Destra di Popolo.net

LA RUSSIA VUOLE ARRESTARE IL CREATORE DI TELEGRAM. DUROV RISPONDE CON IL DITO MEDIO

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

I SERVIZI SEGRETI ACCUSANO DUROV DI AVER AIUTATO UCRAINA

Il Servizio di sicurezza federale russo (Fsb) ha annunciato di aver emesso un mandato di arresto internazionale per Pavel Durov, fondatore e Ceo di Telegram, cittadino russo con passaporto francese ed emiratino, con l’accusa di complicità nel terrorismo. «È stato emesso un mandato di arresto internazionale contro il Ceo di Telegram, P. Durov», accusato di «complicità nel terrorismo» nell’ambito di «un’indagine penale», ha dichiarato l’Fsb in un comunicato. Il creatore di Telegram sull’account X del social media ha risposto pubblicando una sua foto mentre fa il gesto del dito medio.
L’accusa sull’Ucraina
L’FSB ha dichiarato che le accuse si riferiscono alla mancata rimozione da parte di Telegram di materiale utilizzato dai servizi segreti ucraini e da organizzazioni terroristiche ed estremiste per preparare e coordinare atti di sabotaggio e terrorismo, stragi e operazioni di frode informatica all’interno della Federazione Russa. Telegram è un’app di messaggistica crittografata fondata nel 2013, afferma di avere oltre un miliardo di utenti ed è ampiamente utilizzata da entrambe le parti nel conflitto tra Russia e Ucraina.
Pavel Durov
La Russia ha ripetutamente cercato di limitare l’uso di Telegram negli ultimi anni, promuovendo il proprio servizio di messaggistica statale MAX. Durov, nato in Russia ma ora in possesso di passaporto emiratino e francese, ha fondato l’equivalente russo di Facebook, VKontakte, prima di vendere la sua quota rimanente nel 2014 a seguito delle pressioni delle autorità russe. Le autorità francesi stanno indagando su Durov per presunte violazioni delle norme anticrimine da parte di Telegram e per la sua scarsa collaborazione con le forze dell’ordine. Durov nega ogni addebito.
La risposta di Durov
Sull’account X di Telegram è stata pubblicata una risposta di Durov all’annuncio dei servizi russi: il fondatore del social media si fa ritrarre mentre fa il dito medio.

(da agenzie)

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LE EEZIONI QUI LE VINCO A TAVOLINO

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

L’OSSESSIONE DI CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE E INTRODURRE UN PREMIO PER BLIDARSI ACCOMPAGNA DA SEMPRE CHI GOVERNA IL PAESE, FIN DALLA LEGGE ACERBO, VOLUTA DA MUSSOLINI

Maurizio Lupi fa capire che per pentirsi c’è sempre tempo. In questo caso, 21 anni. Mentre la legge elettorale monca delle preferenze infilzate dai franchi tiratori esce dalla Camera il capo di Noi Moderati, microscopica quarta gamba del centrodestra, invoca: «Dobbiamo ridare ai cittadini la scelta dei rappresentanti». Buono a sapersi. Lupi è in Parlamento dal 2001, e in quella legislatura fa parte della maggioranza berlusconiana che confeziona il “Porcellum”, copyright del leghista Roberto Calderoli. È la legge che priva gli elettori di qualunque possibilità di scegliere i propri rappresentanti, trasformando il Parlamento italiano in una succursale delle segreterie dei partiti. I ras dei partiti e i boss delle correnti: loro e soltanto loro decidono con le liste bloccate chi avrà diritto a un seggio alla Camera o al Senato. Un arbitrio mai più sanato che provoca anche un pericoloso effetto collaterale: la fuga degli italiani dalle urne.
Nessun Paese democratico da vent’anni a questa parte registra un crollo della partecipazione al voto paragonabile al nostro. Nell’aprile del 2006, prima elezione generale del Parlamento con il Porcellum, l’affluenza in Italia è ancora superiore all’83 per cento. Due anni più tardi scende all’80. Poi nel 2013 cala al 75. Altri cinque anni e siamo al 73. E nel 2022 ecco il crollo. L’affluenza scende al 63,9. Ma se si calcola anche il voto all’estero, la partecipazione cala ancora al 60. E i voti validi, cioè senza calcolare schede bianche e nulle, non superano il 58 per cento. Un disastro, ma che non sembra affatto preoccupare i partiti. Che seguono esattamente il medesimo deprecabile copione dei loro predecessori. Con la stessa ossessione centenaria. Ereditata senza particolari turbamenti, pensate un po’, addirittura dal Ventennio: il premio di maggioranza.
Qui va fatta una premessa. Le leggi elettorali, a differenza delle altre leggi, hanno una caratteristica: non si dovrebbero cambiare mai. Per la semplice ragione che non si modellano sugli interessi di questa o quella parte politica, ma per quanto ognuno con proprie caratteristiche, hanno il solo scopo di far funzionare al meglio il sistema rappresentativo, assicurando il rispetto della volontà popolare. È la ragione per cui il sistema proporzionale è in vigore in Germania dal 1949 senza che nessuno abbia mai pensato di stravolgerlo. Così come il sistema britannico introdotto nel 1885, oppure il doppio turno francese, che sta per compiere settant’anni.
Solo in Italia le regole elettorali vengono modificate in continuazione da chi ha il potere, nella speranza di battere l’opposizione alle successive Politiche. Nell’ultimo secolo è successo già cinque volte: questa è la sesta.Il 13 dicembre 1923 mancano meno di quattro mesi alla nascita elettorale della dittatura fascista. Quel giorno il Parlamento monarchico approva la legge che porta il nome del sottosegretario Giacomo Acerbo, voluta da Benito Mussolini. Attribuisce al partito più votato alle elezioni del successivo 6 aprile 1924, purché con un consenso superiore al 25 per cento, la maggioranza assoluta dei seggi. Ma il consenso andrà oltre il 60 per cento.
Trascorrono 29 anni. Il 31 marzo 1953 mancano due mesi e poco più alle elezioni politiche. Quattro giorni dopo il presidente della Repubblica Luigi Einaudi scioglie le Camere, ma intanto la legge targata Democrazia cristiana è passata sul filo di lana. La sinistra la chiama “legge truffa”. Riconosce il 65 per cento dei seggi a chi prende almeno il 50 per cento dei voti.
Ma la Dc si ferma al 49,2 per cento e quell’abnorme premio di maggioranza non scatta. Passata la buriana l’abrogano.L’ossessione del premio di maggioranza però cova sotto la cenere del proporzionale con preferenze, che dura quarant’anni, e del Mattarellum (dal nome del suo relatore Sergio Mattarella) introdotto nel 1993. E puntualmente rispunta. Il Porcellum targato Calderoli prevede un premio di maggioranza alla coalizione vittoriosa ma senza un tetto: 340 seggi garantiti su 630 alla Camera. Con la pillola avvelenata del Senato, perché il premio di maggioranza è regionale e il pareggio è costantemente in agguato.
La legge salta fuori quando i sondaggi danno il centrodestra al governo in caduta libera. E l’approvano il 21 dicembre 2005, tre mesi e mezzo prima delle elezioni del 2006. Dicono che serve a garantire la stabilità. Ma è una bufala. Infatti soppianta un sistema elettorale, il Mattarellum, che l’ha già garantita per dieci anni. E al debutto, nel 2006, c’è subito la fine anticipata della legislatura.Questa schifezza passa sopra le teste degli elettori, supera indenne anche un referendum abrogativo ma viene bocciata dalla Corte costituzionale. La lezione però non serve, perché il governo di Matteo Renzi partorisce una legge elettorale, l’Italicum, quasi fotocopia. La Corte costituzionale la boccia ancor prima che venga messa alla prova. Il motivo? Sempre lo stesso: anche qui il premio di maggioranza, 340 seggi su 630 a chi vince.
Il bello è che per una curiosa alchimia potrebbe vincere pure chi prende meno voti.Non si può fare, sentenzia la Consulta. Allora si ripiega su un altro sistema, misto proporzionale-maggioritario, ancora più complicato. Dove il premio di maggioranza non appare, ma c’è: ben nascosto nelle pieghe della legge dove è scritto che più di un terzo dei seggi si conquista ai collegi uninominali. Il trucco è il divieto del voto disgiunto. Se voti un certo partito per il proporzionale, non puoi votare il candidato di una coalizione avversa per l’uninominale. Il risultato è che la coalizione vincente al proporzionale in una certa circoscrizione conquista automaticamente anche i seggi del maggioritario. Un premio che vale il 36-37 per cento. Mica male, no?
Dato che il copione si rispetta sempre, anche questa legge elettorale, battezzata Rosatellum dal nome del suo ideatore Ettore Rosato che sarà premiato con la vicepresidenza della Camera, è approvata il 3 novembre 2017, quattro mesi esatti prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. E come tutte le volte precedenti, anche in questo caso l’esito è rispettato. Nel senso che chi cambia le regole elettorali prima del voto perde le elezioni. Quello che sta accadendo dimostra che neppure questa lezione è servita. La nuova legge elettorale Melonellum, dal nome della premier Giorgia Meloni che se l’è intestata, è un proporzionale con liste bloccate, esattamente come il Porcellum, l’Italicum e parte del Rosatellum. Stabilisce anch’essa un premio di maggioranza, spettante alla coalizione che vincer superando il 42,2 per cento, valore (guarda caso) appena inferiore a quello che i sondaggi riconoscono all’attuale maggioranza di governo. E ha perso la spolverata di preferenze, che invece volevano il partito della premier e Lupi insieme al guastatore Roberto Vannacci, clamorosamente bocciata alla Camera. Perché se c’è una differenza in questo copione rispetto ai precedenti, eccolo. Non le preferenze in quanto tali, ma lo scontro che ha portato a galla le differenze profonde nella maggioranza, finora sono ben coperte.
I «badogliani», come Vannacci ha spregevolmente definito i franchi tiratori che hanno affossato le preferenze, sono accerchiati nelle rispettive ridotte. La Lega contraria alle preferenze è ormai surclassata nei sondaggi da Futuro Nazionale, invece tatticamente favorevole. Con una situazione a dir poco grottesca generata dall’indicazione del candidato premier prevista dalla legge elettorale sfiorando l’incostituzionalità (l’articolo 92 assegna il potere esclusivo di nominare il presidente del Consiglio al capo dello Stato). La candidatura spetta di diritto a Meloni, e quindi non potrà certamente toccare a un Salvini mai in difficoltà come adesso. Il quale pure si presenterebbe alle elezioni alla testa di un partito da lui voluto rinominare per statuto il 14 dicembre 2017, in uno slancio di ottimismo, «Lega per Salvini premier».
Non meno grottesca, tale situazione, per l’altro vicepremier Antonio Tajani, coordinatore di quella Forza Italia che nel 2022 ha messo nel simbolo la scritta a caratteri cubitali «Berlusconi presidente» affinché fosse chiaro chi è il padrone. Ora non più il Cavaliere, ma sempre una Berlusconi: la sua primogenita Marina che non stravede per Giorgia Meloni, né per Salvini e tanto meno per Vannacci. E fa sentire eccome la propria enorme influenza sul partito fondato dal padre (nemico giurato delle preferenze) che di fatto lei ora mantiene. Una variabile probabilmente decisiva nella battaglia sulle preferenze che potrebbe riprendere al Senato, al solo scopo di misurare i rapporti di forza e far guadagnare altro spazio di manovra al partito di Vannacci, Futuro Nazionale. Ora impegnato in un duello pre-elettorale con Salvini sulla disavventura giudiziaria del gioielliere Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori.Comunque vada, la partita è già chiusa. Non per i contendenti, che si trascineranno le scorie «badogliane» fino al giorno delle elezioni. Che dalla primavera ogni giorno sarebbe buono, a meno di soprese. Ma è chiusa per gli italiani. Preferenze o no, questa legge non riporterà i disertori alle urne. Perché serve solo agli equilibri di potere, non a migliorare la politica né la reputazione dei partiti. Che non a caso le indagini Istat sulla fiducia nelle istituzioni piazzano sempre all’ultimo posto. Viene quasi da pensare: e se fosse proprio questo il disegno, far votare sempre meno elettori?

Sergio Rizzo
(da lespresso.it)

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“POCHE ORE DOPO ESSERE ENTRATI IN CARCERE I MAFIOSI VENGONO MUNITI DI CELLULARI, UN DETENUTO NE AVEVA SETTE”: IL PROCURATORE DI PALERMO MAURIZIO DE LUCIA, CHE AVEVA DETTO CHE NEGLI ISTITUTI PENITENZIARI COMANDANO I BOSS, PARLA DEI 297 SEQUESTRI DI TELEFONI E LANCIA UN NUOVO ALLARME

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

“SAPPIAMO DI UN INTERESSE DI COSA NOSTRA VERSO L’ACQUISTO DI DRONI LANCIAMINE, ARMI DA CUI NON SIAMO PREPARATI A DIFENDERCI”… LA REPLICA ALLE ACCUSE DI NORDIO: “IL MIO RISPETTO PER LA POLIZIA PENITENZIARIA NON PUÒ ESSERE MESSO IN DISCUSSIONE”

Di cellulari negli istituti di pena siciliani in cui è stato detenuto gliene hanno fatti avere sette. Mafioso agrigentino di grosso calibro, trafficante di droga, James Burgio per mesi ha conversato amabilmente in videochiamata con i «colleghi» ristretti in altri penitenziari e dato ordini ai suoi uomini. Tutt’altro che un’eccezione visto che di dispositivi mobili, in 18 mesi, la Procura di Palermo ne ha sequestrati 297.
E solo nelle celle del capoluogo. Che le carceri siano un colabrodo è cosa nota. Maurizio de Lucia, capo dei pm del capoluogo siciliano, in un dibattito pubblico una settimana fa lo aveva detto chiaramente attirandosi gli strali del ministro della Giustizia che l’aveva accusato di essere «fuori controllo».
Ieri ha ribadito il concetto nel corso di una lunga audizione davanti alla commissione Antimafia, stavolta, però citando casi e fornendo dati. Un’analisi, quella fatta dal magistrato, che lancia un allarme serio sullo stato delle carceri italiane, «controllate» ormai dalla criminalità (…)
Per mesi Palermo è stata ostaggio di un gruppo di estortori, telecomandati da un detenuto, che hanno terrorizzato i commercianti a colpi di kalashnikov.
«Abbiamo trovato armi comprate nel Salento e la cui provenienza è l’area balcanica, cioè l’ex Jugoslavia, ma sappiamo di un interesse di Cosa nostra verso cose più sofisticate: quelle ad esempio del mercato nero che si è sviluppato con la guerra tra Russia e Ucraina. Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci», ha raccontato de Lucia, accompagnato in audizione dai procuratori aggiunti Carlo Marzella e Vito Di Giorgio. E in un contesto in cui le cosche, pur non avendo un vertice, continuano a «dialogare» e collaborare tra loro e mirano a rafforzare esercito e arsenale, le falle negli istituti di pena assumono un peso ancor maggiore.
«Anche perché questo stato di cose — ha spiegato — rende inefficace una custodia cautelare che finisce per cautelare ben poco e indebolisce la credibilità dello Stato nelle persone a cui chiediamo collaborazione».
Il riferimento è alle vittime del racket. I rimedi? De Lucia distingue quelli a brevi termine, come i rafforzamenti di organico della polizia penitenziaria «a cui va tutto il mio rispetto» — ha tenuto a precisare — e quelli a lungo termine. «Nelle carceri teniamo gente che non ci dovrebbe stare. Non tutte le pene devono essere detentive, ma un ragionamento del genere implica prendere in mano il codice penale e ragionare», ha spiegato ai commissari.
Alle parole del procuratore ha risposto a distanza il leader del M5S Giuseppe Conte. «Se foste il ministro della Giustizia voi cosa fareste? Accogliereste questo allarme per interventi immediati e mirati, immagino. Invece Nordio, che probabilmente non conosce bene la situazione, nei giorni scorsi ha attaccato in maniera sguaiata de Lucia», ha scritto sui social. Una critica dura al Guardasigilli espressa nel corso dell’audizione del magistrato anche dai deputati pd.

(da agenzie)

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LA STORICA LEADER NO TAV DOSIO: “ATTACCARE I CANTIERI E’ LEGITTIMA DIFESA, LO RIVENDICHIAMO”

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALLA STORICA MILITANTE CHE SPIEGA PERCHE’, DOPO 30 ANNI, IL MOVIMENTO NON PUO’ FARE A MENO DI DIFENDERSI ANCHE COSI’

Il dibattito politico nazionale negli ultimi giorni si è concentrato sulla Val di Susa: gli scontri al cantiere di Chiomonte della TAV hanno visto circa 120 agenti di polizia feriti e diversi macchinari incendiati o danneggiati. Le forze di polizia hanno risposto con centinaia di controlli e alcuni arresti; il governo Meloni ha attaccato ancora una volta i manifestanti, parlando di “violenza organizzata” e della necessità di nuovi strumenti per evitare disordini. Fanpage.it ha intervistato Nicoletta Dosio, 80 anni, ex insegnante e storica militante del movimento No TAV, di cui è stata tra le fondatrici nel 1989.
Che idea si è fatta della manifestazione di sabato scorso?
Come ogni anno, la manifestazione legate al Festival dell’Alta Felicità sono state diffuse. E come anno sono andate verso i cantieri.
Perché verso i cantieri?
Il significato del festival è rispondere alle richieste di tante persone, creare un punto di aggregazione, discutere su quello che succede e dare un risvolto pratico al nostro “No” non soltanto al TAV, ma al modello di vita che al TAV è sotteso. Nel tempo i cantieri sono diventati diversi e si sono spostati verso la bassa valle: dell’opera vera e propria, del famoso tunnel, praticamente nulla è stato ancora fatto. Quindi la devastazione si sposta verso il basso. È così che loro fanno soldi, ed è così che noi veniamo messi in uno stato di sudditanza: hanno espropriato case e distrutto metro dopo metro i territori di questa valle. Sono cose che noi subiamo da trent’anni.
Parlando di devastazione, la manifestazione ha sollevato scalpore politico per i danni al cantiere di Chiomonte e per il numero di agenti di polizia feriti.
Quale può essere la reazione a tutto ciò che ho descritto, se non il difendersi nei modi possibili? Il cantiere di Chiomonte è un simbolo della loro occupazione. È sorto dove c’era vita, c’era bellezza, c’erano gli animali del bosco e migliaia e migliaia di alberi che sono stati abbattuti per costruire quel deserto di cemento e macchinari, per fare quel buco maledetto. Quel tunnel di prospezione geognostica che peraltro consuma l’acqua della montagna: hanno tagliato le falde acquifere, con un consumo enorme anche di energia per le idrovore che portano via l’acqua.
Secondo lei quindi l’ingresso nel cantiere e il danneggiamento dei mezzi sono una forma di legittima difesa?
Assolutamente sì. Il movimento, nel suo insieme, lo rivendica. Con la gioia dell’Alta felicità, che è stato un momento bellissimo di aggregazione tra le persone. Chi si è messo in campo per difenderci, che ora è stato fermato o si trova in carcere, è per noi un fratello, un figlio. Rivendichiamo tutto quello che è successo.
Anche i circa 120 agenti di polizia che risultano essere stati feriti?
Il popolo No TAV non è sanguinario: nessuno di noi è mai andato in cantiere per far del male a qualcuno. Non è la nostra visione del mondo. Le cosiddette forze dell’ordine diventano lo strumento bruto e brutale del sistema. Se a loro capita qualcosa, se la dovrebbero prendere con chi li manda a fare queste cose. Per quanto riguarda i danni al cantiere, non nascondo che personalmente ci sono delle strutture che mi davano particolare dolore e fastidio: penso a una specie di saletta con vista sul cantiere che veniva usata per portare i visitatori. Adesso è ridotta a un rudere. È un segno di come dovrebbe finire tutto quanto il progetto. Noi stiamo lottando per la nostra nuda esistenza, per vedere ancora rispettato quel poco che c’è della nostra vita qui. Ci stanno espropriando anche della salute – da quel tunnel hanno tirato fuori amianto e uranio che ora stanno accumulando più in basso, nella piana di Susa – e la bellezza della nostra valle non esiste più. La vogliono trasformare in un corridoio di trasporto, dove tutto passa e nulla rimane. Ma in un corridoio non si vive bene. Di fronte a tutto questo, cosa fare se non difendersi?
C’è chi si definisce No TAV ma vuole distinguere tra il movimento e i manifestanti violenti. Chi sostiene che il modo migliore per opporsi all’opera sia contestarla dati alla mano, dimostrando che è inutile, costosa e che comunque non sarà mai realizzata. Cosa ne pensa?
È da trent’anni che spieghiamo i motivi del nostro “No” al TAV. Lo abbiamo fatto con il supporto di scienziati, di tecnici indipendenti. Abbiamo denunciato da sempre i costi infiniti di un’opera che avrebbe devastato non solo l’ambiente, non solo la vita delle persone, ma anche il futuro. L’inutilità del TAV. Non ci hanno mai dato ascolto.
Ce ne parli ancora: perché lo ritenete un progetto inutile?
Noi abbiamo già una ferrovia internazionale, che ad oggi lavora al 10% se va bene, su cui passano i TGV e i Frecciarossa. Di solito sono treni mezzi vuoti, perché non c’è nessuno che deve davvero andare tutti i giorni in Francia e tornare a Torino. Noi avremmo bisogno di servizi locali, che sono sempre meno. Una volta questa valle viveva intorno alla ferrovia, aveva molte stazioni che adesso non esistono più, il polo ferroviario di Bussoleno dava lavoro a mille ferrovieri. Dall’inizio degli anni Novanta le ferrovie dello Stato sono diventate una Spa: con la privatizzazione è nata la questione della grande mala-opera. All’inizio parlavano di un’opera per passeggeri: “Non sarebbe bello poter andare a Parigi a prendere il caffè e tornare in Italia comodamente nel giro di mezza giornata?”, ci dicevano. E poi il trasporto merci era necessario per il mercato globale, l’autostrada non bastava, prodotti a non finire – che prima venivano realizzati sui nostri territori – e che noi vedevamo passare già sull’autostrada, avrebbero dovuto passare anche sulla ferrovia. Adesso tutto questo è messo da parte. Che cosa rimane? La guerra. La Torino-Lione è un frammento del corridoio 5 dei corridoi TEN-T dell’Europa di Maastricht per portare armamenti e militari sui luoghi di guerra. Noi siamo contro la guerra, quindi ragione in più per dire no a quest’opera.
Pensa che le proteste pacifiche non bastino perché queste argomentazioni, finora, non hanno portato a nulla?
Per anni abbiamo sentito dire: “Il popolo della Valle di Susa protesti tranquillamente, faccia le sue manifestazioni. Noi non diremo niente, se è tutto pacifico, dicano pure di no”. Ma il nostro “No” non contava un tubo. Al contrario, ci hanno aggredito, anche fisicamente. Abbiamo ragazzi che hanno perso un occhio per i fumogeni lanciati dalla polizia, che è uno dei loro strumenti di lotta. C’è chi ha subito denunce, chi è finito in carcere. In questa valle è da anni che vediamo, sperimentati sul campo, i vari decreti (cosiddetti) Sicurezza, da ben prima di questo governo. In questa situazione o si abbassa la testa, e per noi sarà finita, ci si difende.
A proposito del governo: il ministro Piantedosi ha parlato di una “internazionale del disordine”, la presidente Meloni di “violenza organizzata”. E dal centrodestra è tornata a circolare l’ipotesi di creare un reato di “terrorismo di piazza”. In che direzione crede che stiamo andando?
Questo governo continua per la propria strada di devastazione, anche sociale. Le loro parole sono assolutamente proporzionali a quelle sul caso del povero Cristo ammazzato dai poliziotti a Bologna (le indagini sono in corso, ndr) con la faccia a terra mentre chiedeva aiuto. A quello che succede a Gaza e in Palestina, a quello che succede contro Cuba. Il potere usa i propri strumenti contro la vita reale. Le cose andranno di male in peggio: sono dei fascisti. La cosa che fa male è che anche chi si dice dall’altra parte, poi, si unisce nel condannare un popolo che si difende. Abbiamo visto governi diversi, di tutti i colori, uniti nel sostegno di questi grandi sporchi interessi. Ma noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo sempre. Anche contro i cantieri.

(da Fanpage)

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DISORDINI NO TAV, LA STRATEGIA DEI TERRORISTI (MOLTI DEI QUALI LEGATI ALLE RETE INTERNAZIONALE DI ANARCHICI) E LE TECNICHE PARAMILITARI USATE: I GUANTI COLORATI PER DIVIDERSI I RUOLI, I NOMI IN CODICE, IL NASTRO ADESIVO SULLE SCARPE, IL FALLIMENTO DEL VIMINALE

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

PIANIFICATI ANCHE I DIVERSIVI PER TENERE NASCOSTI GLI INCAPPUCCIATI…LA GUERRIGLIA COME RISPOSTA ALLO SGOMBERO DEL CENTRO SOCIALE ASKATASUNA E L’ALLERTA PER UN NUOVO PRESIDIO CHE SI SVOLGERÀ DA DOMANI A DOMENICA

Solo i guanti sono di colori diversi. Alcuni li portano neri. Altri, bianchi, rossi o blu. L’unico tocco di colore nell’indistinta massa di giubbotti neri. Tutti uguali. Come i cappellini, i passamontagna, gli occhiali, le maschere da sub. Dalle immagini che circolano in Rete, ma anche da quelle riprese dal drone della polizia, si fatica a trovare un indizio che permetta di dare un volto ai violenti del «blocco nero» che sabato, a Chiomonte, hanno devastato uno dei cantieri dell’alta velocità e ferito 120 uomini delle forze dell’ordine. Gli incappucciati sono stati così attenti da nascondere con il nastro adesivo nero persino la marca delle scarpe che portavano ai piedi.
Nulla sarebbe stato lasciato al caso. A dimostrazione che l’azione era stata pianificata per tempo, con tecniche paramilitari.
A partire proprio da quei guanti. Di colore diverso per un preciso motivo. Servivano agli incappucciati per riconoscersi tra di loro. Ogni colore identificava una diversa squadra, che si alternava negli assalti. Prima avanzano i rossi con le cesoie per tagliare la rete del cantiere. Poi entravano in campo i blu, consentendo ai «compagni» di arretrare e prendere fiato dai lacrimogeni della polizia.
Rivedendo alla moviola il film di quel pomeriggio sembra di leggere tutta la «grammatica» dell’attacco. Studiarla nei dettagli sarà fondamentale per future azioni di contrasto da parte delle forze dell’ordine. Il «blocco nero» ha usato anche dei messaggi in codice. Segni convenzionali, come alzare uno, due o tre dita della mano. Un po’ come si fa nel football americano. Quando era necessario darsi la voce hanno fatto ricorso a dei nomi in codice: «Puma», «Sandokan», «Brufen», «Salve».
Alcune disposizioni invece venivano date in inglese. Tra gli incappucciati c’era anche chi aveva il compito di prendere con le mani protette dai guanti i lacrimogeni della polizia e buttarli in un grosso contenitore di vetro, come quelli per il vino o l’olio, con la scritta «spegnitore».Seguendo da vicino l’assalto, per alcuni aspetti l’impianto organizzativo era perfettamente intellegibile da subito.
Di supporto alle squadre che lanciavano sassi e bottiglie incendiarie c’era anche un servizio di assistenza sanitaria.
«Crocerossini» che stavano nelle retrovie. Zaini in spalla con la scritta «Pso»: pronto soccorso operativo. All’interno farmaci, garze, disinfettanti. E soprattutto gli spruzzini con una miscela di Maalox che contrasta gli effetti dei gas lacrimogeni. Ultimo dettaglio: al suo interno il «blocco nero» aveva dei fotografi embedded, per immortalare le azioni di guerriglia da pubblicizzare poi sui social e fare opera di proselitismo. Alcune comunicazioni sarebbero avvenute con ricetrasmittenti.
Ma non è solo dal vestiario che emerge la grande capacità tattica del «blocco nero».
Pianificati anche i diversivi per tenere nascosti gli incappucciati, prima che diventassero tali. (…) All’interno dei boschi sono quindi scattati i diversivi per tenere impegnate le forze dell’ordine su più fronti. A Chiomonte sarebbe stata decisiva la collaborazione di esponenti di Askatasuna che avrebbero tenuto occupata la polizia all’ingresso principale, mentre il «blocco nero» violava il cantiere dal lato opposto dei mulini.
Quanto successo in Val di Susa conferma che gli eredi dei «Black bloc» si muovono su scala europea. Fondamentale il ruolo dei francesi.
Gruppi affiatati e attenti a vivere nell’ombra. A distanza pare comunichino su «Signal», difficilmente intercettabile dalle forze dell’ordine.
Ma forse c’è anche una dinamica tutta piemontese. La guerriglia di sabato sembra una risposta allo sgombero del centro sociale Askatasuna. Non è un caso che non ci sia stata alcuna presa di distanze dal «blocco nero». Come non è un caso che proprio a Venaus sia rimasta una sorta di ridotta di montagna del centro sociale. Più attivo che mai. Soddisfatto per la «vittoria» di Chiomonte.
Ma anche per aver costretto le forze dell’ordine ad un enorme impiego di risorse per vigilare sui locali sgomberati di corso Regina Margherita, a Torino. Secondo il sindacato di polizia Siap per presidiare gli ingressi ed evitare che venga nuovamente occupato si sarebbero spesi 6,5 milioni in sei mesi, «31 mila euro al giorno per vigilare su un immobile vuoto».

(da Corriere della Sera)

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GRILLO ATTACCA IL M5S: “DOVEVANO CAMBIARE LA POLITICA, MA LA POLITICA HA CAMBIATO LORO”

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

“SI SONO MONTATI LA TESTA SENZA LEGGERE LE ISTRUZIONI”

Il MoVimento 5 Stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua “diversità”. Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio. Eppure, qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo… Era la delusione verso un modello occidentale fondato sulla democrazia e sui diritti, ma sempre più dominato dal capitalismo.
Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse.
Noi avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo, sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet.
Oggi la crisi del modello occidentale è più profonda, il sistema viene consumato dall’interno e messo sotto pressione dall’esterno; anche il disagio legato all’immigrazione, quando i flussi vengono lasciati senza governo e senza integrazione, è il sintomo di una malattia che la politica preferisce usare anziché curare. Da una parte si grida all’invasione, dall’altra si finge che il problema non esista, e in mezzo restano i cittadini e gli immigrati, dentro una società divisa. Se pensiamo che il modello occidentale debba essere difeso, dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo.
Il programma dovrebbe partire da qui, dall’ascolto.
Le domande riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità. Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio.
Prendiamo il lavoro, se una parte delle attività sarà svolta da intelligenze artificiali e robot, chi riceverà la ricchezza prodotta? Le macchine lavoreranno e gli esseri umani guarderanno? Avremo pochi proprietari degli algoritmi e milioni di persone con un abbonamento mensile alla sopravvivenza? Questo scenario impone politiche sul reddito e sul lavoro, impone anche di ripensare la formazione e l’immigrazione. Persino alcuni protagonisti della rivoluzione tecnologica parlano di reddito universale. Bene! Che comincino a finanziarlo coloro che guadagnano dall’automazione. Non si può privatizzare il futuro e distribuire la disperazione!
Prendiamo la sanità, l’intelligenza artificiale cambierà la diagnostica e l’assistenza, inciderà anche sulla ricerca. Il problema della salute non può essere ridotto ai costi, dobbiamo domandarci chi controllerà questi strumenti, chi stabilirà le priorità e dove finiranno i dati sanitari. La tecnologia servirà a curare le persone oppure a scegliere quelle considerate convenienti?
E poi i nostri i dati, lo ripeto da una vita, viviamo nel capitalismo della sorveglianza, siamo osservati e classificati da società private che conoscono i nostri comportamenti meglio dei nostri familiari, sanno dove siamo, cosa compriamo e cosa desideriamo, cercano anche di prevedere quando cambieremo idea. Quei dati sono nostri, dovremmo poterli controllare e decidere come utilizzarli, anche per rendere la società più sicura e migliorare i servizi pubblici. Abbiamo costruito un mondo in cui un’azienda conosce ogni nostro spostamento, mentre lo Stato spesso non riesce a dirci quando passerà l’autobus.
Prendiamo poi la democrazia, la rete permette a milioni di persone di comunicare e votare in pochi secondi, eppure continuiamo a delegare quasi ogni decisione a rappresentanti che, una volta eletti, rispondono ai partiti e alle correnti, e prima o poi finiscono per rispondere soprattutto alla propria sopravvivenza. La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni.
Ecco, il MoVimento era nato per affrontare tutte queste domande, poi ha cominciato a occuparsi di se stesso. Ma le domande non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…

Beppe Grillo
(da beppegrillo.it)

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CI PENSERA’ IL BUON DIO

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO E IL RUOLO CRIMINALE DELLA DESTRA NEGAZIONISTA

C’è un distacco profondo tra il racconto mediatico delle ondate di calore (quelle appena trascorse, quella in arrivo) e il loro impatto politico. Emotività alle stelle e toni molto gravi sui media vecchi e nuovi, con florilegio angosciante di statistiche spietate; nessun rilievo evidente nell’agenda dei governi, né si ha notizia di un solo Parlamento al mondo che si sia mobilitato d’urgenza per discutere il da farsi.
In tutto il mondo, del resto, avanza e in molti Paesi governa la destra negazionista (Trump è il suo campione), che nega risolutamente il problema e considera ininfluenti (o faziosi, non si capisce per quale ragione) le migliaia di studi scientifici sul ruolo ormai accertato delle attività umane nel mutamento climatico. Perché mai l’uomo dovrebbe farsi delle domande, se non ha alcuna responsabilità in ciò che sta accadendo?
Al di là di questa constatazione (più vince la destra, meno ci si preoccupa del clima: sintesi brutale ma suffragata dai fatti e dalle parole), il tragico sospetto è che il cambiamento delle abitudini di vita richiesto dall’emergenza sia così radicale, e così impopolare, che nessuna classe dirigente al mondo avrebbe il coraggio e la forza per proporlo.
E così si va avanti a vista, facendo finta di niente, sperando che sì, effettivamente l’allarme sia esagerato, che vuoi che incida un condizionatore a 20 gradi (temperatura media degli interni americani in estate; laggiù sono condizionati anche gli stadi da ottantamila posti), che vuoi che sia una centrale a carbone in più o in meno.
Vale ancora, per molti, pensare che sarà il buon Dio a provvedere. E chi non confida nel buon Dio può sempre affidarsi a quella divinità minore, e però potentissima, che è il fatalismo. Precede la scoperta di Dio, il fatalismo, nella cronologia delle superstizioni.

(da Repubblica)

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NELL’ULTIMO SONDAGGIO POLITICO IN GERMANIA, L’AFD È SALITO AL 27% (+1% IN UNA SETTIMANA), MENTRE LA CDU/CSU SCENDE AL 21% (-1%). I SOCIALDEMOCRATICI DELL’SPD RIMANGONO AL 12%, MENTRE DIE LINKE (LA SINISTRA) LA SUPERA CON IL 13% (+1%)

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

IN OGNI CASO UN ASSE CDU, SPD, VERDI SAREBBE AL 49%… UN ASSE DI SINISTRA SPD, LINKE, VERDI AL 41%… SE POI AVESSERO LE PALLE DI APPLICARE LA COSTITUZIONE E SCIOGLIERE UN PARTITO NEONAZISTA E RAZZISTA IL PROBLEMA NON SI PORREBBE NEPPURE

Secondo un sondaggio, l’estrema destra dell’AfD continua ad ampliare il proprio vantaggio sull’Unione (Cdu/Csu) del cancelliere Friedrich Merz. Se le elezioni federali tedesche si tenessero domenica prossima, l’AfD otterrebbe il 27% (più 1 rispetto alla settimana precedente), come emerge dall’attuale “Trendbarometer” di Rtl/ntv. La Cdu/Csu si attesta al 21% (meno 1).
I socialdemocratici dell’Spd rimangono quindi al 12%, mentre Die Linke (La Sinistra) la supera con il 13% (più 1). I risultati del sondaggio per i Verdi, al 16%, e per i liberali dell’Fdp al 4%, sono rimasti invariati.

(da agenzie)

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SALVATE SALVINI DA SE’ STESSO. “DALLE PAROLE AI FATTI. GRAZIE LEGA!”. IL LEADER DEL CARROCCIO, IN TOTALE CONFUSIONE, ESULTA SUI SOCIAL PER L’ARRESTO DI UN 14ENNE ROM GRAZIE ALLA LEGGE ANTI-MARANZA. MA IN UN POST IL CAPITONE RIESCE A COMMETTERE DUE SVARIONI: LA NORMA NON È OPERATIVA (È UN DISEGNO DI LEGGE, DECIDERÀ IL PARLAMENTO) E NON È STATO ARRESTATO GRAZIE A UNA NORMA VOLUTA DALLA LEGA, MA GRAZIE A UN ARTICOLO IN VIGORE DA DECENNI

Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile

I QUATTORDICENNI POSSONO ESSERE CONSIDERATI IMPUTABILI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO: SE COMMETTONO UN REATO POSSONO ESSERE PERSEGUITI. ED È POSSIBILE ARRESTARLI – ALTRO CHE “DALLE PAROLE AI FATTI”. SONO SOLO PAROLE. E PROPAGANDA!

“Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!”. Si legge così in un post pubblicato sui social di Matteo Salvini il 28 luglio. A corredo c’è una card: “Arrestato rom quattordicenne: il primo con il decreto anti maranza”. C’è un problema però. Anzi, ce ne sono due. Il quattordicenne arrestato non è stato il primo né sarà l’ultimo. E non è stato arrestato grazie a una norma voluta dalla Lega, ma grazie a un articolo in vigore da decenni.
I quattordicenni possono essere considerati imputabili nell’ordinamento italiano: se commettono un reato possono essere perseguiti. Ed è possibile arrestarli. Certamente non a cuor leggero: la magistratura deve fare qualche valutazione in più se il minore che commette un reato ha tra i 14 e i 16 anni. Se ritiene non sia maturo a sufficienza, con la legge attuale può dichiararlo non imputabile.
C’è poi un altro elemento: il decreto di cui parla Salvini non è un decreto. È un disegno di legge. Non si tratta di una norma già operativa – che comunque in questo caso non sarebbe stata utile – ma una proposta che cancella il surplus di valutazioni che il magistrato deve fare per chi ha tra i 14 e i 16 anni. Starà al Parlamento esaminarla ed eventualmente approvarla. Per ora è solo una delle tante idee che il governo sottopone alle Camere. Se mai entrerà in vigore, non succederà prima del 2027. Altro che “dalle parole ai fatti”. Sono solo parole. E propaganda.

(da Huffingtonpost)

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