Destra di Popolo.net

MATTEO ORFINI: “NE’ ORA NE’ MAI UN ESECUTIVO CON IL CAVALIERE”

Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile

IL LEADER DEI GIOVANI TURCHI DEL PD BOCCIA OGNI FUTURA MOSSA DEI RENZIANI

Matteo Orfini, leader dei Giovani Turchi, si va verso un accordo con il Pdl?
«No, nulla è cambiato da questo punto di vista. La nostra proposta è chiara: da un lato la disponibilità  a discutere con le forze parlamentari e sociali delle grandi riforme istituzionali di cui il paese ha bisogno; dall’altro la proposta di un governo di cambiamento sulla base degli otto punti che abbiamo presentati che sono non trattabili e non derogabili. Quindi un governo Pd-Pdl è inimmaginabile».
Neppure ponendo dei “paletti”?
«Non è misteriosa la ragione per cui non si può fare: è che non si risolvono i problemi del paese mettendo insieme forze politiche alternative che hanno visioni diverse sulle soluzioni di quei problemi. Certamente il Pd chiede di consentire l’inizio della legislatura e la nascita di un governo».
Ad oggi c’è uno stallo: Bersani rischia di fallire?
«Lo stallo c’era il giorno dopo le elezioni, ma il Pd ha preso l’iniziativa disegnando una possibile via di uscita, anzi l’unica via uscita: la nascita del governo Bersani e la grande convenzione per le riforme».
Il Pd esplode se il segretario non ce la fa?
«Lavoriamo perchè non fallisca e non discutiamo delle subordinate».
Però ci sono. Un governo istituzionale, del presidente, appoggiato da tutte le forze, sarebbe inevitabile in seconda battuta?
«L’impianto non può mutare: non si può pensare alla nascita di una maggioranza tra noi e Berlusconi anche per il dopo. Quello che abbiamo escluso per l’oggi, lo escludiamo anche per il domani».
Nel Pd i renziani ritengono possibile l’unità  nazionale a sostegno di un governo “del presidente”.
«Nel partito si discute. Ma è curioso che chi oggi esclude l’ipotesi del governo con il Pdl, la consideri domani un’ipotesi possibile. Sarebbe contro la logica».
Se Napolitano decidesse in questo senso, i Democratici cosa farebbero?
«Napolitano ha il dovere di dare un governo al paese, perchè questo è ciò che la Costituzione chiede al presidente. Le forze politiche valutano. Ma non credo che il Pd possa mutare atteggiamento. Un governo, quale che sia, sostenuto da una maggioranza Pd-Pdl, non è utile al paese».

(da “La Repubblica”)

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MARÃ’, LA MOGLIE DI GIRONE URLA ALLA CAMERA: “RIPORTATE A CASA MIO MARITO”

Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile

LA SORELLA DI MASSIMILIANO E LA MOGLIE DI SALVATORE NELLA TRIBUNA DEGLI OSPITI A MONTECITORIO: TRA LE MANI LA BANDIERA DEL BATTAGLIONE SAN MARCO

«Riportate a casa mio marito». Ha urlato tutta la sua rabbia verso l’emiciclo dei parlamentari Giovanna Ardito, la moglie del marò Salvatore Girone presente in aula durante il dibattito alla Camera sul caso dei militari italiani in India.
Stringe tra le mani la bandiera del Battaglione San Marco.
Con lei c’è anche Franca Latorre, sorella di Massimiliano
I parenti dei due marò pugliesi sotto processo in India, accusati di aver ucciso due pescatori indiani, non mollano, non vogliono mollare: «I nostri ragazzi – dice Franca Latorre con voce concitata, parlando al telefono con l’Ansa – devono tornare rapidamente qui».
«La politica – aggiunge la sorella del marò – deve essere unita. Non possiamo abbandonarli. Devono tornare», ripete.
Il boato delle dimissioni del ministro degli Esteri Giulio Terzi in disaccordo con le decisioni del governo, le affermazioni del ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, lo stupore del presidente Napolitano di fronte a dimissioni non preannunciate, non hanno per nulla impaurito le due donne, che oggi sono andate alla Camera per seguire il dibattito riguardante i loro cari.
«La crisi politica non è una cosa che ci fa piacere», dice Franca Latorre solo pochi minuti dopo aver ascoltato l’annuncio delle dimissioni di Terzi.
«Comunque – aggiunge – i ragazzi devono tornare a casa, subito, rapidamente. L’unione fa la forza e la politica si deve unire».
Il terrore della pena di morte, lo spettro di una pena comunque severa, l’atmosfera sempre più tesa che circonda i due fucilieri in India fa battere il cuore alle persone che sono più care a Salvatore e a Massimiliano: i due marò venerdì hanno lasciato la Puglia per tornare in India con gli occhi pieni di lacrime.
«Siamo soldati, – hanno detto – ubbidiamo».
Ma l’inquietudine nei loro cuori e nelle loro case, a Torre a Mare (Bari) e a Taranto, è ora veramente tanta, sembra aver superato ogni argine.
Per questo Vania Girone urla nell’aula di Montecitorio, tra lo stupore generale e della stessa Boldrini, per questo Franca Latorre con il cuore in gola ripete: «Bisogna riportarli qui, subito».
E la sorella del fuciliere non ha dubbi quando ai politici rivolge oggi lo stesso appello che qualche giorno fa ha lanciato via internet Massimiliano: «L’unione fa la forza. Bisogna guardare avanti e bisogna far presto, rapidamente, subito. La volontà  politica rispetto a questa vicenda deve essere unica».
«I ragazzi – dice la donna – sono innocenti e devono tornare a casa».

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“GRILLO E’ IN DIFFICOLTA’ E COLPEVOLIZZA GLI INFEDELI”: INTERVISTA A GIULIANO SANTORO, L’AUTORE DEL LIBRO “UN GRILLO QUALUNQUE”

Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile

“LA CACCIA ALLE STREGHE E’ SOLO UN MODO PER CERCARE DI SERRARE LE FILA”

Giuliano Santoro, da studioso del grillismo, ritiene fondata la denuncia sulle infiltrazioni dei troll nel blog di Grillo?
«Si tratta di una specie di caccia alle streghe. Leggo la sua uscita come un segnale di debolezza: Grillo comincia a fare i conti con il dissenso. Vede, questi messaggi contrari alla linea ufficiale contraddicono la sua idea della rete come un’entità  unica, il famoso “popolo del web”.
Ora, “il popolo del web” non esiste, è una sua costruzione ideologica, la rete è semplicemente uno spazio pubblico nel quale agiscono varie forze, che talvolta confliggono tra loro. Questa vicenda lo dimostra una volta di più».
Ma perchè giudica l’affondo una debolezza?
«Volendo schematizzare finora il blog di Grillo funzionava così: il comico-leader detta l’agenda e gli spettatori-lettori la condividono su Facebook, che è un formidabile moltiplicatore di contenuti, un luogo dove solo una piccola minoranza produce contributi originali. Gli altri si limitano a commentare con un “mi piace”. Ecco, i tanti commenti critici verso gli ordini calati dall’alto sovvertono questa passività »
Grillo incita alla caccia all’infiltrato. Ma com’è possibile scovarlo?
«Non vedo come potrebbe, da un punto di vista pratico. Il suo invito rappresenta piuttosto un messaggio politico, un modo per serrare le fila, respingere il nemico esterno. È l’ennesimo tentativo di colpevolizzare il dissenso. Lo scrive lui stesso nel suo post di domenica, quando parla di «divisori venuti per separare ciò che è oscenamente unito». I dissenzienti, sono, in questa logica, i fautori di una guerra che cerca di rompere l’unità  fittizia e autoritaria che c’è nei 5 Stelle».
Reggerà  questa unità  oppure al Senato si spaccheranno, votando la fiducia a un governo Bersani?
«Penso che nel breve periodo l’unità  non si romperà . Anzi, i loro auspici si stanno realizzando, visto che c’è il rischio concreto di un governissimo. Il che confermerebbe il loro frame: da un lato ci sono i partiti, che sono tutti uguali, e dall’altro ci sono i 5 Stelle. Per questo, se solo provi a ragionare, anche usando un pensiero autonomo dai partiti, ti zittiscono con un “allora ti paga il Partito democratico”».
Cosa l’ha colpita dei loro primi passi in Parlamento?
«La capacità  incredibile di concentrarsi sui dettagli, di spostare cioè l’attenzione su questioni simboliche ed emotive, a scapito di quelle materiali e razionali».
Può fare un esempio?
«Si parla di “rendicontare le caramelle”, e s’ignora l’importantissimo vertice dei primi ministri di Bruxelles. Insomma, si punta di continuo alla pancia degli elettori, senza spiegare come uscire dalla crisi».

Concetto Vecchio
(da “La Repubblica“)

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PAPA FRANCESCO RESTA NEL PENSIONATO: “PENSA DI VOLER VIVERE IN MODO NORMALE”

Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile

L’APPARTAMENTO PONTIFICIO E’ PRONTO, MA PER ORA IL PAPA PREFERISCE CONTINUARE AD ABITARE NELLA SUA SUITE DEL DOMUS SANTA MARTA

“Papa Francesco resta a vivere nel pensionato Domus Santa Marta e non si trasferisce, almeno per ora, nell’Appartamento Pontificio”.
Lo ha annunciato il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi.
“Papa Francesco pensa di voler vivere in modo normale”, ha spiegato Lombardi precisando che la Domus Santa Marta ospita abitualmente una cinquantina di prelati in servizo presso i dicasteri della Santa Sede.
“Questa mattina il Papa ha celebrato la messa davanti agli ospiti abituali della Domus Santa Marta e ha fatto capire loro che è sua intenzione rimanere con loro”, ha chiarito ancora il direttore della Sala stampa vaticana.
A 14 giorni dall’elezione, ha ricordato, “siamo in una situazione di inserimento e sperimentazione, per così dire.
Rispettiamo la sua scelta, anche se l’appartamento pontificio è pronto”.
“Intanto – ha precisato sempre Lombardi – si è trasferito alla 201, cioè nella suite che avrebbe dovuto ospitarlo subito dopo l’elezione dello scorso 13 maggio. E le stanze che erano state riservate ai cardinali elettori sono state riprese dai normali abitatori”.
Papa Francesco, ha commentato ancora il portavoce vaticano, “sperimenta questa convivenza: è una situazione di esperimento, manifesta questo desiderio di continuare a essere presente nella stessa casa che sta abitando dall’inizio del Pontificato. E dove ora sono tornati i sacerdoti e vescovi che vi risiedevano prima, tra i quali c’è anche il cardinale Giovanni Coppa”.
“Su quanto durerà  questa convivenza non faccio previsioni di lungo periodo”, ha concluso padre Lombardi aggiungendo però che papa Francesco per gli incontri “usa ormai sistematicamente l’Appartamento delle udienze alla Seconda Loggia”.

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‘NDRANGHETA IN PIEMONTE, PER IL SINDACO DEL COMUNE SCIOLTO “QUI LA MAFIA NON C’E'”

Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile

IL PRIMO CITTADINO DI LEINI’ AL PROCESSO MINOTAURO DOVE E’ IMPUTATO DI CONCORSO ESTERNO: “NESSUNA INFILTRAZIONE, UN IMPRENDITORE NON CHIUDE MAI LA PORTA”

“Se c’è un paese che non ha infiltrazioni mafiose nè mafiosi è Leinì”.
Lo ha dichiarato oggi ai magistrati di Torino Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, durante il maxiprocesso “Minotauro” contro la ‘ndrangheta che lo vede imputato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Il Comune alle porte del capoluogo piemontese di cui è stato dominus incontrastato per più di un decennio, prima come sindaco poi passando lo scettro al figlio Ivano, è stato sciolto per mafia dal governo Monti nel marzo 2012.
Secondo la procura Coral, arrestato nel giugno 2011 e oggi ai domiciliari, è stato una macchina da soldi per la ‘ndrangheta, che ha potuto così spartirsi appalti e subappalti nel Canavese e nei cantieri del suo gruppo industriale in cambio di pacchetti di voti.
Un “biglietto da visita” da usare in banca per ricevere credito.
Nell’aula bunker delle Vallette, l’imprenditore e politico di successo, noto anche come suocero e sponsor elettorale di Caterina Ferrero, ex assessore alla Sanità  della giunta di Roberto Cota coinvolta in un’inchiesta su favori, mazzette e appalti, ha ripercorso con voce rotta la sua storia di self-made man, arrivato in Piemonte dal Veneto.
“Ho la terza media, ho iniziato giovanissimo, ho vissuto in una baracca di legno”.
Per lui, uomo di destra con una “particolarissima simpatia per Craxi”, l’avventura politica è iniziata quasi per caso, nel 1994, quando Forza Italia lo ha presentato come uomo nuovo dopo due anni di commissariamento del Comune, sciolto una prima volta nel 1992 per una mini tangentopoli che aveva portato in carcere alcuni assessori e il vice sindaco. “Ero il Grillo di tanto tempo fa, ma con i piedi per terra” racconta lui.
È orgoglioso, Coral, di quanto è riuscito a costruire a Leinì, che nei 10 anni della sua amministrazione è passato da 11mila a 15mila abitanti, con una crescita di circa 2-3 mila unità  abitative.
Ed è riuscito a fondare un’Università  su cui la Presidente della corte Paola Trovati gli ha chiesto chiarimenti: “Vede che lei non sa che c’è l’università ? Vede che quando noi di destra facciamo qualcosa, voi magistrati..”, le ha risposto Coral.
Gran parte dei lavori fatti a Leinì sono passati dalla Provana Spa, il “capolavoro” di Coral, una società  “in house” che secondo la relazione d’accesso prefettizia ha rappresentato “il mezzo di cui quest’ultimo si è servito per concludere gli affari illeciti con i boss” e grazie al quale “è riuscito a pilotare (e sperperare) una mole impressionante di denaro pubblico derivante sia dalle casse del municipio che da sovvenzionamenti europei aggiudicati tramite l’Ente Regione Piemonte”.
Coral si è sempre mosso con disinvoltura nel mondo delle costruzioni.
“Facendo il Sindaco ho cercato di far vedere che noi imprenditori, credo che qui siamo tutti imprenditori ognuno nella sua misura, non è vero che siamo dei disonesti, abbiamo solo bisogno di lavorare ..” ha detto durante una cena elettorale   ai suoi invitati.
Esponenti della ‘ndrangheta e pregiudicati, chiamati a sostenere la candidatura del figlio Ivano, suo erede nel ruolo di sindaco a Leinì, nel 2009 in corsa per una poltrona alla provincia.
Coral ha detto di non sospettare nulla della loro identità  nè della presenza della ‘ndrangheta sul territorio di cui è stato sindaco.
“Nel 2003 è morto un mafioso nel quartiere Tedeschi, poi non ne abbiamo avuti altri”, ha detto. Di quanto fossero importanti certe relazioni era invece ben consapevole, perchè “la comunità  calabrese è la nostra ricchezza” aveva ammesso alla cena.
Un appuntamento rivelatosi imbarazzante, che Coral giustifica con queste parole: “Proporre la cena è il modo di fare dell’imprenditore, che non chiude mai la porta”.
È il suo stile, dice.
Secondo la magistratura Nevio Coral dopo quella cena ha pagato 24mila euro per la campagna elettorale a favore del figlio Ivano presso le “famiglie” calabresi.
Ma le cifre dei suoi accordi, secondo le ricostruzioni, sembrerebbero essere state ben altre.
Si parla di centinaia di migliaia di euro, che lui nega risolutamente.
“Perchè noi non siamo una famiglia che ha bisogno di comprare i voti”, dice, e lui sa fare bene il suo mestiere.

Elena Ciccarello
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA GENERAZIONE EMERGENTE DEL PD: DA FASSINA A ORFINI, DALLA MORETTI A ORLANDO

Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile

QUARANTENNI, RINNOVATORI MA DIVISI SUL FUTURO: LA CARICA DEI GIOVANI TURCHI ANTI-SILVIO

Diffidati dalla comunità  armena – in nome del rispetto delle vittime del genocidio – e dalla presidente dell’Associazione Italia-Armenia (la collega di partito Sandra Zampa), i “giovani turchi” del Pd non sanno al momento come ribattezzarsi.
Tra le ipotesi: la “gauche” democratica; i “rinnovatori”; quelli di “Rifare l’Italia”; i T/q, ovvero i Trenta/quarantenni (e qui si sono lamentati un gruppo di scrittori omonimi).
Avvertono: «O Bersani o voto».
Nessuna subordinata, nè piano B, e soprattutto nessun accordo con il Pdl nè presente nè futuro. Lo ribadiscono in ogni occasione.
Matteo Orfini, Andrea Orlando, Stefano Fassina sono le figure-traino, ma da un anno a questa parte, da quando cioè sono nati come corrente filo Bersani (e contro la nomenklatura) con Francesco Verducci, la vicentina Alessandra Moretti, il torinese Stefano Esposito, la toscana Silvia Velo, si sono persi un po’ di pezzi.
E ormai è in atto una mini- diaspora.
Ci sono infatti quelli che pensano già  al “dopo Bersani” (Orfini) e quelli che non ne vogliono sentire parlare (Moretti). Ma hanno acquistato sempre maggiore peso politico, in virtù del ricambio generazionale.
Il nome, affibbiatogli dai media, ma a loro molto gradito, doveva essere quello del movimento politico d’inizio Novecento nell’impero ottomano e ricordare il travaglio di rinnovamento che portò Kemal Ataturk al potere.
Non i primi nè gli ultimi a evocare quei giovani turchi: anche la nouvelle vague cinematografica di Truffaut, Godard, Chabrol si chiamò a un certo punto «les jeunes turcs».
Orfini dice che, se Bersani fallisse, si va al voto ma con un candidato premier nuovo: «Non si può avere due volte una chance come quella della premiership, non può essere Bersani ». Orlando nega si possa parlare del “dopo” nel momento di massimo sforzo del segretario.
Orfini è l’unico dalemiano della squadra, 39 anni, casa al Tufello, 3.300 euro di stipendio del partito come responsabile del Dipartimento Cultura fino all’altroieri.
Oggi i “giovani turchi”sono tutti parlamentari
Stefano Fassina nasce bersaniano, economista: a testa bassa ha attaccato Monti nei tredici mesi di governo del Professore.
Ha smantellato punto per punto l’Agenda montiana.
È stato la testa d’ariete della battaglia contro il sindaco “rottamatore” Renzi, che definì “il portaborse di Lapo Pistelli”.
Se n’è uscito avvertendo che non bisogna sabotare Bersani. Su Twitter Antonello Giacomelli, ex capo della segreteria di Franceschini, gli ha risposto: «Ma cos’è un’autocritica?».
Sono stati comunque loro a suggerire a Bersani i nomi di Laura Boldrini e di Pietro Grasso alle presidenze delle Camere.
Lo rivendicano.
In una riunione volante nell’aula di Montecitorio, durante una pausa dei lavori, reclutando anche Daniele Marantelli, hanno parlato con Bersani della strategia del cambiamento.
Teorizzano un confronto possibile con la Lega (e non con il Pdl). Lo ha detto Fassina.
Anche qui, scatenando un putiferio di tweet.
Hanno comunque giurato, come tutti nel Pd, che nelle 72 ore dell’arrampicata di Bersani in queste consultazioni, saranno prudenti.
«Fiducia fino all’ultimo al segretario – vanno ripetendo -. Poi però, ci chiariamo: e c’è soltanto il ritorno alle urne».

(da “La Repubblica“)

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LA CRISI DI NERVI CHE SCUOTE UN PD SENZA CORAGGIO E ORGOGLIO

Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile

LO STRANO CASO DI UN PARTITO CHE VINCE LE ELEZIONI, PUO’ DARE LE CARTE MA NON E’ UNITO… MENTRE IL CENTRODESTRA BERLUSCONIANO CHE LE HA PERSE SEMBRA DETTARE LE CONDIZIONI GRAZIE ALL’ILLUSIONISMO DEL SUO LEADER

Per la prima volta nella storia repubblicana un partito di sinistra ha vinto le elezioni politiche o almeno è arrivato primo in termini di voti (i grillini imparino a contare e abbandonino la loro infantile arroganza) e detiene la maggioranza assoluta dei seggi nella camera più rappresentativa.
La destra berlusconiana non ha ragioni per lamentarsi di questa distorsione della rappresentanza: il porcellum con il premio di maggioranza lo ha voluto lei.
Inutile che si metta a strillare che non è giusto che chi arriva primo si prenda tutto, ci doveva pensare prima quando ha confezionato quella legge elettorale a suo uso e consumo.
Il Pd è quindi il primo partito, quello che ha in mano quasi tutte le carte.
Il Pdl, al contrario, è precipitato al terzo posto perdendo circa la metà  dei suoi voti e raccogliendo un risultato abissalmente lontano da quanto Forza Italia e Alleanza Nazionale insieme ottenevano.
La destra italiana, Lega compresa, non è mai stata così debole.
Anzi, al di sotto di questa quota difficilmente potrà  scendere. Eppure si comporta da vincitrice.
E con questo si conferma la fantastica dote illusionistica del suo leader , capace di trasformare una cocente sconfitta in una simil- vittoria. Berlusconi riesce a farlo perchè trova compiacenti cantori in quella opinione pubblica che fino a qualche mese lo dipingeva quasi con disprezzo— si parlava addirittura, con atteggiamento maramaldeggiante, di “declino fisico” — mentre ora, spaventati del ritorno del Caimano si affrettano a cantare le lodi, salvo qualche piccola tirata di orecchie per un nonnulla come l’assalto al Palazzo di Giustizia di Milano
Ernesto Galli della Loggia nella sua recente requisitoria contro la classe dirigente nazionale avrebbe dovuto aggiungere anche la propensione al salto nel carro dei vincitori: una specialità  in cui non temiamo confronti, purtroppo.
Ma la sensazione di una destra vittoriosa pur ridotta al lumicino viene anche dalle contraddizioni del Pd.
Solo un partito confuso e incerto può lasciar cadere nel dimenticatoio il risultato che ha raggiunto.
Che sia avvenuto per il rotto della cuffia e sia monco di una maggioranza in una Camera deve essergli ben presente per non cadere nel delirio di onnipotenza.
Però c’è un limite anche al masochismo. Il Pd vi si sta invece tuffando dentro. Gli manca la convinzione di sè.
Si sta ripetendo quanto era avvenuto nel 2008 quando l’ottimo e insuperato risultato di allora venne buttato alle ortiche e il partito si pianse addosso per non aver vinto, cioè per non essere arrivato primo.
Ora che il Pd ce l’ha fatta, di nuovo rischia la crisi di nervi.
Per arrivare al traguardo Bersani deve superare ogni tipo di ostacolo, ivi compreso quello che viene dalle sue file, dalla mancanza di sostegno effettivo al suo tentativo. Anche se nessuno ha il coraggio e l’onestà  di dichiararlo apertamente nelle sedi proprie, e non nei salotti televisivi, a Bersani manca quello che sorregge Berlusconi: un partito unito, disposto a seguirlo fino in fondo.
Questa debolezza ha ridotto fin da subito le chance di successo del segretario del Pd. Se così non fosse, il partito avrebbe avuto buon gioco a dire che questa era l’unica possibilità  per proseguire la legislatura: quando si ha il controllo di una Camera non si può forse governare ma certamente si può impedire di fare nascere ogni altro governo. Oggi invece assistiamo ad un Berlusconi che impone— o per lo meno cerca di imporre — le sue scelte ed è pronto con il suo 30% a scatenare le piazze e impedire alle camere di lavorare, mentre il Pd se ne sta come un agnellino tremante ad attendere che sorte gli toccherà , senza avere il coraggio delle proprie scelte.
A forza di essere responsabile e ragionevole come molti gli intimano di fare, il partito perde ogni credibilità .
Di fronte a tante e tali pressioni il Pd può reggere solo se si dimostra compatto e consapevole della propria forza e della gravità  della sfida.
Se ritiene cioè di avere ancora un “senso” e quindi una mission.
O il Pd comprende che verrà  giudicato dal suo elettorato – indipendentemente dalle valutazioni della cosiddetta classe dirigente – sulla capacità  di reggere sulle proprie posizioni e di non cedere al ricatto del Signore di Arcore, oppure le sue spoglie saranno spartite tra grillini e altri che verranno.

Piero Ignazi
(da “La Repubblica”)

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CASO MARO’, IL SOTTOSEGRETARIO DE MISTURA FA IL GIRO DEI TALK SHOW INDIANI PER SPARARE CAZZATE

Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile

NON E’ L’ITALIA AD AVER BISOGNO DI ESSERE “RIABILITATA”, MA IL GOVERNO PATACCA INDIANO… LA RIDICOLA LINEA DI MONTI: CONVINCERE GLI INDIANI CHE IL RIENTRO DEI MARO’ ERA SOLO SOSPESO IN ATTESA DI GARANZIE SULLA PENA DI MORTE

Il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura il 22 marzo è tornato in India assieme ai due marò “per ricucire i rapporti bilaterali compromessi” tra Roma e New Delhi.
Il suo obiettivo è convincere l’opinione pubblica indiana e per questo, ormai da cinque giorni, rilascia interviste ai giornali e partecipa assiduamente a talk show televisivi.
Il diplomatico italiano è stato ospite — tra gli altri — di The Last Hour, celebre programma di approfondimento giornalistico indiano nel solco di format come l’americano 60 minutes o il nostro In Mezzora, e di un’edizione speciale del telegiornale della rete NDTV, canale all news in lingua inglese noto in India per la propria autorevolezza.
Dalle interviste in tv emerge la nuova linea della diplomazia italiana: arrivare il più in fretta possibile a una soluzione del pasticcio Enrica Lexie ed esaltare i punti di contatto che i solidi rapporti tra India ed Italia possono vantare oltre la disputa dei due marò.
I diversi cambi di fronte della Farnesina, che aveva negato il rientro di Latorre e Girone in India l’11 marzo salvo poi ritrattare tutto dieci giorni dopo, sono stati “giustificati” da De Mistura con l’apprensione delle istituzioni italiane per la possibilità  di una sentenza indiana che prevedesse la pena capitale.
Una “questione di vitale importanza” che, secondo il sottosegretario, in passato non è stata manifestata abbastanza chiaramente alla controparte indiana.
I giornalisti indiani, su questo punto, hanno di che obiettare: il problema della pena di morte — inesistente, in India nessuno ne aveva ma paventato l’opzione — in oltre un anno di confronto diplomatico non era mai stato minimamente sollevato, lasciando spazio a congetture che imputano questa inaspettata preoccupazione italiana a influenze nel processo decisionale da parte della popolazione italiana non debitamente informata sull’applicabilità  della pena capitale in India.
Una volta ricevute le dovute rassicurazioni del caso dal ministro degli Esteri Salman Khurshid – sempre secondo quanto racconta De Mistura — i marò hanno fatto diligentemente ritorno in territorio indiano.
L’Italia, ha spiegato De Mistura, non aveva negato il rientro in via definitiva, bensì aveva semplicemente “sospeso” l’affidavit firmato dall’ambasciatore Mancini. Riportando i marò in India entro la scadenza della licenza per le elezioni nazionali (mezzanotte del 22 marzo), le istituzioni italiane hanno “mantenuto la parola”.
Ma leggendo entrambi i comunicati della Farnesina dell’11 marzo — uno in inglese e uno in italiano — non si accenna mai ad alcuna sospensione: i toni sono indubbiamente perentori.
De Mistura ha messo l’accento più volte sulla necessità  di arrivare a una sentenza in tempi brevi, evitando così l’esacerbarsi delle emotività  che sia in India che in Italia circondano il caso dei due fucilieri del reggimento San Marco.
Si vocifera che le udienze della Corte potrebbero iniziare già  dal prossimo 2 aprile e quindi, se come promesso i giudici lavoreranno al caso ogni giorno, si inizia a intravedere la luce un fondo a un tunnel legale lungo ormai più di un anno.
Quando la brutta storia dei marò sarà  archiviata — con una sentenza in India, un processo in Italia o il ricorso ad un arbitrato internazionale — Roma e New Delhi potranno riprendere il filo dei rapporti bilaterali.
De Mistura, su NDTV, ha infatti spiegato che oggi “in Italia vivono 100mila indiani, stanno facendo un lavoro fantastico, sono parte integrante della nostra società ; abbiamo 100mila turisti italiani che ogni anno si recano in India, tutti questi problemi devono essere superati”.
Senza contare i legami commerciali consolidati e futuri, sui quali però pende la spada di Damocle dello scandalo Finmeccanica.
“La fiducia persa dall’Italia può essere recuperata lasciando spazio a sereni e proficui rapporti bilaterali”.
Ne è convinto De Mistura, che sempre a NDTV ha dichiarato che dal punto di vista diplomatico, quando si evita una crisi, la fiducia si ricostruisce con ancora più forza e velocità .
Ciò senza dimenticare che sia India sia Italia devono raggiungere una soluzione al problema dei marò al più presto, tenendo presente che in entrambi i Paesi c’è molta emotività . “E come si fa a controllare questa emotività ? Bisogna arrivare in fretta a una soluzione”.

Il commento del ns. direttore

Non sono bastati Monti e Di Paola a renderci ridicoli nel mondo, ci mancava pure il caratterista De Mistura inviato a fare il giro della quattro parrocchie-Tv indiane per giustificare il comportamento da cacasotto del nostro governo.
De Mistura forse non ha ancora capito che non è l’Italia che deve essere riabilitata, ma il governo patacca indiano.

In Tv ci vada per dire poche verità  (e meno cazzate):

1) L’India non ha alcuna giurisdizione sulla vicenda Marò in quanto è provato che essa è avvenuta in acque internazionali.
Solo atti illeciti delle autorità  indiane, avallate dall’imbecillità  di quelle italiane, hanno determinato il fermo arbitrario dei due militari italiani.

2) Se in India è in corso una guerra politica per bande trovino altri argomenti per litigare e lascino in pace i due militari italiani.

3) Se gli indiani   hanno tempo da perdere lo dedichino a garantire la sicurezza dei loro porti commerciali che sono un colabrodo

4) E’ l’ultima volta che il nostro Paese permette il sequestro di un proprio ambasciatore, la prossima volta dall’ambasciata indiana a Roma non esce sulle proprie gambe neanche il cuoco.

5) Senza il ritorno immediato dei due marò i 100.000 turisti italiani che ogni anno visitano l’India si riduranno a zero, mentre saranno espulsi come indesiderati i 100.000 lavoratori indiani ospiti del nostro Paese.

6) Se il governo indiano continua a violare il diritto internazionale non rispondiamo di azioni inconsulte in Italia contro obiettivi civili indiani.

Se De Mistura non ha le palle o il mandato per dire queste semplici cose, torni   a casa ed eviti di farci fare ulteriori figure di merda.

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TERZI SI E’ DIMESSO: “CONTRARIO AL RITORNO DEI MARO’ IN INDIA. LA MIA VOCE E’ RIMASTA INASCOLTATA, HO DIFESO L’ONORABILITA’ DEL MIO PAESE”

Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile

DURO ATTO DI ACCUSA DI TERZI CONTRO IL GOVERNO: “MI DIMETTO PERCHE’ SOLIDALE COI DUE MARO’ E LE LORO FAMIGLIE”… ORA MONTI CHIEDA ASILO POLITICO A QUELLE AZIENDE PER CUI SI E’ VENDUTO   L’ONORE DELL’ITALIA

Il ministro degli Esteri Giulio Terzi, oggetto di pesanti critiche per la gestione del caso marò, ha dato le dimissioni, in disaccordo con la decisione di rimandare in India i due fucilieri di Marina accusati di aver ucciso due pescatori indiani.
“La mia voce è rimasta inascoltata”, ha detto il ministro annunciando la sua decisione mentre riferiva alla Camera sul caso.
“Mi dimetto perchè per 40 anni ho ritenuto e ritengo oggi in maniera ancora più forte che vada salvaguardata l’onorabilità  del Paese, delle forze armate e della diplomazia italiana. Mi dimetto perchè solidale con i nostri due marò e con le loro famiglie”, ha spiegato in Parlamento.
“Saluto con un sentimento di profonda partecipazione e ammirazione i marò Latorre e Girone. Ancora ieri le loro parole hanno dato uno straordinario esempio di attaccamento alla patria”, aveva detto il ministro alla Camera in apertura della sessione durante la quale il governo riferisce sul caso dei due militari italiani accusati dell’uccisione di due pescatori indiani mentre erano di guardia a una nave italiana, e al centro di una lunga contesa giudiziaria con l’India.
Il rimbalzo di decisioni contraddittorie prese dalla Farnesina e dal ministero della Difesa, prima con il rifiuto di rimandare in India i militari che avevano avuto la concessione a recarsi in Italia per votare, e poi con il cedimento alle pressioni di Delhi per un immediato rientro, ha provocato in questi giorni un’aspra polemica politica, con aperte accuse alla Farnesina di aver agito in totale autonomia.
Accusa cui Terzi ha risposto così: “In questi giorni ho letto ricostruzioni enormememente fantasiose in merito ad azioni che avrei assunto in modo autonomo, senza considerare gli effetti e i rischi di   questa azione. Da uomo delle istituzioni per quarant’anni – ha aggiunto Terzi – mai avrei agito in modo autoreferenziale”.
“Tutte le istituzioni erano informate e d’accordo sulla decisione di trattenere in Italia i marò. La linea del governo è stata approvata da tutti l’8 marzo”.
“Nelle ultime settimane – ha proseguito Terzi – la decisione dell’India di sospendere l’immunità  del nostro ambasciatore Daniele Mancini, in palese violazione della convenzione di Vienna, è stata giudicata da tutti i partner un atto di ritorsione platealmente illegittimo, che ha indebolito la credibilità  del governo indiano su questa specifica controversia”.

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