Giugno 26th, 2013 Riccardo Fucile
UN IMPRENDITORE: “DE GREGORIO MI DISSE CHE IL CAVALIERE ERA LA PERSONA PIU’ RICATTABILE D’ITALIA”
Silvio Berlusconi voleva candidare l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola per ricompensarlo del suo impegno nella cosiddetta “operazione Libertà ”, ovvero la presunta compravendita di senatori perchè lasciassero lo schieramento di centrosinistra determinando la crisi del governo Prodi.
Lo sostiene l’ex parlamentare del Pdl Italo Bocchino, interrogato in qualità di persona informata dei fatti dai pm di Napoli che conducono l’inchiesta sulla vicenda.
Il verbale è stato depositato agli atti dell’udienza preliminare che si svolgerà giovedì nel procedimento che vede imputati Berlusconi, Lavitola e l’ex senatore Sergio De Gregorio (che ha dichiarato di aver ricevuto 3 milioni da Berlusconi per passare con lui, ndr).
Bocchino, all’epoca figura di vertice del partito, concorreva a selezionare le candidature. In questa veste ha ricordato che Lavitola voleva presentarsi alle elezioni europee per il Pdl nella circoscrizione Sud.
“La sua candidatura — ha dichiarato Bocchino — era molto appoggiata da Silvio Berlusconi in persona. Berlusconi proprio ebbe a dirmi nel corso di una riunione che lui teneva particolarmente a questa candidatura poichè era grato a Lavitola per il fatto che si era prodigato all’epoca del governo Prodi e della sua crisi per quella che fu chiamata ‘Operazione Libertà ‘, cioè il traghettamento di alcuni parlamentari dal centrosinistra verso il centrodestra”.
Secondo l’ex colonnello Pdl, “la richiesta di Berlusconi venne ovviamente presa in seria considerazione, tuttavia la base del partito in Campania era ostile a Lavitola e alla sua candidatura, per cui io stesso proposi a Lavitola una candidatura nella circoscrizione Centro, ma Lavitola ebbe a rifiutare”.
Alla testimonianza di Italo Bocchino si aggiunge quella dell’imprenditore Bernardo Martano, detenuto a San Vittore nell’ambito di un’inchiesta su una bancarotta, che il 12 aprile scorso è stato interrogato dai magistrati della procura di Napoli.
Silvio Berlusconi, sostiene Martana, finanziò “pesantemente” il movimento politico dell’ex senatore Sergio De Gregorio che riteneva il leader del Pdl “la persona più ricattabile d’Italia (“lui non mi può mai dire no”).
“Preciso che avevo visto con i miei occhi Silvio Berlusconi a Napoli in occasione della manifestazione politica da me sponsorizzata, ed avevo visto che abbracciava De Gregorio”, ha affermato l’imprenditore.
“E’ noto che queste manifestazioni amicali e di affetto tra politici in occasioni ufficiali possono essere di mera facciata e di convenienza. Dunque feci la domanda chiedendogli di darmi una risposta sincera”.
E a questo punto “De Gregorio, ricordo come se fosse oggi, mi fece un sorriso sornione e beffardo.
Mi disse quasi testualmente: ‘Berlusconi ha pesantemente finanziato il mio movimento politico e comunque è la persona più ricattabile d’Italia e, per quanto mi riguarda, io personalmente lo considero la mia assicurazione, in senso che in futuro, se le cose mi dovessero andare male, lui non mi può mai dire di no”.
Berlusconi è accusato in particolare di aver dato ingenti somme di denaro a De Gregorio perchè il senatore, eletto all’epoca nelle liste dell’Italia dei Valori, passasse al centrodestra contribuendo a determinare la crisi del governo Prodi.
L’inchiesta è stata condotta dai pm Curcio, Piscitelli, Woodcock, Milita e Vanorio.
L’udienza preliminare si svolgerà domani davanti al gup di Napoli Amelia Primavera, il gip aveva respinto la richiesta della Procura di giudizio immediato.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 26th, 2013 Riccardo Fucile
SLITTA L’ELEZIONE DEL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA…CRESCE IL DISAGIO PER LE LARGHE INTESE
«Teniamo i nervi saldi». Appena uscito da Palazzo Chigi, dove ha avuto un colloquio con Letta alle 8 del mattino, il segretario democratico, prima di partire per Bruxelles, ha consegnato ai suoi un lascito: evitare di scivolare su qualche buccia di banana, non rispondere in alcun modo al Berlusconi furioso per la sentenza Ruby.
Profilo basso. Ma le tensioni nelle file del Pd aumentano.
Lo sa bene il capigruppo Roberto Speranza, che ieri sera ha convocato i “non allineati”, una cinquantina di deputati fuori dalle correnti che hanno posto una questione che si sarebbe dovuta affrontare a Montecitorio oggi, e che invece è slittata a martedì, o forse oltre: l’elezione di Daniela Santanchè alla vice presidenza di Montecitorio (al posto di Lupi, diventato ministro) in quota Pdl, e di Francantonio Genovese a segretario d’aula, in quota Pd. «Non voteremo nè l’una nè l’altro», ha chiarito Alessandra Moretti.
Che nelle file democratiche si accetti un accordo di maggioranza sul nome della fedelissima berlusconiana Santanchè è da escludere.
Tanto più dopo la scelta della deputata pdl di presentarsi n tribunale a Milano durante la sentenza Ruby per accusare i giudici e difendere il Cavaliere.
A meno che non ci si voglia ritrovare con altri 101 “franchi tiratori”.
Pippo Civati, outsider e candidato al congresso d’autunno del partito, va all’assalto: «Faccio outing già da adesso, sarò uno dei 101 che non voterà la Santanchè. Purtroppo nel Pd c’è ormai una quota solida di parlamentari, intorno ai cento, appassionata di questo governo, a cui piace anche l’esperimento antropologico: in realtà tutti gli altri sono a disagio… ».
Dissenso anche, e qui sta il supplemento di problema, nei confronti di Genovese. Messinese, della corrente di Beppe Fioroni (che lo difende a spada tratta), è finito sotto esame dei probiviri del partito sotto elezioni per un’inchiesta, anche se poi promosso.
Nel Pd sono n corso barricate e all’indomani della condanna a 7 anni di reclusione per il Cavaliere con relativa interdizione perpetua dai pubblici uffici, questo voto potrebbe scatenare la rivolta nel Pd.
Fioroni frena: «Ma quando mai! Se fosse candidata la Santanchè, il Pd voterebbe scheda bianca».
E insiste su Genovese. «Noi siamo perplessi — attacca Moretti — gli incarichi vanno affidati secondo competenze e merito, non sulla base delle divisioni correntizie». Dario Nardella, renziano, avanza a sua volta dubbi.
E il disagio per le larghe intese cresce.
Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria, contravviene alla consegna del silenzio: «Una condanna di questa portata per un ex presidente del Consiglio è una grande ferita per il paese».
E si spinge più in là : «Se la Cassazione dovesse confermare l’interdizione dei pubblici uffici, il Pd dovrebbe votare e ratificare la decadenza di Berlusconi dal suo seggio». Rosy Bindi rincara: «Il Pd può stare in maggioranza con Berlusconi? Apriamo un confronto politico serio».
E Renzi? In Transatlantico dicono che vuole vedere se la crisi di governo si avvicina, prima di decidere se candidarsi alla segreteria.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
CRITICANO L’ASSENTEISMO DEGLI ALTRI, MA POI NON PARTECIPANO AI LAVORI IN AULA… CHI E’ SENZA PECCATO…
La foto condivisa su Facebook dal parlamentare del Pd Paolo Coppola: “Chi è senza peccato… i banchi del #M5S durante le interrogazioni di oggi (e speriamo che la si finisca con questa ipocrisia)”.
Un messaggio di poche righe e una foto da Montecitorio bastano al deputato del Pd Paolo Coppola per rispondere a una delle campagne del Movimento 5 Stelle che, da quando sono iniziati i lavori in Parlamento, denuncia le troppe assenze dei deputati degli altri partiti durante i lavori in Aula e in occasione delle interrogazioni.
Una polemica documentata con continui scatti diffusi su Facebook e dibattiti rimasti agli atti, con tanto di intervento della presidente della Camera.
Il format Cinque Stelle ha in breve tempo conquistato tanto successo da essere adottato anche da alcuni esponenti del Partito Democratico, tra cui l’onorevole Laura Puppato che, sulla propria pagina Facebook, tuonò contro le assenze in occasione del question time sul terremoto dell’Emilia.
Non poteva che essere una questione di tempo prima che il format si rivoltasse però proprio contro il Movimento 5 Stelle, la cui assenza è stata immortalata da Coppola a Montecitorio in occasione delle interrogazioni e interpellanze sulla sospensione dell’Imu.
Chissà se, dopo questa foto, continueranno a pubblicare le foto-denuncia dall’Aula.
Mauro Munafò
(da “l’Espresso“)
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Giugno 14th, 2013 Riccardo Fucile
LAVORO, SANITA’, GIUSTIZIA, GIOCHI: UNA PIOGGIA DI PROPOSTE INONDA LE CAMERE: MA SOLO UNA SU CENTO VA IN PORTO
1.929 proposte in tutto: 1.134 alla Camera e 795 al Senato, in media circa 25 al giorno. 
Dopo oltre tre mesi e a quasi cento giorni dall’insediamento del nuovo parlamento, a tanto ammontano le proposte di nuove leggi depositate da deputati a senatori a Montecitorio e palazzo Madama.
Proposte che toccano tutti i settori della vita politica e della società , dalla giustizia al lavoro, dalla sanità alle carceri, dall’economia ai giochi di azzardo, che “L’Espresso” ha passato in rassegna in un articolo che compare nel numero in edicola e che offrono un’idea di quali sono per la classe politica le priorità del Paese. Il settimanale ha anche stilato alcune classifiche.
Per quanto riguarda i temi più gettonati dai parlamentari nelle loro proposte, in testa alla graduatoria ci sono i temi legati al diritto e alla giustizia (277 progetti di legge).
A seguire, il lavoro e la salute e, immancabili, le riforme dell’ordinamento dello Stato. A fare la parte del leone, forte dei suoi 401 parlamentari, è naturalmente il Pd, con 730 proposte.
Seguono il Pdl e la Lega, terza in questa graduatoria, ma in testa se si considera la media delle proposte di ciascun parlamentare: quasi otto a testa.
Non sorprende perciò se i due primatisti alla Camera e al Senato sono entrambi del Carroccio: Davide Caparini (58 proposte) e Giacomo Stucchi (83).
Per quanto riguarda invece i parlamentari del Movimento 5 Stelle, sono quasi in coda alla classifica e ultimi come media individuale.
Non brillano nemmeno i big dei vari partiti.
Da quando non è più premier, Mario Monti per esempio non ha trovato il tempo per firmare una legge.
Idem per Silvio Berlusconi e Angelino Alfano.
Nel centrodestra annaspano anche i capigruppo Renato Brunetta e Renato Schifani, autori di una proposta-fotocopia per istituire la commissione Antimafia.
Brunetta ha solo fatto mezzo passo in più, chiedendo con Mara Carfagna l’aggravante per i reati connessi alle discriminazioni razziali, sessuali o religiose.
Quanto alla sinistra, Pier Luigi Bersani ha presentato la proposta per la modifica del Porcellum e per concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati, che doveva essere la prima legge del suo esecutivo.
Enrico Letta (due proposte in tutto), prima di essere chiamato a Palazzo Chigi ha invece puntato sui cervelli in fuga, proponendo incentivi per favorirne il rientro.
Nichi Vendola prima di dimettersi da deputato ha cavalcato immigrazione, matrimoni e adozioni gay.
Male invece Guglielmo Epifani, la cui attività legislativa risulta nulla, come quella di Pier Ferdinando Casini, mentre Giulio Tremonti ha riproposto la separazione fra banche commerciali e d’affari per fissare, così ha scritto, «un limite allo strapotere del capitalismo finanziario».
Primo Di Nicola e Paolo Fantauzzi
(da “l’Espresso)
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Giugno 14th, 2013 Riccardo Fucile
NELLA CLASSIFICA DI CHI DISERTA SEGUONO VERDINI, MARIA ROSARIA ROSSI, GIACOBBE E MINNITI… GIA’ 29 CAMBI DI CASACCA IN TRE MESI
Il nuovo Parlamento, quello con l’età media più bassa e con il numero maggiore di donne, è al
suo terzo mese di vita.
Ma di nuovo si registra ben poco.
Resta il vecchio malcostume dell’assenteismo, ancora duro a morire.
Il record negativo spetta a Silvio Berlusconi, presente in aula una sola volta su 158 sedute. A fargli compagnia, il suo avvocato, senatore Nicolò Ghedini, Maria Rosaria Rossi e Denis Verdini: l’intero quartetto, capeggiato dall’ex premier, s’è presentato in aula solo per votare la fiducia al governo Letta.
A fornire questi dati, e a stilare la classifica delle presenze e delle assenze, è Openpolis, l’osservatorio civico che fotografa le attività dei parlamentari a Montecitorio e Palazzo Madama.
Nella top five degli assenti, al Senato Openpolis cita la Cinque Stelle Fabiola Antinori, in aula solo dieci volte, ma giustificata da seri problemi di salute.
Il vero quinto posto spetta quindi a Francesco Giacobbe del Pd (eletto all’estero) con 17 presenze, mentre il suo collega di partito Marco Minniti è al sesto con 18 presenze. Mentre, per scovare un deputato Cinque stelle assenteista bisogna arrivare al ventiduesimo posto, dove troviamo Paolo Romano con oltre il 50 per cento delle assenze.
Gli assenteisti abituali alla Camera per ora spettano al centrodestra: Antonio Angelucci del Pdl (della famiglia che attraverso la Tosinvest controlla il quotidiano Libero), in novanta giorni di legislatura risulta presente una sola volta su 122, seguito da Stefano Quintarelli di Scelta civica, che ha solo una presenza in più del collega del Pdl.
Al terzo posto c’è Piero Longo, anche lui avvocato di Silvio Berlusconi e onorevole del Pdl, che conta solo nove presenze.
Maglia nera anche per Umberto Bossi che ha disertato Palazzo Madama ben 108 volte e Michela Vittoria Brambilla, a quota 103 assenze.
Tra i deputati più presenti, sul podio ci sono Annalisa Pennarella di Sel, Roberta Agostini del Pd e Ferdinando Alberti del M5S: non hanno mai saltato un giorno di Aula.
CENTROSINISTRA, IL MENO PRESENTE E’ BERSANI.
Sempre alla Camera, per trovare gli assenteisti del centrosinistra bisogna scorrere la classifica e arrivare all’ottavo posto, dove si piazza l’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, assente 79 volte su 122.
Scorrendo ancora un po’ questo elenco, in quattordicesima posizione, troviamo il collega democratico, Paolo Gentiloni, fermo al 55 per cento, seguito dagli esponenti del centrodestra Gianfranco Rotondi e Daniela Santanchè.
In totale sono soltanto 24 su 315 i senatori che non hanno mancato neanche un giorno a Palazzo Madama.
I primi della classe sono del Pd con undici senatori sempre presenti: Maria Rosaria Capacchione, Felice Casson, Donatella Albano, Silvana Amati, Massimo Caleo, Mauro Del Barba, Marco Filippi, Federico Fornaro, Doris Lo Moro, Carlo Pegorer e Pasquale Sollo.
Al secondo posto il Pdl con sette senatori che non si sono mai assentati: Salvo Torrisi, Giancarlo Serafini, Andrea Mandelli, Mario Della Tor, Franco Conte e Federica Chiavaroli.
Medaglia di bronzo va al M5S: i cinque senatori sempre presenti sono Alberto Airola, Luigi Gaetti, Vincenzo Santangelo e Giuseppe Vacciano.
L’unico senatore della Lega che non ha mai disertato gli appuntamenti è Jonny Crosio. In compenso, ha cambiato due volte gruppo parlamentare.
IN TRE MESI 29 CAMBI DI CASACCA
Infatti nei primi novanta giorni di legislatura, calcola ancora Openpolis, ci sono stati anche diversi cambi di casacca: 12 alla Camera e 17 al Senato.
Tra i più clamorosi ci sono quelli dei deputati Vincenza Labriola e Alessandro Furnari, che il 6 giugno hanno aderito al gruppo misto lasciando il Movimento 5 stelle:
Al Senato, Marino Mastrangelo, il primo maggio s’iscrive al gruppo misto, dopo la rottura con Beppe Grillo per il suo “vizio delle comparsate tv”.
Il senatore Giulio Tremonti l’8 maggio lascia la Lega nord per far parte del gruppo Grandi autonomie e Libertà (Gal) seguito a ruota dal collega Paolo Naccarato.
Inoltre c’è chi dopo soli tre mesi conta già due passaggi di gruppo: il record spetta ai senatori Gian Marco Centinaio e Jonny Crosio che, dalla Lega, passano al Gal, per poi ritornare nuovamente nella Lega.
I parlamentari eletti con la sigla Fratelli d’Italia, nel giro di due settimane hanno abbandonato il gruppo misto per fondarne uno tutto loro.
LA CLASSIFICA DEI “RIBELLI”: SVETTA SCILIPOTI.
C’è poi la classifica dei senatori ribelli: il primo in assoluto è Paolo Naccarato del Gal, che ha votato diversamente dl proprio gruppo ben 37 volte.
Al secondo posto, tra i senatori indomiti c’è Domenico Scilipoti, che — nella passata legislatura — lasciò Antonio Di Pietro per abbracciare la causa di Silvio Berlusconi. In questi primi tre mesi, su 68 votazioni si contano 28 sue defezioni.
Al terzo posto troviamo Francesco Palermo, alla sua prima esperienza da parlamentare con il gruppo Per le autonomie-Psi, ha votato 23 volte contro corrente.
Tra i banchi di Montecitorio troviamo Angelo Attaguile (Lega) con 25 voti ribelli e Franco Marguerettaz (Lega) con 13 voti contrari alla linea del partito.
Segue Andrea Vecchio di Scelta civica con i suoi dieci voti dissenzienti.
I PIU’ SEGUITI ON LINE: LA PALMA A DI BATTISTA E CIVATI.
In questa classifica spiccano anche i parlamentari più seguiti: gli utenti — registrandosi e entrando nel sito — possono attivare il monitoraggio per atti, parlamentari e argomenti e ricevere aggiornamenti sulle attività svolte da ogni singolo eletto. Alessandro Di Battista del Movimento 5 Stelle e Pippo Civati del Pd sono i più seguiti, rispettivamente da 40 e 36 utenti.
Loredana Di Cesare
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile
“TROPPA CONTINUITA’ CON IL GOVERNO, NON HANNO VOLUTO CAMBIARE”
Fava, quanto ci è rimasto male?
«Nessuno stupore. Anzi, un po’, perchè non ho capito come mai il Pd si sia fatto portavoce di certe preoccupazioni che riguardavano la mia persona. Un atteggiamento che mi addolora».
Quanto pensa che abbia pesato la sua inchiesta sui servizi segreti nell’escluderla?
«Non credo che ci sia stato nessun signore mascherato che abbia bussato alla porta del Parlamento per mettere un veto su di me a nome dei servizi segreti»
E allora?
«Registro un clima diffuso… Sono usciti articoli che raccontavano di me, e riferivano di quando, sette anni fa, ho reso dichiarazioni ufficiali al Congresso degli Stati Uniti. Oppure di quanto, cinque anni fa, ho testimoniato al processo di Milano sul caso Abu Omar. Cose che io stesso avrei difficoltà a ricostruire. Si vede che qualcuno conserva memoria».
E se ne meraviglia? Lei, Fava, ha messo spalle al muro le segrete intese tra la Cia e i servizi segreti di tutt’Europa, con molti governi che negavano pure l’evidenza.
«Si vede che qualcuno ritiene che io mi sia comportato in modo troppo indipendente nel giudicare le attività distorsive delle agenzie di intelligence. Ora, questa mia indipendenza di giudizio penso dovesse essere considerata un merito e non un demerito. Ma così va l’Italia… Fino a oggi il Copasir ha marciato con spirito di sinergia verso le scelte dei governi».
Con lei sarebbe cambiata musica?
«Se avessero dato al sottoscritto la presidenza, non dico che ci saremmo impegnati a mettere bastoni tra le ruote, ma almeno una corretta vigilanza, quella sì. Finora non è accaduto. Semmai c’è stata una sostanziale continuità , fino al punto che esponenti di governo, dismessa la carica di ministri, divenivano presidenti del Comitato di controllo attraverso il quale potevano “vigilare” sull’operato dei servizi segreti che dirigevano fino al giorno prima. Ma è la democrazia stessa, non soltanto il senatore Fava, che dovrebbe essere preoccupata se ci sono azioni distorsive da parte dei servizi segreti. Io ho segnalato quello che ritenevo un comportamento patologico. Ciò ha determinato veti sul mio nome? Ne sono onorato. Significa che ho lavorato bene, non il contrario».
(da “La Repubblica“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA RIVELA: “VOTATO ALLE QUIRINARIE? NESSUNO ME LO HA MAI CHIESTO”…”IL PRESIDENZIALISMO FORMA DI GOVERNO CAMALEONTICA”
Professor Zagrebelsky, la maggioranza lavora alla riforma presidenzialista, il Pd si divide. Lei che
ne pensa?
«Penso che il tema andrebbe trattato non come fosse al centro di una guerra di religione o di una disputa ideologica, ma guardando empiricamente come funziona il presidenzialismo nei vari Paesi. Non c’è forma di governo più camaleontica, visto che assume i colori e le caratteristiche dell’ambiente in cui viene impiantato».
Ad esempio?
«Sono sistemi presidenziali o semipresidenziali gli Stati Uniti come molti Stati del Sud America, che hanno avuto vicende di colonnelli che dall’esercito diventano capi di Stato. La gran parte dei paesi dell’Africa che noi consideriamo democraticamente sottosviluppati, per non dir di peggio, sono sistemi presidenziali».
Semipresidenziale è la Francia.
«Sì. Ma, guarda caso, pure la Russia di Putin. In materia costituzionale è sempre sbagliato ragionare di modelli astratti; in questo caso, è sbagliatissimo. Il modello astratto dice poco. Esistono regole formali, ma il modello che si viene a realizzare dipende da una serie di circostanze di natura sociale, politica, psicologica».
L’Italia è inadatta?
«Sotto ogni profilo. Sociale: il presidenzialismo può funzionare se il tasso di corruzione è nei limiti della fisiologia; altrimenti diventa il volano della corruzione. Politico: i Paesi in cui il presidenzialismo non crea problemi di eccessivo accentramento dei poteri sono quelli in cui il capo del governo è il prodotto di partiti che hanno una loro vita democratica e le loro regole. Negli Usa i partiti non sono solo comitati elettorali; in particolare quello che esprime il presidente ha una vita ricca, una dialettica che lo condiziona. In Francia, De Gaulle aveva dietro un partito. Hollande è stato per un decennio il segretario socialista».
E da noi?
«Da noi, la degenerazione personalistica nella politica è evidente. Più si accentua, più i partiti diventano macchine al servizio del padrone».
Berlusconi e Grillo per lei pari sono?
«Non dico questo. Bisognerebbe fare molte distinzioni: la prima riguarda il ruolo del danaro. In ogni caso, la democrazia nei partiti è questione che li riguarda tutti, quale più e quale meno. Vale la metafora della pagliuzza nell’occhio dell’altro e della trave nel tuo. Ma nella vita dei popoli, come notava Hegel a proposito della Rivoluzione francese, ci sono momenti in cui prevale l’insofferenza per le difficoltà e per la moderazione: e la democrazia è difficile e moderata. Frenesia di distruzione, per liberarsi dalle cose che sembrano gioghi. Qui entra la psicologia collettiva. Non è un segno di maturità , ma di decadenza. Ernst Bloch descrive questa sindrome collettiva nella Germania degli anni 20 e 30. Non dico che siamo a quel punto; ma certo oggi è un atteggiamento molto diffuso, e il presidenzialismo può essere la tentazione per liberarsi del peso della democrazia e, con il peso, della democrazia stessa».
Da costituzionalista come valuta la rielezione di Napolitano?
«Non c’è stata violazione di regole esplicite. La Costituzione non vieta la rielezione. Si pensava però che, ragionevolmente, il problema, in pratica, non sarebbe sorto. Persone onuste d’anni e di saggezza è buona cosa che non concorrano per la rielezione, anche perchè una simile aspirazione potrebbe indurre a cercare appoggi politici e compromettere l’indipendenza. Quattordici anni? Un’enormità non repubblicana. L’articolo 85 dice che il Parlamento in seduta comune è convocato per l’elezione del “nuovo” Presidente della Repubblica: un residuo psicologico della convinzione che un secondo mandato non ci potesse essere. Del resto tutti i presidenti, compreso Napolitano, hanno sempre escluso l’ipotesi della loro rielezione. Il fatto che Napolitano, come s’è detto, abbia ceduto a uno stato di necessità è cosa che deve far riflettere: significa che la classe politica nel suo insieme è totalmente imballata, paralizzata al suo interno. In questi casi, non resta che congelare l’esistente. Ma è una sconfitta».
E come valuta il governo Letta-Alfano?
«Mi pare un’altra manifestazione di un sistema politico sovraccarico di tensioni, ricatti, di veti reciproci. Quando un sistema politico è in crisi per queste ragioni o implode, o si congela. Da Monti a Letta c’è un passaggio nel segno della continuità : si mantiene ferma la stessa formula in altra veste, con i politici al posto dei tecnici».
Lei pensa che la destra se ne avvantaggerà a scapito della sinistra?
«Dal punto di vista delle riforme, la danza la sta menando la destra. Il presidenzialismo è un tema tradizionale della destra autoritaria, cavallo di battaglia già del Msi, poi cavalcato dal partito di Berlusconi. Ed è uno dei punti centrali del piano di rinascita nazionale di Gelli. Queste cose non si usa dirle più. Sembrano politicamente scorrette. Ma la continuità di un’idea della politica che non è nata oggi vorrà pur dire qualcosa. Quelli che a noi paiono pericoli mortali, per loro sembrano opportunità . Invece alla visione e alla pratica della democrazia, secondo la sinistra e secondo la sociologia politica cattolica, quell’idea è stata sempre estranea. Non ricordo chi diceva: la destra propone, la sinistra segue; ma solo la destra sa quel che si fa».
Autorevoli esponenti del centrosinistra, a cominciare da Prodi, hanno aperto al presidenzialismo.
«Non so che dire. Non me lo spiego. I cattolici sono sempre stati irremovibili nel difendere una concezione politica che non poteva incarnarsi nell’uomo solo al potere. Alla Costituente, Calamandrei avanzò la proposta d’un sistema all’americana: presidenzialismo unito a federalismo, diritti di libertà , forti garanzie, a cominciare dall’indipendenza della magistratura e della Corte costituzionale. Ma non raccolse consensi. Riproporla ora mi pare effetto della sindrome di Stoccolma».
Anche Renzi sembra per il presidenzialismo. Che cosa pensa di lui?
«Lo conosco poco. Come innovatore lo apprezzo, ma nelle questioni istituzionali non si può improvvisare. La rottamazione, a parte la parola, può servire, se non significa liquidare gli anziani ma rompere le oligarchie. L’Italia è un Paese oligarchico. Governato ormai dalla “ferrea legge delle oligarchie” teorizzata da Michels, Mosca, Pareto. Un sistema che vive di privilegi, che ha bisogno di gestire il potere in modo non trasparente, quindi d’illegalità . Scuotere le oligarchie fa bene alla democrazia. Se davvero Renzi pensa ancora a questo, ben venga».
La rete è uno strumento per rompere le oligarchie, discutere, partecipare?
«A leggere certi blog, è uno strumento per scambiarsi insulti. La discussione non è questa, è dialogo, scambio di logos, di buone ragioni. La rete può far emergere bisogni, che però hanno bisogno di sintesi. E solo una struttura di persone responsabili di fronte a militanti ed elettori la può fare».
Grillo sostiene che gli eletti siano solo il terminale della rete. L’M5S è uno strumento di dialogo, o un’autocrazia?
«Gli eletti sono il terminale di un programma, che però va adeguato di continuo ai cambiamenti della realtà . Non hanno vincolo di mandato, ma non è che possono fare quello che gli pare. Quanto alla rete, è fondamentale la trasparenza».
Che effetto le ha fatto vedere il suo nome nelle «quirinarie»? Si è pure piazzato bene, al quarto posto…
«Sì ma con 4300 voti: cosa sono su 60 milioni di italiani? In ogni caso, nessuno mi ha mai interpellato. Neppure un colpo di telefono. Una cosa strana, che fa riflettere. Più che “quirinarie”, sono state un limitato sondaggio di opinione».
Rodotà poi è entrato in urto con Grillo.
«Ringrazio il cielo che sia toccata a lui. Il Signore mi ha messo una mano sulla testa…»
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
COSTITUITA L’ENNESIMA COMMISSIONE DEI SAGGI: 35 NOMI PER LE RIFORME
Ecco la commissione dei “saggi” sulle riforme costituzionali. Il governo procede a tappe forzate per mantenere entro la settimana l’impegno assunto con il capo dello Stato a farsi motore di propulsione delle modifiche alla Carta.
E mentre si lavora al testo del ddl sull’iter delle riforme, con l’obiettivo di vararlo nel Consiglio dei ministri di venerdì, il premier Enrico Letta firma la nomina dei 35 esperti del diritto (10 donne) con funzione consultiva rispetto al governo.
Il primo organo a entrare in campo nella nuova partita per le riforme, è dunque la commissione di teorici e pratici del diritto incaricata di fornire i suoi input nel merito delle modifiche da apportare alla Costituzione.
Gli esperti, che saranno ricevuti giovedì al Quirinale, lavoreranno nel tempo necessario al Parlamento per approvare il ddl costituzionale che definirà l’iter delle riforme. Fino a quando, insomma, saranno le Camere a entrare nel merito. Probabilmente dopo l’estate.
Dai nomi appare evidente lo sforzo di rappresentare tutti gli orientamenti e le anime politiche.
Si va da Lorenza Carlassare, nota costituzionalista vicina agli ambienti di sinistra, a Nicolo’ Zanon, che nel Csm è un laico espressione del Pdl.
Ci sono poi i “saggi” Valerio Onida e Giovanni Pitruzzella. C’è Luciano Violante, ma anche l’ex ministro di Berlusconi Franco Frattini e l’Udc Francesco D’Onofrio.
E ancora: l’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini, il costituzionalista Michele Ainis e il politologo Angelo Panebianco.
Stavolta niente gaffe: le donne sono 10 su 35, da Nadia Urbinati a Elisabetta Catelani.
Intanto, i tecnici limano il testo del ddl costituzionale che disegnerà il percorso delle riforme.
I contenuti saranno quelli indicati nella mozione di maggioranza approvata in Parlamento. A partire dal `Comitato dei 40′ (20 deputati, 20 senatori), che elaborerà i testi. In queste ore, raccontano, si sta cercando `l’algoritmo’ che dovrà definire la presenza dei partiti nel Comitato. Si cercherà un equilibrio tra consistenza dei gruppi e voti alle elezioni, per evitare uno sbilanciamento in favore dei dem, causa premio di maggioranza. Ma l’equazione starebbe creando qualche problema.
Il Comitato avrà in ogni caso solo poteri referenti: i testi saranno insomma emendabili in Aula.
Ma per evitare che le leggi restino impantanate nel dibattito parlamentare, è probabile che nel ddl del governo sia indicato uno scansionamento preciso e serrato dei lavori, che garantisca di raggiungere il traguardo entro 18 mesi.
A partire da una riduzione da tre a due mesi dei tempi che devono passare tra le letture delle due Camere. Di sicuro, ci sarà la possibilità di svolgere in ogni caso un referendum confermativo al termine del percorso.
Non si entrerà nel merito delle riforme, se non per indicare – ipotizzano fonti parlamentari – i confini dell’intervento: l’esame di progetti di legge di revisione della seconda parte della Costituzione, nonchè di una legge elettorale che sia coerente con il nuovo assetto istituzionale.
Un riferimento, secondo qualche deputato, potrebbe essere fatto però anche alla necessità di garantire un bilanciamento dei poteri ove si mettesse mano alla forma di Stato e di governo.
Ed è ancora il semipresidenzialismo ad accendere il dibattito tra i partiti.
Mentre Silvio Berlusconi e i suoi continuano a premere in questa direzione, il segretario del Pd Guglielmo Epifani non chiude la porta al modello francese e invita tutti a «non piantare muri», ma sottolinea la necessità di «fermarsi un attimo e discutere seriamente nelle sedi competenti con gli argomenti giusti, con tempi giusti e nell’ordine giusto».
In particolare, il segretario Pd ricorda la necessità di riforme «pesi ed equilibri», a partire da una «moderna legge sul conflitto d’interesse». E incassa la piena disponibilità da parte del capogruppo Pdl Renato Brunetta.
Il dibattito entrerà nel vivo in Parlamento: «governo e presidente della Repubblica – ammonisce Epifani – devono essere lasciati fuori dalla mischia».
I nomi
Michele Ainis — Università Roma 3
Augusto Barbera — Università di Bologna
Beniamino Caravita di Toritto — Università la Sapienza Roma
Lorenza Carlassare — Università di Padova
Elisabetta Catelani — Università di Pisa
Stefano Ceccanti — Università Roma 3
Ginevra Cerrina Feroni — Università di Firenze
Enzo Cheli — Presidente Emerito Corte Costituzionale
Mario Chiti — Università di Firenze
Pietro Ciarlo — Università di Cagliari
Francesco Clementi — Università di Perugia
Francesco D’Onofrio — Università La Sapienza Roma
Giuseppe de Vergottini — Università di Bologna
Giuseppe Di Federico — Università di Bologna
Mario Dogliani — Università di Torino
Giandomenico Falcon — Università di Trento
Franco Frattini — Presidente Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale
Maria Cristina Grisolia — Università di Firenze
Massimo Luciani — Università La Sapienza Roma
Stefano Mannoni — Università di Firenze
Cesare Mirabelli – Presidente Emerito Corte Costituzionale
Anna Moscarini — Università della Tuscia
Ida Nicotra — Università di Catania
Marco Olivetti — Università di Foggia
Valerio Onida – Presidente Emerito Corte Costituzionale
Angelo Panebianco — Università di Bologna
Giovanni Pitruzzella — Università di Palermo
Anna Maria Poggi — Università di Torino
Carmela Salazar —Università di Reggio Calabria
Guido Tabellini — Università Bocconi di Milano
Nadia Urbinati — Columbia University
Luciano Vandelli — Università di Bologna
Luciano Violante — Università di Camerino
Lorenza Violini — Università di Milano
Nicolò Zanon — Università di Milano
(da “La Stampa”)
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Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile
SPIRAGLI DA SETTORI DEL PD, MA LA BINDI FA LE BARRICATE… SEL, LEGA E M5S CONTRARI
È stata accolta «con acclamazione» dal Pdl e, primo fra tutti, dal segretario politico e vicepremier Angelino Alfano la battuta del premier, Enrico Letta, sulla necessità di cambiare «le modalità » per l’elezione del capo dello Stato.
Perchè ha subito fatto pensare ad un’apertura all’elezione diretta del presidente.
Ma il Pd su questo argomento si spacca, con i «guardiani della Costituzione» attuale capitanati da Rosy Bindi.
Parla a margine della parata del 2 Giugno, gli argomenti all’ordine del giorno sembrano essere quelli sul Fisco, sulla riforma della Pubblica amministrazione, sul lavoro.
Ma, a giornalisti ormai congedati, Alfano fa un mezzo balzo indietro quando qualcuno pronuncia la frase «eleggere direttamente il capo dello Stato».
Un largo sorriso precede la rivendicazione della paternità dell’idea: «Noi lo diciamo da anni. Nella scorsa legislatura abbiamo pure presentato un disegno di legge in Senato».
Meglio tardi che mai, sembra comunque ammettere: «Adesso anche nel Pd arrivano dei significativi spiragli. Se riuscissimo a farla, sarebbe una grande prova di democrazia» e uno strumento per «riavvicinare i cittadini alle istituzioni».
Così, insomma, Alfano ha letto le dichiarazioni pronunciate da Letta nel corso del Festival dell’Economia di Trento. «La settimana vissuta a metà aprile per l’elezione del capo dello Stato con le regole della Costituzione vigente è stata drammatica per la nostra democrazia, non credo che potremmo eleggere il presidente ancora in quel modo lì».
Tanto è bastato, tuttavia, a sollevare gli animi del Pdl e nuove polemiche tra le file del Pd.
Per Rosy Bindi il governo dovrebbe «concentrarsi di più» su altri accordi di maggioranza, per risolvere «i drammi economici» e sociali del Paese.
«In particolare – ha aggiunto – sorprende che il presidente Letta abbia assicurato il superamento della modalità di elezione del capo dello Stato motivando questa scelta come garanzia per non rivivere mai più l’esperienza della faticosa rielezione del presidente Napolitano. Davvero non si può accusare la Costituzione di essere superata e inefficace per coprire gli errori dei partiti e soprattutto della classe dirigente del Pd»
Mentre il senatore del Pd, Nicola Latorre, dalemiano, si è espresso per il «sì».
«Prevedendo i dovuti contropoteri – ha detto Latorre – una seria legge sul conflitto d’interessi, e con un sistema elettorale maggioritario a doppio turno di collegio, l’elezione diretta del presidente della Repubblica e la forma di governo semipresidenziale sarebbe da noi presa in seria e favorevole considerazione».
Critiche sono arrivate dal segretario di Sel, Nichi Vendola, per il quale il semipresidenzialismo è uno «sbandamento culturale».
E anche dai costituzionalisti Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky arriva una forte stroncatura, da Bologna durante una manifestazione in difesa della Costituzione.
Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo è perentorio: «Si baloccano con il presidenzialismo mentre economicamente l’Italia affonda». Critiche anche dalla Lega. Il presidenzialismo?
«Del tutto inutile», risponde il leader leghista Roberto Maroni: «Abbiamo appena eletto il presidente della Repubblica: è una riforma inutile, serve altro».
«Al Nord – prosegue Maroni – serve lasciare qui i soldi, cancellare il patto di stabilità , abbassare la pressione fiscale sulle piccole e medie imprese».
In ogni caso, c’è ormai una discussione trasversale sul problema.
Ieri sul Corriere Augusto Barbera, Angelo Panebianco, Arturo Parisi e Mario Segni hanno firmato una lettera-appello nella quale si invoca un movimento di cittadini che ponga mano a «un’iniziativa legislativa popolare per l’elezione diretta del presidente della Repubblica».
E in settimana dovrebbero arrivare le indicazioni del governo per «il comitato dei saggi» chiamato ad accompagnare il lavoro del Parlamento.
M.Antonietta Calabrò
(da “il Corriere della Sera“)
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