Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA DEI DUBLINANTI, OVVERO DI CHI ARRIVA IN ITALIA PER POI PASSARE OLTRALPE: PER ANNI ABBIAMO FATTO I FURBI, INVOCANDO “EMERGENZE NAZIONALI”, ORA ABBIAMO FIRMATO IL GEAS E DOVREMO ESAMINARE NOI LE RICHIESTE D’ASILO IN ITALIA
Non bastava lo scontro tra la premier Giorgia Meloni e il primo ministro spagnolo Pedro
Sanchez sulla crisi di Ceuta. Non bastavano le frontiere “chiuse” da Roma verso Madrid e la replica spagnola con controlli a campione sugli arrivi dall’Italia. Ora i migranti diventano una carta di discussione europea e da Berlino, dove i sondaggi danno l’ultradestra Afd in ascesa, chi è arrivato nella Ue dal nostro Paese dovrà tornare indietro, da noi.
E richiedere asilo sul nostro territorio. Così, ricostruisce Repubblica: il 19 agosto la prima richiedente asilo da quasi quattro anni sarà respinta in Italia. Si tratta di una cittadina somala di 22 anni, Abdirisaq Warsame, arrivata in Germania a marzo.
La questione dei dublinanti
Secondo il Regolamento di Dublino, Warsame avrebbe dovuto richiedere asilo in Italia, essendo questo il primo Stato dell’Unione Europea in cui è approdato. Tuttavia, dal 5 dicembre 2022, il governo guidato da Giorgia Meloni ha sospeso la riaccoglienza dei cosiddetti dublinanti invocando un’«emergenza nazionale».
Così facendo migliaia di richiedenti asilo sono rimasti bloccati in Germania in una condizione di incertezza giuridica. E i flussi verso il nord europeo sono continuati: dei circa 340 mila migranti sbarcati in Italia dall’inizio del mandato del governo Meloni, moltissimi hanno considerato il nostro Paese solo una tappa di transito verso città tedesche come Francoforte, Monaco o Amburgo..
L’accordo del 2025 e il quadro transitorio
Si è poi trovato un accordo temporaneo tra i due paesi: nel dicembre del 2025, un’intesa bilaterale tra Roma e Berlino hanno stabilito un “colpo di spugna” sui casi pregressi accumulatisi in Germania. Si è trattato però di una misura temporanea, pensata esclusivamente per gestire la fase precedente all’entrata in vigore del Geas (ovvero la Riforma dell’asilo europeo entrata in vigore questo giugno).
Ed è infatti adesso che cambia l’aria. Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco (guidato dal cristiano-sociale Alexander Dobrindt) ha chiarito a Repubblica la posizione netta del governo tedesco per i nuovi arrivi: «Un sistema di Dublino funzionante è la premessa per il successo della Riforma dell’asilo europeo». Quindi ora la Germania intende applicare con il massimo rigore il meccanismo di respingimento verso Italia e Grecia per chi è arrivato nel corso dell’anno. Anche perché, sottolineano oltralpe, nell’autunno del 2025 sia Roma che Atene si sono impegnate a riapplicare pienamente il Regolamento di Dublino al momento del lancio del Geas. Ora resta da capire come reagirà Roma. E se si ricorderà degli accordi intrapresi. Non si sa ancora quante persone saranno respinte esattamente nel nostro Paese. Sicuramente niente è più come prima.
(da Repubblica)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
LO STORICO CANFORA: “SI INVENTANO INSULTO ATTRIBUENDOLI A CHI NON LI HA MAI COMPIUTI”
“Hanno i nervi a pezzi e quindi perdono il controllo con una certa facilità, inventano degli insulti attribuendoli a chi non li ha compiuti“. Con queste parole lo storico Luciano Canfora, ospite a In onda (La7), commenta la polemica scatenata ieri dal governo Meloni intorno alla commemorazione del settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, quando, durante la cerimonia al Bois du Cazier, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha letto il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alcuni sindacalisti hanno voltato le spalle: l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza e Giorgia Meloni hanno accusato subito la Cgil ma il sindacato belga Fgtb ha rivendicato il gesto come protesta antifascista contro la presenza di Fratelli d’Italia. I post di Meloni e Fidanza, ad ora, sono ancora online, senza scuse nei confronti della Cgil.
Canfora prosegue senza mezzi termini: “Improvvisamente si abbracciano all’immagine del presidente della Repubblica salvo contrastarlo in molti modi, comprese le riforme in gestazione con cui si tenterà di togliere le prerogative del capo dello Stato. È una decadenza molto sintomatica che fa capire che da quando c’è stata la grande scissione vannacciana hanno perso la bussola e quindi si appendono a qualunque pretesto, poi passa il giorno dopo e ce ne sarà un’altra. È una ginnastica mentale a perdere“.
Lo storico si sofferma poi sullo scontro diplomatico tra Sànchez e Meloni, premettendo: “i valori (usiamo questa parola grossa), nei quali Vannacci dichiara di credere, compreso blindare confini e ammiccare a AfD, sono gli stessi di chi ci governa attualmente. Valori che Meloni per molto tempo ha cercato di attutire i toni mostrandosi un po’ più dolce o europeista. Ora invece c’è lo scisma vannacciano – continua – E con lo scisma i problemi diventano drammatici: o combatti e distruggi Vannacci o lo insegui. Fratelli d’Italia ha scelto la linea di inseguirlo e questo in realtà è un suicidio politico“.
Canfora riserva lo stesso registro critico anche allo scontro con il premier spagnolo Pedro Sánchez. Lo storico non ha dubbi sul carattere della mossa di Meloni: “Con questi gesti insensati si ridicolizzano: viene in mente la celebre frase “la seconda volta è farsa”. Questa è una farsa e ora dare una mano ad Abascal di Vox per battere alle prossime elezioni Sánchez, usando Ceuta e Schengen, è, in piccolo e in carattere comico, quello che un governo italiano di molti anni addietro fece approvando e appoggiando militarmente Francisco Franco contro il governo socialista di Largo Caballero. Sto evocando un episodio drammatico di cui questa è la caricatura in piccolo“.
Il riferimento è all’intervento fascista italiano nella guerra civile spagnola: Mussolini inviò migliaia di uomini, aerei, armi e il Corpo Truppe Volontarie a sostegno dei nazionalisti di Franco contro la Repubblica, di cui Largo Caballero fu premier socialista tra il 1936 e il 1937. Quella fu un’operazione militare di vasta portata; oggi, secondo lo storico, assistiamo a una versione in scala ridotta e grottesca.
Canfora chiude con un giudizio pragmatico sulla crisi tra Spagna e Italia: “Credo che passerà ben presto questa storia perché la doverosa “ritorsione”, come la chiamano loro, di chi si è visto sbarrare Schengen crea una situazione dalla quale prima si esce meglio è”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESPERTA: “SOCIAL, IA E MEDIA ALLINEATI; SI ARRIVA COSI’ ALLA PERCEZIONE DEFORMATA DEL CLIMA POLITICO-SOCIALE”
Video con l’intelligenza artificiale, profili falsi sui social network, media allineati, fondi Maga
per diffondere la propaganda sovranista e discorsi d’odio. La prossima campagna elettorale è una gara a chi va più a destra. Da una parte, c’è il generale Vannacci che alza il livello dello scontro, dall’altra un governo che legifera a suon di decreti legge securitari. Lo strumento: un linguaggio sempre più aggressivo che sembra – secondo i sondaggi – premiare il generale. E i nemici sono già stati individuati: l’Islam, i minori di origine straniera, la sinistra.
È un periodo in cui «la violenza viene usata come metodo e la discriminazione come difesa», spiega Simona Ruffino, umanista ed esperta di comunicazione strategica, specializzata nell’analisi dei meccanismi che orientano la percezione e il comportamento collettivo. Ma non è solo una questione di linguaggio. Queste settimane hanno riportato a galla vecchi meccanismi. «Si è rimessa in moto una macchina simile a quella che Matteo Salvini ci ha fatto conoscere nel 2019 e che abbiamo chiamato “la Bestia”», prosegue Ruffino, che è stata presa di mira sui social dopo aver criticato pubblicamente un’intervista di Vannacci.
«Sono arrivate minacce di morte, stupro e altri messaggi inquietanti. Nel giro di poco tempo mi sono resa conto che, nella maggior parte dei casi, i commenti sono partiti da profili falsi», racconta. «L’obiettivo è costruire una percezione molto deformata della realtà e del clima politico e sociale del paese».
È il fenomeno dell’astroturfing: un’azione simultanea di attivisti reali, profili ombra e account civetta che sommerge il bersaglio con centinaia di commenti intimidatori, fabbricando a tavolino l’illusione di un’indignazione popolare spontanea. Si produce così l’impressione che una posizione sia maggioritaria quando non è necessariamente vero. «L’architettura interna delle piattaforme si è riflessa sulla nostra architettura esterna di percezione».
Gli strumenti
La morte di Abderrahim Fakir a Bologna, l’attentato a Berlino, l’accoltellamento di tre donne a Parigi, l’arrivo di migliaia di persone a Ceuta. Ogni caso che coinvolge persone di origine straniera diventa una “battaglia” e il terreno di scontro è soprattutto sulle piattaforme social dove content creator e pagine “di informazione” fungono da megafono.
Il caso più noto è quello di Welcome to Favelas che di recente ha annunciato la sua candidatura al bando “Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience and Rule of Law in Europe” del Dipartimento di Stato Usa, su cui Italia Viva ha presentato un’interrogazione parlamentare. Presentato formalmente come un programma per rafforzare la democrazia e lo Stato di diritto, è in realtà uno strumento di diffusione in Ue dell’agenda politica MAGA.
I finanziamenti sostengono organizzazioni impegnate su temi centrali del trumpismo, come sovranità nazionale, contrasto all’immigrazione, opposizione alla regolamentazione dei social media e denuncia della presunta censura e del “lawfare”. Cioè l’ennesimo attacco alla magistratura. Attraverso ricerche, conferenze e attività culturali, il programma mira a promuovere una comune identità occidentale e una visione conservatrice di diritti e libertà. I progetti vincitori potranno ottenere fino a tre milioni di dollari e inizieranno a settembre. In Europa, c’è già chi la considera un’ingerenza pericolosa per le prossime elezioni, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Il comune denominatore del linguaggio sovranista è la diffusione di discorsi d’odio. «L’aggressività ha fatto parte della costruzione di una percezione di autorevolezza, che le persone confondono spesso con l’autorità. Vannacci ha utilizzato un linguaggio particolarmente aggressivo per farsi percepire come una persona capace di fornire risposte e soluzioni a problemi che sono invece estremamente complessi», spiega Ruffino. «Le persone affascinate dalla comunicazione manipolativa tipica dei leader autoritari e fascisti sono cadute nella trappola. Ma parlare in modo violento non significa avere una soluzione».
La comunicazione vannacciana non è la sola. Segue le orme di quella trumpiana. «L’Ia offre una maniera veloce per costruire messaggi particolarmente manipolativi. In Italia, prima di Vannacci, nessuno si era spinto a utilizzarla in questo modo. Anche questa scelta ha un significato politico: fa capire verso quale modello di leadership vuole orientarsi», continua Ruffino. Nei suoi video, il leader di Futuro nazionale normalizza simbolicamente l’eliminazione dell’avversario e costruisce una mitologia del capo.
Destra di governo
Se Vannacci è stato il primo a usare l’Ia in stile Trump, la sua narrazione non è una novità né è estranea ai partiti della destra di governo. Seppur più limitati dal ruolo istituzionale, Fratelli d’Italia e Lega hanno contribuito a quest’operazione linguistica e culturale, volta alla creazione di un nemico, alla disumanizzazione di una parte di società a cui riconoscono diritti di serie b. Proponendo di inserire nei trattati europei «il riconoscimento esplicito» delle «radici cristiane dell’Europa», FdI nel suo programma per le europee del 2019 voleva «contrastare il processo di islamizzazione in corso», con «il contrasto al proselitismo integralista che alimenta il terrorismo» e l’«introduzione del reato di integralismo islamico». Un obiettivo che alle politiche del 2022 è stato ridotto a «contrasto all’integralismo islamico».
Il programma ha tentato di istituzionalizzarsi, ma non hanno fatto lo stesso i componenti di partito: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida nel 2023 sosteneva bisognasse «incentivare le nascite» perché «non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica». Secondo Sara Kelany, responsabile Immigrazione di FdI, in alcune città esiste il separatismo islamico – cioè verrebbe applicata la legge islamica – «che minaccia le fondamenta della nostra civiltà».
O la stessa presidente del Consiglio nel 2024, in campagna elettorale, poneva come priorità la difesa dell’Ue «dall’islamizzazione strisciante». Senza tornare all’epoca della “Bestia” di Salvini, i fatti di Ceuta per il vicepremier «ci dicono che il pericolo per i nostri figli è l’estremismo islamico», alludendo in un post al fatto che potesse trattarsi di «invasione organizzata».
L’ha chiamata così l’eurodeputata della Lega Susanna Ceccardi che, con altre due colleghe di partito, si è appellata a Mattarella sostenendo che «l’Islam politico rappresenta un rischio per la tenuta democratica delle nostre istituzioni». Dunque, se è vero che – come mostra una ricerca dell’università di Salerno sulla macchina propagandistica di Salvini – le emozioni negative (rabbia, tristezza, paura) trainano l’engagement, queste non rimangono solo nel linguaggio, ma plasmano la realtà.
Non solo si traducono in proposte di legge per vietare l’uso del burqa, imporre la lingua italiana agli imam, limitare il ruolo delle moschee narrate come pericolo. Ma anche in violenza: negli ultimi mesi gruppi di estrema destra hanno organizzato agguati contro persone di origine straniera o ronde “anti-maranza”. È accaduto alla stazione Termini a Roma, dove volevano colpire gli «inferiori»; o a Bologna dove, scriveva La Stampa, un gruppo voleva «liberare (il territorio) dagli stranieri».
La velocità e la semplificazione della comunicazione social trovano terreno fertile in un paese in cui (dati Ocse) il 35 per cento degli adulti italiani si colloca ai livelli più bassi di literacy, contro una media del 26 per cento della popolazione. «Non è necessario che il contenuto abbia un fondamento – conclude Ruffino – La ripetizione ha prodotto familiarità e la familiarità è stata confusa con la verità».
(da editorialedomani.it)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
SE C’E’ L’EUROPA IL SOVRANISMO MUORE, PER QUESTO VOGLIONO DISTRUGGERLA
I guai grossi non si possono evitare, ma proprio questo rende odiosi, in quanto evitabili e superflui, i guai piccoli. Tipico esempio di guaio piccolo odioso, perché perfettamente evitabile, è il miserabile sgarbo del governo italiano alla Spagna: inutile, provocatorio e anche a tradimento. Vile nei confronti di un partner europeo che avrebbe avuto diritto a solidarietà e collaborazione, non a questo gesto ostile e — come già spiegato e capito da tutti, tranne il Salvini — del tutto ininfluente sul fronte dalla difficile gestione dei flussi migratori in Europa.
Non si fa in tempo a ricalibrare il giudizio sul governo Meloni, cercando di evitare uno guardo troppo fazioso, di frenare i giudizi drasticamente ideologici (tipo: sono fascisti!), che il governo Meloni provvede a rimarcare lo sprofondo che lo separa dalla democrazia dei diritti e soprattutto dalla costruzione europea, che il melonismo detesta perché l’Europa è per la destra sovranista come la kryptonite per Superman: se c’è l’Europa il sovranismo muore, e viceversa, se vince il sovranismo (Meloni tra le star in cartellone) l’Europa muore. E dunque, dopo qualche settimana (un paio al massimo) di tentativi di moderare i termini, e levigare i giudizi, e sperare che il clima politico rincivilisca, alla fine sei costretto a dire: sì, purtroppo sono fascisti.
Peccato. Perché sarebbe di gran lunga più confortante pensare che sia frutto di pregiudizio, buttare Meloni in quel calderone di istinti aggressivi, xenofobia, nazionalismo stupido e vacuo. Mettiamola così: Meloni è l’infaticabile, puntuale vidimatrice dei nostri pregiudizi. Riuscisse mai a smentirci, le saremmo grati.
(da Repubblica)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER INFIERISCE: “LE DIVISIONI HANNO UN IMPATTO SERIO SUL PROFILO DELLE OPPOSIZIONI CHE SI CANDIDANO A GOVERNARE IL PAESE. L’EPISODIO PARLAMENTARE LO DIMOSTRA”
«In politica non c’è mai nulla di insormontabile, a condizione che il partito fondamentale
della coalizione svolga il ruolo che gli spetta, generoso ma non acquiescente». Paolo Gentiloni pesa ogni parola. Al termine di una settimana in cui le contraddizioni del Campo largo sulla politica estera sono emerse potenti, l’ex premier ricorda il valore centrale della collocazione internazionale dell’Italia.
«Stiamo parlando dell’atteggiamento italiano verso l’Ucraina, dove si è in una fase molto delicata poiché c’è uno strano equilibro, precario e sanguinoso: Kiev ha acquisito una netta superiorità nella guerra dei droni, ma si è indebolita sul piano della difesa antimissile. Il risultato è che gli attacchi sulle sue città sono i più violenti e mortiferi degli ultimi due anni. […] Le divisioni interne al governo come quelle interne all’opposizione sono evidenti e ci rendono i più svogliati tra i volenterosi».
Non vorrà minimizzare quanto sta succedendo nel Campo largo su questo tema?
«No. Le divisioni hanno un impatto serio sul profilo delle opposizioni che si candidano a governare il Paese. L’episodio parlamentare lo dimostra. Ci sono due temi sui quali il Pd non può e non deve transigere: il sostegno all’Ucraina e la difesa comune europea.
Purtroppo, si trattava proprio di questo e le opposizioni hanno fallito il test. La difesa europea e l’ammodernamento degli arsenali nazionali non sono in contrapposizione, ma posso capire che la difesa comune diventi terreno di convergenza, tanto più che ci sono ottimi motivi per temere gli effetti delle scelte nazionali di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania che investirà 190 miliardi nel 2029».
Quale dovrebbe essere allora la battaglia dell’opposizione?
«Invocare la difesa europea con il fondo Safe e gli eurobond per finanziarla. È questa la linea dello spagnolo Sánchez, che ha chiesto i fondi Safe. Non vorrei che chi vi si oppone sia passato dall’idea che a difenderci ci pensano gli americani a quella che ci penseranno i tedeschi».
Sta dicendo che si è persa un’occasione?
«Mi pare evidente. È ovvio che in una stagione come questa, le coalizioni politiche non possono essere monocolore. Ma occorre aver chiaro che la politica estera e l’atteggiamento verso l’Europa non sono allegati o note a margine di un programma di governo che si occupa di economia, energia, dinamiche sociali, sanità. Non lo sono perché definiscono la tua identità: se stai con gli aggrediti o con gli aggressori, se ti batti per la libertà, se stai con l’Europa o stai con Putin e Trump. E non lo sono perché buona parte delle scelte contenute in quel programma sono scelte a dimensione europea».
Quando Giuseppe Conte dice che il Campo largo sarà contro il riarmo e gli aiuti all’Ucraina non pone un ostacolo insormontabile?
«Siamo seri: gli italiani non credono che basterebbero un paio di incontri a un eventuale nuovo premier per raggiungere la pace in Ucraina. Ci sono però molti italiani che si illudono che un’Italia arrendevole avrebbe dei vantaggi, è una posizione trasversale […]».
Ma è vero che nel centrosinistra c’è un’ossessione a rimuovere il passato riformista, più specificamente il lascito delle stagioni di Renzi e Gentiloni?
«Non so se qualcuno sia ossessionato, nel caso si faccia curare. Ma non penso sia questa la linea di Elly Schlein».
C’è un punto di equilibrio?
«Le grandi forze progressiste come il Pd hanno sempre anime diverse. Guardi a quanto succede tra i democratici in America. In Michigan Abdul El-Sayed ha vinto le primarie per il Senato, rafforzando l’idea che per opporsi a Trump occorra una linea di sinistra socialista.
Ma nessuno si sogna di escludere le posizioni riformiste e moderate, come quelle di Gretchen Whitmer, governatrice dello stesso Stato al suo secondo mandato, o quelle di Abigail Spanberger, che lo scorso gennaio è diventata governatrice della Virginia. Tornando all’Italia, la ricetta vincente non può che essere quella di una coalizione e di un partito che valorizzino le diverse anime, sapendo che l’anima riformista è in ultima analisi quella più capace di conquistare una maggioranza»
(da Corriere della Sera)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESPERTO DI RINASCIMENTO: “TRUMP STA SBAGLIANDO TUTTOCON HARVARD. UNA STRATEGIA GROSSOLANA CHE SI E’ RITORTA CONTRO”
«Stamattina passeggiavo nel campus e ho visto un cartello con il nome di Brunelleschi. Sotto qualcuno aveva scritto con il pennarello Black Lives Matter. Ho pensato: almeno non l’hanno ancora cancellato. A quanto pare Brunelleschi non è considerato un suprematista bianco». James Hankins, uno dei massimi esperti di Rinascimento al mondo, sorride circondato da libri e pile di giornali nella stanza che conserva, ancora per qualche settimana, al secondo piano del Dipartimento di Storia di Harvard. È tornato a Cambridge un anno e mezzo dopo l’articolo con cui annunciò pubblicamente la decisione di lasciare, dopo 40 anni, il prestigioso ateneo a causa del “globalismo imperante” e della “rinuncia al canone occidentale”.
Oggi Hankins, 71 anni, insegna alla Hamilton School dell’Università della Florida, un nuovo centro dedicato allo studio della civiltà occidentale. Mentre Donald Trump prosegue la sua offensiva contro Harvard e le altre università d’élite, accusate di essere roccaforti dell’ideologia progressista e radicale, il professore sostiene che la strategia della Casa Bianca non aiuti a riformare l’istruzione superiore. Al contrario, ha trasformato “un confronto sulla missione dell’accademia in una guerra ideologica”.
Lei è arrivato ad Harvard nel 1985.
«All’epoca era ancora un ateneo molto conservatore se paragonato agli altri della Ivy League, soprattutto perché il corpo docente era anziano. I professori giovani erano una rarità. Ci si aspettava che gli accademici costruissero altrove la propria reputazione, e soltanto allora Harvard avrebbe potuto chiamarli. La filosofia era semplice: Harvard doveva reclutare soltanto i migliori. Quando ottenni la cattedra, nel 1992, fui il primo in più di vent’anni a essere promosso internamente. Mi dissero che il precedente risaliva al 1969. Ero enormemente orgoglioso di me stesso, pensavo che quella promozione significasse che ero eccezionale. In seguito capii che non era così. Harvard aveva troppi posti vacanti e doveva per forza promuovere i docenti più giovani. Era l’inizio di una nuova filosofia delle assunzioni: prima il criterio era promuovere il miglior 20 per cento dei docenti junior, poi si arrivò al 50 per cento. Oggi è saltato tutto».
Eppure già negli anni Sessanta e Settanta Harvard aveva dimostrato di avere anche una grossa componente liberal e progressista, con studenti e docenti che si battevano contro la guerra e per i diritti civili.
«Nel corso degli anni ci sono sempre stati gruppi di attivisti che cercavano di utilizzare il prestigio di Harvard per promuovere cause politiche. Alcune battaglie incontravano la mia simpatia: l’attivismo per i diritti degli omosessuali o contro la guerra in Vietnam, per esempio. Tuttavia ai vertici dell’università c’era una dirigenza molto determinata, la cui priorità era una: Harvard doveva rimanere la migliore università del mondo. L’eccellenza accademica veniva sempre prima di tutto».
E poi?
«Negli anni Novanta cominciarono a formarsi dei caucus politici, organizzati soprattutto intorno ai diritti delle donne. Quelle discussioni si svolgevano al di fuori delle riunioni formali di facoltà. Un gruppo di donne, e alcuni uomini, si incontravano in anticipo per concordare scopi e strategie. L’obiettivo finale era raggiungere la piena parità. Fu una campagna fortemente ideologica, culminata nel 2005, l’anno in cui le femministe riuscirono a liberarsi di Larry Summers».
L’allora presidente di Harvard aveva dichiarato che il numero inferiore di donne ai vertici della carriera accademica fosse legato a “differenze di abilità innate”. Un’affermazione molto grave, non crede?
«Citò un’ipotesi, e avrebbe potuto dire proprio questo: “Stavo formulando un’ipotesi, non stavo esprimendo le mie convinzioni personali. Perché dovrei dimettermi?”. Invece scelse di non difendersi. E questo secondo me è stato l’inizio della fine».
Si spieghi.
«La storica Drew Faust divenne presidente, prima donna nella storia di Harvard. E così, molti attivisti ebbero la sensazione di aver vinto. A mio giudizio, quello fu il momento in cui un movimento politico assunse di fatto il controllo dell’università. Harvard divenne quindi un modello per molte altre istituzioni in cui movimenti analoghi aspiravano a trasformare la vita universitaria».
Cosa prova a stare qui dopo le dimissioni?
«Nessuno si è mostrato ostile nei miei confronti. Molti dei docenti attuali sono stati assunti o promossi quando facevo parte delle commissioni che li valutavano. Naturalmente, tanti colleghi a cui ero legato sono ormai andati in pensione o sono morti. Questo mi rende più facile andare via».
La sua decisione di lasciare Harvard è arrivata proprio mentre l’amministrazione Trump dichiarava guerra all’ateneo. Cosa pensa dell’iniziativa del presidente?
«Credo che Harvard avesse cominciato a correggere la rotta con Alan Garber, il nuovo presidente. Non lo definirei un conservatore, ma è certamente un uomo delle istituzioni. Ritiene che l’università debba concentrarsi sulla propria missione accademica, invece di lasciarsi coinvolgere dalla politica.. E mi sembrava che avesse già cominciato ad adottare misure in questo senso. Ma poi Trump ha lanciato la sua offensiva. L’amministrazione credeva di poter spaventare Harvard per costringerla a cambiare. Invece la strategia si è ritorta contro di loro…Trump ha utilizzato uno strumento molto grossolano, come è nel suo stile. Crede che se si colpiscono le persone abbastanza duramente, prima o poi cambieranno. A volte funziona, in questo caso non credo abbia funzionato».
Perché?
«Perché oggi molte persone di sinistra considerano qualsiasi concessione a Trump un tradimento. Quando Garber ha deciso di opporsi all’amministrazione, rifiutando qualsiasi tipo di accordo, ha ricevuto un sostegno enorme sia all’interno, sia all’esterno di Harvard. Ma paradossalmente per lui è diventato molto più difficile realizzare riforme che, in circostanze diverse, sarebbero state poco controverse. Prendiamo l’enorme burocrazia del Title IX».
Si riferisce all’ampliamento – voluto da Obama – della legge del 1972 che vieta discriminazioni basate sul sesso nelle università che ricevono fondi federali.
«Quando nel 2011 l’amministrazione Obama inviò le nuove linee guida agli atenei, Harvard dovette assumere molto personale per stare dietro alla verifica di tutte le nuove segnalazioni. Penso sia del tutto legittimo domandarsi se quei posti di lavoro siano davvero necessari. Tuttavia, poiché Trump ha inserito il Title IX e le politiche per promuovere la diversità nella propria battaglia politica, ridimensionare oggi quell’apparato burocratico rischia di apparire come una resa nei suoi confronti».
Cos’altro rimprovera ad Harvard?
«Di aver rinunciato ai suoi valori per ragioni economiche. Per molti anni i principali sostenitori dell’università sono stati gli ex studenti finiti poi a Wall Street. Molti di loro appartenevano ai final club ed erano straordinariamente impegnati nel sostenere Harvard».
Stiamo parlando di circoli sociali privati per soli uomini, prevalentemente bianchi, e non riconosciuti ufficialmente da Harvard.
«E per questo molti li consideravano bastioni di una cultura conservatrice da sconfiggere. Un obiettivo in parte raggiunto quando i finanziamenti pubblici sono diventati molto più consistenti, soprattutto per la Medical School e la School of Public Health. Oggi circa il 20 per cento dei finanziamenti di Harvard proviene da fonti governative. Quando l’amministrazione Trump ha sospeso i fondi, la School of Public Health è stata colpita in modo particolarmente duro, perché una quota molto elevata del suo bilancio dipende dai finanziamenti federali. Ma il cambiamento più importante è avvenuto tra il 2005 e il 2010 quando, con la crisi economica, Harvard ha cominciato a cercare attivamente grandi donazioni provenienti dall’estero, soprattutto dalla Cina e dall’India. Alcuni di quei donatori avevano interessi politici. Quando iniziò ad affluire il denaro straniero, i rapporti con gli ex alunni divennero meno importanti. L’università poteva ignorarli perché un unico miliardario cinese o indiano poteva donare somme molto maggiori. Questo spostamento ha modificato gli equilibri di potere».
Come?
«Il denaro straniero ha garantito all’amministrazione universitaria una maggiore indipendenza finanziaria rispetto alla tradizionale base di alumni. Questo, a sua volta, ha reso più facile perseguire politiche più radicali senza doversi preoccupare dei donatori conservatori. E così l’università è diventata sempre di più un luogo dove non c’erano idee diverse e dove si faceva esplicitamente politica».
Lei sostiene che l’abbandono dello studio della civiltà occidentale abbia avuto un effetto terribile sulle nuove generazioni in America. In Italia il canone occidentale è ancora centrale nell’istruzione eppure il Paese affronta molte delle stesse tensioni sociali che osserviamo negli Stati Uniti.
«La mia impressione è che i giovani italiani siano ancora notevolmente più civilizzati dei giovani americani: crescono circondati dalla storia, sanno da dove vengono. Non sperimentano lo stesso senso di completo distacco dal passato. Negli Stati Uniti le persone conoscono poco la propria storia e, più in generale, la storia occidentale. Questo le rende molto più vulnerabili ai cattivi maestri che raccontano loro che la civiltà occidentale non è altro che schiavitù, supremazia bianca e oppressione».
Dopo decenni di oblio, oggi molti corsi di storia americana dedicano spazio al ruolo della schiavitù e del suprematismo bianco.
«Esattamente. E credo che i giovani stiano cominciando a ribellarsi a questa narrazione univoca. Il problema è che non reagiscono riscoprendo la storia che non è mai stata insegnata loro. Molti si rivolgono alle teorie del complotto e ad altre spiegazioni semplicistiche. Il tipo di barbarie culturale che stiamo sperimentando oggi negli Stati Uniti è molto più grave. C’è una grandissima intolleranza tra persone che ufficialmente affermano di attribuire molto valore alla tolleranza. Gran parte di questo deriva dal fatto che non abbiamo più modelli condivisi di comportamento. Quando la storia occidentale veniva insegnata in modo tradizionale, gli studenti incontravano eroi e malvagi. Alcune figure storiche venivano elogiate, altre criticate. La storia appartiene originariamente alla tradizione retorica. Il suo scopo non era soltanto trasmettere fatti, ma anche coltivare la capacità di giudizio. Inoltre forniva alla società un quadro culturale condiviso. Negli ultimi quarant’anni, invece, abbiamo celebrato il multiculturalismo. Abbiamo incoraggiato le persone a valorizzare ciò che le rende differenti, anziché chiedere loro di entrare a far parte di una cultura comune. Il multiculturalismo, a partire dagli anni Novanta, ha spinto tanti americani a disprezzare l’America, e a valorizzare altre identità. Non penso che l’assimilazione debba essere assoluta o immediata ma credo che ogni società abbia bisogno di un certo grado di assimilazione culturale».
Se accettiamo che la civiltà occidentale si sia indebolita, quale è la responsabilità dei suoi presunti custodi? Oggi, quando si parla di difendere la civiltà occidentale, i nomi che ricorrono spesso sono quelli di Donald Trump, Vladimir Putin o Peter Thiel…
«Per cominciare, non credo che Donald Trump sappia molto della civiltà occidentale. Putin ne possiede una propria interpretazione, radicata nella storia russa e nel cristianesimo ortodosso. Quando arrivai a Harvard la maggior parte dei professori aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale o nella guerra di Corea: avevano difeso il proprio Paese. Non passavano il tempo a domandarsi cosa fosse la civiltà occidentale, l’avevano vissuta, avevano combattuto per essa. Poi arrivò la generazione del Vietnam e molti accademici divennero molto più critici nei confronti dell’America a causa dell’opposizione alla guerra. Ma non credo che siano gli unici responsabili del declino. La globalizzazione ha avuto un ruolo altrettanto importante. Il presidente Derek Bok aveva una visione di Harvard come università globale. C’erano progetti per aprire una facoltà di legge in India, centri di ricerca in Cina. Non era l’unico, ogni grande università americana perseguiva la stessa strategia. E le grandi imprese le sostenevano con entusiasmo. Molti dirigenti aziendali arrivarono a considerare il nazionalismo americano qualcosa di imbarazzante. C’erano quindi due forze molto potenti che si muovevano nella stessa direzione. Da una parte, la cultura intellettuale successiva al Vietnam. Dall’altra, il capitalismo globale: nessuna delle due era particolarmente interessata a coltivare una forma sana di patriottismo. Credo che quel processo si sia semplicemente spinto troppo oltre».
Cosa c’è di sbagliato nel denunciare colpe e responsabilità dell’Occidente?
«Credo che le persone debbano essere orgogliose sia del proprio Paese, sia della propria civiltà. Questo non significa rinunciare alla critica, ma questa non può diventare l’intera storia. Oggi si parla spesso di una “civiltà globale”. Esistono mercati globali, aziende globali, marchi globali. Ma non esiste una civiltà globale. Le civiltà sono radicate nella storia, nella cultura e nella memoria condivisa. Queste cose non possono essere semplicemente globalizzate».
(da “Corriere della Sera”)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
I BRACCIANTI VENGONO SPOSTATI DA UNA REGIONE ALL’ALTRA A SECONDA DELLE STAGIONI DI RACCOLTA… IL SISTEMA VIENE ALIMENTATO DALLE COSIDDETTE “COOPERATIVE SENZA TERRA” CHE AFFIANCANO IMPRESE CON POCHI SCRUPOLI IN UN SISTEMA PIENO DI IRREGOLARITA’ IN CUI LATITANO I CONTROLLI … SU CIRCA UN MILIONE DI AZIENDE AGRICOLE SOLTANTO 11.985 ADERISCONO ALLA “RETE DEL LAVORO AGRICOLO DI QUALITA’”
Da marzo a settembre migliaia di braccianti raggiungono il Metapontino e l’Alto Bradano, in
Basilicata, per la frutta di stagione. Prima le fragole, nelle scorse settimane le pesche, poi i pomodori. Arrivano dalla Piana di Sibari, in Calabria, dove da ottobre a febbraio hanno raccolto agrumi e olive.
In autunno saliranno in Piemonte, e chiuderanno l’anno in Friuli-Venezia Giulia con la lavorazione della barbatella. Stagione dopo stagione, lungo lo stesso percorso, si muove anche il calendario del caporalato, il sistema di reclutamento illegale che intercetta i lavoratori a ogni tappa.
Secondo la Flai Cgil, che con l’Osservatorio Placido Rizzotto realizza ogni anno il Rapporto Agromafie e Caporalato, in Italia almeno 200 mila lavoratori subiscono irregolarità nei campi, in gran parte in condizioni di sfruttamento. Contro questo sistema esiste dal 2016 la legge 199, che avrebbe dovuto premiare le imprese in regola, ma su circa un milione di aziende agricole soltanto 11.895 aderiscono alla Rete del lavoro agricolo di qualità, lo strumento previsto per certificare chi rispetta contratti e condizioni. […]
L’intermediazione irregolare è il cuore del fenomeno e si presenta in due forme. Il caporalato nero, fatto di violenza, minacce e controllo sulle condizioni di vita, e quello grigio, che si alimenta della falsificazione delle giornate in contratti apparentemente regolari.
Spesso, tramite le cosiddette «cooperative senza terra» che affiancano le imprese meno virtuose, in busta paga viene registrata una decina di giornate a fronte di 50 o più realmente lavorate, abbattendo gli oneri contributivi. Un meccanismo che priva i lavoratori della disoccupazione agricola, ottenibile solo oltre le 102 giornate nel biennio, e ne compromette il permesso di soggiorno. […]
Ad alimentare le irregolarità contribuisce la carenza di controllori. L’Ispettorato nazionale del lavoro conta 2.969 unità, ma la penuria di personale amministrativo ne dirotta molti su compiti d’ufficio, riducendo a poco più di mille quelli a tempo pieno sulla vigilanza. Il risultato, spiega la Flai, è che ogni anno viene controllato meno del 4% delle aziende con manodopera. Un limite che pesa, anche perché il fenomeno segue le stagioni. […]
Perché il caporalato, nel frattempo, si è modernizzato. Non si aspetta più sul ciglio della strada, si riceve un messaggio su WhatsApp quando il furgone è già pronto a caricare per i campi. Da questo reclutamento a distanza prende forma una struttura che gli esperti descrivono ormai nazionale.
I caporali, per esempio, non si limitano più a selezionare la manodopera, la reclutano nelle bidonville, come a Foggia, o nelle aree destinate di fatto agli alloggi, la trasportano sul luogo di lavoro e guadagnano a ogni passaggio, sul trasporto, sugli alloggi, sugli ingressi.
Resta irrisolto il nodo degli alloggi, con casi accertati di 18 persone in un appartamento. Il Pnrr aveva destinato 200 milioni di euro al recupero di soluzioni abitative dignitose per gli stagionali, ma ad oggi ne risultano stanziati solo 25,9, ripartiti tra sette regioni.
(da La Stampa)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA RIMOZIONE È L’ULTIMA DI UN RIMPASTO PIÙ AMPIO DECISO DAL SEGRETARIO ALLA DIFESA PETE HEGSETH, IN GROSSA DIFFICOLTÀ POLITICA: TRUMP L’HA CRITICATO FEROCEMENTE PER NON AVERLO AVVERTITO DELL’ESAURIMENTO DELLE SCORTE DI MISSILI
Uno dei massimi generali del Pentagono responsabili delle operazioni militari in Europa e’ stato rimosso dal suo incarico, quasi due mesi prima della naturale scadenza del suo mandato.
Lo riporta l’emittente Abc News. Il tenente generale Charles Costanza, comandante del V Corpo d’armata dell’esercito, e’ stato rimosso dal comando nei giorni scorsi, secondo quanto riferito da un portavoce dell’esercito, sebbene le circostanze che hanno portato al suo allontanamento rimangano poco chiare.
La rimozione di Costanza avviene nel contesto di un piu’ ampio rimpasto ai vertici delle Forze armate, con oltre una ventina di ufficiali di alto rango rimossi o messi da parte sotto la guida del segretario alla Difesa Pete Hegseth, spesso senza alcuna spiegazione pubblica.
Tuttavia, una fonte a conoscenza del caso Costanza ha affermato che la decisione non e’ collegata al piu’ ampio piano di Hegseth per rimodellare la leadership militare e non e’ dovuta ad alcuna implicazione politica.
Il successore di Costanza, il generale di divisione Thomas Feltey, era gia’ stato confermato dal Senato per il passaggio di consegne previsto per ottobre. Il V Corpo d’armata e’ responsabile della supervisione delle Forze dell’esercito statunitense e del coordinamento delle operazioni in tutta Europa.
Parzialmente di stanza in Polonia, il Corpo ha assunto un ruolo sempre piu’ rilevante dall’invasione russa dell’Ucraina, contribuendo a coordinare il supporto statunitense a Kiev e a gestire la presenza militare americana lungo le linee del fronte della Nato.
(da agenzie)
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Agosto 9th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “LA NUOVA LEGGE ELETTORALE HA MESSO LA GRAN PARTE DEI PARLAMENTARI, TAGLIATI DI UN TERZO NELLA PRECEDENTE LEGISLATURA, A DUBITARE DELLA PROPRIA ELEZIONE. CON LA LEGGE ATTUALE, SALVO QUALCHE SPORADICA ECCEZIONE, SI SAPEVA PRIMA CHI SAREBBE STATO ELETTO (SCELTO DAL O DALLA LEADER DEL PROPRIO PARTITO), CHI NON LO SAREBBE STATO E CHI AVREBBE POTUTO GIOCARSELA” … C’È POI IL NODO DELLA MANCATA ALTERNANZA DI GENERE: “È SINGOLARE CHE QUESTO ACCADA IN UN MOMENTO IN CUI LA LEADER DELLA MAGGIORANZA E QUELLA DELL’OPPOSIZIONE SONO DONNE. MA TANT’È. A MENO CHE NON CI PENSINO DI NUOVO LE ‘FRANCHE TIRATRICI’ A MONTECITORIO”
Tra le questioni rimaste in sospeso prima della pausa feriale c’è quella dell’alternanza di
genere nella prossima legge elettorale. C’è tutta la legge elettorale, ricorda qualcuno di quelli che hanno lavorato al tavolo del faticoso accordo sulle preferenze che ha consentito ai leader del centrodestra di andare in vacanza tranquilli.
Ci sono almeno tre settimane per ripensarci e dopo il voto al Senato, che molti, erroneamente, danno per scontato, perché è palese, ci sarà di nuovo uno scrutinio alla Camera, che dovrebbe chiudere l’iter del testo, e invece non è dett Il perché di tanta inquietudine, che ha portato anche la vicesegretaria di Forza Italia a scrivere a Tajani per porre il problema, è presto detto. La nuova legge elettorale ha messo la gran parte dei parlamentari, tagliati di un terzo nella precedente legislatura, non va dimenticato, a dubitare della propria elezione.
Con la legge attuale, salvo qualche sporadica eccezione, si sapeva prima chi sarebbe stato eletto – scelto dal o dalla leader del proprio partito -, chi non lo sarebbe stato e chi avrebbe potuto giocarsela, che corrisponde a partire in una condizione di incertezza e confidare sull’evoluzione della campagna elettorale.
Questa terza possibilità valeva soprattutto per i collegi uninominali, nei quali venivano scelti il 33 per cento di senatori e deputati, e non era poco.
Nel Parlamento che va a esaurirsi nel 2027 le donne sono circa un terzo. Nel prossimo, in base a un principio per ora solo enunciato, dovrebbero essere non meno del 40 per cento e non più del 60. L’unico modo di realizzare questo principio è che sia applicato ai capilista – bloccati – che saranno sicuramente votati.
Per il resto, a conquistare seggi con il sistema delle preferenze, saranno solo i due partiti maggiori, Fratelli d’Italia e Pd. Ciò rafforza i timori delle donne che le candidate che dovranno giocarsela siano superate dalle connessioni locali, maschili o maschiliste, di sindaci, governatori, assessori di giunte a qualsiasi livello
Certo, è singolare che questo accada in un momento in cui la leader della maggioranza e quella dell’opposizione sono donne. Ma tant’è. A meno che non ci pensino di nuovo le “franche tiratrici” a Montecitorio.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”
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