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COSI’ LA CORRUZIONE UCCIDE: PARLA IL PRIMO PENTITO DELLE GRANDI OPERE

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

GALLERIE CHE POSSONO CROLLARE, CEMENTO CHE NON TIENE, BUCHI NELL’AMIANTO… UN INGEGNERE   RIVELA LE TANGENTI CHE DIVENTANO UN PERICOLO

Perchè le grandi opere costano sempre molti miliardi in più del dovuto?
Come mai in Italia sono così frequenti crolli di viadotti, cedimenti di gallerie e altri disastri?
Perchè la Tav e gli altri mega-appalti ferroviari e autostradali sono al centro di continue retate per corruzione?
A rispondere a queste domande, per la prima volta, è un super-tecnico interno al sistema: un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali. Il primo pentito delle grandi opere.
Giampiero De Michelis, nato in Abruzzo 54 anni fa, ha guidato i lavori dell’Alta velocità , i cantieri infiniti dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e molti altri appalti, sempre con ruoli cruciali di “direttore dei lavori”: il primo e decisivo controllore pubblico delle imprese private. In ottobre è finito nel carcere di Regina Coeli con la retata (31 arresti) che ha coinvolto anche manager di colossi come Salini-Impregilo e Condotte.
In novembre De Michelis ha cominciato a vuotare il sacco con i magistrati di Roma e Genova.
Il suo è un racconto nero, che svela intrecci spericolati e dagli anni Novanta arriva ai nostri giorni, coinvolgendo ministri, grandi imprenditori, progettisti eccellenti, figli di politici e burocrati, funzionari di altissimo livello dello Stato.
“Deroga”: la parola magica
In carcere il pm genovese Paola Calleri gli contesta altre intercettazioni con parole pesantissime: «Sta venendo giù la galleria di Cravasco. E anche in quella di Campasso si sono arricciate le centine!».
I magistrati, preoccupati, hanno chiesto una serie di perizie sui tre tunnel più importanti della nuova ferrovia Milano-Genova. Una prima consulenza è stata consegnata: gli esperti, per ora, escludono l’ipotesi di forniture tanto scadenti da provocare crolli. Le indagini sulla sicurezza però continuano e l’allarme resta altissimo.
L’indagine è stata chiamata «Amalgama»: è la parola usata dagli stessi indagati, mentre erano intercettati dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, per descrivere l’evoluzione del malaffare.
Nella vecchia Tangentopoli la corruzione era diretta: buste di soldi in cambio di appalti d’oro. Oggi c’è una corruzione strutturata su almeno tre livelli, più difficile da scoprire.
Il fulcro è ancora il controllore pubblico che favorisce una cupola di imprese privilegiate, che ora lo ripagano indirettamente, dividendo la torta con altre società  private, attraverso subappalti, consulenze o compartecipazioni in apparenza regolari. Il trucco è che dietro queste aziende c’è lo stesso pubblico ufficiale, che le controlla segretamente tramite soci occulti.
Con questi giochi di sponda, le grandi imprese comprano il controllore-direttore dei lavori, che a quel punto non controlla più niente.
L’11 novembre 2016 De Michelis ammette di aver beneficiato di questo sistema corruttivo e confessa, in particolare, che era suo il 50 per cento della Oikodomos, un’azienda intestata a un socio-prestanome, l’imprenditore calabrese Domenico Gallo, a sua volta arrestato in ottobre, ma conosciuto vent’anni fa nei cantieri della Salerno-Reggio.
Confermando l’accusa-base, l’ingegnere delle grandi opere spiega che il sistema esiste da decenni e non l’hanno certo inventato lui e Gallo: «È sempre stato così. Prima c’era la Spm di Stefano Perotti. Dopo gli arresti di Firenze il sistema è continuato con la Crono e la Sintel di Giandomenico Monorchio. E prima ancora c’era Lunardi».
Perotti è il progettista arrestato nel marzo 2015 con il potente direttore ministeriale Ercole Incalza. La Sintel è la società  d’ingegneria dove lavorava De Michelis.
Il suo titolare Giandomenico è il figlio di Andrea Monorchio, l’ex ragioniere generale dello Stato. L’ingegnere Pietro Lunardi è l’ex ministro del governo Berlusconi che nel 2002 ha varato la contestatissima legge-obiettivo per accelerare le grandi opere in deroga a tutte le regole
Qui il pm Giuseppe Cascini, titolare del fascicolo romano dell’inchiesta, interrompe l’interrogatorio per avvertire l’indagato che, se accusa altri, diventa testimone e, se dichiara il falso, verrà  incriminato. De Michelis se ne assume la responsabilità  e giura di voler raccontare tutto dall’inizio.
I disastri del progettista-ministro
«La storia nasce ancora prima che Lunardi diventi ministro, quando progettava le gallerie per l’alta velocità  Bologna-Firenze», esordisce De Michelis. «Lunardi era il progettista che doveva garantire certi ricavi alle imprese private. Da allora il sistema è rimasto sempre lo stesso: il progetto è fatto male in partenza, così poi si devono fare le modifiche, le varianti, che portano soldi in più alle imprese. Anche l’autostrada Salerno-Reggio Calabria è un progetto di Lunardi fatto malissimo. Le perizie di variante le faceva lo stesso Lunardi. C’era un accordo a un livello molto più alto del mio, che coinvolgeva i vertici del consorzio di imprese: io l’ho saputo dal manager Longo di Impregilo».
I magistrati gli chiedono riscontri oggettivi. Il tecnico arrestato descrive un caso esemplare di progetto disastroso targato Lunardi.
Si riferisce alla galleria Piale, a Villa San Giovanni, sulla Salerno-Reggio. De Michelis premette che per iniziare uno scavo del genere bisogna puntellare la montagna «con paratoie e micropali».
Una muraglia fondamentale per impedire le frane, per cui dovrebbe essere studiata al millimetro. Ricorda invece De Michelis: «Il capo-cantiere mi chiama e mi dice: “Ingegnere, qui non c’è niente, che facciamo?”.
Sono andato a vedere: il progetto di Lunardi prevedeva più di 30 metri di paratoie e micropali dove in realtà  non c’era la montagna, c’era solo il vuoto». De Michelis non crede ai suoi occhi. Bisognerebbe fermare tutto e chiedere una variante: allo stesso Lunardi. Soluzione: «A quel punto ho tirato una riga dritta, siamo scesi con i micropali lì dove arrivava la montagna e siamo andati avanti».
De Michelis fa notare ai pm che il problema dei progetti variabili (e dei costi gonfiabili) è facilmente verificabile sulle carte: «Le varianti tecniche sono ammissibili solo per le gallerie. All’esterno le modifiche non dovrebbero esserci: se il progetto cambia, dovrebbero pagare le imprese private. Invece paga sempre la parte pubblica. Anche nel 2016, dopo le mie dimissioni dalla Sintel, hanno continuato imperterriti a fare varianti: me lo dicono i tecnici che sono ancora lì in cantiere».
Queste accuse colpiscono il cuore del sistema dei “general contractor”, inaugurato con l’avvio della Tav nel 1991 dall’amministratore delle Ferrovie Lorenzo Necci (morto dopo una condanna definitiva per corruzione) e poi perfezionato con la legge obiettivo di Lunardi.
In sintesi, lo Stato delega tutto a un consorzio di imprese private, che gestiscono direttamente i soldi pubblici: in cambio, dovrebbero assumersi tutti i rischi, tecnici e finanziari, e consegnare l’opera finita, “chiavi in mano”, al prezzo prefissato. «In realtà  non c’è mai un progetto chiavi in mano», sostiene De Michelis.
«La legge prevede un’alta sorveglianza sui general contractor, che spetta all’Anas per le autostrade e all’Italferr-Rfi per la Tav, che dovrebbero controllare e approvare tutte le varianti che aumentano i costi. Ma tutta l’alta sorveglianza è finta. Per le mie opere Italferr non ha mai controllato niente».
Quando è stato arrestato, De Michelis era il direttore dei lavori degli ultimi “macro-lotti” dell’autostrada Salerno-Reggio e della nuova Tav Milano-Genova.
I magistrati gli chiedono se conosca altre grandi opere inquinate dal malaffare.
La risposta è istantanea: «Il Brennero. Per i tunnel ferroviari di Aica e Mules, Perotti ha vinto la gara per la progettazione, mi pare nel 2008, con una falsa certificazione firmata dal manager Z. ex dirigente Fiat. Questo perchè, per l’alta velocità  Emilia-Toscana, il general contractor era il gruppo Fiat. Impregilo è nata dalla fusione tra Fiat-Impresit, Girola e Lodigiani». Tre aziende travolte da Tangentopoli.
Il verbale integrale è discorsivo, De Michelis parla al presente storico: «Quindi l’ex manager Fiat gli fa questo certificato e lo manda a Impregilo. Io sapevo che la gara era finta: erano previsti certi requisiti che io come Sintel ero l’unico ad avere. Invece così vince Perotti, che ha dietro Incalza. Quindi Giandomenico Monorchio mi dice: “Adesso vado da Incalza con mio padre e vedo di ottenere qualcosa in cambio”. Infatti gli danno in cambio il progetto della Porto Empedocle in Sicilia, quello fatto dalla Cmc. Tolgono il lavoro a Perotti e lo danno a Sintel, senza gara, con affidamento diretto. E così Sintel non fa ricorso per i tunnel del Brennero».
Va ricordato che in questo come in altri casi più gravi, De Michelis parla di appalti pubblici gestiti dalle imprese private senza alcun vincolo, grazie a una «norma criminogena», come viene definita nelle ordinanze d’arresto: un articolo della legge-obiettivo ha autorizzato le aziende controllate a scegliersi il controllore-direttore dei lavori (e a pagargli legalmente un ricco compenso).
Una norma-scandalo che ha trasformato le grandi opere in un festival dei conflitti d’interesse ed è stata abolita con il nuovo codice degli appalti sollecitato nel 2014 dall’autorità  anti-corruzione.
Proprio le scelte dei progettisti, controllori e subappaltatori permetterebbero ai privati, ieri come oggi, di agganciare i grandi protettori a livello di governo, che De Michelis definisce «santi in paradiso».
«Il sesto macro-lotto della Salerno-Reggio l’ha vinto la cordata Impregilo-Condotte, che è la stessa del Cociv, il consorzio dell’alta velocità  Milano-Genova. Allora l’affare comprendeva tutto: general contractor e direzione lavori. A quella gara globale, gestita dall’Anas, ho partecipato io come persona fisica su richiesta di Impregilo. Però poi il contratto l’hanno fatto alla Sintel, che mi ha confermato, ma come dipendente. Bisognava dare la direzione lavori alla società  del figlio di Monorchio perchè il padre era al vertice di Infrastrutture spa, cioè era lui che decideva i finanziamenti pubblici, e poi è diventato anche presidente della commissione di collaudo.
Quindi in pratica è Monorchio senior che impone il figlio. Lo stesso succedeva con la Spm: era Incalza che sbloccava i finanziamenti e di fatto imponeva Perotti. Monorchio padre e Incalza erano i santi in paradiso di Sintel e Spm». I pm gli chiedono come fa a saperlo. Risposta: «Me l’ha detto personalmente Monorchio figlio, titolare della Sintel». Anche dietro la Spm ci sarebbero storie di famiglia: «Il padre di Perotti aveva fatto lavorare Incalza, il rapporto è nato da lì».
Nelle sue lunghe confessioni, il pentito indica ai magistrati un’altra società  che sarebbe stata utilizzata dalle imprese delle grandi opere per arricchire Monorchio junior: «Il consorzio di Impregilo ha affidato alla Crono le prove di laboratorio per i cantieri della Salerno-Reggio. Sono contratti da cinque milioni di euro. Che la Crono fosse di Monorchio lo sapevano tutti».
Giandomenico Monorchio, finito agli arresti domiciliari, nega di aver commesso illeciti e sostiene di non aver mai approfittato dei poteri pubblici del padre. Anche Perotti e Incalza, a Firenze, hanno respinto tutte le accuse.
Lunardi non è neppure indagabile: i fatti a lui addebitabili sono ampiamente prescritti. Fino a prova contraria, dunque, bisogna presumere che siano tutti innocenti. Anzi, dopo Tangentopoli, è sparito il reato: la spartizione privata dei lavori pubblici si può fare a norma di legge.
Il metodo dei santi in paradiso
De Michelis conferma ai magistrati di possedere addirittura la copia di un patto segreto per dividersi i progetti in tutta Italia, siglato quando Impregilo era controllata dal gruppo Gavio, prima di essere scalata dalla Salini: «È un accordo scritto per la spartizione delle direzioni dei lavori tra la Sintel, la Spm e la Sina che allora era di Gavio».
Questo sistema spartitorio nato dopo Tangentopoli, secondo l’ex direttore delle grandi opere, rende inutile o quantomeno marginale la corruzione classica. Quando i magistrati gli chiedono se Monorchio junior, per avere quei contratti, abbia pagato tangenti, De Michelis risponde così: «Non sono cose che si dicono. A volte Monorchio mi diceva che doveva fare un regalo, certo, ma solo questo. Di più non so. Ma in questo sistema non c’è più bisogno delle buste di denaro. Dietro Sintel e Spm ci sono i santi in paradiso. Se non davano i lavori a loro, Monorchio padre e Incalza non finanziavano i progetti».
De Michelis, in pratica, ammette di aver dirottato sulle società  dell’amico Gallo gli appalti che prima finivano a Monorchio e prima ancora venivano spartiti con Perotti. Di qui le proteste degli imprenditori intercettati: «Abbiamo creato un mostro!». Un’affermazione a doppio taglio: nelle grandi opere c’è un mostro che divora soldi, ma è stato creato dalle stesse aziende che lo pagano.
De Michelis parla anche della massa di subappalti gestiti direttamente dai general contractor. E mette a verbale i nomi di vari dirigenti di Impregilo che avrebbero incassato tangenti dai subappaltatori («Me l’hanno detto loro stessi»), uno dei quali è soprannominato «mister 3 per cento».
L’ingegnere arrestato denuncia anche una cordata di manager che si arricchirebbero da anni con «ruberie enormi»: una «Impregilo parallela», la chiama De Michelis, chiarendo che «nel gruppo ufficiale comanda Pietro Salini», mentre «lì comanda il signor C., in passato ha avuto un ruolo di peso nella gestione della tratta toscana dell’alta velocità , ora ufficialmente è solo un consulente esterno, ma in realtà  è a capo di un ordine gerarchico: c’è, ma non compare».
Le grandi opere, precisa il pentito, producono colossali quantità  di detriti e terre di scavo che dovrebbero essere accumulate in «cave di deposito», per essere poi rivendute e ridurre i costi. «Dai cantieri escono i camion con tonnellate di materiale, ma nelle cave ufficiali non arriva niente: quelli dell’Impregilo parallela intascano milioni rubandosi gli inerti e rivendendoli in nero».
Anche questa «Impregilo parallela» nascerebbe da rapporti di famiglia. De Michelis, infatti, spiega che il signor C. era «amico del papà » di un manager arrestato di Impregilo: «È lui che gli ha fatto assumere il figlio nel consorzio per l’alta velocità ». Per questo l’erede continua ancora a obbedire a quella «eminenza grigia di Impregilo». De Michelis aggiunge che aveva chiesto «un incontro a Pietro Salini, per fargli sapere della struttura parallela che aveva dentro Impregilo, perchè avevamo tutti il dubbio se lui sapesse o no. Salini però non ha voluto vedermi».
Questo presunto contrabbando di materiale da cava, sostiene De Michelis, sarebbe proseguito anche in Liguria, con le gallerie del Terzo valico. Ma qui emergono profili più inquietanti.
Emergenze amianto e cemento
«Il problema più grosso, per il consorzio guidato da Salini-Impregilo, è l’amianto, soprattutto per la parte ligure», denuncia il pentito. Anche i magistrati, nelle domande, parlano di materiale «marcio».
E l’arrestato conferma che le terre dove si scava per la nuova Tav sono altamente contaminate dall’amianto: «Ce n’è tanto», sostiene l’ingegnere.
La legge impone di analizzare tutto il materiale e smaltirlo in totale sicurezza. Il direttore dei lavori però non sa neppure dove sia finito con esattezza. Salvo poi indirizzare gli inquirenti verso una cava, la Isoverde, tra le più grandi della Liguria. «Poi parliamo anche di questo», lo blocca il pm, che sembra molto interessato alla questione. Ma preferisce trattare in successivi interrogatori questo capitolo che potrebbe riservare brutte sorprese per il territorio.
Probabile, dunque, che l’ingegnere venga riascoltato per chiarire i misteri dello smaltimento delle fibre di amianto.
In questo mare di ammissioni, tuttavia, De Michelis nega ostinatamente solo l’accusa di aver diviso con Gallo anche i soldi di società  come la Breakout, che forniscono cemento.
«È vero che presentavo Gallo alle grandi imprese e portavo i manager a vedere le sue cave, ma lo facevo gratis, per amicizia. Per la Oikodomos facevamo al 50 per cento, ma con la Breakout io non c’entro».
Una posizione che ai magistrati sembra assurda: che senso ha ammettere la corruzione con alcune società  e negare la stessa accusa con le altre? Proprio qui l’ingegnere minimizza anche le intercettazioni sul cemento scadente: «È un problema di consistenza, non di qualità . Mandavo indietro i camion solo per rifare le bolle formali».
Il pm Cascini non gli crede: «Perchè quando viene fuori che il cemento è colla o è troppo liquido, lei cerca di evitare che emerga?». La domanda resta senza risposta. Forse perchè è un segreto inconfessabile: chiunque ammettesse di aver usato cemento pericoloso, rischierebbe di rispondere non solo di corruzione, ma anche delle eventuali vittime di nuovi crolli di grandi opere.

(da “L’Espresso”)

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“TRIPLICATI IN UN ANNO GLI APPALTI PUBBLICI IRREGOLARI: VALEVANO 3,4 MILIARDI”

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DELLA G.D.F.: IN UN ANNO SCOPERTI 2.000 CASI DI FRODI IVA

Nell’ultimo anno il numero degli appalti pubblici irregolari è triplicato.
È questo il dato che più salta agli occhi leggendo il Rapporto Annuale 2016 della Guardia di Finanza, presentato questa mattina nel salone d’onore della caserma ‘Laria’ a Roma, alla presenza del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e del Comandante generale Giorgio Toschi.
Sprecati 5,3 miliardi di euro di denaro pubblico.
Alla destinazione del denaro pubblico è dedicata una parte consistente del dossier e il nostro Paese si dimostra, ancora una volta, incapace di gestirlo.
Grazie ai 2.058 accertamenti svolti su delega della Corte dei Conti, si scopre che l’Italia solo lo scorso anno ha avuto un danno patrimoniale di 5,3 miliardi di euro (denunciati 8.067 soggetti per responsabilità  erariale) dovuto a sprechi e gestioni non corrette dei fondi pubblici.
I militari, come detto, hanno individuato nel corso del 2016 appalti pubblici dati ad aziende in modo irregolare per un totale di 3,4 miliardi di euro, denunciando 1.866 responsabili, 140 dei quali arrestati. E’ una cifra cresciuta del 200 per cento rispetto al 2015.
Nell’ambito del sistema previdenziale e sanitario sono state individuate truffe per 158 milioni di euro (8.926 persone denunciate, 87 delle quali finite in arresto), ma ben più grave è il buco creato da chi ha percepito o richiesto illegittimamente finanziamenti pubblici dallo Stato italiano e dalla Comunità  Europea: 775 milioni di euro, che hanno portato alla segnalazione ai magistrati di 3.066 imprenditori e privati cittadini.
Sul piano strettamente penale, il Rapporto rendiconta l’esito delle quasi 4.000 indagini svolte nel 2016 su tutto il territorio italiano su dipendenti e funzionari pubblici per reati ed altri illeciti contro la Pubblica Amministrazione: 4.031 denunciati, di cui 241 arrestati; la metà  dei denunciati è accusata di abuso di ufficio, il 21 per cento di peculato, il 23 per cento di corruzione e concussione.
Irregolari due ticket sanitari su tre.
Dai 12.803 controlli fatti per verificare la sussistenza dei requisiti di legge previsti per ottenere le prestazioni sociali agevolate e l’esenzione del ticket sanitario, emerge un dato allarmante: il 66 per cento delle prestazioni prese in esame era irregolare. In due casi su tre, dunque, il paziente non ne aveva diritto oppure non aveva diritto all’esenzione completa. Per lo Stato si tratta di un danno quantitativamente contenuto da 6 milioni di euro, ma che ben racconta un malcostume diffuso di proporzioni ben maggiori.
Quasi 600 segnalazioni di finanziamento del terrorismo.
Nell’ambito delle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette, il Nucleo di Polizia Valutaria ha raccolto e analizzato nel corso dell’anno 21.512 transazioni dubbie. Di queste, 570 riguardano “possibili contesti di finanziamento del terrorismo” e sono tutt’ora sotto indagine.
Un milione gli interventi di polizia economica e finanziaria, che hanno portato alla scoperta di 2.000 casi di frodi iva e 1.663 di evasione fiscale internazionale, con il sequestro di quasi un miliardo di euro.
Nel campo del mercato nero, sono stati denunciati 19.000 lavoratori in nero e irregolari, mentre 180 milioni i prodotti illegali sequestrati perchè contraffatti, piratati o pericolosi, per un valore superiore a 2,4 miliardi. Ulteriori dettagli del Rapporto saranno diffusi durante la conferenza stampa.
Ai clan sequestrati 2,6 miliardi di euro.
Alla criminalità  di stampo mafioso sono stati sequestrati 2,6 miliardi di euro: 5.242 proprietà , 281 aziende, centinaia di quote societarie, denaro in contanti. Confiscati anche 1.640 beni mobili e immobili più 239 aziende: valore complessivo di 1,3 miliardi di euro. Infine, 215 persone sono state denunciate per associazione mafiosa, 74 delle quali sono finte agli arresti.
Per il reato di trasferimento fraudolento di valori, indicatore dell’esistenza di prestanome, sono state denunciate 810 persone con 68 arresti.

(da agenzie)

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LO STATUTO M5S INCHIODA GRILLO “TITOLARE E GESTORE” DEL BLOG, LA CAUSA E’ IN ATTO, NON E’ VERO CHE E’ STATA CHIUSA, IL PD CHIEDE 1 MILIONI DI DANNI

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LA DENUNCIA PER DIFFAMAZIONE, SCARICABARILE DI GRILLO CON LA CASALEGGIO E CON CHI GESTISCE MANUALMENTE SOCIAL ED ACCOUNT

È una vicenda che, assieme ad altre, può entrare nel cuore della cyberpropaganda pro M5S e diventare un caso di scuola.
Nella memoria difensiva per una nuova querela per diffamazione arrivata a Beppe Grillo dal Pd (il blog e tweet diedero sostanzialmente dei corrotti a Renzi e Boschi per Tempa Rossa, i due non furono mai neanche indagati; ora il Pd chiede un milione di danni), gli avvocati del capo del M5S scrivono: Grillo «non è responsabile, quindi non è autore (suo sinonimo), nè gestore, nè moderatore, nè direttore, nè provider, nè titolare del dominio, del blog, nè degli account twitter (corsivi nostri), nè dei tweet e facebook, non ha alcun potere di direzione nè di controllo sul blog nè sugli account twitter, nè dei tweet o facebook, e tanto meno di, e su, ciò che ivi viene postato».
Grillo scarica addosso ad altri eventuali denari da pagare, separandosi da ciò che avviene in suo nome nello spazio cibernetico.
Ma addosso a chi? Alla Casaleggio? Al dipendente che gestisce i suoi social? A uomini della comunicazione ufficiale, o dell’Associazione Rousseau?
E «gli account», quali sono esattamente? Gli avvocati non usano il singolare (eppure l’account in causa qui è solo quello di Grillo). Usano il plurale.
La memoria è firmata da tre legali, Enrico Grillo, Guido Torre, Michele Camboni.
Il primo è il nipote di Beppe e, soprattutto, è tra i firmatari (assieme al comico e Enrico Maria Nadasi) di un atto storico, il cosiddetto statuto di cui il M5S si dovette dotare (nel dicembre 2012 a Cogoleto, vicino a Genova) per evitare, disse il fondatore M5S, di correre il rischio di non potersi presentare alle elezioni.
Oggi Grillo dice: «Rispondo solo dei post firmati».
Tuttavia in quell’atto fondativo, all’articolo 4, è scritto il contrario: «Giuseppe Grillo, in qualità  di titolare effettivo del blog raggiungibile all’indirizzo www.beppegrillo.it (…) , mette a disposizione dell’Associazione Movimento cinque stelle la pagina del blog».
La conclusione: «Spettano quindi al signor Giuseppe Grillo (…) titolarità  e gestione della pagina del blog».
Peraltro, nella memoria difensiva attuale Enrico Grillo è difensore di Beppe Grillo; nello «statuto» del M5S è, circostanza mai smentita, vicepresidente M5S.
Nella pagina del blog, invece, sta scritto che Grillo è titolare per la privacy, e la Casaleggio è titolare del trattamento dei dati. L’intestatario formale è (cosa nota) tale Emanuele Bottaro.
È un sistema che rende difficile, ma non impossibile, accertare responsabilità  di testi, e favorisce le anonimizzazioni; facebook e account su twitter pongono più problemi di individuazione.
Oggi gli avvocati di Grillo scrivono anche (al punto D): «Orbene, il blog citato dall’attore (…) è gestito dalla Casaleggio Associati srl, e non da Giuseppe Grillo».
Grillo ci sta dicendo, insomma: prendetevela con ciò che avviene in Casaleggio?
Sarebbe la rottura di un vecchio patto che aveva; ma con Gianroberto; non con Davide. Marco Canestrari, ex di quell’azienda, spiega: «ll blog è il centro di un progetto di cui Grillo non è ideatore nè amministratore, ma testimonial. Per un po’ Grillo è stato tenuto al corrente delle iniziative della Casaleggio. Poi si è solo fidato. Ora non lo riguardano. O così vorrebbe. In diverse circostanze, il ruolo di chi si offre di accollarsi determinati oneri è detto “prestanome”».
Gianroberto Casaleggio – al Fatto che gli chiedeva «quanti post del blog sono suoi e quanti di Grillo?» – rispose: «Sono tutti nostri. Ci sentiamo sei-sette volte al giorno per concordarli, poi io o un mio collaboratore li scriviamo, lui li rilegge. E vanno in rete». Scomparso lui, cosa è successo?
Mesi dopo la sua morte, con lo spettro di dover pagare tanti risarcimenti danni, Grillo si sta separando dall’azienda, e dalla cyberpropaganda pro M5S?
La causa, contrariamente agli alternative facts esposti ieri sul blog, è in piedi.
È stata solo riassunta da Genova a Roma, da qui a tre mesi.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)

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PIETRO DETTORI: CHI E’ L’UOMO DELLA CASALEGGIO DIETRO AL BLOG “DI BEPPE GRILLO”

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

CHI SCRIVE GLI ARTICOLI? IL GHOSTWRITER E’ DETTORI, UOMO DI FIDUCIA DELLA CASALEGGIO E SOCIAL MEDIA MANAGER DI GRILLO

Ieri Beppe Grillo ci ha spiegato che non è lui l’autore del post sull’ex ministro Federica Guidi per il quale il PD ha intentato causa, non è lui ad averlo scritto perchè “quello è un post non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto”. Grillo lo ha scritto su quel blog che porta il suo nome ma che non gli appartiene e che non ha modo di controllare o gestire.
Forse è per questo motivo che Grillo non ha detto chi sia l’autore (perchè uno deve pur esserci) del post non firmato.
In mancanza di altre spiegazioni i sospetti si sono concentrati su Pietro Dettori che oggi sulla Stampa Ilario Lombardo definisce “il manovale” del blog.
Anche Luigi Di Maio intervistato ieri a CorriereTV ha parlato del blog come di uno spazio che ospita tante persone, ciascuna delle quali si firma.
Secondo Di Maio in passato è capitato che ci fossero dei post non firmati ma «ora i post non firmati non ci sono più».
Ora bisogna ricordare a Di Maio che i post che in passato non erano firmati non sono un paio e non sono nemmeno marginali: prendiamo ad esempio i famosi “comunicati politici” (qui il primo, datato 2008) con i quali Grillo (?) ha tracciato la linea dell’azione politica del MoVimento, ad esempio annunciandone la partecipazione alle elezioni politiche del 2013.
Allo stesso modo non erano firmate le liste di proscrizione dei “giornalisti del giorno” che sono state pubblicate sul blog di Grillo per mettere all’indice i giornalisti sgraditi al MoVimento.
Certo, Grillo ha firmato dei post anche in passato, ad esempio questo nel quale ricordava ai suoi “che la responsabilità  editoriale del blog è esclusivamente mia, che il programma comunale e regionale non è scritto da me o dallo staff, ma direttamente dalla lista”.
Infine è vero che da qualche tempo (non molto per la verità ) i post non firmati non ci sono più ma è anche vero che quelli non firmati sono ora a firma di “MoVimento 5 Stelle”.
Chi li scrive? Il gruppo comunicazione della Camera e del Senato?
Oppure è sempre lo staff, quello che un tempo rispondeva a Gianroberto Casaleggio e che ora fa capo al figlio Davide e all’Associazione Rousseau?
Su questo possiamo solo fare delle ipotesi ed è qui che spunta il nome di Dettori che dell’Associazione Rousseau è responsabile editoriale.
Da inizio maggio del 2016 è lui il referente della piattaforma che dovrà  permettere a chiunque si iscriva di proporre e votare leggi da presentare poi in Parlamento.
Dettori è spesso descritto come uomo di fiducia dei Casaleggio e della Casaleggio Associati per la quale svolgeva il ruolo di social media manager.
E in quanto social media manager aveva il compito di curare i contenuti del blog “di Grillo” e degli account social del Capo Politico del 5 Stelle.
È Dettori “lo staff” del blog, quello al quale Gianroberto Casaleggio e Grillo avevano demandato la stesura dei post da pubblicare.
Non mancano nemmeno le ipotesi più stravaganti: secondo le rivelazioni di un ex Casaleggio, Marco Canestrari, raccolte da Jacopo Iacoboni della Stampa, Dettori sarebbe addirittura al vertice della cosiddetta Struttura Delta della Casaleggio, il cuore dello staff che sarebbe costituito da tre persone (oltre a Grillo e allo stesso Casaleggio):
Alla Casaleggio tre persone hanno tenuto in mano operativamente la cosa, nel corso di questi anni in varie fasi: Pietro Dettori, che gestisce anche gli account twitter di Grillo, e molto spesso è autore materiale dei post (Grillo incredibilmente lascia fare anche quando poco o nulla sa di ciò che viene scritto, anche delle uscite più tremende), figlio di un imprenditore sardo legato in precedenza a Casaleggio. Biagio Simonetta, un giornalista, esperto di new media. Marcello Accanto, un social media manager. E, ultima entry, Cristina Belotti, che si occupa della tv La Cosa, una bella ragazza cresciuta curiosamente alla più pura scuola del centrodestra milanese, la scuola di Paolo Del Debbio — lavorava nella redazione del suo programma — e arrivata alla Casaleggio attraverso il network dei fratelli Pittarello
Ora la vera domanda, visto che i post “non firmati” non ci sono più è se Dettori continua ad essere l’autore dei contenuti del blog.
Grillo, in nome della trasparenza ha accuratamente evitato di spiegare come funziona il blog (e del resto pare che non sappia nemmeno di averne uno, di blog).
C’è poi la questione che riguarda chi paga (e ha pagato) Dettori. Se ora non lavora più per la Casaleggio ma per l’Associazione Rousseau è logico supporre che sia in qualche modo pagato direttamente dal partito MoVimento 5 Stelle, ovvero dai parlamentari del M5S, in qualità  di addetto alla comunicazione del partito di Grillo (quello sì   siamo sicuri sia suo).
Ci verremmo però così a trovare nella spiacevole situazione di dover rilevare che i portavoce del 5 Stelle hanno a libro paga una persona (o molto più probabilmente più persone) che dal blog “di Grillo” attaccano violentemente gli avversari politici.
Se così fosse allora si potrebbe ragionevolmente supporre l’esistenza di un disegno politico ben preciso dietro quello che viene pubblicato, non firmato, sul blog.
La tanto paventata struttura occulta della propaganda pentastellata, che secondo Iacoboni coinvolgeva l’account Twitter “Beatrice Di Maio” sarebbe in realtà  molto meno occulta e più semplice del previsto.

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA AL TITOLARE DEL DOMINIO DI GRILLO: “IL SITO E’ MIO MA NON C’ENTRO NULLA”

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

EMILIANO BOTTARO: “NON SONO UN PRESTANOME, L’HO REGISTRATO PER TOGLIERLO DAL MERCATO, POI BEPPE MI HA DETTO DI TENERLO PERCHE’ SI FIDA DI ME”

“È vero, il dominio è intestato a me dal 2001, è un dato pubblico: sono io”.
C’è un certo Emanuele Bottaro dietro il blog più famoso d’Italia. Modenese, classe 1965, lavora per una società  di comunicazione che si occupa di ambiente.
È lui uno dei tasselli del complicato castello costruito attorno alla voce ufficiale del Movimento 5 Stelle: un sistema di scatole cinesi in cui si fatica a trovare il nome di Beppe Grillo.
A quello di Bottaro invece si arriva subito: basta visitare il registro nazionale dei nomi a dominio, anche se lui non ha mai amato farsi pubblicità .
“Io mi rendo conto che è difficile capire – spiega – ma ho un rapporto personale con Beppe, punto e basta. Qualcuno può pensare che io gli faccia da prestanome, che abbia dei vantaggi o che ci guadagni, ma non c’è niente di tutto questo. Io dal blog non ho mai preso un euro”.
Bottaro, scusi, ma allora perchè lei ha accettato di intestarsi il dominio?
“Stiamo parlando del 2001, in quel periodo Beppe non pensava alla politica e il dominio era libero: io gli ho detto “prendilo” ma a lui non interessava, così l’ho fatto io. L’ho registrato solo per toglierlo dal mercato, il blog è venuto dopo. L’ho intestato a me prima ancora che arrivasse Casaleggio”.
E non le dà  fastidio mettere la faccia su una cosa che, a quanto dice, non la riguarda? E che soprattutto non controlla
“Ogni tanto ci ho pensato, ma ho un sacco di altre cose per la testa. A volte se n’è anche parlato, di intestare il blog a qualcun altro, poi Beppe mi ha detto: se non ti dà  fastidio io mi fido di te, così tutto è rimasto com’era. E se sono ancora qua c’è un motivo. Beppe è un amico da vent’anni”.
Quindi se domani lei decidesse di chiudere il blog potrebbe farlo
“Oddio non lo so, sicuramente i suoi avvocati si farebbero sentire”.
Ha avuto problemi per quest’ultima querela del Pd?
“No, non mi è arrivato niente”.
E in passato?
“Sono stato citato in giudizio due volte, su decine di querele arrivate a Grillo. Ma i suoi avvocati hanno sempre spiegato che io non c’entro coi contenuti ed è finita lì. Io proprio non ho nessun tipo di rapporto con l’attività  del blog, non so niente, non sono neanche iscritto, non mi sono mai candidato coi 5 Stelle”.
E la polizia postale? L’ha mai contattata?
“A volte mi telefonano, mi chiedono l’identificativo di chi ha fatto un commento sul blog e io gli do il nome del provider, la società  che gestisce il server, tutto qui”.

(da “La Repubblica”)

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DUE MESI TRAGICI DI TRUMP: I DOLORI DEL GIOVANE DONALD

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

SECONDA SBERLA SUL BLOCCO ALL’IMMIGRAZIONE CHE SI AGGIUNGE ALLA ACCUSE FASULLE A OBAMA E ALLE SBRUFFONATE DEI PRIMI GIORNI

Alla vigilia del secondo “complemese” di una presidenza che sembra già  lunga anni, Donald Trump riceve un’altra sberla da un giudice federale che ordina il blocco anche della seconda versione “annacquata” (parole di Trump) del blocco all’immigrazione.
Nella stessa giornata di mercoledì, due parlamentari della Commissione intelligence della Camera, uno dei quali il fedelissimo repubblicano Nunes, trumpista della prima ora, dichiarano insieme, davanti alle telecamere, di non avere trovato alcuna prova della sensazionale, infamante accusa di intercettazioni contro la Trump Tower lanciata in un demenziale tweet contro Obama.
Il suo ministro della Giustizia Sessions, altro fedelissimo, ha risposto con un faticoso, ma netto “no” alla stessa domanda sull’accusa — gravissima e infondata — al predecessore.
Mentre la annunciatissima, sbanderiatissima, attesissima Controriforma della Sanità , la Obamacare, si dibatte e boccheggia come un tonno intrappolato nella tonnara.
Talmente tossica, con la prospettiva di 24 milioni di americani scaricati dalle Assicurazioni in cambio di miliardi regalati in tasse ai più ricchi, da essere respinta, come la “figlia del peccato” nei romanzi ottecenteschi, sia da Trump che la scarica sul presidente della Camera Ryan sia da Ryan che la scarica su Trump.
In Parlamento la chiamano la “Trumpcare”. Alla Casa Bianca, la chiamano “Ryancare”.
Il saldo di questi primni 60 giorni, partiti con una tempesta di firme e di decreti e raffiche di tweet all’alba nella solitudine del suo castello di Mar-a-Lago è zero.
Parole, aria fritta, sbruffonate.
Del Muro, altissimo, bellissimo, pagatissimo (dai messicani) non si parla più.
Il bando anti arabi, reso già  ridicolo dall’esclusione di Paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita troppo importanti per essere irritati, conitnua a essere sforacchiato da tutti i tribunali che l’hanno esaminato.
Prima o poi, troverà  forse un giudice che lo approverà , ma lo shopping per imbroccare un magistrato benevolo non sta facendo apparire l’America “debole” come ha detto in un comizio ieri sera nel Tennessee, fa apparire lui debole.
E il tarlo delle inchieste sulla “Russian Connection”, sui fili che conducono la sua campagna elettorale agli hhacker russi, al nuovo Kgb e agli olgarchi di Mosca, continua a rosicchiare.
Il gioco di estrarre dal cilindro conigli e lustrini per distrarre il pubblico e i “falsi media”, come sa fare da abile prestigiatore, comincia a stancare e se non fosse per la solidità  della Borsa e dell’economia ereditata dal predecessore che continua a produrre 200mila nuovi posti al mese, questi primi 60 giorni sarebbero stati tempo perduto e occupato a cercare gag teatrali per incantare i serpenti.
Sarebbe tutto comprensibile, normale, per un signore ultrasettantenne che approda al lavoro più difficile del mondo senza nessuna esperienza di governo o di vita politica, senza concetto della “complicazione” di problemi giganteschi come la sanità , la fiscalità , il bilancio.
Quella “finanziaria” che tra poco dovrà  presentare al Congresso e non potrà  essere compressa nei 140 caratteri di tweet.
Un uomo più maturo, cosa molto diversa dall’essere anziano, un presidente circondato da consiglieri e non da loschi cortigiani, Rasputin che vivono per assecondare le sue tendenze più adolescenziali e narcisistiche, studierebbe, rifletterebbe, imparerebbe. Capirebbe di avere davanti a sè non un’ora di trasmissione televisiva da portare al successo, ma 300 giorni di governo che non può continuare a vivere come una campagna elettorale di opposizione o come un reality da pay tv.
Anche l’ennesima sberla presa sul blocco all’immigrazione dimostra che Trump non ha ancora capito che il Presidente è lui.

Vittorio Zucconi
(da “La Repubblica“)

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IL BANDO DI TRUMP CONTRO IMMIGRATI MUSULMANI BLOCCATO DAL GIUDICE DELLE HAWAII

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

ALTRO STOP PER IL MUSLIM BAN, TRUMP FUORI DI SE’… “E’ EVIDENTE LA DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA DEL BANDO”

Un altro stop per il “muslim ban” di Donald Trump. Il bando al rilascio di nuovi visti per i cittadini di sei paesi (Libia, Siria, Sudan Yemen Somalia e Iran) e la sospensione all’ammissione di nuovi rifugiati è stato bocciato anche nella sua seconda versione.
E ancora prima di entrare in vigore.
Nelle 43 pagine di sentenza il giudice distrettuale delle Hawaii Derrick K. Watson ha ricordato proprio le dichiarazioni del presidente americano e del suo staff per evidenziare come quel decreto, che doveva scattare dalla mezzanotte di oggi (le cinque di mattina in Italia) rappresentasse una forma di discriminazione religiosa nei confronti dei musulmani, violando così la Costituzione americana.
La seconda versione del bando aveva sospeso per 120 giorni il programma per nuovi rifugiati e per novanta giorni l’emissione di nuovi visti per i sei paesi.
Rispetto al contestatissimo primo bando la seconda versione aveva tolto l’Iraq dalla lista dei paesi a rischio e aveva “risparmiato” i visti già  emessi e le “green card”, i permessi di soggiorno permanente, allargando così la platea di chi poteva aver diritto all’ingresso negli Stati Uniti.
Ma secondo il giudice Watson appare evidente a “un osservatore ragionevole e imparziale, alla luce dello specifico contesto storico, agli eventi recenti e alle dichiarazioni pubbliche come l’ordine esecutivo sia stato emesso con lo specifico obiettivo di ostacolare una religione”.
In particolare, nelle motivazioni si evidenzia come proprio la giustificazione fornita dall’Amministrazione (il bando non è discriminatorio perchè non è contro tutti i musulmani) sia “evidentemente illogica” e che la motivazione della sicurezza nazionale sia secondaria rispetto alla evidente discriminazione.
Insomma una bocciatura totale che peraltro ha preceduto di sole poche ore il probabile stop di altri due tribunali, quelli dello Stato di Washington (che peraltro aveva già  bocciato la prima versione del bando) e del Maryland.
Non è uno stop definitivo, però, perchè il Dipartimento di Giustizia può ricorrere in appello. Ma è un congelamento che ha valore su tutto il territorio degli Stati Uniti.
La sentenza arriva come risposta a una causa presentata dallo stesso Stato delle Hawaii che imputava al bando di violare, proprio come la sua prima versione, il primo emendamento della Costituzione americana limitando le attività  delle università , delle imprese e persino del turismo delle isole. In particolare gli avvocati dello Stato delle Hawaii si sono concentrati sul caso dell’imam egiziano a capo della locale comunità  islamica, la cui suocera rischiava di vedersi negare il visto.
Esultano le associazioni per la tutela dei diritti dei migranti. Per Trump è una nuova sconfitta.
E il presidente ha reagito al blocco del bando definendo “un abuso senza precedenti” la decisione del giudice e annunciando di essere pronto a ricorrere fino alla Corte Suprema: “Il pericolo è chiaro – ha affermato Trump – la legge è chiara, il bisogno per il mio ordine esecutivo è chiaro. Lotteremo e vinceremo”.

(da “La Repubblica”)

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LA NOTTE DA SALVATORE DELL’EUROPA DEL PREMIER CHE PIACE ALLA MERKEL

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

DUE MESI FA AVEVA 12 SEGGI DI SVANTAGGIO SU WILDERS, HA VINTO CON 13 SEGGI IN PIU’… IL COLPO DI RENI SULLA VICENDA ERDOGAN DOVE HA REAGITO DA STATISTA

«Dopo la Brexit e il voto americano, l’Olanda ha detto no al populismo. È una serata importante per tutta l’Europa».
Da due ore gli exit poll mandano tutti lo stesso messaggio: l’anti-Wilders è Mark Rutte.
Solo a quel punto, dopo tre rilevazioni e tanti messaggi di congratulazioni che arrivano dalle cancellerie europee, il premier salta sul palco davanti ai suoi sostenitori sulle note di «Uptown funk». Quella di Mark Rutte contro Geert Wilders era diventata una sfida sì personale, ma giocata su un terreno illuminato dai riflettori europei.
Una sfida al «cattivo populismo», per usare l’espressione del premier, da cui il Partito della Libertà  esce sconfitto.
Da domani Rutte potrà  tornare in Europa e vantarsi di aver frenato l’ondata populista che minaccia di disintegrare l’Ue. E di aver riportato tanta gente alle urne in un’epoca di disaffezione verso la politica: ha votato l’82% degli aventi diritto, cinque anni fa solo il 74,6%. «Una festa per la democrazia – ha alzato le braccia al cielo il capo del governo – non accadeva da anni».
Esulta Berlino, esulta Bruxelles con Jean-Claude Juncker: «Un voto per l’Europa contro gli estremismi».
Un ruolo determinante nell’arrestare Wilders lo hanno giocato anche i cristiano-democratici, ma soprattutto i liberali di sinistra (D66) e i Verdi.
Tutte forze marcatamente pro-europeiste.
«È vero, gli altri partiti hanno guadagnato seggi rispetto a cinque anni fa – ammette Klaas Dijkhoff, segretario di Stato per l’immigrazione -, ma siamo felici di essere ancora il primo partito».
La mossa contro Ankara
Il colpo di reni di Rutte è arrivato negli ultimi giorni. La sfida alla Turchia ha permesso al leader dei liberal-conservatori di scavare il terreno sotto i piedi dell’estrema destra.
Il volto di questa battaglia non ha la chioma bionda bensì gli occhialini da Herry Potter di Rutte. Pur senza mostrare pubblicamente entusiasmo, nessun altro partito si è azzardato a criticare la mossa del premier. Nemmeno da sinistra. Con un elettorato così sensibile al tema, sarebbe stato troppo rischioso.
Rutte l’ha capito e così ha guadagnato credibilità , mostrandosi un capo di governo sicuro di sè e protettivo nei confronti del Paese.
I risultati dicono che c’è riuscito, nonostante i cinque anni di governo abbiano lasciato parecchie cicatrici. I numeri dicono che i deputati persi sono almeno dieci. Ma poteva andare molto peggio.
L’uomo di Stato
Cinquant’anni, single, il premier Rutte è riuscito a presentarsi come un uomo di Stato. Il suo governo ha saputo trovare la ricetta per la ripresa, che ha portato la disoccupazione ai minimi (meno del 6%) e il tasso di crescita attorno al 2%.
Certo le misure di austerità  hanno lasciato sul campo parecchi feriti, soprattutto nelle classi più povere. Ma Rutte è stato molto abile nel far pagare il conto politico agli alleati laburisti. Il partito del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem e del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans è crollato al 6% e gli exit poll dicono che non dovrebbe portare in Parlamento più di 9 deputati (erano 38 nella scorsa legislatura).
«Un colpo durissimo, un graffio sulla nostra anima» ha detto un Dijsselbloem affranto ieri sera dal quartier generale del Pvda. «Ci dispiace molto che l’elettorato vi abbia puniti per il lavoro fatto insieme» ha provato a consolarlo Halbe Zijlstra, leader dei liberal-conservatori in Parlamento.

(da “La Stampa”)

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OLANDESI IN MASSA ALLE URNE PER FARE DIGA AGLI XENOFOBI: LA CROCIATA SOVRANISTA SI E’ SCHIANTATA

Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile

LA “PAURA DEL DISORDINE” IN NOME DELL’IDENTITA’ NAZIONALE HA PORTATO GLI OLANDESI A VOTARE COME MAI IN PASSATO… LE BALLE SULLO SCONTRO DI CIVILTA’ E LA CRIMINALIZZAZIONE DEGLI IMMIGRATI NON FUNZIONANO PIU’

La democrazia ha vinto la battaglia contro l’autoritarismo. La piccola Olanda ha espresso un grande voto, ha commentato Mark Rutte, il vincitore delle elezioni legislative del 15 marzo.
Lo davano davanti al populista Geert Wilders ma di un soffio, al massimo gli attribuivano 17-18 seggi, ne ha ottenuti 33, contenendo l’emorragia (ha perso rispetto allo scrutinio precedente otto seggi) e staccando il rivale che ha ottenuto 20 seggi, mentre i progressisti di D66 e i cristiano-democratici si sono fermati a 19.
Brutto ruzzolone della sinistra: i laburisti hanno smarrito 29 dei loro 38 seggi. Un disastro.
Rutte ha ringraziato gli olandesi, accorsi in massa alle urne — l’82 per cento degli aventi diritto al voto, percentuale d’altri tempi — per avere fermato l’avanzata populista e rassicurato l’Unione europea: “E’ stata una vittoria per l’Europa”, non è da qui, ha sottolineato, che partirà  il temuto “effetto domino” su Francia, Germania e Italia. Anzi, il messaggio che lanciamo è chiaro, senza equivoci: l’87 per cento degli olandesi è contro il rigetto viscerale dello straniero (soprattutto del musulmano) e dell’Europa; la tolleranza è un pilastro della nostra società ; la società  multiculturale non è così nociva come la dipingono gli xenofobi; il razzismo lo emarginiamo; ci sono valori fondanti della democrazia olandese che non si possono barattare con anatemi e slogan, tantomeno pretendere di governare senza spiegare come, salvo declinare in 259 parole — quelle del suo programma bonsai — i punti chiave della sua politica. Chiusura delle frontiere. Nexit: ossia via dall’Ue. Ritorno al fiorino. Niente moschee. Al bando il Corano. Tagli alla cultura e all’ecologia per aumentare il budget di Difesa e della sicurezza.
Non a caso l’avevano battezzato il Trump “batavo”. Dimenticando che il 22 per cento della popolazione olandese è straniera. E che il 5 per cento è musulmana (come il sindaco di Rotterdam).
Avendo attaccato costantemente il governo Rutte per la sua indolenza nei confronti della minaccia islamica radicale, specie dopo gli attentati a Parigi, a Bruxelles, a Nizza e a Berlino, Wilders si era attribuito il ruolo di paladino di una crociata implacabile evocando il trito concetto dello “scontro di civiltà ”.
Il suo “Paese esempio” è Israele: beninteso, l’Israele che espande le colonie nei territori palestinesi e l’Israele fiero baluardo contro l’avanzata dell’Islam. Perchè dietro, sostiene Wilders (come i suoi colleghi populisti europei), c’è il progetto di creare un califfato in Europa grazie all’aiuto occulto “dei 54 milioni di musulmani” che vivono nel suo territorio.
Una bugia, poichè in realtà  sono circa 20 milioni. E di bugie, Wilders ne ha propalate un fracco, in nome del “popolo” arrabbiato, deluso, frustrato: “Gli immigrati ci tolgono i nostri soldi”. “Riprendiamoci l’Olanda”, come se qualcuno l’avesse rubata…
Eppure, tutta la campagna elettorale è stata permeata su di lui che si è rivolto ai “piccoli Bianchi” e ai declassati.
In un saggio del sociologo Koen Damhuis — Wegen naar Wilders, il cammino verso Wilders, ed. Singel, 2017 — si scopre per esempio che parte degli elettori populisti olandesi provengono dalla sinistra tradizionale, gente inquieta per il loro futuro e quindi ostili agli immigrati, visti come una minaccia. Ma ci sono anche artigiani, piccoli imprenditori e chi, lavorando molto e guadagnando bene, vede intaccato il proprio reddito dalle tasse che lo falciano pesantemente.
Wilders li ha convinti che quei soldi presi dal fisco vanno in tasca agli immigrati. Infine, Koen Damhuis identifica un terzo filone di populisti acculturati, li chiama “gli ideologi”. Sono coloro che rinfacciano al governo di danneggiare il Paese preoccupandosi più della Grecia indebitata, degli immigrati e dei rifugiati, trascurando le necessità  del popolo olandese. Costoro mitizzano un programma economico e sociale “alternativo”, vorrebbero rovesciare il sistema. E disintegrare lo Stato di diritto.
Ebbene, più che la paura degli immigrati è stata la paura del “disordine” in nome dell’identità  nazionale a indurre gli olandesi a rifiutare il discorso dell’odio nel loro compatto no — sia pure polverizzato nella miriade di partiti che si sono sfidati in campagna elettorale (ben 28, compreso il Partito della Birra…) — e a rovesciare il loro consenso su Rutte e sulle altre formazioni anti-populiste: non a caso, i Verdi di Sinistra (GroenLinks) hanno ottenuto un vistoso successo, passando da 4 a 14 seggi.
Ora è chiaro che Rutte sarà  premier per la terza volta. E che l’euroscetticismo all’Aja si è arenato. Ed è altrettanto chiaro che le alchimie per governare saranno complesse, ma assai meno di quel che si postulava prima del voto.
Il paesaggio politico è infatti abbastanza frammentato. Una coalizione si impone, e i verdi, in questo caso, possono essere l’ago della bilancia.
Il governo uscente vedeva il VVD, il partito liberale di Rutte, alleato con il Partito del Lavoro (PVDA) di Lodewijk Asscher, che ha subìto un tracollo.
I laburisti che erano quasi alla pari con il partito di Rutte, adesso hanno perso drammaticamente seggi e potere diciamo così “contrattuale”.
In Parlamento entra anche il partito turco antirazzista Denk (Pensiero in olandese, eguaglianza in turco), fondato da Tunaham Kuzu e Selcuk Ozturk (ma erano già  deputati, coi laburisti), due zeloti del Sultano di Ankara.
E’ assai probabile che Rutte sonderà  i liberali di sinistra progressisti di D66 e i Cristiano-democratici, insieme hanno 71 seggi, la maggioranza è a quota 76.
A chi si rivolgerà  per un appoggio esterno, nell’eventualità  di un governo di minoranza? Ai laburisti scornati o ai rampanti Verdi?
Intanto, il provocatore Wilders si è proposto come partner del futuro governo, sapendo benissimo che nessuno lo vuole tra i piedi.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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