IL PRIMATO DELL’IO SENZA MISURA
TRUMP NON RICONOSCE REGOLE “AL DI FUORI DI SE”
La raffica di insolenze e giudizi sommari che Trump ha distribuito al vertice Nato ai suoi
(teorici) alleati europei aggiunge ben poco al formidabile cumulo di umiliazioni inferte, regole calpestate, convenzioni ignorate. Si direbbe che la misura è colma se avesse un qualche senso parlare di misura di fronte a un uomo che ha pubblicamente dichiarato “quali sono i miei limiti lo stabilisco io”. Se le parole contano, questa breve frase vale, da sola, a capire di che cosa stiamo parlando: la democrazia, che è il regno del limite condiviso, ha partorito, democraticamente, il suo esatto contrario.
È in atto da tempo una discussione sulla natura di questa plateale rottura di ogni forma di rispetto per “gli altri”, che sono, dopotutto, il mondo intero, nonché circa la metà degli americani. Come può comportarsi in maniera così greve, così primitiva, un presidente degli Stati Uniti, il successore di Washington, Lincoln, Roosevelt, Eisenhower, Kennedy? Si dibatte — per dirla secca — sulla sua possibile pazzia, oppure se si tratti solamente di una “normale” seppure estrema manifestazione di arroganza politica (secondo i suoi estimatori: di lodevole schiettezza. Ognuno consideri quale grado di schiettezza è disposto a riconoscere a un violento, o anche solo a un cafone).
È un dibattito che, alla luce dei fatti, conta relativamente. Quali siano le radici dell’incredibile spettacolo cui stiamo assistendo da un paio d’anni, è lo spettacolo in sé a costituire la novità sensazionale, e a fare la storia. Lo spettacolo di un uomo che si presenta ai suoi concittadini, e all’opinione pubblica mondiale, dicendo con le parole e con gli atti: faccio quello che voglio e dico quello che mi pare. Comando io, decido io. Guai a chi non mi obbedisce. L’aneddotica sui tiranni dell’antichità, sui capricci e lo scialo dei sovrani nell’Ancien Régime, sul dispotismo novecentesco e il suo rapporto psicopatologico con le masse osannanti, hanno sicuramente attinenza con la smodatezza di Donald Trump. Ma non ne hanno alcuna con la vita democratica così come siamo abituati a viverla da ormai quattro o cinque generazioni: il conflitto sociale, sì, lo scontro ideologico, sì, e perfino l’odio politico sono stati tra gli ingredienti naturali di quell’impasto di convivenza e di lotta tra diversi che chiamiamo democrazia.
Ma l’idea che un uomo potesse proclamare tra gli applausi: non riconosco alcuna regola al di fuori di me stesso, del mio vantaggio economico, del mio potere personale, io sono la personificazione della Nazione e dunque il mio primato e il primato americano sono la stessa identica cosa, prima di Trump non aveva mai avuto una definizione così nitida, e così agghiacciante. Perfino Berlusconi, che una tendenza egotica l’aveva eccome, e fu tra i primi sperimentatori del narcisismo come valore da spendere in politica, fu in qualche modo rassegnato — volendo, anche costretto — a giocarsela dentro lo stesso campo di gioco dell’avversario, e sottostando alle stesse regole. Se nacque demagogo e morì, almeno formalmente, liberale (così viene celebrato dai suoi) è anche perché la politica, che lui voleva forgiare a suo piacimento, in qualche modo finì per forgiare lui.
Trump no. Trump è come lo schermidore che, durante un match di fioretto, estrae la pistola e fredda l’avversario. “Le regole le stabilisco io. Io posso sparare, tu no”. Ogni accusa di slealtà, di truccare regole buone per tutti, ma non per lui, gli è del tutto indifferente. Non capisce proprio di che cosa si sta parlando. Vale per tutti il pazzesco episodio (tragico, ma anche comico) del cartellino rosso rimangiato dalla Fifa su pressione del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo dovuto rileggere due o tre volte la notizia per capacitarci che fosse vera.
La vera domanda, a questo punto, quella che pesa come un macigno, è come sia possibile che una persona di questo stampo, uno che nessuno inviterebbe a cena per paura che insulti gli altri ospiti e faccia deportare la cuoca, sia alla Casa Bianca. Le analisi politico-economiche che, ormai da anni, tutti leggiamo nella speranza di farci una ragione dell’accaduto, aiutano a spiegarlo solo fino a un certo punto. Va bene, la working class che si sente tradita dai dem e minacciata dalla globalizzazione; va bene, gli eccessi opprimenti del politically correct; va bene, il riscaldamento climatico è solo una bufala messa in giro dai menagramo e dai comunisti, così possiamo continuare a tenere il condizionatore a 19 gradi e cuocere sul barbecue una vacca al giorno pro-capite, God Bless America.
Ma basta, questo insieme di promesse a costo zero e di fole rassicuranti su un’età dell’oro da ripristinare, anche se non è mai esistita, a spiegare Trump? Forse no, non basta. Ci si deve arrendere all’idea che sparare con la pistola a chi credeva fosse un incontro di fioretto è, per molte persone, una soluzione praticabile, e forse sperabile. Lo spavento e la confusione che il mondo ci scarica addosso rendono legittima qualunque via d’uscita, non importa se sleale o scorretta o violenta. Nella vasta umanità che ama Trump, non solamente in America, e lo rivoterà o voterà per i suoi emuli, sopraffare gli altri, se dagli altri ti senti minacciato, poco importa se in modo concreto o fantasmatico, è legittima difesa. Tra essere il lupo o l’agnello meglio essere il lupo, e meglio ancora esserlo nella maniera di Esopo: superior stabat lupus, il lupo stava più in alto, lungo il corso del torrente, ma accusò l’agnello, più a valle, di intorbidargli l’acqua. E con quel pretesto se lo mangiò. Sui social, in molti applaudirebbero.
(da Repubblica)
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