Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
PIANTEDOSI, VIA TAJANI, CERCA DI ORGANIZZARE UN BILATERALE CON IL SUO OMOLOGO ALEXANDER DOBRINDT. E NEL FRATTEMPO, LA MELONI, CHE NON SI PUÒ PERMETTERE DI TRATTARE IL CANCELLIERE TEDESCO COME UN SANCHEZ QUALUNQUE, TACE
A Berlino e a Roma sulla querelle “dublinanti” è calato un imbarazzato silenzio. Il ministero
dell’Interno tedesco continua a sottrarsi a ogni domanda specifica e ripete incessantemente il mantra «dell’ottima collaborazione» tra la Germania e l’Italia sull’unico dossier su cui entrambi intendono mantenere il punto per arginare la concorrenza a destra — Meloni quella di Vannacci, Merz quella dell’Afd.
La sintonia tra i due Paesi, in effetti, è talmente stretta che l’ex ministra dell’Interno, la socialdemocratica Nancy Faeser, ha incontrato di recente Matteo Piantedosi per una visita di cortesia e per confermargli l’ottima collaborazione tra Roma e Berlino. Va ricordato che la Spd è al governo, e su questo dossier è sulla stessa linea dei conservatori di Friedrich Merz.
E prima che il caso dei tre dublinanti con l’ordine esecutivo di trasferimento in Italia scoppiasse, Berlino e Roma erano pronte, racconta una fonte vicina al dossier, a negoziare riservatamente un’intesa che avrebbe dovuto soddisfare entrambi. Peraltro, ieri sarebbe dovuto avvenire il primo trasferimento, e non risulta ci sia stato.
Anche perché i tentativi di trovare riservatamente un accordo proseguono: Piantedosi ha sentito ieri Antonio Tajani, alleato di Friedrich Merz nei Popolari europei, e si tenta la quadra in vista di un bilaterale del ministro dell’Interno italiano con il suo omologo tedesco Alexander Dobrindt.
A dicembre del 2022 era stata proprio Nancy Faeser a subire la decisione di Giorgia Meloni del blocco dei dublinanti. Allora era la ministra dell’Interno del governo Scholz e la sua reazione al rifiuto italiano era stato lo stop a una quota di migranti salvati nel Mediterraneo che Berlino aveva acconsentito a far arrivare dall’Italia.
Un do ut des che gli uffici che si occupano dei dublinanti del suo successore Dobrindt e di Piantedosi erano pronti a riavviare anzitutto dopo l’entrata in vigore della Riforma dell’asilo, lo scorso 12 giugno. Roma si sarebbe dovuta riprendere, insomma, i migranti arrivati attraverso l’Italia, la Germania avrebbe acconsentito a qualche “compensazione”. Ma i colloqui erano ancora a un livello embrionale, tra gli uffici tecnici dei due ministeri.
Quando è emersa su Repubblica la notizia della cittadina somala per la quale la procedura di espulsione in Italia era già diventata esecutiva, in Germania è cresciuto di ora in ora l’imbarazzo. L’ipocrisia di Meloni, sulle barricate per Ceuta ma pronta ad accogliere dublinanti dall’alleato Merz, ha scatenato un dibattito che ha distrutto i piani dei due Paesi di trovare una quadra lontano dai riflettori.
E ora per Piantedosi e Dobrindt si tratta soprattutto di uscire da una vicenda spinosa salvando la faccia. Gli uffici tecnici ci stanno lavorando alacremente, ma nel frattempo l’ordine di scuderia è cercare di affogare l’intera vicenda nel silenzio.
(da Repubblica)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA NUOVA STELLA DEL NUOTO, ORA CON SEI MEDAGLIE AGLI EUROPEI DI PARIGI PARLA A REPUBBLICA: “SONO FIERA DI FAR PARTE DI QUESTA NAZIONALE FEMMINILE”
Con sei medaglie europee e due record del mondo nei 50 dorso siglati in appena 24 ore, Sara Curtis si appresta a festeggiare il suo ventesimo compleanno. Nonostante i risultati straordinari, la nuotatrice azzurra rifiuta l’etichetta di fenomeno. «Amo il mio sport e faccio il mio dovere, non c’è niente di fenomenale. Mi sono preparata per questo e sono felice di aver raggiunto i miei obiettivi, anche se forse sono andati anche oltre le mie aspettative», spiega oggi in un’intervista a Repubblica.
«Sono fiera di far parte di questa nazionale femminile»
Tra i vari successi, l’atleta non nasconde il valore speciale del titolo nei 50 dorso — «era la gara su cui c’erano più aspettative e me la sono vissuta da protagonista» —, ma ricorda con orgoglio anche il bronzo nei 50 stile libero, giunto al termine di una notte complessa segnata dalla «paura di arrivare quarta».
Un rilievo centrale nella sua esperienza va alle gare a squadre e al movimento femminile, che dimostra «quanto siamo forti noi donne» e come la nazionale abbia «una marcia in più». Un modello di riferimento resta la svedese Sarah Sjostroem, capace di gareggiare ad altissimi livelli a 32 anni e a un solo anno dalla maternità. «Gli dava da mangiare e poi si tuffava per vincere. Straordinaria, per forza fisica e mentale. Condividere il podio nei 50 stile con lei che è il mio idolo mi ha particolarmente emozionato. Spero che da questi esempi derivino alle donne i giusti meriti», ricorda l’azzurra.
La differenza tra un calciatore e Jannik Sinner
Nel tracciare una differenza tra le varie discipline sportive, Curtis riconosce la centralità del calcio pur criticando certi atteggiamenti di superiorità, evidenziando il contrasto con i messaggi ricevuti da altri atleti come Marcell Jacobs, Mattia Furlani e Jannik Sinner. «Al calcio va riconosciuto il ruolo storico e mediatico che ha – aggiunge – ma questo non giustifica i commenti ignoranti e arroganti fatti sulle nostre discipline. Non lo elemosino, ma un calciatore non sarebbe mai sceso dal suo piedistallo per farmi i complimenti come ha fatto Jannik Sinner».
la decisione di trasferirsi in Virginia si inserisce nella ricerca di un percorso di crescita personale e sportivo all’interno di un sistema che offre infrastrutture adeguate e una diversa mentalità collettiva: «Hanno le strutture, mentre da noi hanno chiuso ingiustamente, per costi insostenibili, tante piscine. Ma la vera differenza è la mentalità, il senso di appartenenza al team. Non existe saltare una staffetta per stanchezza, se sei atleta hai una responsabilità e se indossi una divisa ti metti cuffia e occhialini e vai».
Alla base del suo percorso ci sono i valori trasmessi dalla famiglia e dalla madre Helen, di origine nigeriana. Un’educazione improntata al lavoro e al rifiuto delle scuse: «Sono figlia di due culture, ma i miei genitori indipendentemente da dove siano nati e cresciuti, si sono semplicemente sempre dati da fare. E per questo non amo il vittimismo, evito chi si lamenta sempre della propria vita e rimane a un punto x. È una famiglia come tante, non c’è niente di particolarmente diverso e speciale rispetto alle altre».
(da Repubblica)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
ANDREI KLEPAC HA SOLLEVATO DUBBI SULLA CAPACITA’ DI MOSCA DI SOSTENERE LA GUERRA CONTRO L’UCRAINA
Andrei Klepach, capo economista di Vnesheconombank (Veb), una delle principali banche
statali russe, è stato licenziato dall’incarico dopo che il Moscow Times ha pubblicato il contenuto di un suo intervento tenuto a maggio durante un evento organizzato dalla Borsa di Mosca. Nel suo discorso, Klepach aveva lanciato un avvertimento sulle difficoltà dell’economia russa, sostenendo che il Paese stia perdendo la competizione economica e tecnologica con l’Occidente e che non sia in grado di prevalere in una «guerra di logoramento» contro l’Ucraina.
Chi è Andrei Klepach
Sessantasette anni, Klepach è considerato uno dei principali macroeconomisti russi e si è sempre distinto negli anni per posizioni talvolta critiche rispetto alle scelte economiche del governo. Nonostante questo ha ricoperto per 12 anni il ruolo di capo economista della Veb, la principale banca statale russa. La banca finanzia progetti strategici del Cremlino e gode dello status di «società statale di sviluppo». Prima di entrare in Veb, Klepach aveva lavorato per circa dieci anni al ministero dello Sviluppo economico russo, da cui si era dimesso dopo un contrasto con l’allora ministro Alexei Ulyukayev.
Il discorso di maggio alla Borsa di Mosca
Le dichiarazioni finite al centro della vicenda risalgono a maggio, quando Klepach aveva partecipato a un evento organizzato dalla Borsa di Mosca. Nel suo intervento, l’economista aveva osservato che l’economia ucraina, nonostante le conseguenze della guerra, «sta sopravvivendo» anche grazie agli aiuti Occidentali. Un elemento che, a suo giudizio, contraddice l’idea comune secondo cui l’Ucraina crollerà sotto il peso del conflitto. «Non vinceremo la competizione in questa guerra di logoramento», aveva affermato Klepach. «Abbiamo l’illusione che tutto in Ucraina crollerà. Non è crollato e non crollerà. I nostri costi stanno aumentando», aveva aggiunto. Durante l’intervento Klepach aveva inoltre sostenuto che la Russia stesse perdendo «sia la competizione tecnologica che quella economica a livello globale», non soltanto nei confronti di Cina e Stati Uniti, ma, «in un certo senso», anche rispetto all’Ucraina.
Le diverse versioni sull’uscita di Klepach
Non è ancora chiaro se Klepach sia stato licenziato o se abbia lasciato volontariamente il suo incarico. Un amico dell’economista ha riferito al progetto indipendente The Bell che l’amministratore delegato di Veb, Igor Shuvalov, lo avrebbe licenziato dopo 12 anni «su ordine delle autorità». Una seconda fonte ha confermato che la decisione sarebbe stata legata alle dichiarazioni pubbliche rilasciate da Klepach a maggio. Di posizione opposta è invece la versione fornita dalla banca Veb che sostiene che Klepach si sia dimesso. Un rappresentante della banca, citato da Vedomosti, avrebbe confermato la versione senza però fornire spiegazioni sulle ragioni della decisione.
La reazione della ricercatrice del Carnegie Center
Alexandra Prokopenko, ricercatrice del Carnegie Center, ha ricordato come Klepach «non abbia mai avuto paura di difendere la propria opinione». Secondo Prokopenko, l’allontanamento dell’economista difficilmente potrà cambiare le dinamiche dell’economia russa. «È improbabile che il licenziamento di uno dei migliori macroeconomisti russi ritardi l’imminente crisi di cui ha parlato», ha scritto. Per la ricercartice il problema sta «nei tassi di crescita economica appena superiori allo zero, nell’industria a due velocità e nel calo degli investimenti a fronte di una crescente spesa improduttiva per la difesa». «Solo dei propagandisti a pagamento, non economisti stimati, potrebbero non vedere il problema», ha concluso Prokopenko.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
“DOLOROSO VEDERE I SUO NOME UTILIZZATO COME ARGOMENTO DI UNA POLEMICA POLITICA”
Maria Falcone critica aspramente Marco Travaglio per un passaggio pubblicato sul Fatto Quotidiano all’interno della rubrica “Ma mi faccia il piacere”. Commentando un articolo del Foglio firmato da Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala — in cui si ricordava che Giovanni Falcone non avrebbe mai cenato con Lavitola —, il giornalista aveva liquidato la vicenda con la battuta: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti».
Attraverso un messaggio sui social, la sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci ha espresso profonda amarezza per l’accaduto: «È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano».
«Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato»
Maria Falcone ha ripercorso la scelta compiuta dal fratello nel 1991, quando accettò la guida della Direzione generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia: «Quando, nel 1991, Giovanni accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra. A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato».
Nel suo intervento, viene sottolineato l’impatto istituzionale di quel periodo e la creazione della moderna architettura antimafia (DNA, DDA, DIA e leggi sui collaboratori di giustizia): «Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un Governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale, un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra. Giovanni non apparteneva a un Governo. Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono seggi e poltrone. Non apparteneva a una parte politica. Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani».
Maria Falcone conclude richiamando al rispetto della memoria del fratello, di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e degli agenti delle scorte: «Ed è proprio per questo che considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l’Italia e se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa».
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
“L’ITALIA CHE SA VINCERE” E’ QUELLA CHE DETESTANO
Mia madre, classe 1931, la persona meno razzista del mondo, era sinceramente convinta che
i neri non primeggiassero nel nuoto perché avevano le ossa pesanti. Mi spiace non ci sia più, perché mi sarebbe piaciuto vederla gioire, e smentirsi, e capire, per Sara Curtis. Sinceramente. Lei.
La presenza di “nuovi italiani” nel trionfo azzurro agli Europei di atletica, il 30 per cento delle medaglie contro il 12 all’anagrafe nazionale, potrebbe invece essere salutata con un flashmob sotto casa del generale Vannacci, agitando all’unisono il braccio destro, sorretto da quello sinistro a comporre un coreografico, stentoreo, liberatorio gesto dell’ombrello.
Nel caso di Meloni, che ha definito ogni medaglia «il racconto di un’Italia che sa vincere», la coreografia andrebbe infine integrata col suono coordinato di millemila kazoo, ma vanno bene anche esecuzioni a cappella di brevi suoni gutturali, dacché l’Italia che sa vincere è stata per una buona parte quella che lei detesta. E addita.
Ma sarebbe inutile e greve.
L’occasione è invece grata per una piccola analisi storica. La diaspora intercontinentale dei migranti italiani consta di due momenti fondanti. Partiamo dal secondo, inizio Novecento, ché Ellis Island e la sua crudeltà la conosciamo tutti. Qualcosa come 4 milioni di italiani salgono su una nave per New York, a frontiere ancora spalancate (chiuderanno nel 1924) e cercano un futuro a stelle e strisce. Li trattano malissimo. Li considerano spazzatura. Li chiamano «dago», un insulto su base razziale non disgiunto dalla pigmentazione: non sono considerati realmente bianchi.
Gli italiani, quasi tutti del Sud, fanno – come direbbe Meloni – fronte. Si compattano in una comunità che si integra per quanto può, si difende per quanto deve. Coprono lavori umilissimi e squassanti. Il senso di clan e la povertà estrema, oltre alla discriminazione, favoriscono la criminalità. Negli Usa, la mafia, la portiamo noi.
Il Sud America
Prima, dal 1870 circa, c’era stata la diaspora verso il Sud America: 4,5 milioni di emigranti sparsi principalmente tra il Brasile, carente di manodopera causa abolizione della schiavitù, e l’Argentina così ricca di terre e, all’epoca, denari. Ma povera di abitanti. La pianura padana veniva battuta da emissari delle aziende e del governo di Baires che offrivano viaggio gratuito, terra, esenzioni fiscali.
Anche lì non mancarono sfruttamento, soprusi. Ma le cose andarono meglio. L’integrazione, veloce. Il razzismo, quasi assente: eravamo bianchi, cattolici, lavoratori. Molti divennero presto imprenditori. Oggi, quattro argentini su dieci hanno origini italiane ma sono soprattutto argentini. Chi andò, è diventato il cuore del Paese in cui vive e in massima parte è rimasto oltreoceano. Di quelli che emigrarono negli Usa, la metà tornò in Italia.
Un’Italia normale
Un ulteriore dettaglio: in Italia gli sport olimpici sono appannaggio quasi esclusivo di forze armate e dintorni. È il nostro modo per ovviare alla drammatica carenza scolastica sul tema. Tra i “nuovi italiani” di Birmingham, solo lo staffettista Mohamed Soudassi milita in una polisportiva civile: Derkach è aviera, Desalu un finanziere, Battocletti (mamma marocchina) appartiene alle Fiamme Azzurre, Iapichino alla polizia, come lo stirato Jacobs, e così via. Persino Sara Curtis è caporalmaggiore dell’Esercito.
Cavandosela con una battuta, verrebbe da dire che “stranieri va bene, basta che vadano veloce”. Più compiutamente, a differenza dell’ipocrisia meloniana, il trionfo tricolore, questo tricolore, ci dice che esiste un’Italia fuoriuscita dal cliché razzista della Destra.
Un’Italia normale, colorata come le pare, che lo Stato protegge, rispetta, aiuta, considera (oddio) risorsa. Che sia stata appena naturalizzata o sia di seconda generazione. Senza spaventare nessuno e con vantaggio di tutti. Praticamente, un programma di governo. Ci fosse un fronte progressista, dovrebbe essere capace di raccontarlo agli elettori tutti, anche ai “loro”. Un voto alla volta. Una medaglia alla volta. Per destarli dalla propaganda e spargere contezza su cosa potremmo diventare se solo fossimo un po’ meno rinchiusi e razzisti: felici e vincenti. Anche fuori da vasche e piste. Mica perché siamo italiani brava gente: perché ci conviene.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
NEL GRUPPO LA SORELLA ARIANNA, L’EX GIAMBRUNO E IL SOTTOSEGRETARIO GEMMATO
I depistaggi degli amici per proteggerne la privacy (fanno molto curriculum, nella gara di fedeltà). E poi i sussurri, le indiscrezioni più o meno informate, qualche mitomane che non manca mai, la verità da chi qualcosa sa. «Giorgia? È nella solita masseria a Ceglie». Macché, «ha preso una villetta a Polignano, molto discreta, impossibile incrociarla». No e ancora no, strano che non vi sia arrivata la voce, «è alle pendici di Locorotondo, sapete quel trullo dell’anno scorso?».
Valle d’Itria, estate 2026: il trionfo del telefono senza fili. Montagne di suggestioni, invisibilità tenace. In realtà, gli indizi delle ultime ore conducono altrove e indirizzano verso il super resort di Borgo Egnazia: la presidente del Consiglio, sono gli spifferi che arrivano da chi si occupa dei dispositivi di sicurezza sul territorio, sarebbe stata lì il 14, poi ancora il 16 agosto (in mezzo, una visita lampo a Roma per Ferragosto). Così giurano anche alcuni ospiti del resort a cinque stelle mentre viaggiano su piccole auto d’epoca lungo verdi prati da golf, «ieri era qui, oggi però no». E così, poi, lascerebbe supporre il nervosismo dello staff e pure la presenza di alcuni agenti in borghese che escono dalla struttura per chiedere i tesserini professionali ai cronisti delle principali testate nazionali presenti. Poi però puff, nel gioco dell’oca si torna al punto di partenza, ad ora di pranzo Meloni sembra svanita di nuovo.
La presidente del Consiglio, come sempre, sceglie vacanze riservatissime e in famiglia. E dunque, a questo spartito si adattano anche i fedelissimi della cerchia più stretta, la popolazione autoctona, i sindaci di destra e pure quelli di sinistra, i consiglieri regionali con la fiamma nel cuore, i ristoratori e gli immancabili millantatori: tutti vendono la suggestione di un avvistamento, nessuno però che sfoggi un selfie o una certezza.
Contano dunque solo gli indizi. Dell’ipotesi Borgo Egnazia si è detto: è una location stranota ed evocativa anche per il grande pubblico. Per chi non ricordasse, è la struttura di lusso (duemila a notte su Booking) che Meloni individuò per ospitare il G7 italiano del 2024, quello con Joe Biden, Papa Francesco e il tavolone scolpito nel legno colpito dalla xylella. È a tre minuti dalla costa rocciosa di Savelletri e dai ristorantini che servono pasta ai ricci. Non la classica masseria, quella coi muretti a secco originali, la terra rossa e gli ulivi secolari, ma un resort ricostruito da cima a fondo. Lussuoso, con accenti “quasi hollywoodiani — scriveva questo giornale prima del summit dei Grandi — meta di celebrità come Barbara Berlusconi, Madonna, location di matrimoni indiani con elefanti al seguito».
Nessuno può confermare oltre ogni ragionevole dubbio, ma Meloni avrebbe dunque scelto il resort come base per vacanze itineranti nella regione. E in agenda potrebbe esserci anche una rapida puntata in Grecia, in settimana. La titolare di Borgo Egnazia, contattata, non risponde alla chiamata. Nel frattempo, le epifanie pugliesi si moltiplicano: c’è chi ha visto (e scritto) che la premier — e con lei l’eterno anfitrione delle ferie pugliesi, il sottosegretario Marcello Gemmato, la sorella Arianna, l’ex compagno Andrea Giambruno e qualche altro amico — si sarebbe mossa venerdì scorso in barca dal porticciolo di Polignano, chi sostiene che domenica notte abbia assistito ai fuochi notturni di Locorotondo. E ancora, articoli e post della stampa locale sul relax in Valle d’Itria, i ristoratori di Ceglie che sostengono di dover organizzare catering per il melonismo, il ministro Francesco Lollobrigida che posta sui social un video di una sua visita a un’azienda di pelati della valle.
Fissiamo almeno un punto, nel frattempo: Meloni potrebbe muoversi tra le spiagge pugliesi anche il prossimo weekend, visto che di certo venerdì sarà a Taranto per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. Nel frattempo, chissà quanti altri avvistamenti.
(da Repubblica)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL POLO EDITORIALE CHE FA CAPO ALLA FAMIGLIA DEL DEPUTATO LEGHISTA E’ GIA’ PRONTO AL VOTO. PER QUESTO HA CERCATO CON LIBERO DI SMONTARE LA VERITA’
La destra affila le armi editoriali in vista delle prossime elezioni politiche. Il braccio
operativo di Palazzo Chigi è il polo editoriale della famiglia Angelucci. L’obiettivo è diventare l’unica voce influente nel mondo della destra. Libero, Il Giornale e Il Tempo dovranno essere i mastini contro il campo largo e allo stesso tempo i cantori del melonismo. Da qui l’operazione che ha portato Lirio Abbate, una vita all’Espresso e poi a Repubblica, alla vicedirezione del Giornale. L’intento è quello di accrescere l’autorevolezza della testata. Ma Angelucci ha anche un’altra idea: indebolire La Verità, il quotidiano diretto e controllato da Maurizio Belpietro, ampiamente ancorato nell’area conservatrice e filo-governativo. Ma che ha una colpa: talvolta si muove in maniera indipendente rispetto ai desiderata dei vertici di Fratelli d’Italia. Con la logica dell’assalto, Angelucci ha avanzato, attraverso Libero, un’offerta – che non poteva essere rifiutata – a Giacomo Amadori, ex vicedirettore e capo delle inchieste del giornale di Belpietro. Operazione riuscita, il giornalista è ora a Libero. Un duro colpo per La Verità. Non solo. Il quotidiano affidato alla direzione di Alessandro Sallusti ha cercato di arruolare anche Fabio Amendolara, vice di Amadori per le inchieste. In questo caso, però, la missione è fallita: Belpietro ha trattenuto il cronista garantendogli una promozione che, secondo quanto risulta a Domani, è ancora in fase di definizione. Salvo sorprese diventerà caporedattore. Di sicuro c’è che Amendolara non si sposterà.
Angelucci è solo un pezzo, sebbene uno dei principali, della strategia di comunicazione che porta il marchio dell’ideologo del melonismo, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. L’altro perno è la Rai: Palazzo Chigi ha ottenuto un palinsesto “blindato” per l’anno delle elezioni. Garanzie arrivano pure da Mediaset: Rete 4 ha riverniciato l’immagine con un moderatismo di maniera, ma in campo resta il gotha del giornalismo sovranista, di cui è capitano Paolo Del Debbio. Lato social, il riferimento della destra di Meloni è sempre la società Experia. Il dominus è Pietro Dettori, ex grillino e collaboratore di Luigi Di Maio, ora meloniano di ferro: ha messo in piedi una macchina da guerra per macinare condivisioni su ogni canale, da TikTok a Instagram, per rendere virali i messaggi. La sfida vede il centrosinistra lontano mille miglia: il Pd è ancora fermo alla trattativa per acquistare l’Unità, attualmente sotto il controllo dell’imprenditore Alfredo Romeo. Ma contro la potenza di fuoco comunicativa di Meloni serve molto altro.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
PRENDERANNO PARTE AI “TAVOLI DI PACE: UN’ESPERIENZA FRANCESCANA, UN’ETERNA SFIDA TUTTA ITALIANA”, CHE SI TERRANNO A FORMELLO, ALLE PORTE DI ROMA, DA FINE AGOSTO A INIZI DI SETTEMBRE – I PARTECIPANTI ALL’EVENTO SEMBRANO ACCOMUNATI DAL DISPREZZO PER IL MONDO OCCIDENTALE E PER SIMPATIE NEMMENO TROPPO CELATE PER LE VARIE AUTOCRAZIE. SI VA DALL’AMBASCIATORE RUSSO ALEXEY PARAMONOV, ALL’AYATOLLAH IRANIANO MOHAMMAD HOSSEIN. E, NATURALMENTE, CI SARÀ IL GENERALISSIMO VANNACCI
Cosa ci fanno il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri nel parterre di un maxi-evento che sembra aver arruolato San Francesco nel mondo “multipolare” e filo-russo?
Non solo loro, a dire il vero. Ci sono anche alti ufficiali delle nostre forze armate.
Prenderanno parte ai “Tavoli di pace: un’esperienza francescana, un’eterna sfida tutta italiana. Dalla fine dell’Occidens Pacis Ordo verso quale Novus Pacis Ordo?”, organizzati dalla Fondazione Fides et Ratio E.T.S., che si terranno a Formello, alle porte di Roma, da fine agosto a inizi di settembre.
Dietro l’altisonante ed ecumenico titolo, si celano una serie di partecipanti che sembrano accomunati solo dal disprezzo per il mondo occidentale e per simpatie nemmeno troppo celate per le varie autocrazie. Si va dall’ambasciatore russo Alexey Paramonov, all’ayatollah iraniano Mohammad Hossein, fino a diplomatici iraniani (come Ali Asghar Soltanieh), cubani, venezuelani.
Al loro fianco il gotha del “mondo del dissenso”, da Marcello Foa a Vladimiro Giacché, da Gabriele Guzzi a Simone Pillon fino a Michele Santoro e Antonio Maria Rinaldi, oltre al direttore di “Limes”, Lucio Caracciolo. E, naturalmente, ci sarà anche il generalissimo Roberto Vannacci, sempre pronto a schierarsi sul fronte russo.
Gli organizzatori utilizzano anche il patrocinio del Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco, di cui fanno parte anche rappresentanti ministeriali. Immaginiamo quanto sarà entusiasta Giorgia Meloni della presenza del “suo” guardasigilli in mezzo a questa bella truppa…
(da Dagoreport)
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Agosto 18th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MERCATO SONO GIÀ PRESENTI GIGANTI COME MCDONALD’S, KFC E BURGER KING – SECONDO REUTERS, LA CRESCITA DEI CONSUMI DI JUNK FOOD IN CINA È FAVORITA DA FAMIGLIE E CONSUMATORI ALLA RICERCA DI PASTI ECONOMICI E VELOCI – IL MERCATO CINESE DEL FAST FOOD OCCIDENTALE VALEVA 74,1 MILIARDI DI DOLLARI NEL 2025
Il mercato degli hamburger in Cina è sempre più affollato. Anche catene nate in settori
diversi cercano di conquistare una fetta della domanda. Lo scrive il South China Morning Post, sottolineando l’ingresso di Haidilao, principale catena cinese di hotpot, con il marchio Fresh Burger, mentre Five Guys ha aperto i suoi primi due locali a Pechino. Nel mercato sono già presenti giganti come McDonald’s, Kfc e Burger King, oltre a catene locali e altri marchi internazionali.
Il fenomeno si inserisce in una più ampia corsa al burger, come spiega il sito della Reuters, secondo cui la crescita è favorita da famiglie più piccole e consumatori più prudenti nella spesa, alla ricerca di pasti economici, pratici e veloci. Pizza Hut ha portato il suo format Burger Bar a oltre 200 punti vendita e punta a 500-600 entro fine anno. Anche la catena di caffè M Stand è entrata nel settore. Secondo i dati citati dal sito della Reuters, il mercato cinese del fast food occidentale valeva 74,1 miliardi di dollari nel 2025, con gli hamburger tra i segmenti in più rapida crescita.
(da agenzie)
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