Ottobre 5th, 2014 Riccardo Fucile
PARTITO IN CRISI NERA: CASSE VUOTE E APPENA 8.000 TESSERATI… CENTO DIPENDENTI SENZA STIPENDIO
È solo uno degli indizi del fallimento del progetto Forza Italia, solo che Berlusconi in questi giorni l’ha
additato a porte chiuse per sostenere la tesi della rottamazione.
In effetti, quel dato in quattro cifre dice molto più dei sondaggi che pure nelle ultime settimane avevano registrato un calo dei consensi dal 16,8 delle Europee al 13-15 per cento.
Al 30 settembre, gli iscritti al partito nel 2014 sono risultati ai registri di San Lorenzo in Lucina 8.300. Non uno di più.
E se nel Pd si è aperto un caso per il crollo a centomila, si può comprendere quale sia la portata della deriva forzista
Il fatto è che questo 2014 doveva essere l’anno della rinascita e del rilancio dopo lo strappo del novembre scorso.
E invece la soglia molto inferiore ai diecimila vuol dire, come fanno notare, che nemmeno tutti gli eletti – dai consiglieri comunali agli assessori regionali, fino ai parlamentari – hanno sentito l’esigenza di arruolarsi versando una cifra quasi simbolica al partito.
“Volontario azzurro” 30 euro, “sostenitore azzurro” 100, “benemerito azzurro” 500, fino ai mille dei parlamentari, è il tariffario del tesseramento sul sito. Fallito.
La situazione è tale da aver costretto lo stato maggiore e i responsabili del tesseramento a prorogare la scadenza per l’iscrizione al 30 novembre, dead line che nei prossimi giorni sarà ulteriormente spostata al 15 dicembre.
La speranza è che con l’indizione dei congressi comunali la quota degli iscritti lieviti. «Sarà certamente così, senza congressi non ha nemmeno senso parlare di tesseramenti, quella cifra in fondo è poco indicativa» minimizza il responsabile elettorale Ignazio Abrignani.
Certo è che il confronto con i precedenti risulta improponibile.
L’ultimo dato certificato che risulti agli atti del Pdl è riferito all’anno 2011, quello appunto in cui si sono celebrati i congressi locali. Con l’allora segretario Angelino Alfano che annunciava trionfante il raggiungimento di quota 1 milione 139.192 iscritti.
Ora, il flop dei tesserati è solo una delle tessere che ha fatto saltare i nervi al leader, insieme a quella del dissesto finanziario.
La scorsa settimana il tesoriere del vecchio Pdl, Maurizio Bianconi, è stato convocato dal leader e da Verdini a Palazzo Grazioli.
Gli hanno quasi intimato di drenare soldi a Forza Italia, che del Pdl sarebbe pure creditrice per 22 milioni.
«Ho tanti altri creditori da soddisfare, posso dare poco meno di un milione, nulla di più» ha risposto a muso duro il ruspante deputato toscano. Sono state scintille.
La situazione, con un centinaio di dipendenti senza stipendi da un mese, resta inchiodata al profondo rosso.
E poi c’è la guerra intestina, lo scontro solo sopito con Fitto e i suoi.
I cento giovani già selezionati e i club Forza Silvio sono il futuro, ma per il lancio del nuovo progetto politico Berlusconi attende che si consumi il passaggio della riforma elettorale.
Solo se otterrà da Renzi il premio alla lista (e non alla coalizione) potrà procedere a vele spiegate. Ecco perchè ieri non ha potuto far altro che smentire le anticipazioni pubblicate sul progetto “Forza Silvio” nuovo di zecca da testare alle regionali. «Fantasiose, senza fondamento», le ha definite.
Quanto ai debiti, «sono garantiti da mie fideiussioni, dunque ne rispondo personalmente», e Fi «non chiude, non cambia nome e continuerà a svolgere un ruolo».
Anche a sentire Fitto la tempesta «è alle spalle», lui resta, conferma dalle telecamere di “Che tempo che fa”, ma andando «avanti col coraggio delle mie idee».
Un centro con Passera e Della Valle? Nega, ma a Matera a una manifestazione al fianco del fondatore di “ItaliaUnica” aveva detto che «non c’è preclusione nei confronti di alcuno».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 5th, 2014 Riccardo Fucile
OBIETTIVO 5.000 EURO A SERATA… DAMIANO: “NON SERVIREBBERO SE I PARLAMENTARI VERSASSERO IL DOVUTO”
«Ci mancavano solo le cene di finanziamento». Tirava un vento gelido alla riunione di giovedì, nella sala Berlinguer della Camera.
Il tesoriere Francesco Bonifazi e Alessia Rotta, responsabile comunicazione della segreteria, avevano convocato i parlamentari pd del Nord per annunciare l’ultima iniziativa del partito. Obiettivo, racimolare un po’ di denaro: «Ognuno di voi troverà 5.000 euro, chiamando un certo numero di imprenditori».
La prima cena si terrà a metà novembre, a Milano (Bonifazi ha già fatto i sopralluoghi). Poi ne è sicura una seconda, a Roma. Ma altre tavole potrebbero essere imbandite con il segretario a Firenze, Bari, Napoli e Palermo.
Con un piccolo problema: il gelo e l’imbarazzo dei parlamentari convocati giovedì è l’avvisaglia di un vento di rivolta tra i democratici, non solo della minoranza, poco entusiasti dell’idea.
Il modello citato dal partito è quello di Obama, ma sono in diversi a tirare in ballo le cene berlusconiane a base di pennette tricolori, canzoni di Apicella e barzellette.
Cesare Damiano critica apertamente l’idea: «Non mi sento molto stimolato da questa iniziativa. Piuttosto che organizzare le cene con gli industriali, preferirei farle con esodati e cassa integrati». D’accordo, ma servono soldi. «Facciamo i conti allora. Io verso ogni mese 1.500 euro al partito. Per l’elezione mi hanno chiesto 50.000 euro di contributo. Ne ho già versati 25.000. Tutti soldi che, sia chiaro, do volentieri. Bene, se tutti versassero lo stesso, arriveremmo a una cifra di quasi 11 milioni di euro all’anno». Mica male.
«Sì, ma li versano tutti? Non credo proprio. Ecco, io chiedo al partito la lista di chi paga. E chi non paga sia cacciato. Poi voglio un bilancio consolidato, con il fabbisogno, per le esigenze di Roma e dei circoli. Servono regole, altrimenti è un circo Barnum».
E se uno non trovasse i 5.000 euro? «Infatti, la velata richiesta del partito è questa: dateci 5.000 euro a testa».
Pippo Civati è in linea: «Io passo per contestatore, ma sono in regola e verso tutti i mesi la mia quota. Gli altri? Vorrei sapere chi paga. Quanto alle cene, altro che Obama, le fa la destra conservatrice. E poi mi pare un messaggio equivoco: in un momento di crisi ci mettiamo a fare cene da 1.000 euro?».
Non tutti la pensano come Damiano e Civati, naturalmente.
Matteo Mauri, per esempio: «Non è una novità , si è fatto spesso in passato. Poi gli imprenditori hanno sgravi per le donazioni che fanno, quindi non è impossibile. Non è detto che non si faranno anche delle cene popolari, a prezzi più bassi con più gente: una cosa non esclude l’altra»
L’importante è fare cassa: «Dobbiamo campare – spiega Michele Anzaldi –. La situazione è disperata. Certo, che tutti riescano a raccogliere 5.000 euro mi pare fantascienza».
Davide Faraone non capisce le critiche: «Sono strumentali, fatte dai soliti noti. Le cene di autofinanziamento si sono sempre fatte».
A proposito di soldi e conti, Faraone ha qualcosa da dire anche a Ugo Sposetti: «Sequestra il nostro patrimonio e invece di tacere, parla di assenza di iscritti, risorse e democrazia nel Pd. È incredibile».
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 5th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI SCATTA SULL’ATTENTI: “DIETROFRONT SE DANNEGGIA LE IMPRESE”
Frenata del governo sull’anticipo del Tfr in busta paga: la misura allo studio dell’esecutivo con l’obiettivo
di potenziare l’effetto bonus e rilanciare i consumi, non piace alle nè alle piccole aziende, nè a Confindustria e Palazzo Chigi fa un mezzo passo indietro.
«Ascolteremo le piccole imprese – ha detto Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo economico – per loro il Tfr è un elemento fondamentale di liquidità , da cui dipende la capacità di investire e di andare avanti. Se non ci sarà una soluzione che le manterrà indenni sul questo fronte, su quello dell’indebitamento e della capienza dei castelletti, l’operazione non si farà ».
Il meccanismo al quale il governo sta pensando e che prevede il coinvolgimento del sistema bancario non convince infatti “i piccoli”, ma nemmeno Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria.
Mettendo il Tfr in busta paga «per quel poco che si è capito, l’unico a beneficiare sarebbe il Fisco – ha detto – quest’operazione farebbe sparire con un solo colpo di penna 10-12 miliardi per le piccole imprese: non accetteremo soluzioni che mettano a rischio la loro liquidità e che aumentino costi e complessità burocratica».
Un «no grazie» è arrivato anche dalle Confcooperative: «Siamo già troppo provati dalla crisi» ha affermato il presidente Maurizio Gardini.
Ma se sul Tfr il governo sembra frenare – «la questione importante, ne stiamo discutendo» ha detto ieri il premier Matteo Renzi – resta alta la tensione sul Jobs act e sulla possibilità che il governo, per bypassare la valanga di emendamenti presentati, decida di porre il voto di fiducia sul provvedimento.
«Al momento la fiducia non ci sarà » ha assicurato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti «stiamo lavorando per una composizione delle diverse soluzioni».
Ma allo stesso tempo il vicepresidente del partito, Lorenzo Guerini ha ricordato come, nella prossima settimana «con o senza fiducia sia importante mettere un punto definitivo per un primo passaggio al Senato: il Paese deve correre e la tempistica ha una sua importanza».
Parole che preoccupano la minoranza del Pd, che vuole il dibattito in aula e il voto sugli emendamenti presentati «Sarebbe un errore se su una legge delega di questa portata il governo scegliesse la via della fiducia» ha affermato Gianni Cuperlo. §
Per Pippo Civati oltre che un errore «sarebbe un segno di debolezza dell’esecutivo. Renzi aveva parlato di un nuovo emendamento, se si torna indietro vorrà dire che saremo ancora meno d’accordo di prima».
«Per quanto mi riguarda senza cambiamenti significativi la delega non è votabile – ha messo in chiaro Stefano Fassina, che si è detto pronto, in quel caso «ad andare il piazza il 25 ottobre».
In attesa della manifestazione voluta per quella data da Cgil e Fiom, ieri il governo Renzi ha incassato la prima protesta di piazza, organizzata da Sel a Roma, contro la politica del lavoro.
«Servono risposte concrete e immediate e avere un concorso per il futuro. La gente ha perso la fiducia nel futuro – ha detto il premier Renzi – nonostante i problemi e le difficoltà non molliamo».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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