Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile
SETTIMANA DECISIVA PER DECIDERE SU PRESIDENZA VIGILANZA RAI, GIUNTA IMMUNITA’ E SERVIZI SEGRETI
Settimana decisiva per la nomina dei presidenti della commissione di Vigilanza Rai, del comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti (Copasir) e della giunta per le elezioni e le immunità del Senato.
Le bordate di Beppe Grillo contro i giornalisti del servizio pubblico (Gabanelli e Floris in testa) non hanno certo reso più sereno il clima intorno all’annunciata elezione di Roberto Fico (M5S) alla presidenza della Vigilanza.
Fico, già intervistato da Lucia Annunziata su Raitre, ha detto che «non c’è nessun editto di Grillo contro la Gabanelli e contro Floris… A questi giornalisti non capiterà niente…».
Eppure, l’aria che tira in casa Cinque Stelle agita le acque: «Siamo stati in stallo per molto tempo, la prossima settimana ci occuperemo anche di questo. Sono commissioni che spettano all’opposizione. Prenderemo atto del candidato del M5S, non ci sono preclusioni di principio», ha detto ieri Renato Schifani.
Per legge solo il Copasir spetta all’opposizione: a San Macuto, a controllare gli «007», è in arrivo dunque un senatore della Lega (Divina o Bitonci) se Nichi Vendola (Sel) non ce la farà a imporre il deputato Claudio Fava.
Nello schema dell’accordo la terza casella delle presidenze, quella della giunta del Senato (strategica per l’eventuale dibattito sull’ineleggibilità di Berlusconi) spetterebbe al senatore Dario Stefano (Sel).
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“IL PRESIDENZIALISMO SNATURA LA COSTITUZIONE E RAFFORZA I POPULISMI, MEGLIO IL MODELLO TEDESCO”… “GLI INSULTI DI GRILLO? INACCETTABILI”
«È illusorio curare la crisi della politica con scorciatoie decisioniste semipresidenzialiste. Così si rinforzano il populismo e l’antipolitica».
Idee nette quelle di Stefano Rodotà sulle riforme istituzionali.
E ce n’è per tutti.
Per Berlusconi, per Grillo e per il Pd, che mette in guardia: «Rifondare il partito sul rafforzamento dell’esecutivo servirebbe a coprire un vuoto di cultura politica. Non a rilanciare o rinnovare un’identità ».
Dunque, altro che «ottuagenario miracolato dalla rete», come inveisce il comico genovese, al quale lo studioso replica con fermezza e senza astio.
Quella di Rodotà è un’analisi lucida, che parte da lontano.
A tre decenni dalle diatribe sulla Grande Riforma, tornano i temi del presidenzialismo e del premierato. Con accuse di conservatorismo a chi vi si oppone. Anche lei è conservatore?
«Si è soliti contrapporre conservatori e riformatori a riguardo. Ma nel mezzo c’è molto di più: dal tema del bicameralismo, ai regolamenti, al numero dei parlamentari, ai poteri del premier. Sui principi costituzionali mi iscrivo di buon grado fra conservatori, ma senza rinunciare all’innovazione, sui punti elencati. Perchè un conto è la doverosa manutenzione della nostra Costituzione. Altro il suo stravolgimento su basi presidenziali o semi. Non è vero che il premier oggi non abbia poteri, come dice Berlusconi. Tutt’altro. Semmai il problema è quello dei colpi di mano sulle regole. Favoriti da maggioritarismo e Porcellum, che hanno travolto le garanzie sul 138 e sull’elezione presidenziale vigenti in era proporzionale».
Perchè tornano le pulsioni decisioniste?
«Intanto i famigerati anni 70, accusati di vischiosità , furono i più proficui in senso riformista. Dalle Regioni, allo statuto dei lavoratori, al divorzio. Invece gli anni 80, “decisionisti”, furono sterili e fatti di debito pubblico. Il punto è stata la crisi della politica. Sicchè una politica lottizzatrice pigra e svuotata dinanzi al mutamento sociale anni 80 ha finito con lo scaricare le sue colpe sulle istituzioni e sulla loro forma, invece di ripensare le “sue” forme. Si è celebrata l’alternanza come panacea. Per cui nell’era del bipolarismo tutto si sarebbe rinnovato e alternato, mutando le classi dirigenti. Risultati: aumento della corruzione, instabilità , paralisi. E una politica colonizzata da avventure populiste».
Alla base dell’«ingovernabilità » e delle larghe intese vi sarebbe l’ossessione maggioritaria?
«Sì, è stato il nostro sistema maggioritario a far crescere il populismo e il bipolarismo selvatico, con ciò che ne è seguito. A partire dal Mattarellum…».
Ma esisteva un’altra strada dopo Tangentopoli?
«Certo, e ho cercato di perseguirla in minoranza. Con la Sinistra indipendente, e contro le impostazioni di Segni e Gianfranco Pasquino. Mi sono battuto in tal senso, al referendum del 1993 contro il maggioritario. Il mio modello? Modello tedesco: metà collegi uninominali, e metà proporzionale. E poi: sbarramento, Camere diversificate, poteri del premier e sfiducia costruttiva. Infine, regolamenti, velocizzazione legislativa, poteri del “Cancelliere”. La mia posizione resta questa, sebbene sia stata sconfitta dall’egemonia di un altro senso comune, e con gli effetti che vediamo…».
Veniamo al semipresidenzialismo, che torna a circolare anche nel Pd. Il suo giudizio?
«Tecnicamente ha molte controindicazioni. Dalla cosiddetta monarchia repubblicana ai conflitti della coabitazione. Ma la questione non è tecnica o astratta. In Francia dove si è imposto tra crisi algerina e ambizioni nazionali ha retto, perchè lì c’è una lealtà repubblicana condivisa. Nel contesto italiano di contro, i rischi sono enormi, perchè non c’è delimitazione verso l’estrema destra, e il sistema potrebbe risultare catastrofico e divisivo. Oltralpe anche la sinistra ha votato Chirac, e non Le Pen. E se lo immagina un ballotaggio finale tra Berlusconi e Grillo?».
Conseguenze nefaste anche per la politica, risucchiata a quel punto tutta dentro la figura del decisore eletto dal popolo?
«Certo, per la politica e per i partiti. La subordinazione sarebbe fatale, e ne verrebbe travolta la funzione di garanzia del Presidente, cardine del nostro ordinamento parlamentare. Inficiata anche la norma che definisce immodificabile la forma repubblicana dello Stato, che fa corpo con la Repubblica parlamentare. Con danni e conflitti irreparabili. E devo dare atto a Bersani di questo: è stato sconfitto, ma ha mantenuto una posizione fermamente avversa alla personalizzazione della politica. Che è all’origine dei mali di cui parliamo».
E Grillo, negatore di libertà di mandato e democrazia delegata, non è dentro questi mali? E ancora: è deluso degli attacchi alla sua persona?
«Ho ringraziato Grillo per la sua “designazione”. Dopo avergli anche detto che, dinanzi alla canditura di Prodi, facevo un passo indietro. Poi sono andato a discutere con il suo gruppo alla Camera della democrazia parlamentare. E dissi: “Siete in parlamento, volete gettare al vento la libertà dei singoli in nome del portavoce?” Registrai consensi e dissensi. Ma la questione resta aperta, e andrà avanti lì dentro. Gli insulti? Inaccettabili, visto il mio tentativo di offrire un contributo. Lascio a ciascuno la sua libertà di giudizio, nel rispetto degli altri. Quel che mi sta a cuore è la coerenza delle mie idee. Agli attacchi sono abituato».
Agenda istituzionale di questo governo. Corretta? Confusa? Migliorabile?
«Occorre invertire priorità e strumenti. Prima ci vuole la legge elettorale: abolizione del Porcellum, magari anche con un nuovo Mattarellum. Per sottrarre a Berlusconi un’arma di ricatto, allungare eventualmente i tempi di questo governo e inserire altri temi nell’agenda, a partire dai diritti civili. Poi, per via ordinaria senza comitati e commissioni si potrà affrontare la riforma istituzionale. Ma senza stravolgimenti della forma parlamentare. E, auspicabilmente, nel solco di un sistema alla tedesca anche per quel che riguarda i rami alti».
Abbiamo evocato i partiti, corpi intermedi decisivi nella nostra Costituzione. La fine del finanziamento rischia di ucciderli?
«Viviamo sotto una spinta generalizzata anti-casta, anche per l’uso distorto delle risorse da parte del ceto politicoamministrativo. Ma rischia di farne le spese la democrazia, che senza partiti non esiste. Rischiamo un’americanizzazione della politica, dove il peso delle lobby e del denaro è preminente. Non possiamo rinunciare al ruolo di forti soggettività di massa organizzate, in grado di mediare il nesso tra Parlamento e società . Ruolo non esclusivo certo, perchè essenziali sono anche i momenti referendari, la rete, le associazioni e i movimenti civici. Ma senza partiti la democrazia si estingue, a beneficio dei ricchi e dei potenti».
Bruno Gravagnuolo
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Maggio 31st, 2013 Riccardo Fucile
NEL PD IL PROBLEMA RENZI, NEL PDL LA POSIZIONE DI ALFANO, NEI CINQUESTELLE L’APOTEOSI DEL TEATRO DELL’ASSURDO
L’ultima tornata amministrativa ha fornito dei risultati piuttosto chiari: la rivincita del Pd, la stasi del Pdl e la netta sconfitta del Movimento 5Stelle.
Eppure quegli stessi dati stanno provocando un vero e proprio sconquasso non solo in chi ha perso, ma anche in chi ha vinto.
Lo scontro che prima si consumava sotto traccia tra Matteo Renzi ed Enrico Letta, si sta infatti ormai disvelando in pubblico.
Le loro prospettive già distinte alla nascita del nuovo governo, stanno mostrando tutti i segni di una inevitabile divaricazione. «Io non voglio fare niente contro Enrico, mi tengo lontano dallo schema che mi dovrebbe portare a far cadere l’esecutivo», ripete da giorni il sindaco di Firenze. Ma gli obiettivi dei due “soci di maggioranza” del centrosinistra non possono che essere opposti.
Il presidente del Consiglio sta edificando il suo programma sui mattoni del “lungo-periodo”. Deve durare e produrre risultati per dimostrare che l’investimento sulle larghe intese non è stato un semplice cedimento ad un’alleanza contro natura.
Deve durare per provare a giocarsi una ricandidatura. «Io penso a lavorare e mi tengo lontano dalle polemiche », è il suo mantra.
Renzi, appunto, si muove sui binari opposti.
Ha bisogno di stringere i tempi per far maturare subito la sua leadership e andare rapidamente al voto. Sa che gli esiti elettorali di domenica scorsa sono stati da tutti letti come un avallo alla politica delle larghe intese.
Esattamente quello che il capo dei rottamatori non può permettersi.
Esigenze dunque troppo contrapposte per non far esplodere il conflitto. E infatti la deflagrazione è già avvenuta.
Il duello di mercoledì sulla riforma del Porcellum ne è stata una scheggia. L’accelerazione dei renziani contro la solidarietà di maggioranza dei lettiani. In un certo senso si conferma la storia del centrosinistra degli ultimi venti anni: come Crono divorava i suoi figli, così è stata impossibile la “coabitazione” tra i leader del partito principale e i premier provenienti dalle stesse file. Con ogni probabilità , però, la sfida decisiva ci sarà al congresso del prossimo autunno (a meno di uno slittamento).
Lì si definiranno i ruoli dei due veri plenipotenziari del campo progressista.
Ma se il voto amministrativo ha acceso la disputa nel Pd, dentro il Movimento 5Stelle ha provocato una baraonda.
Trasformando il confronto politico in una sorta di teatro dell’assurdo. Con un attore, Beppe Grillo, capace di impersonare i migliori protagonisti di Ionesco.
Nel giro di pochi giorni i grillini sono riusciti a cestinare due dei loro candidati alla presidenza della Repubblica. Prima se la sono presa con Milena Gabanelli, rea di aver fatto un servizio giornalistico sulle risorse finanziarie dei grillini. Poi con Stefano Rodotà , accusato addirittura di aver criticato le parole del “lider maximo”.
Un testacoda incredibile. Che mette in evidenza tutti i limiti di una formazione verticista, senza democrazia interna, opaca nei meccanismi decisionali rimessi completamente nelle mani di Grillo e Casaleggio.
E ora anche con un consenso popolare dimezzato rispetto alle politiche di febbraio scorso.
L’ex comico ha quindi certificato ieri la sua allergia verso chiunque esprima un grado di autonomia politica o intellettuale.
Una deriva integralista che però sta causando per la prima volta una rivolta nei suoi gruppi parlamentari e sul web.
Se nel giro di tre mesi, prende forma nel corpaccione grillino il fantasma della scissione, allora forse il populismo demagogico del capo grillino inizia a perdere i suoi effetti. Soprattutto si mette il timbro sullo stato confusionale che vive il terzo partito italiano attraverso contorsionismi impressionanti.
Con una capogruppo, la Roberta Lombardi, che dopo aver bacchettato durante le consultazioni Pierluigi Bersani per un deficit di trasparenza nelle riunioni politiche, ora definisce «merda» chi riferisce i contenuti del confronto all’interno del Movimento.
Ma anche il Pdl non è esente dal tumulto post-amministrative.
Ha perso ovunque, ha dovuto rinunciare a molte delle sue roccheforti. Il nervosismo è salito ai massimi livelli. E poichè Silvio Berlusconi è il leader indiscusso e indiscutibile, l’obiettivo dello scontro interno è soprattutto Angelino Alfano.
I cosiddetti “falchi” — quelli che vorrebbero far cadere Palazzo Chigi il più rapidamente possibile in nome del Cavaliere — lo rimproverano di aver accumulato troppe cariche: segretario del partito, vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno.
Con il risultato, appunto, di aver perso — dopo le politiche di febbraio — anche la tornata delle comunali. Ma l’illogicità scatenata dall’ultimo voto avvolge anche il centrodestra.
Perchè il Berlusconi non ne vuole sapere di mettere in crisi il governo Letta. Troppe al momento le convenienze che ne sta traendo. A meno che non arrivi la bufera dei suoi processi.
E in questo gioco di incastri, un ruolo di primo piano è stato affidato alla Corte Costituzionale. La prossima settimana dovrà pronunciarsi sul legittimo impedimento nel processo Mediaset.
E in seguito sull’ammissibilità del ricorso contro la legge elettorale, il Porcellum. Due passaggi che potranno segnare il destino di questa legislatura.
Claudio Tito
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Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile
SI AL TESTO DELL’ESECUTIVO, STOP AI DISSIDENTI
Riparte per l’ennesima volta il treno delle riforme.
Questa volta ci provano Enrico Letta e Angelino Alfano con un percorso nuovo disegnato ieri in Parlamento con l’approvazione di due mozione proposte da Pd, Pdl, Scelta Civica e Centro democratico.
Documenti votati a larga maggioranza – 436 sì alla Camera, 224 al Senato – che prevedono un esito entro 18 mesi. Calcolati a partire da settembre.
Un risultato arrivato nonostante il conflitto e lo scontro nel Pd sulla legge elettorale provocati da una mozione trasversale di Roberto Giachetti, firmata da un centinaio di deputati, che chiedeva di tornare subito al Mattarellum.
Proposta «intempestiva », «atti di prepotenza su norme transitorie» che mettono a rischio le riforme, ha commentato Anna Finocchiaro.
Un problema che fatto ballare Pd e maggioranza per tutta la giornata.
Perchè il Pdl non ne vuole sapere di modificare la legge elettorale prima di avere definito il modello di governo.
Al punto che Renato Schifani ha detto che il governo rischiava.
Letta è corso ai ripari. Ha invitato Giachetti a ritirare il testo perchè «mettere il carro davanti ai buoi vuol dire far deragliare il carro».
Molti dei firmatari democratici hanno così ritirato l’adesione, Giachetti però, dopo un’assemblea del gruppo, ha insistito per il voto.
Alla fine il Pd e Pdl hanno bocciato il ritorno al Mattarellum, ma lui ha incassato ben 139 sì.
Tappata questa falla, nel Pd si è aperto subito un altro fronte: una lettera di 43 parlamentari, tra cui la Bindi e Civati, critici sul metodo che si sta seguendo.
In serata, infine, è arrivato Matteo Renzi a chiedere rapidità sulla legge elettorale. Altrimenti, dice, «il governo di larghe attese diventa governo lunghe attese». «In Parlamento – aggiunge – hanno la tendenza a fare un po’ di melina».
E «c’è un eccesso di democristianeria nel governo, e non di quella buona. Una parte di liturgia democristiana talvolta mi pare eccessiva».
Letta e Alfano però hanno incassato il via libera ad una legge costituzionale per fare scrivere le riforme da una commissione di 40 membri scelti nelle due commissioni Affari costituzionali.
Ma poi la parola tornerà a Camera e Senato che discuteranno il progetto con possibilità di emendarlo.
Un lavoro in cui il Parlamento sarà assistito da un comitato di esperti nominato dal governo. E alla fine, ha garantito Letta, ci sarà il referendum confermativo.
Il premier nei suoi interventi ha puntato sull’urgenza delle modifiche e sulla necessità che siano condivise.
Anche alla luce del recente boom delle astensioni. «È un drammatico campanello d’allarme. Non possiamo accettare che un cittadino su due non vada a votare senza porci una riflessione», ha detto Letta.
Il premier ha collocato le modifiche costituzionali allo stesso livello di quelle economiche. «È un obiettivo alla portata di tutti noi – ha detto – è un’occasione storica, questa volta non si può scherzare».
Letta ha più volte richiamato il suo discorso sulla fiducia e ha concluso con un monito: «Non è immaginabile che si continui facendo finta di niente che si finga di fare le riforme, di litigare sulle riforme da fare non combinando nulla».
Invito netto. Ma sono arrivati dei distinguo.
Sel e M5S hanno votato contro la maggioranza. I socialisti di Riccardo Nencini si sono astenuti dopo che Letta ha respinto un ordine del giorno che chiedeva un’Assemblea costituente.
Astenuti anche i Fratelli d’Italia.
La Lega, invece, ha incassato il sì del governo e l’approvazione della sua mozione.
Silvio Buzzanca
(da “la Repubblica”)
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Maggio 26th, 2013 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE DELLA CAMERA SU “REPUBBLICA: “TU E CAROLINA, ANCHE LEI VITTIMA DEL BULLISMO, PARLATE A UN PAESE CHE SPESSO NON SA ASCOLTARE E NON SA PROTEGGERE I PROPRI FIGLI”
Caro Davide,
questa lettera te l’avrei scritta comunque, anche se non fossi presidente della Camera. Ho una figlia poco più grande di te, e t’avrei scritto come madre, turbata nel profondo dal tuo grido d’allarme, dalla solitudine in cui vivi, dal peso schiacciante che devi sopportare perchè “non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali”.
Scrivo a te per stabilire un contatto, e sento il dolore di non poter più fare lo stesso con una ragazza di cui stanno parlando in queste ore i giornali.
La storia di Carolina fa male al cuore e alla coscienza: ha deciso di farla finita, a 14 anni, per sottrarsi alle umiliazioni che un gruppo di piccoli maschi le aveva inflitto per settimane sui social media.
E consola davvero troppo poco apprendere che ora questi ragazzini dovranno rispondere alla giustizia della loro ferocia.
Vi metto insieme, Davide, perchè tu e Carolina parlate a noi genitori e ad un Paese che troppo spesso non sa ascoltare.
Tu lo hai fatto, per fortuna, con le parole affilate della tua lettera.
Lei lo ha fatto saltando giù dal terzo piano.
Ma descrivete entrambi una società che non sa proteggere i suoi figli.
Non sa proteggerli perchè oppressa dal conformismo, incapace di concepire la diversità come una ricchezza per tutti e disorientata di fronte ai cambiamenti.
Una società in cui – ancora nel 2013, incredibilmente – tu sei costretto a ricordare che “noi non siamo demoni, nè siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce”. A te sono bastati i tuoi pochi anni per capire che “non c’è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi”.
Una società che non sa proteggere i suoi ragazzi dalle violenze, vecchie e insieme nuove, come quella che ha piegato Carolina: lo squallido bullismo maschile antico di secoli, che oggi si ammanta di modernità tecnologica e con due semplici click può devastare la vita di una ragazza in modo cento volte più tremendo di quanto sapessero fare un tempo, quando io avevo la tua età , i più grevi pettegolezzi di paese.
Ti ringrazio, Davide, perchè hai avuto il coraggio di chiamarci in causa, di mettere noi adulti di fronte alle nostre responsabilità .
Le mie sono sì quelle di madre, ma ora soprattutto di rappresentante delle istituzioni. E ti assicuro che le tue parole ce le ricorderemo: non finiranno impastate nel tritacarne quotidiano, che ci fa sussultare di emozione per qualche minuto, e poi ci riconsegna all’indifferenza.
Il compito del nostro Parlamento lo hai descritto bene tu, che pure hai molti anni in meno dell’età richiesta per entrarci: “Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sè. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l’omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita”.
L’altro giorno, in un incontro pubblico contro la discriminazione sessuale, ho sentito ricordare il ragazzo che amava portare i pantaloni rosa, e che oggi non c’è più.
A lui, a te, le nostre Camere devono questo atto di civiltà , e spero davvero che la legislatura appena iniziata possa presto sdebitarsi con voi.
Così come ritengo che sia urgente trovare il modo per crescere insieme nell’uso dei nuovi media.
Le loro potenzialità sono straordinarie, possono essere e spesso sono poderosi strumenti di libertà , di emancipazione, di arricchimento culturale, di socializzazione. Ma se qualcuno li usa per far male, per sfregiare, per violentare, non possiamo chiudere gli occhi.
Il problema, in questo caso, non è quello di varare nuove leggi: gli strumenti per perseguire i reati ci sono e vanno usati anche incrementando, se necessario, la cooperazione tra Stati.
Ma sarebbe ipocrita non vedere la grande questione culturale che storie drammatiche come quella di Carolina ci pongono: i nostri ragazzi, al di là della loro invidiabile abilità tecnologica, fino a che punto sono consapevoli dei danni di un uso distorto dei social media?
E noi adulti – le famiglie e la scuola – siamo in grado di portare dei contributi per una gestione più responsabile di questi strumenti?
Vorrei che ne ragionassimo anche nei luoghi istituzionali della politica.
Hai chiesto di essere ascoltato, Davide.
Se ti va, mi farebbe piacere incontrarti nei prossimi giorni alla Camera, per parlare di quello che stiamo cercando di fare.
A Carolina non posso dirlo, purtroppo, ma vorrei egualmente conoscere i suoi familiari.
Per condividere un po’ della loro sofferenza, e perchè altre famiglie la possano evitare.
Laura Boldrini
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Maggio 24th, 2013 Riccardo Fucile
I RIBELLI GRILLINI SI SONO CONTATI: SAREBBERO 20 ALLA CAMERA E 15 AL SENATO…. CIVATI LAVORA ALLA MEDIAZIONE, PROGETTO PER TAGLIARE FUORI BERLUSCONI
«D’Alema 2.0». O anche, più precisamente, «il partito di Rodotà ».
Che sembrano due cose diverse. E invece sono la stessa.
Prima era un’idea confusa, presumibilmente figlia di una leggenda. Poi, nel corso delle settimane, è diventata uno strano sogno.
Una discussione tra un piccolo pezzo del Pd e una parte minoritaria del Movimento 5 Stelle che con Grillo non si trova più in sintonia.
Da ieri, dopo una telefonata, è diventato un minuscolo cantiere visionario, che vuole archiviare per sempre l’era berlusconiana, riconnettendo la sensibilità delusa della pancia del centrosinistra (a partire da OccupyPd) con la propria supposta classe dirigente.
«Professore, le piacerebbe farci da premier? ». Rodotà , a Berlino per un convegno, non si sarebbe fatto trovare impreparato.
Così si è schiuso l’embrione di un mondo. Un micro-universo parallelo, che fonda la sua esistenza su una domanda: se cade il governo, è inevitabile tornare a votare rischiando di riconsegnare l’Italia al Cavaliere?
Un passo indietro aiuta a capire il dibattito.
Il punto di partenza è la leggenda.
Una storia – infondata, secondo i presunti protagonisti – che ha galleggiato in transatlantico per settimane.
Sono i giorni imbarazzanti che precedono l’elezione del Presidente della Repubblica. Il Pd è allo sbando. Un arcipelago di isole velenose.
In una notte shakespeariana Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani si scontrano.
D’Alema chiede a Bersani di sostenere la candidatura Rodotà che porterebbe a un governo con l’appoggio dei 5 Stelle. «D’Alema 2.0», appunto.
La risposta di Bersani, dipinto come un uomo che si mette in posizione di preghiera con l’aria di chi vuole imporre un superlavoro al suo rosario, è piccata. «Mai e poi mai».
Fin qui il romanzo.
Poi comincia la vita vera, perchè la mente è una minuziosa macchina da presa che entra in tutte le stanze del passato e ti costringe a rivedere le scelte fatte.
Un gruppo di piddini cerca la parte dialogante del Movimento.
A guidarli è Pippo Civati, convinto che le assemblee di piazza nate dalla candidatura Rodotà e i plateali mal di pancia dei militanti del suo partito per l’innaturale accordo con Berlusconi, non possano essere trascurati.
Si muove riscuotendo l’attenzione di un gruppo sempre più folto di Cinque Stelle sia alla Camera sia al Senato.
L’europarlamentare Sonia Alfano lo aiuta. E persino il sindaco di Napoli De Magistris non sarebbe estraneo alla partita.
Discorsi che cadono nel vuoto, un po’ perchè l’impressione diffusa (e comprensibilmente molto forte) è che il governo non possa cadere perchè sostenuto dal Quirinale, un po’ perchè Civati ha bisogno di allargare la base del consenso interno e, infine, perchè i grillini dialoganti non hanno la forza di contarsi fino a una cena chiarificatrice di poche sere fa.
Davanti a una pizza e a una birra si ritrova un gruppo di dodici persone – deputati e senatori – che comincia a usare il pallottoliere.
«Quanti di noi sarebbero disposti a fare un gruppo pronto ad appoggiare il Pd? ».
La replica è: venti a Montecitorio, quindici a Palazzo Madama.
Stima eccessiva? In ogni caso sono questi i numeri che vengono portati al Pd, dove anche qualche dalemiano ha fatto arrivare la propria adesione all’idea.
A questo punto viene contattato Rodotà . E adesso?
Civati la mette in questo modo: «Berlusconi sappia che se fa cadere il governo in modo strumentale – o ci costringe a prendere le distanze dall’esecutivo – potrebbero esserci conseguenze non banali. C’è un fronte in Parlamento, e ancor più nel Paese, che non ha nessuna intenzione di regalare l’Italia a chi si dovesse dimostrare irresponsabile, per altro dopo esserlo stato per vent’anni».
È il primo abbozzo di Manifesto Costituivo. La voce gira.
Il giovane turco Fausto Raciti, emergente ventinovenne siciliano, non crede tanto all’ipotesi di una crisi di governo.
Eppure dice: «Se esiste questo elemento di novità è bene che il Pdl ne tenga conto ed eviti i dispetti che abbiamo visto in questi giorni. E forse tra i Cinque Stelle qualcuno ha i sensi di colpa perchè si è reso conto che un accordo era possibile».
Era o è? E quanti sono davvero i grillini pronti a salutare i vecchi amici nella certezza che il rigore trasformato in gabbia di se stesso diventa rifiuto di contaminarsi con la vita reale?
Solo se Stefano Rodotà dovesse entrare ufficialmente in questo nuovo gioco arriverebbe la risposta.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa“)
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Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI UN ASSETTO OSTILE AL CAVALIERE CON RIPERCUSSIONI SUL GOVERNO HA CONSIGLIATO DI RIMANDARE IN EXTREMIS LA SEDUTA
La seduta della Giunta delle elezioni del Senato è stata rinviata “a data da destinarsi”. Al
momento la decisione non è stata motivata, ma tutto lascia supporre che lo slittamento sia legato alle divisioni interne al Pd.
All’ordine del giorno c’era infatti la nomina del nuovo presidente e di conseguenza il rischio di una spaccatura del partito di Guglielmo Epifani visto che uno dei primi provvedimenti che l’organismo di Palazzo Madama dovrà discutere è la proposta per le ineleggibilità di Silvio Berlusconi annunciata dal Movimento Cinque Stelle.
Quella di oggi era infatti una seduta decisiva per sondare gli equilibri politici all’interno giunta.
Il centrodestra con Lega e Gal ha infatti otto senatori.
Otto ne ha il Pd, quattro M5S, e uno Sel.
Se tiene l’asse tra il Pdl, la Lega e il Pd potrebbe essere eletto il leghista Raffaele Volpi.
Ma se una parte del Pd (ne bastano quattro) seguirà le indicazioni espresse nei giorni scorsi da Felice Casson (contrario a votare un leghista presidente), allora la Giunta avrà un altro presidente e virerà verso posizioni ostili a Silvio Berlusconi, che potrebbe essere dichiarato ineleggibile in quanto concessionario pubblico, ai sensi della legge 361 del 1957.
Conclusione al momento meno probabile, ma da non escludere a priori, tanto che il Pdl ha già messo in conto anche questo scenario con conseguenze considerate ovvie. “In questi venti anni – spiega alla Dire il presidente della commissione Giustizia del Senato Nitto Palma – Berlusconi è stato alternativamente leader politico e presidente del Consiglio. Nel 1996 la maggioranza di centrosinistra non ha ritenuto di dichiararne l’ineleggibilità . Sono passati da allora 17 anni. Mi chiedo come si possa solo pensare di far valere ora quella norma”.
La scelta della conferenza dei capigruppo di rinviare la seduta è stata contestata dal M5S. Secondo il presidente dei senatori grillini Vito Crimi “si è perso già troppo tempo per la convocazione di un organismo fondamentale. Ci sembra una forzatura”.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
SI INSEDIA LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI, SCONTRO SUL PRESIDENTE…IL CONFLITTO DI INTERESSE
Il timer di quella bomba a orologeria chiamata “ineleggibilità di Silvio Berlusconi” sarà
innescato alle 14 di oggi, nella prima riunione della Giunta per le elezioni e le immunità , dedicata all’elezione del presidente.
«Non aspetteremo un minuto per sollevare la questione», dice il capogruppo dei 5 stelle al Senato Vito Crimi.
Il Movimento ha tutto l’interesse a cavalcare una battaglia che fa male al Pdl e mette il Pd in un angolo, e comincerà a farlo subito, partendo dal rivendicare la presidenza della Giunta.
O comunque, cercando di impedire che vada alla Lega, al senatore Raffaele Volpi, sul cui nome gli altri partiti si sarebbero già accordati.
«Per prassi la presidenza deve andare all’opposizione — dice d’un fiato il senatore stellato Michele Giarrusso — ma loro vogliono scegliersi l’opposizione che fa più comodo, come hanno fatto alla Camera, dove hanno eletto presidente addirittura Ignazio La Russa, che in giunta non avrebbe dovuto neanche esserci visto che Fratelli d’Italia non ha i numeri per fare un gruppo autonomo. Se queste sono le scelte, se si vuole dare quel ruolo a qualcuno che è di certo più amico di Berlusconi di noi, un motivo ci sarà ».
E però, avverte lo stesso Giarrusso, «so che parte del Pd non è d’accordo con questa impostazione. Qui democratici, M5S e Sel hanno la maggioranza. I numeri per impedire questo abominio ci sono tutti».
Felice Casson, senatore pd, ricorda che «la Lega al Senato non può essere considerata opposizione, visto che si è astenuta sul voto di fiducia al governo », e per questo non crede le spetti la presidenza.
Questione nient’affatto irrilevante, perche se il voto del presidente vale come quello degli altri, il suo ruolo è fondamentale per decidere i tempi e organizzare un lavoro lungo e complesso.
La Giunta deve esaminare tutti i casi di incompatibilità , incandidabilità e ineleggibilità .
Di solito ci si divide a livello territoriale, a ogni commissario vengono affidati i casi di una regione differente (nel caso di Berlusconi si tratta del Molise).
Le pratiche vengono istruite presso il “comitato cariche”, di cui fanno parte un numero ristretto di commissari e che di solito è presieduto da uno dei vicepresidenti. Lì si fa una sorta di istruttoria, alla fine della quale il relatore fa il suo rapporto e la giunta vota.
A quel punto, nel caso dicesse sì all’ineleggibilità di Berlusconi, ci sarebbe una “procedura di contestazione”, un “processo” per il quale il Cavaliere avrebbe diritto a portare avvocato e testimoni.
Al termine la Giunta rivota di nuovo, dopodichè la questione passa all’esame dell’aula.
Se pure tutto venisse fatto in modo molto rapido, e non accade mai, passerebbe almeno un mese prima dell’arrivo in aula. Il che dimostra quanto conti chi decide i tempi.
Poi c’è il problema politico. Il Pd sembra orientato a dare ai commissari libertà di coscienza, un’arma che potrebbe rivelarsi a doppio taglio visto che il partito è diviso tra chi pensa che sia ora di dire le cose come stanno, e cioè che Berlusconi è proprietario de facto di Mediaset e quindi non avrebbe mai dovuto essere eletto, e chi crede che dopo 20 anni questa battaglia sia insensata.
Doris Lo Moro, senatrice democratica in Giunta, ieri a Un giorno da pecora è stata chiara: «Come cittadina penso che non sia il caso di avere nè un deputato nè un premier in condizioni di evidente incompatibilità , ma un altro conto è l’applicazione della legge che richiede serietà e serenità ».
Fuori dal Senato Matteo Renzi pensa che l’intera vicenda sia un regalo a Berlusconi: «Te ne accorgi ora che fa politica da 19 anni? Se vuoi vincere le elezioni non puoi squalificare gli altri. Devi prendere il loro voto o gli italiani ti beccano ».
Comunque vada, le conseguenze non sarebbero da poco.
Se l’ineleggibilità di Berlusconi passasse in giunta, e addirittura in aula, il Pdl toglierebbe immediatamente l’appoggio al governo Letta.
Se non passasse, e le larghe intese restassero in piedi, il Pd avrebbe qualcos’altro da spiegare a una parte dei suoi elettori.
Annalisa Cruzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
MA ANCHE I CINQUESTELLE NON MOLLANO: VOGLIONO COPASIR E VIGILANZA RAI
à‰ l’ultima casella che manca — al netto delle bicamerali come Copasir e Vigilanza Rai — per completare il risiko delle poltrone parlamentari : alla Camera, dove le Giunte sono due (Elezioni e Autorizzazioni a procedere) se la sono sbrigata martedì eleggendo rispettivamente D’Ambrosio del M5S e Ignazio La Russa.
A palazzo Madama invece niente, non si sa nemmeno quando la Giunta si riunirà : la convocazione di ieri è stata annullata e ancora non si sa nulla della prossima.
L’unica cosa certa è che — da regolamento — il presidente va eletto entro dieci giorni dalla nomina dei componenti, quindi entro la prossima settimana.
A che si deve questo ritardo?
Semplice: quella poltrona — che per prassi viene concessa all’opposizione — è parecchio importante e lo è diventata ancor di più ieri con la conferma in appello della condanna del senatore Silvio Berlusconi.
La Giunta elezioni e immunità , infatti, fa due cose: decide se un tizio ha i requisiti per essere eletto (o se li ha persi) e dà il via libera per l’uso di intercettazioni o l’arresto nei confronti di un membro del Senato.
Se, ad esempio, il Cavaliere venisse condannato anche in Cassazione all’interdizione dai pubblici uffici sarebbe compito proprio di quella Giunta dichiararlo decaduto dalla sua carica.
à‰ vero che i membri dovrebbero solo prendere atto della sentenza, ma con Cesare Previti — dopo la condanna al processo Imi-Sir nel novembre 2006 — tra fare le fotocopie del dispositivo e ascoltare l’interessato in audizione ci misero otto mesi esatti a togliergli la poltrona.
E dire che formalmente c’era una maggioranza ostile, visto che successe durante la breve legislatura del centrosinistra.
Se non bastasse la decadenza post-condanna, questa è la stessa Giunta in cui si dovrebbe discutere dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi in quanto concessionario pubblico: “Non appena sarà costituita, bisogna accelerare la discussione”, ha messo a verbale ieri la capogruppo 5 Stelle Roberta Lombardi.
Insomma, il governo delle larghe intese per sopravvivere ha bisogno che quell’organismo non sia guidato proprio da un vero oppositore: e infatti fino a ieri il candidato unico, assai caldeggiato dal Pdl, era il leghista Raffaele Volpi, colonnello maroniano in quel Brescia.
Fino a ieri perchè ora quella carica è tornata in discussione.
Le altre opposizioni — che poi sono il minuscolo gruppo di Sel e il M5S — rivendicano la presidenza per se: i primi candidano Dario Stefano, i secondi Michele Giarrusso. “Noi l’abbiamo chiesta — ha spiegato Loredana De Petris di Sel — perchè sarebbe grave se andasse invece a qualche partito che, pur situato all’opposizione, è stretto alleato del Pdl”.
Per il Movimento, però, neanche Sinistra, ecologia e libertà è vera opposizione: “Si è presentata a tutti gli elettori in alleanza con il Pd ed è solo per questo motivo che siede in Parlamento”, ha scritto ieri Roberto Fico.
E il Pd, appunto?
Preferirebbe il candidato di Sel, che sarebbe “più ragionevole”, ma per il momento sta a guardare.
La querelle sulla Giunta s’intreccia, infatti, con quella sulle più prestigiose presidenze di Copasir e Vigilanza Rai, sulle quali grillini e vendoliani sono in zuffa aperta: i primi le vogliono entrambe, ma i secondi hanno già prenotato il controllo dei servizi per Claudio Fava.
E così viene bloccata la Giunta che deciderà su Berlusconi.
E non solo: anche il neopresidente della commissione Agricoltura Roberto Formigoni, su cui pende un rinvio a giudizio, potrebbe averci a che fare tra qualche tempo.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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