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EMERGENZA RIFIUTI ROMA, LA RAGGI E I RICATTI DI MANLIO CERRONI

Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile

IL COMUNE FA GESTIRE I RIFIUTI DA UNA SOCIETA’ PRIVATA RAGGIUNTA DA UNA INTERDITTIVA ANTIMAFIA…NUOVO RISCHIO PARALISI

«Non accettiamo ricatti da questo soggetto». Così la sindaca di Roma Virginia Raggi ha risposto, interpellata dai cronisti nell’ambito di una conferenza stampa sul piano rifiuti, rispetto alla possibilità  che si verifichi uno stop del conferimento rifiuti negli impianti di Manlio Cerroni. Di che parla la sindaca e perchè torna d’attualità  il nome del “re dei monnezzari” proprietario di Malagrotta?
Il problema è che sta ritornando d’attualità  il Monnezzagate che vide l’esordio traballante della prima cittadina, all’epoca ancora in coppia con l’ormai giubilata assessora Paola Muraro.
Gli impianti per il trattamento dei rifiuti sono prossimi alla paralisi e la raccolta tra i cassonetti va a rilento perchè i depositi sono già  pieni.
Due settimane fa Colari, il consorzio che ha preso in mano gli impianti di Cerroni, ha respinto metà  dei rifiuti che AMA inviava ai suoi impianti accettandone solamente 600 tonnellate. Cerroni è in grado di ricattare AMA perchè il Colari chiede l’adeguamento delle tariffe bloccate da anni e arretrati milionari; dall’altra parte però, come all’epoca di Fortini, l’AMA e la Regione Lazio non possono trattare alcunchè con il Colari perchè il consorzio è colpito da un’interdittiva antimafia, confermata definitivamente dal Consiglio di Stato.
E così il Colari tenta di sbloccare questa situazione aprendo e chiudendo i cancelli dei suoi impianti, permettendo così o lo scarico o favorendo l’accumulo di rifiuti in strada.
Con una data-limite: quella del 15 aprile, data entro cui Cerroni si aspetta il pagamento delle fatture altrimenti impedirà  l’utilizzo dei suoi impianti oppure dirà  di non essere in grado di pagare fornitori e dipendenti bloccando di fatto il ciclo dei rifiuti a Roma e mandando la città  in emergenza vera.
Intanto i due impianti di Ama (Salaria e RoccaCencia) stanno lavorando a pieno regime e rischiano di finire in tilt per farsi carico della parte di rifiuti che il TMB di Malagrotta respinge. La municipalizzata tenta di metterci una pezza, come ha raccontato il Corriere Roma, chiedendo ai lavoratori un’ora di straordinario in più durante il primo turno del mattino e due in più in quello serale.
«Abbiamo appena concluso gli accordi sui nuovi turni, anche noi ci siamo chiesti il senso di un simile provvedimento — diceva al quotidiano Maurizio Biferali, responsabile Ama della Fp-Cgil -. Ormai più o meno tutte le zone del centro sono in difficoltà , ma con la linea del Salario fuori uso e gli impianti che lavorano già  al massimo gli operai possono fare ben poco: visto che i problemi sono strutturali, preferiremmo qualche assunzione in più agli straordinari a pioggia». C’è poi un altro problema.
Proprio a causa dell’interdittiva AMA non può pagare Cerroni, mentre la gestione attuale dei rifiuti non si basa su un contratto firmato tra la municipalizzata e il Colari (per lo stesso motivo). Una soluzione ci sarebbe.
La prefettura di Roma potrebbe procedere al commissariamento del Colari, applicando la legge e così superando l’interdittiva.
Ai più attenti non sfuggirà  che questa era proprio la soluzione caldeggiata all’epoca dalla buonanima di Fortini, nel frattempo ingiustamente cacciato dall’AMA proprio all’epoca del primo Monnezzagate e con la regia della Muraro.
Oggi, come ha raccontato Mauro Evangelista sul Messaggero domenica scorsa, è il Comune che insieme all’AMA e alla Regione sta chiedendo alla prefettura di procedere con il commissariamento. Così implicitamente dando ragione a Fortini.
Ma c’è un altro problema in ballo.
Giovedì scorso il prefetto Paola Basilone ha risposto con una lettera in cui spiega che sono ancora in corso approfondimenti, perchè il commissariamento, secondo la legge, dovrebbe colpire il contratto che lega AMA a Colari. Ma quel contratto non c’è.
La tesi di Ama e Roma Capitale (condivisa anche in Regione) è differente: comunque si applicano tariffe determinate per legge dalla Regione, dunque c’è un contratto de facto su cui intervenire.
Ma nella lettera la Basilone prende tempo, ricordando che in forma temporanea ci sono altri strumenti che può utilizzare Roma Capitale. Ecco allora che viene fatta balenare l’idea di una ordinanza firmata dalla sindaca Virginia Raggi.
Negli uffici di Roma Capitale questo strumento era già  stato preso in considerazione,ma alla fine gli uffici hanno consigliato alla Raggi di non firmare.
Roma Capitale e l’assessorato all’Ambiente in queste ore hanno chiesto un nuovo incontro urgente alla Prefettura; i legali di Ama sono al lavoro per capire come continuare a usare i Tmb di Colari a Malagrotta senza violare la legge. E senza fare passare il messaggio (oggettivamente forzato) che la giunta M5S sta portando i rifiuti negli stabilimenti di una società  colpita da interdittiva antimafia. «Ma dobbiamo uscire da questa dipendenza da Colari», ripetono nei corridoi di Palazzo Senatorio, con parole molto simili a quelle che si sentivano ai tempi di Ignazio Marino
E come sappiamo la soluzione definitiva non venne mai trovata nemmeno da Marino e Fortini, se non prevedendo il trasporto e il trattamento dei rifiuti fuori dall’Italia (a carissimo prezzo).
Ma di certo se all’epoca si fosse risolto oggi non ci troveremmo a rischio emergenza.

(da “NextQuotidiano“)

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STADIO DI ROMA, LA CONFERENZA DEI SERVIZI BOCCIA IL PROGETTO

Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile

MANCA LA VARIANTE URBANISTICA DA PARTE DEL COMUNE E C’E’ UNA RICHIESTA DI VINCOLO DA PARTE DEL MIBACT… DEVONO ESSERE MANTENUTE LE OPERE PUBBLICHE PREVISTE

La Conferenza dei servizi sullo Stadio della Roma si è chiusa con esito negativo.
A determinare l’esito dei lavori, tra l’altro, la mancata variante urbanistica da parte del Campidoglio e l’avvio del procedimento di vincolo da parte del Mibact.
Ora i proponenti avranno tempo fino al 16 giugno per presentare controdeduzioni.
Per avviare una nuova Conferenza dei servizi è necessario che nelle controdeduzioni siano mantenute le opere pubbliche e di interesse generale, e che esse siano eseguite contestualmente a quelle private.
La Direzione territorio, urbanistica e mobilità  della Regione Lazio, spiega l’assessore alle politiche del territorio della Regione, Michele Civita, ha concluso con esito negativo la Conferenza dei Servizi «prendendo atto dei pareri trasmessi dalle varie amministrazioni interessate e ribaditi, alla fine di marzo, con i pareri negativi dei Rappresentanti unici di Roma Capitale e della Città  Metropolitana. Gli Uffici della Regione hanno contestualmente comunicato ai proponenti l’avvio della chiusura del procedimento, come prevede la legge, sottolineando il mancato completamento della variante urbanistica da parte di Roma Capitale e l’avvio del procedimento di apposizione di vincolo relativo alla porzione dell’immobile denominato `Ippodromo Tor di Valle’ e area circostante da parte del Mibact.
Il proponente, anche considerando che Roma Capitale, con propria deliberazione di giunta comunale del 30 marzo, ha avviato il procedimento di revisione del progetto come condizione necessaria per la dichiarazione di interesse pubblico, avrà  tempo fino al 15/06/2017, data ultima per l’eventuale apposizione del vincolo da parte del Mibact, per presentare le controdeduzioni, anche mediante una diversa formulazione che, mantenendo le opere pubbliche e di interesse generale e garantendone la contestuale esecuzione con quelle private, potrà  determinare l’avvio di una nuova conferenza dei servizi».

(da agenzie)

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SUGLI STIPENDI RADDOPPIATI DELLO STAFF DELLA RAGGI INDAGA L’OREF

Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile

“AUMENTI DI STIPENDIO SOSPETTI”… L’ULTIMO A FINE MARZO: RETRIBUZIONE RADDOPPIATA PER UN COLLABORATORE DELL’ASSESSORE MANTOVANI

Il caso che salta agli occhi di tutti è quello di Silvano Simoni, ingaggiato nello staff dell’assessore all’Ambiente, Pinuccia Montanari.
Il contratto firmato appena prima di Capodanno prevedeva un «trattamento economico complessivo» di 23.725 euro all’anno. Tre mesi dopo però il Campidoglio gliel’ha raddoppiato o quasi, dato che d’ora in poi percepirà  44.892 euro.
Questa la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha scatenato un’indagine dell’Organismo di Revisione Economico Finanziaria guidato da Federica Tiezzi che aveva già  bocciato il bilancio di Andrea Mazzillo.
Il Messaggero in un articolo a firma di Lorenzo De Cicco racconta oggi i dettagli della verifica straordinaria sulle spese per consulenti e staff esterni avallate dalla Giunta Raggi richiesta, con una lettera ufficiale che verrà  spedita oggi, dai revisori dei conti del Campidoglio.
Un’ispezione che cercherà  le «possibili anomalie», viene spiegato negli uffici dell’Oref, e gli aumenti di retribuzione «sospetti» a parte il caso più famoso, quello di Salvatore Romeo, che con la Raggi appena insediata a Palazzo Senatorio, si vide triplicare lo stipendio da funzionario del Comune in virtù del suo nuovo ruolo di capo della segreteria politica della sindaca: un salto da 40 a 120mila euro l’anno.
Quello spiegato con l’immaginifico “Era agosto, faceva caldo, ci siamo sbagliati” da parte dello stesso Romeo.
Dopo il disastro della bocciatura dei conti quindi il faro è acceso sulle 48 delibere della Giunta Raggi per autorizzare 77 contratti di assunzione a tempo determinato.
L’ultimo provvedimento sulle assunzioni passato in giunta risale allo scorso 17 marzo e prevede un aumento di stipendio per Silvano Simoni, ingaggiato nello staff dell’assessore all’Ambiente, Pinuccia Montanari.
Simoni era stato messo sotto contratto dalla giunta Raggi lo scorso 30 dicembre, insieme a un’ex collaboratore di Paola Muraro,Stefano Cicerani (con un passato in un’impresa partecipata da Manlio Cerroni).
Il contratto firmato appena prima di Capodanno prevedeva un «trattamento economico complessivo» di 23.725 euro all’anno. Tre mesi dopo però il Campidoglio ha deciso che quella cifra era troppo bassa.
E così, riconsiderate «le rilevanti attività  di supporto svolte dal dott. Simoni», si legge nella delibera, lo stipendio è stato«rideterminato». Cioè raddoppiato, o quasi, dato che d’ora in poi percepirà  44.892 euro.
Sempre a dicembre venne formalizzato un altro in carico che fece discutere: quello di Andrea Tardito, architetto, già  candidato del M5S, assunto nello staff dell’assessore al Patrimonio con un contratto da 88mila euro annui per occuparsi della «gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare».
Quasi il doppio rispetto a quanto guadagnava da dipendente di una delle società  in house del Campidoglio, Aequa Roma.
La Raggi è già  da tempo indagata per la nomina di Romeo. All’epoca, alla giunta, presieduta dalla sindaca Virginia Raggi, presero parte gli assessori Baldassarre, Berdini, Marzano, Meleo, Minenna e Muraro.
Oltre alla nomina di Romeo fu decisa, tra le altre, anche quella di Andrea Mazzillo. Nella deliberazione di fatto si indicava la mansione di Romeo, “attività  di supporto nell’ambito dell’Ufficio di diretta collaborazione della sindaca“, e anche lo stipendio che non veniva indicato però in maniera diretta, ovvero con una cifra, ma riferendosi al “trattamento economico lordo, parametrato a quello dirigenziale terza fascia di retribuzione” legato al Contratto integrativo dei dirigenti di Roma Capitale.
Una dicitura poco comprensibile ma che di fatto triplicava l’emolumento di Romeo.
Nel memoriale consegnato in procura dopo le dimissioni la Raineri sottolinea di aver «illustrato a Raggi che doveva ritenersi impossibile per un dipendente assunto a tempo indeterminato ricorrere all’istituto dell’aspettativa per poi essere assunto dal medesimo ente a tempo determinato, e la invitai a revocare la delibera».
Paventando l’ipotesi di abuso d’ufficio laddove un tale meccanismo fosse stato posto in essere allo scopo di attribuire al dipendente un vantaggio economico altrimenti non conseguibile. Ma la sindaca non la sta a sentire:
«La sindaca non volle sentire ragioni. Disse che avrebbe consultato l’Avvocatura. Il professor Minenna e io aderimmo all’ipotesi, ma lei chiese al capo dell’Avvocatura un preventivo parere solo orale e quando realizzò che l’avvocato Murra era di avviso contrario (cioè favorevole alla mia tesi) non gli commissionò il parere scritto».
Murra sarà  interrogato questa mattina dai magistrati e dovrà  chiarire anche altre circostanze contenute nell’esposto.
Dieci giorni dopo a Raggi fu infatti consegnato il parere dell’avvocato amministrativista Aristide Police secondo il quale non esisteva «alcuna ragione che possa giustificare il mutamento del rapporto di servizio di un proprio dipendente o meglio, la duplicazione di tale rapporto».
Ma lei decise evidentemente di ignorare anche questo e – lo specifica Raineri – «si rivolse a una giovane avvocatessa sua amica (che di lì a poco avrebbe reclutato) la quale trovò un precedente costituito da un altro parere dell’Avvocatura capitolina e da un regolamento del Comune di Firenze», mai recepito dal Campidoglio.
Questa è la seconda indagine su Virginia Raggi che coinvolge atti della sua amministrazione: in entrambi i casi la sindaca è finita nei guai per la promozione di suoi “fedelissimi” che in seguito ha dovuto rimuovere dagli incarichi.
Marra è stato arrestato per corruzione; di Romeo il M5S ha chiesto la testa insieme a quella di Frongia dopo la notizia delle indagini su Marra.

(da “NextQuotidiano”)

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IL PIANO DELLA RAGGI PER FINGERE DI SUPERARE I CAMPI ROM

Aprile 4th, 2017 Riccardo Fucile

AVEVA PROMESSO DI CHIUDERLI, LASCERA’ TUTTO COME PRIMA… UNA GARA D’APPALTO CUCITA SU MISURA PER ASSEGNARE LA GESTIONE SEMPRE ALLA STESSA ASSOCIAZIONE

Virginia Raggi ama ripetere spesso che la sua Amministrazione è per il “superamento dei Campi Rom” ma fino ad ora poco si è visto per capire cosa significhi davvero “superare” il sistema dei Campi Rom della Capitale.
Prendiamo ad esempio il Camping River di via della Tenuta Piccirilli nel Municipio XV.
Il campo è affidato dal 2005 da un’associazione privata — la Isola Verde Onlus — con una procedura negoziata senza bando di gara e nonostante il Comune sia alla ricerca di una soluzione alternativa per “superarlo” rimarrà  aperto e in funzione fino al 30 giugno 2017.
Nel campo vivono 109 famiglie che stando ad un bando di gara pubblicato, poi sospeso ed infine riaperto avrebbero dovute essere trasferite in un “nuovo campo” ma che invece rimarranno lì.
Il Camping River Village — che sorge su un terreno di proprietà  dell’affidatario — doveva chiudere ma rimarrà  aperto sotto la gestione dello stesso gestore e così i Rom che dovevano uscirne rimarranno dentro, almeno fino al 30 giugno.
A luglio scorso però era stato pubblicato un bando di gara “per il reperimento di un’area attrezzata nel territorio del Municipio XV o Municipi limitrofi per l’accoglienza e soggiorno di 120 nuclei familiari di etnia rom e affidamento del servizio di gestione” durata dell’appalto 15 mesi (dal 1 ottobre 2016 al 31 dicembre 2017) per un importo complessivo a base di gara di 1.549.484,26 euro (in linea con quanto speso fin’ora dal Comune per il Camping River).
Il bando però è stato sospeso in autotutela nel dicembre 2016 e sospensione poi revocata da un’ulteriore determina dirigenziale ad inizio marzo.
All’apertura delle buste però l’unica offerta è risultata essere quella della stessa associazione che ha attualmente in gestione il Camping River.
L’Associazione 21 Luglio denuncia che il bando era stato concepito proprio per consentire ad Isola Verde Onlus di vincere la gara aggirando di fatto le prescrizioni dell’Autorità  Nazionale Anticorruzione in base ai quali le procedure negoziate di affidamento diretto senza gara non sono più permesse.
Secondo l’Associazione però — che contestualmente ha inviato un esposto all’ANAC — sussiste “una forte similitudine tra i requisiti strutturali, le prestazioni e i servizi richiesti e forniti sino ad ora nel “Villaggio River” e quelli previsti dal recente bando vinto dall’attuale gestore”.
Nell’esposto presentato dall’Associazione 21 Luglio si fa notare che nel bando di gara i criteri stabiliti per l’affidamento della gestione sembrano cucite su misura per far vincere la Onlus che ha avuto in gestione il Campo negli ultimi dodici anni:
le restrizioni territoriali (XV Municipio o Municipi limitrofi), quelle legate alla capacità  tecnica (esperienza simile negli ultimi tre anni), quelle relative alla capacità  economica (fatturato degli ultimi 3 anni non inferiore al 20% dell’importo a base di gara) sono tali che è possibile affermare   al di fuori della Cooperativa in oggetto «non vi siano altri concorrenti, nè nel territorio del XV Municipio nè in quelli limitrofi, in possesso nè di una struttura rispondente ai requisiti strutturali previsti […], nè aventi le capacità  tecniche, economiche e finanziarie richieste dal bando oggetto del presente espost
Per questo motivo l’Asssociazione 21 Luglio «paventa il forte sospetto che la gara sia stata strutturata in modo tale da permettere la partecipazione della sola realtà  appartenente al terzo settore» e che pertanto «si ponga in violazione della normativa di settore e in dispregio dei basilari principi di concorrenza, imparzialità , parità  di trattamento, trasparenza e proporzionalità  in quanto volta a celare dietro il ricorso a procedura aperta, palesi distorsioni del mercato».
Inoltre la soluzione prospettata dall’attuale amministrazione non rientra nelle linee guida della Strategia Nazionale per l’inclusione dei Rom che prevede che per le famiglie Rom del Camping River — così come per quelle di tutti gli altri Campi Rom — vengano proposte “soluzioni abitative” differenti dal campo per consentire un maggiore livello di inclusione sociale ed un reale “superamento” del sistema dei campi.
Secondo l’Amministrazione comunale la chiusura del campo comporterebbe il rischio che le persone che vi abitano si trovino “bruscamente private dell’alloggio” ma che sembra più che altro certificare il fatto che la giunta Raggi non ha le idee chiare (o forse non ha alcuna intenzione) di superare i campi rom.
Perchè superare i campi non significa aprirne di nuovi o fingere di aprirne di nuovi lasciando la situazione come sta.
Per questo motivo anche l’Associazione Nazione Rom (ANR) ha chiesto l’intervento dell’ANAC e la modifica della delibera di giunta n. 117 del 16 dicembre 2016 che istituisce il Tavolo cittadino per l’inclusione delle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti (RSC) che secondo ANR   è un atto pubblico redatto in aperta violazione della Strategia Nazionale di Inclusione di Rom Sinti e Caminanti perchè dal tavolo sono esclusi Rom, Sinti e Caminanti.
Anche le associazioni RSC vogliono il superamento dei campi e chiedono di poter vivere in una casa come tutti, il rispetto delle regole e delle leggi, il corretto uso dei Fondi Strutturali ricevuti dall’Italia nel 2015, il rispetto dei regolamenti europei che disciplinano le politiche da adottare attraverso i comitati di sorveglianza.
Questo però significa che il Comune deve ad esempio “assicurare il principio di parità  di trattamento nell’accesso all’edilizia residenziale pubblica” il che tradotto vuol dire che RSC dovranno poter avere la possibilità  di accedere anche ai bandi per l’assegnazione delle case popolari .
Nel 2012 il Governo italiano ha deciso di attuare quanto stabilito dalla Comunicazione n.173 del 4 aprile 2011 della Commissione Europea recante il quadro dell’UE per le strategie nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020 e ha stilato un piano con la strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti.
Come è facile immaginare una delle situazioni più delicate nell’ambito della discriminazione delle persone rom, sinti e caminanti è l’accesso all”edilizia residenziale pubblica.
Questo non significa che tutti quelli che vivono nei campi avranno diritto ad un alloggio popolare ma che la Stragegia si propone di svolgere le opportune azioni di indirizzo politico e programmatico affinchè sia pienamente assicurato il principio di parità  di trattamento nell’accesso all’edilizia residenziale pubblica ed efficacemente contrastata ogni potenziale clausola discriminatoria eventualmente prevista nei bandi pubblici di assegnazione degli alloggi di edilizia popolare.
Ovvero, chi avrà  diritto potrà  partecipare al bando ed eventualmente ottenere l’assegnazione, chi invece non ne avrà  diritto non potrà  parteciparvi.
Va da sè che se davvero si vuole arrivare allo sgombero dei campi rom (nei fatti, non come fece qualche anno fa l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni) per i nuclei familiari che risulteranno non essere in grado di provvedere ad una diversa soluzione abitativa i comuni dovranno farsi carico di trovare un alloggio.
Ma l’edilizia popolare non è l’unica soluzione prevista dal piano che prevede anche le seguenti ipotesi: sostegno all’acquisto di abitazioni ordinarie private; sostegno all’affitto di abitazioni ordinarie private; autocostruzioni accompagnate da progetti di inserimento sociale fino all’affitto di casolari/cascine di proprietà  pubblica in disuso. Il problema dei Rom, Sinti e Caminanti si interseca qui con quello di molte famiglie romane sotto sfratto o senza una casa: una questione sulla quale Raggi continua a prendere tempo invece che proporre una soluzione.
Va da sè che finchè il Comune non risolverà  l’emergenza abitativa non si potrà  superare il sistema dei Campi Rom e in quest’ottica il traguardo del 2021 per terminare le procedura di chiusura dei due campi rom La Monachina e La Barbuta (totale: 4.500 persone cui trovare una casa e un lavoro) appare sempre più irrealistico.

(da “NextQuotidiano”)

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LA FUNIVIA DI VIRGINIA E’ GIA’ VOLATA VIA

Marzo 31st, 2017 Riccardo Fucile

ERA UNA DELLE PROMESSE ELETTORALI DELLA RAGGI, MA ORA SI SCOPRONO CHE VI SONO TROPPI OSTACOLI PER REALIZZARLA

La funivia di collegamento tra Casalotti e Battistini era una delle promesse elettorali che Virginia Raggi ha puntualmente rilanciato a fine ottobre.
Ma i costi elevati — seppure di molto inferiori alle linee di metro e di tram — e i problemi con la burocrazia rischiano di far saltare il progetto.
Per la cui realizzazione servono «cento milioni, anche centoventi», come dice dopo il blitz romano il manager della Leitner, colosso mondiale nella realizzazione degli impianti a fune.
Andrea Arzilli sul Corriere della Sera oggi racconta:
«Cento milioni di euro, forse anche centoventi», conferma dopo il blitz romano Giorgio Pilotti, manager del settore vendite per Leitner ropeways, italianissimo leader mondiale nella realizzazione di impianti a fune. Cioè non molto, almeno relativamente ad una linea di metro, che costa dieci volte tanto, o una di tram, i cui costi sono da moltiplicare per tre rispetto alla fune.
Ma comunque troppo per un Comune che ha entusiasmo e problemi inversamente proporzionali alle risorse in cassa. E forse non abbastanza per risolvere le possibili grane sul collegamento di 4 km e rotti tra Casalotti e la Metro A Battistini, tra burocrazia romana, ostacoli infrastrutturali e imprevisti da mettere in preventivo.
Ci sono anche altri problemi burocratici alla base della difficoltà  di realizzazione del progetto:
«Beh, qualche problema c’è senz’altro, abbiamo già  fatto qualche valutazione di massima sul tracciato – ammette l’uomo di Leitner mentre fa ritorno a Vipiteno –. A Roma il primo potrebbe essere già  nello scavo dei piloni o nell’interramento dei cavi dell’alta tensione (che per 4 km costa più o meno 1,5 milioni): se per esempio spunta una tomba di Traiano? I tempi di dilatano e magari è necessario variare il progetto.
Poi c’è una burocrazia molto faticosa e troppo suscettibile alla politica: a Cassino avevamo progettato il collega mento con l’Abbazia, era pure già  pronto il project financing, ma la funivia non è uscita viva dalla battaglia politica.
E infine il tracciato Casalotti-Battistini dovrebbe sorvolare il Gra ed è necessario sapere cosa ne pensa Anas». Nulla, per ora.
La Conferenza dei servizi per la funivia è ancora molto lontana, in effetti.
Perchè al momento Anas «non è stata interpellata per nessun progetto», dice la comunicazione dell’ente. Siamo quindi alla pura teoria, con qualche sopralluogo di esperti del settore come unico aggancio pratico alla realtà .

(da “NextQuotidiano”)

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ANCHE OGGI GRANDE SUCCESSO DELLA RAGGI: ALTRI TRE FILOBUS ROTTI

Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile

NON HA FATTO IN TEMPO A FARE LA FOTO RICORDO CHE SONO FINITI OUT SETTE MEZZI SU QUINDICI IN DUE GIORNI

Ieri abbiamo parlato dei quattro filobus finiti in panne nel giorno dell’inaugurazione in pompa magna da parte dell’ATAC e della Giunta Raggi. Un mezzo surriscaldato, due con problemi alla centralina e un quarto disperdeva corrente elettrica. N
el frattempo, scrive oggi Repubblica Roma, se ne sono fermati altri tre
Dopo le 4 vetture rotte durante l’inauguration day, ieri tre filobus hanno accusato guasti al motore e alle centraline. Il primo sul 60 alle 5 di mattina, sulla Colombo, altezza largo Loria, mentre la vettura si recava – al di fuori della linea elettrica – dal deposito di Tor Pagnotta al capolinea di Porta Pia per prendere servizio: il motore si è bloccato e la vettura è stata riportata in deposito.
Gli altri due casi sul 90, sulla Nomentana, durante il percorso elettrico: a causa di un guasto alle centraline la prima vettura non riusciva a passare alla corrente elettrica. Infine una terza costretta viaggiare con le porte aperte: immediato lo stop e il rientro in deposito.
In sostanza siamo al secondo giorno e le vetture ferme ai box sono già  sette su quindici. E ci rimarranno ancora: l’azienda non ha meccanici specializzati per riparare filobus di ultima generazione e il contratto di manutenzione, affidato al costruttore Breda Menarini, parte fra un mese.
A gettare acqua sul fuoco è il presidente della commissione mobilità , Enrico Stefano, che parla di «guasti fisiologici dopo anni di abbandono. I filobus sono operativi, abbiamo impresso una svolta»
Lo stesso Stefà no ieri su Facebook se l’è presa con il Corriere della Sera Roma, “reo” a suo dire di essere in contraddizione perchè prima si lamentava dei 45 filobus fermi e oggi si lamenta “perchè camminano”. In realtà , come gli fanno notare nei commenti, «Enrico sei abbastanza intelligente da capire che si grida allo scandalo perchè sono fermi, e si grida allo scandalo perchè oggi camminano a Benzina . E sono filobus, cioè elettrici. Tanto è che di 15, 4 si sono già  guastati».
In effetti il punto che pare sfuggire al consigliere esperto di mobilità  della Giunta Raggi è proprio questo: le vetture sono state progettate per viaggiare con il motore elettrico, il diesel è previsto solo per piccoli spostamenti, per evitare ostacoli improvvisi, in caso di caduta nella tensione di rete.
In più le vetture che si sono rotte rimarranno ferme in deposito a Tor Pagnotta e non è chiaro se l’azienda potrà  riutilizzarle, anche perchè non dispone di tecnici specializzati per la riparazione di filobus di ultima generazione.
Una circostanza che ieri ATAC ha negato in una nota stampa: «questi motori sono progettati per consentire la marcia autonoma del mezzo anche in assenza della rete filoviaria e che i percorsi di esercizio sono stati valutati anche in relazione all’autonomia disponibile dei motori termici diesel».
Visto che anche ieri se ne sono rotti tre, forse i filobus non lo sanno?

(da “NextQuotidiano”)

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CHI HA RAGIONE TRA LE IENE E LA RAGGI SULL’IRREGOLARITA’ NELLA PRESENTAZIONE DELLA LISTA A ROMA?

Marzo 27th, 2017 Riccardo Fucile

UN FALSO “A LORO INSAPUTA”… IERI GLI AVVOCATI DEI GRILLINI NEGAVANO L’IRREGOLARITA’, OGGI DICONO CHE NON CAMBIA IL RISULTATO ELETTORALE… VEDIAMO DI CAPIRE DI COSA SI TRATTA

Dopo quelli di Palermo e Bologna c’è un nuovo caso firme false nel MoVimento 5 Stelle?
Chi ha assistito ieri al servizio di Filippo Roma per le Iene sul “falso nella candidatura di Virginia Raggi” potrebbe pensare di sì.
La realtà  delle cose è che quello che secondo le Iene e il consigliere della Lista Marchini Alessandro Onorato sarebbe successo a Roma non ha nulla a che vedere con le firme false. Le firme raccolte dai pentastellati per presentare la candidatura della Raggi sono regolari.
Ad essere oggetto di contestazione invece è l’atto principale per la presentazione della lista, il documento al quale i delegati di lista allegano gli atti separati ovvero i moduli nei quali sono state raccolte e certificate le firme a sostegno della presentazione della lista.
Le firme, per il momento, sono vere
Il problema riguarda la data apposta sull’atto principale che risulta essere antecedente al cosiddetto firma day durante il quale gli attivisti del 5 Stelle hanno raccolto le firme necessarie per presentare la candidatura di Virginia Raggi a sindaca della Capitale.
L’atto presentato dai 5 Stelle è datato 20 aprile 2016 ma il firma day si è tenuto tre giorni dopo, il 23 aprile.
Nell’atto principale i 5 Stelle dichiarano però (tre giorni prima della data effettiva) di aver raccolto 1352 firme utilizzando novanta atti separati.
Ad essere contestato quindi è solo quello che è il documento “riassuntivo” che riepiloga quante firme sono state presentate a sostegno della lista.
Le firme in sè (ad eccezione delle sei che compaiono sull’atto principale) non sono oggetto di contestazione. Per presentare le liste in una città  come Roma servono un minimo di 1000 firme fino ad un massimo di 1500 sottoscrizioni pertanto è possibile che il numero di cancellieri certificatori (tale ruolo non poteva essere svolto, come accade, dai consiglieri comunali perchè il Consiglio era decaduto) fosse adeguato a certificare solo quel numero di firme mentre le risultanti siano state raccolte solo a fini propagandistici.
Insomma potrebbero essere state raccolte (o annunciate) molte più firme anche per far vedere che il M5S godeva di un ampio sostegno sul territorio; questa potrebbe essere la spiegazione più logica ma non è quella data dalla Raggi e dai delegati di lista che parlano di turni sui banchetti per le firme.
Per la precisione gli atti separati (ovvero i moduli nei quali sono autenticate le firme) sono datati 23 aprile, segno quindi che in teoria le firme sono state raccolte quel giorno. Certo, in base a questa sentenza del Consiglio di Stato (che fa giurisprudenza) le firme avrebbero potute essere raccolte prima e autenticate successivamente ma fino ad ora i 5 Stelle non hanno precisato questo dettaglio.
Secondo i delegati di lista del M5S gli avvocati Alessandro Canali e Paolo Morricone, l’atto principale non è irregolare perchè è una fattispecie a formazione progressiva — come molti atti amministrativi — e quindi il numero di firme presentate (non raccolte) avrebbe potuto essere inserito successivamente (del resto le firme vengono raccolte e autenticate una alla volta).
Secondo le Iene però non è così e l’atto principale — che è l’atto conclusivo — andrebbe compilato e fatto certificare solo dopo aver proceduto all’autentica delle firme: in buona sostanza, è la teoria del servizio, il MoVimento avrebbe commesso un errore che potrebbe invalidare tutto il procedimento di raccolta delle firme.
L’ammissione dell’errore da parte del M5S
Se nel servizio delle Iene gli avvocati del 5 Stelle sostenevano che le accuse fossero false oggi M5S si è difeso (sia a mezzo Facebook che con un post sul blog di Grillo) dicendo che in base ad una sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia l’irregolarità  commessa dai sottoscrittori dell’atto principale nell’indicare il numero complessivo delle firme raccolte non comporta alcuna nullità  della dichiarazione di presentazione della lista.
In buona sostanza però risulta che nei fatti il MoVimento 5 Stelle abbia ammesso oggi quello che i suoi avvocati negavano nel servizio delle Iene ovvero l’esistenza di alcune irregolarità  nella presentazione dell’atto principale.
Ora dal punto di vista giurisprudenziale bisogna stabilire se quell’errore costituisca un falso tale da dichiarare inammissibile la presentazione di una lista e la correzione dei risultati o meno.
Per farlo però non ci si può appellare a sentenze del Tar — che non fanno giurisprudenza — ma a quelle del Consiglio di Stato (che però non viene citato dal M5S nella sua difesa).
Ad esempio ci sono alcune sentenze del CdS che ribadiscono come la presenza di alcune irregolarità  non possa comportare la compressione dell’esercizio del diritto di voto dei cittadini e dal momento che a Roma i cittadini si sono ampiamente espressi, al primo turno prima e successivamente al ballottaggio per l’elezione della Raggi sembra difficile che per quell’errore formale (che pure c’è) il Tar possa annullare i risultati delle amministrative.
Rimane il dato di fatto che i 5 Stelle forse non avevano piena consapevolezza di quello che stavano facendo quando hanno preparato l’atto principale che — come tutti coloro che hanno partecipato alla presentazione di una lista sanno — deve essere compilato per ultimo.
Nella migliore delle ipotesi si tratterà  di un falso “a loro insaputa” .

(da “NextQuotidiano”)

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PERCHE’ I BUS DELL’ATAC VANNO A FUOCO? E SIAMO A 19 IN UN ANNO

Marzo 27th, 2017 Riccardo Fucile

MEZZI VECCHI, MANUTENZIONE INESISTENTE, TROPPE ORE IN SERVIZIO

Ieri mattina un bus della linea 506 che percorreva via Tuscolana, a Roma, verso Vermicino ha preso fuoco. Non è la prima volta che succede, anzi, solo una settimana fa a Ciampino un altro autobus dell’ATAC è andato completamente distrutto dalle fiamme.
Solo la prontezza dell’autista — che ha fatto scendere i passeggeri — ha impedito che ci fossero dei feriti. Sono già  sette in tre mese gli autobus del trasporto pubblico della capitale che hanno preso fuoco, diciannove se in tutto se si considerano tutti gli eventi occorsi dal marzo 2016 ad oggi.
A certificarlo è l’account Twitter Mercurio Viaggiatore che da tempo tiene la contabilità  dei Flambus (un gioco di parole con il fatto che all’inizio del 200 l’azienda si chiamava Trambus), così vengono ormai chiamati i mezzi pubblici che prendono fuoco mentre percorrono le strade della Capitale.
Solo a marzo di quest’anno sono stati quattro gli autobus che hanno preso fuoco.
Si potrebbe pensare che il problema sia principalmente dovuto al fatto che si tratta di mezzi vecchi, con troppi chilometri sulle spalle ad esempio l’autobus che ha preso fuoco sei giorni fa aveva 13 anni di servizio, quello bruciato a Castel Giubileo ad inizio marzo ne aveva 15 come quasi la metà  di tutti gli autobus che compongono la flotta di ATAC.
Se i mezzi sono troppo vecchi e non ci sono soldi per rinnovare il parco macchine l’unica alternativa sarebbe la manutenzione.
Il condizionale è d’obbligo perchè come è stato spesso denunciato anche il reparto manutenzione non riesce a stare dietro alle continue rotture che lasciano in panne gli autobus in mezzo alla strada o che li tengono bloccati all’interno del deposito. Mancano i pezzi di ricambio, è stato spiegato, ma forse non è solo questo.
Ad esempio il mezzo che ha preso fuoco domenica era appena passato per il reparto manutenzione per un problema ad una cannetta che causava una perdita di combustibile.
Lo stesso guasto potrebbe essere la causa dell’incendio, sostiene ad esempio la leader del sindacato CambiaMenti, Micaela Quintavalle (che qualche giorno fa spiegava al Giornale che ci potrebbe essere dietro l’idea di portare ad una privatizzazione dell’azienda) anche se sembra poco probabile che l’incendio sia dovuto a quella perdita di nafta.
Certo è che se il mezzo era passato per la manutenzione il giorno prima è evidente che qualche responsabilità  degli addetti ci deve essere.
Il vero problema è che in realtà  non si può circoscrivere ad un’unica problematica la causa degli incendi che mandano in fiamme gli autobus.
Non è solo l’età  avanzata dei mezzi, non è solo la scarsa (o nulla) manutenzione del parco macchine e non è solo il fatto che i pochi mezzi in grado di circolare senza problemi siano costretti a fare “gli straordinari” e a fare troppe ore di lavoro giornaliere.
Un aspetto quest’ultimo che oltre ad accelerare l’usura e a mettere sotto eccessiva pressione le componenti meccaniche limita le possibilità  di effettuare interventi di controllo e di manutenzione approfonditi prima di rimettere in strada il mezzo.
Secondo Renzo Coppini, Segretario Regionale del SULCT, quella dei “mezzi vecchi” è solo un ritornello che viene utilizzato come scusa per non voler affrontare il nodo cruciale della manutenzione e della mancanza di programmazione degli interventi sul parco mezzi:
Il ripetersi di questi episodi, su vetture di diversa tipologia, ci fa pensare che le manutenzioni non siano sufficientemente idonee a garantire l’affidabilità  dei mezzi. La maggioranza di essi, è noto, hanno superato la vita tecnica, e non quella utile, c’è una netta distinzione tra le due cose, perciò i controlli e gli interventi devono essere frequenti e programmati, mirati a superare le anomalie sia meccaniche che elettriche, derivate logicamente dall’età  e dall’usura. Si fanno queste cose? I tecnici delle officine sono messi nelle condizioni di operare? Ripetere il ritornello ‘sono autobus vecchi’, non è più una valida giustificazione.
Secondo l’amministratore unico di Atac Manuel Fantasia il flambus di domenica è invece dovuto proprio al fatto che la flotta è molto vecchia e che è in atto un’operazione si retrofit su 400 mezzi:
Ieri si è trattato di un principio di incendio, limitato al vano motore per cui l’autobus è recuperabile. C’è una flotta molto vecchia che ci siamo trovati. Stiamo progettando e programmando il retrofit per quello che riguarda i sistemi di spegnimento automatico per circa 400 autobus. Ovviamente ci sono i tempi necessari da rispettare che sono quelli delle gare ad evidenza pubblica un intervento di questo genere non si fa con un affidamento diretto. Nel breve periodo continuiamo, come facciamo adesso con il check sulle vetture e se in qualche circostanza dovessimo intravedere che c’è stato un errore o qualcosa che non va in queste procedure, prenderemo provvedimenti conseguenti.
Cinque giorni fa Linda Meleo, assessora ai Trasporti di Roma, precisava che una commissione d’inchiesta aziendale sta già  analizzando le cause degli incendi e ribadiva che la colpa è del parco mezzo vetusto:
Sugli episodi relativi agli autobus che prendono fuoco, come quello di ieri, abbiamo chiesto documenti in merito e c’è una commissione d’inchiesta aziendale che sta analizzando le cause. Vogliamo andare in fondo a questa vicenda, per poter garantire sempre più sicurezza ai cittadini.
Dobbiamo fare i conti con un parco mezzi vetusto e siamo perciò impegnati nel rinnovo della flotta dei bus di superficie, con bandi per nuove vetture oltre a quelle già  a disposizione
Nè Meleo nè Fantasia però hanno parlato dei problemi relativi alla scarsa manutenzione, del fatto che i mezzi vengano messi su strada con riparazioni sommarie (o senza riparazioni come accade quando ci si limita al reset della centralina per “risolvere” il problema) o che manchi completamente una programmazione degli interventi che non vengono effettuati a cadenza regolare e al raggiungimento di un preciso chilometraggio ma solo quando gli autobus cadono a pezzi.
Vero è che in molti casi la manutenzione non viene eseguita perchè nelle officine non ci sono i pezzi di ricambio necessari.
Spetta quindi all’azienda il compito di procedere ad un risanamento dei vari comparti, perchè non ha senso comprare mezzi nuovi per poi farli cadere a pezzi e tenerli in deposito perchè non ci sono i ricambi.
Molto più pericoloso invece è mettere su strada autobus non idonei che oltre a rompersi in mezzo alla strada rischiano anche di fare del male a passeggeri e autisti.

(da “NextQuotidiano“)

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IL ROGO INFINITO DEI BUS NELLA PALUDE DI ROMA: E SONO SEDICI IN UN ANNO

Marzo 22nd, 2017 Riccardo Fucile

COSI’ IL CARROZZONE ATAC VA SEMPRE PIU’ A FONDO

Fumigano e arrostiscono perchè gli autobus di Roma, come i boschi dell’Appennino, più li tratti male e più rendono bene, e perchè Roma delenda est, per sfrigolio e autocombustione, la stessa che, in un destino comune, sta bruciacchiando anche il Comune e la giunta Raggi.
Non è, insomma, un abbaglio unico e grande come fu l’incendio di Nerone, che per lo meno ebbe un inizio e una fine. E però sono certamente più di diciassette i piccoli fuochi che in un anno stanno rosolando la città , “almeno uno a settimana” mi dice il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi, ed è appunto lo stesso abbrustolimento della politica.
E a segnalarli nella mappa di Roma sembrano accampamenti di pastori i falò (senza luna) di tutti questi autobus che improvvisamente surriscaldano, scintillano e muoiono senza neppure divampare
Ieri ai cronisti l’affollata Ciampino pareva appunto il Campidoglio, il mondo che squaglia e se la squaglia (13 tra assessori e dirigenti) come venerdì scorso a Termini se la squagliò l’autista della linea 170, più velocemente di Marra, perchè “non avete idea della rapidità  del fuoco in un autobus”.
E meno male che un suo collega è arrivato subito con l’estintore da tramviere-pompiere. La scena, davanti alla stazione, pareva un set cinematografico: “Stanno girando un film” commentavano i turisti, anche se non c’erano macchine da presa, proprio come nella partita di tennis di “Blow up” di Antonioni non c’era la pallina
E invece ieri la potenza della fiammella, la famosa scintilla di Mao, ha messo a soqquadro Ciampino, alle 8 e mezza, un fuoco questa volta vivo che ha ridotto alla scocca un City coursor del 2004, tredici anni di vita, che per gli autobus contano come per i cani o i gatti: vecchio dunque, ma soprattutto mal tenuto.
E strombazzavano i clacson e le sirene mentre la gente correva inciampando, e quattro bottiglie e tre lattine, chissà  perchè, rotolavano, inseguite, come la famosissima carrozzina della scalinata della Corazzata Potemkin.
Il viale Kennedy somigliava così alle strade di Tel Aviv o di Damasco, città  che vivono in guerra e hanno nemici magari nascosti ma dichiarati, subiscono l’assedio di terroristi guerriglieri
E invece a Roma cadono gli autobus come ostaggi della mala amministrazione.
E, per non far sentire le periferie troppo lontane dal centro, la via dei fuochi è un tracciato – la geografia dei barbari – che collega la popolosa Pineta Sacchetti al distinto Muro Torto. Non sono tutti quartieri di emarginazione. C’è infatti il Lungotevere in Sassia a due passi dal Cupolone. Periferie e semiperiferie sono la circonvallazione Cornelia, viale Baldelli, viale Togliatti e poi via dei Monti Tiburtini; ci sono “cerniere” come la Tangenziale Est, ma c’è anche il cuore dell’Eur; e piazza Vespucci, via Casilina, via Cristoforo Colombo e persino piazza dei Cinquecento dove c’è la statua di Papa Wojtyla…
Bruciano gli autobus, bruciano inesorabilmente come in una lenta rappresaglia di quel mal governo che, da Alemanno alla Raggi passando per Marino, svampa Roma, sfrigola la sua dolce vita ardente, arrostisce la sua storia che fu sempre di grandezza, anche nella decadenza più spenta.
E infatti i bus che bruciano in città  sono come gli alberi di una pineta che vanno in cenere, sono i fuochi dell’agonia. E speriamo che la grande Roma trovi almeno la penna di qualche formidabile scrittore di trincea, la buona letteratura che sempre surroga la vita delle città  che muoiono fra topi e maiali, cinghiali, gabbiani che pescano dentro i cassonetti, carcasse di frigoriferi, strade-gruviera dove le buche riappaiono subito dopo il riempimento, e l’umanità  randagia e cenciosa che si rannicchia ormai dovunque ed è una sofferenza e un malumore che ci prende tutti alla gola come negli autobus il fumo dell’incendio. Ci vorrebbero Ernst Jà¼nger – “Fuoco e sangue” – o magari un nuovo Gadda – “Diario di guerra” – o un Ballard trasteverino.
Repubblica ha dedicato molte inchieste all’Atac, indimenticabile è quella di Carlo Bonini e Daniele Autieri che scoprì una fabbrica di biglietti falsi e clonati, una stamperia da banda degli onesti, una truffa che arrivava a 70 milioni di euro l’anno, e non ha ancora il suo colpevole.
L’Atac, che a Roma è sorella dell’Ama, è una palude dove si perdono dai 150 ai 70 milioni l’anno, con un debito storico di oltre un miliardo di euro. Insanabile, dunque. Tecnicamente fallita
È davvero difficile immaginare qualcosa di più mostruoso di questa Atac, che è la più grande azienda di trasporto pubblico d’Europa, 11.562 dipendenti, un incredibile numero di manager brubru che vanno, anche loro, periodicamente a fuoco come i bus. E poi ci sono i subappalti marchettari alla Tpl; le forniture di ricambi, soprattutto delle gomme, ingiustificabili per numero e per cifre di spesa. Gli autisti sono 5874, gli autobus 1955, ne escono 1300 al giorno e ogni giorno 300 si rompono, senza contare quelli “tostati”. Non avendo altri soldi per pezzi di ricambio gli autobus vengono cannibalizzati e per aggiustare un autobus rotto ce ne vogliono altri due
I signori della palude sono: i grandi fornitori che ottengono profitti fuori mercato; l’azionista unico, che è il Comune di Roma, a partire dalla politica che ne fa un serbatoio di voti; i sindacati che, in una giungla di sigle hanno gestito assunzioni, promozioni e persino le mense
Questa Roma, che finisce perchè è finita la sua amministrazione, è stata scelta dal Papa come città  di Dio, e dovunque il mondo ha cercato di replicarla, e tutti ne hanno subito il fascino, benedicendola o maledicendola, e ogni cosa aveva conosciuto e anche subìto, ma nessuno ancora era riuscito a friggerla in questo modo. Le auto bruciate sono infatti paesaggio mafioso o violenza di black bloc, ma gli autobus bruciati sono un nuovo spettacolo, un arredo urbano del tutto originale. Venezia ha le navi di crociera del turismo a San Marco.
E Roma ha i fuochi dell’incompetenza o, meglio, della furba competenza dei manutengoli.

(da “La Repubblica”)

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