Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
PISTARELLI, ESPONENTE DI CENTRODESTRA CHE HA LAVORATO CON ACQUAROLI FINO A DICEMBRE 2025, È ACCUSATO DI CORRUZIONE… LE FIAMME GIALLE HANNO SEQUESTRATO IN TOTALE BENI PER CIRCA 57 MILIONI DI EURO
C’è anche l’avvocato maceratese Fabio Pistarelli, ex capo di Gabinetto del presidente
della giunta regionale delle Marche Francesco Acquaroli (fino a dicembre 2025), tra gli otto arrestati dalla Finanza di Ancona nell’inchiesta su appalti pubblici per ricostruzione post sisma: il legale, esponente del centrodestra, nel cui studio è stata eseguita una perquisizione, è accusato di corruzione nel filone d’inchiesta sull’affidamento di appalti; l’altro, che non riguarda Pistarelli, riguarda subappalti ad aziende infiltrate da criminalità.
Arrestato anche il costruttore Enrico Crucianelli, per associazione esterna di stampo mafioso.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
DALLA RABBIA PER UN FUTURO SEMPRE PIU’ INCERTO ALLE CONTRADDIZIONI DI UNA CITTA’ CHE ESPELLE CHI NON PUO’ PERMETTERSELA… LE RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA
Delle proteste avvenute a Milano il 17 e 18 ottobre si è detto tutto e il contrario di tutto: c’è chi ha parlato di violenze incontrollate per mano di giovanissimi e inconsapevoli maranza, chi della necessità di regolamentare TikTok – luogo sul quale sembrano essere state organizzate le sommosse – e chi dell’importanza di distinguere le proteste pacifiche di sabato, nate da richieste precise, dalla devastazione ingiustificata del giorno seguente. La realtà è che le une e le altre sono accomunate da una sensazione molto diffusa fra i giovanissimi: quella di sentirsi impotenti e arrabbiati di fronte alla precarietà del proprio futuro. E la violenza, spesso, diventa l’effetto collaterale di questa rabbia generazionale.
Cos’è “Italia in Piazza” e com’è nato il gruppo di Milano
In un’intervista a Open, Gaia, 16 anni e tra gli organizzatori della piazza di Milano, racconta com’è nata l’idea di Italia in Piazza: «L’iniziativa è partita in maniera molto indipendente da una ragazza di Roma, Ludovica, che ha voluto creare una community facendo girare le informazioni sui social come TikTok e Instagram. Confrontandoci, abbiamo organizzato i gruppi nelle varie città e poi stilato una lista di motivi principali per cui volevamo manifestare: il carovita, le condizioni scolastiche, la sanità inaccessibile, stipendi e affitti fuori controllo».
Gaia spiega anche la decisione di organizzare un corteo apartitico, pacifico e aperto a tutti, che oltre agli studenti ha coinvolto lavoratori e insegnanti. «La rabbia ce l’avevamo dentro anche noi, ma la violenza è nata in un altro modo. Il corteo è partito da Piazza Duomo» racconta «ed eravamo molto carichi». Poi, aggiunge, alla manifestazione si sono uniti altri gruppi che sono stati coinvolto in seguito negli scontri con la polizia.
Una convocazione anonima e collettiva
La realtà è che la manifestazione di Italia in Piazza si è trasformata in un agglomerato di richieste e rivendicazioni, alcune anche inconsapevoli. Ha coinvolto gruppi di ragazzi scollegati, senza appartenenze politiche o ideologiche, senza premeditazione e senza una regia. C’era però un sentimento che li accomunava tutti: la stanchezza e il bisogno di reagire. Un redattore di Milano in Movimento (MiM) – una piattaforma indipendente che racconta le cronache milanesi dando voce ai movimenti sociali, ai collettivi studenteschi e ai centri sociali autogestiti – spiega a Open: «Queste manifestazioni sono il frutto di una convocazione anonima e collettiva; non appartenevano necessariamente a un’unica rivendicazione e interrogarsi sull’organizzazione locale delle proteste non ha neanche senso. La verità è che c’erano un po’ tutti. Il collante generazionale è sicuramente l’opposizione al governo attuale, che di fatto ha peggiorato le condizioni di vita di tutti. Credo ci sia stata una condivisione del substrato culturale a partire dalle grandi mobilitazioni per Gaza, che sono state la prima grande rottura del consenso di questo governo».
Le rivendicazioni
Il carovita, i salari fermi da 30 anni, la mancanza di fondi per la scuola, il nuovo decreto legge che limita il numero di studenti stranieri in ogni classe, l’ascensore sociale bloccato, il riarmo dell’Europa e la crisi umanitaria in Palestina: sono solo parte delle rivendicazioni che animano le piazze. Alcune le accomunano con quelle esplose in Francia, Serbia, Spagna, Brasile, Cile e India: tutte, però, raccontano di una generazione spossata. Francesco, insegnante di una scuola secondaria di secondo grado nella periferia milanese, parla di un mondo «che tradisce quotidianamente le sue promesse: cresci dicendo che diventerai un calciatore o un rapper e poi non diventi nulla di tutto questo».
«A scuola entro ogni giorno in contatto con questi ragazzini che vivono una vita spesso dissociata, sono pieni di difficoltà e di rabbia di cui non capiscono la provenienza. Molti vivono in famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, con case o lavori precari e situazioni a volte di violenza. Le seconde generazioni hanno traumi intergenerazionali derivati dalla migrazione. Ci sono dinamiche completamente sommerse che sono la sostanza emotiva e affettiva di questa generazione. Quando vedi una ribellione altrove ti ci riconosci perché vorresti esprimere la tua di rabbia, anche in modo gioioso ed entusiasta. Una delle caratteristiche della Francia non è solo l’occupazione delle strade o gli elementi estetici come il fuoco, ma è anche la gente che fa le aura battle, balla di fronte alla polizia. Sanno benissimo cosa stanno facendo: vogliono fare la rivoluzione. Esprimono una rabbia che vorrebbe ribaltare la società attraverso l’entusiasmo che finalmente libera dalla sofferenza, dall’oppressione, dalla repressione».
Una violenza che va analizzata
Fermarsi a un’analisi sterile delle violenze avvenute a Milano risulta – secondo chi ha partecipato – riduttivo e fine a se stesso. «Milano è la città più europea d’Italia» conclude Milano in Movimento «cioè quella in cui il progetto neoliberista di svuotamento delle città, di costruzione di città-vetrina per il turismo di lusso ha avuto le conseguenze maggiori. C’è uno svuotamento del centro, che è diventato ricchissimo, mentre le persone vengono espulse nelle periferie e non possono più attraversare il centro perché è pieno di zone rosse con poteri di polizia più pesanti (zone inaccessibili per i prezzi e dove i controlli sono maggiori, ndr). Le case costano tantissimo e gli scandali immobiliari hanno mostrato la contraddizione di una città completamente privatizzata. Le proteste sono nate dalla rabbia spontanea dell’esperienza: queste persone esperiscono l’esclusione ogni giorno, e le persone razzializzate molto di più». Parlando con alcuni di loro, emerge la paura che sta nascendo dentro questi ragazzi: quella di essere lasciati indietro, di non avere un futuro davanti a sé.
(da Open)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IN CENTINAIA IN PIAZZA DELLA SCALA CON I SINDACATI, IN 20 AL PRESIDIO IN VIA TORINO DEI SEGUACI DEL GENERALE (CHE E’ RIMASTO A BRUXELLES)
A meno di una settimana dagli scontri, a Milano tornano le mobilitazioni di piazza. Due
per l’esattezza, unite dallo stesso messaggio (dire “no” alle proteste violente dello scorso weekend) ma promosse da due sigle che in comune non hanno proprio nulla. Da una parte c’è la Cgil, promotrice di un presidio in piazza della Scala «per la coesione sociale». Dall’altra Futuro Nazionale, il partito politico di estrema destra fondato da Roberto Vannacci, che ha messo in piedi un presidio di solidarietà ai commercianti di via Torino, una delle vie più coinvolte dai saccheggi e dagli scontri con le forze dell’ordine.
Il presidio-flop dei Vannacciani in via Torino
Il primo presidio è quello dei “futuristi”, che si danno appuntamento alle 18 in via Torino, proprio a pochi passi da alcune delle vetrine infrante dai manifestanti. Il generale Roberto Vannacci, però, non c’è.
«In questo momento è a Bruxelles, ma è sempre nei nostri cuori», prova a stemperare un esponente di Futuro Nazionale (FnV). Ma ad ascoltarlo c’è ben poca gente: in tutto saranno una quarantina le persone presenti al presidio, venti senza contare i giornalisti.
«È inaccettabile che giovani ragazzi pensino di distruggere, dare fuoco e rubare a Milano», ci spiega Luca Bernardo, ex candidato sindaco del centrodestra alle ultime comunali e oggi consigliere per FnV. «Noi siamo vicini alle forze dell’ordine, ai negozianti e a quei milanesi silenziosi che non si sentono, non protestano, ma cercano di lavorare tutte le mattine e far andare meglio Milano», aggiunge il medico ex Forza Italia.
Il presidio di Futuro Nazionale in via Torino, a Milano
In piazza della Scala, a meno di un chilometro di distanza dai Vannacciani, c’è l’altro presidio del giorno, quello indetto dalla Cgil e allargato ad altre sigle come Anpi e Arci. «Siamo qui per mettere i nostri corpi in piazza a dire che l’interpretazione che dà la destra di ciò che è successo è sbagliata. Quando alle nuove generazioni non si prospetta un futuro, le si lasciano senza speranza. Invece questa è la piazza della speranza», ci spiega Luca Stanzione, segretario generale della Cgil Milano. E la risposta del governo con il decreto sicurezza? «Parziale e insufficiente. Dov’era il governo quando continuavamo a dire che a Milano mancavano 250 poliziotti?», chiede il sindacalista.
Al presidio “bagnato” di piazza della Scala ci sono anche le bandiere di Pd e Movimento 5 stelle, oltre a diversi esponenti dell’amministrazione comunale e il sindaco Beppe Sala. «La responsabilità di ciò che è accaduto investe tutta la società. La prima cosa da fare è riprendere il controllo della città. La seconda, più faticosa, è riavviare un dialogo. Dei giovani fermati solo il 20% è di Milano e solo un altro 20% è straniero», dice il primo cittadino. Assieme a lui anche alcuni degli aspiranti successori, a partire da Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino. «L’invio di 500 parà da parte del governo non è una risposta giusta. Bisogna essere molto duri e molto netti contro la violenza, ma non servono presìdi militari. Servono agenti di polizia. Quello che ritengo inaccettabile è l’uso strumentale di questi episodi da parte del governo, che ha tentato di criminalizzare tutte le voci», ci dice il capogruppo del Pd in Regione Lombardia.
(da Open)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SENZA MANETTE E SPRAY URTICANTE, NON BASTAVA VANNACCI, UN ALTRO AFFRONTO AI PARA’ DELLA FOLGORE.., LA POLITICA LI USA DA PARAVENTO PER I BUONI BORGHESI CHE DEVONO FARE SHOPPING IN CENTRO
500 militari in più e controlli nelle stazioni di partenza e arrivo. Saranno parà della Folgore senza poteri di polizia. Arriveranno da Siena e saranno operativi da sabato 24 ottobre. Questo è il piano del governo Meloni per l’esercito nelle città secondo il nuovo Decreto Sicurezza, che vedrà il suo primo test a Milano nel week end. I militari possono identificare e controllare le generalità e perquisire sul posto, ma solo in caso di fondato sospetto che un soggetto sia in possesso di armi, munizioni, esplosivi. Possono usare l’arma nei limiti previsti dal codice penale. Ma dal ministero della Difesa trapelano perplessità: senza taser, manette e spray urticanti i soldati sono «inutili e in pericolo».
Cosa possono fare i militari nelle città
Il Corriere della Sera ricorda che l’operazione Strade sicure nasce con la legge n.125 del 2008 con il governo di Silvio Berlusconi. Prevede l’impiego temporaneo di un contingente di militari delle forze armate (3.000 unità per sei mesi) in supporto alle forze di polizia per il controllo del territorio, per eccezionali e specifiche esigenze di prevenzione della criminalità in aree metropolitane o densamente popolate. Nel 2023 l’ampliamento con «Stazioni sicure», per il presidio degli snodi ferroviari nelle grandi città. Oggi 6800 soldati sono impiegati nell’operazione. I 500 disposti con il decreto di due giorni fa e destinati a Milano saranno in più.
L’impiego dei soldati a Milano
Oggi tra i compiti dei soldati c’è la difesa degli obiettivi sensibili e il pattugliamento a piedi in affiancamento agli agenti di pubblica sicurezza. Sono agli ordini di prefetto e questore. Hanno la qualifica di agente di pubblica sicurezza. E quindi possono trattenere un individuo in caso di rapina, devastazione e saccheggio. E usare l’arma per fermare una violenza, impedire stragi, omicidi, rapine a mano armata e sequestri di persona.
Il militare non può ricevere querele e denunce, svolgere indagini, interrogare e lavora affiancando le forze di polizia. I militari sono pubblici ufficiali: se colpiti, l’autore risponde di un reato più grave; quando scrivono una relazione di servizio, la loro versione fa fede fino a querela di falso.
La Difesa
Eppure, fa sapere un retroscena attribuibile a fonti della difesa, non avere manette, spray al peperoncino e taser fa sì che nelle stanze del ministero ci sia chi è preoccupato che i militari facciano da paravento o bersaglio. Il ministro Guido Crosetto si è detto «deluso e preoccupato» al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto. «Perché abbia un senso abbiamo necessità che il Cdm approvi delle norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia per tre mesi», scriveva Crosetto su X lunedì alle 21.46. Il giorno dopo — al termine di una serie di riunioni a Palazzo Chigi e di interlocuzioni con gli uffici giuridici del capo dello Stato — è arrivato però il no alla richiesta.
I poteri di arresto
La legge del 2008 infatti esclude espressamente l’attribuzione ai militari dei normali poteri di arresto che hanno polizia e carabinieri. La Difesa cita invece la numero 128 del 26 marzo 2001, e all’articolo 19 stabilisce che i militari impegnati nella sorveglianza di edifici istituzionali e altri obiettivi di interesse pubblico «al fine di prevenire o di impedire comportamenti che possono mettere in pericolo l’incolumità possono procedere alla identificazione ed a trattenere sul posto persone e mezzi di trasporto per il tempo strettamente necessario a consentire l’intervento di agenti delle forze dell’ordine».
Le fascette al posto delle manette
I militari di Strade sicure oggi non possono usare le manette di polizia e carabinieri. Ma fascette in velcro (le «strap handcuff») per immobilizzare le persone pericolose in attesa dell’arrivo della Polfer. Lo spray al peperoncino attende l’autorizzazione da due anni. Il taser è «soggetto a specifica formazione e protocolli operativi» non riconosciuti ai 500 paracadutisti.
(da Open)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA STILETTATA DELLA PRESIDENTE DELL’EUROCAMERA ROBERTA METSOLA AL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO: “LA CPI E I SUOI FUNZIONARI DEVONO POTER SVOLGERE IL PROPRIO LAVORO IN MODO INDIPENDENTE. CONTINUEREMO A DIFENDERE QUESTO PRINCIPIO…”
Il Parlamento europeo ha assegnato il premio Sacharov per la libertà di pensiero
2026collettivamente alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari. Lo ha annunciato la presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola nel corso della plenaria.
“L’Ue si fonda sul rispetto del diritto internazionale”, ha affermato, sottolineando che conferendo il premio alla Cpi e ai suoi funzionari, l’Aula “riconosce l’operato di coloro che rendono giustizia alle vittime, anche attraverso indagini, azioni penali e processi. Questi devono poter svolgere il proprio lavoro in modo indipendente. Continueremo a difendere questo principio”.
Il riconoscimento mette in risalto l’attività della Corte, che comprende indagini, azioni penali, processi ed emissione o autorizzazione di mandati d’arresto in casi riguardanti, tra l’altro, Afghanistan, Russia, Israele, Repubblica democratica del Congo, Uganda, Mali, Libia e Repubblica centrafricana, sottolinea in un comunicato il Parlamento, ricordando una relazione del 2025 in cui gli eurodeputati hanno espresso profonda preoccupazione per le crescenti minacce e le ondate di sanzioni imposte alla Cpi e a procuratori, giudici, personale e partner, in particolare dagli Stati Uniti, denunciandole come gravi attacchi al sistema giudiziario internazionale.
Il Parlamento ha invitato più volte la Commissione europea ad attivare il cosiddetto “statuto di blocco” dell’Ue, per proteggere i funzionari della Cpi da attacchi extraterritoriali e permettere all’ente di operare in piena indipendenza, ricorda il testo. Nella stessa relazione gli eurodeputati avevano accolto con favore la decisione di mantenere il sostegno finanziario dell’Ue alla Corte in un momento particolarmente difficile per la giustizia internazionale.
Poiché tutti gli Stati membri sono parte dello Statuto di Roma e tenuti ad attuare le decisioni della Corte, hanno sottolineato che la crescente inosservanza del diritto internazionale e la politicizzazione dei dibattiti sulle istituzioni giudiziarie internazionali rappresentano, a loro avviso, una minaccia esistenziale per l’ordine mondiale basato sul diritto internazionale.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DEL TURISMO DEL GOVERNO DRAGHI HA RACCOLTO 83 FIRME PER LA SUA “DISCESA IN CAMPO”: OLTRE 50 PROVENGONO DALLA LOMBARDIA, TRA CUI QUELLE DEL DUPLEX ROMEO-FONTANA. NON SI È SCHIERATO IN SUO FAVORE QUEL PAVIDO CACADUBBI DI ZAIA … IL VOTO SEGRETO SPAVENTA I SALVINIANI: POTREBBERO ESSERCI MOLTE SCHEDE BIANCHE IN SEGNO DI DISSENSO CONTRO IL CAPITONE…
La sfida a Matteo Salvini adesso si può dire ufficiale. Il senatore lombardo Massimo Garavaglia («tra morti e feriti», aveva scherzato parlando con Repubblica) ha raggiunto il numero di sottoscrizioni necessario per presentarsi al congresso straordinario della Lega.
Quella di Garavaglia è una candidatura costruita in poco più di una settimana e ieri ha consegnato in via Bellerio le 83 firme, appena sopra la soglia minima di 80 prevista dal regolamento, su una platea totale di 706 delegati (sono gli stessi dello scorso congresso di Firenze, un anno fa). In realtà erano più di 100, poi viste le pressioni e velate minacce dei salviniani duri e puri, in diversi si sono tirati indietro. […]
È interessante la provenienza delle sottoscrizioni per Garavaglia, storicamente vicino a Giancarlo Giorgetti: 55 arrivano dalla Lombardia, a partire dal capogruppo al Senato e segretario lombardo Massimiliano Romeo, dal presidente Attilio Fontana, dagli assessori regionali Massimo Sertori e Claudia Terzi, dal segretario di Bergamo, Fabrizio Sala. Altrove, invece, la prudenza ha prevalso.
In Veneto molti hanno preferito non schierarsi, in primis Luca Zaia e le persone a lui vicine, che comunque non hanno firmato neanche per Matteo Salvini; dal Friuli-Venezia Giulia e dal Piemonte sono arrivati pochi segnali di sostegno.
Tra le eccezioni, la piemontese Gianna Gancia, ex eurodeputata e moglie del ministro Roberto Calderoli. Il vero obiettivo dei sostenitori di Garavaglia è misurare la reale consistenza del dissenso interno.
La speranza dei nordisti è che Garavaglia, partendo da un ipotetico 12 per cento, cioè chi ha firmato per la sua candidatura, possa superare il 30 per cento, raccogliendo il malcontento di chi non ha avuto il coraggio di sottoscrivere pubblicamente la sua candidatura.
Tra le mozioni previste ce ne sarà una dedicata alla remigrazione, firmata dall’eurodeputata Isabella Tovaglieri. Una scelta che si intreccia con la rivalità sempre più evidente con Silvia Sardone, anche lei a Bruxelles, vicesegretaria uscente, e il suo documento per il “blocco dell’immigrazione”.
Una mozione sarà dedicata alla questione settentriontale, firmata dai presidenti di regione e da Riccardo Molinari, ma in chiave unitaria. Poi c’è chi ne farà una dalla Lega meridionale (il campano Giampaolo Zinzi) sul rilancio del sud; un’altra per Salvini al Viminale nel prossimo governo (da Nicola Molteni)
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
DUE POLITICI CHE HANNO FATTO DELLA PROPAGANDA URLATA LA LORO CIFRA POLITICA E DI COMUNICAZIONE, FINO A QUANDO SI SONO RITROVATI AL GOVERNO… LA DUCETTA AVREBBE FATTO MEGLIO AD ANDARE AL VOTO SUBITO: I NODI STANNO VENENDO AL PETTINE E SARÀ UN AUTUNNO DI FUOCO
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida non ha usato mezzi termini: “Nella
gran parte delle manifestazioni sono presenti persone perbene, ma si evidenziano infiltrazioni della criminalità organizzata e soggetti con un pesante casellario giudiziario”. Stesso concetto dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio: “Riguardo alle infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti, direi che vi è una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione”.
Tutto chiaro, tutto cristallino: dietro le proteste dei camionisti e degli agricoltori c’è la mafia (o la camorra, o la ’ndrangheta, fate voi). Il modo più facile per non affrontare un problema che solo chi passa da un’auto blu a uno studio tv a un ufficio con le pareti damascate non comprende, o finge di non comprendere: se decine di migliaia di persone decidono di scendere in strada per protestare, provocando disagi (scaffali dei supermercati vuoti, distributori di benzina chiusi) a centinaia di migliaia di persone che però solidarizzano con chi protesta, significa che il livello di sopportazione della crisi che attanaglia le famiglie italiane è stato superato.
Prezzi alle stelle, stipendi da fame: l’Italia è questa, e non ne può più. Lo dimostrano le migliaia e migliaia di video che in questi giorni sono circolati in rete, mostrando la realtà fatta di esasperazione e rabbia.
E anche di delusione, come quella di Lino Polimeni, giornalista, autore e conduttore televisivo calabrese, che dopo aver documentato per giorni le proteste degli autotrasportatori viene maltrattato dagli stessi protagonisti della protesta, e si ribella urlando e sbraitando.
Rabbia, invece, pura rabbia è quella di Gigi Lista, attivista napoletano, che risponde a muso duro a chi parla di “regia criminale” dietro le proteste. C’è poi lo spaccato di realtà del dirigente della Polizia di Stato, al quale è stato ordinato di sgomberare i blocchi con le buone o con le cattive, che si rivolge ai camionisti “da padre di famiglia a padri di famiglia”, invitandoli a rimuovere un presidio a Maddaloni, in provincia di Caserta, con queste parole: “non mi fate fare cose che non voglio fare. La cosa più brutta che posso essere costretto a fare è denunciare un padre di famiglia, o nei casi più gravi, arrestarlo. Non mi mettete in queste condizioni. Vi prego”.
Arrestare chi protesta: è questa la soluzione individuata dal governo più longevo della Repubblica italiana di fronte a una difficoltà. Un governo che ha in Giorgia Meloni la leader e in Matteo Salvini il vicepremier: due professionisti della protesta, quando erano all’opposizione. Due protagonisti politici che hanno fatto della propaganda urlatala loro cifra politica e di comunicazione, fino a quando si sono ritrovati al governo.
Perfino Carlo Calenda, uno certo non sospettabile di pregiudizio anti-governativo, non ce l’ha fatta più ad ascoltare e leggere tante castronerie e su X è sbottato: “Camion fermi. Distributori a secco. Famiglie che tremano davanti ai primi supermercati con gli scaffali vuoti. Al Sud, agricoltori e autotrasportatori protestano perché con questi prezzi del carburante lavorare costa sempre di più e guadagnare sempre meno.
E cosa risponde il Governo? Nel 2015 Salvini invitava a bloccare l’Italia per tre giorni”, ha scritto Calenda, pubblicando il video di Salvini, “senza lavorare, consumare o pagare le tasse, per mandare a casa il Governo. Ora che l’Italia si ferma davvero, agli agricoltori e agli autotrasportatori che chiedono risposte concrete contro il caro carburante ricordano che rischiano persino il carcere.
Per loro la protesta è sacrosanta solo quando serve a prendere voti. Quando sono al Governo, diventa un reato. Dieci anni dopo, la coerenza della destra è tutta qui. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti noi”.
Tutta qui o quasi: c’è anche altro. C’è il solito ritornello del Sud che se alza la voce è “inquinato” dalla criminalità organizzata, manco i meridionali fossero tutti soci di prestanome dei clan in bisteccherie alla moda della Capitale (ah no, quello era il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, insieme ad altri dirigenti di Fdi di Biella, profondo nord, forse Lollobrigida si ricorda l’episodio).
Avrebbe fatto molto meglio, Giorgia Meloni, a tentare ogni strada per andare alle elezioni il prima possibile: i nodi di quattro anni di sfilate ai vertici internazionali, baci e abbracci con i leader del mondo, mentre in Italia i problemi venivano accantonati, la polvere messa sotto il tappeto, stanno venendo al pettine. Il gradimento del governo è ai minimi storici, e se la Meloni può legittimamente sperare di tornare a Palazzo Chigi dopo il voto è solo e soltanto perché dall’altro lato l’opposizione lavora per lei, tra personalismi, ambizioni, divisioni, incompetenze, incapacità.
(da Dagoreport)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“COSTRUIAMO INSIEME UNA LISTA UNICA CHE PARTECIPI INSIEME ALLE PRIMARIE E ALLE ELEZIONI POLITICHE PER FAR VINCERE IL CENTROSINISTRA” … FINALMENTE QUALCUNO CHE PROVA A COSTRUIRE E NON A DIVIDERE. SARANNO COSI’ OTTUSI DA METTERE VETI E CORRERE DA SOLI O AVRANNO FINALMENTE CAPITO CHE BISOGNA UNIRSI PER AVERE QUALCHE CHANCE?
“Noi domani presenteremo le nostre proposte al centrosinistra ed elettori, Iv ha già presentato le proprie proposte, Onorato presenterà le sue nei prossimi giorni, Primavera di Spadafora sta lavorando alle sue come +Europa. Mando un invito a tutti i protagonisti del centrosinistra fuori dalla foto del campo largo a trovare una sintesi tra di noi con generosità e presentarsi uniti. E’ il momento della generosità poi il modo si trova”. Così Ernesto Maria Ruffini, leader di Più Uno, a ‘Porta a porta’ in onda stasera.
Mando un invito a tutti i protagonisti del centrosinistra fuori dalla foto del campo largo, Iv, +Europa, Centro democratico, Progetto civico, Partito socialista, Primavera, a trovare una sintesi tra di noi con generosità per poterci presentare uniti. È il momento della generosità, poi il modo si trova insieme”.
‘Rivolgo oggi un appello a tutti i leader dei partiti e dei movimenti che sono fuori dal campo largo: costruiamo insieme l’aggregazione più ampia possibile per far vincere il centrosinistra alle prossime elezioni. Lo ribadirò domani, quando con Franco Gabrielli presenteremo le proposte di Più Uno per la piattaforma programmatica del centrosinistra”.”È il momento in cui ciascun soggetto del centrosinistra metta sul tavolo le proprie idee. Italia Viva lo ha già fatto con la primaria delle idee, nei prossimi giorni e settimane lo faranno Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, Primavera di Vincenzo Spadafora, +Europa di Riccardo Magi, Centro Democratico di Bruno Tabacci e il Partito Socialista di Enzo Maraio”.
“Tutti i soggetti che sono fuori dalla foto del campo largo devono trovare un punto di sintesi, per dare un contributo di sostanza e anche numerico alla vittoria del centrosinistra e per portare nuovi elettori a riconoscersi in una nuova offerta politica del centrosinistra, forte e credibile”, ha proseguito. “Per questo è importante vederci e confrontarci, per offrire una proposta programmatica unitaria e, con generosità, costruire una lista unica che partecipi insieme alle primarie e alle elezioni politiche. Perché la vera partita saranno le ‘secondarie’: le politiche del 2027”.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI MILANO CHIEDE IL RINVIO A GIUDIZIO PER L’EX MINISTRA E ALTRI 14 INDAGATI DOPO IL CRAC DELLE SOCIETA’
Si va verso un altro processo per l’ormai ex ministra del Turismo Daniela Santanchè, già
alle prese con più procedimenti giudiziari a Milano. La Procura ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per la senatrice di FdI e per altre 14 persone, più una società, per le ipotesi di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione ai casi dei fallimenti delle società Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. La richiesta di processo, formulata dai pm Luigi Luzi e Guido Schininà e con l’aggiunto Roberto Pellicano, dopo le indagini delegate al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Gdf e chiuse a metà luglio, sarà valutata da un gup nell’udienza preliminare.
Questo filone di indagine era stato chiuso a luglio. Nell’atto si elencava una serie di reati oltre a dividendi “sproporzionati” spartiti tra i vertici delle società mentre la barca affondava. Tra gli altri indagati l’ex compagno di Santanchè, Canio Mazzaro, la sorella Fiorenza, il figlio Lorenzo. Un atto nel quale, nel capitolo su Ki Group Holding, si legge che “il fallimento della società” è stato causato “con dolo o per effetto di operazioni dolose”. Per esempio con l’iscrizione a bilancio di una “falsa plusvalenza” da quasi 12 milioni. Un “dissesto” che ha portato al “sistematico inadempimento delle obbligazioni erariali e previdenziali”.
E mentre la holding era in crisi, gli amministratori “cagionavano il dissesto” con la spartizione dei dividendi: nel 2015 sono stati distribuiti più di 4 milioni, quando il “risultato netto consolidato” era sotto di quasi un milione. E pure nel capitolo sul tracollo di Bioera l’ex ministra e gli altri indagati avrebbero distribuito “a partire dal 2018 e fino al 2023” compensi “agli amministratori del tutto sproporzionati” e pari ad oltre 2,1 milioni.
Poi un’altra accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, dopo quella ai danni dell’Inps che già coinvolge l’ex ministra (procedimento in fase di udienza preliminare, mentre è in corso il processo per falso in bilancio). Anche in questo caso c’entrano gli aiuti durante il Covid: Ki Group S.r.l., “con artifizi e raggiri”, avrebbe chiesto e ottenuto da Invitalia, inducendola in errore, un prestito da 2,7 milioni, oltre a beneficiare di un credito d’imposta di 600 mila euro, “aggirando” però le regole.
(da Repubblica)
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