Destra di Popolo.net

LO STATUTO M5S INCHIODA GRILLO “TITOLARE E GESTORE” DEL BLOG, LA CAUSA E’ IN ATTO, NON E’ VERO CHE E’ STATA CHIUSA, IL PD CHIEDE 1 MILIONI DI DANNI

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LA DENUNCIA PER DIFFAMAZIONE, SCARICABARILE DI GRILLO CON LA CASALEGGIO E CON CHI GESTISCE MANUALMENTE SOCIAL ED ACCOUNT

È una vicenda che, assieme ad altre, può entrare nel cuore della cyberpropaganda pro M5S e diventare un caso di scuola.
Nella memoria difensiva per una nuova querela per diffamazione arrivata a Beppe Grillo dal Pd (il blog e tweet diedero sostanzialmente dei corrotti a Renzi e Boschi per Tempa Rossa, i due non furono mai neanche indagati; ora il Pd chiede un milione di danni), gli avvocati del capo del M5S scrivono: Grillo «non è responsabile, quindi non è autore (suo sinonimo), nè gestore, nè moderatore, nè direttore, nè provider, nè titolare del dominio, del blog, nè degli account twitter (corsivi nostri), nè dei tweet e facebook, non ha alcun potere di direzione nè di controllo sul blog nè sugli account twitter, nè dei tweet o facebook, e tanto meno di, e su, ciò che ivi viene postato».
Grillo scarica addosso ad altri eventuali denari da pagare, separandosi da ciò che avviene in suo nome nello spazio cibernetico.
Ma addosso a chi? Alla Casaleggio? Al dipendente che gestisce i suoi social? A uomini della comunicazione ufficiale, o dell’Associazione Rousseau?
E «gli account», quali sono esattamente? Gli avvocati non usano il singolare (eppure l’account in causa qui è solo quello di Grillo). Usano il plurale.
La memoria è firmata da tre legali, Enrico Grillo, Guido Torre, Michele Camboni.
Il primo è il nipote di Beppe e, soprattutto, è tra i firmatari (assieme al comico e Enrico Maria Nadasi) di un atto storico, il cosiddetto statuto di cui il M5S si dovette dotare (nel dicembre 2012 a Cogoleto, vicino a Genova) per evitare, disse il fondatore M5S, di correre il rischio di non potersi presentare alle elezioni.
Oggi Grillo dice: «Rispondo solo dei post firmati».
Tuttavia in quell’atto fondativo, all’articolo 4, è scritto il contrario: «Giuseppe Grillo, in qualità  di titolare effettivo del blog raggiungibile all’indirizzo www.beppegrillo.it (…) , mette a disposizione dell’Associazione Movimento cinque stelle la pagina del blog».
La conclusione: «Spettano quindi al signor Giuseppe Grillo (…) titolarità  e gestione della pagina del blog».
Peraltro, nella memoria difensiva attuale Enrico Grillo è difensore di Beppe Grillo; nello «statuto» del M5S è, circostanza mai smentita, vicepresidente M5S.
Nella pagina del blog, invece, sta scritto che Grillo è titolare per la privacy, e la Casaleggio è titolare del trattamento dei dati. L’intestatario formale è (cosa nota) tale Emanuele Bottaro.
È un sistema che rende difficile, ma non impossibile, accertare responsabilità  di testi, e favorisce le anonimizzazioni; facebook e account su twitter pongono più problemi di individuazione.
Oggi gli avvocati di Grillo scrivono anche (al punto D): «Orbene, il blog citato dall’attore (…) è gestito dalla Casaleggio Associati srl, e non da Giuseppe Grillo».
Grillo ci sta dicendo, insomma: prendetevela con ciò che avviene in Casaleggio?
Sarebbe la rottura di un vecchio patto che aveva; ma con Gianroberto; non con Davide. Marco Canestrari, ex di quell’azienda, spiega: «ll blog è il centro di un progetto di cui Grillo non è ideatore nè amministratore, ma testimonial. Per un po’ Grillo è stato tenuto al corrente delle iniziative della Casaleggio. Poi si è solo fidato. Ora non lo riguardano. O così vorrebbe. In diverse circostanze, il ruolo di chi si offre di accollarsi determinati oneri è detto “prestanome”».
Gianroberto Casaleggio – al Fatto che gli chiedeva «quanti post del blog sono suoi e quanti di Grillo?» – rispose: «Sono tutti nostri. Ci sentiamo sei-sette volte al giorno per concordarli, poi io o un mio collaboratore li scriviamo, lui li rilegge. E vanno in rete». Scomparso lui, cosa è successo?
Mesi dopo la sua morte, con lo spettro di dover pagare tanti risarcimenti danni, Grillo si sta separando dall’azienda, e dalla cyberpropaganda pro M5S?
La causa, contrariamente agli alternative facts esposti ieri sul blog, è in piedi.
È stata solo riassunta da Genova a Roma, da qui a tre mesi.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)

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PIETRO DETTORI: CHI E’ L’UOMO DELLA CASALEGGIO DIETRO AL BLOG “DI BEPPE GRILLO”

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

CHI SCRIVE GLI ARTICOLI? IL GHOSTWRITER E’ DETTORI, UOMO DI FIDUCIA DELLA CASALEGGIO E SOCIAL MEDIA MANAGER DI GRILLO

Ieri Beppe Grillo ci ha spiegato che non è lui l’autore del post sull’ex ministro Federica Guidi per il quale il PD ha intentato causa, non è lui ad averlo scritto perchè “quello è un post non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto”. Grillo lo ha scritto su quel blog che porta il suo nome ma che non gli appartiene e che non ha modo di controllare o gestire.
Forse è per questo motivo che Grillo non ha detto chi sia l’autore (perchè uno deve pur esserci) del post non firmato.
In mancanza di altre spiegazioni i sospetti si sono concentrati su Pietro Dettori che oggi sulla Stampa Ilario Lombardo definisce “il manovale” del blog.
Anche Luigi Di Maio intervistato ieri a CorriereTV ha parlato del blog come di uno spazio che ospita tante persone, ciascuna delle quali si firma.
Secondo Di Maio in passato è capitato che ci fossero dei post non firmati ma «ora i post non firmati non ci sono più».
Ora bisogna ricordare a Di Maio che i post che in passato non erano firmati non sono un paio e non sono nemmeno marginali: prendiamo ad esempio i famosi “comunicati politici” (qui il primo, datato 2008) con i quali Grillo (?) ha tracciato la linea dell’azione politica del MoVimento, ad esempio annunciandone la partecipazione alle elezioni politiche del 2013.
Allo stesso modo non erano firmate le liste di proscrizione dei “giornalisti del giorno” che sono state pubblicate sul blog di Grillo per mettere all’indice i giornalisti sgraditi al MoVimento.
Certo, Grillo ha firmato dei post anche in passato, ad esempio questo nel quale ricordava ai suoi “che la responsabilità  editoriale del blog è esclusivamente mia, che il programma comunale e regionale non è scritto da me o dallo staff, ma direttamente dalla lista”.
Infine è vero che da qualche tempo (non molto per la verità ) i post non firmati non ci sono più ma è anche vero che quelli non firmati sono ora a firma di “MoVimento 5 Stelle”.
Chi li scrive? Il gruppo comunicazione della Camera e del Senato?
Oppure è sempre lo staff, quello che un tempo rispondeva a Gianroberto Casaleggio e che ora fa capo al figlio Davide e all’Associazione Rousseau?
Su questo possiamo solo fare delle ipotesi ed è qui che spunta il nome di Dettori che dell’Associazione Rousseau è responsabile editoriale.
Da inizio maggio del 2016 è lui il referente della piattaforma che dovrà  permettere a chiunque si iscriva di proporre e votare leggi da presentare poi in Parlamento.
Dettori è spesso descritto come uomo di fiducia dei Casaleggio e della Casaleggio Associati per la quale svolgeva il ruolo di social media manager.
E in quanto social media manager aveva il compito di curare i contenuti del blog “di Grillo” e degli account social del Capo Politico del 5 Stelle.
È Dettori “lo staff” del blog, quello al quale Gianroberto Casaleggio e Grillo avevano demandato la stesura dei post da pubblicare.
Non mancano nemmeno le ipotesi più stravaganti: secondo le rivelazioni di un ex Casaleggio, Marco Canestrari, raccolte da Jacopo Iacoboni della Stampa, Dettori sarebbe addirittura al vertice della cosiddetta Struttura Delta della Casaleggio, il cuore dello staff che sarebbe costituito da tre persone (oltre a Grillo e allo stesso Casaleggio):
Alla Casaleggio tre persone hanno tenuto in mano operativamente la cosa, nel corso di questi anni in varie fasi: Pietro Dettori, che gestisce anche gli account twitter di Grillo, e molto spesso è autore materiale dei post (Grillo incredibilmente lascia fare anche quando poco o nulla sa di ciò che viene scritto, anche delle uscite più tremende), figlio di un imprenditore sardo legato in precedenza a Casaleggio. Biagio Simonetta, un giornalista, esperto di new media. Marcello Accanto, un social media manager. E, ultima entry, Cristina Belotti, che si occupa della tv La Cosa, una bella ragazza cresciuta curiosamente alla più pura scuola del centrodestra milanese, la scuola di Paolo Del Debbio — lavorava nella redazione del suo programma — e arrivata alla Casaleggio attraverso il network dei fratelli Pittarello
Ora la vera domanda, visto che i post “non firmati” non ci sono più è se Dettori continua ad essere l’autore dei contenuti del blog.
Grillo, in nome della trasparenza ha accuratamente evitato di spiegare come funziona il blog (e del resto pare che non sappia nemmeno di averne uno, di blog).
C’è poi la questione che riguarda chi paga (e ha pagato) Dettori. Se ora non lavora più per la Casaleggio ma per l’Associazione Rousseau è logico supporre che sia in qualche modo pagato direttamente dal partito MoVimento 5 Stelle, ovvero dai parlamentari del M5S, in qualità  di addetto alla comunicazione del partito di Grillo (quello sì   siamo sicuri sia suo).
Ci verremmo però così a trovare nella spiacevole situazione di dover rilevare che i portavoce del 5 Stelle hanno a libro paga una persona (o molto più probabilmente più persone) che dal blog “di Grillo” attaccano violentemente gli avversari politici.
Se così fosse allora si potrebbe ragionevolmente supporre l’esistenza di un disegno politico ben preciso dietro quello che viene pubblicato, non firmato, sul blog.
La tanto paventata struttura occulta della propaganda pentastellata, che secondo Iacoboni coinvolgeva l’account Twitter “Beatrice Di Maio” sarebbe in realtà  molto meno occulta e più semplice del previsto.

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA AL TITOLARE DEL DOMINIO DI GRILLO: “IL SITO E’ MIO MA NON C’ENTRO NULLA”

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

EMILIANO BOTTARO: “NON SONO UN PRESTANOME, L’HO REGISTRATO PER TOGLIERLO DAL MERCATO, POI BEPPE MI HA DETTO DI TENERLO PERCHE’ SI FIDA DI ME”

“È vero, il dominio è intestato a me dal 2001, è un dato pubblico: sono io”.
C’è un certo Emanuele Bottaro dietro il blog più famoso d’Italia. Modenese, classe 1965, lavora per una società  di comunicazione che si occupa di ambiente.
È lui uno dei tasselli del complicato castello costruito attorno alla voce ufficiale del Movimento 5 Stelle: un sistema di scatole cinesi in cui si fatica a trovare il nome di Beppe Grillo.
A quello di Bottaro invece si arriva subito: basta visitare il registro nazionale dei nomi a dominio, anche se lui non ha mai amato farsi pubblicità .
“Io mi rendo conto che è difficile capire – spiega – ma ho un rapporto personale con Beppe, punto e basta. Qualcuno può pensare che io gli faccia da prestanome, che abbia dei vantaggi o che ci guadagni, ma non c’è niente di tutto questo. Io dal blog non ho mai preso un euro”.
Bottaro, scusi, ma allora perchè lei ha accettato di intestarsi il dominio?
“Stiamo parlando del 2001, in quel periodo Beppe non pensava alla politica e il dominio era libero: io gli ho detto “prendilo” ma a lui non interessava, così l’ho fatto io. L’ho registrato solo per toglierlo dal mercato, il blog è venuto dopo. L’ho intestato a me prima ancora che arrivasse Casaleggio”.
E non le dà  fastidio mettere la faccia su una cosa che, a quanto dice, non la riguarda? E che soprattutto non controlla
“Ogni tanto ci ho pensato, ma ho un sacco di altre cose per la testa. A volte se n’è anche parlato, di intestare il blog a qualcun altro, poi Beppe mi ha detto: se non ti dà  fastidio io mi fido di te, così tutto è rimasto com’era. E se sono ancora qua c’è un motivo. Beppe è un amico da vent’anni”.
Quindi se domani lei decidesse di chiudere il blog potrebbe farlo
“Oddio non lo so, sicuramente i suoi avvocati si farebbero sentire”.
Ha avuto problemi per quest’ultima querela del Pd?
“No, non mi è arrivato niente”.
E in passato?
“Sono stato citato in giudizio due volte, su decine di querele arrivate a Grillo. Ma i suoi avvocati hanno sempre spiegato che io non c’entro coi contenuti ed è finita lì. Io proprio non ho nessun tipo di rapporto con l’attività  del blog, non so niente, non sono neanche iscritto, non mi sono mai candidato coi 5 Stelle”.
E la polizia postale? L’ha mai contattata?
“A volte mi telefonano, mi chiedono l’identificativo di chi ha fatto un commento sul blog e io gli do il nome del provider, la società  che gestisce il server, tutto qui”.

(da “La Repubblica”)

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DUE MESI TRAGICI DI TRUMP: I DOLORI DEL GIOVANE DONALD

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

SECONDA SBERLA SUL BLOCCO ALL’IMMIGRAZIONE CHE SI AGGIUNGE ALLA ACCUSE FASULLE A OBAMA E ALLE SBRUFFONATE DEI PRIMI GIORNI

Alla vigilia del secondo “complemese” di una presidenza che sembra già  lunga anni, Donald Trump riceve un’altra sberla da un giudice federale che ordina il blocco anche della seconda versione “annacquata” (parole di Trump) del blocco all’immigrazione.
Nella stessa giornata di mercoledì, due parlamentari della Commissione intelligence della Camera, uno dei quali il fedelissimo repubblicano Nunes, trumpista della prima ora, dichiarano insieme, davanti alle telecamere, di non avere trovato alcuna prova della sensazionale, infamante accusa di intercettazioni contro la Trump Tower lanciata in un demenziale tweet contro Obama.
Il suo ministro della Giustizia Sessions, altro fedelissimo, ha risposto con un faticoso, ma netto “no” alla stessa domanda sull’accusa — gravissima e infondata — al predecessore.
Mentre la annunciatissima, sbanderiatissima, attesissima Controriforma della Sanità , la Obamacare, si dibatte e boccheggia come un tonno intrappolato nella tonnara.
Talmente tossica, con la prospettiva di 24 milioni di americani scaricati dalle Assicurazioni in cambio di miliardi regalati in tasse ai più ricchi, da essere respinta, come la “figlia del peccato” nei romanzi ottecenteschi, sia da Trump che la scarica sul presidente della Camera Ryan sia da Ryan che la scarica su Trump.
In Parlamento la chiamano la “Trumpcare”. Alla Casa Bianca, la chiamano “Ryancare”.
Il saldo di questi primni 60 giorni, partiti con una tempesta di firme e di decreti e raffiche di tweet all’alba nella solitudine del suo castello di Mar-a-Lago è zero.
Parole, aria fritta, sbruffonate.
Del Muro, altissimo, bellissimo, pagatissimo (dai messicani) non si parla più.
Il bando anti arabi, reso già  ridicolo dall’esclusione di Paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita troppo importanti per essere irritati, conitnua a essere sforacchiato da tutti i tribunali che l’hanno esaminato.
Prima o poi, troverà  forse un giudice che lo approverà , ma lo shopping per imbroccare un magistrato benevolo non sta facendo apparire l’America “debole” come ha detto in un comizio ieri sera nel Tennessee, fa apparire lui debole.
E il tarlo delle inchieste sulla “Russian Connection”, sui fili che conducono la sua campagna elettorale agli hhacker russi, al nuovo Kgb e agli olgarchi di Mosca, continua a rosicchiare.
Il gioco di estrarre dal cilindro conigli e lustrini per distrarre il pubblico e i “falsi media”, come sa fare da abile prestigiatore, comincia a stancare e se non fosse per la solidità  della Borsa e dell’economia ereditata dal predecessore che continua a produrre 200mila nuovi posti al mese, questi primi 60 giorni sarebbero stati tempo perduto e occupato a cercare gag teatrali per incantare i serpenti.
Sarebbe tutto comprensibile, normale, per un signore ultrasettantenne che approda al lavoro più difficile del mondo senza nessuna esperienza di governo o di vita politica, senza concetto della “complicazione” di problemi giganteschi come la sanità , la fiscalità , il bilancio.
Quella “finanziaria” che tra poco dovrà  presentare al Congresso e non potrà  essere compressa nei 140 caratteri di tweet.
Un uomo più maturo, cosa molto diversa dall’essere anziano, un presidente circondato da consiglieri e non da loschi cortigiani, Rasputin che vivono per assecondare le sue tendenze più adolescenziali e narcisistiche, studierebbe, rifletterebbe, imparerebbe. Capirebbe di avere davanti a sè non un’ora di trasmissione televisiva da portare al successo, ma 300 giorni di governo che non può continuare a vivere come una campagna elettorale di opposizione o come un reality da pay tv.
Anche l’ennesima sberla presa sul blocco all’immigrazione dimostra che Trump non ha ancora capito che il Presidente è lui.

Vittorio Zucconi
(da “La Repubblica“)

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IL BANDO DI TRUMP CONTRO IMMIGRATI MUSULMANI BLOCCATO DAL GIUDICE DELLE HAWAII

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

ALTRO STOP PER IL MUSLIM BAN, TRUMP FUORI DI SE’… “E’ EVIDENTE LA DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA DEL BANDO”

Un altro stop per il “muslim ban” di Donald Trump. Il bando al rilascio di nuovi visti per i cittadini di sei paesi (Libia, Siria, Sudan Yemen Somalia e Iran) e la sospensione all’ammissione di nuovi rifugiati è stato bocciato anche nella sua seconda versione.
E ancora prima di entrare in vigore.
Nelle 43 pagine di sentenza il giudice distrettuale delle Hawaii Derrick K. Watson ha ricordato proprio le dichiarazioni del presidente americano e del suo staff per evidenziare come quel decreto, che doveva scattare dalla mezzanotte di oggi (le cinque di mattina in Italia) rappresentasse una forma di discriminazione religiosa nei confronti dei musulmani, violando così la Costituzione americana.
La seconda versione del bando aveva sospeso per 120 giorni il programma per nuovi rifugiati e per novanta giorni l’emissione di nuovi visti per i sei paesi.
Rispetto al contestatissimo primo bando la seconda versione aveva tolto l’Iraq dalla lista dei paesi a rischio e aveva “risparmiato” i visti già  emessi e le “green card”, i permessi di soggiorno permanente, allargando così la platea di chi poteva aver diritto all’ingresso negli Stati Uniti.
Ma secondo il giudice Watson appare evidente a “un osservatore ragionevole e imparziale, alla luce dello specifico contesto storico, agli eventi recenti e alle dichiarazioni pubbliche come l’ordine esecutivo sia stato emesso con lo specifico obiettivo di ostacolare una religione”.
In particolare, nelle motivazioni si evidenzia come proprio la giustificazione fornita dall’Amministrazione (il bando non è discriminatorio perchè non è contro tutti i musulmani) sia “evidentemente illogica” e che la motivazione della sicurezza nazionale sia secondaria rispetto alla evidente discriminazione.
Insomma una bocciatura totale che peraltro ha preceduto di sole poche ore il probabile stop di altri due tribunali, quelli dello Stato di Washington (che peraltro aveva già  bocciato la prima versione del bando) e del Maryland.
Non è uno stop definitivo, però, perchè il Dipartimento di Giustizia può ricorrere in appello. Ma è un congelamento che ha valore su tutto il territorio degli Stati Uniti.
La sentenza arriva come risposta a una causa presentata dallo stesso Stato delle Hawaii che imputava al bando di violare, proprio come la sua prima versione, il primo emendamento della Costituzione americana limitando le attività  delle università , delle imprese e persino del turismo delle isole. In particolare gli avvocati dello Stato delle Hawaii si sono concentrati sul caso dell’imam egiziano a capo della locale comunità  islamica, la cui suocera rischiava di vedersi negare il visto.
Esultano le associazioni per la tutela dei diritti dei migranti. Per Trump è una nuova sconfitta.
E il presidente ha reagito al blocco del bando definendo “un abuso senza precedenti” la decisione del giudice e annunciando di essere pronto a ricorrere fino alla Corte Suprema: “Il pericolo è chiaro – ha affermato Trump – la legge è chiara, il bisogno per il mio ordine esecutivo è chiaro. Lotteremo e vinceremo”.

(da “La Repubblica”)

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LA NOTTE DA SALVATORE DELL’EUROPA DEL PREMIER CHE PIACE ALLA MERKEL

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

DUE MESI FA AVEVA 12 SEGGI DI SVANTAGGIO SU WILDERS, HA VINTO CON 13 SEGGI IN PIU’… IL COLPO DI RENI SULLA VICENDA ERDOGAN DOVE HA REAGITO DA STATISTA

«Dopo la Brexit e il voto americano, l’Olanda ha detto no al populismo. È una serata importante per tutta l’Europa».
Da due ore gli exit poll mandano tutti lo stesso messaggio: l’anti-Wilders è Mark Rutte.
Solo a quel punto, dopo tre rilevazioni e tanti messaggi di congratulazioni che arrivano dalle cancellerie europee, il premier salta sul palco davanti ai suoi sostenitori sulle note di «Uptown funk». Quella di Mark Rutte contro Geert Wilders era diventata una sfida sì personale, ma giocata su un terreno illuminato dai riflettori europei.
Una sfida al «cattivo populismo», per usare l’espressione del premier, da cui il Partito della Libertà  esce sconfitto.
Da domani Rutte potrà  tornare in Europa e vantarsi di aver frenato l’ondata populista che minaccia di disintegrare l’Ue. E di aver riportato tanta gente alle urne in un’epoca di disaffezione verso la politica: ha votato l’82% degli aventi diritto, cinque anni fa solo il 74,6%. «Una festa per la democrazia – ha alzato le braccia al cielo il capo del governo – non accadeva da anni».
Esulta Berlino, esulta Bruxelles con Jean-Claude Juncker: «Un voto per l’Europa contro gli estremismi».
Un ruolo determinante nell’arrestare Wilders lo hanno giocato anche i cristiano-democratici, ma soprattutto i liberali di sinistra (D66) e i Verdi.
Tutte forze marcatamente pro-europeiste.
«È vero, gli altri partiti hanno guadagnato seggi rispetto a cinque anni fa – ammette Klaas Dijkhoff, segretario di Stato per l’immigrazione -, ma siamo felici di essere ancora il primo partito».
La mossa contro Ankara
Il colpo di reni di Rutte è arrivato negli ultimi giorni. La sfida alla Turchia ha permesso al leader dei liberal-conservatori di scavare il terreno sotto i piedi dell’estrema destra.
Il volto di questa battaglia non ha la chioma bionda bensì gli occhialini da Herry Potter di Rutte. Pur senza mostrare pubblicamente entusiasmo, nessun altro partito si è azzardato a criticare la mossa del premier. Nemmeno da sinistra. Con un elettorato così sensibile al tema, sarebbe stato troppo rischioso.
Rutte l’ha capito e così ha guadagnato credibilità , mostrandosi un capo di governo sicuro di sè e protettivo nei confronti del Paese.
I risultati dicono che c’è riuscito, nonostante i cinque anni di governo abbiano lasciato parecchie cicatrici. I numeri dicono che i deputati persi sono almeno dieci. Ma poteva andare molto peggio.
L’uomo di Stato
Cinquant’anni, single, il premier Rutte è riuscito a presentarsi come un uomo di Stato. Il suo governo ha saputo trovare la ricetta per la ripresa, che ha portato la disoccupazione ai minimi (meno del 6%) e il tasso di crescita attorno al 2%.
Certo le misure di austerità  hanno lasciato sul campo parecchi feriti, soprattutto nelle classi più povere. Ma Rutte è stato molto abile nel far pagare il conto politico agli alleati laburisti. Il partito del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem e del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans è crollato al 6% e gli exit poll dicono che non dovrebbe portare in Parlamento più di 9 deputati (erano 38 nella scorsa legislatura).
«Un colpo durissimo, un graffio sulla nostra anima» ha detto un Dijsselbloem affranto ieri sera dal quartier generale del Pvda. «Ci dispiace molto che l’elettorato vi abbia puniti per il lavoro fatto insieme» ha provato a consolarlo Halbe Zijlstra, leader dei liberal-conservatori in Parlamento.

(da “La Stampa”)

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OLANDESI IN MASSA ALLE URNE PER FARE DIGA AGLI XENOFOBI: LA CROCIATA SOVRANISTA SI E’ SCHIANTATA

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

LA “PAURA DEL DISORDINE” IN NOME DELL’IDENTITA’ NAZIONALE HA PORTATO GLI OLANDESI A VOTARE COME MAI IN PASSATO… LE BALLE SULLO SCONTRO DI CIVILTA’ E LA CRIMINALIZZAZIONE DEGLI IMMIGRATI NON FUNZIONANO PIU’

La democrazia ha vinto la battaglia contro l’autoritarismo. La piccola Olanda ha espresso un grande voto, ha commentato Mark Rutte, il vincitore delle elezioni legislative del 15 marzo.
Lo davano davanti al populista Geert Wilders ma di un soffio, al massimo gli attribuivano 17-18 seggi, ne ha ottenuti 33, contenendo l’emorragia (ha perso rispetto allo scrutinio precedente otto seggi) e staccando il rivale che ha ottenuto 20 seggi, mentre i progressisti di D66 e i cristiano-democratici si sono fermati a 19.
Brutto ruzzolone della sinistra: i laburisti hanno smarrito 29 dei loro 38 seggi. Un disastro.
Rutte ha ringraziato gli olandesi, accorsi in massa alle urne — l’82 per cento degli aventi diritto al voto, percentuale d’altri tempi — per avere fermato l’avanzata populista e rassicurato l’Unione europea: “E’ stata una vittoria per l’Europa”, non è da qui, ha sottolineato, che partirà  il temuto “effetto domino” su Francia, Germania e Italia. Anzi, il messaggio che lanciamo è chiaro, senza equivoci: l’87 per cento degli olandesi è contro il rigetto viscerale dello straniero (soprattutto del musulmano) e dell’Europa; la tolleranza è un pilastro della nostra società ; la società  multiculturale non è così nociva come la dipingono gli xenofobi; il razzismo lo emarginiamo; ci sono valori fondanti della democrazia olandese che non si possono barattare con anatemi e slogan, tantomeno pretendere di governare senza spiegare come, salvo declinare in 259 parole — quelle del suo programma bonsai — i punti chiave della sua politica. Chiusura delle frontiere. Nexit: ossia via dall’Ue. Ritorno al fiorino. Niente moschee. Al bando il Corano. Tagli alla cultura e all’ecologia per aumentare il budget di Difesa e della sicurezza.
Non a caso l’avevano battezzato il Trump “batavo”. Dimenticando che il 22 per cento della popolazione olandese è straniera. E che il 5 per cento è musulmana (come il sindaco di Rotterdam).
Avendo attaccato costantemente il governo Rutte per la sua indolenza nei confronti della minaccia islamica radicale, specie dopo gli attentati a Parigi, a Bruxelles, a Nizza e a Berlino, Wilders si era attribuito il ruolo di paladino di una crociata implacabile evocando il trito concetto dello “scontro di civiltà ”.
Il suo “Paese esempio” è Israele: beninteso, l’Israele che espande le colonie nei territori palestinesi e l’Israele fiero baluardo contro l’avanzata dell’Islam. Perchè dietro, sostiene Wilders (come i suoi colleghi populisti europei), c’è il progetto di creare un califfato in Europa grazie all’aiuto occulto “dei 54 milioni di musulmani” che vivono nel suo territorio.
Una bugia, poichè in realtà  sono circa 20 milioni. E di bugie, Wilders ne ha propalate un fracco, in nome del “popolo” arrabbiato, deluso, frustrato: “Gli immigrati ci tolgono i nostri soldi”. “Riprendiamoci l’Olanda”, come se qualcuno l’avesse rubata…
Eppure, tutta la campagna elettorale è stata permeata su di lui che si è rivolto ai “piccoli Bianchi” e ai declassati.
In un saggio del sociologo Koen Damhuis — Wegen naar Wilders, il cammino verso Wilders, ed. Singel, 2017 — si scopre per esempio che parte degli elettori populisti olandesi provengono dalla sinistra tradizionale, gente inquieta per il loro futuro e quindi ostili agli immigrati, visti come una minaccia. Ma ci sono anche artigiani, piccoli imprenditori e chi, lavorando molto e guadagnando bene, vede intaccato il proprio reddito dalle tasse che lo falciano pesantemente.
Wilders li ha convinti che quei soldi presi dal fisco vanno in tasca agli immigrati. Infine, Koen Damhuis identifica un terzo filone di populisti acculturati, li chiama “gli ideologi”. Sono coloro che rinfacciano al governo di danneggiare il Paese preoccupandosi più della Grecia indebitata, degli immigrati e dei rifugiati, trascurando le necessità  del popolo olandese. Costoro mitizzano un programma economico e sociale “alternativo”, vorrebbero rovesciare il sistema. E disintegrare lo Stato di diritto.
Ebbene, più che la paura degli immigrati è stata la paura del “disordine” in nome dell’identità  nazionale a indurre gli olandesi a rifiutare il discorso dell’odio nel loro compatto no — sia pure polverizzato nella miriade di partiti che si sono sfidati in campagna elettorale (ben 28, compreso il Partito della Birra…) — e a rovesciare il loro consenso su Rutte e sulle altre formazioni anti-populiste: non a caso, i Verdi di Sinistra (GroenLinks) hanno ottenuto un vistoso successo, passando da 4 a 14 seggi.
Ora è chiaro che Rutte sarà  premier per la terza volta. E che l’euroscetticismo all’Aja si è arenato. Ed è altrettanto chiaro che le alchimie per governare saranno complesse, ma assai meno di quel che si postulava prima del voto.
Il paesaggio politico è infatti abbastanza frammentato. Una coalizione si impone, e i verdi, in questo caso, possono essere l’ago della bilancia.
Il governo uscente vedeva il VVD, il partito liberale di Rutte, alleato con il Partito del Lavoro (PVDA) di Lodewijk Asscher, che ha subìto un tracollo.
I laburisti che erano quasi alla pari con il partito di Rutte, adesso hanno perso drammaticamente seggi e potere diciamo così “contrattuale”.
In Parlamento entra anche il partito turco antirazzista Denk (Pensiero in olandese, eguaglianza in turco), fondato da Tunaham Kuzu e Selcuk Ozturk (ma erano già  deputati, coi laburisti), due zeloti del Sultano di Ankara.
E’ assai probabile che Rutte sonderà  i liberali di sinistra progressisti di D66 e i Cristiano-democratici, insieme hanno 71 seggi, la maggioranza è a quota 76.
A chi si rivolgerà  per un appoggio esterno, nell’eventualità  di un governo di minoranza? Ai laburisti scornati o ai rampanti Verdi?
Intanto, il provocatore Wilders si è proposto come partner del futuro governo, sapendo benissimo che nessuno lo vuole tra i piedi.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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