Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
PARTE LA CAMPAGNA DELL’EX SINDACO, CENA COI FEDELISSIMI E POI IL TOUR
Ignazio Marino si gode il suo momento di celebrità , per quanto postuma, e snocciola i nomi di chi lo chiama per complimentarsi.
E tra questi ce n’è uno pesante, decisamente sorprendente visto il ruolo che ricopre: Giovanni Legnini, compagno di Pd ma soprattutto attuale vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.
In tempi di polemiche durissime tra politica e magistratura, è un segnale significativo. Come lo è l’intervento del ministro della Giustizia Orlando che, parlando al congresso nazionale forense a Rimini, spiega: «Spesso la giustizia è usata per la lotta politica».
Parte il suo tour
Intanto Marino è pronto a partire per un suo tour in Italia, che comincia la prossima settimana a Cuneo. L’occasione è il (ri)lancio del suo libro «Un marziano a Roma». Ma l’ex sindaco della Capitale non si farà mancare l’occasione per affondi politici, a cominciare dal referendum.
Questione che gli sta molto a cuore e lo mette in totale sintonia con la sinistra del partito. Del resto, spiega: «Sono stato un orgoglioso fondatore del Pd, sono stato candidato alla segreteria e mi ha fatto piacere che tanti uomini di sinistra del partito mi abbiano chiamato. Questa giornata è stato un modo per restituirmi onorabilità e riparare una ferita umana profondissima. Anche se resta quella, mortale, alla democrazia».
Le offerte della politica
Chiamate che fanno pensare a più di uno a un suo prossimo ritorno in politica, nonostante l’asserita volontà di restare un anno lontano dai riflettori.
Gira voce, in Liguria, che gli stiano arrivando offerte per candidarsi come sindaco di Genova. Lui smentisce, ma lieto: «Mi fa sorridere, è chiaro che mi fa piacere per l’affetto che ho per Genova, ma in questo momento nel mio radar non c’è l’idea di tornare a svolgere il ruolo di sindaco, nè a Genova nè altrove».
Su Roma in realtà , risponde più guardingo e generico: «A Roma c’è un sindaco al lavoro».
Il confronto con la giunta Raggi
Non proprio di suo gradimento: «Noi con la nostra giunta in dieci giorni abbiamo fatto quello che loro stanno provando a completare nei primi 150. In 100 giorni abbiamo pedonalizzato i Fori, chiuso Malagrotta, cambiato i vertici delle principali aziende e cancellato 120 nuovi permessi edilizi».
E loro? «Loro hanno fatto molte nomine. Con stipendi significativi».
E cose sgradite, come «il tentativo di riaprire al traffico il parco archeologico più grande d’Italia: abbiamo raccolto decine di migliaia di firme per far fare retromarcia alla giunta Raggi».
La cena con i «Marziani»
L’attivismo di Marino insospettisce chi pensa a un suo imminente ritorno. Sabato sera l’ex sindaco ha riunito i fedelissimi a cena a Villa Torlonia.
Un incontro chiesto dai «marziani» dell’associazione «Parte civile» alla quale ha partecipato buona parte della sua ex giunta.
Il segnale di un impegno in vista del prossimo congresso del Pd romano, a febbraio? Lui smentisce, ma si vedrà . Sul referendum, invece, ha le idee chiarissime: «Il Senato va completamente abolito. La riforma mantiene un sistema bicamerale à la carte. Questa riforma non è comprensibile ».
Nel suo tour parlerà anche di sanità : «Me ne occupo da quando ho 19 anni. Sono preoccupato per lo stato di abbandono in cui versa la sanità laziale. Medici, infermieri e tecnici non hanno quasi più gli strumenti nel pubblico per garantire non solo le cure ma anche la dignità delle persone».
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 8th, 2016 Riccardo Fucile
“HO SBAGLIATO A DIMETTERMI DOPO QUELLE 26 COLTELLATE”… E RIVELA LE MINACCE CONTRO LA FAMIGLIA
“Daje sindaco!” gli ha gridato una signora con i capelli rossi mentre lui attraversava piazza Montecitorio. Inseguito dai reporter, Ignazio Marino è rimasto muto mentre camminava a passo svelto, con il solito zainetto nero sulle spalle, verso il portone di casa. Quello che doveva e voleva dire, l’ha detto nella conferenza stampa.
E lì s’è tolto due sassolini dalle scarpe.
Il primo era per Matteo Renzi: “Ognuno deve guardarsi allo specchio e vedere se ha davvero la statura dello statista oppure no. Le scuse? Bisogna avere umiltà e onestà intellettuale”.
Poi, quando gli hanno chiesto del commento di Matteo Orfini, non ha saputo trattenersi.
Prima ha domandato “Chi?”, come fece il premier con Fassina, poi ha parlato di “quei 26 accoltellatori con un unico mandante” che lo costrinsero a lasciare il Campidoglio. Adesso, sul divano beige della sua casa vicino al Pantheon, racconta come ha vissuto il giorno che poteva cambiare la sua vita – il pm aveva chiesto per lui tre anni, un mese e dieci giorni di carcere – e cosa succederà dopo il proscioglimento che ha segnato la sua rivincita.
Cosa ha provato, mentre aspettava la sentenza? Ha pensato a quello che sarebbe successo se fosse stato condannato, come chiedeva il pm?
“Io ho sempre avuto una grandissima fiducia nella magistratura. In Senato, ogni volta che arrivava una richiesta da una Procura, io votavo a favore, anche in dissenso dal mio partito “.
La sentenza chiude il capitolo giudiziario. Ma questa inchiesta ha segnato la sua vicenda politica: lei è stato prosciolto, ma non è più il sindaco di Roma. Il tempo non torna indietro
“Ci sono cose che non potranno mai essere sanate del tutto. È come quando uno viene operato: anche se guarisce, la cicatrice rimane. E io ho subìto molte ferite, dalla Panda rossa alle accuse sugli scontrini, che però mi hanno permesso di riflettere, di capire i miei limiti e di guardare avanti con maggiore forza”.
La ferita più dolorosa?
“Vedere il partito di cui sono stato orgoglioso fondatore che si riunisce insieme agli eletti della lista di Alemanno da un notaio per destituire il sindaco democraticamente eletto. Una delle scene più cupe della democrazia. In quel momento, insieme a me sono stati violentati 700 mila romane e romani”.
Dunque la cicatrice con il Pd non si richiuderà mai più?
“Ma il Pd è fatto anche da quelle persone che stasera manifestavano sotto casa mia, donne e uomini di sinistra”.
Li ho visti. Gridavano: “Non siamo grillini, non siamo renziani, siamo marziani”. E ho visto anche quella signora dai capelli bianchi che, abbracciandola, le ha detto: “La vogliamo segretario del Pd”. Dunque le chiedo: vuol fondare un suo movimento o è possibile un suo ritorno nel Pd?
“Su questo non mi sono interrogato. Finora ho pensato soprattutto a ristabilire la verità . Avevo detto che mi prendevo un anno di riflessione, e lo farò. Io non sono proprio, di indole, un capopartito. Non lo sarò mai. Posso produrre idee e studiare. E certo sento il dovere morale di continuare a impegnarmi per il mio Paese e per la mia città “.
È passato un anno esatto dall’8 ottobre 2015, il giorno in cui lei gettò la spugna. Col senno del poi, qual è stato l’errore più grande che vorrebbe non aver commesso?
“Forse non mi sarei dovuto dimettere. Ma è vero che io subivo un’enorme pressione. Non solo io, ma anche la mia famiglia. Mi arrivarono due buste con dei proiettili, in una c’erano le cartucce di una P38 special con questo messaggio: “I prossimi proiettili serviranno per bucare te, tua moglie e tua figlia. E sappiamo dove vive tua figlia”. Poi, certo, ci fu l’assedio politico e l’aggressione mediatica…”.
Nella conferenza stampa lei ha detto che “qualcuno disse che era stato organizzato un golpe”. Un anno dopo, cosa rimprovera a Matteo Renzi?
“Non ho davvero nulla da dire a Renzi. Solo che sono sbigottito, come tutti i romani, per quello che è accaduto a Roma. La cosa peggiore che può capitare a una città è che qualcuno ne determini l’instabilità . E purtroppo Roma dall’estate del 2015 vive in una grande instabilità amministrativa”.
Renzi l’ha chiamata, oggi?
Marino sorride. “No. Mi hanno chiamato Graziano Delrio, Giancarlo Caselli, Leoluca Orlando, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani…”.
Cosa le hanno detto D’Alema e Veltroni?
“Con Massimo abbiamo un vero rapporto di amicizia, nato quando ancora non avevo nulla a che fare con la politica. “Finalmente la verità emerge” è stato il suo commento. Walter mi ha mandato un affettuoso sms scrivendomi di essere molto contento. Ho parlato anche con il capo della Polizia, Franco Gabrielli, che era il prefetto di Roma quando ero sindaco. “Giustizia è fatta”, mi ha detto”.
La sindaca Raggi è intervenuta nel suo processo per chiederle 600 mila euro per il danno d’immagine che la città avrebbe subìto per colpa sua. Che effetto le ha fatto, sentirsi chiedere i danni dal Campidoglio?
“Mi aspetto che la sindaca si impegni con la stessa determinazione con cui io ho trovato 13 milioni di euro di finanziamenti, grazie ai quali lei ha potuto inaugurare con la fascia tricolore la scalinata di piazza di Spagna restaurata”.
(da “La Repubblica”)
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile
SOLO GRILLO VEDE UNA CITTA’ PULITA: ROMA E’ ANCORA LA GRANDE BRUTTEZZA… “IL PRIMA E IL DOPO” DIMOSTRANO CHE NON E’ CAMBIATO NULLA CON LA NUOVA GIUNTA
Gli stessi posti e, nella maggior parte dei casi, gli stessi problemi.
Dopo 100 giorni dalla domenica in cui Virginia Raggi è stata eletta sindaca di Roma, Repubblica è tornata in dieci luoghi paradigmatici del degrado in cui versano molte zone della Capitale.
Gli stessi luoghi, simbolo della “grande bruttezza” di Roma, fotografati e segnalati al futuro primo cittadino il 19 giugno scorso.
La situazione è desolante. Rispetto a tre mesi e mezzo fa, ben otto di questi posti si trovano ancora nell’identico stato di abbandono del primo scatto.
Due le uniche eccezioni positive. La prima è via di Riva Ostiense, dove è sparito il mercatino abusivo dell’usato allestito dai rom nei fine settimana. La seconda, invece, è la fontana al centro di piazza dei Quiriti, che è stata ripulita. Qui, però, è comparso un problema nuovo rispetto a giugno: i cestini della spazzatura che stanno ai lati della piazza sono arrugginiti, rotti e rischiano di cadere.
Per il resto, nulla sembra essere cambiato.
Nelle strade-groviera di Tor Bella Monaca sono state chiuse alcune delle buche, ma se ne sono aperte nuove: il rattoppo c’è stato ma non il rifacimento stradale.
La discarica abusiva di Spinaceto-Tor de’ Cenci è sempre là a fare bella mostra di sè, con tutto il suo carico di rifiuti pericolosi.
I tavolini selvaggi di via Tor Millina continuano a occupare suolo pubblico senza permessi, a pochi passi da piazza Navona.
Il verde pubblico di villa Ada e di piazza dei Partigiani non è stato curato.
Le mura Aureliane nel tratto tra porta San Sebastano e porta Latina aspettano ancora di essere restaurate.
E il traffico, con le auto in doppia fila parcheggiate in via Marconi, sembra perennemente ingestibile.
Nelle immagini pubblicate, Repubblica documenta proprio l’impietoso confronto tra “il prima e il dopo”.
E se il dossier realizzato a giugno doveva servire da cartina di tornasole dei mesi iniziali dell’amministrazione comunale, si può dire che il bilancio da trarre a ottobre non è nè entusiasmante nè lusinghiero.
Una prova che se non è stata superata dall’amministrazione, in alcuni casi (come la discarica di Spinaceto) non è stata superata nemmeno dai cittadini che, spesso, continuano a non osservare le norme, le regole dell’educazione e il buon senso.
Così, questi scatti mostrano come troppe zone della città , anche punti centralissimi e di rilevante interesse storico-culturale, non sono ancora in condizioni degne di una Capitale.
(da “La Repubblica”)
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile
MILITANTE STORICO, FATTO FUORI DALLA LOMBARDI E SPONSORIZZATO DA CASALEGGIO
Virginia Raggi vuole Marco Agostini capo di gabinetto; per quanto il Campidoglio lo smentisca. Ci riuscirà ? Militante storico del M5S a Roma, chi è Agostini?
Nasce come piccolo imprenditore (aveva delle cartolibrerie). È vicepresidente di una cooperativa no profit, Sintesi, che tra Roma e Palermo dà lavoro a 400 disabili (in particolare nei call center).
Ha studiato i processi di democrazia partecipata, barcamp, Occupy. Nel Movimento si è occupato della comunicazione a Roma, ruolo nel quale ha svolto una figura di cerniera tra il meet up romano e Gianroberto Casaleggio.
Era sua, piccola curiosità , la macchina di cui Beppe Grillo schiacciò il tetto facendoci un comizio sopra, nella discesa in piazza Santi Apostoli nel 2013 (Agostini ci ha rimesso per lo meno la macchina, nel Movimento; altri ci hanno guadagnato).
Il meet up romano è un mondo a parte, e per certi aspetti un buco nero; compresa la sua costola organizzativa originaria, la Task Force Eventi.
In questo magma, percorso da rivalità forti e una lotta feroce tra il mondo di Roberta Lombardi e quello dei suoi avversari (dei quali, per vie talvolta casuali, la Raggi è ormai divenuta quasi l’emblema), Agostini si è mosso con una sua coerenza. E ovviamente ha molti nemici.
Gianroberto Casaleggio lo stimava; naturale che Agostini presto si sia trovato odiatissimo dalla Lombardi, che ha fatto di tutto per tagliargli ogni ponte.
Nel settembre 2013 stava per essere assunto dal gruppo M5S alla Camera: l’idea era di affidargli la cura dei rapporti tra la comunicazione nazionale e gli eventi del Movimento.
Un ruolo organizzativo importante che andava a toccare prerogative di cui la Lombardi è gelosissima, e che rappresentano la polpa viva delle sue postazioni di potere. Casaleggio disse «di Agostini mi fido».
Ottima ragione, per i suoi nemici, per stroncarlo.
Per farla breve: ci fu una sollevazione. Alessandro Di Battista – in quel momento assai sotto l’ala della Lombardi (ora molto meno) – fece un’arringa in assemblea che produsse una spaccatura a metà del gruppo parlamentare.
Morale: Agostini non fu più preso. E fu una perdita, perchè si tratta di un militante molto distante dal tipo dell’arrivista da talk show che poi ha prevalso.
Ce la farà , stavolta, o finirà di nuovo vittima della consolidatissima tecnica della calunnia?
Pochi mesi dopo questa rottura, Agostini si allontanò dal Movimento, pur rimanendone iscritto. Era assai deluso per la piega degli eventi.
Lo schema con cui la Raggi prova a ripescarlo è astuto: occupare il campo del movimento romano, dando un segnale chiaro alla Lombardi, e anche ai commissariatori della sindaca. Ci riuscirà , Virginia?
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile
NELLO STAFF DELL’ASSESSORA LAVORA UNA EX MILITANTE DI ESTREMA DESTRA… SUA NIPOTE: FIGLIA DEL NAR BELSITO, ERA IN AMA CON LA MURARO
Come Pulcinella in mezzo ai suoni, l’assessora all’ambiente Paola Muraro continua a ripetere a ogni
legnata un autistico “vado avanti con il pieno appoggio della sindaca”, tenendosi alla larga da un proscenio di cui ormai sono nitidi i contorni e da un’indagine penale in cui risponde di reati ambientali e concorso in abuso di ufficio con l’ex Presidente di Ama Franco Panzironi e l’ex dg Giovanni Fiscon, l’uno e l’altro imputati nel processo Mafia Capitale.
Quelli che consentono di dire che la Muraro è la cruna dell’ago attraverso cui un sistema di relazioni e interessi nato, cresciuto e battezzato dalla destra post-fascista romana, ha rimesso le mani su Ama, la municipalizzata dei rifiuti.
È una storia che si può documentare con le intercettazioni telefoniche (storia della scorsa settimana) tra la Muraro, Fiscon e Panzironi. Dunque, con il legame ora sentimentale, ora di business (1 milione e 350 mila euro di consulenze) che legava la prima agli altri due.
Ma anche con quel reticolo familista proprio della città . Si tratta di una storia minore, forse, eppure esemplare, che lega la Muraro a una famiglia “nera”, i Di Pisa, che ha avuto una parte nelle vicende della destra romana.
E che documenta la microfisica e la vischiosità del Potere che si è saldato intorno alla giunta M5S.
Accade infatti che nello staff dell’assessora Muraro lavori oggi, quale dipendente comunale distaccata, Maria Paola Di Pisa, educatrice di asili nido, e già precedentemente “in distacco” (era il 2010) nello staff dell’allora sindaco Gianni Alemanno.
Maria Paola ha una sorella più giovane, Serena, come lei già attivista di destra, cresciuta nel quartiere “nero” Trieste, già militante di Terza Posizione, e con un ex compagno dal nome e la storia pesanti. Pasquale Belsito, un ex Nar oggi all’ergastolo dopo una lunga latitanza a Londra (nel febbraio scorso, ha tentato l’evasione dal carcere di Secondigliano).
Serena Di Pisa e Pasquale Belsito hanno due figli: un maschio, Giulio, e una figlia, Elena, entrambi non riconosciuti dal padre. E anche per questo “adottati” da quella famiglia di ex camerati che, negli anni 2000, dopo aver indossato la grisaglia della classe dirigente, comandano a Roma.
Mentre Serena Di Pisa lavora nella segreteria di Andrea Augello, senatore Ncd e all’epoca coordinatore delle campagne di Alemanno, la figlia Elena, ingegnere ambientale, viene assunta in Ama dalla coppia Panzironi-Fiscon in quella che sarà battezzata come la più macroscopica delle Parentopoli dell’era Alemanno.
E, coincidenza, viene messa a lavorare agli impianti TMB di Rocca Cencia e Salario con Paola Muraro, allora consulente ricchissima e potentissima dell’Azienda, la “favorita” di Fiscon, il ventriloquo di Panzironi.
Dura finchè dura la destra al potere, perchè con l’arrivo di Daniele Fortini e Filippi in Ama, 41 degli assunti della Parentopoli vengono licenziati. E tra loro c’è Elena Di Pisa.
La Muraro propone allora all’Azienda di riassumerla con un contratto di collaborazione, ma Fortini si oppone. E ne avrà a pentirsi. Perchè sia lui che l’allora direttore generale Alessandro Filippi diventano il bersaglio politico del senatore Andrea Augello e di un altro pezzo da novanta della vecchia destra romana, il deputato Vincenzo Piso (nel frattempo anche lui transfuga dal Popolo della Libertà al gruppo Misto).
Raggiunto telefonicamente, il senatore Augello spiega di “non aver avuto alcun ruolo nei rapporti tra Elena Di Pisa e l’assessore Muraro, conosciuta per la prima volta in occasione della sua audizione in Parlamento”.
È un fatto che nessuno sia in grado di spiegare per quale motivo sia stata tirata a bordo della nuova giunta una donna, la Muraro, che dichiarava pubblicamente di aver votato a sinistra, ma i cui legami e incroci con la destra romana appaiono sempre di più saldi come la gomena di una nave.
Come anche la vicenda della famiglia Di Pisa dimostra.
Del resto, nel festival delle ricorrenze “nere”, come svelato quando ancora la campagna elettorale non aveva incoronato la Raggi sindaca, balla anche il nome di un’altra donna, Gloria Rojo.
Anche lei in Ama con Parentopoli. Anche lei per questo licenziata. Era amministratore delegato della società di recupero crediti che finanziava la fondazione di Alemanno, la “Hgr” fondata da Panzironi, di cui era Presidente, per conto dello studio Sammarco, la giovane “praticante di studio” Virginia Raggi.
Come la Muraro oggi, anche la sindaca, allora, liquidò la faccenda come un irrilevante dettaglio, senza spiegare mai, tuttavia, perchè avesse eliso dal suo curriculum quell’esperienza in “Hgr” che la legava, insieme, allo studio Sammarco e all’imputato di Mafia Capitale Franco Panzironi.
(da “La Repubblica”)
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile
AMMETTE DI ESSERE UN RIPIEGO DOPO DIMISSIONI E RIFIUTI… E SUL CURRICULUM TAROCCATO SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI: “NON SONO ISCRITTO ALL’ORDINE, MA SONO COMMERCIALISTA, NON SONO PROFESSORE UNIV. MA DOCENTE”
L’uomo più ricercato di Roma è sempre stato lì dove tutti potevano vederlo.
Andrea Mazzillo, nuovo assessore al Bilancio, da mesi tra i più vicini a Virginia Raggi, eppure invisibile agli occhi della stessa sindaca, intenta a inseguire altri candidati.
Poi, improvvisamente, la provvidenza gli getta un riflettore addosso e lo chiama a salvare i conti capitolini. E così, allo stesso modo, mentre i suoi colleghi assessori entrano in sordina in Comune da entrate secondarie per sfuggire ai giornalisti, lui pranza in terrazza tra turisti e dipendenti comunali, nessuno lo nota.
Si è già messo al lavoro sul bilancio di Roma?
«Oggi (ieri, ndr) è il mio compleanno».
Le pesano le accuse di essere stato scelto come ripiego?
«Abbiamo deciso insieme alla sindaca che sarebbe stato meglio cercare qualcuno all’interno del Campidoglio. Non è stata una scelta di ripiego».
Quindi era stato preso in considerazione già da tempo come possibile assessore?
«No, dopo un mese di ricerca abbiamo preso questa decisione. Ci siamo resi conto che scegliere una persona esterna era diventata una questione troppo delicata».
Così, è arrivata una nomina interna. Ma un dogma cinque stelle non era il doversi basare sui curricula e non sulle esperienze politiche?
«Mi dica lei se trova qualcuno che vorrebbe fare l’assessore al Bilancio di Roma». Qualcuno c’era…
«Ma l’attenzione mediatica era troppa. Una cosa impressionante».
Alla fine sulla graticola c’è finito lei. Nel curriculum si è davvero inventato i titoli di professore universitario e di commercialista, come è stato scritto in questi giorni?
«Mettiamo le cose in chiaro: sono commercialista e sono docente universitario. Non sono iscritto all’ordine dei commercialisti perchè sono un dipendente di Equitalia (non c’entra nulla in verità … n.d.r.). E poi non ho mai detto di essere professore, ma docente. Come lo chiama lei qualcuno che tiene lezioni all’Università ?».
Anche il suo passato di attivista del Pd ha provocato qualche scontento in Campidoglio. Si dice che il capogruppo grillino Paolo Ferrara sia andato su tutte le furie…
«È tutto a posto. Ho sentito Paolo e mi ha dato la sua disponibilità a lavorare insieme».
A proposito di lavoro, il nuovo assessore alle Partecipate Massimo Colomban, con il quale dovrà collaborare, in passato sosteneva la necessità di azzerare ogni partecipazione esterna da parte dei comuni. È una linea politica adottabile a Roma?
«Se si tratta di razionalizzare Atac e Ama, noi abbiamo sempre detto di sì. Certo, prendere in considerazione la privatizzazione non sarebbe possibile. La linea politica deve essere quella scritta nel programma del Movimento e la soluzione dell’azzeramento delle partecipate non è prevista».
Per colpa delle partecipate, secondo il Pd, Roma avrebbe un buco nel bilancio di un miliardo di euro. Un bel problema, no?
«In questo momento non ne posso parlare. Giovedì in aula risponderemo all’interrogazione del Pd riguardante le venti pagine di relazione presentate alla sindaca Virginia Raggi dal ragioniere generale Stefano Fermante. Io le ho già lette e sostanzialmente mi sembra la stessa relazione presentata a maggio al commissario Tronca. C’è poco di nuovo».
Proprio le dimissioni minacciate la scorsa settimana dal ragioniere generale Fermante hanno creato altro caos nella giunta…
«Con Fermante ho già iniziato a confrontarmi. Mi è sembrato di capire che voglia restare. L’importante è andare avanti sicuri di voler portare a compimento il proprio lavoro. E finora la ragioneria ha lavorato bene. Nessun problema».
Fermante ha denunciato di essere stato lasciato solo in una situazione di confusione e con i conti sempre più in rosso. Sicuro che non ci sia nessun problema?
«Fermante ha evidenziato la mancanza di indirizzo politico e, quindi, di un assessore al Bilancio. Adesso l’assessore c’è».
Nonostante il lavoro della ragioneria, pensa che potrebbero esserci dei ritardi per l’approvazione dei bilanci?
«Quello di assestamento verrà chiuso per tempo. Ne sono certo. Mentre per quanto riguarda quello di previsione, vedremo. Una eventuale proroga sarebbe comunque prevista dalla legge. Nulla di preoccupante».
Federico Capurso
(da “La Stampa”)
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
“SI ERA IMPEGNATA A TROVARE UNA SOLUZIONE ALTERNATIVA DIGNITOSA, NON HA FATTO NULLA”
«Oggi è la giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, nata in ricordo del naufragio di
Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 356 migranti. Noi siamo stufi di veder commemorare i morti da parte di chi non fa nulla per i vivi».
C’è rabbia nelle parole di Andrea Costa, tra i coordinatori della rete di supporto dell’ex centro Baobab di via Cupa a Roma, il presidio solidale per l’assistenza ai profughi creato da un gruppo di volontari e sgomberato venerdì dalla polizia.
Ieri, in una conferenza stampa, gli attivisti del centro, diventato uno dei pochissimi punti di riferimento per i rifugiati — soprattutto eritrei — a Roma, hanno spiegato «cosa la politica ha fatto, o meglio non ha fatto, per i migranti in transito nella capitale».
«L’ex Baobab andava chiuso, non era una situazione dignitosa nè tollerabile per persone in cerca di aiuto», ha detto Costa, «ma per trovar loro una sistemazione migliore. Invece, dopo lo sgombero forzoso, l’amministrazione capitolina non ha fatto niente, tranne mettere a nudo la sua inadeguatezza».
Le critiche dei volontari vanno tutte alla giunta cinquestelle
Al suo insediamento, a metà giugno, la sindaca si era impegnata a trovare una soluzione al problema dei migranti «entro una settimana».
Promesse non mantenute.
Come quelle arrivate dall’assessora alle politiche sociali, Laura Baldassarre: «Aveva assicurato la costruzione di una tendopoli, in aggiunta alle poche strutture offerte dal Comune, l’alloggio Caritas sulla Casilina e quelli della Croce Rossa. Ma il 9 settembre ha annunciato che non si poteva fare, perchè la Protezione Civile era impegnata con il terremoto di Amatrice».
L’assessore, ha aggiunto Costa, «ora ha dichiarato di aver trovato fondi per metter su un altro centro, anche se le soluzioni da noi proposte, come l’utilizzo del centro ittiogenico sulla Tiburtina, sono state scartate. Ci auguriamo che dall’amministrazione arrivi qualcosa di concreto»
In realtà , secondo i volontari, l’accoglienza e la tutela delle persone vulnerabili non sono una priorità per la giunta Raggi.
Invece «è indispensabile dare una risposta a una questione delicatissima, che merita di essere gestita con serietà e risorse adeguate».
Per ora, l’unica certezza è che 150 migranti, a cui l’ex Baobab forniva un minimo riparo, non hanno alternative alla strada.
Molti di loro erano ieri alla conferenza stampa. A ricordare con la loro presenza l’urgenza della realtà , molto lontana dalle parole delle cerimonie commemorative.
Irene Mossa
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
“RESTARE NON AVEVA PIU’ SENSO, AVEVO STILATO UNA TABELLA DI MARCIA PER USCIRE DAI GUAI, MA E’ RIMASTA LETTERA MORTA”
La corsa del Comune di Roma per salvare la capitale d’Italia dal default a causa di un bilancio appesantito da miliardi di debito si fa sempre più affannosa ed ha appeso al collo il macigno di 28 dossie
Dimissionario dal primo settembre scorso, Minenna aveva preparato un cronoprogramma degli interventi necessari per portare Roma fuori dal gorgo finanziario che potrebbe trascinarla verso l’insolvenza.
Una tabella che prevedeva di mettere una toppa ai buchi di Atac e Ama, di fare pulizia di poste di bilancio inesistenti, di mappare il patrimonio immobiliare, di aprire canali di dialogo con il Tesoro, la Cassa Depositi e Prestiti e le banche.
La marcia di quei 28 dossier si è arrestata. E con i suoi collaboratori in Consob, dove è rientrato ponendo fine all’aspettativa, Minenna si sfoga: “La mia permanenza lì non aveva più senso, era iniziato un regolamento di conti insensato “.
È la cronaca delle settimane scorse a fornire l’identità di quelli che hanno combattuto nei corridoi e nelle segreterie: “Marra, Romeo, Frongia…li ho conosciuti, li ho visti. Non posso pensare che non capiscano la situazione – racconta ancora Minenna – quindi debbo pensare altro: e rilevare che in questi mesi tutta l’attività che era stata affidata a me si è risolta in una paralisi provocata da beghe e impicci “.
Una paralisi che – commenta amaro in privato rischia di portare Roma al baratro”.
Il primo punto da affrontare è la gestione del debito.
Nel cronoprogramma si prevedeva di riavviare le interazioni tecniche con il Ministero dell’Economia per far acquisire a Roma di spazi di spesa a copertura del bilancio corrente.
Il termine era inizio settembre, la data è trascorsa inutilmente. “Eppure – racconta Minenna – le premesse erano state poste. Ci presentavamo con un progetto di finanza pubblica in pareggio anzichè in dissesto, il che avrebbe permesso di avere notevoli fondi”. Il ritardo mette in forse risorse fresche per 230 milioni di euro.
A luglio era stato raggiunto un obiettivo importante: superare le verifiche del tavolo interistituzionale di palazzo Chigi, con il riconoscimento della capacità di Roma a gestire la propria posizione debitoria.
Il passo successivo era però rappresentato dalle azioni di rientro, che riguardavano anche la revisione delle partite correnti e l’individuazione delle poste dormienti. Anche qui il meccanismo si è inceppato.
All’inizio di settembre dovevano partire le azioni per recuperare 70 milioni dalle poste fantasma, e dirottarle verso altri investimenti. “Bisognerà tornare a Palazzo Chigi – ammonisce Minenna – e da agosto ad oggi il clima politico non è certo migliorato, per cui il dialogo magari sarà più difficile”.
Anche gli interventi per il capitolo trasporti sono rimasti lettera morta, nonostante la municipalizzata che gestisce metropolitana e bus sia uno dei capitoli più dolenti nella vita della capitale.
Non è andato avanti infatti il dialogo con le banche, che serviva per varare un nuovo piano industriale e raccogliere disponibilità finanziaria: erano in ballo 50 milioni. Senza regìa politica anche il progetto per contrastare l’evasione tariffaria, copiandolo dal modello Londra (biglietto elettronico). “In tutto questo tempo non è stato fatto più nulla”, si rammarica Minenna.
Anche per la raccolta rifiuti, emergenza principe della capitale, si sono perse occasioni. Il cronoprogramma prevedeva di rivedere con le banche entro novembre – ormai alle porte – i contratti derivati in essere e gli interessi sul debito, anche attualmente viaggiano intorno al 6-7 per cento.
Argomento spinoso, l’Ama. Tanto che Minenna racconta ai suoi collaboratori di aver introdotto sul tema il metodo Consob, cioè di verbalizzare ogni incontro e protocollarlo. “Ha dovuto farlo anche la Muraro”, commenta
Non ha fatto passi avanti nemmeno l’operazione di recupero del patrimonio immobiliare affittato a canoni irrisori per dimenticanza o altro. La verifica doveva essere già avviata ad inizio settembre, se ne sono perse le tracce
Le olimpiadi sono saltate, i cinque cerchi non sbarcheranno a Roma.
Ma nella giunta c’era chi aveva lavorato ad un piano B. Minenna lo racconta così a chi tra i sui collaboratori gli chiede un parere. “Niente cemento nel centro di Roma, tutti d’accordo. Ma con Berdini avevamo pensato ad un progetto che facesse realizzare le infrastrutture nelle periferie. Avremmo fatto una ri-urbanizzazione a costo zero. Niente da fare. È stata una scelta politica”.
(da “La Repubblica”)
argomento: Roma | Commenta »
Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
ALLA MURARO, IN SETTE ANNI, MEZZO MILIONE DI EURO IN CONSULENZE, NOMINE E PARCELLE EXTRA
Sono sette le consulenze annuali sospette affidate da Giovanni Fiscon, Franco Panzironi e altri dirigenti
dell’Ama a Paola Muraro, al centro dell’inchiesta che vede l’assessora all’Ambiente del Comune indagata per abuso d’ufficio proprio con l’ex dg della municipalizzata dei rifiuti, sotto processo nell’aula bunker di Rebibbia per Mafia capitale, e ora anche con l’ex amministratore delegato di Ama arrestato anche nell’inchiesta sul “Mondo di mezzo”.
Partono dal 2009 gli accertamenti della procura sui contratti affidati dai vertici di Ama alla specialista Paola Muraro.
Consulenze di un anno, da referente Ippc per gli impianti di trattamento meccanico biologico di Rocca Cencia e di via Salaria, che nel corso degli anni sono sempre aumentate di valore. Per un ammontare totale di circa 500mila euro.
E che proprio con Giovanni Fiscon hanno visto salire di almeno ventimila euro, passando da 60 a 80mila euro, il margine di incremento, pur rimanendo pressochè uguali i compiti assegnati alla tecnica dei rifiuti.
Non solo. I sospetti degli inquirenti sono legati anche ai singoli incarichi extra che Muraro avrebbe ricevuto dai vertici di Ama nel corso dello stesso lasso temporale.
La procura, infatti, vuole capire perchè l’assessora oltre a ricoprire il ruolo di referente Ippc sia stata investita con molta frequenza di ulteriori compiti a cui corrispondeva, ovviamente, una retribuzione.
Fra queste c’è anche l’incarico da 50mila euro relativo al coordinamento dei lavori per la bonifica dell’impianto dell’Ama di Ponte Malnome.
Nel febbraio 2014 le violenti piogge che avevano colpito la Valle Galeria avevano causato una fuoriuscita di rifiuti pericolosi dall’inceneritore Ama.
Un’area grande come un campo di calcio era stata invasa da siringhe e buste di sangue ed era stata necessaria una bonifica. Anche in quel caso era stato Fiscon ad incaricare Muraro.
Fra le carte dell’inchiesta compare il contratto sottoscritto con l’ultimo dg di Ama Alessandro Filippi, l’ex dirigente Acea chiamato in Ama da Daniele Fortini e che ha sostituito proprio Giovanni Fiscon dopo il suo arresto in Mafia capitale.
Con tale documento, non oggetto di accertamento, Filippi aveva di fatto incluso ogni aspetto della vita lavorativa di Muraro. Un contratto “omnibus” che di fatto la limitava non permettendole di ricevere ulteriori dalla municipalizzata.
L’ulteriore nodo che la procura vuole sciogliere è legato alla funzione di Muraro in Ama: gli inquirenti vogliono capire se fosse di fatto una dirigente, anche se formalmente comparisse come una comune consulente.
E se con tale qualifica le fosse stato permesso di percepire più soldi degli stessi funzionari della municipalizzata.
Tali sospetti sono legati ai rapporti preferenziali che Muraro aveva con Fiscon.
(da “La Repubblica”)
argomento: Roma | Commenta »