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PARISI: “TORNARE AL NUCLEARE E’ TROPPO COSTOSO. L’ITALIA PUNTI SU SOLARE E GEOTERMICO”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL NOBEL PER LA FISICA: “IL PROBLEMA NON E’ AVERE L’ENERGIA, MA LA CAPACITA’ DI IMMAGAZZINARLA”

Il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha molti dubbi sul ritorno dell’Italia al nucleare. È l’energia solare, secondo lui, la soluzione vincente. Che al momento non cogliamo, perché non l’abbiamo davvero capita.
Professore, il nucleare è un’opportunità o un problema?
«Può essere un’opportunità, se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno: sappiamo
che, comunque, sono da preferire, perché utilizzano neutroni veloci e hanno l’enorme vantaggio di poter “bruciare” come combustibile il plutonio e parte delle scorie a più lunga vita, riducendo così il volume e la pericolosità dei rifiuti radioattivi. Questa via è stata sperimentata su scala industriale, con il progetto Superphénix, e però il reattore ha avuto una serie di incidenti ed è stato necessario chiuderlo trent’anni fa».
Neutroni veloci, ma poco veloci per le nostre esigenze sempre più impellenti?
«È così. Quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa».
Qual è la sua proposta alternativa?
«Possiamo produrre praticamente tutta l’energia che vogliamo con il solare. Al momento la Cina produce i pannelli solari ai costi più bassi, però non è detto che l’Italia e gli altri Paesi europei non possano mettersi a costruirli. I prezzi stanno via via calando, mentre l’energia ottenuta dal nucleare costa almeno tre volte tanto».
Il solare, tuttavia, non è di facile gestione: come si risolve il gap di produzione tra giorno e notte?
«Il problema non è avere l’energia in generale, è averla nelle ore giuste della giornata e, quindi, poterla immagazzinare: oggi si stanno sviluppando nuovi tipi di batterie di accumulo, a costi sempre più bassi».
Intanto, però, ci ritroviamo in un difficile periodo di transizione: come lo si affronta?
«In Italia abbiamo a disposizione una serie di risorse che stiamo sfruttando relativamente poco: per esempio, il geotermico e anche l’idroelettrico, grazie alle dighe. In un caso e nell’altro possono funzionare al massimo quando c’è richiesta e, quindi, come infrastrutture di accumulo».
Che ruolo ha l’Europa nello sforzo di mettere a punto la propria «sicurezza energetica»?
«È un lavoro eccezionale e si può fare: uno dei vantaggi dell’Ue è proprio quello di dividersi i compiti e di integrarsi: ogni Paese deve muoversi nella direzione che gli è più congeniale. L’Italia con il geotermico, prima di tutto, la Francia proseguendo con il nucleare: non ha aree vulcaniche e dispone di molte zone con bassa densità di popolazione, mentre l’Italia ne ha pochissime con tutti i requisiti necessari per la costruzione delle centrali. Senza dimenticare un altro fatto: oggi non ha molto senso che la Germania abbia una quantità di solare molto superiore alla nostra, pur avendo meno ore di Sole, mentre l’Italia sta puntando sul nucleare. Ripeto: abbiamo enormi potenzialità sul solare e non le stiamo sfruttando. Basterebbe cominciare con i pannelli da installare sui tetti di tanti palazzi di Roma».
Crede sia possibile avviare un piano realistico ed efficace?
«Non è complicato. Penso si debba ridurre la burocrazia necessaria per realizzare gli impianti, sia piccoli sia grandi. E poi penso alla creazione di un’agenzia, che funzioni a livello regionale e comunale e che si occupi dei contratti e dei costi: così si semplificherà la vita dei cittadini, che pagheranno ciò che devono pagare, senza l’incubo di districarsi tra proposte e offerte in perenne contrasto tra loro».
Addio al nucleare, quindi?
«Al momento è troppo caro. Quando, in futuro, si realizzeranno reattori commerciali di quarta generazione, allora, finalmente, si avrà una valutazione chiara di quanto costano e del valore del loro ciclo integrato. Così si potrà cominciare a discuterne seriamente, ma prima di vent’anni anni non se ne parla. L’ulteriore considerazione da fare adesso è un’altra: sono oltre dieci anni che, con diversi esperti, tra cui il compianto Massimo Scalia, sostengo che il governo debba impegnarsi a costruire un deposito nazionale di scorie nucleari. Il motivo è che i depositi attuali sono temporanei e sparsi sul territorio, con standard di sicurezza inferiori, mentre abbiamo una costante produzione di scorie, dall’industria fino agli ospedali. Purtroppo, si continua a non decidere dove localizzare questo centro»
Quanto è grave la nostra attuale situazione energetica?
«Il punto è che cosa fare nei prossimi cinque-dieci anni, perché, come abbiamo visto, se continuiamo a basarci su petrolio, gas e carbone i costi rappresentano variabili assolutamente imprevedibili. Se ci baseremo sul solare, invece, diventeremo un Paese sempre più resistente agli shock esterni e all’incertezza. Dobbiamo fare questa transizione il più velocemente possibile, cominciando dagli aspetti legislativi. Ecco perché il Parlamento, il governo e le varie istituzioni devono agire».
A proposito di spazi idonei, c’è chi teme danni paesaggistici e ambientali da un ricorso eccessivo al solare: lei che cosa risponde?
«È estremamente interessante che si trascuri un fatto: è possibile far convivere l’agricoltura con il solare e, anzi, in una situazione in cui aumentano le temperature e gli eventi estremi, i pannelli solari, installati a una certa altezza dal suolo, tendono anche a proteggere le coltivazioni e a migliorare la resa dei prodotti».
(da La Stampa)

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FRANCO CARDINI: “2 GIUGNO, DESTRA PERMALOSA”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

LO STORICO: “MELONI SBAGLIA A PRENDERSELA PER NON ESSERE STATA CITATA “… “PAGA LA SCARSA ATTENZIONE AI PROBLEMI SOCIALI CHE ERA PATRIMONIO DEL MSI”

Professor Franco Cardini, secondo lei Giorgia Meloni è cronaca o storia? Dopo il lungo monologo di Paola Cortellesi alla serata del 2 giugno nella piazza del Quirinale si sono fatte sentire le polemiche. Nello spettacolo comparivano Teresa Vergalli, Tina Anselmi, Irma Bandiera, Nilde Iotti, Teresa Mattei e tante altre ancora, ma la prima donna presidente del Consiglio non c’era. La spiegazione di questa esclusione, data dal Comitato per le celebrazioni, è stata che Meloni è ancora nella cronaca e non nei ranghi della storia. È così?
«Ho molti dubbi che si possa fare questa distinzione tra cronaca e storia», commenta con un sorriso malizioso Franco Cardini, storico medievista, cattolico, appartenente all’area che a lui piace definire “anarchismo di destra”. Il professore
ha un legame di antica data con Giorgia Meloni. «Mi sembra un escamotage, una scusa. Meloni è “storia” vivente, lei ne è consapevole e se ne deve ricordare tutte le volte che interviene pubblicamente in Italia e nelle sue relazioni internazionali per le quali è stimatissima e a cui tiene molto. Donna Giorgia non se la deve prendere se alla Festa della Repubblica il suo nome non è apparso nel novero delle Grandi Madri ed è stata trascurata. Deve aver presente la vecchia lezione del Divo Giulio, Andreotti. Se non veniamo menzionati le ragioni sono due: o siamo troppo importanti, e gli altri portano invidia e non ti prendono in considerazione per farti uno sgarbo, oppure sei tu che non hai fatto abbastanza. Non si deve mai prestare il fianco alle frecce dell’avversario. Meloni ha sbagliato e credo che se la sia presa perché sta attraversando un momento non tranquillo e che sia troppo tesa».
Tesa? Come mai?
«Di recente il vento le ha soffiato contro. Le è andata male la luna di miele con Donald Trump. Era un legame tossico, che non portava bene e che non mi spiace per nulla si sia infranto. Poi donna Giorgia ha sottovalutato la partita del referendum. In questo paese alle consultazioni referendarie non si votano le leggi ma si scelgono le personalità. E va a finire che si schierano contro di te anche gli amici di partito. Donna Giorgia ha un carattere spigoloso, pieno di angoli. E Fratelli d’Italia non è un partito facile. Lei per di più lo pettina contropelo. Non è detto che tutti i Fratelli o le Sorelle la pensino come Meloni sull’Ucraina o su Israele. Il suo è il partito delle avversioni, del dubbio e pure, perché no?, della nostalgia. Poi a creare problemi c’è il carattere autoritario di Meloni».
Intende dire che dentro FdI c’è qualche malumore?
«È abituata a comandare e ad avere obbedienza e se qualcuno le si mette di traverso non ci pensa due volte: dice al fedelissimo Giovanni Donzelli di mettere da un lato quelli che non le garbano. Infine il partito sta trascurando anche istanze a cui i Fratelli e le Sorelle tengono molto. Lo dico, dal momento che sono religioso, con le parole di Sant’Agostino: le tematiche dimenticate sono la pace civile, sociale e
l’equità. Meloni non deve dunque prendere troppo sul serio l’esclusione dalla rievocazione della storia d’Italia del 2 giugno. Ma deve curarsi delle voci che si levano dal partito e che lamentano la scarsa attenzione ai problemi sociali. Come la necessità di accoglienza adeguata per chi arriva sui gommoni o per chi vive sotto la soglia della povertà. Voci che esortano al recupero della destra sociale il cui spirito apparteneva anche al primo Mussolini».
Le immagini che in piazza del Quirinale scorrevano sul grande schermo per tracciare la storia d’Italia non raccontavano quella del Movimento sociale italiano e nemmeno quella dei big del governo ma evidenziavano decenni in cui i discepoli di Giorgio Almirante, che Meloni ha di recente ricordato con affetto, erano esuli in patria. E le vicende del Paese erano invece il movimento del Sessantotto, la legge sul diritto di famiglia, gli scioperi, il divorzio, l’aborto, la guerra del Vietnam. E a documentarle erano i poeti, gli artisti e attori, vivi o non, come Alda Merini, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Gianni Morandi, Carlo Verdone e così via. Non proprio di destra. Insomma la festa era una celebrazione dell’egemonia culturale di sinistra?
«Se la destra al Quirinale si è sentita emarginata deve prenderla in maniera sportiva. In effetti tanti intellettuali capaci di rappresentare la destra oggi non ci sono. Alcuni dei più importanti artisti, storici e scrittori o si sono messi ai margini, come Marcello Veneziani o Giordano Bruno Guerri, oppure sono stati cacciati. Pietrangelo Buttafuoco non è certo un autore allineato e io non mi considero un intellettuale organico alla destra. Il mio amico Massimo Cacciari sostiene, erroneamente, che l’egemonia culturale di sinistra non è mai esistita. Ernesto Galli della Loggia ne ha constatato la proliferazione. Io sono dalla parte di Ernesto e ho toccato con mano che non essendo di sinistra vivevo a latere del potere».
Però la premier si è presa una rivincita nelle celebrazioni per la nascita della Repubblica. Il voto del 1946 è diventato uno spot di FdI su Meloni: una donna inizialmente indecisa se votare o meno sogna la premier e va alle urne. Il breve
video social è intitolato “Il futuro ha bisogno di voi” e propone una lettura parziale delle battaglie femminili e della rappresentanza politica delle donne in Italia. Come mai non ha appagato i sogni di gloria di Meloni?
«Giorgia è esigente. Questo spot è propaganda necessaria, non c’è dubbio. Ma capisco che Meloni possa sentire il bisogno di una egemonia culturale. Ma allora, invece di pensare a posti di potere e poltrone, perché non mette tutti i suoi intellettuali intorno a un tavolo, seguendo la massima di Mao Zedong: “Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero gareggino”. Coniato nel 1956, questo motto diede il nome alla Campagna dei cento fiori, con cui il leader comunista incoraggiò gli intellettuali cinesi a esprimersi liberamente per migliorare il socialismo. Allora andò a finire male. Ma con la capacità di donna Giorgia può fiorire un libero pensiero di una destra dei cento fiori e non ha poi importanza se un Fratello è troppo filo palestinese o filo russo».
(da La Stampa)

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UN GOVERNO DA RICOVERO

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL DIETROFRONT DELLA MELONI: LA RIFORMA DEIMEDICI DI FAMIGLIA NON S’HA PIU’ DA FARE

Dopo il via libera di nemmeno due mesi fa a Giorgia Meloni è bastato un faccia a faccia di una manciata di minuti per dire a Orazio Schillaci che la riforma dei medici di famiglia non s’ha da fare.
O almeno, non per decreto, come il ministro della Salute e il quasi compatto fronte dei governatori regionali erano intenzionati a fare per evitare di arrivare alla scadenza del 30 giugno, ultima data utile per incassare la rata finale del Pnrr, con le nuove Case di comunità prive dei medici di famiglia
L’ultimo rapporto Agenas del marzo scorso dice che dei 1.715 maxi ambulatori aperti 7 giorni su 7, h24, il 55% è di fatto una targa affissa a una porta dietro la quale c’è il vuoto di medici e servizi, come visite specialistiche e accertamenti diagnostici di base che si dovrebbero garantire.
Mentre sono solo 66, meno del 4%, le strutture con tutti i servizi avviati. Così appare un miraggio arrivare a fine mese con la nuova rete di servizi territoriali funzionante
Una corsa contro il tempo che aveva spinto Regioni e ministro, per una volta alleati, a mettere nero su bianco la riforma dell’assistenza sanitaria territoriale poggiata su tre pilastri: l’obbligo per tutti i medici di famiglia, compresi quelli con 1.500 o più assistiti, di lavorare almeno 6 ore a settimana nelle nuove strutture; una nuova remunerazione basata non più sul numero di assistiti ma su quello che effettivamente si fa, come la presa in carico dei cronici; la possibilità, considerata “residuale”, di assumere nelle Case di comunità senza personale specialisti ospedalieri o gli stessi medici di famiglia, che da liberi professionisti sarebbero passati a essere dipendenti.
Ed è questo ad aver fatto alzare subito le barricate al potente sindacato di categoria, la Fimmg, che pur rappresentando il 4,6% dei 400mila medici italiani, da sempre controlla il loro ente previdenziale, l’Enpam.
Una cassaforte da 32 miliardi di patrimonio che con il graduale passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia rischierebbe di sfuggire di mano alla loro Federazione.
Tanto che si mormora di una telefonata del presidente dell’Ente, Alberto Oliveti, a Giorgetti, al quale sarebbe stata paventata la dismissione dei 3 miliardi di titoli di Stato sottoscritti dall’Enpam qualora il Governo avesse deciso di portare avanti la riforma invisa ai medici di famiglia.
Fatto è che, pur con i governatori di centrodestra compatti nel sostenerla, a boicottarla hanno cominciato a essere esponenti di spicco della stessa maggioranza: il meloniano presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini, l’ex capogruppo azzurro alla Camera Paolo Barelli e, da ultimo, si sussurra nei corridoi del ministero della Salute, il sottosegretario Marcello Gemmato, che avrebbe incontrato i sindacati di categoria per assicurare loro che la riforma non sarebbe passata.
Atteggiamenti che avrebbero fatto cambiare idea anche alla Premier, spaventata dall’impatto sull’opinione pubblica di un inedito sciopero dei medici di famiglia, minacciato dai loro sindacati.
Anche se non manca chi, Schillaci in testa, tra gli esponenti della stessa maggioranza crede che a far perdere più consensi sarebbe arrivare a fine mese tagliando nastri davanti a scatole vuote finanziate con 2 miliardi di Pnrr, messi sul piatto per potenziare l’assistenza sul territorio e decongestionare così gli ospedali.
Così, rimettendo nel cassetto qualsiasi ipotesi di passaggio alla dipendenza, si è deciso ora di lavorare in fretta e furia alla nuova convenzione dei medici di base per il triennio 2025-27, magari stabilendo già nell’atto di indirizzo che fissa il perimetro del nuovo accordo il paletto delle sei ore minime di lavoro nelle Case di comunità.
Un piano B che rischia però di andare fuori tempo massimo, perché siglare la nuova convenzione richiederà certamente del tempo e per passare dalle parole ai fatti servirà poi sottoscrivere gli accordi regionali.
(da La Stampa)

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MI SI NOTA DI PIU’ SE VADO O SE NON VADO?

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

AL VERTICE UE IL POSTO DELL’ITALIA E’ RIMASTO VUOTO, MA ALMENO IN PREFETTURA IL FRANCOBOLLO HA AVUTO IL SUO TIMBRO

A Tivat, ieri c’erano quasi tutti. I capi di Stato e di governo di 26 paesi dell’Unione europea, i sei dei Balcani occidentali, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Si discuteva di allargamento e delle sorti dell’Ucraina, che a giugno apre il primo capitolo negoziale. Giorgia Meloni invece era a Reggio Calabria, alla festa dei carabinieri, stentorea davanti a un francobollo.
Un francobollo vero, nato con tutti gli onori. Il 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri prevedeva la cerimonia, fissata alle 11. Poi la premier ha voluto restare anche per l’annullo filatelico in Prefettura. Solo che alle 14 l’aereo di Stato è decollato verso Roma, non verso il Montenegro. Poco prima era arrivata la nota: “A causa del protrarsi della cerimonia” Meloni “non potrà più partecipare”…
L’annullo filatelico, insomma, è stato salvifico. Perché tutto era cominciato prima: su questo dossier, come su quasi tutto, la maggioranza è divisa. Inoltre la sera precedente da Palazzo Chigi filtrava fastidio per il coordinamento di Francia, Gran Bretagna e Germania con Kiev verso il tavolo con Mosca. L’Italia? Esclusa, un’altra volta. È il “solito formato E3“, minimizzavano le fonti italiane, salvo aggiungere che “senza gli Usa al tavolo, non si arriva a un accordo con Putin“. Tradotto: offesi di non essere invitati, sospettosi di chi c’è andato.
Torniamo a maggio 2025, sempre lei. Kiev, poi Tirana: i volenterosi si vedevano, Meloni mandava un video o restava a casa, e rivendicava la coerenza di chi le truppe non le invia. Anzi, raccontava ai suoi elettori e a qualche giornale di essere un punto di riferimento internazionale. E invece era una semplice presenza evanescente, quando andava. Ieri ha fatto un passo avanti: si è risparmiata pure il viaggio
Torna in mente l’adagio di Nanni Moretti: mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente? La premier ha sciolto il dilemma nel modo più comodo. A Tivat il posto dell’Italia è rimasto vuoto, ma almeno in Prefettura il francobollo ha avuto il suo timbro puntuale. Commemoriamo quello, allora, chi se ne importa delle guerre alle porte dell’Europa e nelle tasche degli italiani.
(da lanotiziagiornale.it)

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MINETTI, GLI AUTISTI DI PUNTA DE L’ESTE CONFERMANO LA NOSTRA TESTIMONE:”COSI’ PORTAVANO PROSTITUTE AL GIN TONIC DEI CIPRIANI”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

DUE AUTISTI CONFERMANO LA VERSIONE DI GRACIELA SUI FESTINI A CASA CIPRIANI: “MA NON VOGLIO FINIRE IN UN FOSSO…”

“Non dargli il mio telefono. Non voglio finire in un fosso o incendiato”. È questo il clima a Punta del Este quando chiedo informazioni. Tutto quello che leggerete è stato documentato attraverso registrazioni, messaggi whatsapp e audio. Nessuna fonte mi autorizza a fare il suo nome. E quindi non lo farò. È tutto in salita, però dopo qualche giorno, meno di 72 ore, qualcosa inizia a muoversi. A tutela delle fonti userò questa formula: A, B, C. Il messaggio che avete letto è di B, persona fondamentale in questo racconto, perché dirà con chiarezza di aver portato delle prostitute nella chakra di Giuseppe Cipriani, il Gin Tonic, in contrada La Barra qui a Punta del Este.
È un’informazione importante. E non perché rappresenti un reato. Qui in Uruguay non soltanto la prostituzione è legale, ma è perfettamente gestita, in modo trasparente e sicuro, sia per le prostitute sia per i clienti. Nessun reato stiamo quindi addebitando a Giuseppe Cipriani o a Nicole Minetti. È un’informazione importante per un altro motivo. E riguarda l’attendibilità dell’ex massaggiatrice del Gin Tonic, Graciela, intervistata nel corso della sua inchiesta dal mio collega Thomas MacKinson e poi dalla redazione uruguaiana di Sin Piedad, che ha più volte chiesto di essere sentita dai magistrati italiani. Inutilmente.
La Procura generale ha nei fatti bollato come inattendibile il suo racconto sulle feste con sesso e droga al Gin Tonic, poiché è stato smentito dai testimoni prodotti dalla coppia Cipriani-Minetti e (per ora) anonime persone informate sui fatti ascoltate dai carabinieri.
Qui non risultano indagini nei riguardi di Cipriani e Minetti, né su droga né su altro, neanche la benché minima denuncia per una festa con musica d alto volume. Sull’attendibilità del racconto di Graciela, però, il discorso cambia. In questi tre giorni, almeno tre punti del racconto fatto a MacKinson mi vengono confermati da altre fonti. Due di questi tre sono confermati dalle parole di B.
A e B si conoscono da anni. Sono entrambi autisti. A mi racconta che a Punta del Este tutti sanno delle feste al Gin Tonic. E tanti sanno che arrivano ragazze anche da un night con prostitute che si chiama White. Ovviamente, che tutti sappiano non basta. Ho bisogno di parlare con un testimone diretto. A va a colpo sicuro. Ma non ha il numero del collega. Lo chiede ad altri autisti. Poi chiama B davanti a me. Registro la telefonata. Dopo me la riassume con Google translate. Però non mi basta: gli chiedo di farsi mandare da B un audio chiaro. In cui spieghi tutto. Ve lo riporto integralmente: “L’episodio che ti raccontavo era di tre, quattro anni fa, fai tre. Tutti sapevano dei casini che si facevano lì, ho portato… due o tre volte, credo… quattro ragazze del White. Ma non avevo idea di come funzionasse, quello che facevo era… loro chiamavano, mi dicevano ‘Devo andare in questo posto’, io
ce le portavo, le lasciavo lì, e poi andavo a cercarle quando mi avvisavano. Quasi sempre il giorno dopo o alle sei del mattino. Finivano quello che dovevano fare e io le riportavo indietro. Arrivavano che erano contente, si vede che guadagnavano bene, ma non so molto più di questo. E poi, come ti ho detto, con questa gente non si scherza, quindi preferisco che tu faccia da intermediario. Se vogliono qualcosa glielo racconto, ma poi col telefono non posso. Questa gente è pesante”.
In questo messaggio B ci dà degli elementi chiari. Il periodo: tre o quattro anni fa. Graciela ha fornito a MacKinson il suo contratto di lavoro al Gin Tonic, che risale a maggio 2024, quindi perfettamente compatibile con i 3-4 anni di cui parla B. E ancora: le ragazze lavoravano al White, un night dove, potete verificarlo direttamente dal suo sito web, si contratta con le ragazze il compenso per la prostituzione e ci sono camere dove potersi appartare.
Altro elemento: tornava a prenderle alle “6 del mattino”, erano “contente” e si vede che “guadagnavano bene”. Nell’audio però B non dice con chiarezza dove le aveva accompagnate. Quindi chiedo ad A di farsi inviare un nuovo audio. Ed ecco le parole di B: “Sì sì, certo, amico, sì, può essere che non l’abbia detto nell’audio. Ho preso le ragazze dal White, dal bordello, per la tenuta Gin tonic, la ‘villa del tesoro’ che si chiama Gin Tonic, gran bella tenuta. Io quel posto, la tenuta, non lo conosco: le lasciavo lì alla porta d’ingresso, me ne andavo, e poi quando tornavo le aspettavo lì fuori un attimo e uscivano. Ma il posto è quello, sì, il Gin Tonic, scusa se non l’ho detto nell’audio”.
E qui non solo specifica che si trattava del Gin Tonic, ma precisa anche che il White è un bordello. Nessuno può sapere se queste ragazze si siano prostituite al Gin Tonic. Quel che è certo, però, è che B sostiene di aver portato ragazze prelevate da un bordello. Una testimonianza coerente con il racconto di Graciela a MacKinson: “Ragazze che vengono da un bordello, che si chiama White, c’è un suo intimo amico, quello che gli procura le ragazze…”.
E ancora: “Procurano ragazze da un bordello, White, sono argentine…”. Ma c’è di
più. E lo scopro riascoltando le mie registrazioni. Quando A inizia a informarsi con B, su chi possa darmi informazioni legate alle ragazze, fa un nome: Samari. Graciela aveva fatto a MacKinson un nome simile: “Samir, che è un argentino, chiama prima che inizino le riunioni e chiede tre, quattro, cinque ragazze che devono esserci perché lui porta gli imprenditori…”.
È una coincidenza interessante. Richiamo A e chiedo chi sia questo Samari, al quale faceva riferimento con B, e come si scriva il suo nome: mi risponde che si scrive Semair e che è una persona molto legata al White. Quando gli domando se può aiutarmi a contattarlo, però, stranamente, mi risponde che impossibile perché è morto da circa un anno. B non è l’unico autista a confermare lo scenario. A davanti a me chiama in viva voce C, che gli spiega di non aver mai accompagnato ragazze dal White al Gin Tonic. Però poi aggiunge: “Ne ho portate da altri posti fino all’Enjoy”. A mi traduce la telefonata in questo modo: “Questo ragazzo mi ha detto che ha portato ragazze… la mattina presto, ragazze da lì, ma non al White, le ha portate da qualche hotel come l’Enjoy. Può essere che fossero lì a lavorare, o altro, uscivano da lì, ma le ha riportate all’Enjoy, e non al White. Non sa se fossero del White o di un altro posto, ma le ha portate dalla tenuta Gin Tonic all’Enjoy”. “Erano prostitute?” chiedo. A mi risponde: “Sì, certo. Ma non del White. La mattina, all’alba, da qui verso gli hotel”.
Chiedo ad A se può farsi inviare un audio in cui C mi specifica che si trattava di prostitute. C risponde ad A con queste parole: “No, lascia perdere. Te l’ho detto in confidenza. Non lascerò nulla inciso, quelle persone non sono facili”.
E così, in soli tre giorni, abbiamo raccolto la conferma che, per questa frazione del suo racconto, Graciela è attendibile. Aveva chiesto pubblicamente di essere ascoltata dai magistrati italiani. Invece è rimasta sola. In questo clima. Dove raccolgo conferme da gente che ha paura di morire ammazzata e teme di lasciare qualsiasi traccia.
(da Il Fatto Quotidiano)

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CI SONO TROPPI MOROSI TRA PARLAMENTARI E CONSIGLIERI REGIONALI DI FORZA ITALIA, ARRIVA IL RICHIAMO ALL’ORDINE DEL TESORIERE FABIO ROSCIOLI: “VERSATE MENSILMENTE LA QUOTA DI 900 EURO O NIENTE CANDIDATURA”

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

SONO PIÙ DI UNA QUINDICINA I PARLAMENTARI CHE NEL 2026 NON HANNO DEPOSITATO NEMMENO UN EURO NELLE CASSE AZZURRE, PER UN TOTALE CHE SUPERA I 60 MILA EURO…. LA CLAUSOLA CHE ESENTA DAL VERSAMENTO CHI PORTA UN FINANZIATORE ESTERNO E LA SPIEGAZIONE DEL PORTAVOCE DI FORZA ITALIA RAFFAELE NEVI: “HO PORTATO SOLDI AL PARTITO PER UNA QUOTA NETTAMENTE MAGGIORE A QUELLA CHE AVREI DOVUTO VERSARE”. STESSO DISCORSO PER MAURIZIO GASPARRI E PER MARTA FASCINA, CHE LO SCORSO ANNO HA VERSATO 100 MILA EURO

In una segreteria nazionale che celebra i conti in ordine e persino un “avanzo importante” per Forza Italia, è il tesoriere Fabio Roscioli a mettere sul piatto il caso spinoso dei dirigenti morosi. Ossia, quei parlamentari e consiglieri regionali che non sono in regola con il versamento dei contributi mensili dovuti al partito. Sono più di una quindicina i parlamentari che nel 2026 non hanno depositato nemmeno un euro nelle casse azzurre, per un totale che supera i 60 mila euro.
§La somma non è definitiva e frutto di un calcolo che tiene conto solo dei deputati e senatori che mancano all’appello pubblicato nella sezione ‘trasparenza’ del sito di FI. Potrebbe salire contando i contributi parziali, ma anche essere rivista in base alle complesse modalità di contribuzione concesse ai forzisti.
È forse anche per questo che il tesoriere non ha dato numeri né fatto nomi nella segreteria nazionale riunita mercoledì pomeriggio. Il suo messaggio però è stato chiaro: secondo le regole del partito, chi non è in regola con le quote non ha diritto di ricoprire posizioni dirigenziali e non può essere ricandidato. Un richiamo all’ordine che si affianca all’invito diretto ai componenti della segreteria: “sollecitate parlamentari e consiglieri a versare mensilmente la quota”.
Per i rappresentanti locali la somma mensile è di 450 euro e secondo fonti azzurre sarebbero proprio loro i più indisciplinati. Per deputati e senatori, invece, il contributo previsto è di 900 euro. Il partito torna a caldeggiare il versamento mensile, ma nel passato ha lasciato ampia libertà nelle modalità di erogazione: c’è chi sceglie la soluzione bimestrale o trimestrale, e chi addirittura preferisce quella semestrale o annuale. Anche per questo i dati dei contributi pubblicati ad aprile per l’anno 2026 devono considerarsi più che mai provvisori.
Nella lista, tra gli oltre 70 parlamentari azzurri mancherebbero i contributi di più di venti tra deputati e senatori. Anche se da fonti a conoscenza del dossier arrivano le rassicurazioni su diversi big che avrebbero già regolarizzato la loro posizione e quindi andrebbero espunti dai morosi.
Tra questi, Marta Fascina, che lo scorso anno ha versato 100 mila euro, ma anche Maurizio Gasparri, Patrizia Marrocco, Nazario Pagano, il portavoce nazionale Raffaele Nevi e il neosindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro. Resterebbero fuori comunque più di 15 parlamentari, da Licia Ronzulli a Mario Occhiuto, passando per De Rosa, Fazzone, Castiglione, Minardo, Orsini, Sala e Squeri. Alcuni dei quali mancano all’appello anche nei dati relativi al 2025. La lista, però, potrebbe ancora variare in base a una clausola concessa dal partito e su cui emergono i dubbi di molti azzurri. È infatti esentato dal versamento totale o parziale delle quote chi porta un finanziatore esterno. Gli assenti nella lista online, dunque, potrebbero essere dovuti anche a questa regola che ricorda la formula del ‘porta un amico’.
Chi porta un finanziatore può non pagare la quota che deve versare mensilmente al partito. È la regola non scritta che vige in Forza Italia. Così ci sono deputati e senatori che non pagano i 900 euro al mese perché di fatto un’azienda o un imprenditore li versa nelle casse al posto loro sottoforma di finanziamento.
Da quando è stato abolito il finanziamento pubblico, a rimpinguare le casse dei partiti ci pensano i privati, i cittadini e gli stessi eletti. Ma un rapporto così diretto tra parlamentare e finanziatore, al punto da sollevare deputati e senatori dal versare la loro quota, finora non si era sentito mai.
Sul sito di Forza Italia ci sono gli elenchi, anno per anno, con i nomi di chi ha versato le quote mensili, di chi ha versato anche il doppio, ad esempio i ministri Anna Maria Bernini e Paolo Zangrillo, mischiati ai privati che finanziano il partito. Invece 16 deputati su 54 e 7 senatori su 20 non figurano nei fogli del 2026. Alcuni sono formalmente morosi e infatti l’avvocato Fabio Roscioli, tesoriere molto vicino
alla famiglia Berlusconi, è stato chiaro nei loro riguardi: «Chi non versa non sarà ricandidato».
Ma molti parlamentari azzurri non figurano perché hanno portato finanziatori privati. Lo spiega il portavoce di Forza Italia Raffaele Nevi, anche lui non menzionato nell’elenco: «Non ci sono perché ho portato soldi al partito per una quota nettamente maggiore a quella che avrei dovuto versare. E in Forza Italia funziona così».
Stesso discorso per Maurizio Gasparri: «Essere sgravati dalla quota è anche un incentivo a impegnarsi per portare soldi al partito». L’ex capogruppo del Senato però, ci tiene a precisare, che oltre ad aver portato finanziatori, «ovviamente io conosco più persone rispetto a un giovane eletto», ha anche versato, lo scorso anno, diecimila euro.
(da agenzie)

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TRUMP PRENDE SCHIAFFONI ANCHE DAL SUO PARTITO . ALLA CAMERA, ANCORA A MAGGIORANZA REPUBBLICANA, È STATO APPROVATO UN DOCUMENTO IN CUI I DEPUTATI CHIEDONO ALLA CASA BIANCA DI TERMINARE LA GUERRA IN IRAN (215 A FAVORE, 208 I CONTRARI)

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

A DARE IL CEFFONE AL PRESIDENTE ANCHE QUATTRO PARLAMENTARI REPUBBLICANI, ACCUSATI DA TRUMP DI “AVER FATTO UNA COSA NON PATRIOTTICA” … IL DISSENSO INTERNO AL PARTITO CRESCE E, ALLE PROSSIME ELEZIONI DI META’ MANDATO, I DEMOCRATICI HANNO BUONE CHANCE DI OTTENERE LA MAGGIORANZA SIA ALLA CAMERA CHE AL SENATO, RENDENDO TRUMP UN’ANATRA ZOPPA

La Camera statunitense ha approvato (215 voti favorevoli, 208 contrari) una concurrent resolution che chiede al presidente Trump di rimuovere le forze armate Usa impegnate nelle operazioni contro l’Iran in mancanza di un’autorizzazione da parte del Congresso.
La risoluzione concorrente non ha forza di legge e non deve essere approvata (o bocciata) dal presidente ma è un atto in cui viene espressa l’opinione dei deputati. Benché quindi simbolica, sta creando un terremoto politico a Washington e ha provocato la veemente reazione della Casa Bianca.
È la quarta volta che i democratici provano a far passare una risoluzione. Nelle tre precedenti occasioni, i repubblicani erano sempre riusciti, pur con sforzi maggiori, a rintuzzare l’attacco dell’opposizione, ma ora il muro ha presentato delle crepe.
Mercoledì sera quattro deputati del Grand Old Party (Gop) si sono schierati con il testo proposto dal democratico Gregory Meeks consentendone l’approvazione e assestando contemporaneamente uno schiaffo politico a Trump e allo Speaker repubblicano Mike Johnson.
«Ieri in un voto senza significato la Camera ha votato – ha scritto il leader Usa su Truth – 4 cattivi repubblicani e tutti i Dumocrats, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle negoziazioni finali per porre fine alla guerra con l’Iran». Quindi direttamente contro Massie e gli altri, il presidente ha detto dovrebbero «vergognarsi di loro stessi», li ha accusati di essere «esibizionisti», di essere alimentati dalla sindrome da ossessione anti-Trump (Trump Derangement Syndrome), di aver «fatto una cosa non patriottica». Ai democratici ha riservato
invece, sempre nello stesso post, la stilettata: «Preferiscono che il Paese fallisca piuttosto che concedermi un’altra delle molte vittorie».
Brian Mast, il presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, ha liquidato la decisione della House come «un totale voto del c…». Quanto successo, ha proseguito, indebolisce la forza di Trump ai negoziati con l’Iran. La risoluzione sui poteri di guerra è ancora ferma al Senato. Nei giorni scorsi il testo ha superato lo scoglio procedurale e arriverà in aula a breve.
Ma il segnale inviato dal Congresso è solo l’ultimo di un dissenso – piccolo ma crescente – nei confronti di alcune azioni di Trump nei mesi che conducono alle elezioni di Midterm. Nei corridoi della House e fra gli strateghi repubblicani è sempre più diffuso il malessere sull’approccio che sta tenendo l’Amministrazione, troppo focalizzata sui temi di politica estera e sulle richieste definite “stravaganti” – come i fondi per la sala da ballo della Casa Bianca e il fondo da 1,8 miliardi di dollari anti-weaponizzazione della giustizia – anziché sull’economia e il costo della vita.
(da agenzie)

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INTORNO A PUTIN C’E’ UNA MAREA DI PERSONAGGETTI. IL FORUM ECONOMICO DI SAN PIETROBURGO E’ PEGGIO DI UN “FREAK SHOW”: TRA GLI INVITATI CI SONO STEVEN SEAGAL, ATTORE AMERICANO DIVENTATO MEGAFONO DEL CREMLINO DOPO AVER OTTENUTO LA CITTADINANZA RUSSA NEL 2016; ANDREW E TRISTAN TATE, INFLUENCER FAMOSI PER LE LORO POSIZIONI MISOGINE (E INDAGATI PER TRAFFICO DI ESSERI UMANI E STUPRO SIA NEL REGNO UNITO CHE IN ROMANIA)

Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile

E ANCORA CANDACE OWENS, INFLUENCER COMPLOTTARA CHE HA LANCIATO LA FAKE NEWS CHE BRIGITTE MACRON SIA NATA MASCHIO… MANCANO SOLO DART FENER E JACK LO SQUARTATORE

C’era una volta la Davos di Vladimir Putin.Il Forum economico di San Pietroburgo apriva ogni anno le sue porte a politici, esperti e soprattutto imprenditori venuti da Occidente e pronti a investire miliardi di dollari nella Federazione russa, firmare lucrosi contratti energetici, assicurarsi forniture strategiche a basso prezzo.
Ma dopo l’invasione dell’Ucraina, nel 2022, l’evento sulla Neva ha per così dire cambiato ragione sociale. Disertato o quasi dagli occidentali, il Forum ha cercato altri «clientes» , rivolgendosi soprattutto ai Paesi del Global South, dall’India al Sud Africa, dalle monarchie del Golfo al Brasile, in nome di quel mondo multilaterale, di cui la Russia si vuole campione
Contemporaneamente, l’evento è anche diventato sempre più vetrina politico-ideologica della visione tradizionalista e anti- woke del Cremlino, aprendo le sue porte a personaggi eclettici, per non dire bizzarri. Sono attesi 20 mila partecipanti nei tre giorni del Forum.
Nella categoria amici di Putin va messo anche l’attore Steven Seagal, che nel 2016 ha ricevuto il passaporto russo e che si fregia addirittura del titolo di rappresentante speciale del ministero degli Esteri della Russia per i legami umanitari con Usa e Giappone.
Uno sviluppo significativo è che per la prima volta dopo il 2022, sulla Neva c’è una delegazione ufficiale americana, a capo della quale Donald Trump ha voluto
Rodney Mims Cook jr., chairman della Commissione per le belle arti, l’uomo che supervisiona la costruzione della celebre Ballroom che il Tycoon sta realizzando nella East Wing della Casa Bianca
A titolo privato ma non meno sintomatico dell’affinità elettiva tra lo zar e il mondo Maga, ci sarà Candace Owens, l’influencer americana antisemita, celebre per aver lanciato la fake news che Brigitte Macron sia nata maschio e ora deve rispondere di diffamazione.
Dulcis in fundo, i fratelli Andrew e Tristan Tate, doppia cittadinanza britannica-americana, ex kickboxer, indagati per traffico di esseri umani e stupro sia nel Regno Unito che in Romania. Andrew ama definirsi «misogino» e promuove sul web uno stile di vita «ultra maschilista». Con amici così, chi ha bisogno di nemici?
(da agenzie)

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L’ANTI-GUALTIERI A ROMA? IL CENTRODESTRA E’ FINITO IN UN VICOLO CIECO. CON MALAGO’ LANCIATO VERSO LA PRESIDENZA FIGC E CALENDA CHE HA SPERGIURATO DI NON VOLER ESSERE IL FRONTMAN DEI MELONIANI, I FRATELLINI D’ITALIA BRANCOLANO NEL BUIO SUL NOME DEL CANDIDATO SINDACO A ROMA

Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile

UNICA CERTEZZA: NON DEVE ESSERE UN CIVICO . FABIO RAMPELLI SI È DETTO DISPONIBILE, MA C’È CHI VORREBBE LANCIARE ROBERTA ANGELILLI, VICEPRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO

Erano tutti convinti, nel centrodestra romano, che (l’attesissima) riunione di fine maggio avrebbe svelato infine l’arcano del nome che non c’è. Nome del candidato sindaco. O meglio: il nome c’era (Giovanni Malagò), ma farà altro (Federcalcio). E c’era pure il piano b: Carlo Calenda, il quale però ha escluso prima con una boutade l’eventuale corsa (“c’è la possibilità che io conquisti Marte? No, non ho i razzi spaziali”), per poi esplicitare politicamente: “Per essere molto chiari”, ha detto Calenda, “io non mi candiderò a fare il sindaco di Roma, perché Azione si candiderà a essere il polo europeista e liberale, alternativo a questa destra e a questa sinistra che non mettono mai davanti l’interesse del paese”.
Ed ecco che il più dolce dei mesi, maggio, si è trasformato nel mese crudelissimo del cul de sac: il secondo vicolo cieco dopo quello che, nel 2021, portò il centrodestra alla scelta di Enrico Michetti, il candidato civico e tardivo che fece flop. E dunque, intanto, nel buio, emerge una piccola luce sotto forma di (quasi) certezza: vade retro nomi civici.
Ed è però sul nome politico che l’esistenza di una certezza – il vicepresidente della Camera e pilastro della destra romana Fabio Rampelli c’è ed è disponibile – si scontra con piccole resistenze incrociate. Ci sono infatti quelli (o quelle), specie in FdI, che vorrebbero candidare a Roma una donna “che abbia esperienza internazionale”, dice un insider
Ed ecco emergere il nome di Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione Lazio (il governatore Francesco Rocca era presente alla suddetta riunione) ed ex vicepresidente del Parlamento europeo con una parentesi in FI.
Intanto la Lega ha lanciato (senza raccogliere però molti consensi presso gli alleati) il nome dell’ex eurodeputato Antonio Maria Rinaldi, facendo nel frattempo capire di avere fretta. “Non possiamo assistere ancora una volta al solito schema dei candidati tirati fuori negli ultimissimi mesi utili”, ha detto il capogruppo leghista in Comune Fabrizio Santori mentre, all’altra estremità della coalizione, Noi Moderati invitava alla celerità.
Non fa nomi, ma osserva, Forza Italia, con l’assessora regionale e coordinatrice del partito locale Luisa Regimenti, attraverso una serie di iniziative “porta a porta”, spiega un azzurro: banchetti, piazze, “ascolto attivo” dei cittadini. Ma l’ascolto, per ora, non ha prodotto novità – e comunque “il nodo è tutto interno a FdI”, dice un altro esponente di FI.
(da agenzie)

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