Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA PAGLIACCIATA DEGNA DI UN REGIME DOVE SI COLPISCONO SEMPRE I PIU’ DEBOLI E IL DIRITTO INTERNAZIONALE
Nonostante le frenate del Quirinale, nonostante lo scontro con i giudici negli ultimi anni, nonostante il fallimento dei centri in Albania, Giorgia Meloni alla fine ha messo a terra il suo tanto ambito blocco navale. Quello di cui ha parlato per anni, anche se all’epoca, ai giorni in cui era all’opposizione, lo immaginava un po’ diversamente. Immaginava di schierare le navi da guerra della Marina militare di fronte alle coste italiane, in modo da bloccare le imbarcazioni dei migranti. Una cosa che chiaramente è un po’ più difficile da proporre quando si è a capo di un governo europeo, perché appunto vorrebbe dire violare esplicitamente il diritto internazionale, potenzialmente dichiarare anche guerra a Paesi terzi nel caso in cui questa azione di respingimento sconfinasse in acque territoriali. Però l’escamotage si può trovare. E alla fine Meloni l’ha trovato.
Sui social ha scritto: “Oggi abbiamo potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo del centrodestra, cioè la possibilità in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale come il rischio di terrorismo ma anche una pressione migratoria eccezionale di impedire l’attraversamento delle acque territoriali italiane e di condurre i migranti che sono a bordo di quelle imbarcazione sottoposte all’interdizione anche in paesi terzi. Un’opzione che è compatibile con le nuove regole europee che tra l’altro l’Italia ha contribuito a definire”.
Il blocco navale di Giorgia Meloni
Se nelle scorse settimane il discorso sulla sicurezza di Meloni e dei suoi si era tutto concentrato sulla lotta alla micro criminalità, sull’emergenza maranza, sulla repressione delle manifestazioni e del dissenso, con questo nuovo provvedimento il focus principale torna quello del contrasto all’immigrazione.
Andiamo a vedere nello specifico le misure principali, partendo appunto dal blocco navale. Non viene chiamato in questo modo, ma “interdizione temporanea dell’attraversamento del limite delle acque territoriali in presenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Quindi, parafrasando: se il governo ha ragione di credere che quell’imbarcazione che si sta avvicinando alle acque territoriali italiane ponga una seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale, può intimarle l’alt e impedirle il passaggio. Ma quali sarebbero queste minacce eccezionali? Si parla di rischio concreto di infiltrazione di terroristi, di emergenze sanitarie, ma anche di pressione migratoria eccezionale.
Cosa significa l’interdizione alle acque territoriali
L’impressione è che sia tutto molto discrezionale, cioè che il governo possa decidere arbitrariamente quando si profila una minaccia e quando no. Nel disegno
di legge non si parla solo di divieti, ma ovviamente anche di sanzioni: per i trasgressori, quindi potenzialmente anche per le navi delle Ong che non rispettano l’interdizione, è prevista una multa che va dai 10mila ai 50mila euro, e in caso di reiterazione si prevede anche il sequestro della barca.
Un’altra misura – che è la naturale conseguenza del nuovo Patto europeo sulla migrazione e asilo, che ha rivisto anche la lista dei Paesi considerati sicuri – stabilisce che i migranti a bordo di queste imbarcazioni bloccate potranno essere condotti anche in Paesi terzi, con cui l’Italia ha stipulato degli accordi. Per capirci, un migrante che arriva dal Bangladesh o dall’Africa subsahariana potrebbe essere deportato in Tunisia, unicamente sulla base di un accordo stretto tra Roma e Tunisi. Anche se quella persona non ha nessuno in Tunisia, non è il suo Paese di origine o un Paese di riferimento per lei. Anche se in Tunisia sono state documentate decine di terribili violazioni dei diritti umani, con persone abbandonate
La stretta alla protezione speciale
E ancora, richiedere la protezione speciale sarà molto più difficile con questo provvedimento. Serviranno requisiti più stringenti: un soggiorno regolare di almeno cinque anni, la conoscenza certificata della lingua italiana, la disponibilità di alloggio e finanziaria pari a quella richiesta per i ricongiungimenti familiari. Chi lavora nel campo dell’accoglienza sa bene che con questa stretta per tantissime persone sarà impossibile chiedere la protezione internazionale, e questo lascerà semplicemente più spazio alla marginalità e alla precarietà.
I divieti ai telefoni nei Cpr
Infine, un’altra misura è quella che vieta di avere un telefono per i migranti trattenuti all’interno dei Cpri (che sono sempre più assimilabili a dei carceri). I cellulari sono autorizzati solamente in alcune finestre orarie e secondo modalità prestabilite. Per tutto il resto del tempo i telefoni saranno sequestrati dal personale dei centri per il rimpatrio. Una norma assurda, che sembra solo volta a nascondere ancora di più cosa avviene all’interno di questi luoghi, in cui negli anni sono state documentate centinaia e centinaia di abusi e violazioni dei diritti umani.
Le Ong che soccorrono i migranti in mare in queste ore stanno denunciando l’ennesima deriva che punta a criminalizzare chi salva vite. Con conseguenze concrete sulla pelle delle persone migranti. Non c’é alcuna ambizione di gestire e regolare i flussi, è solo propaganda. Probabilmente volta anche ad alzare il livello
dello scontro con i giudici, perché è chiaro che alcune interdizioni verranno contrastate dai tribunali, porranno un tema di costituzionalità, di contrasto con il diritto internazionale.
(da Fanpage)
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Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile
SPARITI I GENITALI DELL’UOMO VITRUVIANO, LA “CENSURA” DELLA RAI PER LE OLIMPIADI: IL CASO SUL DISEGNO DI LEONARDO…PUCCI CON IL CULO DI FUORI POTEVA ANDARE A SANREMO, MENTRE LEONARDO VIENE CENSURATO
Che fine hanno fatto i genitali dell’Uomo Vitruviano? Il celebre disegno di Leonardo da Vinci
scorre da giorni, ripetutamente, sui canali Rai che trasmettono le gare delle Olimpiadi di Milano-Cortina.
Nella clip del servizio pubblico, l’uomo vitruviano si trasforma graficamente nel corpo degli atleti che disputano le varie discipline dei Giochi Invernali: pattinatrici, sciatori, giocatori di hockey e via dicendo
Del disegno di Leonardo da Vinci la grafica della Rai riporta quasi tutti i dettagli: muscoli, capelli, naso, orecchie e bocca. Tutti tranne uno: i genitali, appunto. Ad accorgersi di questa “mancanza” è il Corriere della Sera, che azzarda una possibile spiegazione. Dietro la scelta della Rai potrebbe esserci la volontà di essere inclusivi oppure di aderire in modo scrupoloso – forse anche troppo – al regolamento del Comitato internazionale olimpico, che stabilisce: «I contenuti sessuali espliciti sono severamente vietati».
“La Rai come gli Ayatollah: nell’era delle Olimpiadi di Milano-Cortina l’Uomo Vitruviano di Leonardo viene presentato… senza genitali. La genialità rinascimentale piegata alla più retriva censura da salotto, perché evidentemente i vertici della Rai temono che un pene possa turbare. E chi guida questa fiera dell’assurdo? Il direttore di Rai Sport, Petrecca, che colleziona figuracce olimpiche una dietro l’altra. Domanda semplice per la Rai: cosa c’è dietro questa censura così ridicola? Pucci con il culo di fuori poteva andare a Sanremo mentre Leonardo deve subire la scure di TeleMeloni?”. Così in una nota gli esponenti M5s in commissione di Vigilanza Rai
(da agenzie)
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Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile
FINITO L’EFFETTO AMADEUS, CONTI SI RITROVA A SCODELLARE SUL PALCO DELL’ARISTON UN CAST DEBOLE, PIENO ZEPPO DI RELITTI E DI SCONOSCIUTI. BASTERÀ A RISOLLEVARE LO SHARE, MESSO A RISCHIO DA GERRY SCOTTI E DALLE PARTITE DI CHAMPIONS?
“Ci siamo presi finalmente Sanremo!”, ghignano soddisfatti i capoccioni meloniani nei corridoi Rai di via Asiago. D’altronde, dopo tre anni e mezzo di occupazione famelica dei posti di potere, mancava solo espugnare del tutto quel baraccone canterino che, anno dopo anno, ha sempre più assunto l’aspetto di un disturbo mentale di massa.
Ma per capire come si è arrivati al “Festival di Atreju” bisogna fare un passo indietro. Giorgia Meloni dopo l’edizione 2025 guidata da Carlo Conti si era accomodata nel salotto di “XXI Secolo”: “Non sono riuscita a vederlo tutto, ho visto la finale e una parte della serata della cover, ma mi è piaciuto quello che ho visto. Finalmente un Festival di Sanremo dove la musica è protagonista”.
Di fronte a lei il reggi-microfono Francesco Giorgino, la Premier non aveva nascosto il suo entusiasmo: “Finalmente un Festival di Sanremo dove non ti ritrovi questi soloni che devono fare il monologo mentre tu vuoi solo sentire della musica. Una scelta bella e anche condivisa, visto i dati sugli ascolti che sono andati molto bene”.
Per poi concludere: “Faccio i miei complimenti per questa edizione, o almeno per quello che ho visto di questa edizione. Faccio i miei complimenti a Carlo Conti, ho trovato della bella musica e un buono spettacolo”.
Una promozione piena, i complimenti per aver “anestetizzato” il viavai sul palco dell’Ariston, evirandolo di ogni personaggio portatore insano di polemiche politiche.
Tradotto: “l’Uomo nero” (come abbronzatura, sia chiaro) ha liberato Sanremo dallla spaventosa deriva dell’egemonia della sinistra.
Ed ecco a voi l’ex Robertaccio Benigni in versione “foglia di fico”, Cristicchi martire per permettere alla destra di frignare e vestire i panni delle vittime, mezzo salvato da un cast musicale forte portato all’Ariston sull’onda lunga dei Festival precedenti by Amadeus.
Troncare e sopire però non basta più a TeleMeloni. Così Carlo Conti, solitamente un mezzo Daniele Piombi democristiano e aziendalista, fa una scelta politica (o viene costretto a farla, decidete voi): lo scorso dicembre sale sul palco di Atreju, manifestazione politica di Fratelli d’Italia.
In prima fila applaude Arianna Meloni, subito dietro l’onnipresente l’ex autista di Celentano, oggi sottosegretario al dicastero della Cultura, Gianmarco Mazzi.
In Rai si limitano a far filtrare: “Ha parlato di tv e non di politica, in passato è stato alla Festa dell’Unità”.
Che non è la stessa cosa, non serve spiegarlo o forse sì. Atreju è il palco del primo partito di governo, quello che detta legge a Viale Mazzini.
Finito l’”effetto Amadeus”, Conti si ritrova a scodellare sul palco dell’Ariston un cast debole, pieno zeppo di relitti e di sconosciuti, e prova a bilanciare con lo spettacolo. Al suo fianco per cinque sere arriva la Diva (nel senso che ci si sente) Laura Pausini, tutta bizze e urla al microfono.
I “gerarchi delle sette note” tirano un sospiro di sollievo: non canta ‘’Bella Ciao’’ perché la considera una canzone divisiva (mica come quei “comunisti” di Mengoni e Amadeus, che l’avevano accennata in sala stampa). Si era pure schierata su Bibbiano. Il nome giusto.
Così Conti accoglie nel cast Fedez, quella “cima di rap” che si diverte in barca con La Russa e Santanché, apre le porte a Morgan (amico di Giorgia Meloni), alle prese con i suoi problemi con la giustizia.
Porta sul palco il filo putiniano Pupo nella serata cover e scivola sul caso Pucci. Sulla scelta del comico destrorso, che fa tanto sghignazzare Ignazio La Russa, la Rai alla deriva di Giampaolo Rossi scarica la responsabilità su Carlo Conti, che da Fiorello ammette di averlo scelto. Ma c’è chi assicura che l’ammissione sia arrivata dopo qualche telefonata…
E il caso Pucci, con la sua rinuncia ad affiancare Conti come co-conduttore di una serata sanremina, diventa un caso politico non certo per chissà quale
bombardamento di sberleffi e di insulti dei soliti imbecilli da tastiera, né tantomeno il comico è stato trafitto da una violenta campagna dei giornali di sinistra.
Ma ci vuole tanto per capire che alla propaganda dell’Armata Branca-Meloni, occorreva semplicemente un ‘’Pucci martire’’ della “spaventosa sinistra illiberale” (copy Ducetta) per tentar di coprire le deliranti disavventure in casa Rai del fratellino d’Italia, Patacca Petrecca?
E vai con i social meloniani scatenati per il novello “Giordano Bruno della Fiamma” mentre la Statista della Sgarbatella parte a tutto gas facendosi intervistare dal pronto soccorso del ‘’Corriere della Sera’’.
Sbuca pure ‘Gnazio La Russa che dallo scranno di seconda carica dello Stato si affanna a solidarizzare con il reietto Pucci che, grazie alla sua geniale comicità (“Le mogli sono stitiche ma cagano sempre il cazzo”, “Quando le mogli si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle palle”), nel 2023 fu insignito dell’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza civile del Comune di Milano.
Tra dodici giorni, martedì 24 febbraio, passato in soffitta il comico del Dolce Stil Novo caro a via della Scrofa, conterà solo lo share Auditel. E nella settimana di Sanremo, le sfide per Carlo Conti saranno diverse.
Ci sono innanzitutto le partite dei playoff di Champions, decisive: martedì 24 febbraio toccherà all’Inter affrontare il Bodo, e mercoledì la Juve incontrerà il Galatasaray.
La prima partita sarà trasmessa su Sky, la seconda su Prime video: piattaforme a pagamento, certo, ma a cui migliaia di tifosi delle due squadre (le prime due per numero di sostenitori in Italia) sono già abbonati.
Non sarà questa controprogrammazione da sola ad affossare il Festival. Le insidie più preoccupanti, per Conti e il baraccone Rai, come al solito, potrebbero arrivare da Mediaset.
Per esempio, da “La ruota della fortuna” di Gerry Scotti, che ogni giorno si sovrapporrà per quasi un’ora con il Festival: la trasmissione di Canale 5, infatti, parte alle 20.35 e arriva fino alle 21.48/21.50, a Sanremo inoltrato.
Il Biscione non ha intenzione di modificare la programmazione di Rete 4 e Italia 1: restano quindi i talk show di Berlinguer (martedì), Labate (mercoledì) Del Debbio (giovedì), e il crime “Quarto Grado” di Nuzzi (venerdì). L’unica serata che cambia,
per Mediaset, è il sabato, quando non andrà in onda “C’è posta per te”, di Maria De Filippi.
Non certo una controprogrammazione da fine del mondo, ma comunque in grado di disturbare il Sanremo “sovranista” di Conti. Con un cast depotenziato, zero ospiti di gran richiamo e il solito fritto misto da carrozzone Rai, potrebbe essere difficile eguagliare il record dello scorso anno (66% di media di share).
Ma il “vincerò”, raccontano alcune fonti interne, lo urlerà dal palco dell’Ariston nell’ultima serata Andrea Bocelli. Sarà contento Riccardo Muti che ha più volte fatto notare come il “Nessun dorma” ormai sia ovunque, come prezzemolo: “Se non siamo presi sul serio all’estero è anche colpa di noi italiani, che incoraggiamo questo modo circense di cantare. Tipo il “Vincerò” di cui non se ne piò più…”.
E possiamo svelarvi la reazione di Giorgia Meloni: apprezzerà perché è una grande fan, e amica, del tenore toscano. D’altronde ha trascorso più volte le vacanze al bagno Alpemare di Forte dei Marmi di proprietà di Veronica Berti, moglie di Bocelli.
(da Dagoreport)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“PER IL ‘NO’ VOTERANNO LE PERSONE PERBENE, LE PERSONE CHE CREDONO NELLA LEGALITÀ . VOTERANNO PER IL ‘SÌ’ TUTTI I CENTRI DI POTERE CHE NON AVREBBERO VITA FACILE CON UNA GIUSTIZIA EFFICIENTE”
Il referendum sulla Giustizia? “È certo che per il ‘No’ voteranno le persone perbene, le persone
che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento della Calabria.
Voteranno per il ‘Sì’, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Così i l procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri, in una intervista video rilasciata al ‘Corriere della Calabria’, risponde a Lucia Serino che gli chiede se ritenga che “territori storicamente un po’ trascurati dall’amministrazione dello Stato, come la Calabria, siano istintivamente sabotatori di tutto ciò che è l’amministrazione dello Stato, quindi anche del sistema della legalità”.
Da Gratteri arriva anche un appello al voto: “Penso che, in genere, a qualsiasi tipo di voto, i cittadini devono, hanno l’obbligo di partecipare. Altrimenti non ci si può lamentare che non cambi nulla o che tutto venga demandato agli altri. Dobbiamo sempre partecipare”.
Quindi il procuratore sottolinea: “Penso che il pubblico ministero debba rimanere sotto la cultura della giurisdizione perché il pm nella sua testa deve essere anche giudice. Anche perché ha l’obbligo di trovare prove anche a favore dell’indagato”. E aggiunge: “Io non voglio un pubblico ministero più forte, lo voglio più sereno, che non abbia pressioni”.
Poi attacca: “Questa riforma è per i potenti e per i ricchi: se creiamo un pubblico ministero super poliziotto accade che il pm, che cerca prove ad ogni costo, non cercherà, non dovrà cercare più prove a favore dell’indagato, scandagliare ad esempio ciò che l’avvocato porta in istanza.
Chi potrà fare indagini difensive? I ricchi, che vanno da un avvocato potente e costoso. Immaginiamo se un uomo qualunque venisse indagato: chi gli dà i soldi per cercare le prove? Questo è un passaggio importantissimo, una delle chiavi di tutta la riforma: gli ultimi, i deboli, non avranno le stesse garanzie dei potenti in tribunale”.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“ORA È CHIARO L’OBIETTIVO DI VANNACCI: PROVOCARE UN TREMOLIO AI CAPI DEL CENTRODESTRA, IN PARTICOLARE A SALVINI, COSÌ DA INDURLI A TRATTARE QUALCHE POSTO IN PARLAMENTO. I PROCLAMI CONTRO UNA DESTRA PRIVA DI VIGORE? ERANO SOLO SLOGAN A USO DEI TALK
Ora tutti hanno compreso quale fosse il vero obiettivo del generale Vannacci.
Provocare un certo tremolio ai capi del centrodestra, in particolare Matteo Salvini, così da indurli a trattare qualche posto in Parlamento per la lista “X Mas”. Il che vuol dire sbattere la porta con una mini-scissione, godere del suo rimbalzo mediatico, ma poi rientrare nella maggioranza e restarvi in cambio di qualche seggio e di una maggiore visibilità realizzata grazie al nuovo partito, per quanto minimo.
Ma i sogni di gloria? I proclami contro una destra priva di vigore, incapace di mostrarsi fedele alle promesse della campagna elettorale? Era solo materiale per dichiarazioni televisive, slogan a uso dei talk show.
Questa almeno è la conclusione che si ricava dal voto di fiducia espresso ieri sera alla Camera dai tre parlamentari vannacciani. Hanno detto “sì” alla fiducia sul disegno di legge favorevole a fornire armi all’Ucraina. Lo aveva chiesto il governo di Giorgia Meloni per tutelarsi dai mille distinguo emersi sul tema nelle file del centrodestra, soprattutto nei ranghi della Lega.
E subito il neo-partito del “me ne frego” è andato in soccorso dell’esecutivo. S’intende, i numeri sarebbero stati abbondanti anche senza il terzetto scissionista. (.
Resta il fatto che attraverso questo strumento parlamentare Kiev continuerà a ricevere gli aiuti italiani, oscurando i dubbi leghisti. Mentre il centrosinistra resta su
posizioni ostili, se si guarda in particolare al M5S e al gruppo Verdi/Sinistra. In particolare i 5S rivendicano la loro coerenza della prima ora rispetto alla linea anti-Zelensky e non hanno voglia di facilitare le manovre degli amici del generale.
In poche parole, Vannacci ha pagato un prezzo nella sua giornata d’esordio: ha avuto paura di uscire in mare aperto. Certo, ha espresso voto contrario al provvedimento, ma per lui il nodo politico era il “sì” alla fiducia. Approvandola, Futuro Nazionale spera di restare agganciato al centrodestra e di partecipare da co-protagonista alle prossime scadenze, vale a dire la messa a punto delle liste elettorali. Per il mini-partito sarebbe una vittoria, per Salvini e per la stessa Meloni si tratterebbe di una sconfitta. Essere costretti a negoziare con il generale invece di lasciarlo da solo a contare i suoi voti, probabilmente assai pochi.
Tuttavia, se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare: diceva don Abbondio. In questa strana vicenda il generale teme di naufragare se porta alle estreme conseguenze la sua scelta scissionista e davvero decide di navigare in solitudine
Non a caso Marco Rizzo, capo di una piccola formazione comunista che condivide con Futuro Nazionale la stessa linea pro Putin, ieri sera ha attaccato Vannacci: lui, Rizzo, se ne sta all’opposizione e stigmatizza chi vuole tenere il piede in due scarpe. Ma anche nel centrodestra le paure sono notevoli. Si poteva immaginare che si volessero chiudere tutte le porte al militare estremista, in attesa di sconfiggerlo nel dibattito politico e di mandare la sua lista al fallimento.
Invece i tre voti di Vannacci sono stati accettati e soprattutto nessuno ha negato che ci possa essere uno spazio per Futuro Nazionale nella futura coalizione di destra. Chissà cosa ne pensa Salvini, il maggior candidato a perdere qualche penna per far posto allo scissionista che se ne sta con un piede fuori e uno dentro.
Stefano Folli
per “la Repubblica”
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA COPPIA SI È “COMPRATA” UN SOTTUFFICIALE DELLA GUARDIA DI FINANZA OFFRENDOGLI UN TRAPIANTO DI CAPELLI (DAL VALORE DI 3 MILA EURO) … DAL 2013 AL 2025, LO SPACCIATORE, PER NON AVERE ROGNE CON LA GIUSTIZIA, HA ELARGITO REGALI PER UN VALORE COMPLESSIVO DI 90 MILA EURO: TRA I DONI RICEVUTI DAGLI AGENTI ANCHE DELLE MAGLIETTE DEL REAL MADRID, VESTITI, BORSE E CINTURE GRIFFATE, IPHONE, PROFUMI, BICICLETTE ELETTRICHE E QUATTRO STATUINE DI AVORIO
Il pusher e la moglie, entrambi marocchini, accontentavano sempre i cinque uomini in divisa,
sostiene l’accusa, per aver campo libero nella loro attività di spaccio. Erano disposti a tutto. In un caso, avrebbero corrotto un sottufficiale della Guardia di Finanza pagandogli il trapianto di capelli, per una spesa di tremila euro.
Un luogotenente dei carabinieri, invece, si sarebbe fatto pagare 2.000 euro per un soggiorno di tre giorni in Marocco. E poi, sempre a parere della procura, a tutti i cinque indagati giungevano soldi come se piovesse fino ad arrivare a 90.000 euro complessivi oltre a una serie infinita di favori e regali tra i quali due magliette del Real Madrid, un’impastatrice, e, in un caso, addirittura una coscia di prosciutto.
Questi sono solo le punte dell’iceberg di una serie di episodi di presunte corruzione e spaccio che coinvolge cinque appartenenti alle forze dell’ordine, difesi da Nicola Avanzi, Giampaolo Cazzola, Guido Beghini, Marco Pezzotti, Massimo Leva e Zeno Domaschio.
Sono vicende descritte nelle accuse formulate dai pm Stefano Aresu e Alberto Sergi nella richiesta di incidente probatorio presentato ai primi di febbraio dopo due anni di indagine svolte dai carabinieri. La sequenza di episodi sarebbe durata dal 2013 fino al 30 maggio 2024. In quel giorno, il pusher F.J., e la moglie K.G. sono stati arrestati per spaccio di stupefacenti e ora lui si trova in carcere a Vicenza mentre lei è agli arresti domiciliari nella loro casa a Verona.
Due giorni fa, toccava proprio a loro rivelare episodi, circostanze e motivi di questa inchiesta al gip Luciano Gorra, ai difensori e ai sostituti procuratori, nell’incidente probatorio chiesto dalla Procura. I difensori, però, hanno eccepito che non erano stati depositati i video degli interrogatori della coppia, svolti durante le indagini e hanno chiesto un rinvio, accolto dal giudice. L’incidente probatorio, fissato per evitare il silenzio della coppia nell’eventuale dibattimento, è stato rinviato tra una decina d giorni.
La tecnica usata da F.J. condivisa con gli uomini in divisa era sempre la stessa: si incontrava con lo spacciatore, prelevava solo una percentuale della quantità di stupefacente concordata, scappava e lasciava l’ignaro spacciatore in possesso di una parte della droga.
Pochi attimi dopo intervenivano poliziotti, carabinieri o agenti della finanza o polizia municipale, a seconda dei casi, che puntualmente arrestava il fornitore del nordafricano. Gli stessi operatori delle Forze dell’ordine potevano poi ottenere prestigio dall’operazione antidroga, sostiene l’accusa.
In alcuni casi, poi, c’era anche la divisione a metà tra F.J. e uomini in divisa degli incassi. E poi per completare il quadro della corruzione si dava spazio alla consegna di danaro e ai regali come vestiti, borse e cinture griffate, iPhone di ultima generazione, profumi di marca e addirittura biciclette elettriche provento di furto per finire con quattro statuine di avorio.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA” CALA DEL 12,9% A 41MILA COPIE – “IL MESSAGGERO” DI CALTAGIRONE PERDE IL 10,9%, E ARRIVA A 31MILA COPIE, “IL GIORNALE” DI ANGELUCCI-DEL VECCHIO A 22MILA – NELLA DIFFUSIONE TOTALE (CARTACEO + DIGITALE) BENE “IL FATTO QUOTIDIANO” (+6,5, 57.983 COPIE) E “CORRIERE DELLO SPORT” (-13,2%, 34.885 COPIE)
Classifiche e trend dei quotidiani elaborate sugli ultimi dati Ads di diffusione della stampa relativi al mese di novembre e pubblicati qui su Primaonline. Le tabelle per Primaonline.it sono realizzate da Withub.
La classifica su dati ADS della diffusione carta + digitale dicembre 2025 (la prima qui sotto) conferma Corriere della Sera al vertice con 207.963 copie, in lieve calo rispetto a novembre (-0,6%, pari a -1.212 copie). Segue la Repubblica, che registra una flessione più marcata del 5,8% e perde 7.589 copie, scendendo a quota 123.119. In controtendenza, La Gazzetta dello Sport cresce del 5,7% e raggiunge 120.873 copie, superando Il Sole 24 Ore, che si attesta a 116.195 con un incremento dello 0,7%.
Tra i quotidiani con variazioni positive spicca Il Fatto Quotidiano, che guadagna il 6,5% e arriva a 57.983 copie. Ancora più significativa la crescita di Corriere dello Sport – Stadio, che registra un +13,2% e sale a 34.885 copie. Anche il Giornale (+1,4%) e QN – La Nazione (+0,8%) mostrano segnali di ripresa.
Sul fronte delle flessioni, si segnala il calo del Messaggero (-3,6%), del Gazzettino (-3,2%) e soprattutto del Mattino, che perde l’8,2% e scende a 21.078 copie. La Verità registra una contrazione del 4%, mentre la Repubblica e il Messaggero Veneto mostrano rispettivamente cali del 5,8% e dell’1,2%.
Nel segmento dei quotidiani locali, Dolomiten, L’Eco di Bergamo, L’Unione Sarda e Giornale di Brescia mantengono una sostanziale stabilità, con variazioni minime comprese tra -0,2% e -0,7%.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE MELONIANO, IL CUI PIANO E’ STATO BOCCIATO DUE VOLTE DALLA REDAZIONE, TERMINATE LE OLIMPIADI, POTREBBE LASCIARE LA GUIDA DI RAISPORT (AL SUO POSTO MARCO LOLLOBRIGIDA?) PER ANDARE A CAPO DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI DELLA RAI … I GIORNALISTI RAI SONO SUL PIEDE DI GUERRA: DOMANI SCIOPERO DELLE FIRME IN RAI NEI TG, GR, PROGRAMMI DI INFORMAZIONE E TESTATE ONLINE
Davanti alla bufera che ha oltrepassato i confini, la disastrosa telecronaca ora caso
internazionale, cioè quella del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, le giornaliste e i giornalisti Rai guidati dal sindacato Usigrai proclamano per domani lo sciopero delle firme in Tg, Gr, programmi di informazione e testate online.
Lo fanno visto che le dimissioni richieste non sono arrivate e per reagire al «duro colpo all’immagine della Rai e alla dignità di tutte le giornaliste e i giornalisti che quotidianamente si impegnano per offrire un servizio pubblico degno di questo nome», si legge in una nota.
La decisione — dalla quale si smarca Unirai, il sindacato minoritario filo-aziendale benedetto dalla destra — arriva dopo giorni di tensione interna e, spiegano, si è resa inevitabile perché «la mobilitazione di Rai Sport e le prese di posizione dei Cdr delle testate e dei generi, a difesa del nostro lavoro, non hanno indotto i vertici aziendali a una assunzione di responsabilità».
È il risultato figlio della tracotanza del potere meloniano, con Petrecca — sfiduciato a Rai News dalla redazione, mentre allo Sport il suo piano è stato bocciato due volte dalla redazione, rimasto però blindato dal governo — che aveva voluto a tutti i costi condurre una telecronaca per la quale c’è chi lavora una vita intera.
La rassegna stampa globale è impietosa. Dal New York Times al Guardian, passando per Figaro — che parla “di peggiore umiliazione di Rai Sport” — fino alla Bild. Titoli e reportage hanno acceso i riflettori sulle incertezze e sugli svarioni andati in onda in diretta, lasciando in secondo piano lo show firmato da Marco Balich allo stadio di San Siro. Una narrazione che ha finito per trasformare un inciampo televisivo in un caso politico-mediatico. La redazione sportiva ha reagito
ritirando le firme per l’intera durata della manifestazione e confermando tre giorni di sciopero al termine delle Olimpiadi.
Nel suo reportage da Milano, l’inviata del New York Times Motoko Rich ricostruisce passo dopo passo la diretta contestata del direttore di Rai Sport, elencando gli errori più clamorosi. Il servizio del giornale Usa parla del modello di governance della tv pubblica: «La maggior parte dei vertici è nominata dal governo in carica di Meloni. Per anni, l’influenza del governo sull’emittente ha portato a ricorrenti accuse di parzialità». Così la vicenda assume una dimensione politica, intrecciandosi con l’immagine dell’esecutivo fuori dal Paese.
Ora per non sbagliare, la telecronaca di chiusura forse andrà al vicedirettore Marco Lollobrigida, oppure a Stefano Bizzotto, voce della nazionale di calcio. Intanto si parla già del dopo. Terminate le Olimpiadi, alla guida di Rai Sport potrebbe arrivare proprio Lollobrigida, anche lui in quota FdI (non è parente di). Mentre per Petrecca potrebbe esserci un altro ruolo, in sostituzione di Simona Martorelli, a capo delle relazioni internazionali della Rai e a un passo dalla pensione.
(da Repubblica)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
FDI TEME UNA BASSA AFFLUENZA DEI SUOI ELETTORI E HA SPEDITO AGLI ISCRITTI UN SONDAGGIO RISERVATO, PER CAPIRE QUANTI ANDRANNO AI SEGGI IL 22 E 23 MARZO … A PALAZZO CHIGI SONO PRONTI A UN CAMBIO DI STRATEGIA, CON COMIZI DI MELONI IN PRIMA PERSONA. SULLA DUCETTA ALEGGIA L’INCUBO DELLA DISFATTA DI RENZI AL REFERENDUM DEL 2016
Due mosse raccontano bene i dubbi che iniziano a serpeggiare a destra in vista del referendum sulla separazione delle carriere. La prima: martedì notte FdI ha spedito ai suoi iscritti e militanti un sondaggio riservato, per capire quanti siano effettivamente interessati a recarsi ai seggi.
Secondo segnale: dopo mesi passati a parlare di un voto nel merito, a Palazzo Chigi sono pronti a un cambio di strategia, con comizi di Giorgia Meloni in prima persona. Da sola o con gli altri leader della coalizione è presto per dirlo. Anche la location è da fissare: c’è chi suggerisce Milano, altri Napoli, la città di Nicola Gratteri, tra i frontrunner del no.
Il capodelegazione di FdI al governo, Francesco Lollobrigida, parlando con i cronisti nel fumoir di Montecitorio: Meloni «farà più di un’iniziativa», racconta il ministro dell’Agricoltura. A quaranta giorni dal voto, si apre «una fase nuova». Più politica, fa intendere. Si farà passare il messaggio che se la giustizia non cambia stavolta, «non cambierà mai».
Nei sondaggi la distanza tra sì e no si fa sempre più sottile. Decisiva è l’affluenza, come registrava ieri Youtrend: con una partecipazione sotto al 46,5% la riforma sarebbe cassata. Anche per questo FdI ha avviato un’indagine tra i suoi iscritti e simpatizzanti. Ai militanti viene chiesto se andranno a votare sì, no, o se pensano di «non andare a votare».
Era da diversi mesi che FdI non sfornava un sondaggio interno, destinato alla sua base. E con l’occasione vengono scandagliati anche altri argomenti. Il pacchetto sicurezza. Ai militanti viene chiesto se siano «soddisfatti» dell’operato del governo sull’immigrazione e «su quali dei temi dovrebbe maggiormente concentrarsi», dalla sanità ai migranti al fisco.
Dettaglio significativo: in coda viene chiesto ai simpatizzanti della fiamma cosa voterebbero alle prossime Politiche e per la prima volta viene inserito nell’elenco delle opzioni «Futuro nazionale (Vannacci)».
Anche dentro FI c’è fermento per quella che gli azzurri riconoscono come la propria riforma «bandiera». Il 25 si riunirà la segreteria nazionale di Antonio Tajani, ai primi di marzo il consiglio nazionale. I deputati Giorgio Mulè ed Enrico Costa ieri erano al lancio della “maratona oratoria” per il sì, dal 2 all’8 marzo proprio sotto la Cassazione.
E tra i forzisti sta prendendo forma anche quest’idea: un treno per il sì, da Milano a Reggio Calabria (un po’ come fece Renzi nel 2017, ma nessuno lo spiega così).
La disputa referendaria non poteva non coinvolgere la Rai: ieri sia Augusta Montaruli per FdI che Nicolò Zanon, presidente del comitato “Sì riforma”, hanno spedito una segnalazione all’Agcom per violazione della par condicio. Nel mirino un servizio di Report dell’8 febbraio.
(da Repubblica)
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