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GREEN HILL, ANIMALISTI INCATENATI AL CANILE LAGER PER CHIEDERE LA CHIUSURA DELL’ALLEVAMENTO CON 2.500 CANI DESTINATI ALLA VIVISEZIONE

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

TEMONO UN COLPO DI MANO DELLE LOBBY FARMACEUTICHE AL SENATO DOVE SI DISCUTONO GLI EMENDAMENTI ALLA LEGGE COMUNITARIA… BISOGNEREBBE VIETARE NON SOLO L’ALLEVAMENTO, MA ANCHE LA COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI ANIMALI

«Chiudere Green Hill. Altrimenti ci arrabbiamo».
L’hanno scritto su uno striscione gli attivisti che questa mattina all’alba hanno superato le barriere dell’azienda di Montichiari e si sono incatenati agli uffici dell’allevamento con lucchetti e tubi di ferro.
Il coordinamento Fermare Green Hill vuole riportare l’attenzione sull’azienda che alleva cani beagle destinati alla vivisezione.
Il futuro di questi animali e di tanti altri dipende dal Senato dove si discutono gli emendamenti alla legge comunitaria sulla sperimentazione animale.
Il cosiddetto emendamento Brambilla, se sarà  confermato, porterà  alla chiusura degli allevamenti di cani, gatti e primati destinati alla vivisezione.
Dopo l’approvazione alla Camera, gli attivisti temono che ci possa essere un colpo di coda delle lobby farmaceutiche in Senato.
Per questo hanno lanciato l’«Operazione altrimenti ci arrabbiamo» invitando tutti a tempestare di e-mail gli indirizzi di posta elettronica di ogni senatore.
«Vista la crescente e ampia sensibilità  pubblica sull’argomento — spiegano gli attivisti — crediamo che i legislatori non possa non tenere conto della volontà  delle persone, non solo di quella delle aziende chimico-farmaceutiche».
Per mantenere alta l’attenzione, gli attivisti si recheranno a Roma martedì 27 marzo con una protesta davanti al Senato, organizzata in collaborazione con il Comitato Montichiari Contro Green Hill, che presenterà  le decine di migliaia di firme raccolte negli ultimi mesi per la chiusura dell’allevamento-lager di Montichiari.
Gli attivisti sanno che anche l’emendamento alla legge comunitaria potrebbe non bastare per la chiusura definitiva di Green Hill.
Nella modifica di legge si vieta l’allevamento, ma non la commercializzazione degli animali destinati ai laboratori di vivisezione.
E in tanti temono che Green Hill possa diventare un centro di smistamento e vendita di cani e gatti, come già  succede ad Harlam, l’azienda della Brianza oggetto di forti critiche degli animalisti.
«Quello che vogliamo — ribadiscono gli attivisti — è l’abolizione totale della sperimentazione sugli animali. Chiudere gli allevamenti è un primo passo in questa direzione».

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DECRETO LIBERALIZZAZIONI, IL GOVERNO METTE LA FIDUCIA ALLA CAMERA, NONOSTANTE I DUBBI AVANZATI DALLA RAGIONERIA DELLO STATO. FINI: “GOVERNO INSENSIBILE”

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

LA RAGIONERIA DELLO STATO AVEVA AVANZATO DUBBI SULLA COPERTURA FINANZIARIA DI CINQUE NORME… FINI CRITICA IL GOVERNO CHE NON HA DATO CHIARIMENTI IN AULA, SEDUTA SOSPESA E GIOVEDI IL VOTO

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda ha chiesto, nell’Aula della Camera, la fiducia sul decreto legge liberalizzazioni che è in seconda lettura a Montecitorio e deve essere convertito in legge entro il 24 marzo, pena la sua decadenza.
Si tratta della dodicesima questione di fiducia che l’Esecutivo Monti pone.
La fiducia è “sul testo delle commissioni identico a quello approvato in Senato”, ha precisato Giarda.
Intanto, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha stigmatizzato in aula “l’insensibilità  mostrata dall’esecutivo che non ha ritenuto opportuno fornire all’aula ulteriori chiarimenti” in merito alle richieste fatte dall’opposizione, dopo che la Commissione bilancio ha dato al Dl liberalizzazioni parere favorevole nonostante i dubbi di copertura avanzata dalla Ragioneria dello Stato.
Fini è intervenuto subito dopo che l’aula aveva respinto a maggioranza la richiesta di Idv di rinviare il decreto in commissione dopo che la Ragioneria generale dello Stato aveva rilevato la presenza di cinque norme prive di copertura finanziaria, su cui invece la commissione Bilancio aveva sorvolato.
Prima di dare la parola al ministro Giarda, che doveva porre la fiducia, Fini ha parlato brevemente: “sia consentito alla Presidenza – ha detto Fini – di esprimere rammarico per l’insensibilità  mostrata dal Governo nel non fornire all’Assemblea ulteriori elementi di giudizio, anche perchè sono questioni che hanno una loro fondatezza”.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sospeso la seduta in Aula e convocato la conferenza dei capigruppo per fissare il calendario dei lavori delle prossime ore alla luce della questione di fiducia posta dal Governo.
La fiducia al governo sul dl liberalizzazioni sarà  votata domani a partire dalle 15,45, dopo le dichiarazioni di voto fissate per le 14,15.
Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo della Camera.
Il voto finale sul provvedimento è previsto per le 19,30 di giovedì.

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ART. 18: SARA’ PIU’ FACILE ESPELLERE LAVORATORI SENZA CONSULTAZIONI SINDACALI E MOBILITA’

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

I LICENZIAMENTI INDIVIDUALI DIVENTANO PIU’ CONVENIENTI DI QUELLI COLLETTIVI… MOLTE IMPRESE SARANNO TENTATE DALLA POSSIBILITA’ DI MANDARE A CASA FINO A 4 DIPENDENTI OGNI 4 MESI… NEL PIANO FORNERO SCATTA L’INDENNIZZO AL POSTO DEL REINTEGRO IN CASO NON GIUSTIFICATO MOTIVO ECONOMICO

Licenziare un dipendente in caso di crisi – o meglio licenziarne uno alla volta – è più facile, più diretto, più semplice che doverne mandare a casa cinque in un colpo solo.
Nel primo caso basta una lettera che ne dia comunicazione al singolo lavoratore e, in un primo tempo, non è nemmeno necessario che la comunicazione scritta specifichi con chiarezza i motivi di quella scelta (l’informazione va fornita solo su richiesta del lavoratore se ne fa domanda entro 15 giorni).
Se invece il licenziamento è collettivo la procedura si complica: c’è l’obbligo di comunicazione preventiva a sindacati, alle associazioni di categoria e al ministero del Lavoro; e per i lavoratori in esubero è prevista la mobilità .
Tempi, burocrazia, confronti che risultano ridotti, se non aboliti, quando a «saltare» è il posto di un solo dipendente. In quel caso infatti non è necessario nemmeno dichiarare lo stato di crisi aziendale: basta comunicare la fine di una mansione (ma anche il suo affido ad una struttura esterna) o la chiusura di un reparto.
L’unico limite sta nel fatto che non si possono licenziare individualmente più di quattro dipendenti in quattro mesi.
Le differenze fra licenziamenti per motivi economici collettivi (cui possono far riferimento le aziende con più di 15 dipendenti) e licenziamenti per motivi economici individuali (ammessi per tutti) sono notevoli.
Ma se – nel corso della trattativa in corso – passerà  la linea proposta dal governo salterà  quella più pesante: l’obbligo di far rientrare il dipendente al lavoro in caso di licenziamento illegittimo.
Le due formule fanno capo a due diverse leggi: quella sul licenziamento individuale è la 604/66.
Nei casi di applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quindi per le aziende over-15) se dichiarato illegittimo dal giudice, anche il licenziamento individuale oggi è sanato con il reintegro obbligatorio sul posto di lavoro (sarà  semmai il dipendente a decidere per l’indennizzo).
La proposta Fornero elimina appunto questo passaggio e prevede che – anche in caso di illegittimità  – l’azienda sia obbligata al solo indennizzo.
Se passasse questo disegno è chiaro che – soprattutto in caso di aziende non molto grandi – sarebbe più semplice abbandonare la strada del collettivo per seguire quella del licenziamento individuale.
Non solo: come ha denunciato nei giorni scorsi Sergio Cofferati, ex leader Cgil, caduto l’obbligo di reintegro per il licenziamento economico individuale «nessun imprenditore licenzierà  per motivi disciplinari, dirà  sempre che è un problema di costi o di organizzazione».
La proposta del governo infatti, nel caso di motivi disciplinari affida al giudice il compito di decidere fra reintegro e posto di lavoro.
La possibilità  di doversi «riprendere» il lavoratore in quel caso dunque resta: perchè rischiare?
Ora il punto resta uno dei più difficili della trattativa in corso.
E ad oggi la soluzione comune non c’è.
L’obiettivo del governo è chiaro: non facilitare i licenziamenti, ma renderli meno economicamente pesanti per le aziende.
L’obiettivo dei sindacati è altrettanto netto: proteggere l’articolo 18, ma su quali e quanti debbano essere i gradi di protezione la trattativa è aperta.
La Cgil ufficialmente non si muove dalla sua posizione iniziale.
Niente manutenzione sull’articolo 18, solo la disponibilità  a ragionare sui tempi della giustizia (anche se pare che alcuni, nel sindacato, possano aprire alla possibilità  di far decidere, anche in questo caso, al giudice).
Concentrazione totale sulla difesa dello status quo, dunque, anche perchè – precisa Claudio Treves – «questa storia dell’ossificazione del mercato del lavoro non esiste: lo dimostra il fatto che già  oggi i licenziamenti individuali sono molto più numerosi di quelli collettivi».
La Cisl, nei giorni scorsi, aveva proposto una mediazione: «Niente ricorso al giudice, perchè contestare l’esistenza di una crisi è difficile: basta che l’imprenditore dichiari che il magazzino funziona con il carrello magnetico piuttosto che con quello manuale che il posto salta – spiega Giorgio Santini – meglio non esporre il lavoratore alla sconfitta». Semmai la Csil propone l’estensione anche al licenziamento individuale delle norme previste per quello collettivo (legge 223/91).
E in caso di licenziamento illegittimo, rinunciare al reintegro a patto che al lavoratore siano riconosciuti (oltre al normale indennizzo) due anni di mobilità .
Ma il nodo è tutto da sciogliere.

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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CANCELLARE LA CONCUSSIONE? MONTI NON AVALLI QUESTA PORCATA

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

IL TENTATIVO DI UNA NUOVA LEGGE AD PERSONAM FATTA SU MISURA PER IL PROCESSO RUBY… SE PASSASSE VERREBBE MENO LA FIDUCIA DEGLI ITALIANI IN QUESTO GOVERNO

Il governo Monti ci ha chiesto pesanti sacrifici, resisi necessari dopo trent’anni di dissennata politica clientelare e di corruzione sistematica (la sola prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di lire, un quarto del debito pubblico) e, da ultimo, dalla drammatica inerzia di Silvio Berlusconi che, mentre l’UE chiedeva all’Italia interventi urgenti, si limitava a inviare a Strasburgo una ‘lettera di intenti’.
Come l’Italia non si è liberata da sè dal fascismo, così non si è liberata da sè dal pericoloso pagliaccio.
È dovuta intervenire la Merkel per farci capire che se continuavamo su quella strada facevamo la fine della Grecia.
Berlusconi è stato cacciato, al suo posto è subentrato Monti.
E gli italiani, pur se tartassati da tutte le parti, gli hanno dato fiducia, anche per il rigore morale, distrutto durante il quasi ventennio di berlusconismo.
Ora però Monti, per non perdere l’appoggio del Pdl e del Pd, si appresterebbe a varare una legge che cancella il reato di concussione di cui, assieme a quello di prostituzione minorile, Silvio Berlusconi è imputato davanti al Tribunale di Milano.
Insomma la classica legge ‘ad personam’.
Il Codice penale dà  una definizione limpida della concussione all’art. 317: “Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità  o delle sue funzioni, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente a lui o a un terzo denaro o altra utilità  è punito con la reclusione da quattro a dodici anni”.
Berlusconi ci è cascato in pieno.
La sola telefonata alla Questura è già , in sè, una indebita induzione, e poco importa che sotto interrogatorio ci fosse la ragazza Ruby, poteva trattarsi di qualsiasi altro.
È proprio per l’evidenza del reato che la Procura di Milano ha potuto chiedere il processo per direttissima nel quale Berlusconi non avrebbe avuto scampo (per la prostituzione minorile la questione è più complessa, ma si tratta di una fattispecie meno grave) nè avrebbe potuto puntare alla prescrizione perchè i fatti sono recentissimi.
La concussione, a differenza, poniamo, del “concorso esterno in associazione mafiosa”, non è un reato di nuovo conio, è un reato-base che esiste da quando esiste lo Stato moderno.
Modificarla sarebbe come voler modificare il furto o l’omicidio.
E invece cosa si appresta a fare il governo Monti?
A scorporare la concussione in due reati: l’estorsione, che esiste già  e non riguarda precipuamente il pubblico ufficiale, e la corruzione che pure c’è già  e riguarda il corrotto e non il corruttore.
Si ingenera così una gran confusione alle cui larghissime maglie non sarà  difficile sfuggire.
L’interesse del Pdl a un pateracchio del genere è evidente.

Massimo Fini blog

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ARTICOLO 18, VA DI MODA IL MODELLO TEDESCO, MA ALLORA PERCHE’ NON SI INTRODUCONO ANCHE I SALARI TEDESCHI?

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

NON CI SIAMO: PER LICENZIARE SI GUARDA ALLA GERMANIA, MA PER PAGARE I LAVORATORI IL MODELLO PIU’ VICINO PARE LA GRECIA…NAPOLITANO AMMONISCE:   “SAREBBE GRAVE UN ACCORDO SENZA IL CONTRIBUTO DELLE PARTI SOCIALI”

È in corso l’incontro tra il ministro del Welfare, Elsa Fornero, e i sindacati confederali sulla riforma del mercato del lavoro.
Il ministro Fornero cerca di stringere i tempi e incassare il sì del sindacato in vista del tavolo a Palazzo Chigi.
All’incontro oltre al ministro Fornero partecipano il viceministro Michel Martone, i segretari generali di Cgil, Susanna Camusso, di Cisl, Raffaele Bonanni, di Uil, Luigi Angeletti, e dell’Ugl, Giovanni Centrella.
Sul tavolo ci sono diversi temi, ma il nodo da superare resta quello dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Per iniziare l’incontro, le parti sociali hanno dovuto attendere che Elsa Fornero terminasse l’incontro con il Capo dello Stato, durato circa un’ora, a con era presente anche il premier Mario Monti.
Ore decisive per la riforma del mercato del lavoro.
In una giornata cominciata presto e ancora da chiudere, in un vortice di contatti e di incontri alla vigilia del tavolo di martedì a Palazzo Chigi anche con il premier Mario Monti, i sindacati cercano una base comune, una mediazione sull’articolo 18, per evitare la rottura e andare avanti uniti.
Mentre il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, esorta le stesse parti sociali perchè «mostrino di intendere che è il momento di far prevalere l’interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare».
Sarebbe «grave – dice – la mancanza di un accordo».
E con il presidente della Repubblica, il premier Monti e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, hanno avuto in serata un colloquio, incentrato proprio sulla riforma del mercato del lavoro.
In vista dell’incontro con il governo, considerato decisivo per chiudere la partita, anche i leader di Cgil, Cisl e Uil si sono riuniti nella sede della Cgil per trovare una posizione comune sulla modifica dell’articolo 18.
Anche se Susanna Camusso ha smentito l’esistenza di un documento condiviso sulla questione: «Non c’è».
Così il segretario della Cgil, al termine dell’incontro con i leader di Cisl e Uil: «Si sta lavorando, si vedrà  – ha aggiunto- ci continuiamo a sentire».
Il fine settimana è stato segnato da dichiarazioni del governo che ha ribadito con il premier Mario Monti – che martedì presiederà  il tavolo – e il ministro del Welfare, Elsa Fornero, la volontà  di varare la riforma entro questa settimana, con o senza l’assenso delle parti sociali.
I sindacati non hanno gradito la presa di posizione e hanno annunciato di non dare per scontato che l’accordo ci sarà  dopo che la settimana scorsa sembrava che la cosa fosse sostanzialmente fatta.
Nodo principale per i sindacati resta la modifica dell’articolo 18.
Il modello sul quale punta il governo è quello tedesco.
Il reintegro continuerebbe a essere garantito per i licenziamenti discriminatori. Possibile invece il licenziamento individuale per ragioni economiche a fronte di un indennizzo.
Spetterà  invece al giudice valutare, in caso di licenziamento per motivi disciplinari, se reintegrare il lavoratore o assegnargli un indennizzo.
Si punta anche a velocizzare la durata delle cause del lavoro.
Il leader della Uil, Luigi Angeletti, di solito dialogante, si è messo di traverso sulla possibilità  che ci siano licenziamenti per motivi disciplinari.
Anche Susanna Camusso che aveva aperto, nonostante le pressioni interne della Fiom, a modifiche sull’articolo 18 è tornata su posizioni più rigide.
A favore di una mediazione a oltranza il leader Cisl, Raffaele Bonanni.
Nel pomeriggio la Fornero incontrerà  i rappresentanti di Rete Imprese Italia scontenti invece per i costi della riforma che aumenta i contributi a carico delle imprese per i contratti a termini e prevede una sorta di contributo in caso di licenziamenti.
I metalmeccanici intanto hanno già  deciso: due ore di sciopero da indire martedì in tutte le fabbriche contro ogni eventuale modifica dell’art. 18.
È questa la proposta avanzata dal segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, al Comitato centrale riunito lunedì.
«Proprio perchè ad oggi le condizioni per un accordo positivo non le vediamo – ha spiegato Landini – perchè le condizioni del Governo non sono accettabili e l’esecutivo vuole mettere mano all’art. 18, propongo che il Comitato centrale proclami per martedì almeno due ore di sciopero con modalità  da definire in tutto il territorio nazionale per dire che non siamo disponibili ad accettare una modifica dell’art. 18. L’art. 18 non si può mettere in discussione».
«Io ho sempre sostenuto che il mio impegno è massimo perchè si raggiunga un’intesa» con le parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Lo ha detto il ministro del Welfare, Elsa Fornero, nel corso del suo intervento al convegno “TuttoPensioni” organizzato dal Sole 24 Ore.
«Credo con molta sincerità  – ha aggiunto – che una riforma raggiunta con il consenso delle parti sociali abbia un valore aggiunto che la stessa riforma approvata senza il consenso non ha».

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OGNI ITALIANO HA SULLA SCHIENA UN DEBITO DI 32.000 EURO

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

UNA FAMIGLIA SI TRASCINA UN DEFICIT STATALE PARI A 88.000 EURO… NELL’ULTIMO ANNO E’ AUMENTATO IL CARICO FISCALE DI 998 EURO AD ABITANTE, DI 2732 A FAMIGLIA

In un anno, da febbraio 2011 a gennaio 2012, il debito pubblico è passato da 1.875,917 a 1.935,829 euro, con un aumento di 59,912 miliardi.
Pertanto, solo nell’ultimo anno, l’aumento del carico per ciascuno dei 60 milioni di residenti, neonati compresi, è stato pari a 998 euro, mentre per ciascuna famiglia l’onere è cresciuto di 2.723 euro.
Lo rilevano Adusbef e Federconsumatori, aggiungendo che sulle spalle di ciascun italiano grava dunque un debito pari a 32.300 euro e su ciascuna famiglia di 88mila euro.
Dal 1996 in poi, sottolineano ancora Adusbef e Federconsumatori, gli incrementi del debito pubblico sono andati crescendo di volume: il primo governo di centro sinistra (1996-2001) ha proceduto a colpi di 2,7 miliardi di euro al mese.
Col successivo governo Berlusconi (2001-2006) siamo arrivati ad oltre 3,8 miliardi al mese.
Il nuovo governo Prodi (2006-2008) ha ritoccato le emissioni portandole a 3,9 miliardi al mese.
Con l’ultimo governo Berlusconi (2008-2011) l’incremento si impenna fino a superare i 6 miliardi al mese.
Ma sotto il governo Monti la cifra è addirittura raddoppiata arrivando a quasi 15,5 miliardi di euro al mese e “raggiungendo un record difficilmente superabile”.
Le due associazioni ricordano anche la loro ricetta per ridurre il debito pubblico, ripetuta negli ultimi 10 anni: la soluzione, dicono, “passa per la vendita dell’oro e delle riserve di Bankitalia, non più necessarie a garantire la circolazione monetaria, la lotta agli sprechi ed alla corruzione, i tagli dei privilegi ovunque siano annidati, il tetto agli stipendi dei manager pubblici, la sostituzione delle auto blu in tutti i settori (nessuno escluso) con l’abbonamento ai servizi pubblici di trasporto locale e nazionale, la riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti”.
Per rilanciare l’economia in recessione, infine, “occorre finalizzare almeno il 50% dei prestiti triennali di 251 miliardi di euro, che le banche hanno ricevuto dalla Bce al tasso dell’1%, costituendo un fondo straordinario per ridare ossigeno alle famiglie ed alle imprese strangolate, ad un tasso non eccedente il triplo, introdurre l’accisa mobile sui carburanti per impedire un surplus fiscale (ben 4 miliardi di euro negli ultimi anni incassati dallo Stato), congelare l’aumento dell’Iva previsto dal 1 ottobre dal 21 al 23% ed i rincari dell’Iva intermedia che vanno a gravare sui beni di prima necessità “.

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I FANTASMI DEL SUBAPPALTO IN FINCANTIERI: AZIENDE CHE ASSUMONO E SPARISCONO

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

L’AZIENZA ESTERNALIZZA E IL LAVORO SI PERDE IN UNA ZONA GRIGIA SENZA REGOLE…”TRASFERTE A SPESE NOSTRE, FERIE NON PAGATE, CHI SI AMMALA PERDE IL LAVORO, NIENTE MATERNITA”…”CERTE IMPRESE SCOMPAIONO E RECUPERARE I SOLDI E’ DURA”

Aggrappati ai cancelli, a scambiarsi informazioni in mille lingue.
Eppure nessuno di loro è dipendente del colosso pubblico della cantieristica. “Sono quelli degli appalti esterni”, così vengono chiamati dai colleghi di Fincantieri.
Gli ultimi degli ultimi, l’anello finale della catena. Basta chiedere loro di mostrarti la busta paga: le voci previste dalla legge sembrano esserci, il reddito è di 1.300 euro, come per tanti colleghi “regolari” italiani.
Ma si chiama “paga globale” e comprende tutto: tredicesima, indennità , tfr.
Lo stipendio vero è poco più della metà .
Ma c’è dell’altro: “Le trasferte sono a spese nostre, le ferie non sono pagate”, giura Abdul, tunisino. Aggiunge: “Se ci ammaliamo perdiamo il lavoro”.
E niente maternità : Romina voleva fare un figlio, ha rinunciato. Chissà , forse dopo un passaggio in ospedale, quando glielo chiedi abbassa lo sguardo.
Accade a Sestri Ponente, come a Porto Marghera e in altri stabilimenti del gruppo.
Vengono in mente gli appelli di Giorgio Napolitano al rispetto delle leggi in materia di lavoro. Chissà  se il presidente immagina che cose di questo genere sono quasi la norma nella cantieristica. Privata, ma anche pubblica. A Genova, davanti all’ufficio di Bruno Manganaro (Fiom-Cgil), ogni mattina si presentano decine di lavoratori che prestano la loro opera a Fincantieri. Sono “quelli degli appalti esterni”. Gente che arriva da cinquanta paesi, perchè i cantieri sono una Babele, dove si parlano mille lingue e non esiste razzismo (alla mensa esistono cibi diversi a seconda della confessione religiosa). Ma tra questi super-precari non è raro trovare italiani.
Ormai è la regola: nei periodi di boom i dipendenti di Sestri erano un migliaio, quelli degli appalti esterni 2.000.
Racconta Manganaro: “Dagli anni Ottanta Fincantieri, ma non è la sola, ha deciso di esternalizzare. Il motivo dichiarato era la concorrenza asiatica”.
Oggi fino all’80 per cento di una nave viene appaltato a grandi imprese che a loro volta subappaltano. E qui i controlli si perdono: “Alla fine gli operai vengono assunti da società  che spuntano come funghi, spesso vengono dal sud. O magari dalla Romania”.
Certo, ci sono anche società  serie. Per altre, però, il discorso è diverso: “Assumono, ma verso la fine del contratto spariscono. Recuperare i soldi da una ditta romena è dura” racconta Manganaro. Davanti a lui una fila di lavoratori rimasti senza stipendio.
Ma non sono solo i soldi, anche se ci muoviamo sull’orlo della miseria: “Con gli appalti gli incidenti sul lavoro si sono moltiplicati”, assicura Sandro Bianchi che per la Fiom si è occupato di Fincantieri per anni.
Dalle denunce di Luca Trevisan e Giorgio Molin della Fiom di Venezia che si occupa di Porto Marghera è partita un’inchiesta della Procura.
Si parla di operai esterni che lavorano 250 ore al mese, cioè otto ore al giorno, sabati e domeniche comprese.
Vuol dire fatica immane, ma anche rischiare la pelle: “Quando sei su una nave maneggi pesi di tonnellate, usi macchinari che se ti scappano di mano ti ammazzano” racconta Gabin.
Aggiunge: “I nostri colleghi ‘regolari’, giustamente, pretendono che siano rispettate le norme di sicurezza. Ma noi non possiamo fare storie. Rischiamo il licenziamento e poi c’è di mezzo il permesso di soggiorno”. Allora si va avanti, si entra nei cunicoli tra le due carene dove devi fare saldature al buio, quasi senza aria. Un errore e soffochi.
Finiti i turni si torna a casa, se si può chiamare così: appartamenti dove vivono anche in venti. Magari procurati dalle stesse ditte che fanno la cresta anche sull’affitto.
“Possibile che Fincantieri non sappia nulla?” si chiedono i sindacalisti Fiom.
Bianchi racconta: “Abbiamo siglato accordi con la società . Noi accettavamo gli appalti esterni purchè ci fosse un tetto quantitativo e qualitativo. Ma poi non è andata così. Gli appalti non fanno risparmiare soldi, perchè una manodopera non qualificata abbassa la qualità  e può produrre danni. Invece si appalta tutto, anche la progettazione, disperdendo il know how”.
Fincantieri non ci sta: “In tutto il mondo la cantieristica si basa sull’esternalizzazione. Solo il 20-30 per cento del lavoro è compiuto dal cantiere. Ma non è il far west: facciamo controlli sulle condizioni di lavoro, sul pagamento di stipendi e contributi. Ce la mettiamo tutta, anche se c’è sempre chi non rispetta la legge”.
Intanto “quelli degli appalti esterni” aspettano davanti ai cancelli di Fincantieri oppure a quelli delle Riparazioni Navali del porto.
Ma sono già  pronti a emigrare in Germania.
Anche all’estero hanno bisogno di lavoratori che non fanno problemi.
E poi Ifriom, Gabin, Vladimir non hanno molto da perdere: niente casa, niente famiglia.
Niente.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ANCHE LE GUARDIE CARCERARIA SI SUICIDANO

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

OGNI DUE MESI UN AGENTE DI CUSTODIA SI TOGLIE LA VITA, IMPICCANDOSI O SPARANDOSI: E’ L’ALTRA FACCIA DELL’INFERNO DEL SISTEMA PENITENZIARIO, FATTO DI DEGRADO, TAGLI AGLI ORGANICI E FATISCENZA DELLE STRUTTURE

Un cappio legato al collo o un colpo di pistola: di solito le guardie carcerarie decidono di farla finita così.
Sì, perchè in Italia di carcere non muoiono solo i detenuti.
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria stima, dal 2000 ad oggi, 68 suicidi tra gli agenti carcerari.
Solo lo scorso anno ne sono avvenuti otto.
Numeri discordanti da quelli censiti dai sindacati autonomi di categoria, che confermano le stime sul 2011, sostenendo però che in totale sono 88 quelli che si sono tolti la vita nell’ultimo decennio.
In ogni caso, un bollettino di guerra.
E nei primi due mesi del 2012 al lungo elenco si sono aggiunti altri due ‘baschi azzurri’: entrambi prestavano servizio a Rebibbia, Roma.
Fatti che testimoniano, se ce ne fosse ancora bisogno, il pessimo stato di salute del sistema penitenziario italiano, affetto da mali cronici come sovraffollamento, inadeguatezza strutturale e carenza di personale.
L’ultima ‘pianta organica’ della Polizia Penitenziaria risale al maggio 2000 e prevede 45.121 agenti.
A quella data il corpo contava 42.800 unità  e la quota fissata era in linea con la capienza delle carceri.
Ma nell’ultimo decennio l’organico è calato costantemente, complice il blocco del turnover non sono stati rimpiazzati i 700 agenti che ogni anno vanno in pensione: attualmente gli effettivi in servizio sono circa 38 mila.
Con un sottorganico che sfiora le 7.000 unità , gli agenti sorvegliano 66.632 detenuti, censiti il 29 febbraio dal ministero della Giustizia, ammassati uno sopra l’altro perchè la capienza regolamentare dei 206 penitenziari italiani è di 45.742 posti.
Una situazione che genera continue tensioni, come testimoniano le oltre 5.000 giornate di lavoro perse ogni anno in seguito alle aggressioni subite da parte dei detenuti.
Per affrontare la piaga sovraffollamento, a febbraio il Parlamento ha varato il decreto salva carceri approntato dal Governo Monti, che punta a diminuire il numero di accessi negli istituti di pena, ma la cui efficacia è ancora da valutare.
Per l’emergenza suicidi tra le guardie carcerarie le risposte sono state solo parziali.
Ad aprile 2008, dopo due casi nell’arco di pochi giorni, l’allora capo del Dap Ettore Ferrara annunciò la creazione di un apposito call center dedicato gli agenti.
Ma il servizio non è mai partito.
Gli anni passano e i problemi restano gli stessi.
A ottobre 2011, dopo l’ennesimo caso, l’ex numero uno del Dap Franco Ionta ha istituito una commissione di studio sul fenomeno.
«Nella lunga serie di suicidi tra la Penitenziaria a volte c’è un mix di fattori personali e cause di servizio che può risultare fatale», spiega Donato Capece, segretario del Sappe.
Poi sottolinea: «Spesso gli agenti vivono per lunghi periodi lontano dalle loro famiglie, accumulano turni su turni per riuscire a ottenere un paio di riposi in fila e poter tornare qualche giorno nelle loro città . Una volta a casa si trovano di fronte i problemi di una famiglia da cui sono assenti, e il peso di tutte queste responsabilità  può travolgerli».
Non è raro che in cella gli agenti si trovino faccia a faccia con la morte, in molti casi sono i primi a trovare i corpi dei detenuti che si tolgono la vita.
Nei casi in cui dopo il decesso di un detenuto viene aperto un fascicolo di inchiesta, «capita anche che gli agenti vengano sospesi dal servizio, con stipendio dimezzato, altre volte vengono trasferiti in un’altra struttura», spiega ancora Capece.
Che respinge al mittente le accuse di negligenza: «Con questo organico non possiamo svolgere al meglio il nostro compito, soprattutto nei penitenziari più grandi di notte una sola persona sorveglia anche 100 detenuti.
A Rebibbia mediamente ci sono 25 unità  in servizio nel turno di notte, distribuite su 8 padiglioni: come possono sorvegliare a dovere oltre 1.700 detenuti?».
Lo scorso 13 dicembre è stato bandito un concorso per 455 nuove guardie carcerarie, 375 uomini e 80 donne.
La selezione è attesa entro l’estate, con oltre 4.200 candidati in lizza. Basterà  per risolvere i problemi della Polizia Penitenziaria?

Andrea Managò
(da “L’espresso on line”)

argomento: emergenza, Giustizia | Commenta »

I CONTI OPACHI E ALLA RINFUSA DEI PARTITI, TRASPARENZA ZERO

Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile

SOLO PD E FLI FANNO CERTIFICARE I LORO BILANCI DA UNA SOCIETA’ ESTERNA DI REVISIONE, GLI ALTRI FANNO TUTTO IN FAMIGLIA

Trasparenza e controlli: zero.
La lezione che impartisce la penosa vicenda dei rimborsi elettorali assegnati alla Margherita e finiti ancora non si sa esattamente dove, eccola.
Per troppo tempo si è fatto finta di non vedere che i bilanci dei nostri partiti non rispondono a nessuno dei requisiti cui dovrebbe sottostare chiunque maneggi denaro pubblico.
Verifiche esclusivamente formali, ipocrisie procedurali, opacità  spesso garantita.
Con l’aggravante che tutto questo è consentito da una legge dello Stato, approvata alla fine degli anni 90, alla quale è allegato persino un modello contenente le voci da compilare.
Entrate, uscite, debiti, crediti, proprietà …
C’è proprio tutto.
Ma i controlli? Il solo Partito democratico, dai tempi della segreteria di Walter Veltroni, affida volontariamente l’esame dei propri conti a una primaria società  di revisione.
Mentre il Fli di Gianfranco Fini ha recentemente introdotto questa disposizione nel suo statuto.
Nessun altro partito fa certificare il bilancio: semplicemente perchè la legge non li obbliga a farlo.
Ai controlli ci pensa un collegio sindacale interno. Il quale è composto normalmente da fedelissimi della segreteria politica e dal tesoriere, che è il vero dominus delle finanze del partito.
Tutto in famiglia, insomma, al riparo da occhi indiscreti.
Dissociarsi da questa linea, come aveva fatto il Pd ai tempi di Veltroni coinvolgendo qualche controllore esterno, è un atto anch’esso volontario.
La legge non prescrive assolutamente nulla circa l’indipendenza dei sindaci.
Vero è che i bilanci devono essere presentati al Parlamento, dove c’è un apposito comitato che ha l’incarico di esaminarli.
Si tratta però di una presa d’atto squisitamente formale. Il comitato si limita a verificare che il documento contabile sia stato compilato correttamente, secondo il famoso modulo allegato a quella legge approvata alla fine degli anni 90.
Altro non può fare.
Di più.
Nonostante i partiti siano finanziati con una valanga di contributi pubblici, la Corte dei conti non ha alcuna possibilità  di metterci il becco.
L’unico compito che le è affidato è quello di esaminare i rendiconti delle spese elettorali. Senza però alcun potere sanzionatorio: i magistrati si devono limitare a segnalare al Parlamento eventuali irregolarità .
La legge impone poi che i bilanci siano resi pubblici. E ci mancherebbe altro. Finiscono sulla Gazzetta Ufficiale e su qualche giornale.
Nessuna norma, però, stabilisce che i conti dei partiti debbano essere accessibili pure su Internet.
Con il risultato che talvolta si è costretti a una specie di caccia al tesoro per rintracciarli. La forma, come sempre, è salva.
La sostanza molto meno.
Si potrebbe continuare ricordando che con un decreto «mille proroghe», varato poche settimane prima delle elezioni politiche del 2006, è stata portata a 50.000 euro la soglia al di sotto della quale un contributo privato a un partito può restare comodamente anonimo.
Ma già  ce ne sarebbe abbastanza per pretendere che la legge sui bilanci delle organizzazioni politiche venga cambiata con la velocità  del fulmine, introducendo controlli reali su come i nostri soldi vengono spesi. In Parlamento ci sono già  delle proposte in tal senso.
Perchè non si tolgono dai cassetti e non vengono immediatamente discusse?
La fiducia nei partiti da parte dei cittadini è già  ai minimi storici: la maleodorante storia dei soldi della Margherita può essere una mazzata letale.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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