Destra di Popolo.net

IL TIKTOKER ILVUCUMPRA’ RIDICOLIZZA SALVINI: “VUOI LA MIA REMIGRAZIONE? MA IO SONO NATO IN ITALIA E HO IL PASSAPORTO ITALIANO”

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

HAMZA MESSAF NON HA ALCUNA RESPONSABILITA’ PER I DISORDINI SCOPPIATI DURANTE IL SUO EVENTO A VICENZA, AVEVA INFORMATO PURE LA QUESTURA

«Salvini hai fatto un video su di me, ma prima di puntare il dito dovresti conoscere bene la storia». Il tiktoker Hamza Messaf si scaglia contro il vicepremier leghista dopo essere stato incolpato dei disordini nati durante il raduno di aura-battle di Vicenza. Messaf, noto sui social come Ilvucumprà, aveva organizzato l’evento a Campo Marzio per sabato 3 ottobre, promettendo vestiti firmati a chi si fosse presentato con gli indumenti più brutti. Ma una volta arrivato a Vicenza, il furgoncino di Messaf è stato preso d’assalto dai ragazzi, che poi hanno danneggiato le sbarre del parcheggio e un ascensore. Di fronte al caos, Matteo Salvini si è subito detto pronto a fare «personalmente tutte le denunce necessarie» e altri esponenti di destra hanno parlato di remigrazione per Messaf. Così Ilvucumprà ha risposto con un video su TikTok, in cui ha spiegato la sua versione in cinque punti.
Messaf risponde alle accuse
Nel video Messaf specifica che aveva preavvisato dell’evento e anche la Digos era stata informata «con questo foglio», che mostra in telecamera. Inoltre, prima di arrivare a Campo Marzio era stato avvisato dalla Questura che c’erano più di 200 persone. «Mi hanno raccomandato ed erano al corrente di tutto. Non è che mi sono svegliato e ho detto “andiamo in piazza”». Poi passa alle soluzioni annunciate dai partiti di destra. «Continuate a scrivere “remigrazione”, ma io sono nato e cresciuto in Italia e amo questo Paese. Sono al 100% italiano» dice Messaf, tirando fuori dalla tasca il passaporto italiano. «Di cosa stiamo parlando? Remigrazione dove?».
Cosa dice Ilvucumprà sui disordini a Vicenza
Nel terzo punto Messaf specifica: «Non ho mai detto “maranza venite a Vicenza a fare casino”. Se trovate un solo video dove dico una cosa del genere sono pronto ad assumermi le mie responsabilità». Poi fa un esempio pratico. «Se ad un concerto di Vasco Rossi si picchiano e fanno casino, non significa che Vasco Rossi gli ha detto di farlo. Chi ha fatto i danni deve rispondere di ciò che ha fatto». E aggiunge che lui stesso è stato preso di mira da alcuni ragazzi. «Mi hanno danneggiato il mezzo e mi hanno rubato l’orologio». In un video pubblicato sui social, infatti, si vede proprio uno dei presenti sferrare un pugno al finestrino del suo furgone.
Messaf continuerà a fare video sui social
Ilvucumprà annuncia anche che non porrà fine alle sue attività. «Fare video sui social è il mio lavoro con cui vivo e pago le tasse e se qualcuno di voi che guarda mi offre un lavoro con cui posso lavorare con la mia immagine e faccio 5 o 6 mila euro al mese puliti ne possiamo parlare». Termina: «Ma finora continuo a fare ciò che faccio e mi assumo le responsabilità di quello che faccio io, non di quello che fanno gli altri»

(da agenzie)

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IPOTESI EEZIONI A MAGGIO, ANCHE SALVINI DISPONIBILE IN CAMBO DELL’AUTONOMIA

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO TEME UNA BOCCIATURA DELA CORTE… E OGGI MATTARELLA VA ALLA CONSULTA PER IL LIBRO DI UN GIUDICE

Altro che “surreale”. Pure Matteo Salvini, raccontano nella sua cerchia, si è convinto che si voterà a maggio. Ha provato a insistere, in un anomalo asse con Antonio Tajani, per avere più tempo e risollevare la Lega sgonfiata da Vannacci. Ma davanti all’insistenza della premier ha capito che è tutto inutile. E ha reagito chiedendo garanzie. Cioè almeno un provvedimento forte in vista del voto: l’autonomia.
Con urne in primavera, però, il tempo è agli sgoccioli. Ecco perché il ministro dei Trasporti ha chiesto alla leader di FdI un segnale alla svelta: varare in Cdm l’ultimo passaggio della riforma prima del congresso straordinario del 24 e 25 ottobre al MiCo di Milano. Ne discuteranno nel federale di lunedì. La richiesta non è stata bocciata in partenza da FdI: fonti meloniane confermano che, dopo tanto tergiversare, il testo potrebbe essere licenziato dal consiglio dei ministri entro il 23 ottobre. Del resto, non basta l’avallo di palazzo Chigi: servirà pure un passaggio in entrambe le Camere prima della fine di febbraio. «Ritmi serratissimi», ammette Roberto Calderoli. Dopo, sarebbe tardi. Anche Meloni, così almeno sperano i leghisti, potrebbe avere interesse a mettere benzina nel serbatoio del Carroccio, già privato del sogno del Ponte sullo Stretto: con la legge, bisogna centrare il 42% e il traguardo sembra lontano a causa del collasso degli alleati.
Basta guardare Forza Italia. Oggi si apre a Milano una tre giorni sull’economia. Parteciperà Antonio Tajani, ma al momento non è in agenda l’atteso confronto tra il ministro e Marina Berlusconi. Esiste però uno spiraglio per un faccia a faccia domenica sera, ad evento concluso. Da Arcore, intanto, si riferisce il contenuto della riunione della famiglia dell’altro ieri. Si sarebbero lodate alcune mosse innovative di Roberto Occhiuto, senza volere per questo sfiduciare Tajani. Nel frattempo, anche Meloni si prepara alla campagna elettorale. Autorizzerà un progetto civico, il cui nucleo sarebbe stato individuato in “Sud chiama Nord” del sindaco di Taormina, Cateno De Luca. Dovrebbe aggregarsi a breve l’ex meloniano di Sicilia, Manlio Messina, e un altro deputato FdI: nascerebbe così una componente alla Camera, evitando la fatica di raccogliere le firme per le elezioni.
Tutto, d’altra parte, si muove in funzione delle imminenti elezioni. Con un intervento sul Foglio, Giovanbattista Fazzolari sembra aver chiuso l’opzione di urne in autunno: anche il potente sottosegretario ha spiegato di preferire giugno. In realtà, l’idea è favorire elezioni tra aprile e maggio. A questo punto senza escludere un possibile election day, ma tenendo conto di un nodo non irrilevante: la chiusura delle scuole. Scegliere la seconda metà di maggio significherebbe di fatto costringere gli studenti a restare a casa gran parte delle ultime due settimane di lezioni: un boomerang. E dunque, paiono più probabili altre tre strade: l’11 aprile – a quel punto senza accorpare politiche e amministrative – oppure un election day con il primo turno il 30 maggio o il 6 giugno (il ballottaggio può scavallare il 15 giugno, ci sono precedenti).
Prima dello scioglimento delle Camere, però, il governo deve superare i due ultimi ostacoli: la promulgazione della riforma da parte del Colle e il vaglio della Corte costituzionale. A Palazzo Chigi si teme una bocciatura da parte dei giudici della Consulta e si monitora ogni dettaglio degno di nota. Ieri, ad esempio, meloniani di rango sottolineavano la presenza di Sergio Mattarella oggi pomeriggio alla presentazione di un libro del giudice della Corte, Giovanni Pitruzzella. Già la sede dell’evento attira l’attenzione: il palazzo della Consulta. Le stesse fonti interpretano la presenza del capo dello Stato, che pure resterà silente, come un segnale implicito volto a ribadire l’autonomia della Consulta, da sempre garantita dai vertici istituzionali. Detta altrimenti: nessuna pressione, interlocuzione o ambizione della maggioranza è in grado di condizionare la pronuncia della Corte.

(da Repubblica)

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IL MELONELLUM E LA DEMOCRAZIA “TRUCCATA”: MATTARELLA DOV’E’?

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

UNA LEGGE PORCATA, PEGGIO DELLA LEGGE TRUFFA DEL 1953

Tra il 50% e il 42%, per l’aritmetica, ci sono otto punti di differenza. Ma per la politica può diventare un distacco abissale.
A distanza di oltre mezzo secolo dall’introduzione della cosiddetta “legge truffa”, approvata nel 1953 e poi abrogata appena un anno dopo a furor di popolo, quegli otto punti percentuali rappresentano il confine fra la democrazia e quella che ormai si chiama comunemente “democratura”.
Vale a dire una forma di “democrazia autoritaria”, cioè illiberale, in cui la mitica stabilità dell’esecutivo – peraltro già assicurata dalla legge attuale che ha consentito al governo Meloni di diventare il più longevo nella storia della Repubblica – prevale sulla rappresentanza. E dove una minoranza del corpo elettorale, di destra o di sinistra che sia, può diventare una larga maggioranza parlamentare a dispetto del pluralismo politico.
La differenza, sul piano mediatico, è che il 50% indicato nel 1953 dalla “legge truffa” provocò un’ondata di reazioni, polemiche e proteste, pur corrispondendo alla metà dei votanti. Ma fu, appunto, abrogata nel ’54. Mentre oggi il 42% individuato dal “Melonellum” viene considerato una soglia sufficiente per far scattare un premio che consiste in 70 deputati aggiuntivi e 35 senatori aggiuntivi.
Una “maggiorazione” di 105 parlamentari extra su un totale di 600, insomma, che aumenta artificialmente il potere del partito o della coalizione, di destra o sinistra che sia: come accade alla potenza (e alla velocità) di un motorino “truccato” dal meccanico, lucidando i condotti, togliendo i limitatori inseriti dalla fabbrica per rispettare i 45 chilometri all’ora o eliminando quelli nella marmitta originale.
Ma il fatto è che, in questo caso, chi possiede o guida un “cinquantino” truccato rischia una sanzione amministrativa da 422 a 1.694 euro e il fermo del veicolo per 60 giorni (art. 97 del Codice della strada).
Nel caso della nuova legge elettorale approvata dal centrodestra a colpi di maggioranza, invece, lo schieramento che vince non solo non viene sanzionato in alcun modo, ma anzi viene premiato con la “maggiorazione” dei parlamentari.
Il peggio del peggio è che quel 42% dei votanti, considerando circa il 37,2% di astenuti o schede bianche delle ultime politiche pari a circa 7,3 milioni di voti, corrisponde in realtà al 26,4% ovvero poco più di un quarto dell’intero corpo elettorale: questa è, per l’appunto, la minoranza che diventa maggioranza, una maggioranza blindata.
Ed è una legge che, per di più viene approvata con il ricorso al voto di fiducia definito “scandaloso” dalla stessa Meloni quando era all’opposizione, ai tempi dei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, invocando a gran voce l’intervento del capo dello Stato.
“Ma Mattarella dov’è?”, si chiedeva polemicamente la premier nel 2017 in tv.
La stessa domanda potrebbero porla oggi le opposizioni. A maggior ragione, possiamo porla noi cittadini ed elettori.
Tanto più che, come abbiamo detto prima, la “legge truffa-bis” è di gran lunga peggiorativa di quella di 70 anni fa e di tutte quelle successive, compreso il Porcellum dell’ex ministro Calderoli, da lui stesso bollato come una “porcata”.

(da Il Fatto Quotidiano)

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MASSIMO CACCIARI: “LE PRIMARIE? SONO UNA STRADA ROVINOSA. SE SCHLEIN PERDE, IL PD RISCHIA LO SFASCIO”

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

“DESTRA E SINISTRA NON SI PONGONO IL PROBLEMA DELL’ASTENSIONE ALLE URNE CHE DELEGITTIMA LA DEMOCRAZIA”

Massimo Cacciari vede mal messe tutte e due le coalizioni che si sfideranno, in primavera o alla scadenza naturale di settembre, per il governo dell’Italia. Alleanze divise al loro interno, inaffidabili nel realizzare programmi indefiniti. Con la differenza che mentre il centrodestra ha in Giorgia Meloni una leader indiscussa, il centrosinistra invece si avvita nella competizione per decidere chi sarà il candidato premier. Considera le primarie rovinose e probabilmente inevitabili, a meno che il Campo largo non cambi passo e si dia un programma netto sulla politica estera e sull’economia. A quel punto potrebbe anche ragionare su una persona terza, tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, la più capace di realizzare la linea di governo proposta agli italiani.
Professore, il Campo largo può competere per il governo del Paese?
«Vincere le elezioni? Certo, è possibile, specialmente con l’incognita Vannacci. Governare? Il rischio è quello di non fare niente. Bisognerebbe riconoscere uno straccetto di verità: le coalizioni sono divise al loro interno, non hanno una linea comune, e questo le blocca».
Vale anche per il centrodestra?
«Assolutamente. Hanno battuto il record di longevità ma non hanno portato a casa nemmeno una riforma significativa. Non che sia facile, con le guerre e quant’altro».
Hanno però in Giorgia Meloni una leader riconosciuta.
«Sono divisi su tante cose, ma hanno una leader forte che li tiene insieme. A sinistra mancano sia l’unità sul programma che una guida condivisa. Anche l’Ulivo era spaccato su tante cose, ma aveva Romano Prodi. Ora non c’è nemmeno una figura che faccia da collante».
La nuova legge elettorale obbliga a indicare un candidato premier.
«Non ci trovo niente di male, è un elemento di chiarezza verso l’elettorato. Basta guardare all’esperienza dei sindaci».
E allora? Come ne possono uscire?
«Li vedo avviati verso la strada rovinosa delle primarie».
Quali sono i rischi?
«Se Elly Schlein dovesse perdere la sfida, il Pd andrebbe incontro allo sfascio. Non sono un tifoso di Schlein, ma con lei sconfitta tornerebbe alla guida dei dem quella classe politica che ha portato il partito alla decadenza, dalla quale lei ha provato a salvarlo. Se invece dovesse vincere le primarie dovrebbe fare i conti con l’elettorato dei Cinque Stelle, che tendono a votare solo per i loro: guardando le Amministrative è assolutamente chiaro».
E se vincesse Giuseppe Conte?
«Anche lì il problema si porrebbe. Si andrebbe a una campagna elettorale con il principale partito dell’alleanza allo sbando».
Chiusa ogni possibilità per un terzo nome? Si è parlato di Silvia Salis, di Gaetano Manfredi, di Franco Gabrielli. Conte ha fatto trapelare il suo favore per Roberto Gualtieri.
«Lui lo conosco, è molto bravo e fa bene il sindaco di Roma. Credo che il primo ad avere dei dubbi sarebbe lui. Dovrebbe fare il premier senza avere nemmeno un parlamentare che risponda direttamente a lui».
Quindi è un imbuto senza uscita?
«Il Campo largo dovrebbe partire da un programma coraggioso. Non duecento pagine di chiacchiere, di pensierini, di buoni propositi. Ma poche cose chiare e che uniscano tutta la coalizione».
Su quali linee?
«Due soprattutto. La politica estera, affermando in pieno la tradizione europea: siamo per la pace. E per fare la pace occorre un compromesso. Cercare la vittoria netta porta a una crescita della guerra e delle guerre. Questo non vuol dire che non si possa aiutare Kiev per impedire che a vincere sia Putin, ma è la prospettiva che va rovesciata».
E l’altra cosa?
«L’economia. Non si può dire di voler intervenire sui salari, sulla scuola, sulla sanità e sulle disuguaglianze senza spiegare dove prendere i soldi. Con questo debito pubblico l’unica strada è intervenire sul sistema fiscale, con la tassazione progressiva, nel pieno rispetto di quello che dice la Costituzione. Fatti concreti, non dispute fumose e ideologiche. Ma nel centrosinistra tremano al solo pensiero».
Un programma d’attacco.
«Se sono capaci di fare questo, in maniera netta, allora potrebbero anche, a quel punto, provare a trovare un accordo su quale persona può realizzarlo al meglio, evitando la lotteria delle primarie».
Poi c’è il problema dell’astensione.
«Sono tutti fuori dalla realtà, destra e sinistra, non si pongono il problema. Senza capire che l’astensione massiccia delegittima la democrazia. Ma agli uni e agli altri basta vincere, anche con due voti contro uno».
Con la nuova legge servirà il 42 per cento alla Camera e al Senato per far scattare il premio di maggioranza.
«Mi pare di vedere la possibilità concreta che nessuna delle due coalizioni riesca a raggiungere il 42 per cento in tutte e due le Camere, con i sondaggi che danno Futuro nazionale intorno all’otto per cento. A quel punto i giochi si farebbero dopo le elezioni, in Parlamento. Ed è probabile che il centrodestra faccia quello che non può fare adesso, cioè imbarcare il generale Roberto Vannacci».

(da Corriere della Sera)

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MELONELLUM, UNA TRUFFA AL QUADRATO CHE UMILIA ELETTORI E ISTITUZIONI

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

DAL PREMIO DI MAGGIORANZA ALLA RACCOLTA DI FIRME PER LE FORZE PIU’ PICCOLE FINO ALLA PRESSIONE SU VANNACCI

Per le elezioni del 1953 venne varata una legge elettorale che prevedeva a chi superasse il 50 per cento dei voti un bonus supplementare del 15 per cento. Venne combattuta aspramente in Parlamento con ostruzionismi e ogni altro strumento del regolamento delle Camere, ma alla fine venne approvata.
E fu bollata dalle opposizioni come una «legge truffa» perché infrangeva il principio proporzionale che doveva rispecchiare nel numero dei parlamentari il numero dei voti. La legge elettorale voluta da Giorgia Meloni e approvata in maniera definitiva è una truffa al quadrato. Questo non soltanto per il generosissimo bonus garantito a chi supera il 42 per cento che concede 105 parlamentari in più alla Camera e al Senato, rispetto a quelli che spetterebbero su base proporzionale.
Su questo punto il presidente dei deputati di FdI, Galeazzo Bignami, è incorso in una imprecisione – a voler essere benevoli – nell’intervista rilasciata al Corriere della sera, laddove criticava la sinistra perché con il sistema approvato dal governo Renzi aveva garantito molti più seggi, addirittura 93.
Bignami però “dimenticava” che allora la Camera era composta da 630 deputati, non da 400 come oggi: e un semplice calcolo matematico dimostra che in precedenza il bonus era del 14 per cento per i vincitori, mentre ora sarebbe del 17,5 per cento. Comunque il male originario sta sempre nel bonus, una distorsione inattaccabile del principio di rappresentanza.
«Il Melonellum è una truffa». E ora riparte il fronte del No
Raccogliere le firme
Al di là di questo, la truffa più grave riguarda l’accesso alla competizione delle liste non rappresentate in Parlamento. Da sempre chi non ha propri rappresentanti nelle Camere deve raccogliere un certo numero di firme, circoscrizione per circoscrizione, per presentare dei candidati. In linea di principio una prescrizione di questo tipo poggia su un ragionamento comprensibile e condivisibile: è opportuno introdurre un filtro per tamponare iniziative disinvolte e occasionali. Infatti in tutti i paesi vi sono norme di questo genere.
In Italia fino a ora sistema con erano richieste da 1.500 a 2.000 firme ogni circoscrizione, per un totale di 73.000 firme – cifra che nel 2022 fu dimezzata per lo scioglimento anticipato delle Camere. Questa cifra è stata innalzata dal governo Meloni a ben 6.000-7.000 firme, quattro volte tanto. Il che comporta che chi vuole concorrere deve trovare centinaia di migliaia di cittadini disposti a firmare, e quindi a consentire, la partecipazione di nuove proposte politiche.
Siamo di fronte a un provvedimento di natura corporativa e oligarchica: chi è dentro è dentro, e chi è fuori rimane fuori. Alzare così l’asticella chiude la porta alle nuove espressioni della società civile. Per fare un riferimento storico, i Radicali di Marco Pannella negli anni Settanta non avrebbero mai potuto farcela, e la politica italiana avrebbe sofferto della loro assenza. Se poi la competizione viene ristretta ai soliti noti , non ha senso lamentarsi dell’astensionismo. La democrazia necessita, anche, di circolazione delle élite. Questa norma la blocca. Non ci si potrà stupire se, d’improvviso, sorgerà un movimento di protesta dal basso contro questa chiusura a riccio della classe parlamentare, una protesta che investirà tutti, anche l’incolpevole opposizione.
Finte preferenze “alla greca”, questa legge elettorale va rigettata
Obiettivo Vannacci
L’approvazione finale del testo non era in dubbio perché dopo i tre voti di fiducia, che vincolavano all’ubbidienza gli appartenenti ai partiti di maggioranza, anche lo scrutinio segreto (su cui a luglio era caduto il governo per l’opposizione di molte parlamentari alla cancellazione del criterio di alternanza di genere nelle preferenze) è stato sostanziale desecretato dall’occhiuta sorveglianza degli esponenti del governo sulle operazioni di voto. Un ulteriore sfregio alla indipendenza degli eletti e, in sostanza, all’istituzione stesso del Parlamento.
A ogni modo il vero senso politico di questa operazione rimanda a un nome preciso: il generale Roberto Vannacci. Con la nuova legge elettorale ricadrebbe su di lui la responsabilità di far vincere la sinistra se non si alleasse con il centrodestra. Quindi da un lato aumenterà la pressione sui sostenitori di Futuro nazionalei per evitare una simile catastrofe e, dall’altro, il governo accentuerà i suoi caratteri più radicali per rendere potabile l’alleanza. Nulla di strano, in fondo: in tutta Europa stanno cadendo i cordoni sanitari nei confronti delle forze di estrema destra.

(da editorialedomani.it)

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LEGGE ELETTORALE, L’ULTIMO TRADIMENTO

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

L’UNICA STABILITA’ CHE IL MELONELLUM RICERCA E’ QUELLA DEL POTERE DI CHI LO HA VOLUTO… AGLI ELETTORI SOOLO LA SCELTA DI UAN QUOTA MINORITARIA DI PREFERENZE E NESSUNA GARANZIA DI UN’ALTERNANZA DI GENERE

Con un’operazione di maquillage politico degna di un’illusionista, Giorgia Meloni ha costretto la sua stessa maggioranza ad approvare una legge elettorale che volevano solo lei e il suo cerchio magico. Cambiandola giorno per giorno, emendamento dopo emendamento, sulla base di sondaggi che misuravano man mano la sua forza, la debolezza degli alleati e l’insorgere di uno sfidante interno alla destra, quell’ex generale Vannacci che minaccia di scombinare i giochi.
L’unica stabilità che il Melonellum ricerca è quella del potere di chi lo ha voluto. L’unica scelta che rimette nelle mani degli elettori è quella di una quota largamente minoritaria di preferenze. E solo per i partiti più grandi, Fratelli d’Italia e Partito democratico, perché per tutti gli altri varrà unicamente l’indicazione dei capilista bloccati.
Senza nemmeno più la garanzia di un’alternanza di genere che porti un po’ più di donne in Parlamento: siamo arrivati con fatica al trentatré per cento, le stime più ottimiste dicono che col nuovo sistema possiamo sperare giusto nel venti. Che questo regalo lo faccia al Paese la prima presidente del Consiglio donna, è una sorpresa solo per chi ha creduto alla favola del femminismo versione underdog.
L’aspetto della nuova legge elettorale che Meloni rivendica di più sembra nato per venderla meglio a chi legittimamente avrebbe potuto chiedersi: ma davvero ha senso cambiare legge elettorale solo perché con quella attuale la destra rischia di non tornare a palazzo Chigi?
Perché ci sono zone del Paese che ha tradito e che ha deluso e dove i collegi uninominali l’avrebbero punita? Soprattutto con un centrosinistra che tra mille difficoltà prometteva di correre unito per non fare l’errore dell’ultima volta? Non era una narrazione sostenibile, a meno di un anno dalle prossime elezioni (nessuno crede più che si possa andare al voto a scadenza naturale, di certo non lo credono i parlamentari che si aggirano con aria esausta per la Camera e il Senato con già in testa le liste, i collegi da tornare a frequentare, i patti da saldare prima che sia tardi).
Ci voleva un trucco da venditore ed eccolo pronto dopo anni di talk show a urlare: «Decidono tutto nelle segrete stanze!». Dal cappello spuntano le preferenze, ma solo a partire dai secondi in lista, che la maggioranza devono sempre scegliersela i leader in base a fedeltà e obbedienza. Sia mai i parlamentari pensino di dover fare davvero politica ed esercitare liberamente il mandato, come prescrive la Costituzione.
Fin qui il maquillage. Sotto, c’è lo sfregio della Costituzione e dell’equilibrio dei poteri attuato attraverso un premio di maggioranza abnorme che fa sì che — se una coalizione raggiunge solo il 42 per cento dei consensi — possa prendere il banco, governare a suon di decreti legge com’è ormai uso ed eleggere in autonomia perfino gli organismi di garanzia.
A partire dal presidente della Repubblica, che è stato in questi anni l’unico argine a un potere che ha scambiato l’esercizio del governo per l’asso pigliatutto (televisioni, teatri, istituzioni culturali, aziende di Stato), a prescindere dal merito tanto evocato quanto tradito. Di più, con un astensionismo alto — com’è stato negli ultimi anni — il 42 per cento nelle urne potrebbe non raggiungere il 30 nel Paese. Il potere andrebbe a un’estrema minoranza, che lo eserciterebbe con contrappesi sempre minori.
C’è la possibilità che, chiamata a intervenire da un esposto già pronto, la Corte Costituzionale aggiusti un po’ la legge con una sentenza che sarebbe immediatamente efficace e che potrebbe condurre a un proporzionale puro. E un proporzionale puro potrebbe derivare anche dal mancato raggiungimento del 42 per cento per entrambe le coalizioni, visto che — a oggi — ci sono forze decise a rimanerne fuori (Azione e Futuro Nazionale).
Davanti a questo scenario c’è chi — anche nelle opposizioni — prefigura il disastro, gli inciuci, le alleanze spurie. C’è chi accusa la destra di voler arrivare proprio lì, per allearsi infine con i nostalgici del fascismo come fosse una scelta inevitabile. Ma dovremmo forse chiederci, a questo punto, quale legge elettorale vogliamo. Quale potrebbe garantirci l’equilibrio perduto, quale ci darebbe l’impressione di riconnettere i cittadini con i loro rappresentanti.
E soprattutto, dopo anni di parole usurate come casta e poltrone, dovremmo capire quanta fiducia abbiamo ancora nel Parlamento. Nella possibilità di portare lì le istanze che salgono dai territori e non le norme acchiappaconsenso dei governi.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a leggi create con false aspettative — l’alternanza, la stabilità — e con scarsa fiducia nel potere che dovrebbero difendere: quello insito nella democrazia rappresentativa, in mano a cittadini che scelgono i loro rappresentanti perché servano il Paese nel nome di tutti e non di una fazione. Per un bene collettivo e non di piccoli gruppi in cerca di rivalsa.
Basterebbe ripartire da lì, ricordando — tra le altre cose — che questo Paese è fatto di uomini e donne. E sarebbe bene che a guidarlo fossero uomini e donne. Averne due al vertice di maggioranza e opposizione, con la moltitudine fuori, è solo l’ennesimo tradimento.

(da Repubblica)

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LA SINDACA SALIS BLOCCA GLI AUMENTI PER SETTE DIRIGENTI DELL’AZIENDA MUNICIPALIZZATA TRASPORTI: “LA SITUAZIONE FINANZIARIA DI AMT E’ INCOMPATIBILE CON QUALSIASI AUMENTO RETRIBUTIVO, I SACRIFICI NON LI DEVONO FARE SOLO I CITTADINI”

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

“A BREVE L’OMOLOGA DEL PIANO DI RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO DI AMT GRAZIE AL QUALE ABBIAMO EVITATO IL FALLIMENTO, POI IL RILANCIO”… “E SPIEGHEREMO CHE SITUAZIONE ABBIAMO TROVATO DALLA GESTIONE PRECEDENTE, NON VEDO L’ORA”

Tiene banco da qualche giorno, ovvero da quando i dati sono stati pubblicati sulla sezione trasparenza del sito di Amt Genova, la questione dell’incremento della retribuzione per sette dirigenti dell’azienda di trasporto pubblico genovese.
La discussione ha fatto irruzione sulla scena proprio nei giorni in cui si attende la chiusura della procedura di composizione negoziata della crisi e di una riorganizzazione del servizio che ha visto tagli molto osteggiati soprattutto sul territorio extraurbano.
Sul caso, nel pomeriggio di oggi, è intervenuta duramente la sindaca Silvia Salis. In una nota diramata dal Comune si racconta che la prima cittadina ha inviato una comunicazione all’azienda in cui si ribadisce come il piano di risanamento, approvato dall’assemblea dei soci, imponga il rigoroso contenimento dei costi per tutto il personale, inclusa la dirigenza.
E quindi la sindaca ha richiesto “il ritiro immediato di qualsiasi decisione che comporti aumenti, anche solo sotto forma di fringe benefit. Lo stato di crisi in cui versa Amt, infatti, è del tutto incompatibile con incrementi retributivi di qualsiasi natura, fatta eccezione per quelli previsti dalla contrattazione collettiva nazionale”.
Ma cosa si intende per fringe benefit? E a quanto ammontano gli aumenti in questione? Secondo quanto pubblicato sul sito di Amt, per sei dei sette dirigenti (uno non è più in servizio, sono stati previsti aumenti tra i 3000 e 7000 euro lordi all’anno relative a retribuzioni base annue comprese tra i 96mila e i 114mila euro lordi. Più alto l’aumento – da 111mila euro a 138mila euro – per il direttore amministrativo Paolo Ravera che però, per alcuni mesi, ha sommato al suo incarico anche quello ad interim di direttore generale dopo le dimissioni di Ilaria Gavuglio.
Amt nelle ultime ore aveva chiarito che quei compensi aumentati rappresentavano la somma della contribuzione economica e dei fringe benefit, in particolare polizze assicurative: i fringe benefit sono considerati retribuzione ai fini dell’imposizione fiscale ma non rappresentano una disponibilità monetaria liquida per coloro che li percepiscono.
Da Amt Genova ricordano anche che nel 2025 e nel 2026 capi e quadri non hanno percepito la parte di retribuzione variabile prevista dal contratto e che i dirigenti, da parte loro, non hanno chiesto l’adeguamento previsto dal rinnovo del ccnl del 2025.
Ma a Silvia Salis non basta: la sindaca ha sottolineato che “in un momento in cui l’amministrazione comunale, i dipendenti stessi e i cittadini sono chiamati a compiere sacrifici importanti per il salvataggio della società, tutti gli attori coinvolti devono fare la propria parte. Ho chiesto ad Amt di bloccare ogni aumento retributivo per il personale dirigente, anche figurativo – conclude – l’impegno condiviso e il rispetto dei principi contenuti nel piano di risanamento sono l’unica via per salvare la nostra società di trasporto, mantenerla pubblica e garantirne il definitivo rilancio”.
Anche i sindacati non ammettono eccezioni. “Utilizzando lo stesso criterio di Amt – è l’appunto sollevato oggi da una nota – chiediamo che venga aumentato lo stipendio a tutti i dipendenti che hanno aumentato il lavoro svolto e le loro competenze e di riconoscere il giusto parametro a chi ha visto il suo percorso bloccato”.
Sul fronte del rientro dalla crisi, entro il 21 ottobre dovrà arrivare la richiesta di omologa del piano di ristrutturazione del debito di Amt, passaggio cruciale per chiudere la composizione negoziata della crisi in tribunale. “È tutto a posto, abbiamo raggiunto gli accordi necessari, mancano solo alcune comunicazioni Pec”, assicura il vicesindaco Alessandro Terrile. E la stessa sindaca stamani, a margine di una conferenza stampa, ha rilanciato: “Tra pochi giorni concluderemo la Cnc e credo che sarà anche un bel momento per dare tante risposte a tutti quelli che hanno negato la crisi e come ci siamo arrivati, noi non vediamo l’ora”.

(da Genova24)

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“IO CARTA COPERTA DEL CAMPO LARGO? UNA BOUTADE, ALLA MIA VENERANDA ETA’ NON HO QUESTE VELLEITÀ”. IL 66ENNE FRANCO GABRIELLI, EX CAPO DELLA POLIZIA CHE QUESTA SETTIMANA HA ADERITO AL CESPUGLIO CENTRISTA DI ERNESTO MARIA RUFFINI “PIU’ UNO” – “È UN’ADESIONE DA PERSONA CHE SI METTE A DISPOSIZIONE DI QUESTO PROGETTO, NULLA DI PIÙ, PERALTRO CON NESSUN TIPO DI INCARICHI

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

“ALLE PRIMARIE VOTEREI PER SCHLEIN, MA CREDO CHE CI SIA UN ALTISSIMO RISCHIO NEL CAMPO LARGO, CHE SI STA AVVILUPPANDO SU QUESTIONI CHE AGLI ITALIANI NON INTERESSANO MINIMAMENTE, CIOÈ UN LEADERISMO FINE A SÉ STESSO”

“Credo che siano le solite boutade che alla mia veneranda età considero tali, non ho queste velleità. Per altro, questa discesa per me è semplicemente un ritorno: ho praticato la politica da ragazzo per dieci anni, poi ho fatto altre scelte di cui sono orgoglioso, felice, e oggi in questo contesto ho ritenuto opportuno di ridare un contributo che non ha nessuna pretesa.
Ho cercato di spiegare il rischio che c’è in tutto questo, potevo starmene tranquillo ad aspettare e invece così non sono stato abituato a fare, così non faccio, quando credo in qualche cosa provo a metterci la faccia”. Lo ha detto Franco Gabrielli, ex capo della Polizia che questa settimana ha aderito al movimento politico Più Uno di Ernesto Maria Ruffini.
“Come dicevo – ha poi aggiunto – è un’adesione da persona che si mette a disposizione di questo progetto, nulla di più, peraltro con nessun tipo di incarichi: presidenti, vicepresidenti, segretari, vicesegretari, perché ho sempre immaginato l’impegno nella cosa pubblica, come nella mia prima esperienza giovanile in politica, tutto in un’ottica di servizio, tutto qua.
E credo di dimostrarlo, se uno avesse un briciolo di pacatezza nel giudizio e non si facesse prendere da questa sorta di modalità sempre estremistica, sempre da curva da stadio, capirebbe che per me questo tipo di impegno è un impegno rischioso, un impegno che tutto sommato mi espone anche per la per la storia professionale e che però ritengo di dover fare con molta generosità, poi mettendo in conto gli insulti e le cose che leggo e leggerò, quindi… Però ecco, non mi toccano, il giusto”, ha concluso.
“Alle primarie voterei per Schlein, ma l’ho detto già e credo che non sia questo il tema. Io credo che ci sia un altissimo rischio nell’ambito in questo schieramento, il campo largo, che si sta avviluppando su questioni che agli italiani non interessano minimamente, cioè un leaderismo fine a sé stesso.
Credo che forse agli italiani interessi capire che cosa si fa della scuola, che cosa si fa della sanità, che cosa si fa della sicurezza nell’ambito di una cornice valoriale che noi sabato in qualche modo proporremo”. Lo ha detto a 24 Mattino su Radio24 Franco Gabrielli, ex capo della Polizia che questa settimana ha aderito al movimento politico Più Uno di Ernesto Maria Ruffini.

(da agenzie)

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IL FATTORE 7 OTTOBRE NELLE ELEZIONI ISRAELIANE. I LEADER DEI PARTITI DI OPPOSIZIONE INCONTRANO LE FAMIGLIE DEGLI OSTAGGI, CHE NON VOGLIONO VEDERE NETANYAHU NEMMENO IN CARTOLINA

Ottobre 9th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO UN SONDAGGIO DELL’ISRAEL DEMOCRACY INSTITUTE, PER OLTRE IL 60 PER CENTO DEGLI ISRAELIANI LA PERCEZIONE DEGLI EVENTI DEL 7 OTTOBRE È UN FATTORE DETERMINANTE NELLA SCELTA DI CHI VOTARE: LA PERCENTUALE SALE AL 68 PER CENTO TRA LA MAGGIORANZA EBRAICA, QUELLA A CUI PUNTANO I PARTITI PRINCIPALI… ANCHE “ISRAEL HAYOM”, GIORNALE VICINO ALLE POSIZIONI DEL GOVERNO, PRENDE LE DISTANZE DA “BIBI”

Naftali Bennett è arrivato di prima mattina: poche persone, qualche stretta di mano, il saluto alle famiglie e poi via verso i kibbutz, a mezz’ora da qui, per presenziare alle commemorazioni private che Nir Oz, Beeri e Kfar Azza hanno organizzato.
Gadi Eisenkot ha abbracciato Shira Shapiro, 51 anni, mentre entrava nel rifugio dove è morto il figlio Aner, ucciso da una granata di Hamas che gli è esplosa in mano mentre la raccoglieva per gettarla lontano.
Yair Golan è venuto quasi da solo e da solo si è fermato per un momento di raccoglimento attorno agli steli con le foto dei giovani uccisi al Nova festival: tre anni fa era qui, lui e la sua Yaris bianca vecchia di anni con la quale è riuscito a portare via sette ragazzi.
Poche parole, qualche foto, tante strette di mano: non serviva altro ai leader dell’opposizione per marcare la differenza da un premier e dai suoi ministri che, da queste parti, non possono farsi vedere, pena essere accolti da insulti e fischi.
È iniziata ieri la fase finale della campagna elettorale: ed è iniziata come finirà, con accuse durissime a Netanyahu a cui “il fronte del cambiamento” rimprovera di non aver saputo o voluto prevenire la strage.
Secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, per oltre il 60 per cento degli israeliani la percezione degli eventi del 7 ottobre è un fattore determinante nella scelta di chi votare: la percentuale sale al 68 per cento tra la maggioranza ebraica, quella a cui puntano i partiti principali.
A sottolineare la necessità di dare risposte concrete sul tema ieri è stato anche un giornale solitamente vicino alle posizioni del governo, come Israel Hayom: «A meno che non venga istituita una commissione d’inchiesta statale, nessuna delle parti – e in primis il governo – potrà davvero affermare di aver tratto le dovute lezioni.
Ancora oggi, a tre anni di distanza dal disastro, il governo continua a gestire la situazione nello stesso modo fallimentare, tenendo costantemente all’oscuro i ministri e gli alti ufficiali della difesa su decisioni cruciali», scriveva l’analista militare Yoav Limor. Chissà se il messaggio verrà recepito.

(da agenzie)

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    • SALVATE IL SOLDATO ONORATO. IL SENATORE LUIGI NAVE LASCIA IL MOVIMENTO 5 STELLE E PASSA AL GRUPPO MISTO, DOVE DARÀ VITA A UNA COMPONENTE PER CONSENTIRE A PROGETTO CIVICO ITALIA DI ALESSANDRO ONORATO E AL PSI DI MARAIO DI RACCOGLIERE 1.500 FIRME (INVECE DI 6.000 FIRME) PER OGNI COLLEGIO
    • LE PROTESTE DEGLI STUDENTI TRANSALPINI ARRIVANO A PIAZZA DELLA BASTIGLIA: CIRCA 24MILA MANIFESTANTI HANNO RIEMPITO LA PIAZZA STORICA DI PARIGI E ALCUNI DI LORO SI SONO SCONTRATI CON LA POLIZIA
    • CONTE RIPUGNANTE, METTE SULLO STESSO PIANO IL DITTATORE RUSSO CON IL PRESIDENTE UCRAINO, VOLODYMYR ZELENSKY: “ANCHE LUI BOMBARDA TUTTI I GIORNI” (CERTO, AL SUO POSTO, I PACIFINTI PUTINIANI SI SAREBBERO ARRESI AL PRIMO SCOPPIO DI PETARDO)
    • COME SI CAMBIA, PUR DI NON PERDERE IL POTERE. GIORGIA MELONI, NEL 2017, COMMENTAVA COSÌ L’APPROVAZIONE DEL ROSATELLUM: “È SCANDALOSO CHE LE REGOLE DEL GIOCO VEGANO DECISE CON LA FIDUCIA, CI APPELLIAMO A MATTARELLA. SE QUESTI PARTITI NON SI FIDANO DEI PROPRI PARLAMENTARI, POI CON CHE FACCIA CHIEDONO I VOTI AGLI ITALIANI?”
    • MATTARELLA NON SI È MAI ESPRESSO PUBBLICAMENTE SULLA LEGGE ELETTORALE , APPROVATA DEFINITIVAMENTE IERI DALLA CAMERA, MA AVREBBE SUGGERITO QUALCHE CAMBIO IN CORSO D’OPERA ALLA DUCETTA- DUE GLI ASPETTI FINITI SOTTO LA LENTE DEL QUIRINALE: PREMIO DI MAGGIORANZA E INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER
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