Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
SE UNO LANCIA UN FISCHIO A UN CANDIDATO MENTRE FA UN COMIZIO RISCHIA UNA CONDANNA SUPERIORE A QUELLA DI CHI HA CORROTTO O CONCUSSO
Da uno a tre anni di carcere e fino a 2.500 euro di multa per chi “impedisce o turba” una manifestazione o riunione politica.
E’ quanto prevede una proposta di legge presentata alla Camera dal deputato del Pdl Ignazio Abrignani.
Una norma anti-contestatori concepita dopo lo scontro di piazza della manifestazione di Berlusconi a Brescia.
“Chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione politica, sia pubblica che privata, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da 1.000 a 2.500 euro; se la riunione è di propaganda elettorale la multa è raddoppiata”.
Un solo articolo compone la proposta di legge del pidiellino Ignazio Abrignani per introdurre nel codice penale, all’articolo 294-bis, il reato di “impedimento o turbativa di riunioni politiche e di propaganda elettorale”.
Che prevede un’aggravante, con la “reclusione da due a cinque anni”, se il ‘contestatore’ è un pubblico ufficiale.
L’iniziativa era già stata annunciata nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione di Brescia dell’11 maggio ed è stata depositata da Abrignani alla Camera il 10 giugno.
L’intenzione è scoraggiare aspiranti contestatori o disturbatori delle future iniziative di piazza del Pdl e di Silvio Berlusconi, così come di ogni altra forza politica.
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
NEL PD OGNI PARLAMENTARE VERSEREBBE AL PARTITO 3.200 EURO, IN SEL 3.500, NELLA LEGA 2.000, IN SCELTA CIVICA 1.500, NEL PDL 800 EURO…”NON ABBIAMO MILIARDARI CHE CI METTONO I SOLDI”
“Perchè non restituiamo la diaria?” Antonio Misiani ci pensa su: “Perchè, Grillo l’ha
restituita tutta? Mi risulta solo la parte non rendicontata”.
Bene, e allora perchè i parlamentari del Pd non fanno altrettanto, ovvero restituiscono la parte non rendicontata, quella che non riguarda spese documentate?
“Non abbiamo un sistema di rendicontazione della diaria”, risponde ancora lui. Poi, si fa serio. Ha una posizione chiara su come dovrebbe essere: “Noi siamo per una revisione complessiva del trattamento economico dei parlamentari, che completi il lavoro avviato nella scorsa legislatura nella direzione della trasparenza e della rendicontazione”.
Guglielmo Epifani si è affrettato a dichiarare: “I parlamentari del Pd versano una quota importante per il partito, si scelgono strade tutte degne”.
“Non mi risulta che il Pd sia l’unico a non restituire la diaria”, esordisce Matteo Mauri, tesoriere del gruppo democratico a Montecitorio. Questo è pacifico.
Allora, va avanti: “Loro ci hanno fatto un pezzo di campagna elettorale”.
Poi, arriva al punto: “Se si fanno i conti, alla fine è meno di quanto un nostro parlamentare restituisce al Pd”.
Le cifre: “Diamo 1500 euro al nazionale, circa 1200-1300 (la cifra è variabile, a seconda delle zone) ai provinciali, e circa 500-600 al mese ai Regionali”.
Non basta: “In più per l’elezione devono dare 30-40 mila euro”.
Oboli consistenti. Ma i Cinque Stelle li versano allo stato, non al partito. Pronta risposta: “Noi abbiamo un partito, e loro non ce l’hanno. Il Pd deve poter vivere, per far vivere la democrazia. Noi non abbiamo il miliardario che mette i soldi, e neanche l’altro miliardario, quello del blog”.
“Eh, la stessa domanda si può farla a tutti i partiti”, alla domanda risponde così il tesoriere del gruppo di Scelta Civica a Montecitorio, Paolo Vitelli.
Ma la domanda è stata fatta a tutti i partiti. “Noi diamo un contributo significativo a un partito che essendo neonato non ha preso soldi dallo stato”.
Ma a quanto ammonta questo “contributo significativo” versato a Scelta Civica? “Non so, non sono autorizzato a dirlo”. Poi, dopo qualche minuto richiama: “Allora, volevo darle la cifra precisa: noi ogni mese diamo 1500 euro al partito”.
Ma insomma, c’è una differenza tra darli a Scelta Civica o allo Stato, no? “I Cinque Stelle vivono sul web, e bisogna vedere quanto vivono”.
Stesse motivazioni per la Lega Nord. Parla il tesoriere del gruppo, Nicola Molteni: “I deputati della Lega Nord contribuiscono con una parte consistente del loro contributo allo svolgimento dell’attività del partito”.
Quanto? “È tutto nei documenti ufficiali”. Va bene, ma allora quanto? “Nel 2012 più di 42 mila euro l’anno”. Quindi, più o meno l’equivalente di tutta la diaria. “Sostanzialmente così”.
Poi, comincia con le spiegazioni: “Io avevo pubblicato sul sito lo stato patrimoniale e la dichiarazione dei redditi”. Ma perchè i soldi al partito e non allo Stato? “Noi abbiamo questo meccanismo. Da sempre”. Pensate di cambiarlo?: “Per ora funziona così”.
Sergio Boccadutri, tesoriere di Sel, va sulla stessa motivazione. “Perchè non restituiamo la diaria? Noi versiamo 3500 euro al mese al partito”.
Solita obiezione: il partito non è lo stato. “Ho capito (deciso). Noi non abbiamo il miliardario che paga i palchi a San Giovanni”.
Parlare con il Pdl è piuttosto difficile. Il tesoriere, Maurizio Bianconi, non risponde neanche ai messaggi.
Loro sono un partito diverso: un contributo lo danno: 800 euro al mese a parlamentare e 15-20 mila per l’elezione. Però non hanno sensi di colpa.
Spiega Luca D’Alessandro: “Noi siamo il Pdl, mica il Movimento 5 Stelle. Non ci occupiamo di scontrini, ma di fare le leggi”.
Wanda Marra
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
VOTO DI SCAMBIO TRA POLITICA E MAFIA, L’ALTOLA’ DEL PDL
Il famoso 416-ter del codice penale. I berlusconiani, già nella scorsa legislatura, ne
bloccarono una nuova stesura per renderlo utile e contestabile.
Si apprestano a fare altrettanto anche in questa.
Il Pdl tenta di svuotare la riforma, di annacquarla, propone un testo che è addirittura un passo indietro rispetto alla norma del 1992, firmata da Scotti e Martelli, e uscita dalla penna di Falcone.
Gli avvocati berlusconiani non vogliono neppure sentir parlare di «promessa» di voti, che pure è l’attuale versione del codice, pretendono che si parli di «accordi». Impongono che, laddove si parla di «erogazione di denaro o altra utilità », questa sia «indebita» e comunque «economicamente valutabile ».
Chiedono un «procacciamento dimostrato» dei voti. Insomma, vogliono che i magistrati contestino il delitto di voto di scambio politico-mafioso solo se hanno la prova certa, quasi una fotografia, del passaggio di voti.
Il che è impossibile salvo mettere una telecamera nelle cabine.
Letta e Cancellieri, premier e Guardasigilli, hanno promesso un testo efficace.
Grasso, il presidente del Senato, ne ha presentato uno. Zanda, capogruppo al Senato, lo ha garantito. Ferranti, al vertice della commissione Giustizia della Camera, ha certificato il varo della nuova versione entro l’estate. Invece non sta andando così.
La riscrittura del reato, che il Pdl non ha voluto introdurre nella legge anti-corruzione, tarderà ancora.
Ecco che ieri in Transatlantico – giusto mentre Pd, Pdl e Scelta civica votavano assieme il ddl sulle carceri, arresti domiciliari fino a sei anni e messa in prova, contro Lega, M5S e Fratelli d’Italia, riuniti in un’opposizione sfrenata – si poteva assistere alle trattative che i due ralatori, sul voto di scambio, Davide Mattiello del Pd e il montiano Stefano Dambruoso, cercavano di intessere, testo alla mano, con i berlusconiani.
Martedì, in commissione, scadono gli emendamenti, ma le distanze sui testi sono tali da far saltare il voto e pure il dibattito in aula calendarizzato dal 15 luglio.
Prima di spiegare in cosa consiste la frenata del Pdl, bisogna citare la battuta, non smentita, che Fabrizio Cicchitto ha fatto durante la riunione del gruppo Pld a Montecitorio di mercoledì: «C’è un emendamento sulla mafiosità delle promesse di voto in campagna elettorale. Se passa, ci arresteranno tutti, da Roma in giù».
Di che si tratta?
L’attuale 416-ter dice così: «La pena del 416-bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti in cambio dell’erogazione di denaro».
Il testo su cui adesso trattano i relatori Dambruoso e Mattiello è questo: «Chiunque si accordi per il procacciamento di voti, in cambio della promessa o dell’erogazione di denaro o di altra utilità economicamente valutabile, è punita con la reclusione da 4 a 10 anni».
Niente da fare. Il Pdl fa muro.
Il capogruppo Enrico Costadice che non va bene. Dice no il presidente della commissione Affari costituzionali Francesco Paolo Sisto.
Tutti dicono che «l’ultima parola spetta ad Angelino ». Inteso Alfano.
Vogliono che quel «si accordi» venga espunto e sostituito con un ben più blando «accetti».
Non gli è bastato aver già fatto cambiare il testo, eliminando la prima versione «chiunque chiede o accetta la promessa di procacciamento di voti».
La tesi è chiara ed è tombale per il reato che non ha mai funzionato ed è sempre stato contestato dai magistrati, perchè comporta la prova provata della richiesta di voti, del voto effettivo, del denaro corrisposto in cambio.
Ma, dove la mafia detta legge, i rapporti tra un politico o aspirante tale e un capomafia o picciotto che sia, non vanno così.
La scenetta tipo è la seguente. S’incontrano un candidato sindaco e il mafioso. Il primo dice «certo che mi potresti dare una mano».
Il mafioso risponde «non ti preoccupare, ci pensiamo noi».
Il sindaco replica «se tutto va bene vedrai che ce ne sarà per tutti».
Dice il Pd: quell’aspirante sindaco sa di aver di fronte un mafioso,chiede voti, quindi commette un delitto e va perseguito.
Il Pdl, all’opposto, sostiene che non è affatto detto che il sindaco abbia la certezza di avere di fronte un mafioso, che si limita lecitamente a chiedere voti, la sua è solo una promessa di qualcosa in cambio di voti che non c’è la prova che siano stati dati, quindi non c’è il reato.
Ricostruzione diabolica e distruttiva.
Un modo per non incriminare nessuno e mettere nel nulla la riforma.
Per questo, in queste ore, lavora il Pdl.
La strategia è prendere tempo. Proprio come per le deleghe nel caso dei vice ministri. Alfano, all’Interno, si tiene ben stretta quella per la Pubblica sicurezza, che contiene il controllo della commissione per pentiti di mafia e testimoni, e non la dà al vice Filippo Bubbico.
Ugualmente, al Senato, il Pdl è guardingo sulla legge che istituisce la commissione Antimafia.
Il testo è passato ieri in commissione, non c’è un rafforzato richiamo, che in verità non è stato messo neppure alla Camera, sulle stragi politicomafiose.
E non è detto che il ddldiventi legge entro agosto.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile
ENTRO TRE MESI DALLA NOMINA DOVREBBERO PUBBLICARE LA DICHIARAZIONE DEI REDDITI, I COMPENSI CONNESSI ALLA CARICA E LA SITUAZIONE PATRIMONIALE PROPRIA E DEI CONGIUNTI… MA L’INTERO GOVERNO DISATTENDE LA NORMA
Il viaggio dei politici italiani verso la trasparenza è colmo di ritardi e malfunzionamenti.
A partire dal ministero direttamente coinvolto nell’applicazione del decreto trasparenza (33/2013) entrato in vigore lo scorso 20 aprile e che obbliga tutti i nominati e gli eletti — ministri, viceministri, sottosegretari, sindaci, consiglieri, assessori, presidenti di regione e province — a pubblicare entro tre mesi dalla nomina la dichiarazione dei redditi, i compensi connessi alla carica e la situazione patrimoniale propria e dei parenti entro il secondo grado.
Per intenderci: del coniuge, dei genitori, dei figli, dei nipoti e dei fratelli — se questi sono d’accordo.
E se non lo sono occorre esplicitarlo.
Ministri poco trasparenti
Ebbene, nemmeno il ministro alla Semplificazione e alla Pubblica amministrazione Gianpiero D’Alia ha provato a dare il buon esempio e nella sua scheda biografica del ministero per il momento compare soltanto il curriculum e il conferimento dell’incarico.
Non è il solo: è l’intero governo a disattendere la regola.
Anche quei pochissimi ministri — quattro su diciannove — che invece hanno voluto già rendere online il 730.
Enrico Letta infatti sembra non aver letto con attenzione la normativa e pubblica soltanto nel proprio sito personale, e non in quello di palazzo Chigi, la dichiarazione dei redditi del 2011 senza indicare la situazione patrimoniale nè quella della moglie e dei parenti.
Forse perchè ministro anche per il governo Monti — autore del decreto sulla trasparenza – Enzo Moavero Milanesi è l’unico invece a usare un formulario corretto nella “Scheda trasparenza” del dipartimento delle Politiche europee: anche lui però dimentica di segnalare eventuali situazioni patrimoniali di famigliari e parenti.
Anna Maria Cancellieri, che pure lo scorso anno aveva pubblicato insieme con i colleghi ministri il proprio reddito sul sito del Viminale, non lo ha ancora trasportato sul portale della Giustizia.
Forse attende di consegnare la nuova dichiarazione dei redditi per il 2012, alla quale però dovrà aggiungere gli aggiornamenti imposti dal decreto sulla trasparenza: e dunque anche la situazione patrimoniale del figlio Piergiorgio Pelusi, che proprio lo scorso anno è finito nella bufera per un brutto conflitto di interessi quando venne alla luce che lavorava come top manager alla Telecom, nello stesso ramo d’azienda al quale la madre ministra aveva appena ordinato una nuova commissione milionaria per i braccialetti elettronici destinati ai detenuti.
Dario Franceschini e Nunzia De Girolamo riciclano, come il premier, la documentazione richiesta dai parlamentari — che non soddisfa i requisiti richiesti dalla nuova normativa.
La ministra per le Politiche agricole deve aver pensato che, avendo come marito il deputato Andrea Boccia (Pd), la metà del patrimonio famigliare uscirà online sul sito della Camera.
Parlamentari esentati
Ma si sbaglia, perchè il famoso decreto che rende conoscibili i patrimoni dei politici e dei loro famigliari semplicemente cliccando sul sito delle amministrazioni si applica a tutti ma non ai parlamentari, che continuano perciò a pubblicare il 730, il numero delle macchine e dei pacchetti azionari posseduti e le spese per la propaganda elettorale in maniera del tutto facoltativa.
Insomma, se vogliono possono mettere online la documentazione patrimoniale. Altrimenti per andarla a esaminare occorrerà come sempre fare una speciale richiesta alla Camera e al Senato.
“Per un cittadino ma anche per un giornalista è importante conoscere gli interessi patrimoniali dei parlamentari per svolgere una azione di controllo”, dicono i curatori di OpenPolis, il sito che ha lanciato la campagna #parlamentocasadivetro e che nella scorsa legislatura ha raccolto la lista dei deputati e dei senatori favorevoli alla pubblicazione online dei propri possedimenti, ovvero il 39% degli eletti.
“Concentrarsi sulle buste paga dei parlamentari non fa acquisire informazioni”, continuano gli esperti di Openpolis, “è invece importante sapere che un dato parlamentare ha una moglie che siede nel cda di una importante azienda, oppure che possiede molte azioni di una spa, per poter seguire i suoi interessi nelle varie commissioni, le sue proposte di legge e in generale la sua attività politica”.
È soprattutto importante che i dati, non solo quelli patrimoniali, vengano affissi sulle bacheche virtuali sotto forma di “open data”.
E’ sempre il decreto a imporlo, per favorire la ricerca degli utenti e non condannare cittadini, giornalisti e studiosi a lunghissime sessioni sul web per aprire e poi chiudere il sito di questo o quel politico.
Finora, purtroppo, chi ha pubblicato i propri redditi ha invece usato il pdf scannerizzando moduli cartacei. La pubblicità dei loro averi è garantita, ma non la facile consultazione.
Con la nuova legislatura e con il debutto di numerosi nuovi parlamentari — in primis la pattuglia del Movimento 5 Stelle — è ancora incerto il numero di coloro che hanno acconsentito a rendere conoscibile via web la propria dichiarazione patrimoniale nonostante fossero obbligati a farlo entro il 15 giugno.
Per il momento soltanto il 9% dei senatori lo ha fatto, e nessuno dei deputati.
Alla Camera, assicurano i funzionari addetti alla raccolta dei 730, nei prossimi giorni comincerà la pubblicazione online dei redditi di cinquanta o sessanta rappresentanti e questo ritardo dipenderebbe dal fatto che si è voluto attendere il termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi, quest’anno slittato a luglio — ma, ammettono sempre i funzionari, molti deputati non riescono a presentare la documentazione appropriata.
Anche per i volenterosi che daranno il proprio assenso affinchè chiunque possa visionare i loro possedimenti non ci sarà comunque l’obbligo di rendere chiara la situazione patrimoniale o anche soltanto l’esistenza per esempio dei fratelli o dei figli, come è invece imposto per esempio a sindaci e assessori.
E Josefa Idem, che come ministra avrebbe dovuto presentare online tutta la documentazione anche sulla ormai famigerata casa-palestra per la quale ha perso il dicastero alle Pari Opportunità — ma comunque non sarebbe risultata l’irregolarità sul pagamento dell’Imu -, ora come semplice senatrice può anche decidere da regolamento di non pubblicare nulla sul proprio sito personale del Senato.
La rendicontazione inesistente
Esiste però un obbligo di trasparenza, almeno per i senatori.
Si tratta di un regolamento di contabilità interno del Senato approvato lo scorso 16 gennaio secondo il quale ciascun gruppo di senatori dovrà dotarsi di un sito ad hoc dove rendicontare quadrimestre dopo quadrimestre le spese, i mandati di pagamento, gli assegni e i bonifici effettuati nella gestione del gruppo parlamentare soprattutto per quanto riguarda collaboratori e portaborse.
I soldi in ballo non sono pochi: 22 milioni ai senatori, 35 milioni ai deputati. Anche a quelli del Movimento 5 Stelle.
Sul sito del Senato però esiste finora un solo link, quello dei senatori del Partito democratico, all’interno del quale però non è ancora stato stabilito lo spazio per la rendicontazione.
Ancora peggio per tutti i rimanenti gruppi (Pdl, Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Misto e così via) che secondo quanto chiarito dagli uffici del Senato non hanno per il momento predisposto un sito web per il bilancio interno, e necessariamente entro fine luglio dovranno presentare le prime fatture online. I deputati invece sono assolti da questo obbligo, e dovranno presentare un bilancio annuale.
Sindaci in ritardo
La rendicontazione di come vengono spesi i soldi destinati ai gruppi consigliari comunali e regionali è anche un obbligo del decreto-trasparenza, secondo il quale le amministrazioni pubbliche (inclusi Asl, Agenzie delle Entrate, Aziende ospedaliere e servizi sanitari regionali.
Camere di commercio e aziende partecipate dallo Stato) dal 20 aprile scorso devono anche indicare sul proprio sito tra le altre cose anche il conferimento di incarichi dirigenziali a personale esterno con relativi compensi, le paghe per le persone impiegate a tempo determinato magari come ufficio stampa, collaborazione e assistenza ai politici e l’elenco dei beni mobili e immobili.
Una mole di dati difficile da caricare in poco tempo, soprattutto per i Comuni popolosi e le amministrazioni complesse come un ministero.
Basta però una veloce ricognizione per vedere come nessuno dei sindaci di alcune grandi città (Giuliano Pisapia a Milano, Piero Fassino a Torino, Giorgio Orsoni a Venezia, Flavio Tosi a Verona, Virginio Merola a Bologna, Matteo Renzi a Firenze, Luigi de Magistris a Napoli, Michele Emiliano a Bari e Leoluca Orlando a Palermo) abbia ancora provveduto a pubblicare sul sito del proprio Comune la dichiarazione patrimoniale.
L’unico a farlo, sempre però omettendo la dichiarazione dei famigliari, è il sindaco di Parma a 5 stelle, Pizzarotti. Un dettaglio, si dirà .
E in effetti il decreto-trasparenza, in attuazione alla legge anti-corruzione voluta dal governo Monti, in realtà contiene imposizioni molto stringenti affinchè i cittadini possano controllare non solo che un ministro possegga o meno due appartamenti contigui a Bruxelles come dichiarato da Moavero Milanesi, ma che l’intera amministrazione sia gestita in maniera trasparente.
La bussola del ministero che non funziona
Per verificare meglio che questo avvenga l’allora ministro alla Pubblica amministrazione Patroni Griffi, alla presentazione del decreto-trasparenza a febbraio, disse che chiunque avrebbe potuto monitorare l’applicazione della nuova normativa usando la Bussola, strumento informatico consultabile sul sito del ministero.
Peccato però che quella Bussola da febbraio non sia ancora stata aggiornata tenendo conto delle novità contenute nella normativa sulla pubblicazione online, e dunque sia rimasta congelata alle vecchie linee guida.
Rimane per ora impossibile sapere quali e quante amministrazioni pubbliche stiano davvero rendendo consultabili online da chiunque le informazioni imposte dal decreto-trasparenza.
A meno che non si torni al vecchio sistema di cliccare sito per sito, alla ricerca dei dati.
Nonostante la prolungata inutilità della Bussola — che secondo una nota affissa sul sito verrà aggiornata “gradualmente” — è comunque semplice notare come gli elenchi delle amministrazioni da controllare siano ancora carenti mentre la funzione “Dai la tua opinione” è azzerata.
Curioso come il dipartimento della Funzione pubblica si sia dato un alto volto sulla trasparenza secondo i vecchi criteri, perchè alla richiesta di spiegazioni da parte dell’Huffington Post i funzionari si sono chiusi nel massimo riserbo.
Le sanzioni per ritardi e omissioni nella pubblicazione dei dati online è prevista puntualmente dal decreto-trasparenza.
Ai politici che non faranno conoscere via web il proprio patrimonio famigliare potrà essere applicata una sanzione amministrativa e il pagamento fino a 10mila euro, con tanto di comunicazione pubblica della multa anche sul sito della Civit, l’organismo anti-corruzione.
Chi vigila? Il Responsabile della Trasparenza.
Una figura che per il momento nessuna amministrazione controllata per questo articolo rende palese.
Laura Eduati
(da “L’Huffington Post“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL MOTIVO DELLA RICHIESTA DI RINVIO E’ DA RICERCARE NEL FATTO CHE CHE PDL, LEGA E FRATELLI D’ITALIA POTEVANO CONTARE SU 120 VOTI, APPENA 14 IN PIU’ DEI CINQUESTELLE CHE AVREBBERO VOTATO UN PROPRIO CANDIDATO
“La prossima settimana ci contiamo. E vediamo chi tradisce”. La caccia al killer della Pitonessa è iniziata. Ed è iniziata dentro il Pdl.
Il falco Denis Verdini ha preso il pallottoliere in mano.
Perchè a questo punto è una questione di principio: Daniela deve passare.
E’ l’ordine diramato da Silvio Berlusconi, che ha incontrato Daniela ad Arcore: “I nostri devono essere compatti”.
La verità è che l’annuncio dell’astensione da parte del Pd ha portato il Pdl sull’orlo di una crisi di nervi.
È dentro il partitone berlusconiano che si annida i killer della Pitonessa: tra i venti e i trenta parlamentari pronti a non votarla nel segreto dell’urna secondo il pallottoliere di via dell’Umiltà .
È per questo che, nella conferenza dei capigruppo, Renato Brunetta, con la scusa del Pd, opta per il rinvio.
Sulla carta, infatti, i numeri potevano esserci. Eccoli.
Tutto il centrodestra, compresi Lega e Fratelli d’Italia, ha quota 120.
I cinque stelle 106 e Sel 37.
Poichè vince chi arriva primo, e l’accordo tra grillini e Sel è saltato in mattinata — tanto che hanno presentato due candidati alternativi — il centrodestra aveva i numeri per votare la Santanchè.
Con il solito aiutino dei Cinquestelle che non hanno voluto l’accordo anti-Pdl.
Ma alla fine il Pdl ha optato per il rinvio. Per paura del fuoco amico.
Perchè la Pitonessa è diventata il punto di verifica di più partite che si stanno giocando dentro il Pdl. A partire da quella che riguarda il governo.
C’è un motivo se la diretta interessata, prima della votazione ha fatto sapere che era opportuno forzare, anche rischiando di non passare: “Voleva creare il caso” dicono i ben informati. Già , il caso.
A quel punto, infatti, si sarebbe rotta la maggioranza di governo e proprio su di lei.
È la strategia della tensione di Denis Verdini, Daniela Santanchè e Sandro Bondi, insomma dei falchi del Pdl: usare ogni occasione per scuotere il fragile albero del governo.
E arrivare, colpo dopo colpo, all’Incidente che apra la crisi.
Ma c’è anche l’altro campo minato, quello tutto interno al Pdl, con lo scontro tra falchi e colombe per la guida del partito.
C’è un motivo se Angelino Alfano, un minuto dopo la votazione sul rinvio si precipita a dichiarare: “Su Daniela Santanchè — dice Angelino Alfano – nessun passo indietro, anzi si va avanti”.
Ecco, non solo il Pdl non ha intenzione di cambiare cavallo, puntando su uno più digeribile per il Pd ma ormai, dicono tutti, è una questione di principio.
La prossima settimana ci si conta.
E il motivo lo rivela un pidiellino di peso vicino al ministro dell’Interno: “Se la Santanchè non passa, batte cassa al partito, nel ruolo di coordinatore. È meglio tenerla come vicepresidente della Camera”.
Proprio incrociando i due ragionamenti, si arriva al paradosso della Pitonessa.
E cioè che i suoi principali sostenitori sono le colombe.
Perchè, secondo i loro ragionamenti, la sua elezione stabilizza la maggioranza di governo.
E si evita che Daniela occupi il partito.
Uno schema che però non tiene conto di quello su cui si muovono i falchi: “Ma chi ha detto che se uno fa il vicepresidente della Camera non può avere incarichi pesanti al partito?”.
Il precedente evocato riguarda proprio un fedelissimo di Alfano, Maurizio Lupi, che prima di diventare ministro ha ricoperto l’incarico di vicepresidente della Camera e di responsabile dell’organizzazione del Pdl.
Spifferi, veleni, tensione palpabile. Nel Pdl è l’ora del sospetto.
E la Santanchè al termine di una giornata di passione ha già raggiunto un doppio risultato. È il simbolo della tensione della maggioranza. E ha costretto anche i suoi nemici a sostenerla: “Se non passa — dice un parlamentare pidiellino di lungo corso — il gruppo alla Camera esplode. Abbiamo perso sul segretario d’Aula, se va male anche questa Brunetta si ritrova di fronte alla rivolta” .
(da “l’Espresso“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
FALLITA OGNI MEDIZIONE: SONO 120 I DEPUTATI DI PDL E LEGA, IL PD VOTERA’ SCHEDA BIANCA, MA CINQUESTELLE PIU’ SEL ARRIVANO A 140… CONTERANNO I FRANCHI TIRATORI DI PDL E LEGA… IN CORSO UNA RIUNIONE DEI CAPIGRUPPO PER CHIEDERE UN RINVIO
Alla Camera già si rispolvera il pallottoliere.
L’elezione di Daniela Santanchè alla vicepresidenza di Montecitorio resta infatti in bilico e i franchi tiratori del Pdl si preparano a entrare in azione.
Di certo, l’ex sottosegretaria non potrà contare oggi pomeriggio sul sostegno del Pd.
I democratici, infatti, si limiteranno a votare scheda bianca.
Come se non bastasse, un inedito asse tra il Movimento cinque stelle e Sel rischia di battere sul traguardo la pasionaria.
Comunque vada, per la maggioranza si annuncia una giornata di fuoco.
E a poche ore dalla battaglia, la candidata confida: «Se non passo, nella maggioranza si apre un problema politico».
È una telefonata tra Roberto Speranza e Renato Brunetta a sancire la frattura tra i due pilastri del governo.
Tocca infatti al capogruppo democratico “scaricare” telefonicamente la candidata berlusconiana: «Per i nostri è indigeribile», confida.
Nel Pdl, in realtà , sono in molti a remare contro Santanchè.
Ma l’ordine di scuderia imposto da Silvio Berlusconi comunque non cambia: «I patti vanno rispettati».
A sera, poi, non sortisce effetto neanche la proposta di mediazione recapitata a via dell’Umiltà dagli ambasciatori del Pd.
Propongono un cambio del cavallo in corsa: «Lasciate perdere Santanchè e vi votiamo Antonio Leone». La risposta è netta: idea irricevibile.
In questa sfida contano soprattutto i numeri.
Lo sa Nichi Vendola, che infatti ha chiesto ai grillini di sostenere un uomo di Sel per mettere in ginocchio la maggioranza.
Sulla carta, M5S e vendoliani contano su 140 voti.
Forse qualcuno in più, se davvero dovessero aggiungersi alcuni malpancisti del Pd. Ma a tarda sera l’assemblea grillina boccia l’inedita “alleanza” e propone la deputata Francesca Businarolo alla vicepresidenza.
Toccherà a Sel decidere se appoggiarla.
Di fronte a questo scenario, i 120 deputati di Pdl e Lega potrebbero non bastare. Anche per questo, gli uomini di Maroni hanno proposto ai berlusconiani di abbandonare Santanchè a favore di un candidato padano.
E poi c’è Scelta civica, pronta a correre in soccorso della parlamentare.
Ma il vero timore del Pdl sono i franchi tiratori.
In tanti, nelle file berlusconiane, hanno duellato in passato con la deputata.
E la pattuglia “moderata” guidata da Angelino Alfano e Maurizio Lupi tenta da tempo di ostacolare l’ascesa di Santanchè.
Il Pd, intanto, si avvicina al passaggio parlamentare con l’unico obiettivo di evitare sgradevoli incidenti di percorso.
Per questo, il gruppo darà indicazione di votare scheda bianca.
Una soluzione studiata per tenere sotto controllo i parlamentari ed evitare spaccature interne.
Eppure, nel segreto dell’urna qualche dem potrebbe comunque sostenere la candidata berlusconiana in nome della stabilità di governo.
Fra i democratici, intanto, cade la candidatura di Francantonio Genovese a segretario d’Aula.
In campo restano i nomi di Enrico Gasbarra o Giovanni Sanga.
Ultima ora
A quanto si apprende da fonti di maggioranza, i partiti che sostengono il governo sono orientati a far slittare l’elezione del vicepresidente e di un segretario della Camera, in programma per il pomeriggio di oggi.
Ancora nessuna decisione ufficiale, che spetta alla conferenza dei capigruppo prendere.
Ma a quanto si apprende tra Pd, Pdl e Scelta Civica c’è l’intesa a rinviare il nodo, in modo da cercare di uscire dall’impasse causata dal nome non condiviso da tutti di Daniela Santanchè.
“Nella capigruppo delle 13 Pd e Pdl porranno la questione se sia corretto che forze diverse presentino candidati alternativi, se questo sia ‘fair'”, ha annunciato intanto Renato Brunetta. “E’ possibile presentare candidature alternative quando le cariche da eleggere sono chiaramente ‘destinate’?”, ha chiesto il capogruppo Pdl alla Camera.
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Giugno 30th, 2013 Riccardo Fucile
TANTO RUMORE PER NULLA: ALLA FINE, INVECE DEGLI ATTUALI 91 MILIONI, I PARTITI INCASSERANNO INTORNO AGLI 80 MILIONI DI EURO DI CONTRIBUTI PUBBLICI INDIRETTI
“Non esiste nessun complotto per sabotare il ddl sul finanziamento pubblico ai partiti”. Parola di Emanuele Fiano, capogruppo del Pd nella Commissione affari costituzionali e relatore della legge su cui il governo Letta ha investito buona parte della sua credibilità : quella che dovrebbe abolire i contributi dello Stato ai partiti politici.
Sul destino del ddl, secondo Fiano, non c’è motivo di alzare i toni.
Alcuni senatori del Pd (i renziani Laura Cantini, Nadia Ginetti e Roberto Cociancich) sostengono che in commissione ci sia un’alleanza trasversale per ostacolare la legge: “ Pdl e Sel sarebbero disposti a far parlare anche Pippo, Pluto e Nonna Papera pur di perdere tempo”. Non condivide questa preoccupazione?
Onestamente, questa storia dell’asse Pdl-Sel è una sciocchezza colossale. I renziani stanno trasformando la legge sul finanziamento pubblico in una loro bandiera.
Esagerano?
La realtà è un po’ diversa. Ho fatto dei calcoli sull’impatto economico che avrebbe il testo approvato dal consiglio dei ministri.
Cosa ha scoperto?
Che quando questa legge entrerà a regime, tra quattro anni, l’intervento dello Stato resterà molto significativo. Tanto per cominciare, per l’applicazione della norma del 2 x 1000 ci sarà bisogno di una copertura statale che potrebbe arrivare fino a 55 milioni di euro all’anno.
Poi?
Poi ci sono le cosiddette “erogazioni liberali”, ovvero le donazioni volontarie dei cittadini. Danno diritto a una detrazione fiscale fino al 52 per cento della somma versata. Per farla semplice: i donatori possono scaricare metà della somma donata ai partiti dalle tasse. Per lo Stato sono altri 15 milioni di euro l’anno.
In più ci sono le facilitazioni ai partiti per l’affitto delle sedi e per gli spazi televisivi.
Quelle sono le più difficili da calcolare. Stabilire una somma precisa è praticamente impossibile. Secondo le mie stime alla fine lo Stato ci rimetterebbe almeno tra i 5 e i 10 milioni di euro.
In totale, quindi?
In tutto fanno tra i 75 e gli 80 milioni di euro di contributi pubblici indiretti.
L’ultima tranche di finanziamento pubblico in quanto consisteva?
Nel 2013, con il dimezzamento dei fondi, i partiti hanno incassato 91 milioni di euro. Tra quattro anni, se tutto va bene, avremmo a regime una legge che fa risparmiare al massimo una decina di milioni di euro l’anno.
Onorevole Fiano, mi sta dicendo che è il relatore di una legge inutile?
No, non mi fraintenda. L’ispirazione è completamente differente rispetto alle norme attuali. Non è più lo Stato che decide direttamente quanti soldi distribuire ai partiti. C’è una scelta volontaria del cittadino: la logica è ribaltata.
Il finanziamento pubblico però resterà consistente.
Secondo alcuni dei costituzionalisti che hanno parlato davanti alla commissione, il fatto stesso che i partiti siano garantiti dall’articolo 49 della Costituzione giustifica l’esistenza di forme di finanzimento pubblico. Credo che il problema, fino ad oggi, sia stato il modo in cui i partiti hanno gestito il denaro: quando i soldi dipenderanno da un contributo volontario, saranno vincolati a una gestione più onesta e trasparente.
Basterà a convincere i suoi colleghi di partito?
Ai renziani dico che sarebbe grave far entrare il congresso del Partito democratico nel confronto su questa legge. Qui dentro dobbiamo comportarci da legislatori.
E a lei questa legge piace?
Può essere un punto di equilibrio tra le diverse ispirazioni che si stanno confrontando in commissione. Sulla base di quel testo, poi, bisognerà accettare una mediazione.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 30th, 2013 Riccardo Fucile
PER SOSTITUIRE LUPI, IL PDL INDICA UNA CANDIDATURA “MODERATA” PER FAR CADERE IL GOVERNO… MALUMORI NEL PD, MA ANCHE NEL PDL SI PREVEDONO CECCHINI… PER RASSERENARE GLI ANIMI LA PASIONARIA OGGI ATTACCA I MAGISTRATI “CRETINI” E IL PRESIDENTE DEL SENATO GRASSO
Come se non bastasse anche il voto per la vicepresidenza della Camera potrebbe logorare le fondamenta delle larghe intese.
All’ombra dell’enorme spada di Damocle delle questioni giudiziarie di Silvio Berlusconi, con il tavolo ancora ingombro delle vicende (non ancora del tutto superate) su Imu e Iva e il tema F35 che per il momento è l’unico ostacolo apparentemente superato, ecco che il Pdl — martedì 2 luglio – vorrebbe eleggere vicepresidente dell’assemblea di Montecitorio al posto di Maurizio Lupi (nominato ministro) una figura senz’altro istituzionale: Daniela Santanchè.
Il nome, si può capire, ha provocato più che un malumore tra i parlamentari del Pd e qualcuno è già venuto allo scoperto.
I “franchi tiratori” stanno già prendendo la mira, ma la “pasionaria” — sempre in prima linea in difesa del Cavaliere — si dice “serena e tranquilla”.
“E’ vero — spiega — sono combattiva, ma sulle cose importanti e questa non è la battaglia della mia vita”.
Insomma, esclude che possano esserci conseguenze politiche per governo e maggioranza.
Ma pare più una prova di forza che non una vera e propria previsione: “Questo è un governo di coalizione o no? Io a quello sono rimasta — dichiara in un’intervista a Repubblica l’ex candidata premier della Destra — Mi stupirei se qualcuno pensasse di piazzare trappole. Se poi non mi voteranno, pazienza. Sarà un problema politico, non di Daniela Santanchè”.
D’altronde chi meglio della Santanchè può ricoprire un ruolo di garanzia come presidente dell’Aula.
Per esempio oggi la parlamentare del Pdl è tornata sul tema della giustizia. Ha attaccato intanto i magistrati chiedendosi “perchè non si può dire che un giudice è un cretino o un incapace”.
Poco dopo se l’è presa con il presidente del Senato Piero Grasso: ”Per me il presidente del Senato è un arbitro e non dovrebbe essere un giocatore. Sino a pochi mesi fa era un magistrato e apparteneva a quella casta e fa gli interessi di quella casta. Io non ci sto. In Italia si può parlare male di tutti, politici ladri, idraulici ladri, ma non si può dire che ci sono magistrati incapaci…”.
Cosa fa il Pdl se Berlusconi viene condannato e magari finisce ai domiciliari?
“E’ una ipotesi che non abbiamo fatto — risponde la candidata vicepresidente — Voglio continuare a sperare che alla fine anche per Berlusconi ci sarà una giustizia giusta, ma nel caso noi combatteremo, non staremo a pettinare le bambole fino alla sentenza. Berlusconi è una persona responsabile e continua a dire non pensate a me ma all’Italia, ma noi non staremo fermi. Berlusconi ha dalla sua una forza di 10 milioni di voti. Ci batteremo per la libertà e perchè non ci sia un ordine dello Stato che segue una parte politica che usa la magistratura per farlo fuori dalla politica. Si legge che ‘la legge è uguale per tutti’, ma non lo è per Berlusconi”.
Infine l’ultima dimostrazione di equilibrio quando torna a parlare di politica: “Dobbiamo rispondere ai nostri elettori: non ci piace governare col Pd. Credo che un movimento politico come il nostro deve rispondere ai suoi elettori. Avevamo un programma rivoluzionario. E il ‘niente Imu’ sta diventando realtà ”.
Se, in caso di elezione, riuscirà ad avere un profilo sufficientemente istituzionale si vedrà . Di certo sarà una vicepresidente “pitonessa”, come dice lei stessa. “Non sono nè falco nè colomba — sottolinea — Non ci sono divisioni, ma ruoli diversi: chi sta al governo e chi nel partito e deve fare da pungolo al governo. Facciamo ognuno la propria parte”.
La Santanchè parla anche del destino del centrodestra, dell’eventuale ritorno a Forza Italia e della prossima successione dinastica alla guida del Pdl o di quel che sarà . Marina Berlusconi leader, dunque? “Sì, ma non a questo giro bensì al prossimo, perchè a questo giro ci sarà ancora Silvio Berlusconi”.
Alfano potrebbe essere il segretario della nuova Forza Italia, ma l’ex sottosegretario non vorrebbe, spiega, “nessun ruolo politico al di fuori di Berlusconi presidente. Non vorrei la figura di segretario, a noi basta il presidente”.
Difficile capire cosa avverrà martedì in Aula: se, cioè, il Pd resisterà e riuscirà a non votare la Santanchè o far virare il Pdl su un altro nome.
Per intanto Pippo Civati scrive con ironia su Twitter che fa piacere apprendere dai giornali che la parlamentare Pdl è candidata alla vicepresidenza “dopo l’ampia e approfondita discussione, che non c’è stata. Ricordate: se non votiamo la Santanchè ‘potrebbe cadere il governo’. Ogni settimana ha la sua croce”.
Civati è stato fin dall’inizio contro le larghe intese.
Ma questa volta riceve anche il sostegno di un altro deputato, il giovane Francesco Laforgia, uno dei firmatari del cosiddetto “Documento dei non allineati”.
“Immagino che la candidatura della Santanchè sia frutto della fantasia dei giornali, visto che al gruppo non ne abbiamo mai parlato — spiega — Attendiamo con ansia di capire anche quale sarà il nome proposto dal Pd. In ogni caso sono sicuro che sarà scelto sulla base del merito e non dell’appartenenza a correnti”.
E così ecco la controreplica, dell’ex ministro Stefania Prestigiacomo, che ributta la palla nel campo avversario: la colpa è del Pd, sostiene, perchè “non è in grado di gestire le fibrillazioni al proprio interno e diventa favorevole al governo di larghe intese Pd-Pdl solo quando questo avvantaggia il Pd”.
Quindi: “E’ un problema serio”.
E di nuovo la minaccia che possa cadere il governo, come ironicamente aveva previsto Civati: “Se nel Pd quella di Civati e di Laforgia diventano la linea dominante nei fatti, allora sarà complicato continuare a mantenere in vita un governo per il quale la responsabilità viene chiesta al Pdl nel nome degli interessi generali del Paese e non al Pd che nel frattempo bada ai propri interessi di bottega. Non dobbiamo mai perdere di vista le ragioni per le quali questo governo è nato: l’emergenza economica e le riforme. O si fanno davvero, o la ragion d’essere di questo governo viene meno in re ipsa”.
Emergenza economica e riforme, ma anche la vicepresidenza della Camera.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 28th, 2013 Riccardo Fucile
“BERLUSCONI COMPRA LE PERSONE, LE USA E LE GETTA”… “GHEDINI E’ LA RADICE DI TUTTI I MALI DEL CAVALIERE”
Portare il gessato è come una condanna preventiva per un politico chiacchierato, diciamo così,
che viene dal sud.
Accadde con Antonio Gava, doroteo buonanima. Accade con l’ex berlusconiano Sergio De Gregorio.
Napoli, palazzo di giustizia, tarda mattinata di ieri.
Avanza, De Gregorio, con un gessato blu. Ricorda un Sopranos.
Ma dentro, l’ex senatore che passò da Di Pietro al Cavaliere, dice di essere un uomo nuovo: “Sono addolorato per tutte le cose che ho combinato per Berlusconi. Gli ho messo a disposizione la macchina da guerra che sono stato, il cervello che mi ha donato il Padreterno”.
De Gregorio, lei è un mezzo condannato: ha appena chiesto il patteggiamento per corruzione.
Un anno e otto mesi, con il parere favorevole dei pm, ma so che il mio percorso di espiazione è appena cominciato. E sarà lungo.
Il peccato di far cadere Prodi nel 2008, al Senato: lei, Berlusconi e Lavitola. L’Operazione Libertà .
Il gup di Napoli deciderà se ci sarà o no un processo. A Palazzo Madama c’era una task force guidata dal povero Romano Comincioli (parlamentare di B. morto, ndr), poi Lavitola. Io ero un senatore novizio.
Un novizio che ora si pente.
Ero lì per la prima volta, non conoscevo tutti. Avvicinai solo Caforio dell’Italia dei Valori.
B. le diede tre milioni per lasciare Di Pietro.
Un milione, ufficiale, al mio movimento e due in nero. Mi stupivo di questi pagamenti in nero e perciò dissi a tavola quella battuta riportata oggi (ieri per chi legge, ndr) sui quotidiani. “Berlusconi è l’uomo più ricattabile d’Italia”. Quando un uomo si affida a intermediari come Lavitola che danno soldi in nero non c’è altra spiegazione per me.
Lavitola non era un volontario a costo zero.
Certamente. Questo era anche un modo, per Lavitola, di lucrarci sopra. Oltre ai due milioni, so di altri 500mila euro che però non mi ha mai consegnato. Ma questo fa parte del carattere di Lavitola.
Berlusconi conosce solo il colore dei soldi.
È il suo modo di gestire il potere. Faccia il conto di quante olgettine paga ancora, di quanto denaro passa ai testi del processo Ruby.
Un oceano che bagna tutta la vita di B., pubblica e privata.
Lui compra le persone, le usa e le getta.
Il dolore dei soldi.
Ma io ho avuto un segno. Ho sognato mio padre. Mi diceva di andare dai magistrati e dire tutto su Berlusconi.
Tutta la verità .
Sì.
Non desiderare il parlamentare d’altri: altri peccati di shopping istituzionali?
Nel 2010 alla Camera. L’anno dello strappo di Fini. Scilipoti e Razzi consegnati a un’eternità imbarazzante. So di un altro deputato.
Il nome del comprato?
Non mi faccia andare oltre. Mi comprenda, i magistrati stanno approfondendo.
Era dell’Idv?
No.
Allora un finiano di ritorno, riacciuffato all’ultimo da B.
Non posso dire nulla.
Un’altra Operazione Libertà .
Denis Verdini fu il bomber della trattativa.
Plurinquisito impresentabile
Ho incontrato Verdini il 19 dicembre scorso. È stata l’ultima volta che ci siamo visti.
Voleva recuperarla?
Sì. Fu mandato da Berlusconi, che invece non volli vedere. Si stavano preparando le liste per le politiche.
Verdini le riempiva.
Mi disse: “Dai Sergio candidati. Andiamo tutti al Senato, io, te, Silvio, Nicola (Cosentino, ndr). Ho visto i numeri, se ci facciamo eleggere lì non c’è la maggioranza per far passare le ordinanze di custodia cautelare”.
Un discorso nobile. Il vero volto del berlusconismo
Ho detto no. Ho preferito il carcere, appena finito il mandato parlamentare.
Arresti domiciliari per i soldi pubblici all’Avanti. Truffa e bancarotta. Revocati l’altro giorno.
Anche in questa inchiesta sono stato collaborativo.
Il suo percorso di espiazione prevede un libro.
Uscirà a settembre. Non le dico l’editore per un solo motivo. Se qualcuno lo sa, si compra la casa editrice e lo blocca.
L’Espresso anticipa due capitoli: lei fermò una rogatoria su fondi neri di Mediaset in Cina.
Centinaia di milioni di euro. Conti intestati a Frank Agrama (socio di B. condannato insieme a lui per i diritti tv Mediaset, ndr). Mi avvisò il console italiano a Hong Kong, mi mandò un fax con le intestazioni cancellate del ministero della Giustizia. Avvisai B., che cenò a Palazzo Grazioli con l’ambasciatore cinese e il fido Valentino Valentini.
Niente rogatoria.
Sì, il risultato venne raggiunto. Io inventai anche l’associazione parlamentare Italia-Hong Kong, dicendo: “Qui si tratta di togliere dal fuoco le castagne di Berlusconi”.
Finiamo il conto: i cinque milioni teorici che lei offrì a Caforio, che disse no ma registrò tutto e diede la cassetta a Di Pietro.
Questo è l’episodio più singolare. Nessuno che si domandi perchè quella cassetta Di Pietro non l’ha mai data ai magistrati.
De Gregorio, quando ha deciso di parlare?
Dopo l’arresto di Lavitola, nel 2012. Lo dissi a Ghedini.
L’avvocato di B.
Gli dissi che avrei lasciato la politica per non finire nel tritacarne. Sarei stato inseguito per tutta la vita, come Al Capone.
Cosa rispose?
Che anche Berlusconi stava pensando alla stessa cosa.
Lasciare la politica?
Sì, ma poi non l’ha fatto. Ghedini è la radice di tutti i mali di Berlusconi, mi creda.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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