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ALTRO GUAIO GIUDIZIARIO PER I FRATELLI D’ITALIA: L’ASSESSORE REGIONALE SICILIANA AL TURISMO DI FDI, ELVIRA AMATA, È STATA RINVIATA A GIUDIZIO PER CORRUZIONE. L’IMPRENDITRICE MARCELLA CANNARIATO, EX MOGLIE DEL PATRON DI “SICILY BY CAR” TOMMASO DRAGOTTO, È STATA CONDANNATA A DUE ANNI E SEI MESI.

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

UNA NUOVA TEGOLA PER IL PARTITO DI GIORGIA MELONI, DOPO IL RINVIO A GIUDIZIO DEL PRESIDENTE ARS, GAETANO GALVAGNO, VICINO A LA RUSSA, PER CORRUZIONE, PECULATO, FALSO E TRUFFA – A VIA DELLA SCROFA TREMANO: SE ESPLODE LA SICILIA DEI LA RUSSA E DEI MUSUMECI, SO’ DOLORI PER LA MELONI…

Rinviata a giudizio per corruzione l’assessora regionale al Turismo Elvira Amata di Fratelli d’Italia e condannata a due anni e sei mesi l’imprenditrice Marcella Cannariato, ex moglie del patron di Sicily by Car Tommaso Dragotto.
Sono i primi verdetti dell’indagine sulla gestione dei fondi all’assessorato al Turismo legata a filo doppio con quella riguardante lo scandalo dei finanziamenti erogati dalla presidenza dell’Ars.
È una nuova tegola anche per Fratelli d’Italia dopo il rinvio a giudizio del presidente dell’Assemblea regionale Gaetano Galvagno per corruzione, peculato, falso e truffa.
Le due imputate hanno scelto strade diverse: l’assessora Amata si difenderà in dibattimento che inizierà il 7 settembre davanti ai giudici della terza sezione del tribunale palermitano. L’imprenditrice Cannariato ha optato invece per il rito abbreviato che le ha consentito lo sconto di un terzo della pena.
Il patto corruttivo fra le due donne emerge durante l’inchiesta principale sulla corruzione alla presidenza dell’Ars, lo scandalo che ha travolto Gaetano Galvagno
Gli investigatori della guardia di finanza scoprono che Marcella Cannariato ha
assunto il nipote della politica di Fratelli d’Italia. Amata ottiene da Cannariato (legale rappresentante della A&C Broker S.r.l.) il contratto per il nipote comprensivo delle spese per l’alloggio durante i mesi di lavoro a Palermo.
L’imprenditrice avrebbe ricevuto in cambio dall’esponente di Fratelli d’Italia un finanziamento di 30 mila euro per un convegno organizzato a Palermo dalla Fondazione Bellisario, di cui Cannariato era rappresentante per la Sicilia.
Scrivono gli investigatori del gruppo tutela spesa pubblica del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo: «Particolarmente significativa circa il pactum sceleris in essere tra il privato corruttore (Cannariato) ed il pubblico ufficiale (Amata) è una comunicazione telefonica intercorsa il 16 febbraio 2024 tra l’imprenditrice e Valeria Lo Turco, segretaria particolare dell’assessore, nel corso della quale Cannariato ammette di corrispondere delle utilità indebite alla Amata esclusivamente per conquistarne i favori».
Nella telefonata Cannariato dice che Amata «non può dire più niente (…) lei no non me lo può dire». E ancora: «È già tanto che un ragazzino di niente ti guadagna mille cinquecento euro al mese». Marcella Cannariato pagava pure le spese di soggiorno per il giovane a Palermo.
E quando dopo un primo finanziamento alla Fondazione Bellissario, l’assessora Amata sembrava tergiversare su un’altra richiesta, Cannariato sbottò: «A me no non lo può dire, perché la scanno viva».
Il rinvio a giudizio e la condanna di ieri riguardano soltanto uno dei quattro processi in corso nati dall’indagine madre sullo scandalo Galvagno.
(da agenzie)

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NON C’E SPAZIO PER I SOVRANISTI NELLA NUOVA FORZA ITALIA DI MARINA: LO SCONTRO IN FORZA ITALIA TRA LE POSIZIONI FILO-MELONI DI TAJANI E IL NUOVO CORSO LIBERAL DELLA CAVALIERA ARRIVA DENTRO MEDIASET

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

MARIO GIORDANO, CHE SUL PALCO DELLA KERMESSE LEGHISTA A MILANO, URLA “REMIGRAZIONE!” E DEL DEBBIO, SCHIERATO SU POSIZIONI CRITICHE RISPETTO ALLA FAMIGLIA BERLUSCONI, FANNO SALTARE SULLA SEDIE PIER SILVIO E MARINA … A TAJANI E’ STATA PROSPETTATA UNA VIA D’USCITA NELLA PROSSIMA LEGISLATURA (LA PRESIDENZA DEL SENATO)… SONO INIZIATE LE MANOVRE PER AVERE, IN CASO DI PAREGGIO, UN GOVERNO PD-FORZA ITALIA, CON L’AGGIUNTA DEI CENTRISTI E DI UNA LEGA GUIDATA DA LUCA ZAIA O MASSIMILIANO FEDRIGA

Forse era inevitabile per un partito che ha le sue radici in un’azienda, un movimento che scelse la prima linea dei suoi parlamentari tra gli agenti di Publitalia.
Sta di fatto che la faglia tra le due anime di Forza Italia, quella più liberal della famiglia Berlusconi e quella più legata al governo Meloni rappresentata da Antonio Tajani e i suoi (ex) capigruppo, si sta spostando con dinamiche simili dentro Mediaset.
Gli ultimi giorni hanno visto lo schierarsi di due nomi di peso della televisione, due volti che hanno rappresentato in questi anni la punta di lancia del sovranismo televisivo, come Paolo Del Debbio e Mario Giordano. Il conduttore di “Fuori dal coro” è salito sul palco della kermesse leghista in piazza Duomo a Milano, gridando
«remigrazione! remigrazione!». Un’uscita non commentata dai Berlusconi e da Forza Italia, ma certo il partito milanese era notoriamente schierato su un’altra linea, lontana dagli estremisti della piazza
Tanto che due consiglieri di Forza Italia a palazzo Marino, tra cui il capogruppo Luca Bernardo, hanno garantito il numero legale affinché passasse un ordine del giorno del Pd contro il Remigration Summit.
Uno scontro in piena regola, che può essere spiegato solo in parte con le tensioni sulla scelta del prossimo candidato sindaco del centrodestra. E tuttavia la piazzata di Giordano a favore delle deportazioni degli immigrati non è stata la cosa più commentata a Cologno Monzese, dove invece sono tutti saltati sulle sedie alla lettura di un articolo-bomba, firmato da Paolo Del Debbio su la Verità, all’indomani del vertice tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani.
Una dura requisitoria in cui il giornalista prendeva metaforicamente a ceffoni i suoi datori di lavoro. «Inopportuno convocare il segretario di un partito, seppure fondato dal padre, ma che deve godere di un’ampia autonomia politica e, soprattutto, è profondamente sbagliato convocare questo signore quando ricopre un incarico istituzionale così fondamentale come quello di ministro degli Esteri».
Una critica frontale, identica a quella risuonata in Parlamento, ma sulla bocca dell’opposizione.
Dunque, che sta succedendo?
Che il congresso di Forza Italia in realtà è già iniziato, e procede in parallelo a quello interno a Mediaset.
Con le regole della Casa, naturalmente, dove un certo grado di pluralismo è ammesso, purché non vada in rotta di collisione con la strategia pianificata dalla Famiglia. Una direzione di marcia che prevede una presa di distanza sempre più marcata dai sovranisti, in vista di una nuova legislatura che si immagina molto diversa dall’attuale. Non verranno fatti più sconti a nessuno, nemmeno a Giorgia Meloni. E pazienza se, dopo la sconfitta di Orbán e gli attacchi di Trump, la premier e i suoi Fratelli d’Italia si stanno riavvicinando al Ppe. Forza Italia è decisa a fare da guardiana alle porte Scee, senza garantire facili lasciapassare.
Al vertice di Cologno Monzese pare che a Tajani sia stata prospettata una via d’uscita dorata nella prossima legislatura – la presidenza del Senato – accompagnata da una manciata di candidature sicure. Ma niente di più. Forza Italia andrà invece rifondata con la segreteria affidata al governatore piemontese Alberto Cirio. Una svolta moderata che investirà prima o poi anche i programmi tv, da qui forse il nervosismo dei volti più esposti con la destra.
Un’eco di questi scontri è arrivata anche gli avversari. Giuseppe Conte, ad esempio, due giorni fa ha raccontato ai suoi quello che gli è stato riferito da un forzista vicino al ministro degli Esteri: «Pare che Pier Silvio Berlusconi, nei suoi incontri in Germania per ottenere dal governo tedesco una buona accoglienza all’acquisizione di ProSiebenSat, si sia speso il nome di Bianca Berlinguer.
Sapete, Enrico Berlinguer lo conoscono tutti, e vantarsi di aver preso la figlia del segretario del Pci come volto Mediaset ti dà subito una patente bipartisan».
Naturalmente Conte vede questi movimenti come il fumo negli occhi, perché sa che puntano a uno scenario di pareggio nella prossima legislatura in cui potrebbe riemergere la tentazione di un governo Pd-Forza Italia, con l’aggiunta dei centristi e di una Lega guidata da Luca Zaia o Massimiliano Fedriga. Solo fantasie? Il fatto che alla riunione di Cologno sia rispuntato anche l’inossidabile Gianni Letta per molti è stato il segnale del rinascere dello spirito del Nazareno. Quello del Patto Renzi-Berlusconi.
(da Repubblica)

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“POTREMMO USARE ARMI NUCLEARI SULLE CITTÀ EUROPEE”: LO SCORSO 15 APRILE A ROMA, NELLA RESIDENZA DELL’AMBASCIATORE RUSSO, ALEXEY PARAMONOV, IL FALCO PUTINIANO SERGEJ KARAGANOV HA PARLA TRANQUILLAMENTE DI USARE ARMI NUCLEARI SUL VECCHIO CONTINENTE: “NON È ESCLUSO CHE DOVREMO FARE UN’ESCALATION. POTREMO ARRIVARE ALL’IMPIEGO DI ORDIGNI NUCLEARI”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

LA MINACCIA È ARRIVATA DURANTE IL CONVEGNO SUL LIBRO “DALLA DETERRENZA ALLA COERCIZIONE: LA NUOVA DOTTRINA NUCLEARE DELLA RUSSIA” DI CUI KARAGANOV È UNO DEGLI AUTORI… COSA NE PENSANO SALVINI E CONTE, CHE AUSPICANO DI TORNARE A ACQUISTARE GAS DALLA RUSSIA? E COSA HA DA DIRE GIORGIA MELONI?

Mentre il mondo ha gli occhi puntati sul Golfo, e ascolta Donald Trump minacciare l’Iran se non rinuncerà definitivamente al piano di dotarsi dell’atomica militare, nel cuore dell’Europa, a Roma, c’è chi parla tranquillamente di usare armi nucleari sul Vecchio Continente
Mercoledì scorso, 15 aprile, l’ambasciatore della Federazione russa Alexey Paramonov ha ospitato nella sua residenza romana un convegno, organizzato attorno alla presentazione del libro “Dalla deterrenza alla coercizione: la nuova dottrina nucleare della Russia”. Il volume è firmato da tre autori, Sergej Avakyants, Sergej Karaganov, Dmitrij Trenin.
Gli ultimi due sono il presidente onorario del Presidium del Consiglio per la Politica Estera e di Difesa e il presidente del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali, definiti da Paramanov «tra i più autorevoli esperti russi nel campo della sicurezza nucleare», ovviamente alla testa di due istituzioni organiche al Cremlino.
La discussione dura un paio d’ore, gli ospiti sono diversi, molti del mondo diplomatico, come Bruno Scapini, ex ambasciatore italiano e autore della prefazione. Il punto di vista, però, è sempre e soltanto quello di Mosca.
Le tesi sono note: nessun riferimento negativo a Donald Trump, la guerra in Ucraina scatenata dalla Nato – attenzione: non dagli Stati Uniti – e la colpa storica dell’Unione europea, che la rende automaticamente un nemico esistenziale per Vladmir Putin. L’epilogo, possibile, è inquietante.
E lo tratteggia con poche parole uno degli autori, Karaganov, un falco del putinismo, intervenendo in videoconferenza da Mosca: «Non è escluso che dovremo fare un’escalation. Prima si potrebbe parlare di attacchi con armi convenzionali nei centri decisionali delle principali città europee. Se questo non basterà, potremo arrivare all’impiego di armi nucleari»
Non è la prima volta che le autorità russe o gli esperti che fanno eco alla volontà di potenza di Putin immaginano scenari da incubo per l’Europa. È nel canovaccio di Dmitrij Medvedev, l’ex presidente che dal febbraio 2022, dal giorno uno dell’attacco a Kiev, si è specializzato nell’intimidazione nucleare.
Questa volta però la minaccia è stata formalizzata in territorio che solo per le regole diplomatiche è russo – la residenza dell’ambasciatore – ma che per sostanza e geografia è italiano. E tutto avviene in un momento in cui, prima uno dei due vicepremier del governo italiano, il leghista Matteo Salvini, e in seconda battuta un leader dell’opposizione, il presidente del M5S Giuseppe Conte, hanno aperto alla possibilità di riagganciarsi al gas russo (interrotto come sanzione per la guerra
Ucraina), alla luce dell’emergenza energetica scatenata dalla guerra di Trump in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz.
Sarà interessante sapere cosa pensano di quelle dichiarazioni così bellicose legittimate da Paramonov, che nel suo intervento lascia più di un avvertimento. La Russia, sostiene, resta «un membro responsabile del club nucleare, aderente al Trattato di non proliferazione».
Ma «allo stesso tempo a Mosca prosegue un serio dibattito sulle possibili risposte a eventuali ulteriori abusi nel campo della sicurezza strategica da parte dei Paesi dell’Ue e della Nato, e si esaminano diverse opzioni di risposta, qualora le minacce rivolte alla Russia dovessero oltrepassare le “linee rosse” definite dall’attuale dottrina nucleare russa».
Il libro parla di questo: del passaggio dalla deterrenza alla coercizione, come svolta strategica se la Russia sarà «costretta» dall’Ue.
Secondo Karaganov, che non è nuovo a queste teorie muscolari, «le élite europee sono impazzite» e «stanno mandando i propri popoli al macello per mantenere le proprie posizioni. Dobbiamo fermarle con ogni mezzo possibile.
Al momento, lo stiamo facendo sul campo di battaglia, ma, se le élite europee non porranno fine alla guerra aggressiva contro la Russia e non si ritireranno, molto probabilmente, abbastanza presto, la Russia sarà costretta a salire ulteriormente, in modo ancora più deciso, la scala dell’escalation».
Parole chiare, riportate con grande evidenza sul sito della sede diplomatica di Mosca a Roma e condivise dall’ambasciatore, già entrato in rotta di collisione con il governo italiano, con il presidente della Repubblica e convocato più volte alla Farnesina, dal ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. [
(da La Stampa)

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VANNACCI E RENZI A “PULP PODCAST”, OSPITI DI FEDEZ , LA GAFFE DELL’EX GENERALE: “DURANTE IL TUO GOVERNO AVEVI LA MINISTRA DEGLI ESTERI, LA SIGNORA BONINO, CHE AMMISE ‘ABBIAMO CHIESTO CHE GLI SBARCHI DI MIGRANTI’ AVVENGANO IN ITALIA'” E RENZI LO SBERTUCCIA: “LA BONINO ERA MINISTRA DURANTE IL GOVERNO LETTA, NON DURANTE IL MIO. EPIC FAIL!”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

RENZI A VANNACCI: “SEI UN PARACULO. O MOLLI LA DESTRA E LA DESTRA PERDE LE ELEZIONI. O STAI CON LA DESTRA E TU PERDI LA FACCIA” – VANNACCI SI FA PORTAVOCE DEL CREMLINO IN ITALIA: “NON POSSIAMO PENSARE AI DIRITTI UMANI E NON IMPORTARE ENERGIA DALLA RUSSIA” .”DANDO ARMI AGLI UCRAINI NON ABBIAMO FATTO IL LORO BENE” E RENZI LO FERMA: “I SOLDATI UCRAINI LI HA UCCISI PUTIN, NON L’UE”

Ospite da Fedez, c’è Roberto Vannacci che esordisce con un’allerta a Giorgia Meloni: «Ho tracciato delle linee rosse, da destra pura…». E Matteo Renzi prova subito a infilzarlo: «Generale, sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo la destra perde». Vannacci ribatte: «Vedi? Hai capito». E l’ex premier replica: «Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti te!». E scoppiano tutti a ridere.
Non è un talk show, non è un comizio. Non è nemmeno davvero un’intervista. È un ring (digitale) dove la politica prova a parlare la lingua dei social. Sul palco di Pulp, il format YouTube di Fedez e Mr Marra, si affrontano due mondi che più lontani non potrebbero essere: Vannacci, eurodeputato di estrema destra, e Renzi, ex premier e paladino del riformismo.
Fedez ha telefonato ai duellanti, che hanno subito accettato, anche perché Renzi lamenta da sempre che «nessuno del centrodestra vuole mai confrontarsi con me». I temi: energia, immigrazione, sicurezza, politica estera, sovranismo. «O Vannacci molla la destra e la destra perde le elezioni. O Vannacci sta con la destra e Vannacci perde la faccia», attacca Renzi.
Così il generale (in pensione) abbandona le cautele iniziali e sferza: «Io voglio far vincere la destra, ma bisogna riportare la barra dritta — incalza ricordando le promesse non mantenute dal governo sulla chiusura dei porti ai migranti illegali —. O sono d’accordo con me o me ne vado da solo».
Da una parte la narrazione identitaria, dall’altra il tentativo di smontarla pezzo per pezzo, con dati e battute. Ci sono momenti di tensione vera, altri di leggerezza quasi surreale.
I conduttori non vestono i panni degli arbitri tradizionali: incalzano, provocano, spingono verso lo scontro. È il linguaggio dei social, dove il tempo è breve e l’attenzione va conquistata secondo per secondo. E ancora meglio se c’è la provocazione: è così che il reel incassa milioni di visualizzazioni.
“Meloni ha messo la faccia della Santanchè e di Delmastro, non la faccia sua. Meloni è filo-vento. Meloni stava con Putin, poi è diventata per Zelensky perché le conveniva, voleva uscire dall’euro e poi è diventata europeista. Era contro la Nato, le trivelle e il Tap, poi per interesse si è spostata”. Lo ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ospite di ‘Pulp Podcast’ di Fedez e Mr. Marra, con il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci.
“Io sono quello che apriva le porte e con il vostro governo ci sono meno rimpatri che con il nostro. O te ne vai dal governo o mi chiedi scusa”. Così il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ospite con Roberto Vannacci di ‘Pulp Podcast’ di Fedez e Mr. Marra. Pronta la replica del leader di Futuro nazionale: “Su quest’aspetto, Matteo, non puoi parlare, perché durante il tuo governo avevi la tua ministra degli Esteri, la signora Bonino, che ha ammesso di fronte a tutti: ‘Abbiamo chiesto noi che gli sbarchi avvenissero in Italia’. Quindi, sei responsabile”.
Renzi interviene allora per sottolineare che “e qui c’è l’errore, epic fail: la ministra Bonino era ministra di Enrico Letta. Hai presente ‘Stai sereno’? Non c’entro una mazza io. Quindi, epic fail di Vannacci”.
Un obiettivo per le elezioni? “Io sono ambiziosissimo: io sogno la doppia cifra e devo dire che sono un po’ piacevolmente esterrefatto, perché il partito è nato 45 giorni fa e siamo oggi a 26mila iscritti e a sondaggi che ci danno al 4%”. Lo ha detto il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, ospite di Pulp Podcast con il leader di Iv, Matteo Renzi.
L’Europa “della difesa comune a me fa una paura terribile, perché poi chi è che comanda? E c’è un altro problema: io da militare in riserva ho giurato fedeltà alla mia patria e io combatto per la mia patria. Non combatto né per von der Leyen, né per Bruxelles, né per Macron”.
Però è anche un parlamentare europeo? “Infatti, faccio in modo che ciò non si realizzi”, ha risposto il generale. “Con risultati discutibili, al momento”, la chiosa del leader di Iv.
“La politica non è morale, ma non può neanche essere immorale, generale. Non puoi dire: ’Non me ne importa niente dei diritti umani’. Perché con questa logica noi uccidiamo la politica e la trasformiamo in tecnocrazia senz’anima e io su questo non sarò mai d’accordo. Poi si può discutere di tutto. Io sono uno di quelli che per primo, il 24 febbraio 2022, ha detto, accanto alle sanzioni ai russi e accanto all’invio delle armi agli ucraini, serve un’iniziativa diplomatica. Ma se noi non avessimo mandato le armi, oggi non ci sarebbe più l’Ucraina e oggi Putin sarebbe arrivato a Kiev”. Lo ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ospite di ‘Pulp Podcast’ con il fondatore di Futuro nazionale, Roberto Vannacci.
Il leader di Iv è intervenuto per dire: “È colpa dell’Europa? Dai, Roberto, per favore, scusami. Sono morti mezzo milione di ucraini, perché li ha ammazzati Putin, non perché li ha ammazzati la von der Leyen. E daje, ragazzi, sennò ci si piglia in giro”.
(da agenzie)

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MARIO MONTI FA LA MESSA IN PIEGA ALLA MELONI: “PER LUNGO TEMPO E FORSE ANCHE OGGI, MALGRADO LE PLATEALI ACCUSE DI TRUMP VERSO DI LEI E L’ITALIA, LA PREMIER NON SEMBRA AVERE COLTO IL TRATTO DISTINTIVO DEL TYCOON: LA VOLONTÀ DI ABBATTERE I LIMITI POSTI DALLO STATO DI DIRITTO”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

“C’È UN SECONDO ASPETTO DELLA POLITICA DI MELONI CHE RISENTE DI UNA CAPACITÀ DI GIUDIZIO IMPERFETTA: LA SUA CONVINZIONE CHE PER GOVERNARE OCCORRA PREVALERE IN UNA SERIE DI SCONTRI. È L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA DELL’ADESIONE ALL’IDEOLOGIA TRUMPIANA”

La vicinanza politica al presidente Trump e al movimento Maga lungamente tenuta dalla premier Meloni, l’esito del referendum sulla giustizia, l’impostazione dell’attività di governo per il prossimo anno e mezzo: ecco tre temi che richiedono una riflessione congiunta, se si vuole evitare che questa promettente legislatura si concluda con un bilancio assai modesto.
Per lungo tempo e forse anche oggi, malgrado le stizzite e plateali accuse di Trump verso di lei e l’Italia, la nostra premier non sembra avere colto nella personalità e nell’azione di Donald Trump il vero tratto distintivo
Un tratto distintivo da lui candidamente rivendicato fin dall’inizio: la volontà di abbattere i limiti posti dallo stato di diritto, sul piano interno come su quello internazionale.
Proprio questo ha reso vano il pur lodevole proposito di Giorgia Meloni di «tenere unito l’Occidente» accondiscendendo a un presidente americano di nuovo tipo: istintivamente comprensivo verso i leader delle potenze autocratiche, ma impegnato a fondo nel tentativo di frantumare l’Unione europea.
Non poteva giovare all’Italia, né alla stessa Meloni, essere vista come capofila del movimento Maga in Europa, invece di far valere senza ambiguità il peso dell’Itali
e la ritrovata stabilità politica, anche per merito suo, per rafforzare la Ue e, in tal modo, il vero interesse nazionale italiano.
In occasione del referendum sulla giustizia molti elettori, incerti sul merito e pur essendo scontenti del funzionamento della giustizia in Italia, sono stati riluttanti a spostare il confine tra politica e magistratura a favore della prima.
Probabilmente ha giocato anche il fatto che a chiederlo con tanta foga sia stato un governo mai dissociatosi dalla più potente personalità politica del mondo, dichiaratamente ostile allo stato di diritto.
Nel dibattito referendario, questa preoccupazione era stata respinta come «fuori tema» e chi la manifestava era accusato di volere attaccare strumentalmente il governo. Anche in questo, la capacità di valutazione della premier e della sua squadra ha lasciato a desiderare.
C’è un secondo aspetto della politica di Giorgia Meloni che risente di una capacità di giudizio imperfetta: la sua convinzione, solida e radicata, che per governare, per governare efficacemente, occorra prevalere in una serie di scontri.
È come se dicesse (mi scuso per l’approssimazione): «Ci sono io, c’è la mia maggioranza e c’è il mio governo. Ho il consenso degli elettori (o almeno l’ho avuto qualche tempo fa, magari non un gran consenso, ma comunque più degli altri). Devo poter governare senza inciampi, perché ho il popolo dalla mia. La prossima volta, magari, toccherà ai miei avversari di oggi e a loro volta dovranno poter governare senza inciampi».
Questo schema, prosegue il ragionamento, funzionerà tanto meglio quanto più la legge elettorale riesce a trasformare scarti di voti anche modesti in scarti di seggi più cospicui e quanto minori sono gli ostacoli posti dai paletti fissati dalla Costituzione.
Qui forse sfugge che l’intento dei Costituenti non era quello di consentire margini di abuso in qualche modo equi alle diverse parti politiche che si sarebbero alternate al governo del Paese. L’obiettivo era che nessuna parte dovesse mai abusare del potere ricevuto dagli elettori; non semplicemente puntare a una sorta di pareggio tra gli abusi di chi governa oggi e di chi governerà domani.
In filigrana, il lettore identificherà facilmente alcuni capisaldi del metodo di governo di Giorgia Meloni quale esercitato attualmente e dei «miglioramenti» che
la premier vorrebbe apportarvi con le riforme costituzionali o istituzionali intraprese o previste.
La lunga e acritica adesione all’ideologia trumpiana e la convinzione che il solo modo efficace per governare una Nazione consista nel dividerla, nel minarne l’unità a favore dello scontro, sono dopo tutto due facce della stessa medaglia.
Le opinioni che possono aversi sul tema «collaborazione vs. scontro» non sono ragionamenti astratti. Sono direttamente rilevanti per un problema urgente: che fare dell’anno e mezzo che manca alla fine di questa legislatura?
Un ruolo propulsivo dell’Italia in Europa, la politica economica in un Paese che non cresce (la stabilità politica è l’altra faccia delle rendite che non si toccano nelle categorie elettoralmente corteggiate), che ha inaccettabili e crescenti disuguaglianze e che deve pensare di più anche alla propria sicurezza e difesa.
Nessuno di questi obiettivi sarà conseguito con una politica «muro contro muro». Sarà indispensabile una cooperazione, almeno in certi campi, tra maggioranza e opposizioni.
Mario Monti
(da “Corriere della Sera”)

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C’È ARIA DA RESA DEI CONTI DENTRO +EUROPA, DOVE LA LEADERSHIP DI RICCARDO MAGI VIENE MESSA IN DISCUSSIONE DAGLI ALTRI DIRIGENTI DEL PARTITO

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

CON UNA MAGGIORANZA DI 52 VOTI (SU 100) L’ASSEMBLEA DI +EUROPA HA APPROVATO UNA MOZIONE, PRESENTATA DAL PRESIDENTE DEL PARTITO MATTEO HALLISSEY E DA BENEDETTO DELLA VEDOVA, IN CUI SI CHIEDE “L’AZZERAMENTO DELLA SEGRETERIA E LA CONVOCAZIONE DEL CONGRESSO DEL PARTITO” … MOZIONE CHE PERÒ LA PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA STESSA, AGNESE BALDUCCI, HA VALUTATO “NON LEGITTIMA”: DA STATUTO IL CONGRESSO SI DEVE TENERE OGNI TRE ANNI A MENO CHE IL SEGRETARIO NON SI DIMETTA O VENGA SFIDUCIATO DA ALMENO I DUE TERZI DELL’ASSEMBLEA

C’è aria da resa dei conti dentro +Europa, dove la leadership di Riccardo Magi viene platealmente messa in discussione dagli altri dirigenti del partito. Con una maggioranza semplice di 52 voti (su 100) l’assemblea di +Europa ha, infatti,
approvato una mozione, presentata dal presidente del partito Matteo Hallissey e da Benedetto Della Vedova, in cui si chiede «l’azzeramento della segreteria e la convocazione del congresso del partito».
Mozione che però la presidente dell’assemblea stessa, Agnese Balducci, ha valutato «non legittima»: da statuto il congresso si deve tenere ogni tre anni a meno che il segretario non si dimetta o venga sfiduciato da almeno i due terzi dell’assemblea.
Lo stesso Magi, che è stato rieletto segretario poco più di un anno fa, frena in modo deciso: «Come accade in tutti i partiti, in particolare in quelli autenticamente democratici, e ancor più con l’avvicinarsi delle elezioni anche +Europa è attraversata da un confronto interno vivace e articolato.È mia precisa volontà valorizzare questo dibattito, ascoltando tutte le posizioni -Ma ora non sussistono le condizioni per la convocazione di un congresso straordinario
I suoi oppositori interni, ovviamente, non ci stanno. Della Vedova parla di una «una mozione perfettamente legittima, altrimenti, va da sé, non sarebbe stata messa ai voti. Penso che nella situazione in cui +Europa si trova oggi un congresso politico da tenersi al più presto sia la via migliore per una ripartenza forte e unitaria, piuttosto che andare avanti con la divisione negli organi interni». La tensione resta alta, come il rischio che la vicenda sfoci in uno scontro legale.
(da la Stampa”)

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TRA I FINANZIAMENTI OTTENUTI NEL 2022 DALLA MELONIANA CHIARA COLOSIMO, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, C’È ANCHE QUELLO DA 5MILA EURO DI “ADNKRONOS COMUNICAZIONE”, DI CUI È PROPRIETARIA LA “GMC – GIUSEPPE MARRA COMMUNICATIONS” CHE FA CAPO A PIPPO MARRA, PATRON DELL’AGENZIA DI STAMPA ADNKRONOS

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI” RIVELA: “LA SOMMA È ARRIVATA DALLA SOCIETÀ ‘GEMELLA’ A QUELLA DELL’AGENZIA DI STAMPA CHE HA PIÙ VOLTE AVUTO L’ONORE DI INTERVISTARLA”

Tra i finanziamenti ottenuti nel 2022 dalla meloniana Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia, c’è anche quello da cinquemila euro di AdnKronos Comunicazione, di cui è proprietaria la Gmc, Giuseppe Marra Communications che fa capo a Pippo Marra, patron dell’omonima agenzia di stampa, l’Adnkronos.
La srl, che tra le altre cose si occupa di relazioni pubbliche per enti e imprese, è presieduta dal 2016 dall’ex vicecomandante della Guardia di finanza e amico di Marra, Michele Adinolfi, entrambi archiviati nell’inchiesta sulla P4 che ritrasse l’ex finanziere come figura centrale nel mondo politico e istituzionale, con contatti nel centrosinistra all’epoca del governo Renzi.
I 5mila euro sono stati elargiti, secondo la normativa sulle donazioni. Certo, la somma è arrivata dalla società “gemella” a quella dell’agenzia di stampa che ha più volte avuto l’onore di intervistarla. Un esempio è di aprile 2024: la deputata ha risposto alle tre domande di Adn su diritti e legalità.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI HA SETTE MILIONI E TRECENTOMILA MOTIVI PER ESSERE ARRABBIATA CON GIUSEPPINA DI FOGGIA: L’AMMINISTRATRICE DELEGATA DI TERNA, NOMINATA DALLA PREMIER E INDICATA COME PROSSIMA PRESIDENTE DI ENI, METTE IN IMBARAZZO MELONI CHIEDENDO 7.3 MILIONI EURO DI BUONUSCITA, MA IL MINISTERO DELL’ECONOMIA DICE “NO”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

“NON SI POSSONO CORRISPONDERE A CHI ESAURISCE PER NATURALE SCADENZA O PER DIMISSIONI VOLONTARIE IL MANDATO DA AMMINISTRATORE” … GIORGIA CON CHI CREDEVA DI AVERE A CHE FARE? CON UNA DAMA DI SAN VINCENZO?”

Al posto della buonuscita, arriva la scomunica di Giorgetti. Sono sette milioni e trecentomila euro di imbarazzi per Meloni. Il governo dice no alle richieste di Giuseppina Di Foggia da ex ad e dg di Terna, indicata come prossimo presidente di Eni
Di Foggia pretende 7.3 milioni di “severance”, come ha scritto il Foglio, e adesso le risponde il Mef con una nota. Il Tesoro ricorda che “nella sua azione diretta all’efficientamento della spesa e al contenimento dei costi, ha dato specifiche direttive già dal 2023, che nelle società partecipate dovessero essere esclusi o, in ogni caso, rigorosamente delimitati i casi e l’entità delle indennità e degli emolumenti comunque denominati da corrispondere a fine mandato”.
Non si possono corrispondere, prosegue la nota, a chi esaurisce “per naturale scadenza o per dimissioni volontarie il mandato da amministratore”. In ragione di questa direttiva altri manager come Donnarumma, ex ad Terna (prima di Di Foggia), e Scornajenchi, già a Cdp Venture Capital, non hanno ricevuto le buonuscite.
Di Foggia non solo si oppone ma ha ingaggiato una disputa legale a colpi di pareri. Il caso fa arrossire Meloni perché Di Foggia è stata scelta dalla premier, valorizzata al punto da paracadutarla a Eni dopo il mandato a Terna, un mandato di cui si ricorda la multa di Consob (aveva licenziato due dirigenti a mercati aperti).
(da agenzie)

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E ORA CHE DIRANNO TRUMP, HEGSETH E TUTTI I CAZZONI AMERICANI CHE S’ATTEGGIANO A FERVENTI CRISTIANI? IN LIBANO UN SOLDATO ISRAELIANO USA UNA MAZZA PER COLPIRE LA TESTA DI UNA STATUA DI GESÙ CROCIFISSO CADUTA DA UNA CROCE, NEL VILLAGGIO CRISTIANO DI DEBL

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESERCITO ISRAELIANO HA FATTO SAPERE CHE L’IMMAGINE È AUTENTICA E CHE CONSIDERA L’INCIDENTE CON “GRANDE SEVERITÀ”, AGGIUNGENDO CHE “LA CONDOTTA DEL SOLDATO È TOTALMENTE INCOERENTE CON I VALORI CHE CI SI ASPETTA DALLE SUE TRUPPE” (E QUALI SAREBBERO ‘STI VALORI, DISTRUZIONE E MASSACRO?)

Un soldato israeliano usa una mazza per colpire la testa di una statua di Gesù crocifisso caduta da una croce: l’immagine circola sui social media, e oggi l’esercito israeliano ha fatto sapere che è autentica.
I media arabi hanno riferito che la statua si trovava nel villaggio cristiano di Debl, nel sud del Libano, vicino al confine con Israele. Il comune di Debl ha confermato all’Afp che la statua si trovava nel villaggio, ma non ha potuto confermare se fosse stata danneggiata. L’esercito israeliano ha affermato di considerare l’incidente con “grande severità”, aggiungendo che “la condotta del soldato è totalmente incoerente con i valori che ci si aspetta dalle sue truppe”, in un post sul suo account ufficiale X.
“A seguito del completamento di un esame preliminare riguardante una fotografia pubblicata oggi che ritrae un soldato delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) mentre danneggia un simbolo cristiano, è stato stabilito che la fotografia raffigura un soldato delle Idf in servizio nel Libano meridionale”, si legge nel comunicato. L’incidente è oggetto di indagine da parte del Comando Nord e viene attualmente “gestito attraverso la catena di comando”, ha aggiunto l’esercito. Ha inoltre affermato che “saranno presi provvedimenti adeguati contro i responsabili”, senza però fornire ulteriori dettagli. L’esercito israeliano ha dichiarato di collaborare con la comunità per “riportare la statua al suo posto”.
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