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GENNAIO, TEMPO DI MERCATO ANCHE TRA I PARLAMENTARI, LA CAMPAGNA ACQUISTI TUTTA INTERNA AL CENTRODESTRA: FORZA ITALIA (CORRENTE OCCHIUTO) POTREBBE PRESTO ACCOGLIERE MANLIO MESSINA, EX LUOGOTENENTE MELONIANO IN SICILIA

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

GLI AZZURRI SOFFIANO ANCHE ALLA LEGA DUE PARLAMENTARI, ATTILIO PIERRO E DAVIDE BERGAMINI. PERCORSO INVERSO PER LA DEPUTATA ANNARITA PATRIARCA… IL POSSIBILE RITORNO A “CASA” DI MICHELA VITTORIA BRAMBILLA E L’AVVICINAMENTO PERICOLOSO DEL “PISTOLERO” EMANUELE POZZOLO, ESPULSO DA FRATELLI D’ITALIA, AL GENERALE VANNACCI

Al via il calciomercato di “riparazione” nel centrodestra. L’anno inizia tra campagna acquisti e sgambetti tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Il primo schiaffone lo rifila Forza Italia alla Lega.
Due parlamentari, eletti nel Carroccio, Attilio Pierro e Davide Bergamini, salutano Matteo Salvini, passando al Gruppo Misto.
Ma si tratta solo di un parcheggio momentaneo. I due ex leghisti dovrebbero annunciare a breve l’adesione a Forza Italia. Chi di spada ferisce…Potrebbe, infatti, seguire la strada opposta la deputata Annarita Patriarca, messa ai margini nella gestione Tajani. La fine della legislatura non è lontana. Occorre capire cosa fare. Oltre alla Lega c’è l’opzione Fratelli d’Italia. A spingere per l’ingresso di Patriarca in FdI è il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli.
In Forza Italia si muove anche la corrente “in Libertà” di Roberto Occhiuto. Il primo arrivo sarà Manlio Messina, ex vicecapogruppo meloniano a Montecitorio. Potrebbe ritornare in FI, via Occhiuto, anche Michela Vittoria Brambilla.
In casa Lega, con il proprio movimento “Il Mondo al contrario”, è in piena attività il generale Roberto Vannacci che pare abbia strappato convinto Emanuele Pozzolo, il “pistolero” di Capodanno, espulso dal partito di Meloni
(da Domani)

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L’INCHIESTA SENZA PRECEDENTI SU JEROME POWELL FA RIVOLTARE I REPUBBLICANI: AL SENATO MONTA LA FRONDA DEL PARTITO CONTRARIA ALLE INTROMISSIONI SULL’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE IL SEGRETARIO AL TESORO, SCOTT BESSENT, FA SAPERE DI NON APPROVARE: “CREERÀ IL CAOS SUI MERCATI” … GLI EX PRESIDENTI DELLA FED ANCORA IN VITA RILASCIANO UNA DICHIARAZIONE CONGIUNTA DURISSIMA CONTRO TRUMP. E JANET YELLEN AGGIUNGE: “E’ LA STRADA VERSO LA REPUBBLICA DELLE BANANE”

Scott Bessent non approva l’indagine del dipartimento di Giustizia sul capo della Federal Reserve, Jerome Powell, e lo hafatto sapere a Donald Trump. Secondo Axios, il segretario al Tesoro ha detto al presidente che l’inchiesta rischia di “creare il caos” e danneggiare i mercati.
Ma le preoccupazioni di Bessent non sono solo di tipo finanziario. Il mandato di Powell scade a maggio ma il segretario sperava che se Trump avesse nominato un sostituto prima lui se ne sarebbe andato. Con l’indagine, ritiene Bessent, “Powell è irremovibile. Questo ha davvero complicato le cose”.
Tutti gli ex presidenti della Fed ancora in vita hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui criticano l’indagine penale a carico del presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell, affermando che l’iniziativa del Dipartimento di Giustizia è “inappropriata” per il Paese.
“L’indagine penale sul presidente della Federal Reserve, Jay Powell, rappresenta un tentativo senza precedenti di utilizzare azioni giudiziarie per minare tale indipendenza”, si legge nella dichiarazione, firmata anche da altri ex leader economici statunitensi.
Inizio di fronda repubblicana al Senato contro l’inchiesta del dipartimento di giustizia nei confronti del presidente della Fed Jerome Powell. Il senatore repubblicano statunitense Thom Tillis, membro della Commissione bancaria del Senato che valuta i candidati presidenziali per la Fed, ha affermato che la minaccia di incriminazione mette in discussione “l’indipendenza e la credibilità” del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
Tillis, che non si ricandida quest’anno, ha dichiarato che si opporrà a qualsiasi candidato di Trump alla Fed, incluso chiunque venga nominato per succedere a Powell alla guida della banca centrale, “fino a quando questa vicenda legale non sarà completamente risolta”.
La senatrice Lisa Murkowski ha annunciato il suo sostegno al piano del collega repubblicano: “I rischi sono troppo elevati per voltarsi dall’altra parte: se la Federal Reserve perde la sua indipendenza, la stabilità dei nostri mercati e dell’economia nel suo complesso ne risentiranno”, ha scritto su X.
Un’iniziativa accolta negativamente dai mercati e che rischia di minare l’indipendenza della Fed, allargando ulteriormente quel potere esecutivo che The Donald sta usando in modo sempre più abnorme, secondo i suoi detrattori.
In un videomessaggio Powell ha reagito subito con toni durissimi: “Nutro un profondo rispetto per lo Stato di diritto e per la responsabilità nella nostra democrazia. Nessuno — certamente non il presidente della Federal Reserve — è al di sopra della legge. Ma questa azione senza precedenti dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle pressioni continue dell’amministrazione” per tassi di interesse più bassi e, più in generale, per una maggiore influenza sulla Fed, ha spiegato.
“Questa nuova minaccia non riguarda la mia testimonianza dello scorso giugno né la ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve. Non riguarda il ruolo di supervisione del Congresso … Quelli sono pretesti. La minaccia di accuse penali è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve stabilisce i tassi di interesse sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che serve all’interesse pubblico, anziché seguire le preferenze del presidente”
“E’ la strada verso la Repubblica delle banane”, ha sentenziato Janet Yellen, ex presidente della banca centrale americana e poi segretario al Tesoro con Biden. Condanna anche dai dem e inizio di fronda repubblicana al Senato, dove Thom Tillis, membro della Commissione bancaria che valuta i candidati presidenziali per la Fed, ha annunciato che si opporrà a qualsiasi nomina di Trump, incluso chiunque venga nominato per succedere a Powell alla guida della banca centrale, “fino a quando questa vicenda legale non sarà completamente risolta”.
La senatrice Lisa Murkowski ha promesso sostegno al piano del collega repubblicano. Secondo Jan Hatzius, capo economista di Goldman Sachs, “è evidente che ora ci sono maggiori preoccupazioni sul fatto che l’indipendenza della Fed sia sotto attacco”.
Wall Street per ora ha reagito con prudenza e, dopo un’apertura in calo, ha recuperato e proseguito contrastata, con il Dow Jones in lieve rosso e gli altri due indici in positivo. Ma altri indicatori sono negativi: l’oro e l’argento hanno raggiunto un massimo storico, il dollaro è sceso e i rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni sono saliti.
(da agenzie)

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QUANDO LA POLARIZZAZIONE DIVENTA INSOPPORTABILE, GLI ELETTORI SCAPPANO AL CENTRO: IL 45% DEGLI STATUNITENSI ORA SI DEFINISCONO “INDIPENDENTI”

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

È UN CAMBIAMENTO EPOCALE RISPETTO A 20 ANNI FA, QUANDO SOLO UN TERZO DEI CITTADINI DICEVA DI NON VOLERSI SCHIERARE NÉ CON I DEMOCRATICI NÉ CON I REPUBBLICANI… CON TRUMP CHE STA RIVOLTANDO LA DEMOCRAZIA COME UN CALZINO E L’OPPOSIZIONE DEM CHE SI STA RADICALIZZANDO VERSO SINISTRA, SEMPRE PIÙ PERSONE NON SI SENTONO RAPPRESENTATE DAGLI SCHIERAMENTI TRADIZIONALI

Aumentano gli indipendenti negli Stati Uniti. Secondo l’ultimo sondaggio Gallup, infatti, poco meno della metà, il 45%, si definisce tale. Un cambiamento notevole rispetto a 20 anni fa, quando solo un terzo dei cittadini Usa diceva di non volersi schierare ne’ con i democratici ne’ con i repubblicani. Stando alla rilevazione, gli indipendenti crescono negli Stati Uniti per via dell’insoddisfazione nei confronti del partito al potere. I giovani, in particolare, sono i più ostili ai partiti tradizionali. Più della metà della generazione Z e dei millennial si identifica come indipendente.
(da agenzie)

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FINALMENTE QUALCUNO CHE NON INDIETREGGIA DI FRONTE AL BULLISMO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP: IL SENATORE DEMOCRATICO MARK KELLY, VETERANO DECORATO DELLA MARINA ED EX ASTRONAUTA, FA CAUSA AL SEGRETARIO DELLA DIFESA, PETE HEGSETH, ACCUSANDOLO DI AVER VIOLATO LA COSTITUZIONE

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

HEGSETH AVEVA CERCATO DI SANZIONARE KELLY PER UN VIDEO, IN CUI ESORTAVA IL PERSONALE MILITARE A RIFIUTARE ORDINI CHE RITENEVANO ILLEGALI

Il senatore dem Mark Kelly ha intentato causa contro il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo di aver violato la Costituzione per aver cercato di sanzionarlo a causa di un video in cui esortava il personale militare e dei servizi segreti statunitensi a rifiutare ordini illegali
La causa, che vede come imputati Hegseth, il Dipartimento della Difesa, il Segretario della Marina John Phelan e il dipartimento da lui diretto, afferma che le loro azioni “violano numerose garanzie costituzionali e non hanno fondamento giuridico. Non dovrebbero pertanto avere seguito”.
Kelly, veterano decorato della Marina ed ex astronauta, ha chiesto alla corte di dichiarare “illegale e incostituzionale” la lettera di censura inserita nel suo fascicolo, così come i tentativi di ridurre potenzialmente il suo grado militare in pensione e, di conseguenza, la sua pensione.
(da agenzie)

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IL PRESIDENTE DI +EUROPA E RADICALI, È STATO AGGREDITO, A ROMA, DURANTE LA MANIFESTAZIONE INDETTA DAI TASSISTI (CHE OGGI SCIOPERANO PER NON SI SA QUALE RAGIONE, VISTO CHE SONO LA LOBBY PIU’ TUTELATA D’ITALIA)

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

HALLISSEY HA PROVOCATO GLI AUTISTI MOSTRANDO, IN PIAZZA, LA COSA CHE PIÙ ODIANO: CIOÈ IL POS, CHE NON GLI PERMETTE INCASSARE A NERO … A QUEL PUNTO È SUCCESSO IL FINIMONDO: I MANIFESTANTI LO HANNO RINCORSO URLANDO “PEZZO DI MERDA”…ESILARANTE CHE SE LA PRENDANO CON LA MELONI DOPO CHE L’HANNO VOTATA IN MASSA

“Abbiamo deciso di manifestare pacificamente insieme a Ivan Grieco contro lo sciopero nazionale taxi indetto dalla categoria oggi mostrando cartelli con scritto ‘basta lobby’ e con dei pos da offrire agli stessi tassisti. È inconcepibile che una delle lobby più tutelata d’Italia protesti chiedendo ancora più privilegi, scagliandosi contro le multinazionali invece di prendere atto della sostanziale assenza di concorrenza e degli enormi disservizi provocati ai cittadini – per non parlare dei redditi dichiarati bassissimi.
La risposta è stata un’aggressione pesantissima da parte dei tassisti che hanno sfondato la piazza e tentato di superare le forze dell’ordine per raggiungerci tra sputi e calci. La dimostrazione ancora una volta che non possiamo continuare a tutelare questa lobby vergognosa ai danni dei cittadini”. Lo afferma Matteo Hallissey presidente di +Europa e Radicali.
La protesta dei tassisti, nel giorno dello sciopero nazionale, arriva davanti alla sede del Parlamento. Con esplosione di petardi, slogan contro la premier Meloni definita ‘l’americana’. E tensioni quando Matteo Hallisey, presidente di +Europa e dei Radicali italiani, è arrivato in piazza Montecitorio con un pos in mano contro la schiavitù della “lobby” dei taxi.
La situazione appare sotto controllo ma resta tesa e la piazza davanti a palazzo Chigi è stata chiusa. “Le Iene uguale Mediaset. Forza Italia amici di banche e multinazionali “, si legge su un altro cartello.
(da agenzie)

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LO STRANO CASO DEL “GIOIELLINO” DELL’INDUSTRIA MILITARE ITALIANA CON I CONTI IN ROSSO: LA PROCURA DI ROMA HA APERTO UNA FASCICOLO SU “TEKNE”, AZIENDA ABRUZZESE SPECIALIZZATA NELLA PRODUZIONE DI BLINDATI MILITARI CHE, NONOSTANTE LE RICCHE COMMESSE PUBBLICHE, HA PERDITE PER 32 MILIONI DI EURO

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

TRA IL 2019 E IL 2022 HA AVUTO CONTRATTI CON LA DIFESA PER 12 MILIONI E NEL 2024 È ENTRATO NEL PROGRAMMA DA 200 MILIONI DI POTENZIAMENTO DEI MEZZI DELLE FORZE SPECIALI DELL’ESERCITO, GUIDATE DAL CAPO DI STATO MAGGIORE CARMINE MASIELLO … “DOMANI”: “PERCHÉ NONOSTANTE LE ‘CRITICITÀ GESTIONALI’ E I DEBITI CON BANCHE E ALTRI CREDITORI, TEKNE CONTINUA A OTTENERE FONDI PUBBLICI? COSA SI NASCONDE DIETRO AL BUSINESS DELL’AZIENDA CHE NON RIESCE A SUPERARE LA CRISI?”

Da un lato gli affidamenti diretti e le commesse milionarie ottenute nel corso del tempo. Dall’altro le procedure relative alle possibili acquisizioni da parte di grandi aziende. Sono numerosi gli aspetti che i pm di Roma stanno accertando su Tekne, l’azienda abruzzese specializzata nella produzione di autobus, blindati militari e camion.
La procura capitolina ha infatti aperto un fascicolo d’indagine sulla spa i cui bilanci in rosso, come raccontato ieri da Domani, non ne hanno bloccato gli affari.
L’esposto
L’inchiesta è partita da un esposto, depositato sulle scrivanie dei magistrati romani, che descriveva un quadro dei conti economici della spa che, nonostante difficoltà finanziarie, continuava (e continua) a fare incetta di commesse da parte di regioni, comuni e altri enti pubblici. Timori sui conti di un gioiellino della nostra industria militare che sarebbero circolati anche all’interno del ministero della Difesa, che segue da vicino le vicende della società.
Ministero con cui Tekne, dal 2019 fino al 2022, tramite il segretariato generale della Difesa e la Direzione nazionale degli armamenti, ha sottoscritto contratti per un valore complessivo di 12 milioni. Negli anni successivi al 2022, tuttavia, la collaborazione è scemata: ad agosto 2025 l’azienda ha ottenuto un affidamento diretto di soli 30mila euro per la fornitura di materiale tipografico dal dicastero di via XX Settembre.
Non è stato così con l’Esercito, guidato dal capo di Stato maggiore Carmine Masiello. Solo nel 2024 Tekne, fondata nel 2002, è riuscita a entrare nel programma da 200 milioni di potenziamento dei mezzi della Brigata paracadutisti Folgore e delle Forze speciali dell’esercito, oggi guidato sempre dal generale Masiello
«Il programma permetterebbe di consolidare la posizione industriale della società Tekne con attesi impatti positivi sull’occupazione in un settore altamente specializzato», si legge nella determina di due anni fa. Un atto che, a vedere l’ultimo bilancio, non sembra però aver migliorato le sorti dei conti.
Il bilancio
«Perdite pari a 32,7 milioni» e un volume d’affari «sceso a euro 33,6 milioni rispetto ai 50,9 milioni del 2023», dicono i documenti presentati da Tekne. E poi «inefficienze operative, disallineamenti temporali nei flussi finanziari e un progressivo incremento dell’esposizione debitoria».
Perché, dunque, nonostante le «criticità gestionali» e i debiti con le banche e gli altri creditori, Tekne continua a ottenere fondi pubblici? Cosa si nasconde dietro al business dell’azienda che non riesce a superare la crisi? Le bocche, da parte di chi sta indagando da molto tempo, sono cucite.
La compravendita
Socio di maggioranza e amministratore delegato di Tekne è Ambrogio D’Arrezzo, imprenditore abruzzese che ha affari anche nel settore del turismo. È, ad esempio, amministratore unico di Compagnie delle isole srl, con sede legale a Olbia, in Sardegna. La srl, tra le altre cose, gestisce la costruzione e la vendita di immobili.
Proprio D’Arrezzo sperava di migliorare la situazione della sua azienda in crisi vendendola all’estero: all’americana Nuburu, che l’imprenditore, descritto come assiduo frequentatore dei salotti romani, aveva individuato come partner perfetto per rilanciare la società.
L’affare sembrava fatto. Ma su Tekne, ad agosto scorso, l’esecutivo Meloni ha esercitato il golden power e con un decreto ad hoc ha detto no alla cessione del 70 per cento agli americani, in nome del made in Italy da preservare e dell’«interesse strategico nazionale».
A golden power esercitata, la crisi aziendale tuttavia resta aperta. Da qui la nuova strategia del governo, che sta valutando l’ingresso attraverso Invitalia o insieme a un’altra azienda nazionale. La partita è aperta e in mano al ministero del Made in Italy e delle imprese guidato da Adolfo Urso, dove si stanno tenendo riunioni e confronti. La spa, che solo l’anno scorso ha chiuso la composizione negoziale della crisi con gli istituti bancari e gli altri creditori, verrà salvata? Di certo, l’inchiesta
che la riguarda potrebbe svelare nuovi elementi sul suo conto.
(da Domani)

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DAL GIUSTIZIALISMO GRILLINO AL SOVRANISMO DELLA DUCETTA: GIORGIA MELONI ARRUOLA PIETRO DETTORI, EX BRACCIO DESTRO DI BEPPE GRILLO E GIANROBERTO CASALEGGIO, PER LA CAMPAGNA ELETTORALE DEL SÌ AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

DETTORI È STATO PER ANNI SUPERVISORE DEL BLOG DELLE STELLE E UNO DEGLI ARCHITETTI DELLA COMUNICAZIONE GRILLINA, PER POI DIVENTARE CONSULENTE DI LUIGI DI MAIO ALLA FARNESINA. ALLORA, PER IL SUO INCARICO, FINÌ NEL MIRINO DEI PARLAMENTARI DI FRATELLI D’ITALIA. CHE ORA LO CHIAMANO COME RESPONSABILE DELLA CAMPAGNA DIGITAL E SOCIAL DEL COMITATO PER IL SÌ

Giorgia Meloni arruola anche l’ex punta di diamante della comunicazione del Movimento 5 stelle per la campagna elettorale del Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Sta prendendo forma la macchina elettorale del comitato (FdI) in vista del voto.
L’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti sarà portavoce del comitato. Ma la novità è l’arrivo in squadra di Pietro Dettori, già braccio destro di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.
È stato per anni supervisore del blog delle Stelle.
Ora al fianco di Meloni sarà responsabile della campagna digital e social del comitato per il Sì, in accoppiata con il meloniano Andrea Moi, responsabile comunicazione di FdI. Dettori è stato inoltre in passato consulente (ben pagato) dell’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Finendo proprio nel mirino dei parlamentari FdI. Ma i tempi cambiano.
(da Domani)

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ALBERTO TRENTINI STAVA PER ESSERE LIBERATO A OTTOBRE, MELONI FECE SALTARE TUTTO: IL DITTATORE VENEZUELANO CHIEDEVA ALL’ITALIA DI PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E DISCONOSCERE LA POSIZIONE AMERICANA SU CARACAS, COME FECE MACRON

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA LIBERAZIONE È POI ANCORA SLITTATA PER UNA SERIE DI “SCIATTERIE” E SCIVOLONI. L’ULTIMO È LA TELEFONATA DI MELONI A MARIA CORINA MACHADO, PRIMA C’ERA STATA LA DICHIARAZIONE CON CUI SI DEFINIVA “LEGITTIMO” L’INTERVENTO USA … DAL VATICANO A ZAPATERO, LULA E PERFINO BOBO CRAXI: TUTTI I “MEDIATORI”

All’inizio la moneta di scambio pretesa da Nicolás Maduro era l’ex ministro chavista Rafael Dario Ramirez, già responsabile dell’Economia e del Petrolio tra il 2002 e il 2014 e presidente della compagnia statale per l’estrazione del greggio, poi ministro
degli Esteri e rappresentante del suo Paese presso l’Onu. Battaglia persa in partenza. Dopo essere diventato un oppositore del successore di Chavez, infatti, Ramirez è riparato in Italia: nel 2020 il Venezuela ne ha chiesto l’estradizione, ma nel 2021 lui ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Niente rimpatrio, quindi.
A quel punto Caracas ha avviato una partita giudiziaria italiana, tramettendo alla Procura di Roma carte che hanno fatto aprire un procedimento penale a suo carico con l’accusa di peculato e riciclaggio per presunti investimenti con denaro di provenienza illecita, ma a maggio 2024 i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione. Accordata dal giudice a settembre.
Nel frattempo, a luglio Maduro era stato rieletto presidente per la terza volta, con elezioni contestate dall’opposizione e non riconosciute da gran parte dei Paesi occidentali, e a novembre 2024 — due mesi dopo il mancato processo a Ramirez — in Venezuela sono stati arrestati Mario Burlò e Alberto Trentini. A tre giorni di distanza l’uno dall’altro, senza accuse formali.
Di fatto un doppio sequestro come ritorsione per la protezione concessa all’ex ministro divenuto nemico del regime.
Il lavoro diplomatico e di intelligence sulla sorte dei due detenuti-ostaggi ha reso subito chiaro che cosa voleva in cambio il governo venezuelano, ma c’era l’ostacolo insormontabile di una magistratura indipendente che aveva già preso le sue decisioni. Non più revocabili o aggirabili.
Così le richieste mediate dai servizi di sicurezza si sono spostate sul piano politico: il riconoscimento italiano del governo Maduro.
L’informazione decisiva arriva nella serata di venerdì 9 gennaio. Dal Venezuela fanno sapere che lo spazio aereo può essere aperto, che un aereo italiano può atterrare a Caracas per riportare a casa i prigionieri.
È il segnale che a Roma aspettavano da mesi. Non una promessa, ma qualcosa che le assomiglia abbastanza da far capire che stavolta potrebbe essere davvero quella buona.
Poche ore prima si era consumato il passaggio più delicato. Tra le 9.30 e le 10.30 di venerdì, a Palazzo Chigi arriva una valutazione chiara: la presidentessa Delcy Rodríguez non ha preso bene la telefonata di Giorgia Meloni a María Corina Machado. A Caracas è stata letta come un atto ostile.
La tensione è risalita, il dossier Trentini rischia di bloccarsi ancora una volta. È a quel punto che la presidente del Consiglio, d’accordo con il sottosegretario Alfredo Mantovano decide di cambiare passo. Viene scritta una nota che, nei fatti, offre il riconoscimento al governo venezuelano. È ciò che dall’inizio Caracas chiedeva. Ed è quello che di fatto dà il via all’operazione «Trentini libero».
Non basta subito a sciogliere tutto. Anche perché una situazione molto simile si era già verificata a fine ottobre. Repubblica è in grado di raccontare che, dopo il patteggiamento di Alex Saab — l’ex ministro venezuelano imputato in Italia per riciclaggio, reato per il quale ha patteggiato una pena insieme con la moglie — tutto sembrava pronto per la liberazione di Alberto Trentini.
I venezuelani avevano predisposto i passaggi operativi. Poi, all’ultimo momento, era intervenuto Nicolás Maduro in persona, bloccando tutto. Aveva avanzato richieste, con tanto di bozza di comunicati, che in quel frangente erano giudicate impossibili da accettare: si chiedeva all’Italia di prendere le distanze da Donald Trump, che in quei giorni aveva cominciato ad attaccare duramente il Venezuela
Si chiedeva all’Italia di disconoscere la posizione degli Stati Uniti, come in parte aveva fatto la Francia di Macron, che non a caso ottenne in quelle ore la liberazione di un prigioniero. Meloni, invece, resta sulla linea degli Usa.
Dopo la caduta di Maduro, Antonio Tajani — che con Maduro aveva avuto in passato rapporti difficili e che dal regime venezuelano aveva ricevuto anche minacce personali — chiede che vengano riaperti tutti i canali. Si rivolge al segretario di Stato americano Marco Rubio. È in quel contesto che il nome di Trentini viene inserito nella lista dei prigionieri da «liberare».
Nel frattempo si muovono altri livelli. Ha un ruolo importante l’ex ambasciatore venezuelano Rafael Lacava, oggi governatore dello stato di Carabobo, che in passato aveva lavorato come mediatore con Maduro e che vanta un rapporto diretto con Rodríguez.
Si cercano tutti coloro che hanno sponde in Venezuela. Bobo Craxi, per esempio, forte di vecchi rapporti con gli uomini di Maduro dai tempi dell’Expo. Si aprono i canali dell’intelligence: l’Italia si rivolge a servizi stranieri in buoni rapporti con Caracas per creare un ponte che viene costruito.
Capiscono che, caduto Maduro, è venuto meno il veto. Ci sono abboccamenti con José Luis Rodríguez Zapatero. Il presidente brasiliano Lula si muove in autonomia e spiega agli amici venezuelani che Trentini è ormai «un prigioniero globale», che
la sua liberazione può rappresentare un cambio di credibilità del Venezuela nello scenario internazionale. Si attiva anche la diplomazia ecclesiastica: in tanti si occupano del dossier senza passaggi risolutivi ma con una presenza costante.
In mezzo a questo groviglio di fatti va registrata una lista di «sciatterie», come le definiscono fonti vicine al dossier, o forse meglio veri e propri scivoloni che hanno causato non pochi intoppi in questa vicenda.
La telefonata di Meloni a Machado è solo l’ultimo. C’è stata la dichiarazione con cui si definiva «legittimo» l’intervento Usa, circostanza che tra l’altro ha causato anche mal di pancia nella maggioranza, con la Lega assai perplessa.
Ma andando indietro nel tempo, prima c’erano state dichiarazioni durissime contro il Venezuela, alle quali poi si è cercato di porre rimedio con altri interventi riparatori — per esempio dei sottosegretari agli Esteri Cirielli e Silli — ma tardivi. Nel percorso che ha portato alla liberazione di Alberto Trentini tutto viene registrato, tutto ha pesato. E l’aereo che ieri notte è partito da Caracas ne è il più felice finale.
(da Corriere della Sera e Repubblica)

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IRAN, LA DENUNCIA DELL’OPPOSIZIONE: “12.000 MANIFESTANTI UCCISI”. PER IL REGIME SONO 2.000, ONU: “INORRIDITI”

Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA CONDANNA DELLA UE

“Almeno 12mila persone, molte under 30, sono state uccise” nelle proteste in Iran. A riportarlo è Iran International, in quello che la testata di opposizione basata a Londra definisce “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio”.
La stima del comitato editoriale di Iran International si basa “su un’analisi esclusiva di fonti e dati medici” e la sua diffusione è stata “ritardata fino alla convergenza delle prove”: è stata fatta su un’analisi in più fasi di notizie da più fonti, “tra cui una vicina al Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale”.
Le vittime secondo il regime
Un funzionario iraniano ha riferito invece alla Reuters che sarebbero circa 2mila le persone uccise nelle proteste, precisando che nel bilancio sono compresi anche membri delle forze di sicurezza e attribuendo le morti all’azione di “terroristi”. Le ultime stime dell’ong statunitense Human Rights Activists News Agency riferivano di almeno 646 vittime, ma il blackout di internet che da giorni colpisce il Paese rende difficile ottenere dati completi e verificare in modo indipendente le informazioni.
Le reazioni internazionali
La repressione provoca la dura condanna internazionale. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha detto di essere “inorridito”: “L’uccisione di manifestanti pacifici deve cessare ed è inaccettabile etichettare i manifestanti come ‘terroristi’ per giustificare la violenza contro di loro”, ha affermato in una dichiarazione.
E il cancelliere tedesco Friedrich Merz dichiara: “Quando un regime si mantiene al potere soltanto con la violenza è di fatto alla fine. Io ritengo che stiamo assistendo alle ultime giornate e alle ultime settimane di questo regime”.
Dura anche la presa di posizione della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che su X scrive: “Il crescente numero di vittime in Iran è terrificante. Condanno inequivocabilmente l’uso eccessivo della forza e le continue restrizioni della libertà. L’Unione Europea ha già inserito l’intero Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica nel suo regime di sanzioni per violazione dei diritti umani. In stretta collaborazione con l’Alta rappresentante Kaja Kallas saranno rapidamente proposte ulteriori sanzioni ai responsabili della repressione. Siamo al fianco del popolo iraniano che sta coraggiosamente marciando per la propria libertà”.
(da agenzie)

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