Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile
STOP ALL’EX GUARDASIGILLI ALLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO… PDL: “VIOLATI I PATTI”… OGGI ALE 15 SI REPLICA
E ora il Cavaliere è davvero arrabbiato.
L’accordone spartitorio Pd-Pdl sulle presidenze delle commissioni parlamentari ha tenuto su tutte le caselle — in verità , un po’ a fatica per quella di Altero Matteoli alle Comunicazioni di Palazzo Madama — tranne che per l’unica che lui giudica davvero fondamentale: la commissione Giustizia del Senato.
Il suo candidato, l’ex Guardasigilli e commissario Pdl in Campania Francesco Nitto Palma, è stato affossato ieri per ben due volte: gli servivano 14 voti, la maggioranza assoluta, ne ha avuti prima 12 e poi 13, conditi da 14 e 13 schede bianche.
Si replica oggi, ma già ieri pomeriggio Silvio Berlusconi ha inviato Denis Verdini sul luogo del delitto per chiarire che così non va e che se il Pd non ci mette una pezza rischia pure il governo. “È un fatto politico, una cosa organizzata: ciascuno si prenderà le sue responsabilità ”, sibilava un incattivito Renato Schifani; “questo è inaccettabile: ora è chiaro a tutti chi viola i patti e chi li rispetta — si lamentava Maurizio Gasparri — Il Pdl è un partito serio, il Pd è il regno del caos”.
Il problema se l’è posto anche il Quirinale che ieri sera, ascoltato il premier Letta sul tour europeo appena concluso con un certo successo, ha mostrato preoccupazione per l’incaglio sulla giustizia che mette a repentaglio il governo appena varato e per la “tenuta” del Pd.
L’accordone sulla giustizia prevedeva che quella poltrona fosse appannaggio di due ex magistrati: Donatella Ferranti del Pd alla Camera e Palma, appunto, in Senato.
È successo però che ieri mattina Felice Casson e gli altri 7 componenti della commissione Giustizia del Pd (Rosaria Capacchione, Giuseppe Lumia, Luigi Manconi, Sergio Lo Giudice, Monica Cirinnà , Nadia Ginetti e Rosanna Filippin) abbiano avvertito il loro capogruppo Luigi Zanda che loro Francesco Nitto Palma non lo avrebbero votato: “Ma come? Abbiamo fatto un accordo”, ha replicato il tapino. Niente.
Quelli non si sono smossi e Zanda ha dovuto avvertire la controparte Pdl.
Qui il racconto si complica. Sì, perchè i conti dei voti non tornano.
La commissione ha 26 membri: 8 Pd, 7 Pdl (tra cui l’ex sottosegretario Caliendo, coinvolto nelle indagini sulla P3, e l’avvocato del Cavaliere Niccolò Ghedini, entrambi tra i “papabili” in caso di rinuncia di Palma), 4 del M5S, 2 della Lega, 2 di Scelta civica più uno ciascuno di Autonomie, Sudisti e Sel.
A favore di Palma hanno votato di sicuro il suo partito, i montiani, il sudtirolese Zeller e Barani (che è sudista, ma in prestito dal Pdl): fanno 11 voti, vale a dire due in meno di quelli effettivamente ottenuti dall’ex ministro.
Di chi sono quei due voti?
Difficile a dirsi: o vengono dal Pd o dalla Lega, schierata ufficialmente su “scheda bianca”. Casson non ha dubbi: “Il Pd ha votato compatto”.
Il Carroccio, spiega una fonte, ha votato Palma dalla seconda votazione alla chetichella. Come che sia, ora la partita è aperta.
Dalla terza votazione infatti, secondo il regolamento, il presidente della commissione si elegge a maggioranza semplice dei presenti: se nessuno la ottiene, si va al ballottaggio tra i due più votati e, in caso di ulteriore parità , vince il più vecchio.
Quindi? Visto che il Cavaliere sembra non voler cedere su Palma, gli scenari possibili sono due: Pd, M5S e Sel continuano con le schede bianche (“e magari uno o due tra i meno barricadieri escono dall’aula”, prevede qualcuno) e dunque Palma viene eletto per quanto in un modo un po’ imbarazzante, oppure i democratici presentano un loro candidato da contrapporre a quello berlusconiano e se la giocano al ballottaggio.
Il nome che circola, nel caso, è quello di Luigi Manconi, non sgradito al centrodestra per le sue posizioni garantiste e che ha pure il vantaggio di essere di due anni più anziano di Palma.
“È chiaro che se insistono su quel nome rischiano il blitz”, ammettono dal gruppo del Pd.
Ma questo candidato alternativo c’è o no? Mistero.
Ieri pomeriggio Felice Casson, dopo una breve chiacchierata coi collegi 5 Stelle, lo dava per certo con le agenzie.
Poi, dicono, è stato invitato a chiarire: non ho mai detto che presenteremo un candidato, ha scritto in una nota, “l’unica dichiarazione che ho fatto è che noi siamo per un candidato condiviso”.
A complicare di più la situazione ci si è messa pure Scelta civica: “Se domani (oggi, ndr) il Pd non garantisce che voterà Palma, allora non lo voteremo nemmeno noi”, dice Gianluca Susta, che siede in commissione assieme ad Andrea Olivero.
L’interessato non si dà pace: “Davvero non capisco la ragione di un simile atteggiamento”.
Farà un passo indietro? “E perchè mai dovrei farlo? C’era stato un accordo che il mio partito ha rispettato anche dopo che il Pd lo aveva violato. E poi di cosa sarei accusato? Di essere berlusconiano? Di non essere preparato? Di essere divisivo?”.
Il gran finale oggi alle 15.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 7th, 2013 Riccardo Fucile
PER IL PDL “VIOLATI I PATTI”, CASSON: “VOTEREMO IL NOSTRO CANDIDATO”
Alla prima e alla seconda votazione per l’elezione del presidente della Commissione
Giustizia al Senato, il candidato Francesco Nitto Palma (Pdl) ha ottenuto prima 12 e poi 13 voti a favore, mentre la maggioranza necessaria era di 14.
La terza votazione si terrà giovedì alle 14.
Dura la reazione di Palma. «È un problema di vertici di partito, non mio, c’era un accordo e non è stato rispettato, non ha dato i suoi frutti» ha detto.
Mentre il capogruppo del Pdl al Senato, Renato Schifani, ha commentato: «Il no a Francesco Nitto Palma presidente della commissione Giustizia è un fatto politico, una cosa organizzata, non un caso di franchi tiratori. Ognuno ora dovrebbe assumersi le sue responsabilità ».
CASSON: «ORA VOTEREMO IL NOSTRO CANDIDATO»
«Da domani, dalla terza votazione, voteremo un nostro candidato – ha risposto il pd Felice Casson – Cercavamo un candidato condiviso- dice lasciando la commissione- ma se tutto il Pd non l’ha votato evidentemente non è condiviso. Un accordo politico? Evidentemente non c’era».
Nonostante l’accordo sulla carta tra Pd e Pdl, proprio sulla nomina dell’ex ministro Francesco Nitto Palma alla Giustizia c’era stato in mattinata il durissimo commento del senatore Pd Corradino Mineo.
«L’unico modo di tenere il Governo in piedi è sparare. Sparare contro le cose indecenti – ha detto – Spero che Nitto Palma non sia nominato».
Altrettanto dura la risposta di Maurizio Gasparri. «Mineo insulta in modo inaccettabile un politico serio e corretto come Nitto Palma”
Il dato politico è un altro: qualcuno nel Pd non ci sta a quanto “concordato” tra i propri vertici e quelli del Pdl.
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Maggio 7th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO NITTO PAOLA E MATTEOLI, IL CAVALIERE PIAZZA IL FIDATO NOSFERATU A PRESIEDERE LA GIUNTA, COSI’ NON VERRANNO PIU’ CONCESSE AUTORIZZAZIONI… LA LEGA VOLEVA QUELLA POLTRONA E PER PROTESTA NON PARTECIPA AL VOTO
E’ praticamente completo, sulla carta, il quadro delle presidenze delle commissioni
parlamentari.
Stando alle indiscrezioni, manca solo la casella della Affari sociali alla Camera, anche se nessuno se la sente di escludere sorprese dell’ultimo minuto quando oggi pomeriggio ci saranno le elezioni formali.
Il clima, dopo le proteste di ieri da parte del M5S resta infatti molto teso.
Il gruppo della Lega Nord alla Camera ha annunciato che non avanzerà candidature e non parteciperà nemmeno alle votazioni.
I gruppi parlamentari del Senato hanno già comunicato l’elenco dei propri rappresentanti e nel pomeriggio, a partire dalle 15, le commissioni dalla I alla VII si riuniranno per eleggere il presidente, i vice presidenti e i segretari.
Dalle 16 toccherà poi alle commissioni rimanenti provvedere all’elezioni dei propri vertici.
Al momento alla Camera si parla di 8 presidenze al Pd, 5 al Pdl e una a Scelta civica. Al Senato al Pd andrebbero 7 presidenze, al Pdl 6 e a Scelta civica una.
Alla Camera la commissione Affari costituzionali andrebbe a Francesco Paolo Sisto (Pdl), la commissione Giustizia a Donatella Ferranti (Pd), la commissione Esteri a Fabrizio Cicchitto (Pdl), la commissione Difesa a Elio Vito(Pdl), la commissione Bilancio a Francesco Boccia (Pd), la commissione Finanze a Daniele Capezzone (Pdl), la commissione Cultura a Giancarlo Galan (Pdl), la commissione Ambiente a Ermete Realacci (Pd), la commissione Trasporti a Michele Meta (Pd), la commissione Attività produttive a Guglielmo Epifani (Pd), la commissione Lavoro a Cesare Damiano (Pd), la commissione Affari sociali a Scelta civica (nome ancora da stabilire), la commissione Agricoltura a Luca Sani (Pd), la commissione Politiche Ue a Matteo Bordo (Pd).
Al Senato la commissione Affari costituzionali andrebbe ad Anna Finocchiaro (Pd), la commissione Giustizia a Francesco Nitto Palma (Pdl), la commissione Esteri a Pier Ferdinando Casini (Sc), la commissione Difesa e Nicola Latorre (Pd), la commissione Bilancio a Antonio Azzollini (Pdl), la commissione Finanze a Mauro Marino (Pd), la commissione Cultura ad Andrea Marcucci (Pd), la commissione Lavori Pubblici e Telecomunicazioni ad Altero Matteoli (Pdl), la commissione Agricoltura a Roberto Formigoni (Pdl), la commissione Industria a Massimo Mucchetti (Pd), la commissione Lavoro a Maurizio Sacconi (Pdl), la commissione Sanità a Emilia De Biase (Pd), la commissione Ambiente a Giuseppe Marinello (Pdl). Resta da definire la commissione Politiche Ue, per la quale è in ballo Vannino Chiti (Pd).
Indiscrezioni anche sulla scelta della presidenza della Giunta per le Autorizzazioni a procedere della Camera.
La scelta è quasi certo dovrebbe cadere su Ignazio La Russa: la finta opposizione paga.
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Maggio 7th, 2013 Riccardo Fucile
PROBABILI LA BINDI ALL’ANTIMAFIA, FAVA AL COPASIR E FICO ALLA VIGILANZA RAI
Berlusconi era partito puntando ancora più in alto: «Voglio la Giustizia e le Comunicazioni». Le
due caselle chiave per tutelare gli interessi suoi e delle sue aziende.
I nomi portati ieri mattina al tavolo della trattativa dai due capigruppo Pdl, Brunetta e Schifani, erano quelli di Paolo Romani alla commissione Lavori pubblici e telecomunicazioni e, appunto, Nitto Palma alla Giustizia.
«Impossibile», hanno spiegato Zanda e Speranza. «Inaccettabili», hanno insistito.
«Con il voto segreto c’è il rischio che i nostri li impallinino unendosi ai grillini», hanno provato ad argomentare. Nulla da fare.
In contatto con via dell’Umiltà e Arcore, Brunetta e Schifani hanno puntato i piedi: «O Romani o Nitto Palma, almeno uno dei due dovete darcelo».
Tutto il pomeriggio è andato avanti così, con telefonate e incontri per provare a superare questo stallo.
Alla fine, a malincuore, il Pd ha ceduto su Nitto Palma, il braccio destro di Alfredo Biondi a via Arenula all’epoca del decreto “salvaladri” nel 1994.
Convinto da Cesare Previti a lanciarsi in politica. In cambio la presidenza della commissione Giustizia della Camera andrà alla fioroniana Donatella Ferranti.
E a palazzo Madama l’ex ministro Paolo Romani, altra bestia nera del Pd perchè considerato la “longa manus” del Cavaliere, dovrà rinunciare alla presidenza della commissione Lavori Pubblici e Tlc.
Al suo posto andrà Altero Matteoli, ex An con estimatori anche a sinistra.
L’indicazione di Donatella Ferranti alla Giustizia comporta inoltre il “sacrificio” di Beppe Fioroni, visto che il manuale Cencelli del Pd non prevede due presidenze per la sua area.
E Fioroni, in corsa per la Scuola o la Salute, fa un passo indietro: «Con il mio gesto – si sfoga in serata con un amico – ho salvato un minimo di decenza a un partito che non sempre ce l’ha».
Risolta la grana principale, il resto delle presidenze sta andando in buca senza troppi scossoni. L’unico scoglio nella maggioranza sono i montiani, che reclamano due presidenze alla Camera e due al Senato.
Ma Pdl e Pd sono concordi nel dargliene una soltanto.
Quanto alle commissioni più importanti, lo schema dovrebbe essere questo: alla Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro, alla Camera Francesco Sisto (vicino a Raffaele Fitto, la soffia al Pd Gianclaudio Bressa); la Esteri a palazzo Madama vede in arrivo Pier Ferdinando Casini, a Montecitorio l’ex capogruppo Fabrizio Cicchitto; per la commissione Bilancio, il senatore Pdl Antonio Azzolini farà da contraltare alla Camera al lettiano Francesco Boccia; new entry alle Attività produttive di palazzo Madama dovrebbe essere l’ex vicedirettore del Corriere Massimo Mucchetti, eletto con il Pd. Il suo dirimpettaio dovrebbe essere Daniele Capezzone, ma si parla dell’ex portavoce del Pdl anche come presidente della Finanze.
Chi rischia di restare a bocca asciutta è il Centro democratico, che aspirava a una presidenza di area economica per Bruno Tabacci.
Anche i socialisti di Nencini non sono contemplati per le presidenze.
Al Lavoro andranno il senatore Maurizio Sacconi del Pdl e il deputato Cesare Damiano (Pd, vicino alla Cgil); alla Cultura il senatore renziano Andrea Marcucci e l’ex ministro Maria Stella Gelmini.
Quanto alle Bicamerali, che non saranno decise oggi, avanza la candidatura di Rosy Bindi per l’Antimafia, di Claudio Fava per il Copasir e del grillino Roberto Fico per la vigilanza Rai.
I 5stelle, scrive l’Agi, avrebbero avanzato la richiesta di una vicepresidenza per ogni commissione.
Si è continuato a discutere ieri anche della Convenzione per le riforme, incagliata sullo scoglio della presidenza a Berlusconi.
Un macigno davvero impossibile da superare per il Pd. Per questo la Convenzione starebbe finendo nell’archivio dei sogni impossibili, fallita ancora prima di cominciare.
Un indizio ulteriore che sia questa la strada è arrivato dal nome – quello di Anna Finocchiaro – scelto dal Pd per guidare la commissione affari costituzionali di palazzo Madama.
Una candidatura forte (sarebbe dovuta essere eletta presidente del Senato) per la commissione che dovrà iniziare il dibattito sulla riforma della Costituzione.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile
CONTINUA LA TRATTATIVA SULLA SPARTIZIONE DELLE PRESIDENZE DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI
Soffiano venti di guerra sulla maggioranza che sostiene il governo Letta, con la trattativa sulle presidenze delle commissioni parlamentari che ormai fa segnare picchi di tensione ben oltre i livelli di guardia.
L’accordo tra Pd, Pdl e Scelta Civica è lontanissimo.
La trattativa si è incagliata sulla guida di due commissioni del Senato considerate strategiche da Silvio Berlusconi: Giustizia e Lavori Pubblici, commissione che regola anche le Comunicazioni, ovvero la televisione.
Il Cavaliere vuole piazzare a capo delle due commissioni Francesco Nitto Palma e Paolo Romani.
Il Pd mette il veto sui due ex ministri pidiellini.
E Renato Brunetta, annuncia: «Questa volta se non passano i nostri nomi cade il governo”
Dopo che sabato la riunione tra i capigruppo Schifani, Brunetta e Zanda è finita male, ieri i canali di comunicazione sono saltati e tra i due fronti è calato il gelo.
Il Pd non ha intenzione di accettare due candidati che ritiene troppo vicini agli interessi, giudiziari e aziendali, di Berlusconi.
Ed è pronto allo scontro.
La riunione clou con tutti i capigruppo di maggioranza in calendario presumibilmente si trasformerà in un lungo e drammatico negoziato.
Con l’obbligo di chiudere entro sera visto che domani le 30 commissioni parlamentari devono votare i loro presidenti.
Nel Pdl si narra di un Berlusconi infuriato per il trattamento subito dalla Biancofiore, per la «poca chiarezza sull’Imu» e soprattutto per i veti che il Pdl ha già dovuto subire nelle nomine di ministri e sottosegretari.
«Sono veti a senso unico, da loro passa Fassina che poi mi attacca e invece i nostri sono tutti impresentabili? », ripeteva ieri il Cavaliere ai suoi.
Che nelle telefonate private in questa fase lo descrivono «freddo » sul futuro del governo e indisposto a cedere anche sulle commissioni.
Tanto che Brunetta annuncia la posizione con la quale si presenterà al negoziato: «Noi non molliamo, siamo gente seria, responsabile e determinata ad andare avanti con il governo ma a volte la responsabilità implica anche il non cedere all’irresponsabilità altrui».
Ovvero? «Se salta l’accordo sulle commissioni andiamo alle elezioni». Un modo per prendere in contropiede il Pd, che in caso di mancata intesa non si straccerebbe le vesti visto che a quel punto si andrebbe al voto sui presidenti e nelle due commissioni in bilico insieme ai montiani potrebbe tagliare fuori gli uomini del Cavaliere.
Tensione altissima, dunque.
Intanto Magistratura democratica dice di non avere chiesto «alcun riequilibrio» nelle commissioni parlamentari dopo la nomina a sottosegretario di Cosimo Ferri, segretario di Magistratura Indipendente.
All’opposizione vanno le commissioni di garanzia e tutte le forze politiche vogliono evitare che i grillini prendano la guida del Copasir.
L’accordo è di darlo a Sel (in corsa Fava e Migliore) ma Vito Crimi (che nello schema disegnato dagli altri partiti andrebbe a guidare la Vigilanza Rai) si oppone: «Al M5S dovrebbero andare sia Copasir che Vigilanza».
Crimi aggiunge che il Copasir è «incompatibile » con la Lega.
Risponde Maroni: «Neo-poltronismo grillino ».
E i grillini puntano alla vicepresidenza della commissione Giustizia alla Camera con Alfonso Bonafede.
Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)
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Maggio 5th, 2013 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI GUADAGNANO CINQUE VOLTE PIU’ DEI NORMALI DIPENDENTI STATALI… UN SERVIZIO DELLE “JENE” RIVELA I FURBETTI
Guadagnano 150 mila euro all’anno, cinque volte un normale impiegato pubblico.
E oltre alle normali mensilità , al contrario di tutti gli altri statali, i dipendenti di Camera e Senato ricevono tredicesima, quattordicesima e quindicesima.
Inoltre, facendo un raffronto con i costi della politica dei altri Paesi europei, guadagnano quasi il quadruplo ai loro colleghi inglesi.
Eppure, denuncia un servizio delle “Iene”, molti di loro bluffano sugli orari.
Tutto scatta dalla segnalazione di una persona che lavora in un ufficio del Senato. «Arrivano e, dopo aver timbrato, si allontanano» dice l’anonimo.
«I furbetti in Parlamento non sono solo tra i politici» spiega.
E molti colleghi vanno in giro per Roma, in pieno centro.
«Il Senato ha diversi uffici sparsi per il centro di Roma, per cui in realtà è possibile che ci siano riunioni, incontri, per cui è normale che sia gente che vada da un palazzo all’altro. Però, se tu quando esci, al posto di fare il tuo lavoro in un altro ufficio, che ne so per una riunione, te ne vai a spasso, a fare la spesa, a giocare a lotto, al bar, ad accompagnare dal dentista tuo figlio e poi ritorni dopo due ore in ufficio come se niente fosse, allora lì la storia cambia, perchè tu, in questo modo, tu dipendente pubblico ti stai facendo pagare dagli italiani per andare ad accompagnare tuo figlio per farsi curare le carie. Questo non è molto simpatico».
Scattano le verifiche, e Filippo Roma, inviato delle Iene, immortala i dipendenti che si avviano normalmente verso il loro ufficio e, dopo aver timbrato, “beggiano” con il tesserino per uscire subito dopo.
«Sono stufa- dice la dipendente che ha denunciato il malcostume dei colleghi- di sentire queste stesse persone che prima rubano e poi si lamentano del paese, della disonestà dei politici e ne discutono, magari stando al bar piuttosto che stando in ufficio a lavorare. Si è perso proprio il senso della realtà ».
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Maggio 4th, 2013 Riccardo Fucile
VERDINI: “IL PORCELLUM FUNZIONA, PER ORA NON TOCCA”
Berlusconi presidente della Convenzione? 
Nel muro contro muro di queste ore sulla guida dell’organismo che dovrà riscrivere la seconda parte della Costituzione, a sorpresa è proprio il diretto interessato a offrire uno spiraglio.
Per ora si tratta soltanto di un ragionamento consegnato a pochi intimi, ma il Cavaliere sembra aver ottenuto ciò che voleva: «Si può discutere di tutto, anche del mio ruolo, ma quello che non possiamo accettare sono i veti e le pregiudiziali». Insomma, per Berlusconi è importante ribadire un principio, farsi riconoscere come interlocutore. Ma è consapevole del danno che potrebbe arrecare a Letta e al governo se si impuntasse sulla presidenza.
«Non è possibile – ripete – che uno che ha presieduto il G8 e ha tenuto la presidenza dell’Unione europea non possa essere considerato per questa Commissione. Poi posso anche fare un passo indietro. Ma la mia esperienza va riconosciuta».
Intanto ha fatto venire alla luce le divisioni del Pd, le pregiudiziali sul suo nome. E questo è già un risultato.
Quanto alla presidenza della Convenzione, non farà certo saltare la maggioranza per questo.
«Voglio solo che ammettano che spetta al Pdl – ha spiegato in privato l’ex premier – e che non possono sollevare obiezioni verso chi ha fatto per quindici anni il presidente del Consiglio. Poi noi siamo sempre stati i più responsabili, l’abbiamo dimostrato dal giorno dopo le elezioni ».
La rivendicazione della presidenza è solo un altro tassello di quella operazione di piena legittimazione che già la partecipazione al governo come azionista di riferimento gli assicura.
C’è poi un’altra partita che sta molto a cuore al Cavaliere e che potrebbe essere terreno di scambio con la presidenza della Convenzione.
È quella della presidenze delle commissioni parlamentari, su cui il Parlamento voterà da martedì.
Berlusconi ha infatti messo nel mirino due commissioni chiave per i suoi interessi: Giustizia e Telecomunicazioni.
E se alla Camera, visti i rapporti di forza, il Pd ha i numeri per opporsi, a palazzo Madama la situazione è molto più difficile.
Dunque proprio quelle due commissioni del Senato sono diventate l’oggetto della trattativa nelle ultime 24 ore.
Il Cavaliere vorrebbe piazzare Francesco Nitto Palma, ex Guardasigilli, alla Giustizia, e Paolo Romani alle Tlc.
Così le aziende di famiglie sarebbero più tutelate da possibili incursioni del M5S a cui il Pd non potrebbe sottrarsi.
Un’ulteriore garanzia, oltre a quella del viceministro Catricalà , amico di Gianni Letta, al ministero dello Sviluppo (con la delega alle Comunicazioni).
In ogni caso la vicenda della Convenzione, immaginata da Letta proprio per lasciare il governo fuori dalle beghe politiche, rischia di diventare il primo vero ostacolo in una navigazione già travagliata.
Tanto che il premier ha compreso di dover prendere in mano la situazione.
«La situazione è ingarbugliata — ammette Luciano Violante — e forse un impulso ulteriore da parte del presidente del Consiglio a questo punto sarebbe opportuno».
Gli uomini di Letta lasciano intendere che la prossima settimana il premier dovrebbe intervenire per consentire l’avvio delle procedure. E sulla presidenza a Berlusconi, pur senza dichiarazioni ufficiali, la linea è chiara: sarebbe meglio che il Cavaliere rinunciasse spontaneamente. Anche perchè, fanno notare a palazzo Chigi, il ministro delle riforme Quagliariello è stato l’unico a non avere sottosegretari sotto di lui.
Una scelta politica precisa, per dare ancora più risalto al suo ruolo. «Se avessimo nominato uno del Pd come vice spiegano i lettiani — gli avrebbe fatto il controcanto. Invece Quagliariello sarà il regista unico».
Insomma, il Pdl si accontenti, questo è il messaggio.
A dividere il Pd dal Pdl è anche la questione della legge elettorale.
Il centrosinistra, da D’alema in giù, vorrebbe abolire subito il Porcellum come stimolo a fare un’altra riforma.
Ma da via dell’Umiltà arriva un stop preventivo: «Prima della legge elettorale — sottolinea Denis Verdini — va decisa la forma di governo. Il Porcellum funziona ».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Aprile 23rd, 2013 Riccardo Fucile
L’IPOCRISIA DEL PARLAMENTO: LEADER E PEONES SEMBRANO IGNORARE LE ACCUSE CHE LI RIGUARDANO
«Siete stati sordi». E loro applaudono. «Inconcludenti». E si spellano le mani. «Irresponsabili». E
vanno in delirio.
Pare quasi una seduta di autocoscienza psichiatrica quella d’insediamento di Giorgio Napolitano.
Passata la sbronza correntizia finita in rissa, proprio quelli che hanno fatto arrabbiare il nonno saggio non si accontentano di ascoltare la ramanzina in silenzio.
A capo chino.
Ma accolgono ogni ceffone in faccia, guancia destra e guancia sinistra, come se fosse rivolto ad altri. Chi? Altri. Ma quali altri? Boh… Mai e poi mai a loro.
«Ci ha fatto un mazzo a quadretti e come grandi elettori ce lo meritavamo», riconoscerà con onesto imbarazzo il governatore ligure Claudio Burlando: «Ci ha detto che siamo stati a trastullarci di votazione in votazione anzichè trovare un’intesa nell’interesse del Paese. Tanto più in un momento che per il Paese è drammatico».
«La cosa divertente è che ho visto battergli le mani», ride Felice Casson, «colleghi che nei giorni scorsi hanno fatto l’esatto contrario di quello che il Presidente ci raccomanda».
«E che domani hanno intenzione di restare esattamente inchiodati là dove stavano ieri», rincara Claudio Bressa.
Ugo Sposetti invita a non chiamare «Anonima Sicari» i franchi tiratori: «In passato hanno consentito di bocciare alcune candidature sbagliate per far passare uomini come Sandro Pertini o Oscar Luigi Scalfaro».
A proposito, ha votato per Marini e poi per Prodi? «Il voto è segreto, lo dice la Costituzione». Ma se il partito aveva deciso… «Come: per alzata di mano?»
Il senatore democratico Andrea Marcucci lo rivendica: «Dopo le campagne diffamatorie degli ultimi giorni oggi riaffermiamo l’orgoglio di aver votato Napolitano e non gli altri candidati in gara».
Manco il tempo di sfollare verso le uscite ed ecco «il giovane turco» Matteo Orfini interpretare già a modo suo il monito del presidente: «Un discorso perfetto, ineccepibile che chiede un’assunzione di responsabilità da parte di tutti per un accordo comune di governo». Però…
Però «è importante che il sostegno arrivi da parte delle tre principali forze politiche. Se non c’è il MoVimento 5 Stelle cambia tutto e io sono contrario a un patto politico tra Pd e Pdl».
Quindi? «Il voto di fiducia è un voto di coscienza, non c’è disciplina di partito… Se sono contrario voto contro».
Poco più in là il deputato grillino Giorgio Girgis Sorial butta lì: «L’ultima volta che ho sentito un discorso così era quando in Egitto si è insediato Morsi».
Avrebbe potuto scommetterci prima ancora di scendere sotto la pioggia dal Quirinale verso Montecitorio, Napolitano, di essere destinato a ricevere inchini e baciamano, elogi e salamelecchi, senza però riuscire a scalfire la scorza di tanti.
Troppo duro, lo scontro dei giorni scorsi. Troppo profonde le fratture. Troppo calloso l’odio personale che ormai divide le diverse fazioni dello stesso Pd. L’aveva messo in conto.
Come aveva messo in conto il diluvio di applausi trasversali indispensabili a coprire pudicamente certe fratture.
Ed eccolo là , l’anziano Re Giorgio, che sale a fatica, senza neppure provarci a mostrare un’elasticità giovanile che non ha più, le scalette che portano alla presidenza. Perchè mai dovrebbe rassicurare l’Aula sulla sua salute?
Al contrario, raccolta l’ovazione di tutti con l’eccezione dei pentastellati che si alzano in segno di rispetto ma salvo eccezioni non battono le mani manco per cortesia, spiega le sue perplessità davanti a questo secondo mandato anche per «ragioni strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età ».
Come a dire: mi avete costretto voi, a restare. E lui ha dovuto accettare per il «senso antico e radicato d’identificazione con le sorti del Paese». (Sottinteso: «Che molti di voi non hanno»).
Ciò precisato, comincia a rinfacciare ai presenti «una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità ».
E li bacchetta per non avere dato risposte alle «esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti» facendo «prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi».
Tanto da svuotare, accusa, «quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica» col risultato che alla fine «l’insoddisfazione e la protesta sono state con facilità , ma anche con molta leggerezza, alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie e da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono».
Ed ecco che, muti e silenti sotto i ceffoni sui ritardi nei tagli e le riforme, esplodono tutti nell’applauso liberatorio: ooh, finalmente gliele canta a chi accusa la politica di aver dato solo delle sforbiciatine!
Ed è lì che Napolitano esce dal discorso scritto e ferma l’entusiasta battimani: «Attenzione: il vostro applauso a quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza».
E vabbè, meglio che niente: e vai con nuovi applausi!
Pier Luigi Bersani, tradito prima dal risultato elettorale che si era illuso di avere in qualche modo già acquisito quando parlava del suo «squadrone» e poi tradito dai compagni di partito prima nelle sue disastrose aperture ai pentastellati e poi nelle votazioni per il Colle, se ne sta lì, deluso e cupo, il gomito piantato sul banco, il mento appoggiato nel cavo della mano.
Dirà poi che «Napolitano ha detto quel che doveva dire, con un discorso di una efficacia eccezionale».
Ma lo sa che, quando il Presidente ricorda che «piaccia o non piaccia, occorre fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto», parla anche di lui.
Sull’altro fronte, Silvio Berlusconi sprizza allegria.
Sette anni fa, dopo la prima elezione di «Re Giorgio», le cronache raccontarono che aveva raccomandato ai suoi: «Mi raccomando. Composti. Come fosse un funerale».
E successivamente non aveva fatto mancare le sue riserve. Come quando, in una manifestazione a Vicenza, urlò che le elezioni erano state «taroccate» e che le sinistre avevano occupato tutte le istituzioni: «Il presidente della Repubblica è uno di loro, così come i presidenti di Camera e Senato, la Corte costituzionale…».
Quando il Colle rifiutò di firmare il decreto su Eluana andò oltre: «Vi ho visto tutta la cupezza di un armamentario culturale figlio di una stagione che non è ancora tramontata».
Tutto cambiato, oggi.
Tanto da spingere il Cavaliere, compiaciuto del discorso di insediamento dove il capo dello Stato «ha invitato a buttare a mare la parola inciucio perchè la politica è fatta di compromessi e collaborazione e la realtà comporta la necessità di superare le distanze», ad ammiccare: «Ho pregato le mie parlamentari per oggi di cambiare l’inno del Pdl in “meno male che Giorgio c’è”».
E come potrebbe non essere allegro Pier Ferdinando Casini? «Ora chi è andato a chiedergli di rimanere, chi lo ha pressato per fare ciò che non voleva, ha il dovere morale di fare subito un governo. Altrimenti siamo nel regno dei buffoni».
Bella sfida.
Ce la faranno?
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESCELTO SAREBBE UNA FIGURA DI “ALTO PROFILO” CHE AVREBBE L’AVALLO DI PD, PDL E LISTA CIVICA
Per ora nessuna conferma ufficiale, ma solo sussurri che si rincorrono e una serie di indizi.
Tuttavia si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali potrebbe essere in corso un incontro tra il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, e il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, per affrontare il nodo Quirinale.
Il Cavaliere, infatti, non sarebbe presente nella sua residenza romana di Palazzo Grazioli.
Una giornata che potrebbe essere decisiva per la corsa al Colle.
Secondo Velina Rossa, l’agenzia di area dalemiana, un faccia a faccia è già in corso tra Bersani e Berlusconi. La bersaniana Alessandra Moretti non ha confermato ma ha detto: “Di sicuro ci sarà entro stasera”.
E ha aggiunto a Radio Uno: “Bersani ha un asso nella manica, un nome di altissimo profilo”.
Fonti Pdl e Pd per ora smentiscono ma ammettono che ci sono state alcune telefonate, in mattinata, tra i due leader.
A meno di 24 ore dalla riunione del Parlamento in seduta comune, dunque, la trattativa per un’intesa Pd-Pdl è entrata nella fase decisiva.
L’agenzia Agi annuncia che i due partiti sarebbero vicini all’intesa e intenzionati a chiudere la partita su un nome gradito anche a Scelta Civica.
Fonti parlamentari riferiscono sche il candidato scelto non sarebbe nè Giuliano Amato nè Massimo D’Alema ma una personalità che si vuole ancora tenere ‘coperta’ fino a ridosso delle votazioni.
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