Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP HA FIRMATO UN ORDINE ESECUTIVO PER CAMBIARE LA DENOMINAZIONE DEL LAGO PER IL SERVIZIO STATUNITENSE: TUTTO IL MONDO CONTINUERA’ A CHIAMARLO ONTARIO
Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che, a suo dire, cambierà «immediatamente» il nome del Lago Ontario in «Lago America».
Trump, durante la firma, era seduto alla scrivania Resolute nello Studio Ovale e aveva alle spalle un grande cartello, appoggiato su un supporto, raffigurante una mappa dei Grandi Laghi. Sopra il lago Ontario, in grandi lettere rosse, la mappa recitava “Lake America”.
Il tentativo di Trump di rinominare il Grande Lago, situato a cavallo del confine settentrionale tra Stati Uniti e Canada, giunge in un momento in cui il recente fallimento dei negoziati commerciali tra Washington e Ottawa ha portato a nuovi dazi di ritorsione e a un rapido deterioramento delle relazioni.
Nei giorni scorsi Trump aveva più volte minacciato di compiere questo gesto simbolico, ma non era chiaro se facesse sul serio.
«Cambieremo il nome del Lago Ontario in Lago America, con effetto immediato», ha affermato Trump nello Studio Ovale prima di firmare l’ordine esecutivo.
Le autorità canadesi hanno già dichiarato che non riconosceranno il nuovo nome e, di fatto, Trump non può imporre al Canada di adottare la denominazione da lui preferita, un po’ come è successo con il Golfo del Messico che, l’anno scorso, il tycoon aveva rinominato “Golfo d’America”. La denominazione del Golfo non è stata riconosciuta da nessun altro paese, tranne gli Usa.
Da quando è tornato alla Casa Bianca l’anno scorso, Trump ha continuato a provocare il vicino settentrionale, suggerendo che l’alleato – con cui gli Usa hanno sempre intrattenuto rapporti cordiali – dovrebbe invece essere assorbito come 51° Stato.
L’ordine del presidente incarica il Segretario agli Interni Doug Burgum e il suo dipartimento di aggiornare il “Geographic Names Information System” (Sistema informativo sui nomi geografici) per riflettere il fatto che il lago, un tempo noto come Lago Ontario, sarà d’ora in poi conosciuto come Lago America.
Quando un giornalista ha chiesto a Trump quale messaggio volesse trasmettere con questa iniziativa, ha risposto: «Nessun messaggio». Tuttavia, ha subito aggiunto: «Il Canada ci sta sfruttando da molto tempo sul piano commerciale».
«Non pagano nulla e vogliono essere trattati come uno Stato, ma non sono uno Stato», ha detto Trump, che l’anno scorso aveva fatto infuriare molti canadesi sostenendo ripetutamente l’idea di rendere il Canada un nuovo Stato americano.
Secondo il presidente americano, il Canada è «il peggiore» con cui trattare in materia di scambi commerciali. «Si sentono in diritto di pretendere, e questo non è accettabile», ha affermato.
Nel fine settimana, gli Stati Uniti avevano annunciato l’imposizione di dazi del 50% sulle merci canadesi per un valore di 20 miliardi di dollari. Questa settimana il Canada ha poi risposto ai dazi all’importazione voluti da Trump, imponendo tariffe di ritorsione su merci americane per un valore di 20 miliardi di dollari, tra cui acciaio, prodotti lattiero-caseari, elettrodomestici e macchinari agricoli.
Ma Trump non si vorrebbe limitare solo al Lago Ontario: «Dunque, se ci pensate, abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Ora, tutto ciò che ci serve è un oceano», ha detto, «Quindi forse dovremo cambiare il nome dell’Atlantico o del Pacifico. Magari li cambieremo».
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MIRINO IL PROGRAMMA, LA REMIGRAZIONE, LA MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETA’ E I CONTENUTI ON LINE
Futuro Nazionale, il movimento presieduto dal generale Roberto Vannacci, riprodurrebbe «il
nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta» del fascismo. È la tesi dell’esposto-denuncia depositato alla procura di Roma dall’associazione Sindacato dei militari e firmato dal segretario Luca Marco Comellini, con autentica di Massimiliano Strampelli, docente di Diritto militare all’Università degli studi Link.
La legge Scelba
Colpisce anche la riproposizione del suo fondamento ideologico e del suo metodo politico. L’esposto mette così in fila programma, dichiarazioni e contenuti diffusi online.
I valori “non negoziabili”
Nel mirino finiscono i principi indicati dal movimento come “non negoziabili”: famiglia naturale, identità cristiana e tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Per Comellini e Strampelli, trasformare questi principi in verità sottratte alla mediazione politica restringerebbe lo spazio del pluralismo democratico.
Le immagini contro gli avversari
L’esposto richiama anche immagini realizzate con l’intelligenza artificiale, nelle quali alcuni avversari politici vengono rappresentati come schiavi dell’antica Roma e dati in pasto alle fiere, mentre Vannacci assiste nei panni di un alto ufficiale dell’Impero Romano. Per i denuncianti, è il passaggio dall’avversario al “nemico”.
Il piano di “Remigrazione”
Un capitolo è dedicato al “piano di Remigrazione”, con 22 misure che, secondo l’esposto, riguarderebbero anche gli immigrati regolari. Il programma parla di “remigrazione dei regolari” attraverso un modello rotazionale che prevederebbe il ritorno nel Paese d’origine anche per chi soggiorna legalmente in Italia. Secondo i denuncianti, un’applicazione collettiva potrebbe configurare un’espulsione di massa vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La militarizzazione della società
Nel mirino anche la proposta di zone rosse senza limiti temporali, con militari impiegati stabilmente nei controlli, e di reparti dell’Esercito dotati del potere di arrestare i criminali. Per le scuole superiori sono previsti moduli di educazione alla difesa e campi di “educazione militare con valenza civica”.
Famiglia e diritti
L’esposto contesta inoltre l’idea di “famiglia naturale” sostenuta dal movimento e le limitazioni prospettate sulle altre forme di convivenza e sulla procreazione assistita. Secondo i denuncianti, ne deriverebbe una gerarchia tra cittadini e formazioni sociali incompatibile con la Costituzione.
La decisione spetta alla Procura
È dall’insieme di questi elementi che Comellini e Strampelli chiedono ai magistrati di verificare se Futuro Nazionale abbia oltrepassato il confine della legittima battaglia politica. Nell’esposto vengono prospettate diverse ipotesi di reato, dalla violazione della legge Scelba alla propaganda e istigazione all’odio, fino all’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi.
La possibile natura sovversiva o eversiva dell’organizzazione viene indicata come ipotesi da accertare. Chiesto anche il sequestro del portale online con il programma del partito. Ora spetta alla Procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
UN’ANALISI DEL PROGRAMMA DI FUTURO NAZIONALE
Da mesi, c’è uno spettro che si aggira nei corridoi dei palazzi del potere, anima le discussioni nei talk show televisivi, affolla le pagine dei giornali e attira le attenzioni di analisti politici e sondaggisti. Una presenza costante, quella del generale Roberto Vannacci, che è cresciuta in maniera esponenziale dopo la sua uscita dalla Lega e ha contribuito alla crescita vertiginosa del consenso per la sua creatura politica, Futuro Nazionale. Che, se in un primo momento era sembrata essere una scatola vuota, uno dei tanti contenitori di nomi più che di istanze, ora ha assunto più compiutamente l’ambizione del progetto di più ampio respiro.
Tappa fondamentale del percorso di Futuro Nazionale è stata sicuramente la presentazione della piattaforma programmatica, arrivata al termine di un percorso piuttosto complesso e non privo di contraddizioni. In questo nostro approfondimento ne abbiamo parlato a lungo, quello che proverò a fare in questo spazio è individuare qualche riferimento più preciso rispetto alla collocazione politico-ideologica del partito di Vannacci, un aspetto spesso liquidato in modo frettoloso come inessenziale o superato, ma che invece dice molto su quella che è la vera ambizione del generale. In effetti, si è dato, anche legittimamente, ampio risalto alle proposte più eclatanti o decisamente impresentabili, lasciando che passasse in secondo piano il quadro generale. Il dito e non la luna, per capirci. E se concentrarsi sul particolare per poi risalire fino al generale ha un senso sul piano dell’analisi, il rischio è che si crei una cortina fumogena di sciocchezze (ho usato un eufemismo), che finirà per nascondere la vera sostanza del progetto del generale.
Dunque, basandoci sul programma, che partito sarà Futuro Nazionale?
Cominciamo con una considerazione solo apparentemente banale. Futuro Nazionale è una forza politica che si colloca nell’alveo della destra patriottica e identitaria, con una piattaforma che incrocia una serie di istanze del campo che viene genericamente definito come populista. L’insistenza con cui vengono richiamati concetti come “tradizione”, “patria” e “buonsenso” sembra collocare Fn all’interno della corrente reazionaria più che conservatrice, ipotesi avvalorata anche dall’utilizzo strumentale dei richiami alla “vitalità” e al “cambiamento”, come trait d’union generazionale.
In tal senso, la creatura vannacciana si pone in forte contrapposizione non solo con la sinistra e l’universo liberale, ma anche con le tante correnti che in qualche modo stanno innovando il pensiero di destra. C’è una certa ritrosia tanto verso la destra moderata (quella teoricamente liberale, in Italia molto teoricamente…), quanto verso ipotesi più moderne, come quelle dell’accelerazionismo, del libertarismo di destra o dell’ultraliberismo caldeggiate soprattutto Oltreoceano. È interessante il richiamo (peraltro in un passaggio non proprio lucidissimo del programma, in cui si parte dal Sacro Romano Impero e si arriva a Dugin, passando per la Pace di Vestfalia e la Guerra Fredda in circa 50 parole) al concetto di Katechon, inteso come “potere che frena disordine e dissoluzione”. In questa lettura, Vannacci immagina un rafforzamento importante delle strutture statali, in chiave ultranazionalista e reazionaria. In altre parole, il sovranismo e il nazionalismo diventano una forma di “resistenza alla dissoluzione globalista”, che negli ultimi anni sarebbe stata resa possibile anche dal mutamento di indirizzo delle istituzioni sovranazionali, che avrebbero smesso di valorizzare le identità nazionali e tentato di sopprimerle (è il motivo per cui Vannacci plaude alla scelta di Trump di delegittimare gli organismi sovranazionali e il diritto internazionale). Sul piano interno, peraltro, rafforzare il presidio dell’ordine statale sarebbe operazione necessaria per fermare le pulsioni disgregative della civiltà, “restaurando l’ordine” per impedire il collasso del sistema, attraverso un massiccio rafforzamento degli apparati sanzionatori e di pubblica sicurezza.
Complessivamente, dunque, abbiamo di fronte un ritratto a tinte fosche della contemporaneità: Vannacci disegna una società in piena disgregazione, in cui regnano caos e disordine morale come conseguenza della dittatura globalista/progressista che ha allontanato le persone dalla tradizione in nome di una malintesa concezione di benessere e inclusione. La via d’uscita è una terapia d’urto (il ricorso alla parola “shock” è estremamente frequente nella comunicazione di Futuro Nazionale), che si concretizzi nella restaurazione di una presunta età dell’oro per il tramite della “reconquista” di quegli spazi (fisici e ideali) sottratti ai cittadini dai “barbari” che hanno preso il potere negli ultimi decenni. A guidare la reconquista non può che essere un uomo forte, che non si faccia scrupolo di forzare meccanismi democratici rivelatisi inefficaci o superati. Insomma, l’approdo definitivo è sempre lo stesso: una specie di bonapartismo (si spera non in camicia nera), che guidi il Paese fuori dall’emergenza e lo prepari al nuovo mondo multipolare dominato da altre autocrazie.
Il racconto dell’emergenza è funzionale all’adozione di misure straordinarie, alla delega sostanziale di funzioni e poteri verso “l’uomo forte”, quello in grado di prendere decisioni che riporteranno l’ordine e la disciplina. In questo processo, non è un’eresia parlare di superamento della democrazia liberale, proprio perché, nella lettura dei vannacciani, a essa viene sovrapposta l’immagine della truffa ai danni degli italiani: i meccanismi democratici per come li conosciamo vengono descritti nella migliore delle ipotesi come un’inutile perdita di tempo (il peso della burocrazia, le lungaggini della pubblica amministrazione, le infinite discussioni parlamentari e via discorrendo), nella peggiore come metodi per bypassare la volontà popolare e imporre decisioni prese in altre sedi.
Comincia a ricordare qualcosa, in effetti. Ma è interessante scendere ancora un po’ in profondità, perché tra le righe del programma di Futuro Nazionale emerge anche un’idea non esattamente nuovissima del rapporto fra Stato, Nazione e Società. Vannacci contesta l’idea della destra liberale che non esista più la società (“esistono solo gli individui”, per citare Thatcher), ritornando alla tesi che il popolo italico sia una “comunità di diritto e di sangue fondata sulla famiglia”, la quale a sua volta costituisce la base dell’idea di Patria. Risvegliare e affermare questo legame tra nazione e popolo, che le élite globaliste rinnegano, che la destra liberale non riconosce fino in fondo e che la destra attualmente al governo ha in qualche modo tradito, è il compito principale del movimento e del suo leader. Che, appunto, si propone di rompere con l’intera classe politica attuale, di riaffermare la primazia del popolo sulle élite, di mettere in campo una proposta “sostanziale e non estetica” che sia in grado di ricucire quel tessuto che unisce nazione e collettività. A tale scopo, Vannacci immagina un modello istituzionale che ridefinisca l’architettura dello Stato, rafforzi il potere centrale e riscopra il “principio cristiano e classico della sussidiarietà verticale”, che dia maggiore potere agli enti locali (Sindaci, in particolare), ma con un patto di subordinazione rispetto al governo nazionale (che ne limiti l’azione su principi cardine allo scopo di non “sovvertire l’ordine naturale” e conformarsi alla cultura nazionale).
Concetti che vengono veicolati da una tecnica comunicativa ormai rodata, che prevede l’utilizzo di trial balloon in modo da testare la reazione dell’opinione pubblica e capire fino a che punto spingersi di volta in volta. La maggior parte delle volte lo scudo dietro cui si celano le proposte più retrive è la parola “buonsenso”. Un’operazione di logoramento che ha allargato ulteriormente la finestra di Overton, fino a rendere accettabile agli occhi dell’opinione pubblica ciò che solo qualche anno fa sarebbe stato considerato improponibile o finanche pericoloso. Come ad esempio il cesarismo quale opzione politica estremamente concreta o addirittura auspicabile. Una roba da anni ’20. Del secolo scorso, però.
(da Fanpage)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’AUTOCRATE DI PECHINO RESTA SERAFICO DI FRONTE ALLE SPARATE DI TRUMP: SA DI AVERE IL COLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO, TRA MONOPOLIO DELLE TERRE RARE E AUTARCHIA PRODUTTIVA… LE SANZIONI? L’UMORE SI È CAPOVOLTO: ORA FANNO TUTTO IN CASA (MA GLI SERVONO IL PETROLIO IRANIANO E IL GAS RUSSO)
La leadership politica e intellettuale cinese si sente molto sicura di sé. A differenza di quella
occidentale. Xi Jinping snobba persino le sanzioni minacciate da Trump a chi aiuta l’Iran.
Un po’ di buone ragioni le hanno: le elenca, in un articolo del 25 agosto, Wang Wen, preside dell’Istituto per gli Studi Finanziari e vicepresidente della Scuola della Via della Seta all’Università Renmin (di élite).
Il suo riassunto di come è cambiata la percezione cinese della competizione con gli Stati Uniti dal debutto di Trump alla Casa Bianca è questo: «Ho passato un decennio osservando la (nostra, ndr ) visione variare, da allarme reale nel 2017 a qualcosa di più vicino a un’alzata di spalle oggi».
Pechino si sente forte e considera Washington in via di indebolimento. Per quattro ragioni, sostiene Wang.
Primo, Trump ha minato il sistema di alleanze americano: «Nel primo termine ha sbatacchiato il mobilio di Washington. Nel secondo sta demolendo la casa».
Secondo, «La sua durezza è una tattica negoziale, non una crociata»: lo si è visto quando ha imposto dazi del 145% alla Cina ma poi ha fatto marcia indietro per l’opposizione interna.
Terzo, la pressione americana non ha limitato i cinesi, anzi: di fronte alle sanzioni, le imprese hanno iniziato a fare tutto in casa e ora l’umore si è capovolto, si è scoperto che «le sanzioni sono parecchio utili a costruire le cose che intendevano impedire».
Quarto, la politica americana sbanda a ogni elezione mentre quella cinese produce un piano ogni cinque anni, senza scossoni tra l’uno e l’altro (in realtà questa può essere più una debolezza che una forza). «Somma questi quattro punti e ciò che ottieni è, più che un argomento, un mood di rilassata, tranquilla fiducia in sé stessi».
Questo approccio trascura le distorsioni dell’economia cinese e dimentica la probabilità che il centralismo del Partito comunista possa fare sbandare il Paese (come nei casi della politica del figlio unico, dei lunghissimi lockdown durante il Covid, della bolla immobiliare).
È che la fiducia attutisce i dubbi. «Dieci anni fa, molti di noi avevano una visione ammirata, quasi idealizzata dell’America. Quella è andata», chiosa Wang. Arrogante?
Forse, ma soprattutto da studiare.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL PREZZO MEDIO DELLA TAZZINA IN ITALIA È SALITO QUEST’ANNO A 1,29 EURO, 25 CENTESIMI IN PIÙ RISPETTO AL 2021. UN RINCARO, DEL 24,2% IN CINQUE ANNI, MA C’È CHI “RESISTE” CON IL CAFFÈ A MENO DI UN EURO
La tazzina di caffè sta diventando sempre più cara in molte città d’Italia. Il prezzo arriva persino a quota 2 euro in alcuni bar del centro di Merano. Ma anche a Bologna in alcuni locali sotto i portici la tazzina è arriva a 1,70 euro.
Gli esercenti giustificano gli aumenti con il rincaro della materia prima all’ingrosso, i costi dell’energia sempre più alti e l’impatto dei cambiamenti climatici sulla produzione del caffè.
Un dato di fatto è che comunque il prezzo medio della tazzina in Italia è salito quest’anno a 1,29 euro, 25 centesimi in più rispetto al 2021. Un rincaro, del 24,2% in cinque anni secondo i dati del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc), realizzato con Assoutenti sui dati ufficiali del Mimit.
Secondo l’analisi Bolzano è la città più cara d’Italia, con una media di 1,51 euro a tazzina, seguita da Pescara con 1,49 euro. E non c’è solo il prezzo dell’espresso: in alcuni bar anche le varianti più richieste hanno un sovrapprezzo. Il decaffeinato, per esempio, può costare qualche decina di centesimi in più, così come il caffè macchiato, per il costo aggiuntivo del latte e della lavorazione.
Secondo l’analisi, in tutto sono undici le province che hanno superato la soglia psicologica di 1,40 euro, da Ferrara a Trieste, da Padova a Udine: un asse quasi interamente settentrionale.
All’estremo opposto, Messina si conferma la città più economica, con appena 1,06 euro, seguita da Catanzaro a 1,08. Sotto quota 1,20 euro resistono anche Aosta, Siracusa, Varese, Roma e Pistoia. Il divario è di 45 centesimi tra Nord e Sud che, moltiplicato per i consumi quotidiani di milioni di italiani, può pesa parecchio sul portafoglio.
Ma dove si riesce ancora a bere un caffè con meno di 1 euro? Succede al bar «Fante di Cuori» di Cossato, nel Biellese. Qui l’espresso costa ancora 70 centesimi, vale a dire il prezzo degli ultimi trent’anni. I titolari spiegano di voler mantenere il caffè alla portata di tutti, anche a costo di rinunciare a una parte dei margini di guadagno.
Anche a Torino, in corso Dante, il 61KF Cafè offre la tazzina ancora a 1 euro, un’eccezione in un mercato dove la soglia dell’euro è ormai sempre più difficile da trovare. Si tratta in ogni caso di una scelta sempre più controcorrente in un mercato dove sono rincarati i costi dell’energia, della gestione dei locali e della materia prima.
L’aumento degli ultimi anni è spiegato dall’analisi del Crc non soltanto con la salita delle quotazioni della materia prima sui mercati finanziari (+130% negli ultimi tre anni) ma anche dalle tante spese che i bar devono affrontare.
Non a caso le città che sono cresciute di più negli ultimi cinque anni sono anche quelle con i costi fissi più alti: Pescara (+49%), Parma (+41%), Bari (+39,5%) e Napoli (+37,8%). Sul fronte opposto, gli aumenti più contenuti si registrano ad Aosta (+6,7%), Cagliari, Biella e Reggio Emilia, tutte intorno al +15%.
(da “la Stampa”)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA FESTA SUL RECORD DI GOVERNO CON LE TRUPPE CAMMELLATE: 60 AUTOBUS E PIENO DI DEPUTATI E SENATORI
Diecimila militanti, di cui la metà dalla provincia di Bari. Sessanta pullman da tutta Italia. Una
platea imponente, quasi da concerto rock. Per l’evento tanto sognato dalla premier Giorgia Meloni per festeggiare un record: il governo più longevo della Repubblica italiana. Bari è mobilitata, insieme a tutto lo stato maggiore del partito.
L’evento però costa. E per questo i parlamentari e i consiglieri regionali si stanno autotassando. Deputati, senatori e consiglieri regionali da tutta Italia hanno pagato di tasca propria i pullman che arriveranno da ogni parte della penisola. Alcuni sono arrivati a versare 700 euro, altri meno a seconda dei prezzi pattuiti.
Anche perché i pullman non dovranno solo portare i partecipanti alla manifestazione ma anche riportarli indietro, magari viaggiando di notte. Per il resto hanno contribuito in parte il partito regionale e il partito nazionale.
Ovviamente i parlamentari e i consiglieri regionali dovranno anche portare le truppe all’evento riempiendo i pullman di militanti. Mercoledì sono partite le iscrizioni con un form sul web che è stato mandato via chat a parlamentari, dirigenti, consiglieri regionali, amministratori locali e iscritti. L’idea è quella di riempire il terminal crociere di Bari con l’intervento di Meloni al tramonto.
Una decisione – quella di far pagare di tasca propria alcuni pullman – che non è piaciuta a diversi eletti e consiglieri regionali che lamentano di dover già versare mille euro al mese tutti i mesi da inizio legislatura. Circa 5 mila presenti, la metà, con relativi pullman sono attesi dalla Puglia e da tutte le province e quella da cui ci si attende maggiore partecipazione è quella di Bari. Gli altri arriveranno soprattutto dalle Regioni del Sud.
Ieri il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, e il senatore barese Filippo Melchiorre hanno fatto un nuovo sopralluogo per capire gli aspetti logistici della manifestazione: l’ingresso delle auto blu (ci saranno ministri, il presidente del Senato Ignazio La Russa e la premier Meloni) e il parcheggio dei pullman. Questa mattina poi in Regione sarà presentato l’evento con una conferenza stampa. Il titolo della giornata è emblematico: “Governo più stabile, Italia più forte”.
È previsto l’intervento dei vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e di Maurizio Lupi (dovrebbero esserci anche parlamentari della coalizione) e poi di Meloni alle 19:15. La premier rivendicherà i risultati dei suoi 4 anni di governo e aprirà la campagna elettorale studiando una proposta economica, sulle tasse. Non solo: ricorderà l’importanza di aver scelto Bari e il Sud come “ponte” per il Mediterraneo rivolgendosi direttamente al Meridione in vista delle prossime elezioni.
Da programma dovrebbe essere prevista anche un’intervista al vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto (leccese doc) anche se negli ultimi giorni sono aumentati i dubbi interni per l’opportunità di far partecipare il numero 2 di Ursula von der Leyen a una festa di partito. Si deciderà oggi. Tra un intervento e l’altro dovrebbero parlare figure della società civile per raccontare cosa ha fatto il governo per loro.
In questi giorni, inoltre, è stata messa in piedi anche un’imponente macchina di sicurezza per l’evento. Ogni 48 ore il comitato ristretto in questura si riaggiorna. L’obiettivo è evitare che si ripetano i fischi nei confronti di Meloni del 21 agosto allo stadio di Taranto in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo. Sarebbe una figuraccia che il partito vuole evitare. Così la questura si è mossa già per stilare un elenco dei possibili contestatori organizzati, mentre sarà previsto un imponente dispiegamento delle forze dell’ordine e metal detector per i controlli all’ingresso del porto.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
DER SPIEGEL ACCUSA LA PREMIER DI ESSERE “UN PERICOLO PER L’EUROPA”
Temporaneamente tamponato un problema, altri sono dietro l’angolo per Giorgia Meloni. La mini proroga del taglio delle accise fino al 5 settembre è stata la soluzione emergenziale al caro carburanti: un modo per prendere tempo, in attesa di trovare una «soluzione più strutturale». Se la tensione sui mercati petroliferi continuerà a crescere, infatti, il governo dovrà decidere come intervenire. Come farlo però è tutt’altro che a portata.
Lo scontro tra Forza Italia e Lega sulla tassazione degli extraprofitti a banche e compagnie petrolifere ha dato il quadro della tensione interna all’esecutivo, che non si placherà nemmeno se la soluzione infine sarà quella di un una tantum concordato con le big oil e degli istituti finanziari. In ogni caso «il 6 settembre si potranno attivare le accise mobili di agosto, vedremo quanto spazio c’è», ha spiegato il responsabile Economia di Fratelli d’Italia Marco Osnato, sottintendendo come una decisione non sia ancora stata presa.
Dietro l’angolo, però, c’è la ripresa dei lavori parlamentari con ostacoli in grado di far emergere in maniera ancora più prepotente la distanza che separa gli alleati di governo.
A stretto giro dovrà arrivare il decreto per il nuovo pacchetto armi all’Ucraina, su cui c’è convergenza tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre la Lega continua a dimostrarsi refrattaria. La questione è spinosa e Meloni l’ha trattata con grande prudenza anche al vertice dei Volenterosi, quando ha parlato dell’invio di generatori elettrici, conscia del fatto che ogni riferimento all’invio di armamenti pur da difesa sarebbe stato un potenziale problema.
Tanto più che da destra continua a crescere Futuro Nazionale, che porta avanti una posizione filorussa. A riprova della tensione sulla futura collocazione del movimento, il viceministro degli Esteri di FdI Edmondo Cirielli ha provocato un incidente diplomatico: «si possa governare con Vannacci» ha detto, venendo immediatamente smentito da fonti di partito, che hanno parlato di «parole a titolo personale».
Proprio i movimenti dei ribelli che hanno chiesto un passo di lato al segretario spaventano palazzo Chigi, in vista del primo settembre, quando scadrà il termine per depositare l’emendamento sulle preferenze nella nuova legge elettorale. Il Melonellum e le preferenze non piacciono a molti dei dirigenti di via Bellerio, cui rischiano di sommarsi anche le donne di FI, per nulla convinte dal correttivo di genere che l’emendamento dovrebbe contenere. Il risultato è il rischio di un nuovo testacoda della maggioranza, tanto che è probabile una questione di fiducia da porre sul testo alla Camera, per blindarlo contro i franchi tiratori.
I migranti
Meloni è poi sempre più esposta anche sul fronte estero. La pressione delle forze di estrema destra è forte anche in altri paesi europei – Reforum Uk in Gran Bretagna e AfD in Germania – e la linea della premier per ora è stata quella di allontanare possibili contatti, puntando invece su partiti conservatori ma non antisistema. In particolare con la Germania il rapporto tra Meloni e il cancelliere Friedrich Merz era considerato molto solido.
A far cambiare la percezione tedesca è stata però la questione migratoria. Seppur tenuto in sordina, lo scontro sui “dublinanti” ha incrinato i rapporti: la Germania è decisa a rimandare in Italia un certo numero di persone, l’Italia ha manifestato la sua contrarietà.
A inizio settembre è in agenda un incontro tra il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, con il collega tedesco Alexander Dobrindt per risolvere la questione, ma un accordo sembra tutt’altro che semplice da raggiungere. «Il governo Meloni si rifiuta di fare la propria parte e rischia così di far fallire il nuovo sistema già al momento della sua entrata in vigore» si legge in un duro editoriale su Der Spiegel.
La stampa tedesca ha registrato il cambio nel sentiment del governo Merz nei confronti di Meloni già dopo la crisi di Ceuta e la scelta inconsulta dell’Italia di sospendere l’accordo di Schengen con la Spagna. «Meloni è, in sostanza, una nazionalista, ed è proprio qui che risiede il grande pericolo per l’Europa», continua Der Spiegel. La sintesi è che la premier italiana sia un lupo dell’estrema destra entieuropeista mascherato da agnello conservatore e che FdI sia un pericolo tanto quanto l’AfD, vista anche la sua collocazione fuori dal Partito popolare europeo.
Il rischio per la premier, dunque, è quello di un raffreddamento dei rapporti con un alleato chiave a causa della questione migratoria: aperta a livello europeo e di sicuro al centro dello scontro politico dei prossimi mesi. Così Meloni dovrà decidere se agire da presidente del Consiglio di uno dei paesi fondatori dell’Unione europea o da leader di partito in campagna elettorale.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
VIDEOMESSAGGIO DI PALAMAR, INTERVENTI DI OLEH KRISENKO E DI YURI PREVITALI
Che ci fa Carlo Calenda con il numero 2 del Battaglione Azov e un foreign fighter italiano? No, il
leader di Azione non si è (ancora) arruolato a difesa dell’Ucraina, ma domani sarà a Milano per partecipare all’evento “La nostra indipendenza”, organizzata dall’associazione Uami (formata dalla comunità ucraina) con la collaborazione del Consolato di Kiev.
Non la solita manifestazione in solidarietà del Paese aggredito, ma una giornata piena di omaggi – in presenza o in video – a personaggi dell’esercito
Calenda è previsto tra gli ospiti insieme, tra gli altri, all’europarlamentare del Pd Pierfrancesco Maran. Secondo gli organizzatori, “la sua partecipazione rappresenta un momento importante di confronto sui temi dell’Europa, della responsabilità politica e del sostegno al’Ucraina”, sottolineando “l’importanza di scelte concrete e di una posizione chiara di fronte alle sfide del nostro tempo”.
Calenda potrà assistere al videomessaggio di Sviatoslav Palamar, nome di battaglia “Kalyna”. L’associazione lo descrive come “eroe dell’Ucraina, comandante e uno dei simboli dell’eroica resistenza di Mariupol e Azovstal”, e ancora “un guerriero il cui coraggio è entrato nella storia dell’Ucraina”. È il numero 2 del Battaglione Azov, con cui combatte fin dal 2014.
Dello stesso battaglione fa parte pure Oleh Krisenko, la cui moglie, Kataryna, è un’attivista dell’Associazione delle famiglie dei difensori di Azovstal e sarà a Milano per dire la sua. Il marito, sopravvissuto ai bombardamenti, è stato prigioniero di guerra prima di essere liberato dai russi.
Altro ospite dell’evento è Yuri Previtali. Stavolta è un italiano, anche se impegnato pure lui a difesa dell’Ucraina. Previtali infatti è un foreign fighter, è partito dalla provincia di Bergamo tre anni fa e, secondo varie fonti di stampa, ha combattuto nella Karpatska Sich, altra formazione di destra nata nel 2014 e poi tornata operativa dopo il 2022.
Come detto, Calenda non è l’unico esponente politico italiano invitato. A Milano ci sarà anche Maran del Pd: “La sua vicinanza all’Ucraina e agli ucraini – scrivono gli organizzatori – ha per noi un valore speciale”. L’iniziativa ha i galloni non solo militari, ma anche istituzionali. Oltre alla collaborazione del consolato, è previsto infatti l’intervento di Ihor Brusylo, ambasciatore ucraino in Italia.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO CI SEMBRAVA PIU’ TRISTE LA DISCOTECA DI DE MICHELIS DELL’AUSTERITA’ DI BERLINGUER
Credo di essere stato uno di quei giornalisti che — come racconta Filippo Ceccarelli, su questo giornale, nel suo prezioso “reportage dal passato” su Gianni De Michelis — considerarono con irridente fastidio le ostentazioni mondane e danzerine del numero due del Psi. Ministro della Repubblica in varie fasi, e sommo esponente del craxismo.
Essendo passato molto tempo, mi sono domandato se fossi un bacchettone, e sicuramente non lo ero. Se fossi moralista, e forse un poco lo ero. Se fossi fazioso, e anche qui, come non ammetterlo… Ma certo non biasimavo la libertà sessuale, non osteggiavo la danza e non bestemmiavo Dioniso, parteggiavo apertamente per la facoltà di vivere «ognuno come gli va» (Lucio Dalla), ché la mia generazione, tra le sue tante colpe, non ebbe quella della costumatezza come obbligo da imporre agli altri non avendo alcuna voglia di esercitarla in proprio.
E dunque perché tutta quella ostilità alla scia di balocchi, profumi e sudore che accompagnò le notti del nostro, e di riflesso, al mattino, noi sorbivamo insieme al caffè e ai giornali?
Credo che si fosse, in quegli Ottanta occidentali, al passaggio storico dall’egemonia del “noi” a quella del’“io”. Magari non lo sapevamo: ma lo intuivamo. E l’esibizione di sé, sempre spacciata come brillante effrazione dell’ipocrisia, era il segno di un tempo nuovo che ci sembrava, in buona sostanza, un tempo triste. Come è sempre triste il narcisismo.
In estrema sintesi, il punto era proprio questo: ci sembrava più triste la discoteca di De Michelis dell’austerità di Berlinguer. Ma non siamo stati capaci di dirlo, e anche per questo abbiamo perso, per giunta con la nomea funesta di non essere capaci di divertirci. E dire che (in privato) ci siamo divertiti parecchio anche noi.
(da Repubblica)
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