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L’UE ALLA PROVA DELL’ALLARGAMENTO. I PAESI CANDIDATI, LE REGOLE, I TIMORI E LE “IDEE INNOVATIVE”

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

I LEADER DEI 27 PRESTO DOVRANNO DECIDERE SE E COME ALLARGARE LA UE AI BALCANI E ALL’EST EUROPA

Ma dove finisce esattamente l’Europa? Sulle spiagge dell’Atlantico a ovest e su quelle del Mediterraneo a sud? Ipotesi valida, magari testata nelle ultime vacanze. A nord la questione si fa già più scivolosa (Islanda, Groenlandia? Citofonare Donald Trump). Ma a est? In età moderna viandanti e geografi hanno provato a individuare la barriera di separazione tra Europa e Asia nei Monti Urali, nel cuore della Russia, ma l’ipotesi resta contestata, anche perché sul piano geologico il blocco continentale è uno solo: l’Eurasia. E a sud-est, dove per secoli è fiorito l’Impero Ottomano? I Balcani sono Europa? E la penisola anatolica? E il Caucaso? Le risposte “fisiche” sono incerte, in fin dei conti soggettive. Anche per questo grandi pensatori del ‘900 come Paul Ricoeur hanno sostenuto che la vera identità dell’Europa sia in costante movimento, definita proprio dall’incontro con l’«altro». Nel mito greco, d’altronde, la «civiltà» nasceva dalla progenie di una principessa fenicia portata (a forza) a Creta: Europa, appunto. Dilemmi da salotto? Mica tanto. Perché nei prossimi 12 mesi i governi europei dovranno sciogliere un nodo politico cruciale: allarghiamo ancora l’Ue? Fino a dove? Come? E in che tempi?
Da 6 a 27: così l’Ue è diventata sempre più grande
«Giorgia Meloni va a trattare in Europa». «L’Europa non ci lascia spazio per tagliare le tasse». Nel discorso pubblico, e spesso anche su giornali e tv, “Europa” viene spesso usato come un termine intercambiabile per indicare in realtà l’Ue. Un errore, ma pure un sintomo del suo successo storico. Da quando è nata, nel 1950, la Comunità europea, poi diventata Unione, è stata però molte “Europe” diverse. Un cerchio sempre più largo. All’inizio, dopo la devastazione di due guerre mondiali, i Paesi fondatori erano sei: Italia, Francia, Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo. L’obiettivo «minimo» era quello di gestire insieme produzione e scambio di carbone e acciaio, cooperare per scongiurare altre guerre. Presto si andò oltre, e nel ’57 nacque (a Roma) la Comunità economica europea. Nel 1973, caduto il veto francese, vi entrò pure il Regno Unito, insieme con Irlanda e Danimarca. Negli anni ’80 l’allargamento della Cee proseguì a sud, con l’adesione di tre Paesi messisi infine alle spalle i rispettivi regimi: Grecia (1981), Spagna e Portogallo (’86).
Crollato il Muro di Berlino, i 12 Stati membri diedero un impulso politico più ambizioso al progetto: nacque a Maastricht l’Unione europea. Le sue sirene attrassero tre anni dopo (’95) pure Austria, Finlandia e Svezia. Svizzera a parte, l’Ue era ormai sinonimo di Europa occidentale. Nel nuovo secolo i dirigenti europei – alla guida della Commissione c’era Romano Prodi – intrapresero però una nuova scommessa: integrare nell’Ue pure tutti i Paesi del blocco post-sovietico. Nel 2004 entrarono, oltre a Cipro e Malta, Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia. Nel 2007 pure Romania e Bulgaria. L’Ue ha cambiato natura, dimensioni, confini, forse perfino missione. L’ultima adesione, quella della Croazia nel 2013, ha aperto la via pure all’integrazione dei Balcani. Tre anni dopo, è arrivata però la “mazzata” politica del primo divorzio dall’Ue della storia: la Brexit. E ora?
Balcani, Est Europa: quali sono i Paesi candidati
Sul taccuino dei candidati a entrare in Ue nei prossimi anni ci sono ufficialmente 10 Paesi. Le loro traiettorie e chances di adesione sono però molto diverse. Si tratta di Albania, Bosnia Erzegovina, Georgia, Kosovo, Macedonia del Nord, Moldova, Montenegro, Serbia, Turchia e Ucraina. I negoziati con la Turchia sono però di fatto naufragati da quando Recep Tayyip Erdoğan ne ha fatto un Paese sempre più autoritario, mentre l’application del Kosovo, la cui indipendenza non è riconosciuta da cinque Stati Ue, non è a oggi mai stata approvata, così che Pristina resta nel limbo di “potenziale candidato”. I negoziati realmente in pista in questo momento sono quindi con 8 Paesi: 5 dell’area balcanica, 3 dell’area post-sovietica. In molti di questi Paesi negli ultimi anni si sono viste manifestazioni popolari di commovente entusiasmo per l’Europa – di quelle che nella stessa Ue si vedono di rado. E in un mondo sconquassato da guerre e imperialismi, nel vicinato europeo soprattutto quelli di Vladimir Putin, la logica geopolitica di un nuovo allargamento pare chiara: attrarre quei Paesi in uno spazio europeo strutturato di pace, diritti e cooperazione economica, sottraendoli all’instabilità o alle mire di altre potenze. Ma come si fa a decidere chi e quando è pronto ad entrare in Ue?
Chi può entrare nell’Ue?
L’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea stabilisce che possa chiedere di aderire qualsiasi Stato «europeo» che rispetti e si impegni a promuovere i valori fondativi dell’Ue. Questi sono elencati all’articolo 2: il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto; il rispetto dei diritti umani e delle minoranze; una società caratterizzata dal pluralismo e dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini. Oltre a questi fondamenti, i governi Ue hanno poi stabilito di considerare ammissibili le domande di Paesi in grado di rispettare tre condizioni operative, dette Criteri di Copenaghen:
la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela;
l’esistenza di un’economia di mercato affidabile e la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione;
la capacità di assumere e attuare efficacemente gli obblighi inerenti all’adesione, compresi gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.
Negli anni seguenti si è anche precisato che il Paese candidato deve essere in grado di applicare efficacemente il diritto comunitario, che l’Ue stessa deve essere in grado di integrare nuovi membri.
Candidatura, negoziati, adesione: chi decide e come
Una volta ricevuta la domanda di adesione di un Paese, il Consiglio Ue – ossia l’organo dove siedono i rappresentanti dei 27 Stati membri – vota se “avviare la pratica”, chiedendo alla Commissione di esprimere un parere motivato. Se la raccomandazione è positiva, devono votare a favore dell’accettazione della candidatura il Parlamento europeo (a maggioranza assoluta) e il Consiglio europeo, ossia i capi di Stato e di governo Ue (all’unanimità). Se così è, il Paese in questione diventa ufficialmente candidato. Dopo un’eventuale fase di “pre-adesione”, spetta sempre al Consiglio europeo all’unanimità, su raccomandazione della Commissione, il compito di deliberare l’apertura ufficiale dei negoziati di adesione. Un processo che dura anni.
L’obiettivo dei negoziati è quello di monitorare passo passo il percorso di riforme che un Paese candidato è chiamato a compiere per prepararsi ad entrare nell’Unione, il che comporta soprattutto entrare nel mercato unico e nell’area Schengen (ma questo passo può essere posticipato dall’Ue) ed introdurre nella legislazione nazionale l’intera mole normativa Ue (cosiddetto acquis communautaire). Secondo l’organizzazione attuale, i negoziati vengono suddivisi in ben 35 capitoli, a coprire tutte i settori su cui il Paese dovrà allineare agli standard Ue la sua legislazione e azione amministrativa: dall’agricoltura alle tasse, dai trasporti al controllo delle frontiere, dall’energia alla pesca, e così via. Per ciascun Paese candidato, l’Ue stabilisce dei benchmark da raggiungere per poter chiudere via via ciascun capitolo. Quando Stati membri e Commissione considerano completate le riforme interne su tutti e 35 i capitoli, tecnicamente tutto è pronto per l’adesione. Si procede allora a scrivere il Trattato di adesione del nuovo Paese all’Ue, dove sarà indicata anche la data prevista di ingresso. In favore dell’adesione devono allora esprimersi ufficialmente Commissione, Parlamento europeo e Consiglio. Perché il “matrimonio” si compia, il Trattato deve essere firmato e poi ratificato dal Paese candidato e da ciascuno degli Stati Ue secondo le proprie regole costituzionali (voto in Parlamento o referendum).
Le paure e i dilemmi dell’allargamento
Sul piano tecnico il processo, per quanto lungo e complesso, è chiaro. Ma a guidare tutto il percorso – dalla velocità dei negoziati all’effettivo approdo finale – sono ovviamente anche valutazioni politiche. I decisori finali infatti, come spiegato, restano i governi nazionali, che devono rispondere delle loro scelte di fronte alle opinioni pubbliche. Il nuovo possibile allargamento alle porte le interroga in profondità, per molte ragioni: politiche, economiche, culturali. Il maxi-sondaggio Eurobarometro condotto lo scorso anno ha evidenziato che una lieve maggioranza dei cittadini Ue (56%) è in principio favorevole all’allargamento. Ma anche che due terzi dei cittadini Ue (tre quarti in Italia) non si sentono sufficientemente informati sul tema, e che proliferano dubbi e incertezze su cosa significherà in concreto il possibile allargamento. Dubbi reali, che meritano risposte. Schematizzando, si possono identificare quattro grandi domande che agitano i sonni di cittadini e leader Ue:
1) Dopo aver inglobato negli anni 2000 dodici nuovi Paesi (soprattutto dell’Europa centro-orientale), l’Ue può «permettersi» di allargarsi ancora o rischia di perdere la sua anima/identità? La domanda presuppone ovviamente di stabilire prima se e quale sia al fondo l’identità comune europea: questione delicata e soggettiva perché riguarda i valori, e per alcuni anche la comune appartenenza a un “bacino” etnico/culturale/religioso dai confini variabili.
2) L’allargamento ai nuovi Paesi è benefico per quelli che già stanno nell’Ue o rischia di provocare danni alle loro società ed economie? L’Eurobarometro del 2025 ha evidenziato come le preoccupazioni principali dei cittadini Ue sull’allargamento riguardino in primis l’«immigrazione incontrollata» (40%), la corruzione e il crimine organizzato (39%) e i costi finali per i contribuenti (37%). Soprattutto nei Paesi dell’Est, come la Polonia, il timore economico più rilevante è legato alle conseguenze della possibile adesione dell’Ucraina sul settore agroalimentare. Kiev produce circa 60 milioni di tonnellate di grano l’anno, e gli agricoltori polacchi (ma anche italiani e francesi) temono che un’«invasione» di quelle derrate a costi inferiori possa mettere in crisi le loro aziende.
3) Si può integrare, o promettere di integrare, un Paese in guerra? Farlo, nell’attuale quadro geopolitico, significa rafforzare l’Ucraina e dissuadere Vladimir Putin da questa ed altre avventure militari o esacerbare le tensioni con la Russia?
4) Se già oggi assumere decisioni a 27 è a volte un’impresa – specie nelle materie in cui è richiesta l’unanimità, come la politica estera – come si governerebbe un’Unione a 30 o 35 membri?
Diritto di veto «congelato» e salvaguardie, le ipotesi allo studio
Se fino a pochi mesi fa la questione dell’allargamento pareva occupare i pensieri più dei funzionari di Bruxelles che dei governi nazionali, ora il tempo delle scelte si avvicina – anche perché l’entusiasmo e la pazienza in alcuni dei Paesi candidati rischiano di svanire. E così al Consiglio europeo dei prossimi 15 e 16 ottobre la questione di come procedere sull’allargamento sarà in cima all’agenda. Da mesi, dietro le quinte, rimbalzano tra le capitali idee e proposte su come tenere insieme capra e cavoli, ossia far avanzare il processo di allargamento rispondendo però al contempo ai dilemmi teorici e pratici ricordati.
L’elefante principale nella stanza del processo si chiama diritto di veto, ossia il potere assegnato dai Trattati Ue ad ogni Stato membro di bloccare qualsiasi decisione comune se ritenuta contraria ai propri interessi nazionali, nelle materie in cui è prevista l’unanimità. Il caso più noto riguarda le decisioni da prendere in politica estera. Negli ultimi anni, si sa, della prerogativa ha abusato Viktor Orbán, magari per ottenere fondi o concessioni su altre materie per la sua Ungheria. Ma è capitato pure che a far deragliare una decisione (caso delle sanzioni alla Bielorussia nel 2020) sia stato un Paese come Cipro, che conta 1,38 milioni di abitanti sui 452 dell’Ue. Ha senso inglobare nell’Ue sempre più Paesi, spesso piccoli, in grado potenzialmente di bloccare l’intero processo decisionale? La soluzione più diretta sarebbe ovviamente quella di abolire il diritto di veto e passare al voto a maggioranza qualificata su tutte le materie Ue, politica estera compresa. Ma paradossalmente per decidere una svolta del genere ci vuole l’unanimità dei 27, e al momento restano forti resistenze in molti Paesi e forze politiche. Bisogna cercare dunque altre «soluzioni innovative», come ha detto in primavera il Cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Un’idea circolata negli ultimi mesi tra governi e istituzioni Ue prevede per questo di “sospendere” il diritto di veto dei nuovi Paesi membri, a tempo definito o indefinito. Il Montenegro, che conta appena 624mila abitanti e che è considerato il Paese più vicino all’adesione, non sarebbe a priori contrario alla condizione posta, ragion per cui il modello potrebbe essere sperimentato nel suo Trattato di adesione. Ci sono però perplessità politiche e legali al riguardo. Un’altra proposta lanciata nei mesi scorsi soprattutto da Francia e Germania prevedeva la possibilità di prospettare ad alcuni Paesi candidati un’adesione «graduale»: associare cioè in maniera crescente quei Paesi nei processi decisionali Ue, in attesa che il completamento delle riforme (e la ricettività dell’Ue) consentano la piena integrazione. L’Ucraina di Volodymyr Zelensky ha però rigettato l’idea, temendo di finire nel limbo e insistendo invece per una «membership piena» quanto prima.
Allo studio della Commissione c’è poi l’ipotesi di inserire nella legislazione Ue delle «salvaguardie» che tutelino gli Stati membri da possibili «brutte sorprese» dopo l’ingresso dei nuovi. La salvaguardia principale che Francia, Germania e Benelux hanno proposto riguarda lo stato di diritto: si chiede in sostanza di dotare l’Ue di strumenti di reazione efficaci nel caso uno dei nuovi Paesi dovesse regredire nel suo percorso democratico, come accaduto all’Ungheria di Orbán. Ciò potrebbe significare l’imposizione di pesanti sanzioni, il congelamento di fondi, e di nuovo anche quello del diritto di veto. Altre ipotesi di salvaguardie riguardano le questioni economiche: un’idea in discussione riguarda ad esempio la previsione di periodi «rafforzati» di transizione prima del pieno ingresso nella Politica agricola comune, in quella di coesione o ancora alla libera circolazione dei lavoratori. Dalla Francia alla Spagna, dalla Polonia fino all’Italia, le elezioni incombono per molti nel 2027, e i leader nazionali non possono permettersi di decidere sull’allargamento senza tener conto dei loro cittadini.

(da Open)

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IN ITALIA C’E’ UN CARCERE DOVE CHI ESCE NON DELINQUE PIU’: PERCHE’ LO STATO LO STA SMANTELLANDO?

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

NEL CARCERE DI GORGONA, DOVE TUTTI LAVORANO E LA RECIDIVA SI DIMEZZA

Siamo tutti contenti quando un criminale, un ladro, un truffatore, uno spacciatore viene sbattuto in carcere. Quello che succede dopo non ci riguarda più. E invece dovrebbe interessarci parecchio perché, una volta scontata la pena, i condannati tornano liberi. E 7 su 10, poi, tornano a delinquere. Questo succede perché chi amministra la giustizia, a sua volta, viola impunemente la legge, scaricandone il costo sui cittadini ignari. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e al suo reinserimento sociale, e che il trattamento in carcere deve essere umano. Ma il processo di rieducazione è possibile solo attraverso il lavoro durante il periodo di detenzione; invece in quasi tutte le carceri italiane l’unica attività che gran parte dei condannati possono fare è quella di guardare il muro. Sull’umanità di trattamento, basta guardare i dati: i 190 istituti penitenziari italiani sono tra i peggiori d’Europa. Ogni 100 posti disponibili ci infiliamo 138 detenuti, che spesso diventano 150 con punte di 251 raggiunte di recente a Lucca. I numeri del fallimento li denuncia il Garante nazionale dei diritti dei detenuti: nel 2025 si sono verificati 76 suicidi, 1.981 tentati suicidi, 6mila scioperi della fame, 12.700 episodi di autolesionismo (qui). La polizia penitenziaria è sottorganico del 10%, il personale amministrativo del 20%, gli educatori del 6% (qui). Per ogni giorno trascorso in condizioni degradanti lo Stato italiano riconosce al condannato un indennizzo di 8 euro prelevati dalla fiscalità generale. Secondo il rapporto Antigone le istanze presentate ogni anno agli uffici di sorveglianza si aggirano sulle 7000, con una percentuale di accoglimento del 55%. Gli indennizzi però non sanano il danno: quando hai passato qualche anno in carcere in queste condizioni esci migliore di prima? La risposta è no.
Perché i detenuti non lavorano?
Solo imparando un mestiere, il detenuto riesce a immaginare per sé un futuro lontano dalla criminalità. E infatti l’art. 15 dell’Ordinamento penitenziario dice che, «salvo casi di impossibilità», al detenuto «è assicurata un’occupazione lavorativa», in quanto rappresenta «uno degli elementi del trattamento rieducativo». Nella realtà, quando va bene, lavora un recluso su tre, e per poche ore la settimana. Appena il 7,2% di chi sta scontando la pena frequenta corsi di formazione professionale. Di fatto, trascorrono le giornate rinchiusi nelle loro celle sovraffollate a giocare a carte o a fumare, e chi vorrebbe fare qualcosa, anche solo ridipingere una parete scrostata, non può farlo.
Il lavoro per legge deve essere retribuito e le risorse non ci sono. Il risultato di tutto questo è che il 70% di chi esce di prigione, prima o poi ci ritorna. In sostanza risparmi oggi per avere un delinquente in più domani. Infatti un tasso di recidiva così elevato è un danno in termini di sicurezza e un peso economico che grava sui cittadini, visto che per gestire le carceri lo Stato spende 3,4 miliardi l’anno (qui) e ogni detenuto ci costa 150 euro al giorno. Più gli indennizzi. Il governo lo sa, e a giugno il ministro Carlo Nordio ha annunciato lo schema di decreto del Presidente della Repubblica che punta ad aumentare le opportunità occupazionali dei reclusi anche attraverso il credito d’imposta. Sarebbe una svolta, e il condizionale è d’obbligo, visto che finora l’unica risposta al problema è stata questa: nuovi reati, pene più severe e la costruzione (ancora di là da venire) di carceri più grandi.
Il modello-Gorgona
L’ultima isola-carcere d’Europa si trova a Gorgona, a un’ora di traghetto da Livorno. Qui non si registrano suicidi, e uno studio dell’Università Sant’Anna di Pisa stima un tasso di recidiva del 30%, meno della metà della media nazionale.
In questa sorta di Alcatraz italiana – 2,2 chilometri quadrati, delimitati da 5 chilometri di scogliere e piccole spiagge – ci vivono stabilmente soltanto i detenuti e il personale penitenziario. Tra gli «ospiti», assassini, rapinatori, ladri… gli unici esclusi sono i condannati per terrorismo e mafia. Ci finisce solo chi ne fa richiesta, consapevole che la detenzione all’interno di un’isola, se il mare è grosso, può comportare settimane senza ricevere visite. In compenso puoi video-chiamare i parenti e, quando arrivano, c’è l’area pic-nic, gli scivoli per i bimbi, e presto – fondi permettendo – le «stanze dell’affetto» per garantire il diritto alla sessualità in carcere.
Le celle sono come quelle di qualunque altra prigione: bugigattoli dai muri scrostati. Con una differenza. «Prima stavo nel carcere di Perugia – ci racconta Carlos, 45 anni, peruviano – trascorrevo le giornate sdraiato nel letto a castello, contando i buchi del materasso sopra al mio: erano 1.431. Non sapevo fare nulla. Oggi faccio l’elettricista e in cella ci vado solo a dormire». A Gorgona infatti si è obbligati a restare dietro le sbarre solo dalle 9 di sera alle 7 del mattino. L’intera giornata è occupata dai corsi di formazione professionale, di teatro, musica, palestra, campo da calcio, la chiesetta, ma soprattutto si lavora.
Tutti a contratto
Il 100% dei reclusi è assunto con regolare contratto. «La maggior parte è alle dipendenze dello Stato e contribuisce all’automantenimento del carcere», spiega Maria Grazia Giampiccolo, la direttrice del penitenziario. C’è chi coltiva gli orti, chi accudisce i maiali, le galline, gli asini; oppure fa il fornaio o il manovale, pulisce l’isola e fa la manutenzione alle vecchie case dei pescatori, ora abitate dagli agenti. Quasi il 10% è invece ingaggiato dalle aziende private che hanno stretto accordi con l’amministrazione penitenziaria, come la Frescobaldi che sull’isola ha 2 ettari di vigneti, e la Piacenti, che ha in appalto i lavori per la messa in sicurezza dell’antica rocca.
La paga-base di un detenuto assunto per mansioni agricole è di 844 euro lordi; i vignaioli sono i più fortunati perché arrivano a 1.200. Lo stipendio però passa dall’amministrazione penitenziaria, che trasferisce un quinto in un conto vincolato (che il detenuto potrà incassare una volta libero) e trattiene circa 110 euro al mese di contributo al mantenimento. Per legge infatti il detenuto deve concorrere alla spesa per «alimenti e corredo»: 3 euro e mezzo al giorno. Sembrano spiccioli, ma in realtà in Italia quasi nessun carcerato paga, e alla fine il debito viene spesso annullato dai magistrati di sorveglianza. A Gorgona invece tutti lavorano, e quindi tutti pagano.
Un modello a rischio
Gli studi dimostrano che tra i detenuti con un’occupazione lavorativa c’è una percentuale più bassa di depressi, di obesi e di consumo di farmaci. Si riduce anche l’aggressività, e questo a Gorgona è cruciale perché basterebbe poco per trasformare un martello o una falce in un’arma. Proprio per garantire il delicato equilibrio sul quale si regge questo carcere, c’è sempre stata una rigida selezione delle richieste di trasferimento. Nel documento che fissa le linee guida dell’istituto lo si spiega: «La scelta dei detenuti da assegnare a questa sede riveste un’importanza fondamentale al fine di assicurare l’ordine e la sicurezza». Ma negli ultimi anni le maglie dell’amministrazione penitenziaria si sono allargate, lasciando entrare reclusi di «elevata pericolosità», o con pregressi problemi di dipendenza.
Il problema oggi è «chi» entra, ma anche «quanti» ne entrano. La capienza massima è di 89 detenuti, ma si è arrivati si superare la soglia dei 120. Per garantire a tutti un contratto, se prima si lavorava 6 ore al giorno per 6 giorni la settimana, ora si lavora 4 ore per 4-5 giorni a settimana. A complicare le cose, il ventaglio di opportunità occupazionali si sta riducendo per la decisione di chiudere l’allevamento di orate e nel 2021 anche la macelleria e il caseificio.
Qualcosa funziona? Smantellala!
Il carcere sta diventando sempre meno autosufficiente. I pochi pannelli solari presenti non funzionano: l’elettricità si produce bruciando mille litri di gasolio al giorno. Per assurdo, nell’isola non c’è la motovedetta: in caso di emergenza si attende l’intervento da Livorno e se qualcuno si avvicina troppo alla costa si può solo prendere in mano un megafono e ordinare di allontanarsi. La pianta organica prevede 54 agenti di sorveglianza, ma in servizio ci sono appena 26 uomini in divisa.
A giugno il sindaco di Livorno Luca Salvetti ha scritto al ministero della Giustizia: così si «rischia di compromettere l’equilibrio organizzativo e l’efficacia del percorso di reinserimento sociale». Lo dice anche il garante dei detenuti Marco Solimano: «Il problema è tutto politico: invece di investire per esportare il modello-Gorgona nelle altre carceri, si sta importando alla Gorgona tutto quello che non funziona».

Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da corriere.it)

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IL PASTROCCHIO DEL BOLLO. LA CANCELLAZIONE DEL BOLLO AUTO PER IL 2027, LA “MANCETTA ELETTORALE” TIRATA FUORI DAL CILINDRO DA MELONI, STA GENERANDO UN BELLO SCAZZO DENTRO IL CENTRODESTRA E GIA’ SI PARLA DI MODIFICHE

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

I FRATELLINI D’ITALIA (IN CERCA DI FACILI CONSENSI) VORREBBERO ALLARGARE LA PLATEA DEI BENEFICIARI, LA LEGA PUNTA A SPAZZARE VIA IL SUPERBOLLO, LA SOVRATTASSA PAGATA DA CHI UN’AUTO DI GROSSA POTENZA … LE REGIONI (IN GRAN PARTE GUIDATE DAL CENTRODESTRA) RISCHIANO DI RITROVARSI SENZA I 7 MILIARDI DI EURO L’ANNO DI ENTRATE GARANTITE DALLA “TASSA PIÙ ODIATA” … IN QUASI TUTTA EUROPA ESISTONO TASSE SUI VEICOLI. IN GERMANIA IL BOLLO VIENE PAGATO OGNI ANNO (E IN ANTICIPO)

La norma che abolisce il bollo per motocicli e auto di piccola e media cilindrata non è ancora arrivata in Parlamento, ma tra i banchi della maggioranza qualcuno già pensa alle modifiche sulla platea di beneficiari. Estensive, ovviamente.
C’è chi, come Marco Osnato, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Finanze della Camera, ragiona su come includere le famiglie numerose, «magari aumentando i kilowatt per queste categorie». Chi ha più di tre figli – è il ragionamento – viaggia con monovolume da 150 kW di potenza, oltre la soglia di 80 contenuta nella norma.
Il vicepremier Matteo Salvini, invece, pensa a limare il superbollo, la sovrattassa che paga chi possiede una vettura oltre i 185 kW (non proprio la fascia di reddito per cui è stato scritto il decreto).
Il ministero dei Trasporti ha già fatto i calcoli: cuba circa 250 milioni di euro di introito all’anno, includendo anche le macchine di una certa potenza «di chi le usa per lavoro», come agenti di commercio e tassisti.
Ma il costo, assicura Salvini, sarebbe nell’ordine dei 50 milioni. E mentre la platea lievita – così come i costi – la premier Giorgia Meloni resta convinta di poter rendere il taglio «strutturale». Che tradotto in termini economici, significa prevedere nella prossima manovra le risorse per coprire l’intero triennio di bilancio.
Si parte dai 2,3 miliardi necessari per ricompensare le regioni nel 2027 e contenuti nel decreto carburanti che ieri ha compiuto gli ultimi passi per entrare in vigore: prima l’emanazione da parte del presidente Sergio Mattarella, poi la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Giusto in tempo per non interrompere lo sconto sulle accise per il diesel, prorogato fino al 5 ottobre.
Anche le regioni hanno iniziato a fare i calcoli, ma i conti non tornano. [Per avere «delucidazioni sulle compensazioni previste», nei prossimi giorni la Conferenza delle Regioni, presieduta da Massimiliano Fedriga, incontrerà il ministero dell’Economia e delle Finanze.
Gli enti locali non vogliono trovarsi nella situazione di dover alzare l’Irpef regionale per compensare eventuali buchi. Per i lavoratori, una tassa al posto di una tassa.

(da Repubblica)

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LE MINACCE DELLA RUSSIA E LA COMPLICITA’ DELL’ESTREMA DESTRA

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL CORTOCIRCUITO DELL’UNIONE EUROPEA

Se l’Unione Europea dovesse implodere, sarebbe per colpa dell’estrema destra e della Russia.
Questa è la sintesi di una parte del discorso sullo stato dell’Unione tenuto due giorni fa da Ursula von der Leyen: un passaggio molto lungo, al quale ha dedicato diverso tempo, nel quale però si è dimenticata di aggiungere che quelle forze antidemocratiche che lei stessa ha accusato di lavorare contro gli interessi dell’Unione Europea sono le stesse che siedono vicine a coloro a cui ha allargato la maggioranza di governo europeo: l’estrema destra.
Infatti, i Popolari a livello europeo stanno inseguendo l’estrema destra su temi come l’energia, il clima, i migranti e la sicurezza, facendo traballare l’accordo con Socialdemocratici, Verdi e Liberali, che in teoria fanno parte di questa maggioranza.
Quando von der Leyen parla di forze antidemocratiche, si dimentica che il Partito dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), quello di cui fanno parte Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni, è strettamente alleato con il PiS polacco: il partito che ha governato per nove anni a Varsavia, che ha istituito zone LGBT-free, che ha praticamente vietato l’aborto e che ha limitato nella propria Costituzione il diritto di asilo. Sono gli stessi che, quando hanno perso le elezioni, hanno fatto occupare dai loro militanti la TV e la radio pubbliche (che per anni erano state il megafono del governo) e che sono sempre andati a braccetto con Orbán e il resto dell’estrema destra.
La differenza di percezione in questi anni tra il PiS e Orbán in Europa è stata legata esclusivamente alla posizione tenuta nei confronti di Putin e della Russia: i polacchi sono fermamente anti-russi e quindi uno strumento utile per Bruxelles, mentre l’Ungheria è stata un problema.
Questa differenza di trattamento riserva una contraddizione evidente sul piano del diritto dell’Unione. Il Trattato sull’Unione Europea prevede all’Articolo 7 un meccanismo di sanzione e sospensione dei diritti per gli Stati membri che violano in modo sistematico i valori fondanti dell’articolo 2: lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e i diritti umani. Per anni la Commissione Europea ha attivato ed esercitato questo strumento contro il governo ungherese di Orbán, arrivando al blocco dei fondi di coesione e del PNRR per la mancanza di garanzie sull’anticorruzione e sull’autonomia giudiziaria. Al contrario, nei confronti della Polonia a guida PiS, pur in presenza delle medesime violazioni strutturali, dalla creazione dell’aula disciplinare per i giudici al controllo capillare dell’informazione pubblica, l’applicazione dell’Articolo 7 è stata congelata nei fatti e depotenziata per ragioni d’opportunità geopolitica. L’allineamento di Varsavia sulla linea della NATO, il supporto logistico-militare all’Ucraina e la fermezza anti-russa hanno garantito al PiS una rendita di posizione diplomatica a Bruxelles. Lo stato di diritto e la tutela dei valori democratici sono stati trasformati da principi inderogabili del diritto comunitario a variabili subordinate all’agenda di sicurezza estera. Una dinamica che dimostra come l’accettabilità politica di una forza reazionaria all’interno delle istituzioni europee non dipenda dal rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini, ma dalla sua utilità nei giochi d’alleanza geopolitici.
Ed è proprio su questa spaccatura che al Parlamento Europeo si sono formati più gruppi di estrema destra: ECR da un lato, i Patrioti per l’Europa dall’altro (con dentro la Lega e Fidesz) e un ultimo piccolo gruppo ancora più radicale, l’Europa delle Nazioni Sovrane, con i neonazisti di AfD, il movimento Futuro Nazionale di Vannacci e altri piccoli partiti, soprattutto dell’Europa orientale.
Ursula von der Leyen ha iniziato da subito a dialogare con ECR, cercando un asse con l’estrema destra ritenuta più “presentabile”, quella di Giorgia Meloni. La stessa che ha dichiarato al Foglio che non serve il cordone sanitario contro AFD. Se andiamo a vedere i contenuti, a parte la posizione sulla Russia, cambia davvero poco rispetto agli altri: sono gli stessi che chiedevano risorse all’Unione Europea per costruire muri lungo i confini e che, al contempo, chiudevano la porta ai diritti civili e sociali, smantellando pezzo dopo pezzo lo stato di diritto.
La tensione con la Russia è sempre più alta e alcuni partiti mantengono un dialogo stretto e costante con apparati russi; questo, tuttavia, non deve far abbassare la guardia verso chi ha sempre dialogato con le forces antidemocratiche europee (che in Italia sono persino al governo). Ma soprattutto, al di là della loro posizione rispetto a Putin, la distanza reale tra le loro metriche e posizioni politiche resta solo una questione di sfumature.
Insomma, per trovare le differenze tra Meloni, Salvini e Vannacci dobbiamo cercare tra le sfumature.

(da Fanpage)

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“MI GARANTITE CHE NON CI SARANNO FISCHI E CONTESTAZIONI?” CUOR DI LEONE SALVINI E’ TALMENTE ALL’ANGOLO CHE E’ COSTRETTO A CHIEDERE LA “PROTEZIONE” DI ATTILIO FONTANA, MASSIMILIANO FEDRIGA, MAURIZIO FUGATTI E DI LUCA ZAIA, CON L’OBIETTIVO DI METTERE LA MUSERUOLA A EVENTUALI DISSIDENTI AL RADUNO LEGHISTA DI PONTIDA: “NE USCIREMMO MALE TUTTI, LO SAPETE VERO?”

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

ATTILIO FONTANA LO FULMINA: “SE CI SARANNO DEI FISCHI NOI NON POSSIAMO SAPERLO, MA SE DOVESSERO ARRIVARE NON VERRANNO DAI NOSTRI…” … LA TREGUA ARMATA TRA SALVINI E I COLONNELLI DEL CARROCCIO NON SBLOCCA LO STALLO NELLA LEGA – I PUNTI CRITICI PER I GOVERNATORI LEGHISTI RESTANO DUE: LA QUESTIONE SETTENTRIONALE DEVE TORNARE IN CIMA ALL’AGENDA POLITICA E AVVIARE UNA GESTIONE COLLEGIALE DEL PARTITO, CON LA NOMINA DI NUOVI VICESEGRETARI ESPRESSIONE DEL NORD

“Mi garantite che non ci saranno fischi e contestazioni?”, chiede infine Matteo Salvini, preoccupatissimo. Risposta di Attilio Fontana a nome dei governatori: «Se ci saranno dei fischi noi non possiamo saperlo, ma se dovessero arrivare non verranno dai nostri…». Salvini resta in silenzio. Forse si aspettava una risposta meno larga. Accenna il mezzo sorriso di quando prova a dissimulare la tensione. Poi cerca ancora rassicurazioni.
«Pontida è Pontida, ne usciremmo male tutti, lo sapete vero?», avverte. Nessuno aggiunge più nulla. Il botta e risposta finale è il momento clou di un incontro teso, con toni spigolosi da entrambe le parti. Andato in scena ieri nella sede del partito in via Bellerio. Un incontro ancora interlocutorio come lo era stato quello a Roma dieci giorni fa a casa del ministro e vicepremier.
Di qua il segretario federale, Salvini, di là il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, il governatore del Fvg, Massimiliano Fedriga, il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, e il presidente del consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia. Assenti sia il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo — il “grande imputato” a cui Salvini non parla da luglio — sia il presidente del Veneto, Alberto Stefani.
Dopo avere rotto il ghiaccio nel primo appuntamento romano, le due parti si sono riaggiornate ieri a Milano, alla vigilia della due giorni di Pontida che inizia domani. Chi si aspettava — pochi, a dire il vero — qualcosa di sostanzioso, un documento o un accordo politico, è rimasto ancora una volta a bocca asciutta: quello che è venuto fuori dopo un’ora e mezza di confronto è stata un’altra tregua (non disarmata). Suggellata da una nota congiunta: «La volontà comune è quella di rafforzare e far crescere la Lega e di valorizzare ancora di più il ruolo degli amministratori e dei territori».
Ma restano le incognite. È vero: formalmente i governatori del Nord hanno messo una distanza prudenziale tra sé stessi ed eventuali fischi a Salvini («Nessuno verrà a contestarti»). Ma è pure vero che nessuno può escluderli a priori. Il fu Capitano sperava, con la “convocazione” di ieri, di garantirsi una vigilia tranquilla: così insomma non sarà.
Due sarebbero stati, si dice, i punti politici messi sul tavolo da Fontana, Zaia, Fedriga e Fugatti (il convitato di pietra era Romeo che l’altra sera a Lazzate, insieme a Fontana, è stato applaudito da 300 “nordisti”i). Il primo: l’agibilità politica della questione settentrionale in cima all’agenda della Lega. Secondo: la gestione collegiale del partito, ovvero nuovi vicesegretari espressione, appunto, del Nord.

(da agenzie)

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“È DAVVERO INQUIETANTE VEDERE QUELLO CHE STA SUCCEDENDO IN QUESTO PAESE IN QUESTO MOMENTO. È FOLLE”: ROBERT DE NIRO SCOPPIA A PIANGERE DURANTE IL PODCAST DI AMY POEHLER MENTRE PARLA DELLA SUA “BATTAGLIA” PERSONALE CONTRO DONALD TRUMP

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTORE 83ENNE, GRANDE NEMICO DEL GANGSTER DELLA CASA BIANCA, NON È RIUSCITO A TRATTENERE LE LACRIME DOPO CHE LA COMICA LO HA RINGRAZIATO PER LE SUE PRESE DI POSIZIONE: “BISOGNA COMBATTERE, PERCHÉ SE NON SI COMBATTE NON SI OTTIENE NULLA”

L’attore Robert De Niro si è commosso fino alle lacrime durante il podcast ”Good Hang” condotto da Amy Poehler, dopo che la comica e attrice lo ha ringraziato per il suo impegno pubblico sui temi politici e per le sue prese di posizione contro il presidente americano Donald Trump.
De Niro, 83 anni, noto per le sue posizioni critiche nei confronti di Trump, era ospite del podcast insieme a Poehler, 55 anni. Verso la fine della conversazione, Poehler ha sottolineato l’importanza del fatto che l’attore continui a esprimersi pubblicamente su questioni che considera importanti, soprattutto considerando la sua età, la sua notorietà e la sua influenza. “Questo dà a tutti un senso di sicurezza. Ti ho visto farlo più e più volte e lo apprezzo davvero”, ha detto Poehler rivolgendosi all’attore. De Niro, visibilmente commosso, ha risposto soltanto: “Grazie”.
Poehler ha quindi proseguito, sottolineando che le sue prese di posizione hanno un significato per molte persone che non hanno lo stesso potere di farsi ascoltare. Nel suo intervento ha citato, tra gli altri, le donne e le persone di diverse origini. “Grazie, Bob. E grazie per continuare a farlo”, ha detto. A quel punto De Niro non è riuscito a trattenere le lacrime.
Poehler ha poi alleggerito il momento con una battuta: “Non posso credere di averti fatto piangere”, ha detto, aggiungendo scherzosamente di sentirsi “incredibilmente bene”. La comica ha quindi passato all’attore dei fazzoletti per asciugarsi le lacrime. Dopo la commozione, De Niro ha ripreso a parlare della situazione politica negli Stati Uniti. “È davvero inquietante vedere quello che sta succedendo in questo Paese in questo momento, ed è semplicemente folle”, ha affermato riferendosi all’amministrazione Trump.
L’attore ha detto di comprendere il senso di disperazione provato da molte persone, ma ha aggiunto: “Bisogna combattere, perché se non si combatte non si ottiene nulla” Robert De Niro è da anni una delle figure di Hollywood più esplicite nelle sue critiche a Donald Trump. Nel 2025, durante il Festival di Cannes, aveva definito il presidente americano un ”ignorante” aveva invitato il pubblico a difendere la democrazia.
“Nel mio Paese combattiamo con tutte le nostre forze per la democrazia che una volta davamo per scontata”, aveva dichiarato in quell’occasione. Secondo l’attore, l’arte abbraccia la diversità e proprio per questo rappresenterebbe una minaccia per “autocrati e fascisti”. De Niro, due volte premio Oscar, è noto al grande pubblico anche per i suoi ruoli in film come ”Il padrino”.

(da agenzie)

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SAPETE QUALI SONO LE CATEGORIE DI CUI GLI ITALIANI SI FIDANO MENO? I POLITICI E GLI INFLUENCER (E IN ALCUNI CASI LE DUE ATTIVITA’ SONO SOVRAPPONIBILI)

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO IL “GLOBAL TRUSTWORTHINESS INDEX 2026”, I PIU’ “AFFIDABILI” SONO SCIENZIATI, MEDICI E INSEGNANTI – NELLA CATEGORIA “AZZECCAGARBUGLI”, I SONDAGGISTI PIACCIONO PIU’ DEGLI AVVOCATI – I GIORNALISTI SONO CONSIDERATI PIU’ ATTENDIBILI DEI CONDUTTORI DEI TELEGIORNALI – META’ CLASSIFICA PER I SACERDOTI, GIUDICATI COMUNQUE MIGLIORI DEI BANCHIERl

Gli italiani non si fidano dei politici, non è certo una novità. Lo è però forse il fatto che questa sfiducia non rappresenti affatto un’anomalia nazionale. Siamo in buona compagnia: se in Italia il 65% considera «inaffidabili» i politici (e solo il 12% li ritiene «affidabili»), in Germania, Regno Unito e Stati Uniti siamo al 67%, in Francia si arriva al 72%, in Spagna al 75%. In Romania addirittura all’83%. La crisi della rappresentanza, insomma, non è un’esclusiva nazionale: i politici sono in assoluto la categoria meno affidabile per i cittadini in quasi tutto il mondo. Lo dice una ricerca globale di Ipsos sulla fiducia nelle categorie professionali, condotta in 31 paesi a giugno e pubblicata ieri.
Secondo il «Global trustworthiness index 2026», però, c’è una categoria che in alcuni paesi riesce a fare persino peggio: gli influencer. In Italia ne diffida il 66%, mentre solo il 13% li considera affidabili. Se la sfiducia verso la classe politica mina i meccanismi della rappresentanza, anche il mondo della comunicazione non gode quindi di grande salute.
In fondo alla classifica di affidabilità troviamo (oltre ai ministri con il 15%) i pubblicitari (15%) e la new entry di questa edizione dell’indagine Ipsos: i chatbot, gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale come ChatGpt o Claude. Solo il 20% degli italiani li considera affidabili. Va un po’ meglio per i giornalisti: 23% (e 22% per i conduttori dei telegiornali), sullo stesso livello di imprenditori e funzionari governativi (22%), banchieri e sacerdoti (23%).
All’estremo opposto medici, scienziati e insegnanti: sono le tre categorie più affidabili ovunque. Nel nostro Paese si fida dei medici il 61% dei cittadini, degli scienziati il 64% (+8%). Rispettivamente 3 e 7 punti sopra la media globale, e in crescita rispettivamente di 2 e di 8 punti rispetto al dato italiano registrato nel 2024.
La fiducia nei medici è in realtà è inferiore di cinque punti rispetto al picco del 2021, raggiunto nel pieno della pandemia, ma si tratta di un ritorno alla normalità con il dato che si riallinea ai valori del 2018 e 2019. Superato il momentum legato al Covid, il capitale di credibilità della professione rimane quindi solido.
Riscuotono buoni livelli di fiducia tra gli italiani anche le forze armate e quelle di polizia: 40% nel primo(in linea con la media globale), 42% nel secondo (ben 6 punti in più rispetto alla media). Sembra quindi che gli italiani siano innanzitutto alla ricerca di certezze e di stabilità: ci si affida alle competenze scientifiche e alla tutela dell’ordine, mentre il mondo della politica e le nuove forme di comunicazione faticano a rendersi credibili.
oprattutto, però, gli italiani sembrano fidarsi poco gli uni degli altri. Si fida delle «persone comuni» soltanto il 29%, contro il 34% mondiale (e in calo di ben 6 punti rispetto al 2024). È forse questo il dato più profondo e allarmante: la diffidenza cresce e non riguarda soltanto le élite ma attraversa anche le relazioni interpersonali e la società nel suo insieme.
Una piccola eccezione confortante riguarda infine i sondaggisti: gode della loro fiducia il 30% degli italiani, quattro punti più della media globale, mentre solo il 27% li considera inaffidabili. In tempi di sfiducia generalizzata, per chi misura l’opinione pubblica non è affatto un cattivo risultato.

(da “Corriere della Sera”)

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GLI HOUTHI SONO LA NUOVA SPINA NEL FIANCO DI MELONI. IL MINISTRO DELLA DIFESA CROSETTO VALUTA DI INVIARE LA MARINA MILITARE NELLO STRETTO DI BAB EL-MANDEB PER GARANTIRE IL TRANSITO DELLE NAVI ITALIANE, MESSO A REPENTAGLIO DALLE AZIONI DEI RIBELLI DELLO YEMEN

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’EVENTUALE VOTO DEL PARLAMENTO PER UNA MISSIONE AD ALTO RISCHIO … I “PARTIGIANI DI DIO”, IN GUERRA CONTRO L’ARABIA SAUDITA, SONO ARMATI FINO AI DENTI CON DRONI, MISSILI BALISTICI E RAZZI

Gli Houthi avanzano sul terreno e, secondo un rapporto di Conflict Armament Research, stanno sperimentando «armi che nessun altro gruppo armato possiede». Con Hormuz strozzato e i Partigiani di Dio ormai padroni della costa yemenita sul Mar Rosso e delle isole di Bab el-Mandeb, il ministro italiano della Difesa, Guido Crosetto ha ordinato alla Marina di prepararsi a garantire il transito delle navi italiane. […]
«Abbiamo deciso, con il capo di Stato Maggiore, di non aspettare che sia Aspides a decidere se le navi possono passare o no», ha detto il ministro Crosetto a La Spezia, dove è intervenuto alla quarta edizione del Forum Risorsa Mare.
Per ora si tratta di uno stato di allerta, Crosetto non ha specificato quali misure siano al vaglio né quali mezzi navali potrebbero essere inviati nell’area: «Non decido adesso» quante navi militari italiane saranno inviate per garantire la navigazione nello stretto di Bab el-Mandeb, «valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare». In una nota, la Marina conferma di aver ricevuto l’input del ministro a «verificare» se sia possibile «richiamare sotto comando nazionale» forze italiane già presenti nell’area o se serva «una nuova e specifica autorizzazione del Parlamento».
La priorità, sottolinea il capo della Difesa, è ripristinare i traffici: «Si tratta di navi che, se mandiamo, mandiamo a protezione dei mercantili».
Ma c’è anche un tema di «interessi nazionali e sicurezza degli italiani»: «Monitorare e proteggere i mari, sia in superficie sia nei fondali, significa tutelare la propria sicurezza, la propria prosperità e il proprio futuro», ha concluso il ministro.
Immagini del satellite europeo Sentinel-2, confrontate dall’account specializzato in analisi geospaziali Egypt’s Intel Observer, mostrano che tra l’8 e il 16 settembre gli Houthi hanno scavato circa 20 chilometri di trincee sulle alture attorno allo Stretto di Bab el-Mandeb: si preparano a difendersi da un eventuale contrattacco delle forze sostenute da Riad, mentre controllano dall’alto la rotta marittima. Oltre all’avanzata territoriale, gli esperti di armamenti del Conflict Armament Research (Car), dopo una missione in Yemen, segnalano un salto nelle capacità militari dei ribelli.
Oltre a droni, missili balistici, razzi e sistemi anticarro, hanno individuato moduli di navigazione ed eliche potenzialmente utilizzabili in «siluri circuitanti», sistemi subacquei che amplierebbero notevolmente la capacità degli Houthi di colpire bersagli in mare. L’Iran resta decisivo, secondo il britannico Car, nei rifornimenti. Ma il gruppo starebbe ormai sviluppando anche una propria capacità di ricerca e produzione locale.
Il fronte più caldo resta quello saudita, con nuovi attacchi incrociati. Riad ha colpito le province yemenite di Hajjah e Taiz mentre a Taif i detriti di un drone intercettato hanno ucciso un cittadino yemenita residente nel Regno: è la prima vittima annunciata da Riad dall’inizio della nuova escalation. […]
Secondo fonti iraniane citate da Reuters, la Cina – interessata a evitare che la guerra investa ancora di più le rotte energetiche da cui dipende anche la propria economia – ha trasmesso il messaggio all’Iran. Che ha scaricato la responsabilità sugli Stati Uniti: la stabilità regionale, ha risposto il regime dei Pasdaran – passa dalla fine della guerra nella regione.
Le sponde del conflitto coincidono con quelle del Mar Rosso. Secondo l’Onu, più di 100 mila yemeniti hanno lasciato le proprie case nelle ultime settimane; oltre 2 mila hanno attraversato il mare su piccole imbarcazioni verso Gibuti.

(da agenzie)

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GIORGIA CONTRO GIORGIA

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL 10 OTTOBRE 2017, IN OCCASIONE DEL VOTO DI FIDUCIA SUL ROSATELLUM, GIORGIA MELONI BOCCIO’ LA GIORGIA MELONI DI OGGI

La tecnica è collaudata. Mentre mercoledì Giorgia Meloni serviva sulla tavola imbandita dell’opinione pubblica il piatto forte, l’abolizione del bollo (limitata alle auto di media e piccola cilindrata) e per ora a termine (per il solo 2027, anno delle elezioni), altre prelibatezze, ma più difficili da digerire, passavano decisamente in secondo piano, nascoste nelle pieghe del menù. A cominciare dall’amaro: la cancellazione della tassa più odiata dagli automobilisti ridimensionata, seduta stante, dalla decisione di ridurre, in parallelo, lo sconto sulle accise del diesel da 17 a 12 centesimi. Con tutto quello che ne consegue in termini di rincari al distributore per il gasolio.
Bisognava invece inforcare gli occhiali per scorgere, nelle note sugli allergeni, la pietanza meno insidiosa: la fiducia che si fa strada alla Camera in terza lettura sulla legge elettorale (con finte preferenze e premio di maggioranza bulgaro), presentata agli italiani come la panacea contro l’instabilità dei governi repubblicani. Che detto dall’esecutivo più longevo della storia suona già da solo come una contraddizione in termini. Ma a conti fatti, che sarà mai? L’arte di comunicare contraddicendosi, del resto, è un vecchio vizio che a Meloni, finora, gli italiani hanno sempre perdonato.
Quando furono i 5 Stelle a proporre il taglio parziale del bollo auto Giorgia liquidò, con piglio da statista, l’iniziativa come degna di Cetto La Qualunque. Quanto all’ipotesi di porre la fiducia sulla legge elettore bisogna andare decisamente più indietro nel tempo per scoprire cosa ne pensasse all’epoca l’attuale presidente del Consiglio: “Approvare con il voto di fiducia, impedendo al Parlamento di discutere, una legge elettorale che impedirà ai cittadini di scegliersi il proprio governo e i propri rappresentanti sarebbe semplicemente scandaloso. E la domanda di Fratelli d’Italia è: il presidente Mattarella dov’è?”. Così, il 10 ottobre 2017, in occasione del voto di fiducia sul Rosatellum, Giorgia Meloni bocciò la Giorgia Meloni di oggi.

(da La Notizia)

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