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INTERVISTA AL MATEMATICO ODIFREDDI: “TRUMP COME HITLER, MELONI E’ ASSERVITA AGLI USA”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“VIVIAMO UNA NUOVA FASE DI NEOIMPERIALSMO: LA FORZA HA SOSTITUITO IL DIRITTO”… “TRUMP INCARNA UN POTERE CHE IGNORA REGOLE E DEMOCRAZIA”

“Trump sta instaurando un regime dittatoriale, il paragone con Hitler non è esagerato”. Piergiorgio Odifreddi non usa giri di parole e, in questa intervista a Fanpage.it, delinea un quadro geopolitico che definisce di “neoimperialismo esplicito”. Al centro della sua analisi c’è l’America di Donald Trump, un Paese che ha deciso mostrare il suo vero volto, quello della forza in spregio a ogni regola: dal tentato golpe in Venezuela alle mire coloniali sulla Groenlandia, passando per le minacce a Iran, Colombia, Cuba e Messico e soprattutto per la folle proposta di portare le spese militari da 1.000 a 1.500 miliardi di dollari all’anno.
Ma la riflessione del matematico si sposta rapidamente dai confini internazionali a quelli interni, dove vede profilarsi un’ombra inquietante. Odifreddi evoca senza mezzi termini il paragone con il nazismo, descrivendo quello di Trump come un tentativo di instaurare un regime basato su milizie – quelle dell’ICE – che agiscono impunemente come una moderna Gestapo. Gli Stati Uniti, secondo il saggista, stanno compiendo il passaggio verso una vera e propria dittatura oppressiva.
In questo terremoto planetario, Odifreddi riserva però le critiche più aspre alla politica di casa nostra, denunciando la “postura asservita” di Giorgia Meloni, una presidente “politicamente senza coraggio” che pur avendo costruito la sua immagine sulla forza, appare oggi “imbarazzante e inginocchiata” a Trump, incapace di una visione autonoma e in costante attesa del beneplacito di Washington su ogni dossier, dall’Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela all’Iran.
Professore, guardando alla situazione globale, dall’Iran al Venezuela fino alle mire sulla Groenlandia, che fase storica stiamo attraversando?
Credo che stiamo vivendo una fase di neocolonialismo o neoimperialismo. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto al passato. Siamo usciti da decenni, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui azioni di questo genere si facevano in giro per il mondo, ma quasi sempre sotto traccia o con una parvenza di giustificazione legale. Oggi non è più così: siamo di fronte a un agire esplicitamente indifferente alle regole. Trump ha dimostrato chiaramente di fregarsene delle norme internazionali e persino di quelle del suo Paese; anzi, ne va fiero, lo considera un punto di forza. È l’uso della forza nuda e cruda: sa di essere armato fino ai denti e agisce di conseguenza.
A proposito di armi: l’entità della spesa militare statunitense è mostruosa. Ma a che scopo?
Esatto. Gli Stati Uniti spendono ormai una cifra folle: mille miliardi di dollari all’anno. Per intenderci, è circa metà dell’intero debito pubblico italiano. Agli inizi della guerra in Ucraina erano 800 miliardi; siamo passati a 1000, un aumento del 20%. Ma la proposta per quest’anno è di arrivare a 1.500 miliardi. Parliamo di un incremento del 50%. Perché accumulare così tante armi quando hai già una superiorità schiacciante? Se sommiamo i 1.500 miliardi degli USA ai 500 spesi dall’Europa, arriviamo a 2.000 miliardi su un totale mondiale di 2.700. La Russia spende circa 150 miliardi, un decimo della NATO. L’impressione è che l’Occidente stia chiudendo i ranghi e si prepari effettivamente a una guerra su vasta scala. L’obiettivo non è la difesa, è il dominio planetario attraverso la forza.
In questo scenario s’inserisce il caso del Venezuela, con il rapimento di Maduro in spregio a ogni norma di diritto
internazionale.
Rapire un capo di Stato è un’azione singolare, ma non inedita. Mi ricorda Bush padre negli anni ’90 con l’invasione di Panama: presero Noriega, lo portarono negli Stati Uniti e lo tennero in galera per vent’anni. Per Maduro il destino sembra lo stesso. Ma il problema è più ampio e va ben oltre il Venezuela: ora si parla della Colombia, dove persino un presidente democraticamente eletto come Petro viene bollato come “narcotrafficante” solo perché non si allinea a Trump. E poi c’è Cuba, con il cappio al collo dopo la fine dell’era Castro. Trump vuole la resa incondizionata e il controllo delle risorse, come il petrolio venezuelano. E chissà cosa accadrà anche con il Messico…
E poi c’è la Groenlandia, un caso in cui stanno emergendo tensioni molto, molto profonde.
La Groenlandia è un caso interessantissimo perché mette contro alleati NATO. L’Europa alza le barricate, ma nessuno nota il paradosso: l’approccio di Trump potrebbe essere il più “democratico”. Lui vuole scavalcare la Danimarca, che è una potenza coloniale in Groenlandia dal Cinquecento, per parlare direttamente con i 50.000 abitanti locali. Se passasse l’idea che si può trattare con i nativi aggirando la potenza occupante, crollerebbe il castello di carte delle ex colonie europee. Pensate alla Francia, che ha territori in tutti i continenti – Martinica, Guyana, Nuova Caledonia, eccetera – e li chiama “territori d’oltremare” per non dire colonie. Trump scardina la vulgata comune: da un lato usa la forza bruta, dall’altro mette in crisi il colonialismo d’ufficio dell’Europa.
Vent’anni fa si parlava di “esportare la democrazia”. Oggi quel velo sembra caduto e Trump parla esplicitamente di controllo delle risorse.
Non si fa più nemmeno finta. Della democrazia non importa nulla a nessuno. Se il sistema rimane uguale ma il leader si inginocchia agli Stati Uniti, a Washington va bene: è quello che potrebbe accadere in Venezuela dove, in fondo, non c’è stato alcune regime change. I cinesi auguravano ai nemici di “vivere in tempi interessanti”, alludendo ai tempi in cui succedevano disastri. Ci siamo dentro. E trovo inconcepibile che l’Europa non proponga una soluzione diversa. La Meloni crede di essere una statista dicendo che la questione Groenlandia si risolve con la NATO o l’UE, ma è solo un modo per fare la voce più grossa. La vera soluzione democratica sarebbe l’ONU, il Consiglio di Sicurezza, il superamento del colonialismo dei singoli Stati.
In questo quadro l’Ucraina sembra sparita dai radar, per non parlare di Gaza. Trump sosteneva di poter chiudere la guerra tra Mosca e Kiev in 24 ore, ma evidentemente è stato smentito dai fatti. Cosa crede accadrà su quel fronte?
Trump è un ignorante, non conosce la storia, né quella remota né quella recente. Pensa che i trattati di pace si risolvano con un affare o una minaccia di dazi, come se dovesse vendere un grattacielo. Si gloria di aver risolto guerre che in realtà proseguono o rispetto alle quali non ha mai “toccato palla”, come tra India e Pakistan. Ricordiamoci il Vietnam: Nixon fu eletto nel ’68 per fare la pace, ma ci vollero cinque anni di trattative segrete a Ginevra per arrivare a un accordo nel ’73, con bombardamenti feroci nel mezzo. Trump è scemo o finge, perché
sa che mostrare i muscoli funziona con il suo elettorato. La questione ucraina è nata per il pericolo delle truppe NATO ai confini russi, o almeno questa è la versione che Mosca sostiene da anni e della quale dovremmo in qualche modo tener conto; Putin non firmerà mai un accordo che permetta a francesi e inglesi di stabilirsi lì militarmente. Servirebbero i Caschi Blu, truppe internazionali neutrali, non questi affaristi che giocano a fare gli statisti.
Passiamo alla politica interna americana. Le milizie per il controllo dell’immigrazione ICE stanno agendo con una violenza che molti definiscono “orwelliana”. Lei vede un pericolo reale per la tenuta democratica degli USA
È una situazione estremamente pericolosa. Accusare ogni piccolo dittatore di essere come Hitler è spesso una sciocchezza, ma nel caso di Trump il paragone regge. Sta instaurando un regime. Queste truppe per il controllo dell’immigrazione sono, nei fatti, una sorta di Gestapo. Gli Stati Uniti sono un Paese spezzato in due: da una parte l’America profonda, agricola, meno istruita che lo vota; dall’altra le coste colte e progressiste, New York e la California. Trump vuole controllare le città democratiche con l’esercito.
Siamo passati dalla “dittatura soft” di Aldous Huxley ne Il mondo nuovo – dove il controllo avviene tramite televisione, distrazione e droghe – alla “dittatura hard” di Orwell in 1984. Mi dicono che negli aeroporti controllano i telefoni e i social media per vedere se hai scritto qualcosa contro il Presidente. È un clima di terrore poliziesco. Ho vissuto e insegnato in America per 25 anni e ho sempre avuto timore della polizia locale, ma oggi
siamo alla militarizzazione totale.
Crede che una nuova guerra civile negli Stati Uniti sia fantascienza?
È difficile, perché l’esercito è centralizzato e federale. Tuttavia, le tensioni sono ai massimi. Vedere il sindaco di New York, un socialista vero, giurare in una stazione della metropolitana dismessa in segno di sfida è un segnale forte. Ma quando lo Stato centrale manda truppe federali contro il volere dei sindaci e si inizia a sparare sui manifestanti, come già accaduto, il clima diventa quello degli anni ’60 e ’70, quelli dei quattro morti in Ohio cantati da Neil Young. Gli USA di oggi rischiano di somigliare all’Iran grazie a Trump, un uomo che chiamava Biden “Sleepy Joe”; ma onestamente, meglio uno che dorme che uno fin troppo sveglio con il dito sul bottone nucleare.
Un’ultima riflessione sull’Italia. Come giudica il silenzio di Giorgia Meloni rispetto alle manovre di Trump? Sembra più trumpiana di Trump stesso…
Usando un linguaggio caro alla destra, direi che la Meloni non ha le “pa***”. Si è sempre presentata come il leader carismatico, la donna forte, ma davanti a Trump è diventata imbarazzante, totalmente supina ai suoi voleri. Aspetta di sapere cosa pensa lui prima di esprimersi su questioni cruciali come l’Ucraina. Forse è ostaggio di una coalizione divisa, con Salvini che ha posizioni diverse, e deve fare i salti mortali per restare in sella. Però, per chi fa dell’orgoglio nazionale una bandiera, vedersi così inginocchiati davanti al potente di turno è davvero umiliante. Se fossi un uomo di destra, non sarei affatto soddisfatto di come viene servito e onorato il Paese in questo momento dalla
Presidente del Consiglio.
(da Fanpage)

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UN GOVERNO CHE DISCREDITA L’ITALIA ACCUSA I VIGILI DEL FUOCO DI PISA DI AVER SCREDITATO IL CORPO PER AVER RESO OMAGGIO ALLE VITTIME DI GAZA

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

EVIDENTEMENTE CI SI PUO’ INGINOCCHIARE SOLO AI POTERI FORTI E ALLA FECCIA SOVRANISTA INTERNAZIONALE

Fa discutere il caso della contestazione disciplinare inviata dal Viminale a dieci Vigili del fuoco per essersi inginocchiati in onore delle vittime di Gaza alla manifestazione tenutasi lo scorso 22 settembre. È successo a Pisa, dove durante lo sciopero generale indetto dalla Usb a sostegno della Global Sumud Flotilla e Gaza, “io e altri Vigili del fuoco abbiamo osservato un minuto di silenzio mettendoci in ginocchio”, racconta uno dei pompieri, Claudio Mariotti, intervistato dall’agenzia Dire.
Un gesto fatto “da portatori di buona volontà dell’Unicef, perché il Corpo nazionale Vigili del fuoco è ambasciatore Unicef con un accordo rinnovato lo scorso 2024 dal sottosegretario Prisco”, spiega, ma evidentemente poco grafito dal ministero dell’Interno che gli ha notificato una contestazione disciplinare.
Ciò che viene contestato a lui e ad altri nove colleghi sarebbe “la forma” con cui hanno partecipato. Secondo quanto riferisce il vigile, per il ministero, “usando l’uniforme avremmo discreditato tutto il Corpo”. E le ripercussioni potrebbero essere molto gravi. “Saremmo passibili di un provvedimento disciplinare che potrebbe arrivare alla sospensione con la decurtazione dello stipendio o, anche se l’ipotesi è remota, al licenziamento”, dice.
Il prossimo 29 gennaio dovrebbero cominciare i lavori della commissione disciplinare, che ascolterà uno ad uno i vigili coinvolti. Mariotti, che è anche sindacalista Usb e componente del Coordinamento nazionale Vigili del fuoco, con una carriera di 38 anni alle spalle, difende il gesto compiuto da lui e i suoi colleghi: “Ci siamo inginocchiati per esprimere la nostra solidarietà alle vittime, in particolare bambini, visto che nella nostra uniforme portiamo la spilla dell’Unicef e in questo
genocidio sono morti migliaia di piccoli innocenti. Non c’era nessuna azione anticostituzionale. Invece, colpiscono dirigenti sindacali e lavoratori nell’ambito di uno sciopero e una manifestazione pienamente legittimati dall’agire sindacale”, insiste. “Abbiamo sempre rappresentato la nostra categoria in ogni luogo di rivendicazione indossando i nostri dispositivi di protezione individuale che ci contraddistinguono come Vigili del fuoco, così come fanno i metalmeccanici con la tuta da lavoro o i sanitari con i camici bianchi”, aggiunge.
Intanto il sindacato di base ha annunciato un convegno, che si terrà a Roma il 28 gennaio, “contro la repressione della libertà d’espressione e la militarizzazione del Corpo”. I pompieri “quando scioperano e manifestano non devono farlo con l’uniforme, non possono cioè farsi riconoscere in quanto Vigili del fuoco che stanno protestando, né tantomeno parlare in pubblico per difendere le ragioni per le quali stanno manifestando. È la tesi sostenuta dal ministero degli Interni che sta contestando a dieci di loro di aver difeso le ragioni del popolo palestinese davanti a piazze gremite da migliaia di persone che protestavano contro il genocidio, all’interno degli scioperi e delle mobilitazioni di questo autunno”, riassume Usb. Quindi, “riteniamo dover alzare un allarme di pericolo per la democrazia nel Paese, dove governo e amministrazioni pubbliche stanno alimentando un clima di paura contro chi osa rappresentare una voce diversa”. Secondo Usb, “le contestazioni disciplinari hanno l’obiettivo di intimidire un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore”, ovvero “la riforma del Corpo con la quale questo governo vuole equiparare i pompieri
ad operatori di pubblica sicurezza”. Oggi “difendere i Vigili del fuoco sotto attacco significa difendere la libertà di tutti”
Fratoianni annuncia interrogazione al governo: “Ecco la democrazia di Meloni”
La storia è arrivate anche alle orecchie della politica. Il leader di Avs Nicola Fratoianni presenterà un’interrogazione in Parlamento per chiarire le ragioni della contestazione del Viminale. “Quel che è certo è che il governo Meloni ha proprio la memoria corta perché, oltre a dimenticare ciò che sta accadendo a Gaza ancora oggi, sembra non ricordare nemmeno ciò che così ostinatamente dice di difendere. Annunciare provvedimenti disciplinari (sospensione, decurtazione dello stipendio, persino il licenziamento) per dei vigili del fuoco che – nel settembre scorso a Pisa – si sono inginocchiati per un minuto di silenzio, in solidarietà con le vittime di Gaza è davvero un’enormità incredibile e inaccettabile”, dichiara
“Evidentemente Piantedosi pensa che sia una colpa aver indossato l’uniforme durante una manifestazione di solidarietà ed impegno civile. Quella stessa uniforme – prosegue il leader di SI – che rappresenta i valori della Repubblica, della democrazia, della solidarietà. È chiaro che per la destra quei valori valgono solo quando non disturbano questo governo, i loro amici criminali di guerra e la loro complicità”. Fratoianni esprime piena solidarietà ai vigili raggiunti dall’avviso. “Abbiamo un governo che li vuole eroi quando fa comodo, li punisce quando hanno una coscienza. Quella stessa maggioranza che vuole militarizzare il Corpo dei vigili del fuoco pretende ora di soffocare ogni voce dissidente. Noi saremo al loro fianco, perché
– conclude Fratoianni – difendere questi lavoratori significa difendere la libertà di tutti noi che crediamo fermamente in un mondo di pace, di solidarietà tra popoli e di convivenza”.
(da Fanpage)

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MILANO CITTA’ PER MILIONARI, LA STORIA DI AMANDA: “CON UNO STIPENDIO NORMALE SI VIVE AL LIMITE DELLA POVERTA’”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“NEOLAUREATI, IMPIEGATI E DIPENDENTI PUBBLICI QUI SONO CON LE SPALLE AL MURO”

A sancirlo, adesso, sono anche le classifiche internazionali. È l’ultimo report di Henley&Partners, che incorona Milano come città con più milionari al mondo: qui, all’ombra della Madonnina, ogni 12 abitanti (contando anche neonati e anziani) c’è un super ricco. Più delle capitali della finanza globale come Londra (dove il rapporto è uno ogni 41), New York (uno ogni 22), Parigi (uno ogni 14). Ma qual è il rovescio della medaglia? “In questa città impiegati, insegnanti, lavoratori pubblici e figure analoghe sono ormai i nuovi poveri”, racconta oggi Amanda Ricupero, giovane assistente sociale che dal Sud si è trasferita nel capoluogo lombardo sette anni fa.
La casa è un privilegio
“Sono qui da anni e ancora oggi mi sento precaria, dal momento che ho deciso di non acquistare una casa. Impossibile per me concepire di indebitarmi fino al collo per potere vivere, in ogni caso, un po’ più in alto della soglia di povertà”, spiega oggi a Fanpage.it.
Una situazione non certo personale ma più emblematica che mai di ciò che sta accadendo a Milano, dove un appartamento costa il doppio rispetto alla media italiana, mentre l’affitto grava del 72 per cento sulla busta paga di un lavoratore (la soglia di sostenibilità è del 30 per cento circa, come accade ad esempio nelle più importanti realtà urbane della Svizzera).
“Nel mio lavoro si dice “la casa prima tutto”. Ma è davvero così? Credo proprio di no. La casa da noi è un privilegio. Ma non per chi come me ha un semplice lavoro da dipendente. Quale società mette alle strette in questo modo le persone, i giovani, i lavoratori, anche laureati, persone comunque che cercano onestamente un lavoro per potere vivere con dignità?”.
Milano e i nuovi poveri
I segnali tangibili di una metropoli che, mentre post Expo (e Olimpiadi di Milano-Cortina 2026) viene lanciata come un proiettile nell’olimpo delle realtà più attrattive e scintillanti del globo, lascia indietro i suoi abitanti. Del resto che significa
realmente attrattività se rimane un concetto riservato a pochissimi eletti come milionari, manager di altissima formazione, investitori, star locali e internazionali, e la forbice tra ricchi e poveri cresce ogni anno di più? “Io, da povera dipendente assistente sociale, mi occupo ormai di altre persone poverissime. Sempre più frequentemente, purtroppo, vedo quanto sia difficile ormai lavorare a Milano e dintorni. Case, monolocali e stanze introvabili, prezzi folli che superano uno stipendio medio… più del periodo in cui io sono arrivata qui, solo pochi anni fa. Perché non si fanno politiche abitative e di regolazione del mercato degli affitti? E ancora, perché non si vedono all’orizzonte aumenti degli stipendi?
La città che respinge i suoi abitanti
Sì perché anche a Milano, dove il costo della vita è schizzato alle stelle (è la città più cara d’Italia per i consumi, il 62 per cento in più di Napoli), le buste paga sono ferme a 20 anni fa. E così, nel frattempo, giovani neolaureati senza una famiglia alle spalle che può pagare il canone d’affitto o garantire un anticipo per la casa, dipendenti pubblici tra insegnanti, tranvieri, impiegati, infermieri e ancora piccoli imprenditori come negozianti e ristoratori, camerieri e lavoratori essenziali che fanno funzionare la città vengono confinati nelle periferie o addirittura espulsi al di fuori dei confini comunali, verso l’hinterland o la provincia.
Un problema? Non certo per chi non usufruisce dei servizi pubblici, dal momento che può pagare profumatamente quelli privati. Ovvero quelli che stanno diventando gli abitanti più rappresentativi del capoluogo-vetrina internazionale: paperoni e i manager che possono permettersi scuole internazionali da oltre
30mila euro di retta annuale, sanità e cure sempre più privatizzate (con il lasciapassare di Regione Lombardia), macchine veloci e mezzi personali per gli spostamenti, attici e maxi appartamenti all’interno dei nuovi sviluppi immobiliari a misura di ultra ricco.
E gli altri, quasi un milione di persone invisibili? Se ne vanno per mettere su famiglia da un’altra parte, fanno i pendolari dai quartieri dormitorio, riversandosi in città giusto il tempo del turno di lavoro. Mentre la rabbia sociale e il senso di esclusione non sono più solo quelli delle case popolari. “Quello che vedo e sento raccontare dalle persone sono solo ingiustizie. Ogni mattina osservo inoltre i volti stanchi di persone che viaggiano sul treno. Spero che non sia gente ormai arresa e che ha deposto qualsiasi forma di ribellione contro un sistema che li sfrutta e non li tutela”.
(da Fanpage)

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INTERVISTA A SHERVIN HARAVI, AVVOCATA E ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI IN IRAN: “IN IRAN E’ UNA RIVOLUZIONE, SERVONO ATTACCHI INFORMATICI PER BATTERE IL REGIME”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“FATE PRESTO PER FERMARE IL MASSACRO”

“Quella che sta vivendo l’Iran è una rivoluzione, partita dai commercianti e che ora coinvolge tutta la popolazione. C’è una situazione drammatica che ha portato a questo momento di non ritorno. Ma si deve fare presto se si vuole intervenire e fermare questo massacro: mi hanno raccontato che dai tetti delle case versano l’acqua bollente sulle persone che manifestano per poi sparargli negli occhi”. A parlare a Fanpage.it è Shervin Haravi, avvocata e attivista dei diritti umani iraniana, che ha spiegato cosa sta succedendo in Iran e perché la comunità internazionale deve intervenire al più presto.
Cominciamo innanzitutto col definire quello che sta succedendo in Iran. È solo una protesta o c’è qualcosa di più?
“Questa è una rivoluzione. E la conferma è arrivata nel momento in cui si è estesa a tutte le 31 regioni del Paese e a oltre 500 città. Sono proteste che sono iniziate il 28 dicembre e stanno continuando ancora adesso, nonostante la repressione violenta da parte del regime. Tra l’altro, secondo dati di ultima ora, sono entrate più di 5000 milizie irachene per aiutare il regime nel proseguire questo massacro.
Quindi allo stato si parla di vera e propria rivoluzione che coinvolge persone con hijab e senza hijab, credenti e non credenti, donne, uomini, giovani, anziani che, nonostante siano disarmati, sono scesi nelle piazze. Adesso i dati sono sempre più allarmanti perché si parlava nei primi giorni di 500 persone uccise. Adesso ne sarebbero oltre 12mila. Dati interni ci dicono che si è arrivati a circa 20mila persone uccise durante le manifestazioni. Vengono uccisi con kalashnikov e mitragliatrici, quindi con armi da guerra”.
Quali sono le radici di questa rivoluzione?
“Si parte da una crisi economica profonda. I primi a scendere in piazza e a fare lo sciopero nei bazar sono stati i commercianti, che non riescono più a vendere i prodotti acquistati, nonostante abbiano sempre rappresentato la parte conservatrice e quindi quella che ha sempre appoggiato il clero della Repubblica islamica.
I commercianti sono insorti e nell’arco di pochi giorni sono stati appoggiati dagli studenti delle università, dai lavoratori di vari settori, da quello degli infermieri a quello degli insegnanti. Sono stati coinvolti tutti i ceti sociali perché anche nelle testimonianze si è sempre parlato di questa impossibilità di arrivare a fine mese. Così possiamo capire la drammaticità della situazione economica e le difficoltà quotidiane, come la mancanza di corrente durante il giorno, la mancanza di acqua, frigoriferi vuoti, impossibilità di comprare anche un po’ di yogurt o un po’ di pane. Quindi veramente è una situazione drammatica che ha portato a questo momento di non ritorno”.
Per quanto riguarda il blackout informatico, alcuni dicono che potrebbe durare fino a marzo. Ha ancora dei parenti in Iran? È
riuscita a mettersi in contatto con loro in qualche modo?
“In questi otto giorni abbiamo avuto la possibilità di sentire soltanto due persone della nostra famiglia. La prima l’abbiamo sentita perché un nostro parente è all’estero e quindi si è appoggiato alla rete Starlink ed è riuscito attraverso questo dispositivo a mettersi in contatto con alcuni che poi tra l’altro non sono a Teheran. Sono in altre città che comunque anche stanno vedendo un massacro veramente devastante, come è stato confermato anche dalle ultime testimonianze di ragazzi che stanno rientrando in Italia e che ho sentito in questi giorni. Uno di loro mi diceva che dai tetti delle case versano l’acqua bollente sulle persone che stavano manifestando per poi sparargli negli occhi.
E c’è da dire che tutto questo va in contrasto invece con quello che continua a dire la Repubblica islamica. I suoi rappresentanti parlano ancora di negoziato, ma non si può pensare di negoziare con un regime del genere, che uccide i propri cittadini e che ha finanziato per decenni i gruppi terroristici. Se pensiamo alla politica estera della Repubblica Islamica, quest’ultima si è basata molto sul finanziare Hamas, Hezbollah, Huthi, al-Shabaab. Quindi, per far sì che non attaccassero direttamente l’Iran
Però al tempo stesso ha investito i soldi degli iraniani in questo tipo di politiche fallimentari. Per non parlare anche dei rapporti con il Venezuela. Anche lì, sono stati fatti 2 miliardi di investimenti con il denaro degli iraniani, ennesimo esempio di politiche fallimentari che hanno portato a quello che stiamo vedendo oggi”.
È vero che è stato chiesto un riscatto fino a 10mila euro alle
famiglie per ricevere per far tornare indietro i corpi dei manifestanti uccisi?
“Purtroppo se queste somme siano precise o meno è difficile sempre da dire però comunque vengono chieste per avere indietro i corpi delle persone che sono state uccise. Io mi sento in difficoltà perché umanamente solo se ci si immedesima e si immagina che un proprio parente viva la stessa situazione si riesce veramente ad agire, a dare una mano al popolo iraniano. E adesso? Abbiamo oggi la possibilità, attraverso le tecnologie e gli strumenti che hanno specialmente gli Stati Uniti, di fare degli attacchi informatici ai centri di comando del regime, mettere in difficoltà le comunicazioni tra i Pasdaran e l’intelligence e tutte le strutture interne del regime”.
Cosa deve essere fatto per evitare ulteriori massacri?
“Ripristinare la possibilità degli iraniani di comunicare con l’estero. In secondo luogo, fare attacchi informatici, quindi mettere in difficoltà il regime, sequestrare i beni del regime all’estero, operare anche con le azioni diplomatiche, quindi espellere i rappresentanti della Repubblica islamica che sono nell’Unione europea. Sono tutti strumenti che inevitabilmente metterebbero in difficoltà il regime. E poi cercare di unire i leader occidentali su questa linea: se anche la vogliamo mettere su un altro piano, su quello economico ad esempio, immaginiamo un Iran libero. Noi sappiamo che l’Iran è un Paese ricchissimo di risorse minerarie, tra i primi nel mondo per gas, petrolio e anche rame, oltre ad altre risorse minerarie importanti e poi pensiamo invece a tutto il konw how che abbiamo noi in Italia o comunque all’estero, le infrastrutture e tutte le
collaborazioni che si possono fare. Ma dobbiamo fare presto: non c’è tempo, adesso già è tardi.
Noi dovremmo veramente dare un aiuto concreto. Lo possiamo fare con un’informazione giusta, attraverso le manifestazioni che ci saranno in questi giorni, ma anche attraverso un impegno a far muovere la politica e non solo quella nazionale. Io ci tengo a ribadire che non c’è colore politico. Io invito la maggioranza, l’opposizione, invito tutti a mobilitarsi. Stiamo parlando di diritti umani. E la Repubblica islamica è un pericolo per tutto il mondo non soltanto per il popolo iraniano”.
(da Fanpage)

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LA SICUREZZA E’ SOLO UNA SCUSA, COLPIRE IL DISSENSO E’ IL VERO OBIETTIVO DEL GOVERNO SOVRANISTA

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

ALTRO CHE MERITOCRAZIA, LE NOMINE DI AMICI SENZA QUALIFICHE DIMOSTRA IL VERO VOLTO DEL SOVRANISMO DEGLI SCAPPATI DI CASA

Il governo prosegue nella sua corsa verso il controllo del dissenso. Dopo il fondamentale decreto contro i rave party, che evidentemente imperversavano per tutta Italia arrecando danni gravissimi alle strutture fatiscenti e isolate in cui si ritrovano i partecipanti, siano passati al decreto sicurezza che introduce una specie di fattispecie di reati per coloro che protestano. Ed ora siamo ad una nuova ondata di provvedimenti restrittivi delle libertà ammantati dalla promessa di mantenere l’ordine e garantire ai cittadini città senza microcriminalità: l’ultimo caso di cronaca di ieri, il ragazzo accoltellato in una scuola a La Spezia, in realtà, dimostra che finora la ricetta securitaria serve solo alla propaganda e non risolve alcunché.
L’esempio americano è sempre lì ad orientare la nostra presidente del Consiglio la cui piaggeria nei confronti di Donald Trump sconcerta e imbarazza. Non una parola è venuta in merito dell’omicidio di una donna , indifesa e disarmata, freddata con spirito da killer da un membro dei nuovi squadroni della morte messi in giro per tutta l’America dal presidente.
Per l’omicidio del razzista Charlie Kirk si è arrivati all’insulto istituzionale di un minuto di silenzio nella nostra Camera, come se l’odio che seminava quel personaggio fosse pari alle parole di
pace del non-violento reverendo Martin Luther King. E poi perché non un minuto di silenzio per l’omicidio della povera Renee Nicole Good. Non era forse più meritevole di considerazione una donna che si preoccupava di difendere i diritti dei migranti dalle violenze di uno che disprezzava i neri perché non avevano un cervello come i bianchi e sosteneva che le condanne a morte dovrebbero essere veloci e trasmesse in televisione? Un ayatollah ad honorem
La deriva estremista del governo che non esita ad usare tutte le strade per penalizzare le amministrazioni di sinistra. Dopo aver ridisegnato la mappa dei comuni di alta collina e di montagna intitolati a ricevere contributi dello stato per escludere quelli dell’Appennino centrale dove governa la sinistra a favore di quelli alpini dove governa la destra, si è dedicata a scardinare i sistemi scolastici di queste regioni che sono tra i migliori d’Italia.
Ma che importa? L’obiettivo è un altro e ben chiaro. L’ottica in cui agisce questo governo è quella della partigianeria, dell’interesse di cordata e di clan. L’ondata di nomine di amici e camerati senza nessuna qualificazione (addirittura un concessionario di automobili di Frosinone chiamato al ministero della Cultura – forse per spirito futurista?) aveva già indicato qual era la direzione di marcia del governo. Altro che merito, come aveva detto la premier nel suo discorso di investitura. Siamo tornati ai tempi più cupi del clientelismo, e, inevitabilmente, dell’affarismo come questo giornale denuncia – inascoltato – ogni giorno. Ed è perfettamente in linea con questo clima lo scatenamento degli appetiti di una pletora di personaggi insediati nelle numerosissime authority, ai quali, poverini, non bastano i 225.000 euro stabiliti dal governo Renzi come tetto massimo degli emolumenti. Ha iniziato il miracolato Renato Brunetta il quale, invece di dover abbandonare l’inutile poltrona del Cnel, a suo tempo presa di mira dal referendum costituzionale del 2016, aveva avanzato l’ipotesi di un congruo aumento della propria indennità.
Sulle sue orme si è mosso il presidente dell’autorità sui Trasposti Nicola Zaccheo che ha portato la propria indennità a 311.000 euro. In effetti l’inflazione ha morso sul carrello della spesa, e magari anche sul costo dei biglietti ferroviari. Ultimo arrivato, Pasquale Stanzione, garante della Privacy, sul quale si sono accessi i fari della giustizia per malversazioni varie. Mentre i soldi per gli alti papaveri mulinano allegramente, il governo è piuttosto intento a varare altri provvedimenti liberticidi. Sta arrivando “il fermo di prevenzione”, la possibilità di trattenere in questura o in galera – non è chiaro – chi si presume possa commettere un reato. Siamo a Minority Report. Se uno ha una faccia un po’ così, come cantava Paolo Conte, allora lo si mette dentro. Come accadeva al mio bisnonno, in odore di anarchia – repubblicanesimo, quando un esponente della famiglia reale passava per la Romagna. Non hanno nulla da dire i difensori rocciosi delle libertà individuali? La piaggeria nei confronti della premier arriva a far cadere fette prosciutto davanti ai loro occhi. O, forse, sono a raccogliere vongole.
(da editorialedoma

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SERVIRE LO STATO O SERVIRSENE?

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

SERVIRE LA COMUNITA’ E’ UN ONORE E OCCORRE DIGNITA’, ETICA E SENSO DELLO STATO

Odio la retorica “anti-casta”, che è stata la nefasta base ideologica del populismo. Mi piacerebbe tanto, però, che la casta (ovvero: chi lavora alle dipendenze della Repubblica italiana) aiutasse a diradare i sospetti e le dicerie sul proprio conto.
Per esempio: le carte della Procura di Roma sulle attività dei membri del Garante della Privacy, sebbene soggette, come è ovvio, alle controdeduzioni degli avvocati difensori, non consentono di nutrire eccessive speranze sul rigore etico delle persone coinvolte: in teoria civil servants, servitori della comunità.
Sia ben chiaro: non ho niente contro le auto blu, considero ovvio che chi lavora per lo Stato sia, dallo Stato, equamente retribuito e degnamente assistito nelle sue attività. Ma il macellaio, santo cielo, me lo pago da solo, e dopo cinquant’anni di fortunato lavoro e di tasse felicemente versate (viva Padoa-Schioppa!) viaggio in economy perché la business, per me, è troppo cara.
Chiunque rivesta incarichi pubblici deve avere ben presente che vive di quattrini pubblici. E pretendere alberghi a cinque stelle da raggiungere in business class non dimostra una speciale preoccupazione in questo senso.
L’immoralità pubblica è dieci volte peggiore di quella privata. Non lede questo o quello, lede la comunità intera. Servire lo Stato non è facile, chiama fatica e pretende trasparenza. Bisogna sentirsi pronti. Sentirsi all’altezza.
Nel nostro Paese, duole dirlo ma va detto ugualmente, spesso si pensa che sia lo Stato che deve servire noi. Ed è da questo esiziale equivoco che dipende la maggior parte dei nostri mali: politici, culturali e morali.
(da Repubblica.it)

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IMMORAL SUASION

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

IL NOBEL DELLA PACE RIDOTTO A UNA CIALTRONATA

C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco.
Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso. Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.
Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i
processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.
La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.
(da La Notizia)

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È SOLO QUESTIONE DI TEMPO: VANNACCI È PRONTO A FARSI UN PARTITO SUO, PORTANDOSI VIA UN GRUPPO DI IRRIDUCIBILI MAL-DESTRI DALLA LEGA. IL VOTO DI IERI SUL DECRETO UCRAINA (CON DUE DEPUTATI DEL CARROCCIO CHE HANNO VOTATO CONTRO) HA RAPPRESENTATO LE PROVE GENERALI

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

IL GENERALE VIENE STIMATO INTORNO ALL’1-2%. POCO IN VALORI ASSOLUTI, MA MOLTO PESANTE PER UN PARTITO ALL’8% – L’AMORE CON I LEGHISTI “VECCHIO CONIO” NON È MAI SBOCCIATO

Nella cerchia di Matteo Salvini minimizzano lo strappo. Anzi, vista la consistenza della pattuglia di dissidenti sul decreto Kiev, intorno al leader lumbard si tira quasi un sospiro di sollievo. Della serie: quello che doveva essere uno scossone come sempre si è rivelato una fantasia.
Nei rumors di Palazzo, qualcuno addirittura ipotizzava la nascita a breve di un gruppo autonomo dei folgorati da Vannacci. Ma con 2-3 deputati arruolati finora, è un miraggio. Anche se ufficialmente il rapporto con il generale diventato vicesegretario viene definito «sereno» da entrambi i fronti, in realtà intorno al ministro dei Trasporti un po’ di insofferenza inizia a montare.
C’è una Lega che non si sente (e già prima non sentiva) in simbiosi con l’autore del Mondo al contrario. E adesso prende coraggio, prospetta un Carroccio diverso. Prova ne è il manifesto che sarà lanciato alla kermesse di Roccaraso, nella tre giorni dal 23 al 25 gennaio. Evento ufficiale di partito, messo su da Claudio Durigon e Armando Siri, salviniani di ferro. Tutti i ministri convocati, il leader ci sarà. Nella bozza di manifesto emerge una Lega assai distante da quella a tinte vannacciane. Liberale, quasi gentile. Nel testo, che è stato spedito a Salvini ed è dunque in attesa di visto del capo, si parla di immigrazione anche come forma di accoglienza, «accogliere significa assumersi responsabilità». E certo tutti devono rispettare le
regole, ma «servono ingressi programmati».
Vannacci dice che i gay non sono normali? Nel manifesto si legge che «tutte le forme di convivenza fondate sull’amore rappresentano il motore emotivo, educativo e sociale della comunità».
Nel paragrafo sulla guerra e sulla sicurezza, crociata di Salvini per il 2026, c’è un passaggio che non appare casuale: «Abbiamo bisogno di individui che alimentano lo spirito e non di generali che arruolano eserciti». Non c’è bisogno di generali.
È la nascita di un correntone? Siri ci scherza su: «Nessuna corrente, l’unica che ci serve è quella elettrica, soprattutto adesso che è inverno, il resto sono fantasie». L’ideologo della Lega poi però si fa serio: «Il manifesto è una base su cui confrontarci. Come è fisiologico possono esserci sensibilità diverse, ma abbiamo un segretario che fa benissimo la sintesi».
In effetti forse solo Salvini può riuscire a evitare che impazzisca la maionese. A tenere cioè insieme l’ala nordista che sta rialzando la testa, il corpaccione del partito del Sud e i vannacciani irrequieti.
Anche se le tensioni sul decreto Kiev lasciano strascichi. Il generale, che su X attacca pure Tajani, la racconta così: «I due no alla Camera? Sono stati coerenti, come me”
Il militare nega di ambire alla formazione di un gruppo parlamentare, «speculazioni». Ma non chiude alla fondazione di un suo partito più in là, ipotesi che preoccupa anche FdI: «Al momento non è in agenda, ma in futuro non escludo nulla».
(da agenzie)

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SI ERANO INGINOCCHIATI PER RISPETTO ALLE VITTIME DEL GENOCIDIO DI GAZA, ARRIVANO I PROVVEDIMENTO DISCIPLINARI PER I VIGILI DEL FUOCO DI PISA

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“CON LA DIVISA NON SI PUO’”: E DOVE STA SCRITTO?… SE LO AVESSERO FATTO PER GLI ISRAELIANI UCCISI DA HAMAS SCOMMETTIAMO CHE NON SAREBBERO STATI SANZIONATI?

È arrivata una contestazione disciplinare dal Viminale per Claudio Mariotti e altri nove Vigili del fuoco (sei dei quali toscani) che il 22 settembre scorso, a Pisa, durante la manifestazione sui lungarni nel giorno dello sciopero generale proclamato dalla Usb a sostegno della Global Sumud Flotilla e di Gaza, hanno osservato un minuto di silenzio inginocchiandosi.
Mariotti, pompiere da 38 anni – leva militare nel 1989, poi sei anni da discontinuo fino all’assunzione nel 1996 – e sindacalista Usb, racconta al Corriere della Sera che il gesto è stato compiuto «come portatori di buona volontà dell’Unicef», ricordando che il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco è ambasciatore Unicef grazie a un accordo rinnovato nel 2024 dal sottosegretario Prisco.
«Ci siamo inginocchiati per esprimere solidarietà alle vittime»
«Ci siamo inginocchiati per esprimere solidarietà alle vittime, in particolare ai bambini – spiega – anche perché sulla nostra uniforme portiamo la spilla Unicef e in questo genocidio sono morti migliaia di piccoli innocenti. Non c’è stata alcuna azione anticostituzionale. Eppure vengono colpiti dirigenti sindacali e lavoratori durante uno sciopero e una manifestazione pienamente legittimi».
La contestazione disciplinare riguarda la “forma” della partecipazione alla protesta, in particolare il fatto che il gesto sia avvenuto indossando la divisa. Secondo il Viminale, questo avrebbe «discreditato tutto il Corpo». Un’accusa che Mariotti respinge: «Abbiamo sempre rappresentato la nostra categoria nei luoghi di rivendicazione con i nostri dispositivi di protezione individuale, così come fanno i metalmeccanici con la tuta o i sanitari con il camice».
Cosa rischiano i vigili del fuoco?
Ora i Vigili del fuoco coinvolti rischiano sanzioni che vanno dalla sospensione con decurtazione dello stipendio fino, seppur in via remota, al licenziamento. I lavori della commissione disciplinare inizieranno il 29 gennaio con l’audizione di un pompiere di Roma, seguita da quelle degli altri colleghi. Il sindacato Usb annuncia battaglia e convoca per il 28 gennaio, alla vigilia delle audizioni, un convegno a Roma, nella sala Aci di via Marsala (ore 15), dal titolo: «Contro la repressione della libertà d’espressione e la militarizzazione del Corpo».
(da agenzie)

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