Destra di Popolo.net

VIOLA E LE 150.000 FIRME: “INFILTRATA IO? MA SE VOGLIO FARE LA GELATAIA”

Marzo 3rd, 2013 Riccardo Fucile

A FAVORE DELL’ASSE DEI GRILLINI CON IL PD, E’ STATA ACCUSATA DA GRILLO DI ESSERE UNA QUINTACOLONNA DEI PIRATI

«E non lo so cos’è successo, io sono solo una gelataia».
Viola Tesi è una ragazza di 24 anni, molto posata e con un sorriso timido, ma è già  una star per tg e talk show.
È successo che la sua petizione su change.org, lanciata solo tre giorni fa, ha raggiunto vette difficilmente raggiunte.
Ieri sera le firme erano 150 mila.
Il titolo dell’appello dice tutto: «Caro @beppe_grillo, dai la fiducia al Governo per cambiare l’Italia».
Iniziativa dal basso, di quelle che dovrebbero piacere ai sostenitori della rete e che invece ha scatenato un putiferio di accuse: «M’hanno dato della venduta, dell’infiltrata del Pd, della marionetta. Ma è assurdo».
Macchina del fango, le fanno dire i giornalisti.
E lei conferma, con parole meno mediatiche: «Sono i metodi che usa Grillo. Per questo non sono mai entrata nel Movimento, mi avrebbero espulso dopo un mese. Io dico sempre quello che penso, mi chiamano Martellina e Pigna, per dire della testa dura»
L’accusa principale è quella di essere un’infiltrata del movimento dei Pirati: «Non c’è niente di segreto, è un’esperienza che ho fatto a settembre. Mi è piaciuta molto la piattaforma di condivisione, liquid feedback. Un software che consente di confrontarsi davvero in modo orizzontale, per una democrazia liquida».
Beh, ma è quello che dicono di fare nei meet-up i grillini: «No, perchè non hanno questa piattaforma. E poi è evidente che sono Grillo e pochi altri a dettare la linea, non mi sembra che sia così orizzontale»
Ti accusano di voler il male del Movimento 5 Stelle: «Ma no, io l’ho votato e ci credo ancora. Mi piaceva l’idea di gente fresca, giovani e donne, che occupavano il Parlamento. Ma una volta dentro bisogna governare. Mi sembra che invece si sia sempre in campagna elettorale».
C’è chi dice che i firmatari del tuo appello siano tutti democratici: «Non credo. Io l’appello l’ho fatto a nome mio e di nessun altro, ma tra i firmatari credo che siano in molti del movimento»
Gelataia, ma piuttosto a suo agio con i media: «Lo so, mi dicono che lo faccio per apparire. Ma se volevo apparire facevo l’attrice. Se vado in tv è perchè credo in questa petizione. Credo che Grillo ora debba rispondere non più soltanto ai suoi militanti, ma a un gruppo più ampio: agli elettori. Che non sono tutti fanatici e non tutti lo considerano un guru: è gente che crede nella forza del Movimento, ma deve essere usata per cambiare e dialogare, non per i monologhi e gli insulti. Sennò torna indietro»
A sentirla parlare, così saggia e ponderata, uno pensa a un futuro in politica: «Ma no, ho studiato Scienze Politiche, però ho lasciato prima. Mio padre vorrebbe che me la dessero ora la laurea, honoris causa».
Meglio studiare. «Io sento la responsabilità  per tutti quelli che hanno firmato, ma sono solo una messaggera.
Un Mercurio che porta i messaggi dagli uomini agli dei che ci governano. Detto questo, lo ripeto: voglio fare la gelataia da grande. È così strano?».

Alessandro Trocino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA DE GREGORIO: “IL CAVALIERE MI PAGO’, HO DECISO DI PARLARE PERCHE’ VOGLIO RINASCERE”

Marzo 3rd, 2013 Riccardo Fucile

UN MILIONE DA BERLUSCONI E DUE DA LAVITOLA

Scusi senatore De Gregorio, ma lei i soldi da Berlusconi li ha presi o no?  

«Certo che li ho presi. Così come ho chiarito con i magistrati».
Senatore, allora lei ha deciso di collaborare con i pm napoletani quando ha scoperto che non sarebbe stato più candidato, cioè eletto?
«Un’altra sciocchezza. Ai pm di Napoli ho consegnato una copia della raccomandata spedita il 19 settembre scorso a Berlusconi, Verdini, La Russa, Biondi e Alfano nella quale annunciavo che non era mio interesse ricandidarmi, che avrei fatto un passo indietro utile per il rinnovamento. Chiesi loro di dare spazio nelle liste a due giovani di Italiani nel Mondo, così come sancito da accordi sottoscritti da Berlusconi e Verdini nel 2009. Ancora il 19 dicembre Verdini mi ha proposto la candidatura che io ho rifiutato chiedendo in cambio un posto blindato in lista per un giovane dirigente di Italiani nel Mondo».
De Gregorio, un passo indietro maturato perchè voleva essere libero di potersi difendere nelle inchieste accusando il presidente Berlusconi?  
«Vuole sapere quando ho maturato la decisione di chiarire, raccontare, assumermi le mie responsabilità  anche penali? Quando ho sognato mio padre che mi ha spronato a liberarmi dai miei fardelli, a diventare uomo libero per poter ricominciare».
Non perchè rischiava l’incriminazione per riciclaggio con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione camorrista?  
«È un’altra balla. Sono già  a processo per riciclaggio semplice, senza aggravante e dimostrerò che ero una vittima di usura. In realtà  ho maturato la scelta di collaborare nel momento in cui ho avvertito la consapevolezza che nel nuovo Parlamento una parte degli eletti avrebbe preteso una “Norimberga per i politici”.
Non volevo passare alla storia come un senatore che esce con le manette da Palazzo Madama.
Da libero cittadino, invece, mi consegnerò alla giustizia.
Ho scritto ai pm napoletani che il giorno dopo lo scioglimento delle Camere sarei andato da loro. E così è successo…».
Con l’avvocato Ghedini lei si è mai consultato?
«L’incontrai nel maggio scorso preannunciandogli la mia decisione e chiedendogli un aiuto per il dopo. Avrei voluto che mi fosse finanziato un film sul genocidio del popolo curdo».
In uno degli interrogatori lei ha detto che si è combattuta una vera guerra per far cadere il governo Prodi, e ha fatto riferimento al ruolo degli americani….  
«Sul punto non posso dire nulla. Aspettate e capirete perchè ho parlato di guerra».
Lei rispondendo a Berlusconi ha detto che da tempo si sta preparando agli arresti domiciliari. Perchè non ha chiesto la revoca della misura, come ha fatto Marco Milanese che l’ha ottenuta?
«Non l’ho fatto perchè non voglio intorbidare il clima».
Chi è per lei Valter Lavitola, suo compagno di merendine?  
Gli ho fatto da compare di cresima. È un ragazzo diseducato alla vita. In testa ha il film del denaro, vuole diventare ricco come Silvio Berlusconi».
Intanto era consapevole che liberarsi dei suoi macigni avrebbe comportato l’incriminazione di Berlusconi?
«Sono nel giusto, non mi pongo il problema di inguaiare qualcuno. Forse qualcuno ha solidarizzato con me quando Reggio Calabria mi ha indagato per rapporti con la ‘ndrangheta? Non ho ricevuto neppure una telefonata… Quando si è discusso al Senato la richiesta del mio arresto ho avuto la chiara sensazione che mi dovevo guardare da possibili traditori nel mio gruppo».

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ANCHE IL GIGANTE CROSETTO LAUREATO A SUA INSAPUTA: CHI VA CON GLI ZOPPI NON PUO’ CHE ZOPPICARE

Marzo 3rd, 2013 Riccardo Fucile

SPUNTA UNA FALSA LAUREA ANCHE PER LUI SUL SITO GOVERNATIVO E SU INTERNET… LA REPLICA: “MAI SCRITTO DI AVERLA CONSEGUITA”

Dieci giorni dopo Oscar Giannino, è il turno di Guido Crosetto.
Anche l’ex sottosegretario alla Difesa avrebbe millantato titoli di studio mai conseguiti. A darne notizia, il sito Lo Spiffero, che ha accusato l’ex parlamentare Pdl di essersi più volte dichiarato in possesso di una laurea in Economia e Commercio. Titolo che, stando alle verifiche effettuate presso l’Università  di Torino, Crosetto non avrebbe mai conseguito.
«Nello statino universitario della facoltà  di Economia dell’Ateneo subalpino i suoi esami risultano fermi al 1991, anno in cui ha sostenuto l’ultima prova. Da allora nessuno l’ha più visto a lezione e, ovviamente, non ha mai conseguito il titolo di dottore» ha scritto il sito.
IN RETE
Eppure dai diversi profili personali del fondatore di Fratelli d’Italia sparsi sul web, Crosetto risulta laureato.
Fino alle prime ore di sabato mattina, ad esempio, Wikipedia lo dava in possesso di una laurea in Economia e commercio nella pagina a lui dedicata.
Ma dopo la divulgazione della notizia sul falso titolo di studio attribuito all’ex onorevole, qualche utente dell’enciclopedia ha corretto la voce scrivendo che Crosetto «interrompe gli studi senza laurearsi a seguito della morte del padre», mentre, si legge in una nota, «in precedenza aveva affermato di essersi laureato a 24 anni, in un’intervista a Vittorio Zincone»
Ed è stata proprio l’intervista rilasciata al giornalista del settimanale Sette a far discutere.
«Avevo 24 anni e mi ero appena laureato in Economia» aveva detto Crosetto a Zincone nel dicembre scorso, confermando dalla sua viva voce di essere in possesso della laurea mai conseguita. E
neanche il sito della Camera dei Deputati fa eccezione, dal momento che nonostante Crosetto non sia stato rieletto durante le ultime consultazioni, la sua pagina personale da deputato fino a qualche ora fa riportava: «Crosetto Guido, Pdl, nato a Cuneo il 19 settembre 1963. Laurea in Economia e commercio; imprenditore»
INCONGRUENZE
Di diverso tenore, invece, le biografie presenti sul suo sito personale — in cui non si fa menzione della laurea – e sulla pagina dedicata all’ex sottosegretario sul sito del Ministero della Difesa, in cui viene riportato un ambiguo «Facoltà  di Economia e Commercio presso l’Università  degli Studi di Torino» senza specificare il riferimento nè alla sola frequentazione del corso di laurea, nè al conseguimento del titolo.
CROSETTO: MAI SCRITTO DI ESSERE LAUREATO
Contattato in serata da Corriere.it, Guido Crosetto ha voluto chiarire la vicenda.
«Non ho mai detto o scritto di essere laureato. Proprio oggi ho chiesto spiegazioni alla Camera, che correggerà » ha risposto Crosetto, specificando anche di non aver scritto di suo pugno «le pagine che mi vengono contestate, nè di aver mai usato una presunta laurea per qualcosa».
Eppure, le pagine dei parlamentari sul sito della Camera vengono redatte in base ai curricula presentati dagli stessi deputati.
«Si, è vero, infatti non capisco come mai sulle pagine riferite ai miei precedenti mandati durante le legislature XIV e XV la laurea non ci sia (infatti non è presente, ndr), mentre nell’ultima appare», dice Crosetto
«L’intervista a Zincone? Abbiamo parlato per un’ora e mezza, gli ho detto solo di aver frequentato l’università , e di aver lasciato a causa della morte di mio padre. Non voglio accusarlo, ma magari avrà  sintetizzato male» conclude.
«DEBOLEZZA UMANA»
L’ex sottosegretario alla Difesa si lascia poi andare ad un’ipotesi sulla paternità  dell’attacco ricevuto: «Tutto è nato dall’offerta che ho ricevuto dal governatore Cota, per dare una mano al bilancio della Regione Piemonte, facendo anche da vicepresidente. Ho rifiutato la carica, e mi sono proposto di farlo gratuitamente, eppure mi hanno attaccato lo stesso, guardacaso su un giornale piemontese».
Ma lei assicura di non aver mai detto di essersi laureato?
«Sinceramente qualche volta è successo che abbia detto di esserlo, a delle singole persone. È stata una debolezza, che fa parte dell’umanità ».

Nicola Di Turi
(da “il Corriere della Sera“)

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UNA “RISERVA DELLA REPUBBLICA” CHE POTREBBE DIVENTARNE PRESIDENTE: ETICA E INTERNET, RODOTA’ FOR PRESIDENT ?

Marzo 3rd, 2013 Riccardo Fucile

UNO DEI PRIMI STUDIOSI IN ITALIA DELL’INFLUENZA DEL WEB SULLA POLITICA, SIMPATIE GRILLINE RICAMBIATE, FREQUENTAZIONI DEI PALAZZI DEL POTERE SENZA ESSERNE CONTAMINATO

Ha conosciuto la politica senza esserne mai sopraffatto e ha respirato l’aria del Potere senza venirne intossicato. Stefano Rodotà  ha superato indenne questa prova da sforzo civile: entrare ed uscire dal Palazzo, conservando la medesima passione e riponendo fiducia nella sua condizione di perenne estraneità  ai flussi magici del comando, alla trasmigrazione da poltrona a poltrona nella sua oramai lunga e densa vita nelle Istituzioni.
Ora che l?italia conduce il grillismo al governo (o almeno nelle sue immediate vicinanze) e una intera classe parlamentare, in un modo caotico e per certi aspetti selvaggio, raggiunge Roma per possederla, dominarla e svuotarla dei vizi che la compongono e la fanno prosperare, spunta il profilo di questo professore di diritto civile per dare un volto possibile, plausibile – magari è solo una suggestione — a questo nuovo mondo.
Smilzo, dal tratto severo, ha frequentato l’elite divenendone membro, ha conosciuto il Parlamento finanche rappresentandolo, ha conosciuto i partiti, il potere, le cariche pubbliche. Senza perdersi mai però.
Rodotà  è uomo dalle virtù civili, in gloria ai tempi dei cosiddetti “indipendenti” del Pci, classe sociale contigua ma non integrata nel comando di Botteghe oscure, e poi panchinaro della Repubblica durante il ventennio berlusconiano, quando invece una nuova antropologia politica ha preso il sopravvento e anche la sinistra si è adeguata promuovendo, nei passaggi che ne hanno scolorito identità  e passione, figure nuove, a volte disastrose.
Oggi la crisi economica svuota le pance e le urne, e dunque il panchinaro si ritrova di nuovo in campo.
Il nome di Rodotà  magicamente deborda dallo studio privato dove era rinchiuso. Presidente della Repubblica o premier, ovunque sia possibile nel modo che si vedrà .
Non conosciamo le relazioni che ha con Grillo e nemmeno sono importanti.
Conta di più la sua cifra, la personalità  che esprime e questa sua improvvisa capacità  di fare da collante tra il nuovo e il vecchio, tra le forme innovative della democrazia partecipata e le abitudini e i riti secolari dei partiti.
Rodotà  è stato deputato più di una volta, vicepresidente della Camera, anche garante della Privacy.
È stato il primo serio studioso di democrazia elettronica e sua è la proposta di allungare l’articolo 21 della Costituzione con una aggiunta: “Tutti hanno uguali diritti di accedere alla rete internet”.
Rodotà  esibisce, magari senza volerlo, stimmate grilline perchè coniuga nella sua persona due tratti espressivi di questo movimento, ora così caotico e insieme pervasivo.
Lo studio dei nuovi fenomeni della conoscenza e della mobilità  del pensiero e la teoria del diritto orizzontale, uno conta uno.
Il diritto supremo che si ritrova nella formula: “Tutti hanno diritto di avere diritti”.
“Sono un moralista incallito”: così Rodotà  apre le pagine del libro che segna meglio la cifra della sua personalità , quella che oggi diviene forza attrattiva.
È l’Elogio del moralismo (Laterza, 2011) e anticipa (assai più compiutamente di Beppe Grillo bisogna dire) le cause del tracollo di questo sistema.
Rodotà  è moralista ma non moraleggia.
“Il moralista è un ipocrita”, diceva Oscar Wilde. Lui: “No, per me la moralità  è costante tensione ideale verso la lealtà ”.
Parla di tensione attiva e si capisce a cosa faccia riferimento. A chi ammonisca.
A quel mondo, così vicino al suo, che col tempo ha mostrato acquiescenza verso qualsiasi comportamento pubblico.
La politica è opaca per definizione. Il compromesso è necessario, l’ambizione un sentimento umano, la voglia di occupare, magare con qualche trucchetto, un corollario definito, immutabile del potere.
Rodotà  si è ribellato a questa tesi quando il Movimento 5 Stelle non era neanche nato. Non ha atteso Grillo per spiegare cosa sia la dignità , cosa l’etica pubblica, quale danno abbia provocato il salvacondotto che legittima qualsiasi azione, quale sia stato il deturpamento della vita civile.
Rodotà  ha parlato prima delle piazze di Grillo, e scritto prima che lui scrivesse. In un’Italia dove ogni successo diviene spuntone di roccia dove esibirsi, è giusto ricordare che gli anni per Rodotà  non sono passati invano.
Avrà  i suoi difetti, e certo è un nome che ha robuste, solide relazioni nel potere nazionale. Ha avuto successo, hanno contato le amicizie.
Ma, ci sembra di poter dire, non ne ha approfittato.
È un ottantenne, e già  fa sorridere che la pattuglia di giovanissimi che sta per entrare in Parlamento, possa avere le prime simpatie per questo nonno della Repubblica.

Antonello Caporale

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STAVOLTA BERLUSCONI RISCHIA DI FINIRE DENTRO

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IN PARLAMENTO NON CI SONO PIU’ I NUMERI PER LEGGI AD PERSONAM E AL SENATO NESSUNO PUO’ GARANTIRGLI L’IMMUNITA?… IN PIAZZA LA PROTESTA DEL CAVALIERE CONTRO “IL VERO CANCRO DELL’ITALIA”. E TUTTI I PROCESSI CHE LO ASSILLANO

I tempi cambiano, ma Silvio Berlusconi è immutabile.
Oggi, come ieri, come l’altro ieri, non ci sta a farsi processare e annuncia una manifestazione anti magistrati, dopo averli definiti, nuovamente, “un cancro”.
Lo fa da Milano, nel giorno delle dichiarazioni spontanee al processo per frode fiscale, Mediaset-diritti tv, che gli fa rischiare una pena definitiva entro la primavera dell’anno prossimo.
Non a caso la manifestazione di piazza “contro l’attività  di parte della magistratura” la lancia per sabato 23 marzo, il giorno in cui è previsto il verdetto.
E il giorno in cui potrebbe essere già  avvenuto l’arresto di esponenti del Pdl decaduti da parlamentari a metà  marzo: Nicola Cosentino, Marco Milanese e Sergio De Gregorio.
Ieri, i pm di Napoli hanno detto no alla revoca dell’arresto di Cosentino, avanzata dalla difesa, perchè le sue relazioni con la camorra lo rendono ancora pericoloso.
Berlusconi, consapevole di non avere più i numeri in Parlamento per far approvare scudi ad personam, chiama il suo popolo a scendere per strada contro “parte della magistratura che è una patologia e un cancro per la democrazia”.
Immediata la reazione dei vertici dell’Anm: “La magistratura, o una parte di essa, viene equi-parata al cancro. Sabato scorso era peggio della mafia, ma non abbiamo replicato perchè vigilia delle elezioni. Sono parole che andrebbero liquidate come sciocchezze, ma sono molto offensive per chi ha pagato il prezzo della criminalità  mafiosa e per i malati. Invocare la piazza in un momento come questo è molto pericoloso, vuol dire screditare l’istituzione magistratura, significa indebolire lo Stato stesso e le istituzioni tutte”.
Libertà  e Giustizia annuncia un corteo in difesa dei magistrati prima del 23.
Ma Berlusconi prosegue l’invettiva con un altro cavallo di battaglia, l’uso politico della inchieste: “c’è una parte della magistratura che utilizza la giustizia per eliminare gli avversari politici che non si riescono a eliminare con il sistema democratico delle elezioni”.
Infuriato per l’ultima mazzata giudiziaria, l’inchiesta napoletana per corruzione e finanziamento illecito ai partiti, nel corridoio del primo piano del tribunale di Milano, invaso da giornalisti, il leader del Pdl descrive una “situazione barbara quella di pm che utilizzano il carcere come minaccia per far dire quel che vogliono ai vari imputati o tengono in carcere persone come Valter Lavitola senza aver commesso reati così gravi”.
Arriva ad accusare i pm di Napoli di aver “barattato” la libertà  dell’ex senatore Sergio De Gregorio con le accuse contro di lui.
È De Gregorio che ha messo a verbale di aver preso da Berlusconi 3 milioni in cambio del suo passaggio dall’Idv al Pdl, per far cadere il governo Prodi nel 2006.
Berlusconi ha parlato anche di un altro processo, milanese, che andrà  a sentenza giovedì prossimo: quello per l’intercettazione segreta, pubblicata il 31 dicembre 2005 dal Giornale, tra il segretario dei Ds Piero Fassino e il presidente di Unipol Giovanni Consorte (“Allora abbiamo una banca”?).
“Sarebbe paradossale, ridicolo — ha detto io sia l’unico cittadino italiano a essere condannato per aver contribuito a pubblicare una notizia coperta da segreto mentre nei miei confronti vengono pubblicate numerose intercettazioni”.
Il concetto lo ribadirà  il 7 marzo in aula, prima che i giudici entrino in Camera di consiglio.
Ieri, invece, davanti ai giudici d’appello Mediaset, Berlusconi ha definito “una cantonata” la condanna di primo grado a 4 anni, ha ricordato che fin dal ’94, quando è diventato presidente del Consiglio, ha lasciato “tutte le cariche del gruppo” e ha sostenuto che mai si è occupato di “diritti televisivi” anche se, ha ricostruito l’accusa, manager come Franco Tatò, ex presidente di Monda-dori , hanno testimoniato il contrario.
Secondo l’ex premier, non c’è stata alcuna frode fiscale: “tra il 2002 e il 2003 (gli anni sopravvissuti alla prescrizione, ndr) ha versato 567 milioni di imposte”.
Ma Berlusconi nel 2003 e nel 2004 ha usufruito del condono, approvato dalla sua maggioranza, per stoppare sul nascere eventuali accertamenti fiscali sui redditi imponibili dichiarati tra il ’97 e il 2002.
Per lui l’avvocato generale Laura Bertolè Viale ha chiesto la conferma della sentenza del tribunale: 4 anni di pena (per effetto dell’indulto, però, in caso di conferma della Cassazione, 3 anni vengono cancellati), interdizione dai pubblici uffici (5 anni) e dalle cariche societarie (3 anni).
Secondo l’accusa e i giudici di primo grado, attraverso il meccanismo di costi gonfiati per la compravendita dei diritti tv, sono stati accantonati fondi neri all’estero che hanno sottratto al fisco italiano, per gli anni 2002 e 2003, 7 milioni e 300 mila euro.
Bertolè Viale ha chiesto la condanna anche per il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, assolto dal tribunale: “era consapevole del disegno per attuare la frode fiscale e anche se non ha firmato le dichiarazioni dei redditi, ha firmato i bilanci societari”.
L’avvocato della parte civile, l’Agenzia delle entrate, Gabriella Vanadia, oltre alle condanne ha chiesto la conferma della provvisionale complessiva di 10 milioni per tutti gli imputati. Berlusconi, però, dice che lo Stato avrebbe dovuto dargli “una medaglia d’oro per le mie attività  di imprenditore e per avere dato lavoro a 56 mila persone”.
Lunedì a suo carico riprende anche il processo Ruby.
La sentenza è attesa per il 18 marzo.

Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MOSSA DI BERLUSCONI PER CONVINCERE IL PD AL DIALOGO: “RIFORMA ELETTORALE E POI AL VOTO”

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

PROSEGUONO I CONTATTI TRA PDL E PD MA IL CAVALIERE TEME CHE “BERSANI SIA PARALIZZATO”

Messo all’angolo da processi e inchieste, ignorato da Bersani e Pd che chiudono a ogni ipotesi di larghe intese, Silvio Berlusconi alza il tiro.
Prova a scuotere democratici e grillini e si dice pronto al ritorno alle urne.
Teme l’accerchiamento e di restare col cerino in mano, dopo le aperture dei giorni scorsi.
Così, da un lato convoca la «piazza» anti giudici per il 23 marzo – non a caso molto in là  nel tempo, suscettibile di annullamento – dall’altro, si dice pronto a continuare la campagna elettorale, a giocarsi la «persecuzione giudiziaria» come jolly al cospetto degli elettori.
«L’Italia rischia molto, tutti ci guardano con preoccupazione e se non dimostreremo di essere capaci di governarci e di attuare le riforme necessarie, avremo delle situazioni molto difficili» spiega Silvio Berlusconi ai microfoni di Skytg24 dopo, l’exploit mattutino in tribunale.
Secondo il Cavaliere per venirne fuori occorre «prima fare le riforme necessarie e, dopo aver cambiato la legge elettorale, andare immediatamente a nuove elezioni».
E precisa: «Io non sarei così ostile a una continuazione della campagna elettorale». Affermazioni che suonano come avvertimento, tanto più dopo l’intervista di Bersani a Repubblica con cui il segretario Pd non solo chiude, ma indica perfino il conflitto di interessi tra le priorità  del suo programma di governo.
Eppure i canali di comunicazione col fronte democratico, raccontano da via dell’Umiltà , non sono ancora chiusi.
Tra Gianni Letta e Massimo D’Alema, ad esempio. Ma anche tra Denis Verdini e il capo della segreteria di Bersani, Maurizio Migliavacca.
Tutto sotto traccia, ma Berlusconi non si fa tante illusioni. «È un partito in stato confusionale, Bersani è prigioniero di dispute interne che lo paralizzano» confida il Cavaliere ai dirigenti che in sequenza lo interpellano, pur restando convinto che la via che porta a Grillo per loro non abbia sbocchi e che l’unica chance sarebbe un accordo Pdl-Pd.
Ma le sue aperture in video sono state a dir poco ignorate, e infine bocciate apertamente da Bersani.
Così, a fine giornata il portavoce Paolo Bonaiuti tira le somme: «Noi abbiamo ribadito il senso di responsabilità , ma non si può stare sulla graticola ancora a lungo».
Il vero problema, sostiene Maria Stella Gelmini, è che «il segretario pd appare molto condizionato dalla sconfitta personale e non lucidissimo, ma la trattativa sarà  ancora lunga».
Berlusconi resterà  ad Arcore anche il fine settimane, primo impegno ufficiale martedì a Milano, dove incontrerà  gli eletti in Lombardia.
Dice ai suoi di essere pronto a tornare sul campo di battaglia. Ma non tutti nel Pdl la pensano allo stesso modo. Più cauto Angelino Alfano. Anche Sandro Bondi si lancia a sorpresa in un parziale apprezzamento dei toni usati da Bersani nell’intervista a Repubblica, facendo notare come «al di là  degli sterili infantilismi politici che alimentano purtroppo la politica in Italia, si può constatare che su alcuni punti programmatici esiste una valutazione concorde».
E cita tra gli altri il passaggio in cui si dice che «l’austerità  da sola ci porta al disastro».
Ma nel Pdl ci sono anche falchi come Francesco Nitto Palma, tra i big in corsa per il posto di capogruppo al Senato, che si dicono al contrario «perplessi» sul programma avanzato dal segretario Pd.
Altro che conflitto di interessi, «in questo momento le priorità  sono lotta alla recessione e crescita».
E di fronte a un Pdl diviso ancora tra falchi e colombe e un Pd che a loro appare «suonato», per dirla con Altero Matteoli «non resta che confidare nel ruolo e nell’autorevolezza del capo dello Stato».
Il partito di Berlusconi conferma la sua «disponibilità  e il senso di responsabilità ».
Ma ogni spiraglio sta per chiudersi.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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LO STORICO JOHN FOOT: “GLI INGLESI NON CAPISCONO PERCHE’ VOTATE UN COMICO”

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

“VI RITENGONO UN PAESE POCO SERIO, GIA’ BERLUSCONI AVEVA DATO UN COLPO MICIDIALE ALLA VOSTRA IMMAGINE, ORA GRILLO PUO’ DARE IL COLPO DI GRAZIA”

All’estero sono rimasti molto perplessi dalle elezioni italiane.
Anche John Foot, docente di Storia contemporanea al dipartimento di italiano dela University college di Londra, collaboratore di Internazionale e del Guardian. Foot ha vissuto per decenni in Italia e al momento sta completando un lavoro di ricerca storica sulla legge Basaglia.
John Foot, come hanno reagito i suoi connazionali inglesi ai risultati elettorali italiani?
Con incredulità . Per vent’anni mi hanno chiesto come mai in Italia votassero per Berlusconi. Io provavo a contestualizzare, raccontavo del suo potere mediatico e che non tutti gli italiani lo votavano. Ora mi chiedono tutti di Grillo che è ancora più difficile da spiegare. Ovviamente qui avrebbero trovato più normale una vittoria di Monti.
I governi stranieri e i mercati chiedevano soprattutto stabilità  e invece dalle urne non è uscita una maggioranza certa.
Purtroppo emerge l’immagine di un paese poco serio, io provo a combattere questa idea, ma è sempre più complicato. Prima i giornalisti inglesi mi chiamavano per commentare le numerose gaffes di Berlusconi poi ho smesso di rispondere, non ne potevo più.
E oggi?
Ora rischio di ricominciare da capo con Grillo. Berlusconi era già  un colpo micidiale all’immagine italiana, Grillo può dare il colpo di grazia. Per i britannici è inconcepibile che un uomo di spettacolo vinca le elezioni. Il risultato elettorale viene visto come un segno di continuità  con Berlusconi in un momento delicato e di profonda crisi. Temono il caos.
Ma Grillo non ha vinto grazie alle clientele o a un impero mediatico.
Inizialmente fu così anche per la Lega Nord, le clientele si formano col tempo. Grillo ha sfruttato un momento perfetto, corruzione, scandali, politiche di austerità , credo che una spinta fondamentale gli sia venuta anche dalla vicenda del Monte dei Paschi. Grillo fa credere che tutto il marcio potrà  essere spazzato via rapidamente ma le proposte positive sono molto deboli, in questo non si differenzia molto da Berlusconi.
Quindi anche lei è stupito dal successo del Movimento cinque stelle?
Sono stupito dalle sue dimensioni. Capisco che sia montata una repulsione viscerale verso certe facce e certe persone. Dopo vent’anni il ‘voto utile’ è stato rifiutato. Capisco anche che Grillo sfrutti questo sentimento in maniera innovativa e divertente, ma la cura potrebbe essere peggio della malattia.
Non è troppo pessimista?
Se Grillo deluderà  le aspettative, gli italiani si rifugeranno nell’astensione e il rifiuto potrebbe coinvolgere l’intero sistema democratico. Grillo, per fortuna, ha evitato che la protesta confluisse nei movimenti di estrema destra come altrove, ma non è detto che il suo successo sia duraturo.

Massimiliano Boschi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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GRILLO COSTRETTO AD AMMETTERE: SULLE POLITICHE ECONOMICHE NON ABBIAMO ANCORA UN PROGRAMMA

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

GRILLONOMICS: DOVE NASCE L’ECONOMIA A CINQUE STELLE… IL LEADER SCOMUNICA GLI ESPERTI: NON PARLINO A NOME DI TUTTI

“La vita non è lavorare 40 ore alla settimana in un ufficio per 45 anni. È disumano, stavano meglio gli irochesi e i boscimani che dovevano lavorare un’ora al giorno per nutrirsi”. Questa è l’essenza della Grillonomics, l’economia di Beppe Grillo, riassunta nel libro appena uscito “Il Grillo canta sempre al tramonto”, con Dario Fo e Gianroberto Casaleggio per Chiarelettere.
Saperne di più, fare domande, chiedere precisazioni è impossibile.
Ieri, dal blog, Grillo ha diffidato “presunti esperti” di parlare a nome del Movimento 5 stelle: sono “liberi di parlare” ma “soltanto a titolo personale”.
Messaggio rivolto soprattutto all’economista Mauro Gallegati, citatissimo su giornali e tv dopo la sua intervista al Fatto Quotidiano in qualità  di principale autore della parte economica del programma.
Però si può ricostruire almeno la rete di letture, o forse solo di suggestioni, che alimenta la Grillonomics.
La premessa è la stessa dei movimenti per la decrescita, evoluzione del pessimismo di Thomas Robert Malthus che già  a fine Settecento vedeva i limiti dello sviluppo, l’impossibilità  della crescita permanente e la povertà  diffusa come destino (colpa dei poveri che si riproducono troppo e quindi devono ricevere un reddito minimo garantito, ma abbastanza basso da non permettere loro di sposarsi).
Il fatto che Malthus si sia clamorosamente sbagliato non scoraggia i fan della decrescita, intesa come fine della tensione verso l’aumento del Pil attraverso i consumi (cosa diversa dalla recessione, che è l’assenza di crescita in una società  ossessionata dalla crescita).
Sul blog di Grillo e tra i suoi frequentatori sono popolari scrittori come il francese Serge Latouche e l’italiano Maurizio Pallante: come quasi tutti i sostenitori della decrescita non sono economisti, non applicano un approccio scientifico ma etico, vedono nella riduzione dei consumi e nel privilegiare la sussistenza allo sviluppo una forma di espiazione per gli eccessi del consumismo.
Latouche è un autore best-seller di Bollati Boringhieri, per cui ha appena pubblicato il breve ma ambizioso” Dove va il mondo?”, dove azzarda: “La mia idea è che il sistema non abbia cinque anni di vita, e meno che mai venti”.
Latouche, come Pallante nel suo “Menoèmeglio” (Bruno Mondadori) suggeriscono soluzioni autarchiche, riduzione di consumi e stili di vita, gruppi di acquisto solidali e orto dietro casa al posto del supermercato.
Talvolta spingendosi fino a ipotizzare che soltanto se tutti vivessimo come in Africa la Terra potrebbe evitare il collasso.
Nella sua enciclica Caritas in Veritate, nel 2009, Benedetto XVI scriveva: “Assolutizzare ideologicamente il progresso tecnico oppure vagheggiare l’utopia di un’umanità  tornata all’originario stato di natura sono due modi opposti per separare il progresso dalla sua valutazione morale e, quindi, dalla nostra responsabilità ”.
Grillo non sembra condividere gli eccessi della decrescita.
Dietro i vaffanculo e gli strilli, tra le righe dei suoi post — e nella scelta dei collaboratori, come Gallegati — si intravede la visione di John Maynard Keynes.
Nel giugno del 1930, nel discorso Prospettive economiche dei nostri nipoti, il grande economista di Cambridge ipotizzava che “scartando l’eventualità  di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo”.
Cioè l’umanità  avrebbe raggiunto la piena occupazione e, grazie alla tecnologia, avrebbe lavorato pochissimo, avendo enormi quantità  di tempo libero.
In un libro appena pubblicato da Mondadori, il biografo di Keynes, RobertSkidelsky (col figlio Edward, filosofo) spiega perchè la profezia di Keynes non si è avverata. Quando negli anni Sessanta nel mondo occidentale si è sfiorata la piena occupazione, la politica ha smesso di preoccuparsi di come migliorare la vita dei cittadini e si è spesa invece per aumentare l’efficienza della produzione.
Ma produrre di più implica consumare di più.
E l’economia è diventata soltanto la scienza della massimizzazione dei consumi
Questa sembra anche la linea di Grillo che lui riassume così: “L’unica preoccupazione per tutti è stata quella di produrre più automobili possibili, intasare al massimo città  e paesi finchè, complice la crisi, il gioco è saltato e ora siamo tornati ai livelli di produzione degli anni Settanta”.
L’ex comico integra questo approccio con le teorie sui beni comuni — evoluzione delle spinte ecologiste e anti-globalizzazione degli anni Novanta — in Italia approfondite da Ugo Mattei e Stefano Rodotà .
Come si traduce questo approccio in politica economica?
Il programma di Grillo è una lista di principi e, per ammissione del leader del M5s, ancora incompleto: deve nascere una “piattaforma on line” in cui i simpatizzanti potranno riempire di contenuti i principi del programma.
Sono anni che Grillo annuncia questa partecipazione dal basso, ma è ancora “in fase di sviluppo dopo il rallentamento dovuto all’anticipo delle elezioni”, ha scritto ieri. Solo che adesso la discussione non è più solo teorica, dovrà  portare a breve i disegni di legge in Parlamento.
Stefano Feltri

(da “il Fatto Quotidiano”)

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GOLDMAN SACHS, “ENTUSIASMO” PER I CINQUESTELLE: MA NON ERA MONTI IL SERVO DEL POTERE FINANZIARIO?

Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile

LA BANCA D’AFFARI: “NOVITA’ ECCITANTE, SERVE UN CAMBIAMENTO

Il giudizio che non ti aspetti, quello che ti sorprende.
Il bacio del «nemico». Jim O’Neill, il guru di Goldman Sachs che ha coniato l’acronimo «Bric» (Brasile, Russia, India, Cina), sostiene (in un commento nello studio «Riforme non vuol dire austerity») di trovare «entusiasmante» l’esito delle Politiche.
L’Italia, secondo l’economista, ha «bisogno di cambiare qualcosa di importante» e forse «il particolare fascino di massa del Movimento 5 Stelle potrebbe essere il segnale dell’inizio di qualcosa di nuovo».
Insomma una promozione per Beppe Grillo a pieni voti, proprio da quella banca d’affari che il leader politico del movimento ha attaccato più volte.
Anche con post dedicati, come «L’Europa di Goldman Sachs», del gennaio 2012, in cui venivano evidenziati i rapporti tra politici europei e l’istituto americano. Nell’occhio del ciclone (più volte) Mario Monti bollato come un «impiegato» (22 marzo 2012, ndr) della banca.
Ancor più surreale il fatto che il giudizio di Goldman Sachs arrivi nel giorno in cui viene rilanciata sul web un’intervista di Grillo alla tv greca in cui il leader invita i «Pigs» (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) ad allearsi contro le banche.
«Magari faremo una associazione di solidarietà  tra noi. Stiamo vicini e facciamo le stesse battaglie – sostiene lo showman –. O creeremo una alleanza tra noi Pigs perchè intanto ci abbandonano: appena si saranno ripresi i soldi, le banche tedesche e francesi ci mollano».
E ancora: «Se trovate uno come me in Grecia, potete iniziare a fare movimento di rete e fare meet-up, riunirvi e iniziare ad impattare nella politica le idee che avete nelle
piazze».
Sul blog, come editoriale de «La settimana», Grillo sceglie uno stralcio del «Manifesto per la soppressione dei partiti politici» di Simone Weil: «Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite. Per via di queste caratteristiche ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni».
E proprio su Internet sorge un nuovo caso, con un parallelo diffuso sui social network in cui si accosta un discorso di Adolf Hitler ai comizi del capo politico del movimento.
Ovviamente, il confronto ha causato la reazione sdegnata dei militanti grillini, impegnati anche ieri nella discussione su un eventuale appoggio a un governo di centrosinistra.
A La Zanzara il neosenatore campano Bartolomeo Pepe dichiara: «Per me Chavez è un modello, non Bersani. Molto meglio Chavez, che non vuole smacchiare il Giaguaro».
E mentre sul web si dibatte, i neodeputati (in vista del vertice romano in cui verranno decisi linea e incarichi) si affacciano a Montecitorio: cinque eletti si sono presentati ieri alla porta principale del palazzo.
Ma da lì non sono stati fatti entrare: per registrarsi, viene spiegato a una di loro, l’entrata da usare è quella sul retro.
«È stato come in primo giorno di scuola», hanno detto ai microfoni de Il fatto quotidiano.
E in serata militanti e alcuni neoeletti si sono dati appuntamento sempre a Roma in un pub in piazza dell’Esquilino per festeggiare. Ieri ha commentato l’esito elettorale anche don Andrea Gallo: «I grillini hanno avuto consenso perchè sono scesi in piazza tra la gente, sono entrati in politica dal basso – ha detto il sacerdote –. È la piazza che conta, l’agorà  che conta. Si parte da lì. Per mesi Grillo ha riempito le piazze, e gli altri non capivano. Ecco la sua vittoria».

(da Il Corriere della Sera“)

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