Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI AVEVA CONVOCATO IL SEGRETARIO PDL, INSIEME A BERSANI E CASINI, PER RAGGIUNGERE UN’INTESA SUL RILANCIO DELLA RAI… MA CONFALONIERI DETTA LA LINEA: OPPORSI A UNA RAI PIU’ FORTE E COMPETITIVA, MEDIASET E’ GIA’ IN CRISI
Ci sono i guai di Mediaset dietro la decisione del segretario del Pdl Angelino Alfano di disertare
il vertice “di maggioranza” previsto in serata con il premier Mario Monti e i leader di Pd e Udc, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, durante il quale si sarebbe affrontato anche il tema delicatissimo della riforma della governance Rai, il cui consiglio d’amministrazione scade il 28 marzo.
La disdetta a sorpresa di Alfano arriva al termine di un incontro, iniziato stamattina intorno alle 11 a Palazzo Chigi, fra Monti e Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset.
Incontro durante il quale, secondo le indiscrezioni trapelate, i due avrebbero cercato di trovare un “accordo” sulla riforma della Rai. Senza riuscirci.
Confalonieri avrebbe descritto a Monti la difficile situazione in cui versa oggi Mediaset, che si riflette anche sul cattivo andamento dei titoli in Borsa.
Una situazione che potrebbe solo peggiorare se passasse il disegno di Monti, appoggiato da Pd e Udc, di una rapida riforma della governance della Rai, per renderla più snella ed efficiente sul mercato.
Proprio questo era uno dei temi in agenda nel vertice di stasera — ora annullato — tra Monti, Bersani, Casini e, appunto, Alfano.
Quest’ultimo, dato l’esito negativo dell’incontro tra il premier e il numero uno di Mediaset, avrebbe fatto saltare il tavolo.
“Non ci andrò da Monti, perchè mi pare di capire che lì si voglia parlare di Rai e di giustizia e forse ci eravamo sbagliati nel credere che i problemi degli italiani fossero la crescita, lo sviluppo economico e l’economia”.
Considerazioni generiche dietro le quali le indiscrezioni di palazzo rivelano invece un nuovo, clamoroso caso di conflitto d’interessi intorno a Silvio Berlusconi.
L’incontro tra Monti e Confalonieri è durato circa un’ora.
Palazzo Chigi non ha fornito alcuna notizia sul contenuto del colloquio.
Certo risultano poco convincenti gli interventi di diversi esponenti del Pdl, a partire da Ignazio La Russa, che giustificano la retromarcia di Alfano con la volontà del Pdl di opporsi alla “bramosia di poltrone Rai”.
Senti chi parla…
Non a caso, il segretario del Pd Bersani esterna tutta la sua sorpresa: ”E’ un atteggiamento incredibile”.
Mentre per l’Udc, Lorenzo Cesa parla di “colpo di sole”.
Bersani e e Alfano si sono anche affrontati ironicamente su twitter: il primo ha offerto al rivale la sua sedia a Porta a porta (Berlusconi ha rinunciato ad andarci stasera per non offuscare Alfano), il secondo ha ricambiato con il suggerimento di sostituire il comico Maurizio Crozza a Ballarò.
Dopo l’incontro con Monti, Confalonieri è stato ascoltato dalla Commissione bilancio della Camera, di fronte alla quale ha confermati scenari allarmanti per Mediaset: “Se non ci sono prospettive di ripresa tagliare il nostro miliardo di investimenti, ridurre i nostri due miliardi di costi diventa indispensabile. Intendiamoci: questo non è quello che vogliamo e non è quello che faremo, ma abbiamo bisogno che il sistema paese si renda conto di questo e ognuno faccia la propria parte”.
Il presidente di Mediaset ha anche chiarito che per il momento l’azienda “ha deciso di non intaccare i propri livelli occupazionali, ma è evidente che se non si pongono le basi per una ripresa dell’economia e del mercato pubblicitario sarà inevitabile farlo. E come Mediaset, molte altre aziende italiane”.
Oltre alla riforma della Rai, all’ordine del giorno del vertice di “maggioranza” saltato c’erano altri temi delicati e a rischio conflitto d’interessi per Silvio Berlusconi. In particolare la riforma della giustizia e la nuova legge anticorruzione, impantanata in Parlamento da due anni, con il Pdl che si oppone strenuamente a un inasprimento delle pene per i tangentisti.
Che in più comporterebbero un allungamento dei tempi di prescrizione, altro tabù dei berlusconiani.
Se non bastasse, nel vertice di stasera si sarebbe parlato anche dell’asta sulle frequenze residue del digitale terrestre, dopo l’annullamento del Beauty contest gratuito deciso mesi fa dal ministro dello Sviluppo Corrado Passera.
Altro tema piuttosto sensibile per Mediaset.
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
IL SINDACO TELEFONO’ PER BLOCCARE UN SERVIZIO SULLA PROSTITUZIONE A ROMA… LETTA INTERVENNE PER RACCOMANDARE UN GIORNALISTA AMICO
Gianni Letta, Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono indagati dalla Procura di Roma per le telefonate intercettate dalla Guardia di Finanza di Bari nel dicembre 2009 durante l’inchiesta (poi archiviata per entrambi) su Berlusconi e l’allora direttore del Tg1. L’ultima onda del “Trani gate” arriva nella Capitale due anni dopo l’inchiesta sulle pressioni dell’ex premier sull’Agcom (l’autorità Garante delle Comunicazioni) per chiudere Annozero.
L’inchiesta si profila molto delicata per la Procura capitolina perchè svela i retroscena dei rapporti tra la politica e l’informazione pubblica.
Sono due gli episodi al centro dell’indagine.
Al sindaco di Roma, Gianni Alemanno e all’ex direttore del Tg1, Augusto Minzolini, sono contestate le pressioni effettuate allo scopo di far sparire dagli schermi della tv di Stato le prostitute e gli eccessi che il sindaco di Roma non era riuscito a smuovere dalle strade.
Il secondo episodio vede protagonista l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che raccomanda un giornalista al direttore del Tg1.
Augusto Minzolini e Gianni Alemanno sono stati iscritti molti mesi fa sul registro degli indagati di Trani per concussione mentre a Letta è stato contestato solo l’abuso di ufficio . Dopo le iscrizioni effettuate dal pm Michele Ruggiero il fascicolo è stato trasmesso a Roma dove è stato preso in carico dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Roberto Felici.
Dopo avere iscritto a Roma nuovamente i tre indagati (con tutta probabilità per gli stessi reati) ora i magistrati capitolini dovranno decidere il loro destino
Le telefonate, registrate dalla Guardia di Finanza quando il pm Ruggiero indagava sulle carte di credito revolving di American Express, risalgono al 2009 e non furono ritenute rilevanti dai pm fin quando, lo scorso anno, il gip di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo, ha chiesto alla procura di rivalutare il loro peso.
Nella prima serie di telefonate, il sindaco Alemanno viene a conoscenza di un servizio giornalistico che descriveva con toni realistici e a lui sgraditi gli eccessi delle notti romane.
Il sindaco alza il telefono per contattare Augusto Minzolini, all’epoca “direttorissimo” del telegiornale della rete ammiraglia Rai.
Alemanno è stato eletto un anno e mezzo prima inneggiando alla “tolleranza zero” ed è molto preoccupato dell’immagine negativa che potrebbe ricadere sulla sua gestione dell’ordine pubblico.
Minzolini accoglie le lamentele del sindaco e, poco dopo, chiama la giornalista responsabile.
“Il servizio non deve andare in onda” dice — in sintesi — il direttore alla sua cronista o almeno non con quei contenuti.
A colpire gli investigatori, oltre al contenuto della telefonata, sono i toni che Minzolini usa con la giornalista.
La telefonata è lunga e concitata. La giornalista difende il servizio ma, nonostante non sia certo l’ultima arrivata, alla fine asseconda le ire di Minzolini e sostanzialmente prende atto della decisione del direttore.
I pm hanno deciso di indagare, oltre al sindaco di Roma anche il direttore del Tg1 perchè il suo comportamento prono ai voleri del politico anteporrebbe la tutela dell’immagine di Alemanno, secondo la ricostruzione della Procura di Trani, all’interesse del pubblico che paga il canone a Rai a essere informato.
Anche il secondo filone d’indagine nasce dall’ascolto di una telefonata.
Siamo sempre nel 2009 e questa volta, ad alzare il telefono, è l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che chiama Minzolini per segnalargli un giornalista a lui vicino.
Già in passato erano state registrate telefonate simili del braccio destro di Berlusconi al direttore di Rai Fiction Agostino Saccà .
Ma in quel caso i pm romani non avevano ravvisato gli estremi dell’abuso di ufficio che invece, secondo la Procura di Trani, in questo caso, potrebbe profilarsi.
L’iscrizione di Alemanno, Letta e Minzolini nel registro degli indagati di Roma risale al mese scorso.
Tutto nasce dal provvedimento del gip di Trani Oliveri Del Castillo dello scorso luglio. Nel luglio 2011 i pm di Trani avevano sottoposto alla sua attenzione centinaia di telefonate che riguardavano Minzolini e il suo rapporto con la politica, sia del centrodestra sia del centrosinistra.
Per la procura erano irrilevanti e andavano distrutte.
Ma il gip ha chiesto di risparmiare le conversazioni del direttore con Alemanno e Letta perchè ha ravvisato un possibile reato in quelle conversazioni.
Il pm Ruggiero, condividendo l’impostazione del gip, ha iscritto i tre nel registro degli indagati, ma nessun atto d’indagine è stato svolto dalla Procura di Trani, guidata dal procuratore Carlo Maria Capristo.
Dopo la semplice iscrizione c’è stata solo la trasmissione alla Procura di Roma che adesso, a sua volta, ha iscritto Alemanno, Minzolini e Letta nel registro degli indagati.
La vera indagine inizierà nei prossimi giorni, per valutare se davvero esistano dei reati o se, invece, il comportamento di Minzolini risponda alle normali prerogative di un direttore.
Resta il fatto che l’inchiesta condotta da Ruggiero, in questi ultimi due anni, ha svelato molti retroscena sul rapporto tra Rai e politica.
Era il marzo 2010 quando iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e l’ex commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi.
Una storia ormai nota: Berlusconi premeva su Innocenzi per chiudere, o quantomeno ostacolare, le inchieste di Annozero e della redazione guidata da Michele Santoro.
I reati ipotizzati per il premier, all’epoca, furono concussione e minaccia, mentre Innocenzi fu indagato per favoreggiamento, poichè negò d’aver subito pressioni.
Poi fu indagato anche l’ex dg della Rai Mauro Masi e dopo una serie di rimpalli — dalla Procura di Roma al Tribunale dei ministri e ritorno — tutto si risolse con un’archiviazione.
Marco Lillo e Antonio Masari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
ANNULLATA LA REGISTRAZIONE DELLA TRASMISSIONE…PASSO INDIETRO PER NON SCONFESSARE IL SEGRETARIO ALFANO…VIAGGIO LAMPO IN RUSSIA PER CONGRATULARSI CON PUTIN
Proprio il salotto di Bruno Vespa che negli anni è stata la vetrina per eccellenza di Silvio
Berlusconi diventa il pretesto per un nuovo, duro, scontro tutto interno al Pdl.
A sorpresa l’ex premier ha annullato la registrazione della puntata di «Porta a Porta» che sarebbe dovuta andare in onda questa sera. Il forfait è arrivato qualche minuto prima che iniziasse la registrazione e dopo una serie di telefonate notturne per spingere Berlusconi a non andare da Vespa, perchè a giudizio di alcuni maggiorenti del Pdl, avrebbe significato una delegittimazione del segretario Angelino Alfano.
E questo perchè la settimana prossima nello stesso salotto verrà ospitato il segretario del Pd Luigi Bersani.
È stato invece confermato il viaggio che Berlusconi aveva in programma in Russia, dove si recherà per congratularsi con Vladimr Putun per la sua rielezione.
Secondo le indiscrezioni raccolte che filtrano da ambienti dello stesso Pdl, proporre ai telespettatori la solita contrapposizione Berlusconi-Bersani significherebbe sconfessare Alfano. Una sorta di rivolta interna alla quale sarebbe comunque estraneo lo stesso Alfano che sarebbe stato utilizzato strumentalmente per bloccare la nuova uscita pubblica di Berlusconi.
Segnali di malumori che erano già iniziati qualche settimana fa quando l’ex premier aveva detto che al suo giovane pupillo Angelino mancava il «quid» per ambire alla leadership del partito.
A seguire c’era stata la clamorosa e plateale retromarcia con l’elogio pubblico di «Angelino che se li mangia tutti».
Troppo miele che ha solo confermato piuttosto che smentire le tensioni interne sulla leadership del Pdl.
«Silvio Berlusconi è rimasto vittima della par condicio». Così Bruno Vespa spiega l’annullamento della trasmissione con l’ex presidente del Consiglio.
Il viaggio di Berlusconi a Mosca per la cena con Putin e Medvedev aveva fatto programmare per le 10 la registrazione della prima serata programmata da Rai1.
«Com’è noto – osserva Vespa – la legge impone l’equilibrio delle presenze tra rappresentanti di forze politiche di peso equivalente. Avevamo perciò invitato per oggi Berlusconi e per il 21 marzo Bersani. Sappiamo bene che il segretario del Pdl è Angelino Alfano, che era stato nostro ospite di altre due prime serate insieme con politici di segno diverso, ma Berlusconi non aveva mai parlato in televisione dopo le sue dimissioni da palazzo Chigi del 12 novembre e certamente le spiegazioni che solo lui potrebbe dare sarebbero state interessanti».
«L’ex presidente del Consiglio – prosegue Vespa – mi ha tuttavia spiegato che – dopo le polemiche dei giorni scorsi sul ruolo di Alfano – una sua presenza in parallelo con il segretario del Pd avrebbe creato sgradevoli equivoci sulla leadership operativa del Pdl che è di Alfano al quale Berlusconi intendeva confermare ancora una volta tutta la sua fiducia. Ho obiettato che seguendo questo criterio Berlusconi non potrà più comparire in televisione e fatto fermamente presenti le difficoltà in cui ci metteva questa decisione dell’ultima ora, ma l’ex presidente del Consiglio – nello scusarsi per il disagio prodotto a Rai1 e agli ospiti che erano stati invitati – ha ribadito che da tutto il partito gli veniva rivolto l’invito a non alimentare indirettamente polemiche. Abbiamo pertanto deciso di non sostituire la prima serata con una puntata con altri ospiti o con un altro tema e di andare in onda con un programma già registrato in seconda serata e di confermare naturalmente l’invito per il 21 marzo a Pierluigi Bersani»
Al momento non è dato sapere chi materialmente abbia telefonato a Berlusconi per spingerlo a rinunciare alla puntata di «Porta a Porta».
Ma si tratterebbe di «maggiorenti» e comunque è sicuramente un ulteriore segnale delle lacerazioni interne al Pdl.
Che Berlusconi sia costretto a rinunciare a «Porta a Porta» è veramente la fine di un’epoca.
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
A PARLARE E’ L’ARCHITETTO MICHELE UGLIOLA CHE INIZIA A COLLABORARE CON LA PROCURA NEL LUGLIO SCORSO… DA QUI INIZIANO INTERCETTAZIONI DECISIVE
“Tranquillo, vai avanti che il partito ti copre”. E’ il 2009, quando Daniele Ghezzi, portavoce di Davide Boni, risponde così all’allora assessore di Cassano d’Adda, Marco Paoletti, che si lamenta delle continue richieste di denaro da parte dell’architetto Michele Ugliola.
Due anni dopo, paradossalmente, sarà proprio Ugliola a inguaiare il presidente del consiglio regionale lombardo.
Finito in carcere nell’inverno del 2010 per un giro di mazzette che smantella l’intera giunta di Cassano d’Adda, Ugliola inizia a collaborare con il procuratore aggiunto Alfredo Robledo.
Riempie pagine di verbali. Tutti segretati.
Racconta, in sostanza, il secondo tempo della corruzione.
Quando, ad esempio, le tangenti si concordavano al tavolo del ristorante Riccione, noto ritrovo di politici, imprenditori e faccendieri.
Ma l’architetto non sarà il solo ad alzare il velo sul malaffare targato Lega.
Dopo di lui tocca a quell’assessore che si lamentava con Ghezzi. Parla anche Marco Paoletti che dopo la gavetta in comune è arrivato fino in Provincia.
Grazie a lui, la procura inizia a capire il piano: fatture false a otto zeri emesse dalla società di Ugliola.
Tradotto fondi neri: un tesoretto dal quale si attingeva per corrompere.
Ed è così che i magistrati arrivano a una prima conclusione.
Si legge nel decreto di sequestro: “Boni e Ghezzi utilizzavano gli uffici della Regione cone luogo d’incontro pe concludere accordi e consegne di denaro”.
Ugliola, poi, porta il carico da novanta: i pagamenti.
Circa 300mila euro, dice, consegnati nelle mani di Ghezzi. Di questi, dice Ugliola, centomila sono arrivati dall’immobiliarista Luigi Zunino (tra i sette indagati dell’inchiesta).
In realtà , prosegue Ugliola, la tangente doveva essere molto più ricca: circa 800mila euro. In cambio l’imprenditore avrebbe ottenuto un’accelerazione per le opere di Santa Giulia e Sesto San Giovanni.
L’operazione, però, si incrocia con le elezioni del 2010, quando Boni non viene più riconfermato come assessore all’urbanistica. E così Zunino sborsa solo centomila euro.
Il sistema è oliato. Dopo Zunino, tocca all’imprenditore Francesco Monastero.
Sul piatto un mega centro commerciale nel Pavese.
Prezzo della corruzione: 800mila euro.
Ancora Ugliola e di nuovo la sua società . Il gioco è sempre lo stesso: fatture false per creare la provvista.
Della mazzetta complessiva, prosegue l’architetto, ancora una volta nelle mani di Boni e Ghezzi arrivano 200mila euro.
Nel luglio scorso, Ugliola inizia a parlare. Filtrano le prime indiscrezioni. S’intravede lo scenario.
Tanto più che l’ex sindaco di Cassano Edoardo Sala, in carcere per corruzione, racconta di quando, assieme a Ugliola, andava in regione a trovare Boni. In quell’estate non c’è molto di più.
I magistrati proseguono a verbalizzare.
E insieme dispongono intercettazioni che, sostiene la procura, confermano il quadro probatorio.
Come le tangenti per milioni euro che Ugliola avrebbe dovuto ottenere con la riqualificazione dell’ex linificio di Cassano.
Il resto sta nei verbali fiume dell’architetto e di suo cognato che a Cassano rastrellava materialmente il denaro dagli imprenditori.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
MENTRE GLI EX AN SONO IRRITATI PER LE APERTURE AL CENTRO DI BERLUSCONI, LA COMPONENTE FORZISTA STA PER ESPLODERE E IN LOMBARDIA VA IN SCENA LA PRIMA DIVISIONE UFFICIALE DEI DUE PARTITI FONDATORI DEL PDL
L’argine si è rotto, la scissione strisciante del Pdl è di fatto iniziata. 
Gli ex An sono sempre più inquieti per quella che considerano una “deriva al centro” di Berlusconi, con il suo sostegno incondizionato a Monti e la tentazione di proseguire con la formula della grande coalizione anche dopo il 2013.
E iniziano a coltivare il sogno di un partito di destra-destra.
Del resto basta leggere le dichiarazioni di simpatia e di malcelata ammirazione nei confronti di Storace – da La Russa alla Meloni fino a Renata Polverini – per capire da che parte tira il cuore degli ex missini.
Ma anche la componente forzista è sul punto di esplodere, pronta a ribellarsi al controllo che gli ex An esercitano sul partito a livello locale e nazionale.
Un controllo accresciuto dall’esito dei congressi provinciali.
L’avvisaglia è la nascita di “Forza Lecco”, che sancisce la prima scissione ufficiale dei due partiti che fondarono il Pdl.
Non è un caso se il logo di quella che, per il momento, è solo un’associazione, richiami nei caratteri e nei colori quello di Forza Italia.
Come non è un caso se questa iniziativa – Forza Lecco – veda la luce proprio nella provincia dell’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, da sempre complice e apripista dei nuovi progetti del Cavaliere.
L’esperimento verrà presentato ufficialmente domenica 11 marzo ma in una sede diversa da quella in cui si terrà il congresso provinciale del Pdl di Lecco, a dominanza An, convocato nella stessa giornata.
Un congresso che sarà disertato quindi dai forzisti locali.
E c’è chi giura che se “Forza Lecco” dovesse rivelarsi un successo, nasceranno anche “Forza Roma”, “Forza Milano” e “Forza Napoli”.
Francesco Bei
(da “la Repubblica“)
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
MASSIMO FINI: “NON ABBIAMO BISOGNO DI ANDARE PIU’ VELOCI, MA DI VIVERE MEGLIO”…”IL PROGRESSO NON HA PARTORITO UNA SOCIETA’ MIGLIORE”….IN 150 ANNI I SUICIDI SONO TRIPLICATI
La questione del Tav, che ha visto migliaia di persone manifestare in 50 città oltre che in valle, travalica la Val di Susa e il legittimo interesse dei suoi abitanti a non veder sconciato il proprio territorio, l’ambientalismo, l’amianto, le compensazioni, le economie o le diseconomie che, a seconda dei punti di vista, il traforo comporterebbe.
I No-Tav (fatta la tara dei vandali), come ha capito benissimo il ministro Corrado Clini, “sono contrari allo Sviluppo, la loro è una battaglia ideologica”.
Ma non meno ideologica è la posizione di chi (fatta anche qui la tara sulle speculazioni e le mazzette) sostiene che il Tav è necessario alla crescita e allo Sviluppo.
“Il Progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore e comincia a essere una minaccia per il genere umano”.
Chi l’ha detto? Un valligiano, un “Aska”, un anarco-insurrezionalista?
Lo ha detto Papa Ratzinger quando era ancora cardinale.
Probabilmente Ratzinger si riferiva soprattutto alla decadenza etica (anche se l’ultima parte della frase adombra la catastrofe ambientale) che a noi qui non interessa perchè siamo persuasi che dal punto di vista morale l’uomo non è mai cambiato.
La conoscenza infatti è cumulativa, il senso etico no.
Io ne so sicuramente di più di mio padre e di mio nonno, ma non sono necessariamente migliore, dal punto di vista etico, di mio padre o di mio nonno.
Quello che per me conta è il rapporto fra lo Sviluppo e la qualità della vita.
Perchè, oltre al traforo della Val di Susa, dobbiamo costruire altre 300 fra grandi e piccole opere? “Perchè la nostra Penisola — come si è espresso Monti — non si distacchi lentamente dall’Europa”.
Insomma, per rimanere competitivi.
Ma lo stesso devono fare, se vogliono sopravvivere, non solo gli altri Paesi europei ma tutti quelli che sono entrati nel modello di sviluppo occidentale.
La “Ricchezza delle Nazioni”, inzuppate di infrastrutture, aumenta, ma ciò passa sul massacro delle popolazioni che, oltre a veder sconciato il proprio ambiente, devono lavorare di più, guadagnare di meno e in larghi strati impoverirsi.
Facciamo solo un piccolo esempio.
Fino a 50 anni fa, in Italia, in famiglia lavorava uno solo e bastava, ora devono farlo tutti e due e spesso non è sufficiente.
Tutte queste geremiadi sulle donne che non hanno lavoro sono in funzione del sistema, non delle donne.
Molte che non lo hanno certo lo vorrebbero, ma forse molte di più che preferirebbero farne a meno, per stare accanto ai figli, sono costrette a trovarselo.
Per uscire da questa fourchette ci vorrebbe un accordo mondiale per abbassare i livelli della competizione invece di alzarne continuamente l’asticella.
Ma questo le leadership non lo capiscono o fanno finta di non capirlo.
Noi non abbiamo bisogno di andare sempre più veloci, ma di vivere meglio.
E su questo piano l’attuale modello di sviluppo, nato con la Rivoluzione industriale, ha fatto degli sfracelli.
Diamo alcuni, semplici, dati.
Nel 1650, in Europa, i suicidi erano il 2,6 per 100 mila abitanti.
Nel 1850, un secolo dopo il “take off” industriale, erano il 6,9 (triplicati), oggi sono il 20 per 100 mila abitanti (decuplicati).
E naturalmente il suicidio è solo la punta dell’iceberg di un disagio esistenziale infinitamente più diffuso e tanto più lo è proprio nei Paesi di maggiore “benessere”.
L’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale.
Nevrosi e depressione sono malattie della Modernità , all’inizio colpirono i ceti benestanti, la borghesia (Freud insegna), oggi riguardano tutte le fasce della popolazione.
Negli Stati Uniti, Paese di punta del modello, 566 americani su mille fanno uso abituale di psicofarmaci, cioè un abitante su due non sta bene nella propria pelle.
La costante estensione dell’uso della droga è sotto gli occhi di tutti.
E cosa vogliono fare le leadership mondiali su di noi, cavalli già abbondantemente dopati e con la schiuma alla bocca?
Drogarci ancora di più, farci andare ancora più veloci, cementificarci ulteriormente, costringerci a lavorare come asini al basto, incrementando la nevrosi e la depressione per poi riempirci di medicina tecnologica per reggere lo stress ed essere all’altezza della competizione divenuta globale.
E tutto questo, quando in buona fede, per inseguire il Mito dello Sviluppo, per non rinunciare alla Fata Morgana delle “sorti meravigliose e progressive” che appartengono sia alla cultura della destra che della sinistra.
Tutto ciò ha un senso? Un senso umano, dico?
Ma verrà un giorno, vicino, in cui l’ultimo capello farà crollare il cammello.
E allora non saranno più quattro valligiani o degli anarchici spelacchiati, ma le folle deluse, frustrate ed esasperate, di ogni mondo, a rovesciare il tavolo, avendo compreso, alla fine, che, per parafrasare Goethe, lo spirito faustiano, lo spirito dell’Occidente, opera eternamente il Bene ma realizza eternamente il Male.
Massimo Fini blog
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
IN FRANCIA IL GOVERNO HA AGITO DIVERSAMENTE: PROGETTO RESO NOTO A TEMPO E DISCUSSO COI SOGGETTI INTERESSATI, NESSUNA FRETTA E ATTESA PER CONOSCERE L’IMPORTO VERSATO DALLA UE, L’86% DEI LAVORI ASSEGNATI PER LEGGE A IMPRESE DELLA ZONA
Ah, les italiens! Dall’altra parte del tunnel (che verrà ), il furore sulla questione Tav è un po’ la
versione aggiornata della solita caciara all’italiana.
Perchè in Francia, finora, è andato tutto liscio, e il dèbat public è a un punto cruciale: come previsto dalla legge introdotta nel 1995, quando un’opera pubblica di grande impatto deve essere realizzata è obbligatorio per l’ente promotore render noto il progetto e consentire ai soggetti interessati (enti locali, cittadini, autorità ) di esprimere le proprie valutazioni e critiche.
Se il promotore ignora i suggerimenti o le richieste di modifica ricevute, si assume in pieno tutti i rischi derivanti da eventuali contestazioni e difetti conclamati, divenendo responsabile anche per ritardi, danni e ostacoli alla fruizione dell’opera.
Fino al 19 marzo, cittadini e amministratori francesi toccati dalla Lione-Torino potranno quindi dire la loro e avvisare il governo: se sbagli, poi paghi.
Ma il progetto vero e proprio per l’Alta velocità transalpina è ancora tutto da inventare, come ha dimostrato l’accordo siglato in pompa magna qualche giorno fa tra Italia e Francia: il primo articolo annuncia che il patto “non ha come oggetto di permettere l’avvio dei lavori definitivi della parte comune” rimandando a “un protocollo addizionale separato tenendo conto in particolare della partecipazione definitiva dell’Unione europea”.
Ovvero: siccome l’Ue deciderà quanto finanziare davvero dell’opera per una quota che può arrivare fino al 40 per cento, ma che potrebbe anche essere molto più bassa (visto il continuo lievitare di prezzi e tempi), i cugini francesi ci hanno detto chiaro e tondo di non avere molta fretta nel completare l’opera da 24 miliardi di euro.
La quale, tra l’altro, è un affare sicuro per loro: dell’intero tracciato noi pagheremo il 50 per cento pur ospitando sul territorio nazionale solo un quinto delle opere.
E soprattutto la Francia si vedrà finanziare un tratto di Alta velocità di suo esclusivo interesse, la Lione-Chambery, garantendosi la leadership nell’assegnazione di tutti gli appalti su tutto il tracciato.
Sarà per quello che i no-Tav francesi faticano a trovare sponde?
“La Lione-Torino è stata una vera fortuna per noi. Con Schengen avevamo perso un migliaio di posti di lavoro, perchè i controlli alla frontiera non servivano più” ha spiegato Jean Claude Raffin, sindaco di Modane, il paese dove sbucherà la galleria e che ha già ricevuto dalla compagnia ferro-viaria Ltf 100 mila euro di sovvenzioni. Soldi buoni, che si aggiungono agli accordi già stipulati sui business futuri: l’86 per cento dei lavori devono essere assegnati a imprese locali, le maestranze devono pernottare nelle aree dei lavori, e per chi volesse gestire lo smaltimento e l’utilizzo dei materiali di risulta a scopo industriale si aprirebbero percorsi imprenditoriali superfacilitati.
Inoltre, fisco più leggero per gli abitanti della zona (circa un quarto dei valsusini, dislocati in territorio ampio e non in una stretta valle) e vari progetti di compensazione da attuarsi man mano che l’opera procede.
Anche il governo Monti ha mostrato interesse per la via compensativa: subito 20 milioni di euro sbloccati dal Cipe per rattoppare la “linea ferroviaria storica Torino-Bussoleno — ha detto ieri raggiante il governatore piemontese Roberto Cota —, perchè non possiamo abbandonare i pendolari che ogni giorno usano il treno per andare al lavoro”.
Ecco la chiave, antica e un po’ dèmodè, che potrebbe far scattare i meccanismi dell’ingranaggio.
Se il premier decidesse di mettere in secondo piano il ruolo del commissario al Tav Mario Virano, ormai usurato da anni di frizioni coi comitati, per arrivare a calcolare persino un’uscita del progetto dalle Grandi Opere verso una più morbida gestione con legge ordinaria — e connessa partecipazione degli enti locali —, lo scenario muterebbe totalmente.
Col pieno consenso dei tanti che attendono impazienti la tintinnante manna europea: banche, imprese, politici.
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
LA GIUSTIFICAZIONE: RISCHIO VIRUS INFORMATICI E CROLLO DELLA PRODUTTIVITA’
Alberto da Giussano non twitta. La Lega Nord parte per la crociata contro i social network.
Succede in Regione, nell’aula di consiglio, poco prima della discussione sul piano casa. Il lumbard Cesare Bossetti legge un’interrogazione urgente diretta alla giunta di Roberto Formigoni.
Obiettivo: «Predisporre dei filtri che impediscano l’accesso ai social network dalle postazioni di lavoro di Regione Lombardia e delle società partecipate».
La ragione di tanto accanimento è spiegata nella stessa interrogazione: «Il traffico dei dati derivanti da queste applicazioni produce conseguenze sul piano economico in termini di maggiori costi per l’ente pubblico».
Per non parlare della «pirateria informatica», dei «furti d’informazioni» o dei «danneggiamenti delle strutture»; o ancora dei «rischi di contagio di virus informatici» e delle pericolosissime «conseguenze legali» di tanto scaricare.
«Il rischio di download di materiale non consentito espone la pubblica amministrazione a forme di responsabilità per omesso controllo».
Il documento leghista non lo dice poi apertamente, ma è chiaro che la preoccupazione è legata anche a eventuali ricadute sul fronte produttività .
L’efficienza «padana» a rischio Twitter e Facebook.
«Secondo alcuni studi – dice infatti l’interrogazione – dalla mappatura delle reti è emerso che la “frequentazione del web” avviene con maggior concentrazione durante l’orario lavorativo».
«Se questo è il punto – attacca Pippo Civati del Pd -, vietare l’utilizzo dei social network come qualcuno tentò di fare con la posta elettronica non serve a nulla. Se il timore è che ci siano dipendenti che buttano il loro tempo si chieda conto a loro».
Cesare Bossetti è stato eletto al Pirellone nel listino bloccato di Formigoni.
Varesino, amministratore unico di Radio Padania, è noto alle cronache più recenti per l’episodio legato al minuto di silenzio osservato nell’aula del Pirellone: era febbraio dell’anno scorso, in ricordo dei bambini rom morti in un incendio di un campo romano.
In quell’occasione Bossetti rimase incollato alla sua sedia, orgogliosamente assorbito dalla lettura dei quotidiani.
Quanto alla sua frequentazione del web, Bossetti ha di recente creato un suo profilo su Facebook.
Eppure in Regione i social network sono strumenti assai apprezzati.
Roberto Formigoni, per dire, è super attivo sia sulla sua pagina di Facebook che su Twitter.
Tanto che proprio da Facebook era nata due giorni fa l’ultima polemica tutta interna alla maggioranza di centrodestra. Protagonisti Davide Boni e l’assessore alla Protezione civile, il pidiellino Romano La Russa, che aveva criticato la lentezza delle procedure in materia di concessione dell’asilo politico.
«I tremila profughi libici ci costano troppo».
Tanto vale regolarizzarli, una volta per tutte.
La replica di Boni alle dichiarazioni del collega fu condensata in un solo aggettivo: «Incredibile».
Su Facebook, ovviamente.
Andrea Senesi
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
GLI SCONFITTI DENUNCIANO: “TROPPE ANOMALIE”
Quando Pier Luigi Bersani arriva in piazza Monte Citorio per la presentazione del libro su
Angelo Vassallo – il sindaco del Pd ucciso a Pollica nel 2010 – è letteralmente assalito da telecamere e microfoni.
Il processo al suo partito è cominciato ore prima, dopo l’ennesima sconfitta alle primarie.
Con Giuseppe Lumia (il senatore pd che ha sostenuto il vincitore di Palermo, Ferrandelli) che minaccia di chiedere le dimissioni del segretario.
Con i veltroniani (Tonini) che invocano la convocazione della direzione.
Con Paolo Gentiloni che su Twitter denuncia: «Le ragioni sono locali, a Palermo, Milano, Napoli, Genova. Ma il problema del Pd è nazionale».
Con lo stesso vicesegretario, Enrico Letta, che usa l’accaduto per archiviare una volta per tutte l’ormai sbiadita foto di Vasto, l’alleanza che tiene insieme partito democratico, IdV e Sel: «A Palermo i nostri elettori chiedono altro. Rita Borsellino ha fatto l’errore di proporsi in quello schema».
Come lui, la pensano Marco Follini e i modem di Veltroni, nell’ormai consueta alleanza di chi vede il futuro del Pd lontano da Vendola e Di Pietro.
In linea con il governo di Mario Monti.
Così, Bersani aspetta di sedersi per rispondere.
Non è roba da battute per tg.
Spiega che il Pd ha vinto in 18 città su 23.
Che a Palermo, una volta verificati i voti di un risultato comunque al fotofinish, sosterrà il vincitore.
Che le primarie sono un grande strumento di partecipazione, aiutano a vincere le “secondarie”, le elezioni, ma – ed è questo il punto – «non risolvono problemi politici». E quindi – sostiene il segretario – «la politica deve venire prima, decidere ogni volta il se e il come delle primarie, senza darle per scontate».
Perchè «in tutto il mondo non sono certo un pranzo di gala, ma non possono essere una resa dei conti». Non si può fissare una regola su quanti candidati del Pd debbano partecipare.
Bisogna scegliere però. Scegliere prima.
Accanto a lui c’è Pier Ferdinando Casini, che prova a dargli una mano.
«Trentamila persone che vanno a votare in tempi di antipolitica vanno rispettate», dice il leader Udc. E aggiunge: «Penso che a questo Paese serva un’alleanza tra moderati e riformisti. E tengo al rapporto con Bersani perchè rappresenta l’anima moderata e riformista della sinistra».
Accreditamento che non basta a sopire le polemiche.
Il governatore siciliano Lombardo manda segnali: «È credibile che 10mila di coloro che hanno votato non fossero persone di centrosinistra».
Rita Borsellino annulla la conferenza stampa: «Sono accadute cose strane».
Il sospetto – coltivato anche dall’Idv Leoluca Orlando – è che a votare siano andate persone che nulla hanno a che fare con la coalizione: precari, iscritti a cooperative di ex detenuti in cerca di lavoro, elettori del presidente della Regione o del Pid di Saverio Romano.
Anche per questo, gira voce che l’ex sindaco stia pensando di candidarsi.
Rosy Bindi chiede di «affinandone» le regole delle primarie.
Dall’area Franceschini si mette in evidenza che «non possono votare tutti, altrimenti il rischio di inquinamento è reale. Serve una riforma, subito».
A difendere il fortino restano Nicola La Torre, Matteo Orfini, Stefano Fassina: trovano i riferimenti a Vasto pretestuosi, le critiche infondate.
La segreteria manda a dire a chi la chiede che la direzione è già convocata. S
arà a fine marzo, prima di Pasqua.
Lì, ci sarà tempo e modo di parlare di tutto.
Alleanze comprese.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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