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“CHIEDO DI SMETTERLA DI PARLARE DI NOI E DI PARLARE DEI PROBLEMI CONCRETI DEGLI ITALIANI”: ELLY SCHLEIN ALLA FESTA DELL’UNITA’ DI GENOVA INCONTRA LA SINDACA SILVIA SALIS (E LA RIEMPIE DI ELOGI) E SULLE PRIMARIE DEL CAMPO LARGO DICE: “AFFINATO IL PROGRAMMA, CON GLI ALLEATI DECIDEREMO SU TUTTO IL RESTO”

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA SINDACA DI GENOVA HA GIÀ DETTO CHE LE PRIMARIE NON INTENDE FARLE. EPPURE C’È UNA PARTE DI DIRIGENTI DEL CENTROSINISTRA CHE VEDE IN SALIS UNA POSSIBILE CANDIDATA PREMIER, IN GRADO DI GUIDARE L’ALLEANZA ANTI-MELONI… L’EX AZZURRA DI LANCIO DEL MARTELLO, CHE HA UN LIBRO IN USCITA, SI CUCE LA BOCCA SU UNA SUA EVENTUALE DISCESA IN CAMPO

«È questione di sguardi», canterebbe Paola Turci affacciata sul porto di Genova. In piazza Caricamento, luogo del cuore dei genovesi, è tornata la Festa dell’Unità. Sul palco arriva Elly Schlein, in platea c’è la sindaca Silvia Salis, che incassa subito i complimenti della segretaria Pd per il governo della città: «Grazie Silvia, grazie!», le dice davanti a un migliaio di persone. Arrivano dopo una passeggiata insieme. A braccetto.
Si abbracciano, sorridono. Ma soprattutto si osservano. Si apre così la tre giorni del Campo largo, che, dopo l’ultimo flop di luglio in piazza a Napoli, prova faticosamente a lanciare la campagna elettorale contro il centrodestra. Oggi sul palco ci sarà Salis con il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, altro ipotetico sfidante alle primarie con la casacca riformista, e domani il leader del M5S Giuseppe Conte con l’ex ministro Andrea Orlando.
Ma ieri gli obiettivi erano tutti puntati su Schlein e Salis. Questione di sguardi, dicevamo, di mosse (e contromosse) da fare. E chissà quanta competizione c’è, davvero, dietro i sorrisi pubblici di entrambe. La segretaria dem punta dritta alle primarie, sfidando un alleato difficile come Giuseppe Conte. La prima cittadina senza tessere in tasca, invece, ha già detto in tutte le salse che le primarie non intende farle.
Eppure c’è una parte di notabili del centrosinistra che vede proprio in Salis una possibile candidata premier, in grado di guidare direttamente un’alleanza larga contro Giorgia Meloni. Replicare su scala nazionale il «modello Genova» — che nel maggio 2025 consentì di riportare la città a sinistra con Salis appoggiata da tutti, Matteo Renzi incluso — è complicato, forse molto, ma non impossibile. Perché né Schlein né Conte intendono fare passi indietro in favore di un nome terzo, uomo o donna che sia.
La bocca della sindaca rimane cucita sulla scena nazionale. Il primo anno alla guida di Genova sembra essere filato abbastanza bene, ma adesso l’ex martellista olimpica scesa in politica lavora a capo chino sulla città, anche per contenere gli attacchi di un’opposizione di centrodestra che in Comune è molto dura.
Incalzata dai cronisti sulle primarie per scegliere l’anti Meloni, Schlein non cambia linea di un millimetro: «Chiedo di smetterla di parlare di noi e di parlare dei problemi concreti degli italiani». E mentre Conte chiede «chiarezza», la leader dem aggiunge: «Affinato il programma comune della coalizione, con gli alleati decideremo su tutto il resto
Ma sulle primarie, ormai è chiaro, fino a metà ottobre non ci saranno certezze. È infatti quello il termine ultimo per capire se la nuova legge elettorale sarà approvata o meno. «La destra ha inserito il ballottaggio perché sono disperati, è inaccettabile». Francesco Boccia, capogruppo al Senato e braccio destro di Schlein, annuisce: «Sulla legge elettorale il centrodestra è più diviso di quanto si pensi. Non è affatto detto che l’approvino. Poi si vedrà».
Poi Schlein torna sul «modello Genova», ma solo a livello amministrativo: «Qui state costruendo quattro nuovi asili. Cioè il modo migliore per sostenere davvero le donne e le famiglie, altro che antiabortisti inviati nei consultori». E poi chiama un altro applauso per la sindaca. Salis è in prima fila. Sorride. A metà ottobre uscirà il suo nuovo libro: «È già domani».

(da Il Corriere della Sera)

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“SONO E RIMANGO GARANTISTA”. IL MINISTRO DELLA DIFESA, GUIDO CROSETTO, SI SMARCA DAL TIRO AL PICCIONE DEL CENTRODESTRA CONTRO RANUCCI: “VALGONO, PER ME, NEI CONFRONTI DEL CASO REPORT, LE STESSE RIFLESSIONI CHE HO SEMPRE FATTO. SONO DISGUSTATO DALLE CONTINUE VIOLAZIONI DEL SEGRETO INVESTIGATIVO”

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

DIFENDO IL DIRITTO DI NON ESSERE GIUDICATI MORALISTICAMENTE SOLO SULLA BASE DELLE PERSONE CHE SI FREQUENTANO E CONTINUERÒ A CONSIDERARE UNA BARBARIE INACCETTABILE QUESTO MODO DI CELEBRARE PROCESSI NELLE PIAZZE MEDIATICHE. ANCHE QUANDO A SUBIRLO È QUALCUNO CHE, IN PASSATO, DI QUELLA STESSA BARBARIE È STATO SPESSO INTERPRETE” – SIGFRIDO RINGRAZIA “PER LA COERENZA”

“Valgono, per me, nei confronti del caso Report e di Ranucci, le stesse riflessioni che ho sempre fatto nei confronti di chiunque. Sono disgustato dalle continue violazioni del segreto investigativo e dalla pubblicazione di intercettazioni e chat che, per legge, non dovrebbero essere pubblicate.
Lo considero un vulnus alla Costituzione e alla democrazia. Allo stesso tempo, difendo il diritto di non essere giudicati moralisticamente solo sulla base delle persone che si frequentano.
Sono e rimango garantista. E continuerò a considerare una barbarie inaccettabile questo modo di fare informazione e di celebrare processi nelle piazze mediatiche. Anche quando a subirlo è qualcuno che, in passato, di quella stessa barbarie è stato spesso interprete”. Lo scrive il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in un post su X.
“Ringrazio un ministro, verso il quale non siamo stati teneri, per la sua coerenza e per essersi dissociato dalla scelta di delegittimarmi fatta dalla Rai”. Così Sigfrido Ranucci in una story su Instagram commentando le affermazioni del ministro della Difesa Guido Crusetto, che in un post su X a proposito del caso Report ha dichiarato di “difendere il diritto di non essere giudicati moralisticamente solo sulla base delle persone che si frequentano. Sono e rimango garantista. Continuerò a considerare una barbarie inaccettabile questo modo di fare informazione e di celebrare processi nelle piazza mediatiche”.

(da agenzie)

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“AL CREMLINO PREFERIREBBERO CHE LE SCELTE PER L’ITALIA LE FACCIA QUALCUNO CHE PRIMA SENTA MOSCA”. IL COMMENTO DI GUIDO CROSETTO DOPO GLI ATTACCHI RUSSI PER LA SCELTA DI MYKHAILO FEDOROV, EX MINISTRO DELLA DIFESA UCRAINO, COME CONSULENTE. A QUALI “PUPAZZI PREZZOLATI” DI PUTIN (CIT. DRAGHI) SI RIFERISCE CROSETTO?

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE VOLODYMYR ZELENSKY È IRRITATO CON IL GOVERNO DI ROMA, PER L’INCARICO AFFIDATO AL SUO RIVALE NUMERO UNO, CHE CONSIDERA UN “TRADITORE”. MA L’AMBIZIOSO FEDOROV È BEN ATTENZIONATO ANCHE DALLE AGENZIE DI INTELLIGENCE EUROPEE, IN PARTICOLARE QUELLE BRITANNICHE, PREOCCUPATE PER L’ATTIVISMO DEL GENIETTO DI KIEV E PER I SUOI RAPPORTI CON LA TECNO-DESTRA USA (IERI FEDOROV HA INCONTRATO ALEXANDER KARP DI “PALANTIR”, LA SOCIETÀ DI PETER THIEL)

Fedorov in questo momento è al centro di diverse trame internazionali. Una volta lasciata Roma la scorsa settimana, l’ex ministro ucraino è volato infatti negli Stati Uniti con l’obiettivo primario di incontrare investitori nel settore dei droni.
Missione compiuta, visto che ieri ha annunciato il lancio di una nuova impresa che avrà come primo investitore Palantir, la società fondata dal miliardario Peter Thiel, legatissimo ai repubblicani americani.
Un potenziale conflitto di interessi tra pubblico e privato che Fedorov dovrà gestire, insieme alle sue ambizioni politiche, visto che il tour negli Usa è anche un modo per ottenere sponde per le eventuali future elezioni a Kiev.
In patria, infatti, Fedorov è considerato lo sfidante di Zelensky, motivo per cui il governo di Kiev avrebbe manifestato una certa insofferenza nei confronti di questo tour mondiale in cerca di accreditamento e buoni uffici.
Nel dubbio, mentre dalla Lega nessuno commenta lo scontro con la Russia, da Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli si affida alle spalle larghe di Crosetto: “La nomina è stata una sua scelta e di solito quando Crosetto fa una scelta ha ragione”.
La nomina di Mykhailo Fedorov come advisor del ministro della Difesa italiana ha fatto impazzire Putin. Che non ha ritenuto di registrarla in silenzio. Ma quando parla, generalmente Mosca parla per un fine.
E così l’attacco della portavoce del ministro degli Esteri Sergey Lavrov, Maria Zacharova, al ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, suona anche come uno di quei segnali che Putin lancia per scatenare tutti i suoi adepti, i «pupazzi prezzolati» e non, come li chiamò Mario Draghi nel celebre discorso d’addio alle camere.
Le frasi di Mosca paiono fuori da qualunque protocollo: la nomina è «molto ridicola», dice la portavoce di Lavrov. «Questo è un esempio perfetto di come gli occidentali utilizzano l’Ucraina e gli ucraini. Mentre i cittadini comuni vengono mobilitati nelle trincee in Ucraina per affrontare una morte certa, i manager del regime di Kiev stanno convertendo le sconfitte militari in contratti internazionali personali, e non se ne vergognano».
In tutta Europa, e in particolar modo anche in Italia, Mosca sta scatenando e scatenerà una guerra ibrida che è fatta non solo di attacchi cyber, sconfinamenti di truppe nei Paesi Baltici, droni imbottiti di esplosivo negli aeroporti (coma a Lipsia), o fabbriche di armi per l’Ucraina che esplodono. Questa guerra ibrida è fatta soprattutto di conquista di élite politiche disponibili per vari motivi al gioco di Putin: una “pace” alle condizioni del tiranno russo.
Dunque le parole di Mosca attaccano sì l’odiato ministro della difesa italiano ma la storia va oltre la sua persona: cercano di condizionare il governo italiano, approfondire e vincere quella battaglia per l’egemonia che è già in corso, dentro e fuori il centrodestra.
Vincerà un centrodestra alla Crosetto o uno alla Vannacci, incline se non inchinato, a Mosca? L’egemonia non è solo un fatto di potere. È culturale. E dunque, il centrodestra sarà capace di costruire un utilizzo filo-ucraino delle risorse offerte dalla relazione con la Silicon Valley, o esiste solo l’opzione di una Silicon Valley “alla russa”, ossia la sua versione trumpiana?
Mosca fino a oggi ha sempre pensato di avere Elon Musk amico. Anche attraverso suo padre, Erroll, ospite entusiasta di varie iniziative di regime russe. Tuttavia Musk figlio è un personaggio più complesso. È anche quello che ha disattivato Starlink ai russi in Crimea e Donbass, creando loro enormi problemi e dando agli ucraini un vantaggio. E è appunto uno degli interlocutori principali di quel Fedorov che adesso collaborerà più sistematicamente con Crosetto. L’altro è Peter Thiel, il capo di Palantir. Dietro, l’elefante nella stanza: Donald Trump.
Grazie a Fedorov, tuttavia, la Difesa italiana può anche guadagnare una visuale, diversa e allargata, specialmente dei problemi di una guerra contemporanea e dei mezzi necessari per vincerla, e anche modernizzare l’Italia e la difesa italiana e europea. Che Fedorov condivida con Roma un bagaglio di conoscenze e esperienze notevolissimo, specie su droni e robotica, conquistato col sangue dagli ucraini, brucia tantissimo a Putin (e solleva qualche mugugno anche a Kyiv, dove però nessuna legge vieta a Fedorov di lavorare come privato cittadino).
Ma la partita è politica: Musk e Thiel sono condannati a finire nel campo filo-Mosca, o è un esito non scritto? La partita questa è. Molto oltre Crosetto, Fedorov, o chiunque altro.
Se Mosca chiama i suoi adepti filorussi a scatenarsi contro Crosetto, la risposta del ministro è stata comunque questa: «Capisco che preferirebbero che le scelte per l’Italia potesse farle qualcuno che senta Mosca prima, ma per adesso non è ancora così. Si ragiona pensando solo a Roma, non Mosca, Kiev o Washington.
Ma dubito che lei o i nostri connazionali, che con il suo messaggio ha voluto mettere in moto, vogliano accettarlo, perché ci vorrebbero deboli e indifesi».

(da agenzie)

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“CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE SEI MESI PRIMA DEL VOTO È INDICE DI DEBOLEZZA”: RENZI STRONCA LA “DUCETTA” E IL SUO PIANO PER ARGINARE VANNACCI INTRODUCENDO IL DOPPIO TURNO

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

“MELONI È TERRORIZZATA, RINCHIUSA A PALAZZO CHIGI A FARE CONTI OGNI GIORNO CON LA CRESCITA DELL’EX GENERALE E IL CROLLO DI SALVINI” … “LITIGANO SULLA LEGGE ELETTORALE (LA LEGA E’ CONTRARIA) MENTRE IL MONDO DISCUTE DI GUERRA, SPAZIO, INNOVAZIONE, TECNOLOGIA. QUESTO È IL MELONISMO: L’ITALIA RIPIEGATA SULLE PICCOLE COSE MENTRE FUORI DAI NOSTRI CONFINI SI GIOCANO PARTITE CRUCIALI SENZA DI NOI”

Matteo Renzi, Fratelli d’Italia vorrebbe il ballottaggio. Paura di Vannacci?
«Sì. E paura dei sondaggi. Parliamoci chiaro: cambiare la legge elettorale sei mesi prima del voto è indice di debolezza. Meloni è terrorizzata, rinchiusa a Palazzo Chigi a fare conti ogni giorno con la crescita di Vannacci e il crollo di Salvini. Fuori dal Palazzo intanto il caro vita si fa sentire: le bollette, i mutui, il carrello della spesa, il pieno dal benzinaio mostrano che questo governo è durato molto e ha fatto poco».
Ma questa riforma vedrà mai la luce? Perché gli alleati di Meloni non è che siano così granitici… Anche sul ballottaggio.
«Se si ferma ora Giorgia perde la faccia, non se lo può permettere. Ma il punto è il solito: loro litigano sulla legge elettorale mentre il mondo discute di guerra, spazio, innovazione, tecnologia. Questo è il melonismo: l’Italia ripiegata sulle piccole cose mentre fuori dai nostri confini si giocano partite cruciali senza di noi. E il cittadino paga questa assenza tutte le volte che va a fare il pieno o che va al supermercato».
Se la riforma non si fa non c’è bisogno di fare le primarie…
«E a maggior ragione allora la maggioranza farà approvare la legge. La destra sta scommettendo sulle divisioni della sinistra: del resto se hanno governato per quattro anni è perché nel 2022 noi eravamo divisi. Se ci mettiamo insieme stavolta non c’è partita.
Dobbiamo vivere le inevitabili primarie come una festa di popolo e riempirle di contenuti. Noi porteremo proposte concrete su ceto medio, innovazione, Europa, cultura, sanità. E la Leopolda di inizio ottobre sarà un’esplosione di idee utili a questo dibattito».
Ma chi è che vuole le primarie davvero? Mezzo Pd sembra contrario anche perché una parte non vuole Schlein.
«Non seguo i retroscena. Schlein è la segretaria del Pd da molto tempo e avendo fatto anche io quel lavoro mi congratulo con lei per la sua resistenza, innanzitutto contro il fuoco amico. Evito di intervenire nel dibattito interno di un partito che non è il mio. E suggerisco di parlare di argomenti concreti: siamo a settembre, riparte la scuola e il caro libri è devastante.
Andiamo all’attacco sulla sicurezza: ieri un uomo è stato arrestato e subito rilasciato dopo aver violentato una tredicenne. Non capisco perché continuiamo a riempire le galere di persone che non hanno pericolosità sociale e lasciamo liberi gli stupratori. Parliamo alla gente, non al nostro ombelico per favore».
Più volte però lei ha detto che se scendesse in campo Salis avrebbe il suo voto.
«Sì. Silvia Salis — e non Ilaria — avrebbe il mio voto. Ma la sindaca di Genova ha detto che non intende correre e io non voglio tirarla per la giacchetta. Vedremo chi saranno i candidati. E spero che ci siano delle regole per evitare degli eccessi di ego che si mettono in mostra senza alcuna possibilità di incidere nel dibattito». […]
In queste settimane lei è stato ospite di numerose feste dell’Unità. È emozionato al pensiero che venerdì 11 tornerà alla festa nazionale dopo quasi dieci anni?
«Sono molto felice non solo per l’invito ma soprattutto perché sarò sul palco con il mio amico Dario Franceschini. Le sue parole sul Parkinson consegnate a Fabrizio Roncone sul Corriere sono un manifesto di umanità e di tenacia che allarga il cuore».
Mario Calabresi potrebbe annunciare la sua candidatura a sindaco di Milano…
«La trovo una fantastica notizia, segno che il centrosinistra attrae anche straordinarie professionalità esterne al mondo della politica politicante».

(da Corriere della Sera)

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LA LEGGE ELETTORALE SPACCA LA MAGGIORANZA E GIORGIA MELONI FINISCE NELL’ANGOLO. DEPOSITATI GLI EMENDAMENTI, L’ACCORDO TRA LA DUCETTA E GLI ALLEATI E’ SOLO SULLE PREFERENZE. COME NEVE AL SOLE, INVECE, SI E’ SCIOLTA L’IPOTESI DEL BALLOTTAGGIO. LA STRADA PIACEVA ALLA PREMIER MA SI È SCONTRATA CON IL MURO DELLA LEGA E I TIMORI DI FORZA ITALIA

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

L’UNICO TESTO SUL BALLOTTAGGIO È QUELLO DELL’EX PRESIDENTE DEL SENATO, MARCELLO PERA, E LA SCELTA STRATEGICA È STATA QUELLA DI PRESENTARLO DIRETTAMENTE PER L’AULA, SOTTRAENDOLO AL DIBATTITO IN COMMISSIONE, A RISCHIO STRUMENTALIZZAZIONE DA PARTE DELLE OPPOSIZIONI, SOPRATTUTTO DA PARTE DI FUTURO NAZIONALE, CHE LO CONSIDERA UNA MOSSA “ANTI VANNACCI”

Il cantiere intorno alla legge elettorale è tutt’altro che concluso e la maggioranza di centrodestra si prepara a due settimane turbolente in vista dell’approdo del testo in aula fissato per il 15 settembre, dopo le forche caudine della commissione Affari costituzionali del Senato.
Martedì 1° settembre è scaduto il termine e le carte sono finalmente sul tavolo con 697 emendamenti depositati. La sintesi è quella di una maggioranza in deficit di certezze, con gli alleati orientati a lasciare in mano alla premier Giorgia Meloni il cerino di una legge elettorale sempre più pasticciata.
L’opposizione, invece, ha trovato un minimo comune denominatore presentando compattamente gli emendamenti, decisa a sfidare il centrodestra sulle preferenze.
Meloni ha incassato la sottoscrizione di tre emendamenti unitari, compreso quello sulle preferenze che potrà “spendere” anche dal palco di Bari, dove venerdì festeggerà il record di aver guidato il governo più longevo della storia repubblicana. In realtà, l’emendamento prevede che si possano esprimere fino a tre preferenze per i candidati del collegio plurinominale, con esclusione del capolista, che rimane bloccato.
Dunque, con un sistema proporzionale, è molto difficile che i partiti minori arrivino a eleggere più di un parlamentare per collegio. Proprio su questo darà battaglia il campo largo, che ha presentato un emendamento unitario che prevede preferenze per tutti, senza capilista bloccati.
Molto smussato, invece, l’emendamento sull’alternanza di genere, che non tiene presente il capolista ma solo che l’elettore possa «esprimere fino a tre preferenze in favore di candidati nel collegio plurinominale» e «queste devono riguardare candidati di sesso diverso». In questo modo difficilmente le donne di centrodestra, che avevano sollevato il problema, potranno dirsi soddisfatte – in particolare in Forza Italia – perché non viene introdotto nessun obbligo di genere nella scelta dei capilista bloccati. Non a caso la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Gribaudo, ha sottolineato come l’emendamento «faccia fare un enorme passo indietro sulla rappresentanza delle donne».
Viene invece ridotto a cinque il numero massimo di candidature plurinominali per lo stesso candidato e disciplinato il meccanismo con cui, in Senato, si sottraggono gli eventuali seggi in eccesso alla lista o coalizione che ha ottenuto il premio di governabilità.
Il terzo emendamento comune riguarda un dettaglio singolare: la ridefinizione geografica dei collegi di Bolzano, Merano e Bressanone, in Alto Adige. Apparentemente poco rilevante, in realtà la nuova geografia dei collegi uninominali (la regione Trentino-Alto Adige voterà con un meccanismo diverso rispetto a quello nazionale) renderà il collegio di Bolzano a maggioranza italiana, con il risultato di renderlo più contendibile per un partito nazionale diverso dalla Svp, il partito autonomista della minoranza linguistica tedesca.
Come neve al sole, invece, appare essersi sciolta l’ipotesi del ballottaggio. La strada piaceva a Meloni ma si è scontrata con il muro della Lega e i timori di Forza Italia, che inizialmente aveva ipotizzato un proprio emendamento. Invece, il gruppo guidato da Stefania Craxi ha fatto un passo indietro, «nella convinzione che su una materia così delicata e strategica sia necessario privilegiare il dialogo», pur confermando la disponibilità a «valutare» durante l’iter in Parlamento.
Come dire che la porta per il ballottaggio rimane aperta, ma non sarà FI a intestarsi questa scivolosa battaglia. Toccherà a Meloni imprimere questo eventuale cambiamento, valutandone l’opportunità politica – è il ragionamento interno – ma anche caricandosi tutti i rischi di una mossa potenzialmente avventata e foriera di nuovi dubbi di costituzionalità.
L’unico emendamento per il ballottaggio è quello dell’ex presidente del Senato, Marcello Pera, e la scelta strategica è stata quella di presentarlo direttamente per l’aula, guadagnando altri 15 giorni di riflessione e sottraendolo al dibattito in commissione, a rischio strumentalizzazione da parte delle opposizioni. Soprattutto da parte di Futuro nazionale, che lo considera una mossa «anti Vannacci».

(da agenzie)

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IL CENTRODESTRA SI SUICIDA ANCHE IN VENETO. DOPO GLI SCAZZI IN LOMBARDIA, LA MAGGIORANZA SI SPACCA SULLA LEGGE SUL FINE VITA IN VENETO

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IN CONSIGLIO REGIONALE L’EX GOVERNATORE, LUCA ZAIA, GUIDA LA PATTUAGLIA LEGHISTA PRONTA A VOTARE INSIEME AGLI ESPONENTI DI CENTROSINISTRA – FRATELLI D’ITALIA FA ASSE CON FUTURO NAZIONALE CONTRO IL SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO – IL VENETO POTREBBE DIVENTARE LA PRIMA REGIONE GUIDATA DAL CENTRODESTRA AD AVERE UNA LEGGE SUL FINE VITA

A Palazzo Ferro Fini — Consiglio regionale del Veneto — si discute il progetto di legge di iniziativa popolare sul fine vita. «Una legge di civiltà», la definisce Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale, e convinto sostenitore (da sempre) della necessità di regolamentare quanto la Corte costituzionale ha stabilito nel 2019. […]
Ma dovrebbe passare, salvo sorprese maligne, e così il Veneto leghista sarebbe la prima regione governata dal centrodestra a definire con chiarezza le procedure e i tempi del suicidio medicalmente assistito, che è già legale, ma poi ogni regione va per conto suo, sempre nell’attesa che il Parlamento definisca le regole per tutti, e una volta per tutte.
Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna hanno già legiferato, altre regioni si stanno muovendo, ma oggi è a Venezia che si decide, e perciò nel centrodestra ne stanno succedendo di tutti i colori.
Ad esempio, le molte pressioni che incombono sui tre consiglieri di Forza Italia a votare no (o ad astenersi), e che arrivano tutte da Roma, alla faccia della linea di apertura dettata da Marina Berlusconi, che aveva detto chiaramente che «se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso. Perché ognuno deve essere libero di scegliere». E ok, la sinistra è qui favorevole, ma che faranno i tre, bombardati di “consigli”? Lo sapremo oggi.
E i Fratelli d’Italia, contrarissimi, come l’unico consigliere vannacciano, che ha dato del “signor morte” a Zaia, perché questo è il livello, e pure la consigliera Avs Elena Ostanel, “signora morte” pure lei… che dice serena: «Se la legge sarà approvata, sarà merito della battaglia di questi anni, e anche dell’incontro tra Cristina Gheller e il governatore Alberto Stefani», inizialmente contrario, ma poi convinto della necessità di legiferare (infatti i consiglieri leghisti hanno libertà di coscienza, e voteranno sì). […]
Ed ecco Cristina Gheller, tra il pubblico. Sorella di Stefano, malato di una grave forma di distrofia muscolare, protagonista di una lunga battaglia per ottenere il suicidio assistito, morto nel febbraio del 2024 prima di potervi accedere. «Io porto avanti la sua lotta, che è anche la mia, oltre che di tutte le persone che hanno malattie degenerative».
Cristina è in carrozzina, «stessa patologia di Stefano, ereditata da nostra madre e da nostra nonna», e spiega l’enorme fatica «di far capire alla gente il peso della sofferenza, quando si arriva al limite».
E comunque, qui ci si sgola per spiegare ai sordi la sostanza di questa legge. Il presidente Stefani: «Andiamo ad approvare una legge che non istituisce il suicidio medicalmente assistito. Il suicidio medicalmente assistito è un istituto che è stato delineato dalle sentenze della Corte Costituzionale, in particolare nel 2025 e nel 2026. Quindi dire che qui si istituisce il suicidio medicalmente assistito significa dire una cosa falsa dal punto di vista giuridico».
E Luca Zaia, «stiamo cercando di apportare un processo organizzativo a un servizio che dovrebbe erogare il Sistema sanitario. Perché alla fine ci sono due categorie di cui non possiamo dimenticarci: i malati terminali e i sanitari, che quotidianamente accompagnano nella fase finale della loro vita pazienti molto sofferenti e che devono decidere quanta morfina dare.
Noi non possiamo girarci dall’altra parte e pensare che sono cavoli del sanitario o del familiare», sempre sperando di non finire in una situazione del genere, nell’ipocrisia che governa i più.

(da Repubblica)

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REPORT, L’ULTIMATUM DEGLI INVIATI ALLA RAI: “O SALTANO PRESUTTI E PIERVINCENZI O CE NE ANDIAMO”

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

“RETROMARCIA SUI NUOVI CONDUTTORI O ABBANDONIAMO TUTTO”

O la Rai ritira la proposta di affidare la conduzione di Report a Daniele Piervincenzie Giulia Presutti o il programma non avrà più una squadra di giornalisti. È l’ultimatum lanciato dagli inviati di Report a seguito dell’incontro avuto con il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini. «Nell’incontro di oggi abbiamo ribadito la posizione espressa da inviati esterni e giornalisti interni di Report: la Rai deve fare marcia indietro sulle nomine dei due nuovi conduttori, o comunque deve esserci una loro rinuncia, altrimenti non ritorniamo a lavorare e abbandoniamo tutto», ha detto all’Ansa Bernardo Iovene, storico inviato che ha incontrato oggi Corsini, così come il collega di Report Giulio Valesini.
Ranucci al veleno su Presutti e Piervincenzi
Nelle scorse ore anche Sigfrido Ranucci era tornato ad attaccare duramente la scelta di Presutti e Piervincenzi, ritenuti per ragioni diverse neppure lontanamente all’altezza del compito di condurre lo storico programma. Hanno vinto un concorso Rai? «Era pensato per coprire i buchi nei Tg regionali e valutava la lettura di un testo di un minuto, non la direzione di 160 minuti di inchiesta», il commento abrasivo di Ranucci, che ha aperto una dura battaglia legale con Viale Mazzini sul suo futuro.

(da agenzie)

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LEGGE ELETTORALE, L’IDEA DEL BALLOTTAGGIO E’ GIA’ TRAMONTATA: ECCO COME CAMBIA IL TESTO

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

SPARISCE L’ANNUNCIATO EMENDAMENTO DI FORZA ITALIA

Lo Stabilicum o Melonellum come lo chiama qualche maligno resta (più o meno) com’è e così molto probabilmente sarà approvato dal Senato. Non sarebbe una notizia se non fosse che nelle ultime 12 ore – alla vigilia del termine di presentazione degli emendamenti in commissione Affari costituzionali al Senato – sembrava imminente la presentazione di un emendamento dedicato al ballottaggio non solo da parte del senatore Marcello Pera, che da tempo conduce questa battaglia a titolo personale, ma anche da Forza Italia. Una mossa, quella a cui stavano lavorando gli azzurri, che preludeva all’obbligo di voto sul testo almeno in aula, se non in commissione, per l’intera maggioranza.
Lo stop leghista
E invece all’ultimo minuto, Forza Italia ha deciso di far saltare tutto. Lo schema dell’emendamento, con sbarramento al 40% per accedere al secondo turno, non piaceva a molti e soprattutto non piace alla Lega, il cui leader Matteo Salvini sta già faticando non poco a far digerire la nuova legge elettorale ai suoi. La legge elettorale in due turni avrebbe avuto l’effetto di evitare l’effetto “voto utile” al primo turno, a tutto svantaggio in particolare del Carroccio, per poi richiamare gli elettori in particolare di Roberto Vannacci al secondo turno. Troppo e troppo rischioso ha detto la Lega che ha intimato lo stop.
L’accordo sugli emendamenti
Dunque, gli emendamenti principali del centrodestra diventano sostanzialmente due: quello che rivede la norma “taglia cespugli” e quello che rivede le preferenze di genere (con un terzo emendamento più tecnico sul Senato). Il primo, nella nuova formulazione, prevederà che al calcolo dei voti di coalizione contribuisca solo il primo partito sotto la soglia del 3% e gli altri solo se arrivano almeno all’1%. Il secondo elimina l’alternanza genere tra i capolista ma la recupera nel listino che rappresenta il premio di maggioranza.
L’opposizione, molto dura sul ballottaggio, ha comunque presentato centinaia di emendamenti sull’intero testo, otto unitari, oltre 200 firmati dal Pd, un centinaio da M5s, 300 di Avs e 7 di Italia Viva. La discussione arriverà in aula al Senato il 9 settembre e da calendario il testo andrebbe licenziato entro il 15.

(da agenzie)

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LEGGE ELETTORALE, PERCHE’ MELONI VUOLE IL BALLOTTAGGIO: “VANNACCI AL 15% E’ UN RISCHIO”

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

L’EMENDAMENTO DI PERA E I SONDAGGI CHE DANNO IL GENERALE IN CRESCITA

Il ballottaggio nella legge elettorale serve a Giorgia Meloni per arginare Roberto Vannacci. La percentuale minima per accedervi è stata per questo spostata al 40%. Repubblica scrive che la premier è consapevole del successo di Futuro Nazionale, che ha già superato nei sondaggi Lega e Forza Italia. Per questo il secondo turno sarebbe la garanzia per il centrodestra di raggiungere una maggioranza autonoma dal generale.
L’emendamento di Pera
«Intanto presentiamo l’emendamento di Marcello Pera, poi si decide all’ultimo» se conviene o no, avrebbe detto Meloni agli alleati. Intanto alle amministrative i futuristi si preparano a presentare candidati autonomi in vista del voto nel 2027. Meloni potrebbe spostarle all’11 aprile dell’anno prossimo. Ma alcuni in FdI e Lega le suggeriscono un election day a maggio. Per sfruttare fino in fondo il voto utile. La soglia a cui potrebbe arrivare Vannacci nella sua prima partecipazione autonoma alle elezioni sarebbe del 15%. E questo rischierebbe di far perdere il centrodestra in caso di corsa solitaria.
Il ballottaggio
Anche se la minaccia di un ballottaggio potrebbe anche servire semplicemente a ridurre il potere di trattativa di Vannacci. L’alleanza con il centrodestra, secondo il generale, va fatta. E anche Meloni, a dispetto delle dichiarazioni, propenderebbe per la stessa ipotesi. Ma con la pistola sul tavolo della legge elettorale che escluderebbe le ali estreme magari il generale potrebbe arrivare alla trattativa con più miti consigli. Anche se, spiega oggi Lorenzo Pregliasco di Youtrend, il ballottaggio non darebbe a Meloni la garanzia della vittoria. «La coalizione punta sul carisma di Giorgia Meloni, e sulla percezione che gli elettori possono avere sul secondo turno, come una sorta di sistema presidenziale, c’è però il rischio di un effetto boomerang», dice il sondaggista.
Il rischio
«Oggi il centrodestra, senza Vannacci, che è al 7%, si attesta al 42%. Il centrosinistra al 44%, senza Calenda, che è attorno al 3,5%. Parliamo naturalmente di intenzioni di voto che non tengono conto dell’eventualità del ballottaggio, di cui si discute in questi giorni. Ma, ipotizzando questi numeri, il problema per il centrodestra potrebbe essere quello di perdere elettori tra il primo e il secondo turno». Per Pregliasco, alle Comunali «storicamente il centrodestra perde elettori al secondo turno perché il suo è un elettorato meno militante, con un interesse per la politica medio-basso. Se è una bella giornata di sole, magari va al mare, tanto per intenderci. Se ipotizziamo quindi che tra primo e secondo turno il centrodestra perdesse il 3 per cento, a quel punto, con i dati di oggi, quasi non basterebbe neppure tutto l’elettorato di Vannacci, se confluisse interamente nel centrodestra. Tra perdita e acquisto di punti percentuali, l’attuale compagine governativa si attesterebbe al 46%».
Il centrosinistra
Invece il centrosinistra, oggi al 44%, «potrebbe giovarsi al secondo turno di un 2% raccolto tra una parte degli elettori di Calenda, che restano nell’area di centrosinistra, e altre formazioni politiche, come liste civiche e altre formazioni come Potere al popolo. A quel punto siamo al 46% per entrambe le coalizioni. Con il premio di maggioranza, basta un voto in più a decidere la vittoria dell’una o dell’altra». Infine: «Naturalmente buona parte degli elettori del generale al ballottaggio voteranno per la coalizione che sentono “più vicina”, quindi per Meloni. Ipotizziamo però anche qui che un elettore su tre di Vannacci non torni al seggio, perché quel voto è in parte un voto di protesta, a cui non interessa che vinca Meloni».
Il doppio turno
La sfida per il centrodestra, quindi, ma anche per il centrosinistra, sarebbe di convincere tutti i loro elettori a non disertare il doppio turno. «Sì, il ballottaggio, che il centrodestra vuole in funzione anti Vannacci, per entrambe le coalizioni porta con sé il rischio di una erosione di punti». Sembra comunque difficile fare previsioni finché non si conosceranno meglio le intenzioni di voto degli elettori nel momento in cui il ballottaggio dovesse diventare legge, spiega. «Scenario inedito. Molte variabili. Non esiste in Europa un sistema con premio di maggioranza e doppio turno. La campagna elettorale sarà molto più polarizzata».

(da agenzie)

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