Destra di Popolo.net

IL POLITOLOGO MOROZOV ATTACCA LA RETORICA WEB DEL M5S: “SONO SCATOLE OSCURE, NON DEMOCRAZIA”

Marzo 7th, 2013 Riccardo Fucile

L’AUTORE DEL BEST-SELLER “L’INGENUITA’ DELLA RETE” ANALIZZA L’ASCESA DEI GRILLINI: “INTERNET? UN TRUCCO PER LEGITTIMARE UN MOVIMENTO DI DILETTANTI”

Con il suo The Net Delusion (L’ingenuità  della Rete, Codice Edizioni) due anni fa Evgeny Morozov scuoteva l’establishment intellettual-tecnofilo americano e internazionale con tesi provocatorie e appassionate contro la retorica che ci voleva all’alba di una nuova democrazia globale scaturita grazie alla Rete.
Una sorta di batteria di fuoco di controinformazione sparata sulla tesi di una Rete salvifica, potenziale sostituto delle pratiche politiche, associative, comunitarie “tradizionali” e piramidali in favore di una distribuzione egualitaria dei mezzi di partecipazione grazie agli strumenti offerti da Internet.
Tesi smontata pezzo a pezzo, con un’approfondita analisi degli interessi economici e di potere che giocano (soprattutto in Europa dell’Est, da cui proviene il bielorusso Morozov, ma non solo) dietro questa retorica, ma che cela anche una grande passione: la Rete è uno strumento eccezionale, ma bisogna scoprirla e saperla usare per non esserne strumentalizzati.
Lo stesso filone che il giovane (nato nel 1984) politologo, blogger e ricercatore all’Università  di Stanford, svilupperà  nel suo prossimo libro (“To save everything, click here”).
Il suo è dunque un punto di vista radicale sulla “retorica digitale” che – sostiene – è stato il principale ingrediente dello straordinario successo del Movimento 5 Stelle: “Rischiate che il vuoto politico si riempia di totalitarismo o managerialismo”.
Ma che non è un fenomeno isolato, mentre negli Usa sta prendendo piede la politica-marketing: messaggi su misura per gli elettori, a scapito del messaggio calibrato sull’interesse collettivo.
Esistono precedenti nel mondo di un movimento nato e cresciuto sul web che raggiunga un successo elettorale di questo livello?
“Ci sono molti esempi di cittadini consultati su come governare o coinvolti in processi decisionali minori ma non mi risultano esempi simili in caso di elezioni politiche. Credo che i partiti Pirata in Svezia e Germania abbiano sperimentato metodi simili, anche se non su questa scala”.
Perchè è successo in Italia, perchè ora?
“Sarei cauto nell’attribuire un ruolo eccessivo alla cultura di Internet in tutto questo. Se parliamo di partiti nuovi nati dal nulla e che in tre anni diventano così popolari – allora sì, ce ne sono altri, e alcuni di questi esempi sono piuttosto orribili. Ora, non per aderire a strani determinismi – non sto dicendo che Internet non ha contato nulla – ma la risposta al perchè in Italia, perchè adesso ha a che fare con i problemi strutturali della politica e dell’economia italiane più che con le trasformazioni rivoluzionarie suscitate da Internet. Ovviamente, Grillo e i suoi luogotenenti non vogliono essere visti come un partito marginale con programmi ambigui: i paragoni storici, purtroppo, non giocano in loro favore e incuterebbero paura. Così preferiscono giocare la carta di Internet e pretendere di essere solo la naturale e inevitabile conseguenza dell'”era di Internet”. Ma io penso che tutto questo parlare di ‘era’ – lo Zeitgeist e lo spirito di Internet – sia in gran parte privo di senso”.
Il motto di funzionamento del movimento è “uno vale uno”: niente leader, consultazione diretta su ogni questione, nessuna identificazione destra/sinistra, capacità  professionali opposte a professionismo della politica. E’ un modello che può funzionare – considerando anche lo stato di deterioramento della credibilità  della politica italiana?
“Non vivo in Italia e quel che so della vostra politica mi viene dalla lettura di giornali americani, britannici e a volte tedeschi e da qualche amico italiano. Ma anche con queste mie limitate conoscenze, l’ultima volta che me ne sono occupato il M5S aveva un leader – anche piuttosto buffo – e anche un ufficio in una zona piuttosto costosa di Milano. Non è questa una sorta di gerarchia? Ci sono due modi di pensare al M5S: uno è che il loro tentativo di sfuggire alla politica – con i suoi leader e le sue gerarchie – non possa funzionare perchè il motivo per cui abbiamo bisogno di leader e gerarchie non sempre ha a che fare con i costi della comunicazione. Qual è il contributo di Internet? Che riduce i costi della comunicazione. Ma i leader e le gerarchie servono a creare carisma e dare un’idea di coesione e credibilità  in fase di negoziazione con gli altri partiti. Questo Internet non può cambiarlo: carisma e disciplina non si fanno con i byte. Qualcuno deve pur rispondere ai commenti al blog, non è che se ne vadano da soli.
“Il secondo punto di vista è che questo deliberato tentativo di sfuggire alle caratteristiche della politica – ideologia, negoziazione, prevaricazione occasionale e ipocrisia – può solo peggiorare le cose. Di fronte a una qualsiasi fluttuazione del sistema politico attuale (e il cielo sa quante ce ne possano essere in Italia), l’imperfezione è meglio di un’alternativa che in questo caso potrebbe essere l’eliminazione di ogni spazio di manovra e la sostituzione della politica con una qualche forma di managerialismo o di totalitarismo populista. L’eccellente libro del 1962 di Bernard Crick “In Defence of Politics” (“In difesa della politica”, ed. Il Mulino, 1969, ndr) dovrebbe essere distribuito ampiamente in Italia: è il miglior argomento del perchè i sogni populisti e tecnocratici di abbandono della politica siano sbagliati”.
Molti osservatori in Italia hanno messo in luce il problema dello stretto controllo esercitato da Grillo e da Gianroberto Casaleggio e la mancanza di trasparenza nelle scelte del Movimento, specialmente nel processo di selezione dei candidati e di votazione. Solo gli aderenti di lunga data possono accedere alle piattaforme di voto, mentre il blog di Grillo è lo spazio pubblico in cui il dibattito si svolge in maniera aperta. Qual è la sua opinione su questo modello?
“Non mi sorprende. Ci sono tutta una serie di miti su come funzionano le piattaforme online. Progetti come Wikipedia, Google e Facebook ci hanno insegnato – e anche condizionato – a pensare che funzionano in modo oggettivo, neutrale e del tutto evidente. Ovviamente non è vero: nel caso di un progetto come Wikipedia, sono molte poche le persone – tra loro c’è il suo fondatore Jimmy Wales – che capiscono come funziona davvero. Nessuno conosce tutte le regole che innescano il meccanismo Wikipedia: ce ne sono troppe. Lo stesso per Google: non sappiamo come funzionano i suoi algoritmi e loro hanno resistito a ogni sforzo di renderli esaminabili. Ed ecco cosa accade: abbiamo una serie di caratteristiche di progetti che pensiamo rappresentino “la Rete” e poi trasferiamo queste caratteristiche dentro la Rete stessa in modo che qualsiasi progetto scaturisca dalla Rete ci sembra avere le stesse caratteristiche. Non mi sorprende che il 5Stelle affermi di essere totalmente orizzontale, trasparente e basato sulla Rete nel momento in cui applica alcune di queste caratteristiche. E’ così che funziona la cultura di Internet: conoscono il suo linguaggio e i suoi trucchi retorici. Un altro esempio? Twitter. Tutti pensano che sia una piattaforma che permette a chiunque, dalla sua camera da letto, di essere altrettanto influente di un commentatore di grido a proposito del futuro della Rete. Ma anche questo è un mito: la maggior parte dei commentatori della Rete che si dicono ottimisti sul suo futuro compaiono nelle liste di “chi va seguito” – compilate dalla stessa azienda Twitter e che gli permettono di acquisire molti più follower di tutti noi. Per esempio, le persone con cui io ho i miei scontri intellettuali – come Clay Shirky o Jeff Jarvis – hanno molti più follower di me ma non perchè sono più divertenti (non lo sono!), ma perchè l’azienda Twitter amplifica deliberatamente il loro messaggio. Dunque cosa c’è di così democratico e orizzontale nell’ecosistema dei nuovi media?
“Secondo me molte delle piattaforme online usate per l’impegno politico funzionano più o meno come scatole nere che nessuno può aprire e scrutare. La gente ha l’illusione di partecipare al processo politico senza avere mai la piena certezza che le proprie azioni contano. Non è esattamente un buon modello per la ridefinizione della politica”.
L’Italia ha un grosso problema di infrastrutture digitali. Siamo agli ultimi posti in Europa per l’accesso alla banda larga. Questo è compatibile con l’aspirazione a una “democrazia digitale”?
“Non si può dare la colpa a un partito politico se non riesce a raggiungere tutti. Perciò va benissimo che si cerchi di utilizzare questi nuovi metodi adesso piuttosto che tra 15 anni, quando tutti saranno connessi. Il pericolo vero è che i processi amministrativi ed elettorali siano rivisti in modo da rendere impossibile la partecipazione alla politica senza tecnologie digitali. Non penso che possa accadere presto, ma è una possibilità . Ci sono tanti progetti digitali in questo spazio civico e politico e specialmente in questa prima fase esiste una specie di pericoloso discrimine di autoselezione: si organizzano importanti riunioni per decidere le regole con cui procedere e solo chi ci capisce di tecnologia (i geek) partecipano. E naturalmente se sono solo i geek a decidere le prime regole mi preoccupa l’esito di queste piattaforme e progetti”.
Come giudica i software open-source per i processi decisionali come Liquid Feedback – o i sistemi di voto elettronico come il metodo Schulze? Sono strumenti utili anche per partiti politici diciamo così, convenzionali?
“Nel mio nuovo libro (che negli Usa esce il 5 marzo) ho un lungo capitolo su Liquid Feedback. E’ un tema complesso. Come strumento per condurre focus group all’interno di un partito è uno strumento piuttosto efficace. Il rischio nasce quando piattaforme di questo tipo vengono lanciate come strumenti nuovi per far politica – tipo cittadini che delegano i loro voto ad altri cittadini su questioni di cui sanno poco. Non credo molto nella delega a questo livello. Nel libro in realtà  ricordo che alcune di queste aspirazioni esistevano già  negli anni Sessanta – almeno negli Usa, con la Rand Corporation – quando molti consiglieri politici tecnlogici pensavano che – attraverso il telefono e le tv via cavo – i cittadini sarebbero stati capaci di delegare i proprio voti a persone più competenti. Come ho già  detto, questa visione nasce dall’idea che il problema da risolvere siano i costi della comunicazione e si cerca nelle tecnologie il salvatore. Se invece non pensassimo che il motivo per cui la politica opera nel modo in cui opera è legato ai limiti della comunicazione, allora avremmo una visione più sensata di quel che la tecnologia può darci. Ora negli Usa abbiamo un grande problema di uso massiccio di big data e micro-targetting, specialmente sulla Rete, perchè i politici e i partiti presto saranno in grado di fare promesse ritagliate su misura dell’individuo a tutti noi – facendo leva sulle nostre paure e i nostri desideri più profondi – e ovviamente li voteremo più volentieri grazie a questa strategia. Non sono sicuro che valga la pena costruire una società  in cui gli elettori ricevono promesse personalizzate – che nessuno potrà  mai soddisfare. Eppure questa è la direzione. Una delle attrattive del vecchio e inefficace sistema dei media – in cui un partito doveva formulare un messaggio universale mirato a tutti coloro che lo ascoltassero – era che costringeva i politici a prendere sul serio le proprie ideologie. Dovevano suonare coerenti, assicurarsi che le proprie posizioni non si sfaldassero. In un mondo in cui nessuno può controllare i messaggi personalizzati che i politici inviano ai singoli elettori non c’è bisogno di essere coerenti o di sforzarsi di formulare un’idea. E’ pericoloso”.
L’Italia si trova anche al centro della grande crisi dell’eurozona, con potenziali forti impatti internazionali. Per la prima volta c’è un “movimento digitale” non assimilabile a un partito tradizionale che ha una grande forza in Parlamento. Questo pone una sfida anche alle controparti internazionali, in termini di approccio diplomatico, relazioni, linguaggio
“Di nuovo, io non vivo in Italia. Non so esattamente cosa significhi ‘movimento digitale’. Possiamo chiamarlo ‘movimento di dilettanti’? Posso capire perchè per esempio il partito Pirata in Germania venga chiamato ‘movimento digitale’ – non si occupano di altro che non sia la libertà  della Rete, la riforma del copyright ecc. Sono tutte questioni tecnologiche, da geek, che la maggior parte della gente chiamerebbe ‘digitali’. Se parliamo del M5S non è questo il caso: non so se abbiano posizioni su questioni digitali ma non è questo il motivo per cui   la gente ne è attirata. La Rete, nella loro retorica, gioca solo un ruolo di grande legittimatore del loro dilettantismo e della loro attitudine profondamente anti-politica. Dicono di manifestare ciò che un partito politico dovrebbe essere nell'”era della Rete” e ciò mi insospettisce molto perchè – di nuovo – non penso che il funzionamento dei partiti si possa spiegare solo in termini di costi della comunicazione.
“Ci sono buoni motivi per cui abbiamo bisogno di gerarchie e di leader che parlino il linguaggio della politica e giochino il gioco fino in fondo: le inefficenze della politica, per usare un linguaggio da computer, non sono un bug (un difetto) ma una feature (una funzione). Per me il test è semplice: dimentichiamoci per un momento che stiamo vivendo una “rivoluzione digitale” e cerchiamo di cimentarci sugli argomenti dei movimenti come il 5 Stelle, basandoci su quel che sappiamo di filosofia e teoria politica. Queste argomentazioni, secondo me, non reggerebbero un’ora di seria discussione in un rigoroso seminario di Scienze Politiche di base. L’unico motivo per cui passano per seri è perchè sono ammantati della retorica emancipatoria del sublime digitale. Quanto ai leader internazionali, beh ci sono moltissimi partitini in crescita in Europa: in Olanda, in Gran Bretagna, forse in Grecia. Non sono stati altrettanti bravi nell’utilizzo della retorica di Internet – forse non sono guidati da blogger – ma presto capiranno come fare. Basta guardare a Nigel Farage, tra i leader dell’Uk Independence Party e tra i maggiori euroscettici britannici nel Parlamento europeo. Un uomo che ha usato bene YouTube per le sue operazioni mediatiche e ora ha un seguito pan-europeo. Gli manca qualche ingrediente retorico – “democrazia della Rete” e “consultazioni online” – poi prenderà  il volo. Nelle recenti elezioni amministrative britanniche, l’Ukip ha preso rapidamente terreno, il che indica che stanno imparando questo gioco”.
In un paese a lungo dominato da un mogul della Tv, l’avvento di un movimento di cittadini informati che rifiutano ogni interazione con i media tradizionali può anche essere visto come un segno di cambiamento sano, l’indicazione di una nuova generazione pronta ad impegnarsi….
“Bè, l’Italia è un caso particolare, ne convengo. Non ho interesse particolare a difendere la Tv e certo non quella italiana – la maggior parte è orribile e renderla un attore meno rilevante nella sfera pubblica è di certo un bel cambiamento. Detto ciò, voi avete ancora buoni giornali, una buona industria editoriale (con un pubblico di lettori tra i più acuti d’Europa, l’accesso a forse il   maggior numero di lavori tradotti di tutti i paesi d’Europa) e una delle migliori culture di festival d’Europa. Per cui certo, la televisione non è il meglio ma avete un sacco di altre cose di cui essere orgogliosi. E Internet può mettere a repentaglio queste altre attività  e il loro patrimonio culturale e intellettuale? Temo di sì. Odio generalizzare su termini come ‘Internet’ – ci sono un sacco di risorse buone e utili online, e tante stupidaggini. Ma non voglio assumere per principio che solo perchè i giovani tendono a leggere i blog più che a guardare la tv sia necessariamente una cosa positiva. Ci sono tante altre cose buone da leggere!”.

Raffaella Menichini

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LA 7, PERCHE’ LA PATATA E’ DAVVERO BOLLENTE

Marzo 7th, 2013 Riccardo Fucile

UN PASSIVO DI 250 MILIONI, UN VALORE DEL 3% DEL MERCATO E DOVE SI SALVANO SOLO MENTANA E SANTORO, MA NON C’E’ FIDELIZZAZIONE

Manager come Paolo Grassi o industriali come Olivetti e Barilla non esistono più. Non credo al filantropo Urbano Cairo, così come non ho mai creduto che l’obiettivo dell’accoppiata Bernabè-Stella fosse, tramite la tv, di rendere la società  più democratica, libera dai caimani e dagli squali, nel rispetto della Costituzione. La7 per loro è stata solo business.
Bernabè, sollecitato dai soci, dopo l’ennesimo bilancio in rosso ha deciso la vendita dell’emittente.
L’immagine de La7, rivoluzionaria e alternativa, è solo effimera, costruita grazie alla presenza di conduttori (i macachi caduti dal banano Rai), che in questi anni di censure e di epurazioni si sono impegnati per la libertà  di espressione.
Gli unici che possono dormire tranquilli sono Mentana e Santoro.
La vera forza dell’emittente.
La presenza in tv di Dandini, Crozza, Formi-gli, Lerner, le sorelle Parodi, i fratelli Guzzanti, Gruber, Cucciari, non è riuscita, al di là  del successo o meno delle loro trasmissioni, a fidelizzare il pubblico verso l’emittente.
L’ascolto in prima serata è più che raddoppiato, ma nella media annuale non supera il 4,5% di share, mentre in quella giornaliera è sotto il 3%.
Bernabè ha preso La7 che valeva sul mercato il 2% con un passivo di circa 100 milioni di euro, oggi il passivo è di 250 milioni (con una previsione di altri 80 nei primi sei mesi del 2013), mentre il valore dell’emittente, nonostante l’investimento nelle star tv, supera di poco il 3%.
L’errore di Stella è stato quello di non creare sul territorio una struttura produttiva, cittadelle della tv in regioni strategiche come la Toscana e l’Emilia-Romagna, le cui istituzioni, pubbliche e non, sarebbero state disponibili a investire per portare lavoro e cultura.
Stella ha preferito avvalersi esclusivamente di produttori esterni, pagando i loro programmi cifre fuori mercato, subendo anche la loro influenza sulle scelte di palinsesto, non sempre condivisibili.
La vendita era inevitabile.
Come è stata obbligata la cessione a Cairo che de La7 gestisce la pubblicità  con un contratto capestro per la Telecom fino la 2019.
La “patata bollente” porta a Cairo un’azienda di 500 dipendenti.
Il rischio non è quello che La7 diventi la quarta rete del Cavaliere, ma in assenza di nuove regole sul conflitto d’interessi, l’antitrust, ecc., è che diventi una Real time generalista.
Cairo sa che se gli dovesse andar male dietro all’angolo c’è una super manager pronta a subentrare: Marinella Soldi in rappresentanza di Discovery Channel il cui proprietario, John Malone, è giù potente e ricco di Murdoch.

Loris Mazzetti

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INTERVISTA ALLA FORNERO: “MONTI HA RECITATO UN RUOLO NON SUO, CHI LO HA CONSIGLIATO HA FATTO ERRORI”

Marzo 7th, 2013 Riccardo Fucile

“PER LUI HO STIMA, HA SALVATO IL PAESE”…”GRILLO HA SAPUTO INTERCETTARE IL MALESSERE”

«Ci vuole un bel coraggio a prendersela col governo dei tecnici per quello che è accaduto nelle urne. Adesso molti, nei partiti, si pentono di averci appoggiato. Ma noi la nostra parte l’abbiamo fatta. Forse potevamo fare di più. Forse potevamo fare meglio. Ma, sostanzialmente, ci siamo: dovevamo salvare l’Italia dal baratro nel quale stava cadendo alla fine del 2011 e ci siamo riusciti. Loro non possono dire altrettanto: hanno lasciato a noi le riforme impopolari che non riuscivano a fare. A loro toccavano solo altre due cose prima del voto: la riforma elettorale e quella dei costi della politica. Zero, nulla: un’omissione pagata cara».
Di passaggio a New York dove ha preso parte ad alcune sessioni dell’Onu, dopo aver partecipato a un convegno sull’Europa organizzato a Boston dalla Kennedy School of Government di Harvard, il ministro del Lavoro e delle Pari opportunità  Elsa Fornero non ci sta a prendersi le accuse delle forze politiche che dicono di essersi sacrificate sull’altare del governo dei tecnici.
Una Fornero combattiva, ma anche perplessa per le scelte di Mario Monti e delusa dai suoi silenzi: «Non ci ha mai detto nulla della sua intenzione di impegnarsi in politica. Nè prima nè dopo».
E che, pur mantenendo il suo duro giudizio su Grillo, comprende e trova giustificato il suo Movimento. «Dopodomani, per la festa dell’8 marzo – racconta – mi è stato chiesto di parlare delle donne al Quirinale. Il mio messaggio sarà  semplice: forza ragazze, fatevi sentire in questo momento difficilissimo. L’Italia ha bisogno di voi. E lo dirò pensando anche alle donne, e sono tante, elette nelle liste del Movimento 5 Stelle».
La Fornero che apre a Beppe Grillo dopo tutto quello che vi siete detti per mesi?
«Ma no, a Grillo non ho nulla dire. Mi ha attaccato in continuazione anche sul piano personale, se l’è presa perfino coi miei figli. E io l’ho accusato di vigliaccheria politica. Si figuri che dialogo può esserci. Però gli riconosco di aver intercettato un malessere della gente che è reale, è giustificato. E che i partiti non hanno capito o hanno sottovalutato».
Beh, anche il capo del suo governo, Mario Monti, qualche illusione se l’era fatta. Cosa vi ha detto della sua scelta?
«Non ce ne ha mai parlato».
Silenzio prima di «salire» in politica o anche dopo?
«Silenzio assoluto. Mi aspettavo che se ne parlasse non dico in Consiglio dei ministri, ma almeno a latere. E invece niente, nè prima per dopo. Solo una volta, dopo che aveva deciso di guidare la lista, l’ho stuzzicato: “Scelta impegnativa”. “Sono frastornato”, fu la sua risposta».
Risentita nei suoi confronti?
«No, no. Ho un’enorme stima di Monti e farò tutto il possibile al suo fianco fino all’ultimo. Ma un po’ sorpresa sì. Mi ha sorpreso anche vederlo recitare un ruolo che non è il suo. Non so se i consiglieri politici fossero americani o italiani, ma non mi pare che abbiano fatto un buon lavoro. E alla fine anche l’immagine del governo dei tecnici un po’ ne ha risentito».
I partiti, soprattutto i democratici, si sentono vittime del sostegno dato a voi.
«Senta, l’Italia aveva bisogno di tre cose. Uscire dalla situazione finanziaria disperata in cui si era venuta a trovare alla fine del 2011, darsi una nuova legge elettorale e riformare la politica e le sue forme di finanziamento. Sul piano economico le cose da fare, e che erano sostanzialmente obbligate, visti gli impegni presi in Europa, ma che spaventavano i politici, le ha fatte il governo dei tecnici. Scelte dolorose ma inevitabili dopo anni di inerzia. A loro toccavano legge elettorale e finanziamento della politica».
I partiti vedono l’elezione di un esercito di parlamentari del M5S come una mezza catastrofe che trascina il Paese nell’ingovernabilità . Lei sembra meno negativa.
«Siamo finiti in una situazione molto difficile, non c’è dubbio. Io ho solo una speranza. Conosco molti di questi giovani del 5 Stelle: persone preparate, che ragionano correttamente. E che, al di là  di certi slogan, non sono estremisti: vogliono fare. Non sono ottimista, ma cerco di assumere un atteggiamento positivo: la costruzione del possibile, come ha provato a fare questo governo. Spero che imparino in fretta perchè il Paese resta vulnerabile, non ha molto tempo. Esprimono uno stato d’animo, una protesta, totalmente giustificati. Hanno dato una scossa. Ora devono rimboccarsi le maniche e dimostrarsi responsabili. Devono capire il senso della complessità  dei problemi. Prendere atto che le scorciatoie esistono solo negli slogan. Governare significa usare meccanismi di decisione collettiva articolati e complessi. Una strada lunga, fatta anche di tecnicismi tutt’altro che seducenti. Ma necessari per fare buone leggi e per applicarle. Per questo l’8 marzo alle donne scese in politica dirò “forza ragazze”».

Massimo Gaggi
(da “il Corriere della Sera“)

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INTERVISTA A UMBERTO ECO: “QUANDO LA SINISTRA SI DICE VINCENTE, GLI ITALIANI VOTANO A DESTRA”

Marzo 7th, 2013 Riccardo Fucile

“GRILLO HA SUCCESSO PERCHE’ NON VA IN TV, MA L’ARISTOCRAZIA DEL BLOG ORA NON BASTA”

Sono passati pochi anni, professor Umberto Eco, da quando ha detto che a volte avanziamo, ma «a passo di gambero». Parlava di «populismo mediatico» e di paradossi della civiltà  tecnologica. Con il successo elettorale del Movimento 5 Stelle il gambero è ulteriormente arretrato?
«No, non è arretrato perchè siamo di fronte a un cambiamento epocale. Arretrerebbe se Grillo insistesse a suggerire “faremo di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i nostri manipoli”, perchè lo aveva già  detto Mussolini. Ma se ho delle esitazioni nei confronti di Grillo (che evidentemente si trova in un momento di stallo perchè sta passando dalla protesta, in cui eccelle, alla gestione in positivo della sua rappresentanza parlamentare) ho invece una certa speranza nei confronti dei grillini anche se, non per colpa mia, non so ancora chi siano e cosa esattamente pensino sul come gestire la cosa pubblica. Se non altro non hanno ancora rubato».
Che cosa pensa della strategia che consente a Grillo di essere sempre in tv senza mai andarci?
«Io una volta avevo detto “la chiave del successo è non apparire mai in televisione”. Io non sono presente nè su Facebook nè su Twitter eppure vedo che qualsiasi cosa scriva viene ripreso su vari siti, e non posso fare un intervento nel più remoto seminario universitario che subito vado su YouTube. Dunque complimenti a Grillo che ha capito questo principio fondamentale: la comunicazione non è più diretta ma va come una palla di biliardo, ovvero si parla a nuora perchè suocera intenda (o viceversa)».
L’insufficiente vittoria di Bersani è dovuta soprattutto a errori di comunicazione?
«Credo di sì e proprio nella Bustina di Minervaper il prossimo numero dell’Espresso dirò in sintesi che, quando Occhetto aveva annunciato di aver messo in piedi una gioiosa macchina da guerra, è iniziata l’epoca berlusconiana. E nel corso della scorsa campagna elettorale Bersani asseriva che avrebbe vinto e governato. Tutti abbiamo pensato che Bersani conducesse una campagna da gran signore, senza svaccare come i suoi avversari (ed era vero), ma non abbiamo tenuto conto che ogni volta che la sinistra si presenta come sicuramente vincente, perde. In un talk show Paolo Mieli aveva detto che da almeno sessant’anni in Italia il cinquanta per cento dei votanti non vuole un governo di sinistra o di centrosinistra. Non chiediamoci ora perchè, è un fatto che per evitare un governo di sinistra (anche se l’aumento delle tasse è stato finora fatto solo da governi di centrodestra) una consistente porzione di elettori si è rivolta per cinquant’anni alla DC e per venti al berlusconismo. Forse la proposta alternativa poteva essere Monti ma (e anche questo è un fatto) non ha funzionato. Dunque la destra vince quando la sinistra convince l’elettorato moderato che sarà  essa a salire al potere. Ne concludo che una dose di vittimismo è indispensabile per non galvanizzare gli avversari. Ovvero, per vincere devi seguire il principio (attuato da Berlusconi) del “chiagne e fotti”. Senza arrivare a tanto il PD poteva seguire il principio del “keep a low profile”, tieni sempre un “profilo basso”».
Tutti i partiti già  esistenti hanno perso terreno.
«Credo che i partiti siano restii ad accettare il cambiamento epocale, e quindi danno ragione a Grillo quando usa l’appello (certamente populistico) del tutti a casa. Naturalmente non si ha democrazia dicendo che tutti i politici sono dei mascalzoni, ma che molti abbiano votato secondo questa persuasione, ecco un altro fatto, e coi fatti non si discute. Anche gli tsunami e le alluvioni sono un fatto, mentre chi fa le processioni per far piovere di solito rischia la siccità ».
Sembra che Internet ormai possa giocare un ruolo preminente nella vita politica italiana, ma l’Italia è ancora molto arretrata nell’alfabetizzazione informatica e telematica.
«Questo è un problema capitale. Mi sono ricordato di alcune pagine del Contratto Sociale di Rousseau, che avevo studiato quando avevo dato con Norberto Bobbio l’esame di filosofia del diritto. Ora Rousseau distingue, in parole povere, tra il Sovrano (che non è il re bensì rappresenta la volontà  generale), il popolo che lo incarna e il governo che mette in opera le leggi volute dal popolo. Ma sa benissimo che, se l’ideale della democrazia è l’agorà  greca, dove tutto il popolo, e cioè la totalità  degli individui, partecipa alla cosa pubblica senza mediazione, e vi debbono essere “più cittadini magistrati che cittadini semplici privati”, il principio vale per gli stati piccoli ma non può valere per gli stati troppo grandi “perchè non è pensabile che il popolo rimanga in perpetua assemblea per disimpegnare i pubblici affari”. Rousseau è molto scettico circa le assemblee rappresentative (e dunque i parlamenti) e pertanto ritiene che “più ingrandisce lo Stato e più il governo dovrebbe restringersi in modo che il numero dei governanti diminuisca con l’aumento della popolazione”. Sono idee sue, che non discuteremo».
Rousseau confuta Grillo o Grillo confuta Rousseau?
«Il grillismo parlamentare è una contraddizione, di qui gli imbarazzi di Grillo, perchè la sua idea era quella di un grillismo informatico. Cioè, se è impossibile riunire a legiferare i cittadini su una piazza, si crea la piazza informatica e mediante Internet in cui tutti parlano con tutti si ricrea l’agorà  ateniese, per cui il Sovrano è “on line”. Ma l’idea non tiene conto del fatto che gli utenti del Web non sono tutti i cittadini (e per lungo tempo non lo saranno) per cui le decisioni non vengono prese dal popolo sovrano ma da un’aristocrazia di blogghisti. Pertanto non avremo mai il popolo in perpetua assemblea. Questo è l’impasse del grillismo che deve scegliere tra democrazia parlamentare (che esiste, e che lui ha accettato partecipando alle elezioni) e agorà , che non esiste più o non ancora. Una democrazia informatica è parsa esistere nella cosiddetta primavera araba, e ora vediamo chi poi ne ha approfittato ».
Una rilevante quantità  di intervistati ha mentito, come sempre: ma questa volta hanno favorito in segreto un movimento che predica la trasparenza. Sono i paradossi della «sondocrazia» ?
«C’è la barzelletta di quel bambino a cui chiedevano sempre se era un bambino e lui rispondeva una bambina, piombando nello sconforto i suoi genitori, che evidentemente erano all’antica. Poi quando da adolescente ha cominciato ad andare a ragazze i genitori gli hanno chiesto perchè allora diceva di essere una bambina. E lui ha risposto: “quando mi fanno domande stupide do sempre risposte stupide”. Ecco, se qualcuno viene a chiedermi per telefono per chi voterò (o anche che cosa penso del tal prodotto) mi sento autorizzato a raccontargli una qualsiasi panzana».
Anche in politica, come in letteratura e nella comunicazione massmediale, sembra che il pathos oramai predomini sul logos. È altrimenti difficile spiegare certi flussi che hanno portato per esempio sostenitori di Renzi a votare per Grillo. È l’entertainment, o il “politainment”, che batte la politica? La politica è diventata anch’essa soggetta alla legge consumistica per cui tutto ciò che è nuovo è più attraente?
«In tempi in cui il vecchio non suscita più passioni anche il nuovo può diventare attraente. Ma il problema è che Nixon è stato battuto da Kennedy perchè si è mostrato in TV con la barba malfatta. Nixon doveva ispirare sfiducia per ben altre ragioni, ma ha perso a causa del suo barbiere. Il Sovrano di Rousseau non sempre ragiona con la testa ma (a essere indulgenti) col cuore, e il cuore può fare brutti scherzi, come prova il numero di divorziati e il prurito del settimo anno».
I “tecnici” in politica non hanno avuto più successo degli intellettuali èngagès di una volta. È una sconfitta della cultura e della competenza, proprio in tempi che si vorrebbero meritocratici?
«Ma se hanno ammazzato Socrate, perchè fa domande del genere? E, francamente, perchè e per chi facciamo questa intervista? Ma in fondo siamo ancora gramsciani, pessimismo della ragione e ottimismo della volontà ».

Raffaella Menichini
(da “la Repubblica“)

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PENATI, PROCESSO VERSO LA PRESCRIZIONE

Marzo 7th, 2013 Riccardo Fucile

E L’EX PRESIDENTE PD DELLA PROVINCIA DI MILANO FA RETROMARCIA SULLA RINUNCIA

«La decisione del gup di due giorni fa non mi riguarda, non voglio commentare. Io ho chiesto il rito immediato. Aspetto di essere processato. Non so se le mie posizioni andranno in prescrizione, deciderà  il giudice».
Mentre i filoni più importanti dell’inchiesta dei pm di Monza Franca Macchia e Walter Mapelli sono stati travolti dalla legge “anticorruzione” che ha accorciato i termini di prescrizione, ieri Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, ha preferito non svelare se si avvarrà  o meno della prescrizione.
Eppure, soltanto una decina di giorni prima dell’approvazione del disegno di legge del ministro della Giustizia Paola Severino, l’ex politico Pd aveva assicurato che di quella via d’uscita non si sarebbe mai avvalso.
«Rinuncerò alla prescrizione se il ddl anticorruzione avrà  effetto su qualche reato. Ho già  più volte detto che chiederò il rito immediato perchè, dopo 28 mesi di indagini, voglio il processo». Poi ancora, dopo che quel testo divenne legge, a fine ottobre, disse di nuovo all’Ansa il suo proposito: «Ribadisco di volere il processo».
Quattro mesi dopo l’introduzione della “concussione per induzione” – che riduce le pene (da 12 anni a 8) e i termini di prescrizione (da 15 a 10) della vecchia concussione – la riforma ha salvato tutti gli uomini delle cooperative rosse: il vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruttori Omer Degli Esposti, e i due consulenti Gianpaolo Salami e Francesco Aniello, beneficiari di consulenze per «prestazioni inesistenti» pari a 2,4 milioni di euro. Degli stessi (e di altri) capi d’imputazione dovrà  rispondere anche Penati. Tra due mesi, il 13 maggio, l’ex politico Pd, assistito dai legali Matteo Calori e Nerio Diodà , affronterà  la prima udienza del giudizio immediato, insieme a un altro indagato che ha optato per lo stesso rito, l’ex segretario generale della provincia di Milano Antonino Princiotta, difeso dall’avvocato Luca Giuliante.
Quel giorno Penati si troverà  di fronte al bivio.
E potrebbe annunciare se avvalersi o meno della prescrizione per i tre casi di concussione: le tangenti per l’area Falck, per la Marelli, e per le consulenze alle coop rosse.
Per il politico restano comunque in piedi i capi d’imputazione minori: le presunte corruzioni del Sitam (il sistema di trasporti pubblici locali), la terza corsia della A7, i 368mila euro di presunti finanziamenti illeciti alla fondazione “Fare Metropoli”.
Intanto i pm Macchia e Mapelli non si fermano e in questi giorni hanno depositato nuovi recenti atti d’indagine in vista del dibattimento.
Tra questi, un interrogatorio dell’8 febbraio 2013 dell’imprenditore Piero Di Caterina, il grande accusatore del “Sistema Sesto”.
«Ribadisco che tutti i pagamenti a Penati sono avvenuti a Sesto San Giovanni», ha dichiarato Di Caterina, che poi ricostruisce le fasi della «finta compravendita » con Bruno Binasco, manager dei Gavio.
Un contratto che, secondo l’accusa, serviva solo a far incassare due milioni di caparra a Di Caterina, come parziale restituzione dei soldi che l’imprenditore aveva negli anni “prestato” all’ex politico Pd. «A fronte delle mie richieste di restituzioni del denaro versato – dice ai pm Di Caterina – dopo aver scartato alcune proposte di Penati (la concessione di linee di credito da Intesa o Bpm, o di lavori da parte di Gavio, da me ritenute inidonee perchè non conformi agli accordi “prestiti contro restituzioni”), trovammo un punto d’incontro nella cessione di un mio immobile».
Entrano nell’inchiesta, con un verbale del 10 dicembre 2012, anche le dichiarazioni dell’architetto Giorgio Goggi, ex assessore della giunta di Gabriele Albertini.
Il professionista racconta ai pm le fasi precedenti alla vendita alla Provincia di Penati del 15% della Serravalle.
Operazione che fece incassare nel 2005 ai Gavio una plusvalenza di 179 milioni.
«Albertini mi disse che aveva saputo dell’intenzione di Penati di acquistare le azioni di Gavio. Incontrai Gavio e gli chiesi se era disponibile ancora ad acquistare le nostre. Lui mi disse che l’offerta non era più valida perchè lui si era già  impegnato con Fassino e D’Alema. Compresi che la vendita a Penati rientrava in una dimensione più grande, a livello nazionale».

(da “La Repubblica”)

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IL CENTRO PRECIPITA NEL PROPRIO VUOTO, MA IL SILENZIO DEL LUTTO NON PUO’ ESSERE L’UNICA RISPOSTA

Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile

GLI SCONFITTI NON POSSONO DIVENTARE AFONI, SVANIRE NEL NULLA E CONDANNARSI AL’IRRILEVANZA… IN POLITICA SI PUO’ PERDERE, MA NON SPARIRE DOPO AVER PERDUTO

Dopo la sconfitta elettorale, il centro moderato, quello che voleva e doveva diventare il terzo polo riequilibratore della politica italiana, è scomparso. Silente. Stordito. Incapace di indicare un sia pur minimo segnale di riscossa a beneficio almeno di quel 10 per cento di italiani che lo aveva scelto.
L’ago della bilancia si è spezzato.
Il terzo polo è emerso fragorosamente, ma sventola come icona quella di Beppe Grillo: altro che riequilibrio.
I postumi di una sconfitta sono dolorosi.
Ma il senso di lutto, se si è responsabili verso quella parte anche se minoritaria di elettorato che ha optato per i perdenti, non può essere l’unica risposta.
Se le idee «riformiste» erano buone, è giusto non dismetterle anche nel caos post-elettorale che rischia di precipitare l’Italia nell’ingovernabilità .
Si cerca una via d’uscita al marasma scaturito dalle urne.
L’attenzione pubblica è concentrata sull’oggetto misterioso che il movimento di Grillo ha portato in Parlamento.
Ma il Pd e il Pdl sembrano inghiottiti dagli identici schemi del passato.
Il bipolarismo che l’area capeggiata da Mario Monti bollava come primitivo e in balia delle rispettive spinte estremiste o massimaliste, è stato travolto da un pareggio che non prevede soluzioni di governo che non passino attraverso il bagno in una qualche trasversalità .
Le forze che si sono combattute in campagna elettorale devono trovare una qualche intesa se non si vuole il ritorno il più celere possibile alle urne.
Manca però la voce di quel «centro» che fino a pochi giorni fa sembrava il pilastro essenziale della governabilità  futura.
Il Fli di Fini è stato annichilito, l’Udc di Casini è ridotto al minimo, la «Scelta civica» di Monti vive un risultato deludente, asfittico, di gran lunga inferiore anche alle meno rosee previsioni.
Ma gli sconfitti non possono diventare improvvisamente afoni.
Se ritenevano la loro «agenda» essenziale per salvare l’Italia dal baratro della crisi, a maggior ragione oggi, anche se i numeri parlamentari non consentono di svolgere un ruolo determinante, quella certezza non può essere abbandonata, annientata dal dibattito politico.
Le forze che si sono coalizzate per un progetto evidentemente non gradito all’elettorato devono seriamente ragionare sui motivi di una sconfitta tanto cocente, ma non possono consentirsi di svanire nel nulla, di condannarsi all’irrilevanza, di mettere il silenziatore su tutte le proposte sostenute con tanta veemenza in campagna elettorale.
Se la linea di Pietro Ichino sul mercato del lavoro era considerata indispensabile alla vigilia delle elezioni, non può essere sradicata dall’ordine delle cose possibili dopo una disfatta elettorale.
Se una parte della «società  civile» ha ritenuto utile e urgente «salire» in politica, non è possibile che la salita venga seguita da una repentina e amara ridiscesa, a seguito di un verdetto elettorale molto negativo.
Se continuerà  la linea depressiva del silenzio e dello sbigottimento post-traumatico, si regaleranno argomenti a chi considerava la coalizione centrista un mero espediente elettorale.
In politica si può perdere, ma non si può sparire dopo aver perduto.
Non ci si scioglie, non si lascia senza guida un 10 per cento di elettori, senza una prospettiva, senza l’idea di qualcosa per cui valga la pena combattere anche se le cose vanno in senso contrario.
Qualcosa che vada oltre gli incontri istituzionali di routine.
E che abbia l’ambizione di restare nel tempo.

Pierluigi Battista
(da “il Corriere della Sera”)

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LE LETTERE DI SCHULMERS SULLE “INGERENZE INDEBITE” DEL QUIRINALE

Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile

LE PRESSIONI SUL PROCURATORE CHE INDAGAVA SULLE SPESE PAZZE DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI BOLZANO

Robert Schà¼lmers, procuratore regionale della Corte dei Conti del Trentino Alto Adige scrive a Tommaso Miele, presidente dell’Anm dei magistrati contabili e alla mailing list dell’Associazione.

Caro Presidente (…) meno di un anno fa, ossia a fine giugno 2012, il Presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino, mi ha chiesto — nelle mie funzioni di Procuratore regionale — di stare più tranquillo nei confronti dei vertici politico-istituzionali della Provincia autonoma di Bolzano, altrimenti “questi ti/ci distruggono” (labiale non comprensibile).
Stando infatti ai nostri vertici istituzionali, il Presidente provinciale (…) in attesa di giudizio in due altri processi pendenti (di cui uno, in materia di rimborso Irap, assai complesso e delicato) e al tempo sottoposto ad altre due indagini, si era lamentato del Procuratore regionale, agli inizi di giugno 2012, nientemeno che presso il Quirinale, in occasione di una visita ufficiale, e Napolitano, da lui invitato per settembre 2012 a Bolzano per ricevere una solenne onorificenza, aveva subito dato mandato ai suoi ormai famosi “consiglieri” di intervenire presso la Corte dei conti, muniti di apposito dossier sul sottoscritto (cause vinte e soprattutto cause perse, come se queste fossero indice di inettitudine del Procuratore) per vedere se si poteva fare qualcosa per ricondurre a ragione questo indisciplinato magistrato. (…)
Di qui i primi e unici contatti, a Bolzano, con il Presidente Giampaolino (…) e anche il primo abboccamento — un paio di settimane prima — richiesto dal neo Procuratore generale, Salvatore Nottola. (…) Arriviamo poi a fine gennaio di quest’anno, dove, accompagnato da motivazioni quantomeno discutibili (…), arriva improvvisamente, surreale ed irricevibile, un non richiesto “consiglio” di archiviare — “con pronta sollecitudine” e con motivazione che sembri “autonoma” — un procedimento nei confronti del Presidente provinciale in una vicenda di estrema gravità , costituente, senza dubbio, il caso più delicato sinora trattato da questa Procura. (…)

“Diffuse falsità ”
Giovedì 28 febbraio 2013
Salvatore Nottola, procuratore generale presso la Corte dei Conti, scrive a Tommaso Miele dell’Anm.

Caro Presidente, con riferimento alla lettera divulgata dal Procuratore Regionale Robert Schà¼lmers (…) in data 26 febbraio 2013 (…) le affermazioni contenute nella lettera, di oggettiva gravità , per quel che riguarda la mia persona non rispondono neppure in minima parte alla verità  dei fatti. Rivendico di aver sempre esercitato funzioni e prerogative, anche in sede di coordinamento previsto dalla legge, nel massimo rispetto dell’autonomia dei singoli magistrati (…)

“Le mie verità ”
1 marzo 2013
Robert Schà¼lmers scrive a Salvatore Nottola, procuratore generale presso la Corte dei Conti e a Tommaso Miele (Anm) attraverso la mailing list dell’Anm.

Caro Procuratore generale, prendo atto che dopo più di un mese di silenzio torni finalmente sull’argomento. Lo fai rivolgendoti al Presidente dell’Associazione, forse perchè costretto dall’evolversi degli eventi. (…)
In data 5 giugno 2012 il Presidente provinciale Luis Durnwalder si reca in visita ufficiale al Quirinale e, tra una chiacchiera e l’altra, chiede un intervento del Capo dello Stato, come già  scritto in precedenza.
Dopo neppure un paio di giorni arriva una tua telefonata in cui (…) mi metti al corrente che la settimana entrante (…) ti attende un appuntamento con un personaggio importante che ti deve raccontare delle cose su di me e non vuoi essere impreparato. Mi chiedi di predisporre una relazione sulla situazione.
Ma di spedirtela non all’indirizzo della Corte, ma al tuo indirizzo di posta elettronica privata. Non vuoi che resti nulla sul server della Corte.
Lavoro tutta la notte e il giorno dopo ti mando, al tuo indirizzo di posta elettronica privata, una lunga relazione (…)
Inizia così: “Quando settimana scorsa il Presidente provinciale Alois Durnwalder si è recato in visita ufficiale al Quirinale ho sperato (…). Qualche giorno dopo mi chiedi di raggiungerti presso una località  termale trentina (…) Passeggiamo lungo un bellissimo parco, scegli una panchina isolata, e giù a raccontarmi del personaggio quirinalizio, che non mi nomini, ma che ti avrebbe raccontato cose su di me, pregandoti di “non prendere appunti” perchè il Quirinale non voleva essere formalmente coinvolto nella vicenda.
Mi dici che mi riferisci solo il 10% di quello che ti è stato detto. Ma a me basta.
Mi riferisci di come si sia cercato di delegittimarmi, parlandoti di miei presunti insuccessi processuali.(…)
Mi dici che comunque stai dalla mia parte, che le pressioni le conosci, per averle subite in passato, e mi chiedi di predisporti quanto prima uno specchietto delle sentenze della sezione giurisdizionale di Bolzano degli ultimi anni. Ti serve perchè comunque vuoi rispondere al Presidente della Repubblica”.
Con mail di mercoledì 27 giugno 2012, (…) ti mando finalmente, sempre all’indirizzo privato, lo specchietto delle sentenze dal 2009. (…) Ti servirà  per la tua relazione al Quirinale. (…) Napolitano si dirà  soddisfatto. Meno male. Nel frattempo capita un imprevisto. Il 29 giugno 2012 il Presidente Giampaolino è a Bolzano in occasione del giudizio di parifica. (…) Il Presidente desidera parlare con me dopo la cerimonia. Attendo pazientemente e durante il buffet, con un calice in mano e qualcosa nell’altra, mi dice quello che mi deve dire. (…) A fine gennaio, (…) mi “consigli” caldamente di archiviare la vertenza di cui sappiamo. Per te è normale lavoro di coordinamento, per me, invece, è pura e semplice ingerenza. (…) Invero, di punto in bianco, venerdì 25 gennaio 2013 (…) mi arriva una mail che per noi in Procura è a dir poco un fulmine a ciel sereno. (…)
Mi dici che, a distanza di più di un mese, ti saresti improvvisamente accorto che il decreto di sequestro impugnato dalla Provincia di Bolzano dinanzi alla Corte costituzionale sarebbe illegittimo, perchè frutto di una “deduzione logica” (…)
Mi inviti perentoriamente a “studiare un sistema per uscirne” (studiare un sistema per uscirne? Ma da dove?).
Mi scrivi che dovrei “revocare il decreto di sequestro ed archiviare la vertenza. Bisognerebbe però trovare una motivazione non basata sulla presentazione del ricorso ma che avesse il senso di un’autonoma decisione.”.(…)
Tra l’altro, nel frattempo, la Procura contabile si era già  costituita in giudizio presso la Corte costituzionale e la Presidenza del Consiglio dei ministri aveva fatto la stessa cosa, sostenendo la piena legittimità  dell’operato della Procura contabile di Bolzano (…) Per me la Provincia ha fatto un errore e la Consulta dichiarerà  il ricorso inamissibile o infondato. (…)
A mio avviso si tratta semplicemente di ingerenze indebite (…) Come ritengo altresì che quella che è stata posta in essere da parte del Quirinale, piaccia o non piaccia, sia un’altra interferenza indebita. Ma questo è il mio punto di vista (…)

(da “il Fatto Quotidiano“)

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MONTI E L’IPOTESI RITORNO ALLE URNE

Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile

IL PROFESSORE E’ CONVINTO CHE BERSANI FALLIRA’… LO SCENARIO DI UN PATTO CON RENZI, MA NON ORA

Mario Monti ritiene che il tentativo di Bersani di formare un governo sia destinato a fallire e che le ipotesi di tornare a votare siano al momento molto alte.
È un convincimento rafforzatosi nelle ore successive al colloquio di due giorni fa avuto con il capo dello Stato e di cui ieri il Professore ha discusso con Matteo Renzi, in vista a Palazzo Chigi.
Due ore di incontro con il sindaco di Firenze, a tu per tu, con la moglie Elsa che entrava di tanto in tanto nello studio, hanno avuto ieri come giustificazione formale un visita di carattere istituzionale: «Non ci poteva essere scusa migliore per provocare Bersani», dicono nello staff di Scelta civica, ironizzando su quella che chiamano divertiti la «scusa» di Renzi.
Oggi Monti terrà  una conferenza stampa e finalmente dirà  cosa pensa del momento politico. Con i suoi ha giudicato «un atto di egoismo», innanzitutto verso il Paese, l’arroccamento di Bersani sull’ipotesi di un governo con Grillo.
La ritiene un’opzione destinata al fallimento e si prepara a rimarcarlo in sede di elezione del presidente del Repubblica, scelta su cui è certo di poter giocare un ruolo non indifferente.
Forse sono solo suggestioni, scenari corroborati da auspici di parte, ma quello che apertamente i collaboratori del Professore immaginano in questo momento è un’alleanza politica fra Renzi e il Professore, dopo il fallimento del tentativo di Bersani di formare un governo e lo scioglimento anticipato della legislatura.
Dunque l’intesa non sarebbe per domani, ma in prospettiva magari di un ritorno alle urne.
Ovviamente si può solo chiamare scommessa politica, non è affatto detto che il presidente della Repubblica la pensi allo stesso modo, ma la prospettiva di votare di nuovo prima dell’estate è giudicata a Palazzo Chigi molto verosimile: e con un Pd in cui Renzi vincesse la sua partita per la leadership allora si schiuderebbe un altro scenario, che in qualche modo depotenzierebbe anche il Cavaliere.
Insomma sembra che per Monti tutte le ipotesi sin qui fatte confliggano con i numeri parlamentari, con le esigenze di governabilità  del Paese, che ha un bisogno di stabilità  ancora drammaticamente alta rispetto ad altri Paesi europei.
Anche se lo stesso premier uscente riconosce che tutte le opzioni restano formalmente ancora aperte.
Ma tornare a votare dovrebbe consentire di ritrovare un livello più accettabile di stabilità  politica, per dare al Paese un governo più forte di quelli che in queste ore si stanno immaginando in ogni sede istituzionale.
Sono argomenti che domani potranno essere affrontati da Monti direttamente con Bersani: l’incontro per preparare una convergenza istituzionale ampia sul prossimo Consiglio europeo è destinato a coinvolgere anche questi temi. E lo stesso avverrà  il giorno dopo con Berlusconi.
Ieri sera erano ancora in corso contatti fra Grillo e Palazzo Chigi per verificare le intenzioni del leader del Movimento 5 Stelle: anche lui è stato invitato ad incontrare il presidente del Consiglio prima del vertice Ue, ma non ha ancora dato una risposta.
«La posta in gioco è alta, quali nuovi governi?». Pausa. Sorriso.
«Parlo per quella parte del mondo (arabo, ndr). E quali nuovi equilibri tra Islam e democrazia?».
Con queste parole, scherzando, ieri Monti è parso per un attimo sfiorare in pubblico lo scenario politico attuale, durante un convegno alla comunità  di Sant’Egidio.
Per un attimo, appunto, poi ha proseguito parlando di Paesi islamici e di primavere politiche di quelle regioni.

Marco Galluzzo
(da “il Corriere della Sera”)

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RENZI: “UN ERRORE INSEGUIRE GRILLO, DOBBIAMO SFIDARLO SULL’INNOVAZIONE”

Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile

“CORRO ALLE PRIMARIE, NIENTE SCORCIATOIE”… VENDOLA E IL “PIANO B”, SPUNTA SACCOMANNI

«La mia strada è dentro il partito, non sono interessato a scorciatoie e non ho intenzione di mollare Pierluigi». Matteo Renzi si presenterà  stamattina alla direzione del Pd.
È il D-day delle decisioni importanti, dopo la vittoria che sa di sconfitta, giorno dell’atteso discorso del segretario Bersani a caccia di una via d’uscita dall’impasse. Il sindaco di Firenze è arrivato già  ieri a Roma, in treno, ha raggiunto in taxi Palazzo Chigi per incontrare il premier Mario Monti, discutere del bilancio dei comuni ma inevitabilmente anche degli scenari.
Oggi ascolterà  il leader come gli altri dirigenti, il suo intervento è altrettanto atteso, in un partito confuso e che per certi versi guarda già  avanti.
«Noi non dobbiamo inseguire Grillo, dobbiamo sfidarlo sul suo terreno, quello dell’innovazione – è la convinzione maturata in queste ore da Renzi – In tutta la campagna elettorale ci siamo fatti dettare l’agenda da Berlusconi. Ora, con la campagna finita, non possiamo farcela imporre da Grillo».
Bisogna uscire dall’angolo e per farlo l’ex “rottamatore” proporrà  oggi una ricetta di riforme pesanti in quattro step.
«Primo, abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Secondo, cancellare i vitalizi ai parlamentari. Terzo, trasformare il Senato in Camera delle autonomie, i cui componenti verrebbero designati e dunque retribuiti dagli stessi enti locali, comuni e regioni. Quarto, l’abolizione delle Province».
Sul piano interno, Renzi in questa fase resta al fianco del segretario, a dispetto di tutte le congetture.
«Non ho alcuna intenzione di mollare Bersani – ha confidato agli interlocutori romani della vigilia – Lo potrei lasciare solo un minuto dopo che lo abbiano fatto Migliavacca ed Errani».
I suoi fedelissimi di sempre, come dire: mai.
E rincara: «Vergognoso chi vuole fare la pelle al leader in questo momento. Per quanto mi riguarda, io non sono interessato a scorciatoie. La mia strada è dentro il partito e attraverso nuove primarie, semmai, sarei pronto a ripropormi».
Nuove «primarie vere», le uniche attraverso le quali può immaginare un approdo a Palazzo Chigi. Nessuna cooptazione.
Voto in autunno? E allora primarie a giugno-luglio.
Voto tra un anno? Primarie e congresso a ottobre-novembre.
È il calendario virtuale di un sindaco che esclude invece qualsiasi intesa col Pdl di Berlusconi, come pure le offerte di Corrado Passera: «Non esiste che io vada con l’ex ministro, tanto meno mi faccio schiacciare a destra, io sto dentro il Pd e ci resto».
La scalata, se ci sarà , dovrà  essere tutta interna. «Se invece perdo, lascio tutto, a quel punto lascio anche Firenze».
Poi, la sera, intervenendo a Ballarò, Renzi ha ammesso: «Se avessimo rottamato di più, il Pd sarebbe andato meglio» alle elezioni.
Fuori dal Pd adesso anche Nichi Vendola, pontiere virtuale coi grillini, non dà  più per scontato un esecutivo a guida Bersani, pur premettendo che al segretario spetti la «prima mossa».
Parla alla direzione di Sel e ipotizza un “piano B”, un «governo di cambiamento, di antitecnici, con incarichi a personalità  che tutelino il bene comune e le esigenze del paese».
Magari, più facile dopo l’elezione del capo dello Stato. Intanto, un primo incarico esplorativo a Bersani resta l’ipotesi più probabile.
È sul dopo che si moltiplicano già  ipotesi e scenari.
Accanto al nome dell’attuale ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, sullo scacchiere prende già  quota la pedina del direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni: l’uomo forte di via Nazionale che due anni fa è stato frenato nella corsa alla poltrona di governatore solo dal braccio di ferro tutto interno al governo Berlusconi.
Per un esecutivo di corto respiro, sei mesi o un anno, nessuno si sente di spendere la carta dell’attuale governatore Ignazio Visco.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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