Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
LA LISTA DEL PD: MARINI, GRASSO E DE RITA…IL CAVALIERE: NO, PERA
Sono i numeri – sempre i numeri – la maledizione del Partito democratico. 
Non bastano per ottenere una maggioranza autonoma al Senato. E non sono sufficienti neanche per consentire alla coalizione di centrosinistra di votarsi il presidente della Repubblica in splendida solitudine.
Per questa ragione la strategia studiata a largo del Nazareno per convincere Silvio Berlusconi ad acconsentire alla nascita del governo Bersani è fallita
Il segretario del Pd tramite Alfano ha fatto avere al Cavaliere la lista dei candidati al Quirinale che potrebbero non dispiacergli: Franco Marini, Giuliano Amato, Pietro Grasso e Giuseppe De Rita.
Un elenco breve e due postille. La prima: potremmo mettere tre ministri non sgraditi al leader del Pdl. La seconda: «Se Berlusconi non fa partire il nostro governo, noi non cercheremo la convergenza dei due terzi del Parlamento per votare il presidente della Repubblica, ma ce lo sceglieremo da soli o con i grillini».
Berlusconi, però, è andato a vedere il bluff e ha rilanciato, proponendo al Partito democratico non più Gianni Letta (come aveva ipotizzato l’altro ieri), bensì Marcello Pera.
Di fronte a questa mossa Bersani è rimasto spiazzato perchè ha capito che l’esile filo a cui si era attaccato si è già spezzato.
Eppure, nella speranza di mandare in porto il suo tentativo, il segretario ha cercato all’inizio di sondare gli umori del suo partito sul nome di Pera.
I cattolici ex margheritini si sono inalberati subito: il Quirinale spetta a noi, tanto più dopo che persino Sel ha avuto una poltrona istituzionale con Laura Boldrini. Insomma, Bersani ha avuto la conferma di quel che aveva immaginato quando gli è stata prospettata l’ipotesi di votare Pera al Quirinale: proposta irricevibile da rinviare al mittente.
E pensare che il leader del Partito democratico riteneva di avere margini di manovra ben più ampi.
«Ci vorrà un supplemento di indagine», aveva spiegato a tutti i suoi interlocutori del centrodestra.
Come a dire: con il tempo le cose possono aggiustarsi. Infatti il segretario pensava di andare al Quirinale domani, ma ora ha capito che non sarà il trascorrere dei giorni a salvarlo e ha fatto sapere che salirà al Colle già oggi, verso le sei di sera.
Inutile indugiare oltre: il Pd non può riuscire a votare Pera.
Magari qualcuno non sarebbe contrario – è stato il ragionamento fatto nelle riunioni informali del Pd che si sono susseguite per tutta la giornata – ma per il nostro elettorato equivarrebbe all’inciucio.
Perciò, meglio lasciar perdere.
Ora il rischio è quello di un governo del Presidente che giungerà in aula senza consultazioni.
Potrebbero guidarlo Giuliano Amato o Luciano Violante, dicono al Pd.
Ma questi nomi non rendono meno dolorosa la sconfitta.
Spiega Bersani ai suoi: «Noi potremmo anche contribuire a far nascere un governo del genere, ma quanto durerebbe? Certo dopo la fiducia non potrà contare sui voti del Pd per ogni provvedimento: non sarà – non potrà mai essere – il nostro governo. Avrebbe vita breve: se Berlusconi lo vuole deve anche sapere che così andrà a sbattere».
Parole amare. Parole che confermano che ormai anche i dirigenti del Pd hanno compreso che tornare alle urne tra qualche mese è impossibile.
E che perciò ci si deve acconciare.
In un modo o nell’altro. «Sarà difficile spiegare ai nostri elettori per quale motivo voteremo con il centrodestra, dopo che avevamo detto che non avremmo mai più replicato la strana maggioranza del governo Monti», diceva ieri a qualche amico Dario Franceschini.
Mentre Rosy Bindi in pieno Transatlantico minacciava: «Se si fa l’inciucio io mi dimetto da presidente del partito».
Non sarà governissimo, certo, ma non sarà nemmeno facilissimo far capire ai militanti quel che è successo.
«Gli italiani – è il ragionamento fatto ieri da Bersani – hanno bocciato sia le larghe intese che i governi tecnici.
Il Paese ci ha chiesto altro e ci ha detto di non cercare compromessi obbligati o alleanze necessitate. Non ascoltare il responso dell’elettorato sarebbe un suicidio». Una riflessione ad alta voce venata di tristezza, come di chi è consapevole che le cose non sono andate per il verso giusto: «In queste condizioni basta che Berlusconi alzi il telefono per far saltare tutto».
E Berlusconi, effettivamente, quel telefono lo ha alzato per dire ad Alfano di dichiarare chiusa la trattativa, a meno che Bersani non ci ripensi e non dica di sì a un candidato del Pdl per il Colle.
Eppure nello staff del segretario ci sperano ancora: «Aspettiamo la nottata, che potrebbe portare consiglio: eppoi c’è un altra giornata ancora per tirare le somme».
E intanto Matteo Renzi è da ieri a Roma…
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
OGGI ASSEMBLEA DEI GRUPPI, GIA’ MARTEDI’ NOTTE GRILLINI SPACCATI: 60 SU 109 I NO ALLA FIDUCIA A BERSANI
Ci sono molti volti, sotto la finta unanimità ostentata dal Movimento 5 Stelle.
Molte sfumature, dietro il no di Vito Crimi e Roberta Lombardi a Pier Luigi Bersani. C’è, soprattutto, la volontà di alcuni dei parlamentari grillini di discutere un piano B. Davanti a un nome lontano dai partiti, tutto potrebbe cambiare.
Nella rosa ci sono il giurista Stefano Rodotà , il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, una persona come Gino Strada ministro della Sanità .
E anche se la linea ufficiale resta «sì solo a un nostro governo», davanti a nomi nuovi sarebbe ben arduo per i capigruppo tenere insieme tutta la truppa.
Che è più spaccata di quel che si lasci intendere, visto che alla Camera — martedì notte — i no a Bersani non sono stati 109, ma solo 60. In 4 hanno votato per il “se” — la possibilità di ridiscutere davanti a una nuova proposta del segretario pd — gli altri si sono astenuti.
«Perchè non era neanche il caso di votare», spiega qualcuno, ma la storia è comunque diversa dalla versione ufficiale.
Un governo del presidente non a guida pd?
«Ne possiamo parlare», risponde Stefano Vignaroli. «Perchè no?», gli fa eco Andrea Cecconi. Non sono i soli.
Al Senato lo pensano in molti.
E quindi, mentre Beppe Grillo lanciava una nuova invettiva contro i partiti, i suoi parlamentari si interrogavano su cosa fare nel secondo round, in caso Bersani non ce la faccia.
Non sono piaciute ad alcuni, invece, le parole di Roberta Lombardi durante il colloquio con Bersani, il suo riferimento a Ballarò.
E oggi, nella riunione congiunta tra deputati e senatori in cui si parlerà della linea politica, non è escluso che qualcuno chieda un voto sulla sua gestione del gruppo.
In attesa che arrivi Grillo: vedrà i parlamentari, ma non si sa ancora quando.
L’ipotesi di questo week-end si allontana.
In molti, vogliono tornare a casa.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Republica“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
MA AUMENTA ANCHE SUL FUTURO DEL PAESE IN GENERALE
Nessuno sa in questo momento se Bersani riuscirà nel suo intento di creare una coalizione di
governo che possa ottenere la fiducia in Parlamento.
Al riguardo, si leggono, ancora in queste ore, le opinioni più diverse, da quelle più ottimiste – che ipotizzano, sulla spinta dell’esigenza di dare un governo al nostro Paese, il consenso di vari partiti (o pezzi di partiti) alla proposta del segretario Pd – ai più pessimisti, che vedono nei veti incrociati un ostacolo insormontabile al tentativo di Bersani.
Gli italiani, nella loro larga maggioranza, non sembrano credere nella possibilità che Bersani riesca a raccogliere una maggioranza.
Solo il 30 per cento appare in questo senso ottimista, mentre ben il 67 per cento la pensa in modo opposto.
Al solito, le opinioni variano però in relazione all’orientamento politico.
Emerge, in particolare, come le valutazioni più negative sulla capacità di Bersani di riuscire nel suo esperimento si manifestino tra l’elettorato dei partiti che più vi si oppongono o ne appaiono esclusi, quali il Movimento 5 Stelle o il Pdl, ove addirittura l’80 per cento ritiene che il segretario del Pd fallirà .
Viceversa, la maggioranza degli elettori per la coalizione di centrosinistra risulta più fiduciosa, tanto che il 59 per cento dichiara di prevedere che Bersani ce la farà .
Ma è molto significativo rilevare come, anche all’interno della coalizione che appoggia il segretario del Pd, una percentuale di votanti molto consistente (38 per cento) non crede nella riuscita del tentativo in corso.
Insomma, per un motivo o per l’altro, gli italiani appaiono pessimisti.
Sull’esito dell’esperimento di Bersani, ma anche – lo mostrano molte ricerche in corso – sul futuro del Paese in generale, sia dal punto di vista della crescita economica, sia, al tempo stesso, da quello della sua tenuta sociale.
Renato Mannheimer
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
UNA PARTE DEL PDL AVREBBE VOLUTO ARRIVARE A UN’INTESA
I telecomandi a distanza hanno funzionato alla perfezione e in serata, dal fortino di Arcore, Silvio Berlusconi ha fatto saltare per aria gli ultimi ponti della trattativa col Pd.
«Sulle nostre condizioni non trattiamo. Vogliono il nostro sostegno ma questi signori non si sono degnati nemmeno di chiamarmi di persona» si è lamentato nel lungo vertice telefonico serale con Alfano, Verdini, Lupi, Schifani e gli altri riuniti in via dell’Umiltà .
«Bersani vuole Palazzo Chigi? Mandi me o Gianni Letta al Quirinale, il resto non ci interessa».
È stato l’ultimo, messaggio tranciante con cui si è licenziato dai suoi. Sebbene chi gli ha parlato fino a tardi sostiene che «il presidente attende» un segnale, un’offerta a questo punto pubblica dal Pd.
Ma certo che non arriverà .
A Roma il leader Pdl potrebbe rimettere piede oggi, ma molto più probabilmente dalle sabbie mobili della Capitale si terrà lontano ancora.
Questo non vuol dire che per tutto il giorno il quartier generale berlusconiano non abbia interagito con quello di Bersani. Anzi.
Verdini e Migliavacca, ormai abituali ambasciatori dai tempi della riforma elettorale (mai nata) si sono assentati a lungo entrambi dalla seduta del Senato, mentre Monti riferiva sui Marò.
Un faccia a faccia tra i tanti, protrattosi nel primo pomeriggio, e che ha fatto circolare con insistenza voci su un possibile spiraglio.
Voci spente poi in serata, con la porta chiusa della nota di Alfano, sintesi del pensiero del Cavaliere dopo il niet definitivo dei democratici a un uomo di centrodestra al Colle.
«La roba dell’uscita dall’aula per dar vita a un governo di maggioranza è roba da Prima Repubblica, non ci interessa» ha rincarato Berlusconi coi dirigenti.
Al massimo disposto ad allargare la rosa dei “papabili” al Quirinale all’ex presidente del Senato Schifani.
Ma non più di quello. Di Bersani e di un suo esecutivo, pur di minoranza, dice di non fidarsi, teme l’«agguato» giudiziario, le condanne e una legge pesante» sul conflitto di interessi.
Dunque, linea dura.
Si sarebbe aspettato che da Largo del Nazareno qualcuno lo chiamasse personalmente, data la delicatezza della situazione e della crisi. Invece, nemmeno quello.
E allora, ripete a questo punto, «così si va dritti al voto a giugno: per noi va bene, siamo pronti più degli altri».
La nomina di Daniela Santanchè quale responsabile dell’organizzazione del partito, al ruolo di vertice che era stato occupato finora dal vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, è un chiaro segnale di guerra (elettorale) alle porte.
La fedelissima e super falco del resto rilancia la posizione del capo: «O Bersani fa il presidente del Consiglio e Berlusconi il presidente della Repubblica, o viceversa». Tertium non datur.
No categorico anche a una rosa di nomi per il Quirinale indicata dal Pd, siano pure dei moderati.
Dalla segreteria Alfano vengono bollate come prive di fondamento e frutto di «veleni interni» le voci rincorse per tutto il pomeriggio su un segretario più trattativista e disposto a tenere aperto fino alle prossime ore il canale con Bersani.
Magari intravedendo davvero per sè all’orizzonte la presidenza della Convenzione, la nuova “costituente” proposta e offerta dal premier incaricato: «Mai interessato agli strapuntini, sarebbe pure stata una deminutio» ha ripetuto Alfano parlando in serata coi deputati più amici: «Se avessi ambito a posti di potere, avrei puntato alla presidenza di una delle due Camere».
Certo è che nelle dichiarazioni ufficiali dell’ala moderata del partito non tutto viene considerato perduto.
I contatti proseguiranno anche oggi, prima della salita al Colle di Bersani.
Del resto lo stesso Alfano nella sua nota rimandava ancora al segretario Pd le ultime mosse: «Sta a lui, ora, rovesciare la situazione, se vuole e se può, nell’interesse del paese».
Così il vicecapogruppo alla Camera Mariastella Gelmini, che si appella a un «maggior senso di responsabilità e minore impulsività , che possono essere ingredienti politicamente molto utili in queste ultime ore».
Sul successo del premier incaricato tuttavia in pochi sono disposti a scommettere, non solo ad Arcore ma anche a Roma, in via dell’Umiltà . «La trattativa sulle larghe intese si può aprire con un altro premier incaricato dal presidente», tra un paio di giorni, è una considerazione attribuita ad Alfano da chi è stato con lui ieri. Insomma, se Napolitano tirasse fuori dal cilindro il classico coniglio, allora i giochi potrebbero riaprirsi.
Per un governo «vero», di lunga durata, non balneare.
Per le riforme e non solo.
In fondo è il ragionamento del capogruppo Pdl al Senato Renato Schifani, che spera ancora che la «politica si riappropri del governo del Paese e che sotto la guida del presidente della Repubblica dia corso ad un governo forte, stabile e coeso, frutto del sacrificio di ciascuna forza».
Un esecutivo trasversale ma «politico».
Ma ormai, tra poche ore, tutto tornerà nelle mani del capo dello Stato.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
NEL PARTITO CRESCE L’IRRITAZIONE VERSO I GRILLINI: “INCAPACI DI PRENDERSI RESPONSABILITA'”
«Salta il Pd? Ma no, perchè?». Matteo Renzi rassicura. 
Ma il Pd è una pentola a pressione.
La paura del fallimento di Bersani è una spada di Damocle per il centrosinistra. Innescherebbe una reazione a catena e, se il segretario insistesse sulla posizione di chiusura a un “governo del presidente”, rischierebbe di passare in minoranza.
I bersaniani negano. Maurizio Migliavacca, capo della segreteria, piacentino, colui a cui Bersani affida le patate bollenti anche di queste ultime ore, lancia bordate ai 5Stelle: «Si chiariscano le idee e si assumano le loro responsabilità ».
Però il “passo B” non lo prende ancora in considerazione, Migliavacca: «Ammesso che accada il peggio, e incrociamo le dita, se il Colle volesse tentare altre strade non maturerebbero in poche ore».
Il Pd avrebbe cioè tutto il tempo per digerirle.
Ma allora le tensioni sarebbero vicine al punto di rottura. Il tam tam dei renziani per un “governo del presidente” ha messo solo la sordina. Paolo Gentiloni ha rilanciato più e più volte il “governo istituzionale o a bassa intensità politica”, che consentirebbe intese larghe: «Faccio il tifo per Bersani, ma non possiamo tornare al voto con questa legge elettorale e il Pd non potrà che assecondare la decisione del presidente della Repubblica».
Matteo Richetti, braccio destro del sindaco “rottamatore”, aveva brandito, e poi negato, la possibilità di scissione.
Roberto Reggi, “falco” renziano, non ha escluso l’ipotesi che già da subito il presidente Napolitano possa affidare un incarico a Renzi.
A parte il gioco a chi la spara più grossa, al giro di boa per la nascita di un governo Bersani e ancora nell’incertezza, c’è una resa dei conti in atto sulla strategia portata avanti fin qui di abbraccio con i 5Stelle.
Qualche giorno fa, Renzi aveva detto che l’inutile perdita di tempo dietro ai grillini, rendeva la strada verso il governo «da stretta a strettissima».
Mantra renziano di ieri, dopo la performance grillina in streaming, la conferenza stampa, gli insulti di Grillo sul blog e lo spariglio serale su un altro nome per il governo che non sia Bersani. «I 5Stelle così facendo si stanno rivelando dei matti — afferma Pippo Civati, simpatizzante dei grillini — hanno un atteggiamento impolitico, dicono tutto e il suo contrario. Sono disposti ad appoggiare un governo non guidato da Bersani? Parlassero chiaro. Per il Pd è davvero un momento difficile. Su Twitter circola la battuta: “Abbiamo cominciato con Saviano e finiamo con Miccichè”».
A pranzo con i fedelissimi — Enrico Letta, Dario Franceschini, Vasco Errani e Migliavacca — Bersani ha mostrato l’irritazione verso i 5Stelle che «hanno paura di prendersi le responsabilità e di affrontare i temi veri».
«Pier Luigi avrebbe dovuto reagire più duramente agli insulti, alle contumelie di Grillo, che si mette sotto i piedi le istituzioni», argomenta su Facebook Donatella Ferranti, cattolicodemocratica, convinta che Bersani sia da sostenere fino all’ultima possibilità , però poi si cambia registro e non si torna alle urne.
E persino la “gauche” del Pd, i cosiddetti “giovani turchi”, da Orlando a Orfini, hanno una posizione più sfumata.
Avevano sempre sostenuto: o Bersani o voto; ora sembrano più possibilisti verso una soluzione del presidente, a patto che non comporti un governissimo.
Non così, Stefano Fassina, che precisa: «Bersani ce la farà , però se così non fosse allora, meglio andare al voto e il più rapidamente possibile».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
NUMERI CERTI O IL CAPO DELLO STATO NEGHERA’ L’OK FINALE
E adesso, se come tutto lascia immaginare Bersani nel pomeriggio si presenta al Colle senza una maggioranza, Giorgio Napolitano lo fermerà : niente numeri certi, dunque nessun altro passaggio successivo in Parlamento.
Non può affrontare il rischio di un naufragio sulla fiducia, privo di quel «sostegno parlamentare certo nelle due Camere» che gli aveva chiesto il presidente della Repubblica.
Ma proprio dal rapporto-consultazioni che il leader pd metterà sulla sua scrivania, il capo dello Stato pensa di prendere le mosse per il suo passo successivo.
L’obiettivo del Colle è di avviare un nuovo tentativo per dare un governo un paese, provare con un altro incarico.
E tuttavia nelle intenzioni del capo dello Stato proprio dal presidente pre-incaricato, prima di abbandonare la missione, potrebbe arrivare un’indicazione sul percorso e sul nome o la rosa di nomi giusti per provarci ancora.
Un gesto di responsabilità , e anche di altruismo politico, da parte di Bersani ma anche un modo per rimettere nelle mani del partito di maggioranza relativa il “pallino” delle trattative.
Ed evitare, così, contraccolpi e spaccature fra i democratici.
Verrà dal segretario questa investitura di un suo successore nella missione Palazzo Chigi, oppure Bersani getterà la spugna spiegando al capo dello Stato che non c’è spazio per nuove esplorazioni e che non resta che pensare alle elezioni anticipate?
Dalla risposta, dipendono mosse e calendario di Napolitano nei prossimi giorni.
Se Bersani “candida” dopo di sè un uomo del Pd (Enrico Letta? Matteo Renzi?), si apre la strada per un nuovo tentativo politico.
Ma con un segno diverso: quello di una grande coalizione.
Sei giorni fa, prima ancora di affidare il pre-incarico, Napolitano aveva insistito «sulla necessità di larghe intese, a complemento del processo di formazione del governo che potrebbe concludersi anche entro ambiti più caratterizzati e ristretti».
Quella strategia del doppio binario, osservano dal Colle, qualche passo avanti l’ha fatta, sulle riforme le convergenze sono arrivate.
E anche sul programma, sui punti presentati dal Pd, sono venuti dei sì dal centrodestra, e anche dai grillini.
Spiragli insomma si sono aperti, lo scoglio resta la fiducia.
E la trattativa sul nuovo inquilino del Colle, strettamente intrecciata alla questione governo, arenata in un muro contro muro.
Non mancano pericoli in questo scenario post-Bersani, col Pd che rischia di spaccarsi fra l’ala che insiste sul governo e la sinistra interna che pensa al voto anticipato.
Si tratta di un cammino tuttavia che il capo dello Stato può anche perseguire mettendo mano alla fatidica ipotesi B: il governo del presidente, centrato su un paio di obiettivi: crisi economica e riforma elettorale.
A tempo, un anno, per arrivare alle elezioni anticipate nella primavera prossima (magari insieme alle Europee).
I nomi in campo vanno dal presidente del Senato Grasso (che avrebbe però perso quota) al ministro Cancellieri, passando per Rodotà e Zagrebelsky (ma nel caso di un’apertura ai 5Stelle).
Cercando, in ogni caso, di far presto.
Napolitano, chiuso il tentativo Bersani, potrebbe far partire a ridosso di Pasqua un suo nuovo giro di consultazioni o magari affidare direttamente nelle mani del nuovo incaricato il giro di colloqui con i partiti.
A patto però di aver qualche garanzia che non si bruci anche questa avventura. Difficilmente ci sarebbe un terzo tentativo.
E a quel punto Napolitano potrebbe anche dimettersi qualche giorno prima, e affidare al successore la carta delle elezioni anticipate.
Umberto Rosso
(da “La Repubblica“)
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
POI SI ARRAMPICANO SUGLI SPECCHI: “ERA L’UNICO MODO PER ARRIVARE ALL’INCONTRO COL CONSOLE AMERICANO”… HANNO SEMPLICEMENTE MENTITO AGLI ELETTORI, POTEVANO PRENDERE IL BUS
Avevano annunciato che non avrebbero mai utilizzato le auto blu, simbolo della tanto odiata casta
dei privilegi.
Oggi però i fotografi dell’Ansa hanno immortalato una scena più unica che rara: due deputati regionali del Movimento Cinque Stelle intenti a scendere da un’auto dell’Assemblea regionale siciliana con tanto di lampeggiante, mentre arrivavano a Sigonella, la base militare statunitense.
“Eravamo lì in veste istituzionale, a rappresentare la Sicilia, per incontrare il console statunitense Donald Moore sul tema delicato del Muos, la centrale radar di Niscemi, dove poi ci siamo recati”, ha spiegato il vicepresidente dell’Ars Antonio Venturino, “beccato” sull’auto di servizio insieme al presidente della commissione Ambiente Giampiero Trizzino.
La polemica ovviamente è scattata immediatamente: non aveva Venturino annunciato, in un video pubblicato dal blog di Beppe Grillo, di voler lasciare parcheggiata l’auto blu che gli spetta di diritto come vice presidente dell’Ars?
“Certo che sì e infatti ho mantenuto la promessa. Non uso l’auto blu per andare a fare la spesa o farmi gli affari miei ( ci mancherebbe anche quello…n.d.r.). Semplicemente questa volta dovevamo incontrare il console alle 10 e 30 del mattino e con noi c’era la dottoressa Gatto, funzionaria della quarta commissione parlamentare, la cui presenza era necessaria per lavoro, e che soprattutto non è coperta da assicurazione quando non viaggia su auto dell’assemblea”.
Da qui quindi la scelta dei due deputati di Grillo di utilizzare un’auto di servizio del Parlamento siciliano.
Come se la funzionaria non potesse prendere l’auto di servizio e loro un altro mezzo privato o pubblico.
Una scelta che ha ovviamente creato il caso anche per le palle dei due grillini secondo cui “non è un’auto blu, nel senso che non è di nostra unica pertinenza, ma è solo un’automobile di servizio del Parlamento siciliano”.
Appunto, un’auto blu al servizio della casta dei deputati regionali.
“I due deputati non avrebbero potuto prendere nemmeno l’autobus, dato che da Palermo a Catania sarebbero partiti alle 5 e 45, per poi proseguire in taxi fino a Sigonella, da lì fare il percorso inverso e poi raggiungere Niscemi, fanno sapere dall’ufficio stampa del gruppo parlamentare Cinque Stelle.
E dov’è il problema?
Quanti siciliani si alzano alle 5 per andare al lavoro?
O le due mammolette si alzano alle 10 di mattina?
Il caso però ha rischiato d’ingigantirsi ulteriormente quando stamattina Venturino ha anche sottolineato di non possedere un’auto.
Sulla pagina del Movimento Cinque Stelle siciliano, nella sezione trasparenza, il deputato ha dichiarato però di aver trattenuto tra gennaio e febbraio mille e cento euro come rimborso benzina.
Benzina di quale automobile se ha detto di non possederne una?
“Semplicemente per spostarmi da Piazza Armerina, la mia città , a Palermo, mio fratello mi presta spesso la sua automobile”.
Che converrà utilizzare anche al prossimo giro.
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE CATTANEO (PDL) E I VICE CECCHETTI (LEGA) E VALMAGGI (PD) COINVOLTI NELL’INCHIESTA SUI RIMBORSI IN REGIONE
Tre su cinque componenti del nuovo Ufficio di presidenza del consiglio regionale della Lombardia, appena eletto dall’aula del Pirellone, risultano indagati.
Il nuovo presidente Raffaele Cattaneo (Pdl) e i vicepresidenti Fabrizio Cecchetti (Lega) e Sara Valmaggi (Pd) sono indagati di peculato dai magistrati milanesi per le ‘spese pazze’ che sarebbero state effettuate dalla maggior parte dei consiglieri del Pirellone con rimborsi regionali normalmente destinati a spese per attività politica.
In particolare a Cattaneo i pm contestano spese sospette per 13mila euro, effettuate sempre a ridosso delle feste di Natale: il 30 novembre 2009 Cattaneo staccò un assegno da 6mila 100 euro per acquistare sei iPhone, tre stampanti Hp e un Apple Macbook e il 23 dicembre 2006 ne spese 7.140 euro per sei notebook Sony.
Acquisti giustificati come spese per attività politica e perciò rimborsati con soldi pubblici.
“Se mai sarò oggetto di condanna in primo grado, rassegnerò immediate dimissioni da questo consiglio”, ha comunque assicurato Cattaneo nel discorso di insediamento, aggiungendo questo passaggio a braccio rispetto al discorso scritto.
Anche il leghista Cecchetti, ex presidente del consiglio regionale, e la democratica Valmaggi sono destinatari di un avviso di garanzia sempre per l’ipotesi di peculato.
Nessun problema giudiziario, invece, per le due new entry eletti con l’incarico di consiglieri segretari: Eugenio Casalino (5 Stelle) e la leghista Daniela Maroni (eletta nella lista civica del governatore Roberto Maroni) sono alla prima esperienza politica al Pirellone.
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Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE IL PDL PREFERISCE IL CENTRO
Addio ai banchi che furono di Almirante, di Rauti, di Fini. 
Nessuno vuole più stare a destra.
In compenso, assalto agli scranni del centro: bisognerebbe soppalcare l’Aula per farci stare tutti quelli che lo chiedono.
La curiosa questione si è posta ieri a Montecitorio, atterrata sul tavolo dei deputati questori.
Finora, gli onorevoli si sono sistemati liberamente nell’emiciclo, con inevitabili gustosi piccoli «incidenti» tipo il non ancora capogruppo Pd Roberto Speranza finito dietro ad Alfano alla prima seduta.
Ora, a una decina di giorni dall’inizio della legislatura, occorre predisporre i posti fissi dei vari gruppi parlamentari.
Fosse facile, però: trovare il posto gradito a tutti rischia di diventare un rompicapo.
E se in passato è capitato di litigarsi l’estrema sinistra, come fecero i Radicali con il Pci, stavolta si discute al contrario non per accaparrarsi, ma per evitare l’estrema destra.
Già , perchè mentre Pd e Sel hanno naturalmente chiesto la parte sinistra dell’emiciclo, nella parte opposta non ci vuole andare nessuno.
Il Pdl, che pure occupava tutta l’area di destra nella scorsa legislatura, ha chiesto di sistemarsi al centro.
«Perchè noi facciamo parte del Ppe, siamo dei moderati», spiega il deputato questore Gregorio Fontana.
Nessuna voglia di finire relegati là in fondo, schiacciati all’estrema destra.
Il problema è che di altre forze di destra non ce n’è.
Ieri, mentre il ministro Terzi si dimetteva, sedevano laggiù negli ultimi banchi La Russa, Meloni, Corsaro: loro, i «Fratelli d’Italia», probabilmente ci starebbero volentieri, ma fanno parte del gruppo misto, in cui convergono forze di segno diverso.
Quindi, insomma, più a destra del centrodestra del Pdl non pare esserci nessuno.
Siccome al centro ci vuole stare pure Scelta civica, il questore anziano Stefano Dambruoso ha cercato di risolvere il sudoku proponendo al M5S di occupare i banchi che furono dell’Msi, visto che non è possibile, come avrebbero voluto loro, sistemarsi tutti in ultima fila.
Offerta rifiutata: anche i Cinque stelle sono intenzionati a chiedere una collocazione centrale.
Dove comincia a esserci troppo affollamento.
«Ma una soluzione la troveremo, tanto si starà qui per poco…», scherza Fontana.
Se non dovessero riuscirci, dovrà intervenire la presidente Boldrini: come una maestra con gli alunni indisciplinati, toccherà a lei decidere chi deve stare alla sua estrema destra.
Francesca Schianchi
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