro acceso sui comportamenti collettivi. Un’idea più facile da applicare che da sopportare.
I cittadini del cambiamento si presentano alla spicciolata. Qualcuno in auto. Molti su un pullman che si ferma di fronte alla porta a vetri.
«Incontro operativo», spiega subito il portavoce Vito Crimi.
Non c’è la calca di domenica scorsa ad attenderli. Nessuna scena d’isteria. Quasi tutto sotto controllo.
Una signora in ciabatte e vestaglia grida: «Beppeeeeeee trovami un lavoro».
Il papa ligure non c’è. Lei urla lo stesso. È l’unica.
Anche i marziani lentamente diventeranno normali. Ma non è ancora il giorno.
Il senso di diversità resta evidente. Molti sono silenziosi. Sfuggenti. Diffidenti. Selva di telecamere. Il solito giochino di «io riprendo te, tu riprendi me».
Anche i messaggi di Crimi sono zigzaganti.
Il portavoce al Senato dei Cinque Stelle ha un viso largo, l’aspetto di un uomo amichevole e pacioso. Un gattone. Che evita di farsi mettere all’angolo.
«Siamo qui per capire quali incarichi attribuire a ciascuno». Niente dibattito sulle alleanze, giura. «Chi ci ha scelto sa che non ne faremo». Bye bye Pd.
Precisa. «Un governo c’è. Comunque ci sarà . È il Parlamento che deve tornare al centro dopo vent’anni in cui è stato succube dell’esecutivo. Rileggiamo bene la Costituzione».
Ribadirà il concetto in serata. «L’unica ipotesi che contempliamo è un governo 5 Stelle». Soli.
Lontani dalle contaminazioni con un universo radioattivo.
Sono le parole d’ordine di questi giorni complessi. Comunicati che lasciano poco spazio alle interpretazioni.
Del resto le opinioni del papa ligure e del suo guru Roberto Casaleggio difficilmente sono oggetto di dibattito.
E Casaleggio ha chiarito che, se il MoVimento scegliesse la strada della fiducia a chiunque, lui si farebbe da parte. «O come dico io o niente».
Basta per tenere compatto il gruppo? Forse.
Il cittadino Ivan Catalano, un passo teso, un po’ incerto, che lo inclina in avanti come se cercasse di camminare controvento, involontariamente rompe la consegna all’allineamento.
Si distrae. Aggiustandosi gli occhiali dice quello che tanti sospettano.
«L’ipotesi di un referendum per valutare un accordo col Pd tiene il MoVimento in fermento da giorni. Non ci sono vincoli».
Se Casaleggio sentisse gli si creperebbe il cuore.
O forse si creperebbe quello di Catalano. Una piccola bomba dialettica. Uno vale uno. Ovvero – fino alla sintesi imposta dalla democrazia orizzontale – non vale niente.
Solo il tandem Crimi-Lombardi interpreta la linea.
«Il cittadino Catalano esprime una sua opinione personale e non voleva dire quello che avete capito». Non voleva.
Ma quanti sono i Catalano tra i 163 neoeletti? Non è facile tenere i ranghi compatti. Serve una mano dall’alto per seppellire il dissenso
Come con la storia della marcia dal Colosseo al Parlamento nel giorno dell’insediamento, il 15 marzo.
Un progetto svelato sabato dal cittadino Stefano Vignaroli, che adesso prende le distanze da se stesso. «Io non ho mai organizzato nulla».
Le parole «marcia» e «Roma» infilate nella stessa frase hanno un suono brusco, scuro, tecnicamente nero.
E i sospetti di malinconie da Ventennio sono già troppi per alimentarne altri, in un popolo in cui l’anima progressista-ambientalista-ecologista-collettivista è per giunta maggioritaria.
Così, scendendo dalla macchina, il romano Alessandro Di Battista, uno dei duri e puri, mastica le parole: «Ma quale marcia dal Colosseo? ».
E la sua è cortesia mista a una mal celata insofferenza. Più per i colleghi che per i media.
La pressione dovrebbe costringere tutti a imparare nuove astuzie, perchè di solo web e orgoglio in politica non si campa. Lui l’ha capito. Altri no.
La marcia diventa prima «passeggiata» poi abortisce definitivamente, rottamata come un’idea stramba
Nel pomeriggio, piuttosto, si parla di soldi.
Alle 20, in conferenza stampa, i due capigruppo tirano le somme.
Dicono no a tutto. Alleanze, accordi su presidenze, condivisione di incarichi. Buio anche sul nome individuato per il Quirinale e per Palazzo Chigi. «Vedremo».
Beppe Grillo premier? «Ci mandi un curriculum e lo valuteremo», scherza la Lombardi.
Mercoledì nuova riunione. Il cittadino Catalano va via di corsa. Ha un treno che lo aspetta.
Ivan, il referendum? Lui tace.
Si limita a sorridere rimanendo in allerta, come se una sensazione di pericolo scavasse sotto il suo improvviso torpore.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa“)
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
CON GRILLO OPERAI E LAVORATORI AUTONOMI, ADDIO LEGAMI DI TERRITORIO
Non è è una scossa isolata e occasionale.
Le recenti elezioni segnano, invece, una svolta violenta.
Che modifica profondamente i confini fra politica, società e territorio. Segno del cambiamento è, soprattutto, il voto al M5S. Il quale ha canalizzato gli effetti di due crisi, enfatizzate, a loro volta, dalla crisi economica.
La prima – a cui abbiamo già dedicato attenzione – colpisce il legame con il territorio.
È resa evidente dallo “sradicamento” dei partiti principali nello loro zone “tradizionali”. Il Pd: in alcune province storicamente di sinistra.
Nelle Marche e in Toscana, soprattutto.
La Lega: nel Nordest, nella pedemontana lombarda e piemontese. Nelle province “forza-leghiste”, un tempo “bianche”. Democristiane.
Infine, il PdL, che ha perduto, in misura superiore alla media, nelle Isole. Sicilia e Sardegna. Dove è forte, fin dalle origini.
Una geografia politica di lunga durata è mutata bruscamente e in modo profondo.
Almeno quanto la struttura sociale ed economica del voto.
È qui la seconda “crisi”, esplosa alle recenti elezioni, dopo una lunga incubazione. Centrosinistra e centrodestra hanno perduto la loro base sociale di riferimento.
Il centrodestra, in particolare, aveva conquistato il consenso dei ceti produttivi privati. Gli imprenditori, ma anche gli operai delle piccole e medie imprese private.
E gli stessi inoccupati.
Aveva, inoltre, ereditato, dai partiti di governo della prima Repubblica, il consenso delle aree del Mezzogiorno maggiormente “protette” dallo Stato.
Il Centrosinistra e soprattutto il Pd si erano, invece, caratterizzati per il consenso elettorale garantito dai ceti medi tecnici e impiegatizi.
I vent’anni della seconda Repubblica, in fondo, si riassumono in questa frattura sociale e territoriale.
Marcata dalla “questione settentrionale” e dai soggetti politici che, più degli altri, l’hanno interpretata. La Lega e Silvio Berlusconi. La Destra popolare opposta alla Sinistra im-popolare. Sostenuta dai professionisti, gli impiegati (soprattutto “pubblici”) e gli intellettuali.
Ebbene, oggi il marchio della Seconda Repubblica appare molto sbiadito.
L’identità sociale – per non dire di “classe” – delle principali forze politiche risulta sensibilmente ridimensionata.
Il centrodestra “popolare” ha perduto il suo “popolo” (lo ha rilevato anche Luca Comodo, sul Sole 24 Ore).
Il suo peso, tra gli imprenditori e i lavoratori autonomi, rispetto alle elezioni del 2008, è pressochè dimezzato: dal 68 al 35%.
Lo stesso tra gli operai: dal 53 al 26%.
Mentre, fra i disoccupati, gli elettori di centrodestra sono calati dal 47 al 24% (indagini di Demos-LaPolis, gennaio-febbraio 2013).
Anche il centrosinistra e la sinistra si sono “perduti” alla base.
Hanno, infatti, intercettato il voto del 35%, tra le figure “intellettuali”, il personale tecnico e impiegatizio: 12 meno del 2008. Del 32% dei liberi professionisti: 10 meno delle precedenti elezioni.
Centrodestra e centrosinistra, soprattutto, hanno smesso di costituire i poli alternativi per i lavoratori dipendenti e indipendenti, occupati e disoccupati.
Perchè, in queste elezioni, non hanno, semplicemente, cambiato profilo socioeconomico. Ma sono rimasti senza profilo. Cioè, senza identità .
La base perduta da una delle due coalizioni principali della Seconda Repubblica, infatti, non si è rivolta all’altra.
Gli operai – e i disoccupati – non si sono spostati a sinistra.
Tanto meno – figurarsi – gli imprenditori e i lavoratori autonomi.
I professionisti, gli impiegati e i tecnici, a loro volta, non si sono orientati a destra. I lavoratori “in fuga” si sono rivolti altrove.
Hanno scelto il M5S.
Per insoddisfazione – spesso: rabbia – verso le “alternative” tradizionali.
Hanno votato per il soggetto politico guidato da Grillo.
Così, oggi, in Italia si assiste a una competizione politica singolare, rispetto a quel che avviene in Europa.
Dove l’alternativa avviene – prevalentemente – fra Liberisti e Laburisti, Popolari e Socialdemocratici. Centrodestra e Centrosinistra.
Che rappresentano, storicamente, lavoratori indipendenti e dipendenti.
Imprenditori e operai oppure impiegati.
Mentre oggi in Italia i due principali partiti, PdL e Pd, prevalgono, in particolare, tra le componenti “esterne” al mercato del lavoro. Il PdL: fra le casalinghe (36%). Il Pd: fra i pensionati (37%).
Quelli che guardano la tivù…
Il M5S, invece, ha assunto una struttura sociale interclassista.
Da partito di massa all’italiana. Come la Dc e il Pci della Prima Repubblica.
Primo fra gli imprenditori e i lavoratori autonomi, fra gli operai (40%), ma anche fra i disoccupati (43%).
Fra i “liberi professionisti” (31%) e fra gli studenti (29%) – dunque fra i giovani.
In più, ha un impianto territoriale “nazionale”.
Distribuito in tutto il territorio.
Ciò induce a usare prudenza nel considerare il voto delle recenti elezioni come un evento violento, ma transitorio.
Che è possibile riassorbire con strategie tradizionali. Attraverso grandi alleanze, tra vecchi e nuovi soggetti. Oppure integrando nell’area di governo gli “ultimi arrivati”.
Non è così. Perchè il retroterra stesso delle tradizionali forze politiche, dopo una lunga erosione, è franato.
Le stesse fratture politiche che hanno improntato la Seconda – ma anche la Prima – Repubblica oggi non riescono più a “dividere” e ad “aggregare” gli elettori.
Siamo entrati in un’altra Storia.
I partiti “tradizionali”, per affrontare la sfida del M5S, non possono inseguirlo sul suo terreno. Blandirlo. Sperare di integrarlo.
Scommettere sulla sua dis-integrazione. Al Pd, per primo.
Non basta rinnovarsi, ringiovanire. Il Pd deve cambiare.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
ERRANI FA DA PONTIERE E ARRIVANO LE PRIME APERTURE, MA NEL PD ARRIVANO I MUGUGNI: “BASTA INSEGUIRE GRILLO”
«Io ci credo, mi voglio giocare il tutto per tutto». Il sentiero che porta alla nascita del
governo Bersani è strettissimo.
Il segretario del Pd ne è consapevole.
Sa che il dialogo con i grillini può rivelarsi un percorso costellato di trappole. Ed è conscio che ogni rapporto con il centrodestra è impraticabile.
Eppure vuole provarci, appendendo il filo della speranza alla possibilità che un gruppo di eletti del Movimento 5Stelle conduca Grillo e Casaleggio sulla strada della ragionevolezza.
Una eventualità per il momento assai remota.
«Ma io ci credo – ripete a tutti il leader democratico – e sono pronto a cogliere questa occasione, questa è la mia occasione».
Bersani non parla ancora di ultima chance, ma certo se l’incarico che riceverà la prossima settimana dal capo dello Stato non si tramutasse in un esecutivo, allora l’ipotesi del passo indietro assumerebbe contorni piuttosto concreti.
Per questo il segretario sta studiando ogni mossa per giocarsi tutte le sue carte.
Una partita che, appunto, continua a passare nell’angusto tunnel che conduce nel mondo grillino.
E per la scelta di mettere a disposizione degli altri gruppi parlamentari le presidenze di entrambe le Camere: Montecitorio e Palazzo Madama.
Per questo ieri ha chiesto al suo capo della segreteria, Maurizio Migliavacca, di contattare i capigruppo del M5S.
E’ stato lui a preannunciare a Crimi l’intenzione di discutere gli assetti istituzionali di questa legislatura.
«Consulteremo tutti – è il ragionamento che l’inquilino di Largo del Nazareno sta svolgendo in queste ore – per rompere una prassi che da venti anni ha invertito il significato dei rapporti parlamentari». Niente «bottino pieno» insomma alla coalizione vincente ma «corresponsabilità istituzionale».
Il Pd non considera questa disponibilità come il tentativo di avviare una «compravendita» delle poltrone, ma come la decisione di interrompere una «abitudine berlusconiana» di incassare tutti gli incarichi da parte del vincitore.
Ma ogni cosa è complicata e soprattutto ogni casella è legata da un filo invisibile ad un’altra casella.
Le cariche parlamentari sono legate alla maggioranza che darà – se la darà – la fiducia al governo e quest’ultima all’elezione del nuovo capo dello Stato.
La tattica di Bersani, però, è quella dello “step by step”, un passo alla volta.
Prima il Parlamento, poi il governo e infine il Quirinale. Ma è chiaro che un accordo sulle presidenze di Camera e Senato verrebbe da tutti interpretato come il preludio ad un’intesa sull’esecutivo.
Non a caso Grillo e Casaleggio hanno fatto sapere ai loro deputati e senatori di giudicare «inaccettabile» anche solo l’idea di ricevere i voti del Pd per lo scranno più alto a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Non a caso tra i democratici la soluzione più attendibile viene ritenuta quella che vede Dario Franceschini come successore di Gianfranco Fini e Mario Monti per l’eredità di Renato Schifani.
Ma c’è di più. Il leader pd è sicuro che dentro il Movimento 5Stelle si stia aprendo un confronto vero. Che può provocare qualche ripercussione.
Ed è per questo che ha incaricato Vasco Errani, il governatore dell’Emilia Romagna, di sondare i grillini più attenti.
Contatti che avrebbero incoraggiato l’azione bersaniana trovando la sponda di una dozzina di neoeletti.
Per incoraggiare l’opera di persuasione da qui al 21 marzo Bersani illustrerà una delle otto proposte ogni due giorni.
Un modo per dimostrare che le sue intenzioni sono effettive. E nella stessa direzione va l’idea di inviare a tutti i partecipanti alle primarie una sorta di questionario con cui fare un sondaggio tra i sostenitori del centrosinistra.
Ma la strategia del vertice democratico non convince tutti all’interno del partito.
Molti giudicano azzardato il salto incondizionato verso i grillini.
I dubbi emergono nel fronte dalemiano e in quello veltroniano, ma anche tra le fila dei giovani turchi e dei renziani.
«Basta inseguire l’ex comico – ripete da giorni il sindaco di Firenze – meglio far valere le nostre proposte e anche il nostro rinnovamento».
Anche perchè quasi tutti si stanno preparando al ritorno al voto in tempi brevi e ridisegnano i confini dell’alleanza inserendo al loro interno anche il gruppo montiano.
La deriva “giudiziaria” del Pdl del resto rischia di far abortire ogni tentativo di formare un governo.
Berlusconi, dopo lo scontro con la procura di Milano, è ormai tentato da un nuovo show down alle urne.
Anche perchè gli attuali equilibri al Senato possono essere per lui drammatici: se i pm di Napoli, ad esempio, dovessero chiedere l’autorizzazione all’arresto, l’aula di Palazzo Madama potrebbe approvarla attraverso una maggioranza pd-grillini.
Su tutto comunque peserà la valutazione del presidente della Repubblica.
Napolitano ha ricucito il dialogo con Bersani dopo le incomprensioni dei giorni scorsi. Gli darà l’incarico – probabilmente il 21 marzo – ma non sarà pieno e soprattutto non si tratterà di una delega in bianco.
Il leader democratico, per sciogliere la riserva, deve ripresentarsi sul Colle con tutti i voti sufficienti e tutti certificati. «Niente salti nel buio», ripetono al Quirinale.
Il segretario pd dunque non potrà giocare la sua scommessa come fece Berlusconi nel ’94 che racimolò 4-5 voti in extremis al Senato anche utilizzando metodi piuttosto impropri.
Napolitano pretende certezze. Altrimenti lo schema cambierà completamente.
Ma dopo Bersani ogni passo sarà un punto interrogativo.
Sul Colle non vogliono lasciare nulla di intentato prima di rinunciare.
Il modulo del “governo del presidente” resta un’opzione valida pur di evitare il ”modello Grecia”: il ritorno al voto dopo pochissime settimane e sotto la pressione infernale dei mercati finanziari.
Ma la spinta alle elezioni anticipate sta diventando per molti irrefrenabile.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
“I CINQUESTELLE SI BATTEVANO CONTRO IL MALE, MA OGGI DEVONO RINUNCIARE ALLA PUREZZA”…”SONO OTTIMISTA: ORA IL PD HACAPITO CHE SERVE UN NUOVO MODELLO SOCIALE”
Era uno di quelli che aveva visto (e dichiarato) giusto. 
Carlo Freccero, direttore di Rai 4, ha perso la scommessa sull’exploit di Grillo solo con Celentano: «Adriano mi disse che il Cinque Stelle sarebbe stato il primo partito. Io pensavo il secondo…».
Dice Freccero, che ha votato Ingroia alla Camera e Bersani al Senato: «Proprio per averne parlato bene prima ho il passaporto in regola per criticare Grillo adesso».
Da dove iniziamo Freccero?
«Dal paradosso in cui Grillo si trova. Pensi un po’: tutti pensano che ad essere in un cul de sac siano gli altri e invece è lui l’avviluppato ».
Nel senso?
«Il programma del Cinque Stelle è sempre stato quello di fare le pulci agli altri. Adesso, dopo un’affermazione elettorale così, chi fa la parte del cane pulcioso? Grillo certamente no. Ma neanche Bersani ci sta a farsi massacrare ed è per questo che fin da subito ha bocciato un’alleanza Pd-Pdl che di fatto cancellerebbe dalla scena il Pd. Il paradosso è questo. Grillo ha stravinto, al di là forse di quello che si aspettava. Ha voluto la bicicletta ma non può pedalare perchè si autodenuncerebbe come appartenente a quella casta che ha combattuto».
E allora?
«La situazione è interessante. Se Grillo e i grillini si assumono delle responsabilità entrano nell’impero del “male”, nella politica, e diventano potere. Se optano per la conservazione della purezza, non potranno più candidarsi in futuro con gli stessi presupposti e la stessa credibilità perchè la gente che li ha votati saprà che non sono la soluzione del problema».
Mentre loro discutono su “essere o non essere” il Paese scivola ogni giorno di più.
«CinqueStelle non nasce per salvare l’Italia, è più interessato al dettaglio, ad entrare in conflitto con la politica, a moralizzare il Parlamento, a togliere ai potenti le auto blu, a risparmiare i milioni di euro mentre il Paese affonda in una crisi strutturale che si declina in miliardi. Grillo non riesce a staccarsi dal suo orizzonte che è quello de “La Casta”, il libro di Stella e Rizzo. Il suo obiettivo è lo spreco, non il sistema. E’ questo il suo limite».
Di qui il cul de sac.
«Mi viene in mente il paradosso del mentitore. Se dice: “Io mento” ha detto la verità e dunque non è più mentitore. I grillini hanno promesso che apriranno il Parlamento come una scatola di tonno, che non si metteranno nè a destra nè a sinistra nell’emiciclo ma alle spalle degli altri per controllarli. Il fatto è che sono loro, in quanto vincitori, che devono sottoporsi al controllo. Per questo indietreggiano».
Nonostante gli anatemi del Capo dialogheranno con il Pd?
«Sono ottimista e penso che Grillo debba uscire dal paradosso. Bersani, dopo lo schiaffo che ha preso, dimostra di aver capito che deve dare identità ad un partito che non converge più al Centro. Occorre un pensiero di sinistra. Basta con i Casini, i Gianni Letta, i Monti. Grillo ha cambiato l’agenda, ha scardinato il pensiero unico ed è questo che mi fa ben sperare».
Se il segretario Pd fallisce Renzi è dietro l’angolo.
«Non è un problema di nomi ma di linea. Il Renzi delle primarie oggi sarebbe inadeguato, non basta più. Leggetevi gli otto punti del Pd, le questioni messe al centro della politica».
Non è affatto detto che su quegli otto punti nascerà un governo. E se si rivota?
«Se si rivotasse il Pd ha capito una cosa in più: che la fine del berlusconismo non coincide con l’epoca delle riforme alla Monti, che ci vuole un nuovo modello di equilibrio sociale ed economico».
Ma Grillo è all’altezza della sfida o preferisce continuare a cercare il cane pulcioso per usare la sua immagine?
«Non mi sembra all’altezza ma ci spero. Deve pedalare la bicicletta».
Alessandro Longo
(da “La Repubblica“)
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
UNO DEI DIBATTITI PIU’ ACCESI TRA I PARLAMENTARI CINQUESTELLE STA DIVENTANDO LA SOMMA DA PERCEPIRE: “NON SIAMO FRANCESCANI, QUA SI RISCHIA DI RIMETTERCI”
Mentre i cronisti sono chiusi in una stanzetta ad ascoltare la conferenza stampa ufficiale, i parlamentari rimasti escono tutti insieme, come una scolaresca in gita.
Per alcuni c’è un pullman, altri sono in macchina: «Stiamo morendo di fame», ripetono l’uno all’altro, ridendo e dandosi appuntamento per oggi.
«Non siamo ancora sistemati — dice Paola Carinelli — questa settimana, poi, c’è anche il conclave».
Di politica o cambi di linea non vogliono neanche sentir parlare.
Dopo l’ingresso a sorpresa di Ivan Catalano, l’apertura a un fermento che starebbe scuotendo il Movimento, c’è il serrate le file.
I neoparlamentari sono guardati a vista da ragazzi con su cartellini con scritto “staff”.
Giulia Sarti e Matteo Dall’Osso — emiliani — stanno rispondendo a qualche domanda dei cronisti, lontani dalle telecamere, ma vengono invitati a entrare: «È tardi, andate».
Laura Castelli e Marco Scibona, piemontesi, si fermano dopo un caffè a chiacchierare: quando si accorgono che gli interlocutori sono giornalisti, gli “staff” intervengono.
Lei ha un moto di ribellione: «Insomma, è maleducazione neanche fermarsi».
Loro dicono: «Ma no, scusa, per carità ». E però, sono lì guardinghi.
Massimo Artini, toscano dai modi aperti, offre il caffè e fa due chiacchiere: lui pontiere col Pd?
Proprio no.
«È vero che andavo alle medie con Matteo Renzi, ma facevamo insieme solo educazione fisica. L’ultima volta che l’ho sentito era prima delle elezioni per una riunione sugli inceneritori. Lapo Pistelli? Sì, gli curo il sito da anni, me l’ha presentato un compagno di tango».
È di fretta, è imprenditore informatico e sta preparando un forum per le discussioni interne al Movimento.
Così, magari, non si perderanno ore com’è successo ieri sulla questione rimborsi.
«Siamo arrivati in Parlamento dicendo che avremmo preso 2500 euro al mese e invece ora stiamo discutendo se tra rimborsi e tutto il resto prenderne 11mila».
Bisogna tagliare ancora, dicono in molti. «Rendicontare tutte le spese e metterle on line».
Una parlamentare siciliana avvisa: «In Sicilia hanno fatto un errore e restituito più di quello che dovevano, ci stanno rimettendo».
E un’altra: «Dobbiamo prendere il giusto, ma non fare i francescani, non vivere come universitari fuori sede nelle case tutti insieme».
Così, ogni decisione su quanto tagliare viene rinviata a un «gruppo indennità ».
Nel regolamento messo on line da Grillo e Casaleggio c’è scritto che potranno prendere 2500 euro netti di stipendio base, più diaria e rimborsi vari.
Si arriva a 11mila: «Diamo mandato ai gruppi di cambiare il regolamento ».
Crimi consiglia: «Domani vi daranno dei fogli, non firmate niente».
E altri: «Non date il vostro iban».
Nel frattempo, al bar, arrivano due deputati siciliani. Abbigliamento ricercato, maglioni firmati. Francesco D’Uva, di Messina, ha 25 anni e un dottorato di ricerca in scienze chimiche: «Non so ancora se mi danno l’aspettativa, dicono che è solo per la maternità ».
Alla Camera si può evitare la cravatta. «Io la metterò. Almeno per l’insediamento».
Con lui c’è Alessio Villarosa, 32 anni, di Barcellona Pozzo di Gotto: «Ero settimo in lista. La notte dei risultati sono andato a letto convinto di non avercela fatta. E invece».
Una delle prime ad andar via è una giovane donna con un bimbo in braccio: ha appena un anno, cammina da poco, ma ha corso per mezzo pomeriggio nella hall, sorridente e accudito dal papà . Da mercoledì basta alberghi: le riunioni saranno in Parlamento.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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