Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
“INCIDENTE NON PREVEDIBILE, ANALOGA OPERAZIONE FATTA GIA’ IN ALTRI 18 CAVALCAVIA SENZA PROBLEMI”…CEDIMENTO O MANCATA OSSERVANZA DELLE NORME?
Un altro ponte che crolla, un altro “incidente non prevedibile”.
Emidio Diomedi di 60 anni e Antonella Viviani di 54, una coppia originaria di Spinetoli e sposata da 36 anni, sono morti mentre viaggiavano sull’Adriatica A14 Bologna-Taranto a bordo della loro Nissan Qashqqai all’altezza di Camerano: il ponte 167 della strada provinciale 10 si è spezzato ai lati, schiantandosi a terra proprio mentre la loro auto stava transitando, rimanendo incastrata.
Stavano andando all’ospedale regionale di Torrette per una visita di controllo della donna. Una tragedia che ricorda molto quella avvenuta a ottobre in Brianza, quando il cavalcavia di Annone, nei pressi di Lecco, crollò sotto il peso di un tir causando una vittima.
Dopo Lecco, Ancona. Dopo tre mesi ancora morti per ponti che vengono giù. In questo caso il crollo (“non prevedibile”) è stato determinato dal cedimento di pile provvisorie su lavori di innalzamento del cavalcavia necessari per ripristinare l’altezza dell’opera rispetto al nuovo livello del piano autostradale, dopo l’allargamento dell’autostrada a 3 corsie, fa sapere Autostrade per l’Italia, la società privata che gestisce il tratto di rete autostradale.
La circolazione sul cavalcavia era stata sospesa con ordinanza 07/2017 della Provincia di Ancona Terzo Settore (viabilità e sviluppo) del 23 febbraio scorso, a partire dal giorno 28 dello stesso mese e fino al 15 maggio, per l’adeguamento del ponte all’adeguamento autostradale.
Sul tratto autostradale invece il traffico era rimasto aperto. Ed è lì che viaggiavano le due vittime, che a breve sarebbero diventate nonni.
La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta. L’ipotesi di reato messa per iscritto dal pm Irene Bilotta, titolare del fascicolo, è al momento di omicidio colposo plurimo. L’area è stata posta sotto sequestro. Gli inquirenti dovranno capire se vi sia stata una manovra errata o se approfondire altre ipotesi: per esempio, se – quando il ponte è stato sollevato – abbia perso stabilità e si sia inclinato per poi schiantarsi sulla strada, o se abbiano ceduto gli elementi con cui veniva rialzata la struttura.
Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha firmato il decreto di nomina della commissione ispettiva del dicastero che dovrà accertare le responsabilità , ricordando che il suo Ministero ha dato a suo tempo indicazioni a tutte le concessionarie per il controllo, il monitoraggio e la verifica delle condizioni di sicurezza, in particolare per i manufatti.
Nel crollo sono rimasti feriti anche tre operai della ditta Delabech, romeni, che stavano eseguendo i lavori su commissione di un’altra società , la Pavimental.
Proprio sull’operato delle due aziende si concentreranno le indagini del ministero e della magistratura. Autostrade per l’Italia ha reso noto che le attività “erano state completate alle ore 11:30” e che “al momento dell’incidente, alle 13 circa, il personale stava realizzando attività accessorie”.
La Delabech, peraltro, aveva già eseguito analoghi lavori su altri 19 cavalcavia della stessa tratta.
Ma si dovrà capire anche perchè il tratto di autostrada tra Loreto e Ancona Sud non è stato chiuso dalla società che gestisce la rete.
“È inconcepibile eseguire lavori di questa natura senza chiudere l’A14”, ha dichiarato il sindaco di Castelfidardo Roberto Ascani ricostruendo come “gli operai stavano sollevando la campata del ponte con dei martinetti, quando la struttura ha ceduto: evidentemente qualcosa è andato storto”.
I vertici di Autostrade sono stati già convocati dal presidente della Commissione Lavori Pubblici del Senato Altero Matteoli per “spiegare le cause del tragico crollo”.
Secondo Roberto Tomasi, direttore generale ‘Nuove Opere’ di Autostrade per l’Italia, si tratta però di una “procedura non rischiosa”, ha detto a Radio Capital, “di prassi” ed eseguita “su tutti i cavalcavia” nelle stesse modalità .
Secondo Tomasi si tratta di capire quindi se si sia trattato di un cedimento o della mancata osservanza del piano operativo di sicurezza da parte della Delabech.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
MICHAEL FLYNN AMMETTE: “LAVORAVO PER UNA SOCIETA’ CHE OPERAVA CON LA TURCHIA, POSSO AVER AIUTATO IL GOVERNO DI ANKARA”
Donald Trump non era a conoscenza che il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn,
quando fu scelto per questo incarico, fosse pagato da una società olandese che lavorava per Ankara, come svelato dai media Usa oggi.
Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer.
Oggi stesso Flynn si è dichiarato al dipartimento della Giustizia come ‘agente straniero’, riconoscendo di aver incontrato il ministro degli Esteri turco e che il suo lavoro per la società Inovo Bv potrebbe aver aiutato il governo di Ankara.
Una vicenda tanto incredibile che pone all’opinione pubblica statunitense una domanda: ma di chi si circonda Trump? Con quali criteri sceglie i suoi collaboratori? A che rischi vanno incontro gli Stati Uniti con una gestione superficiale nella scelta di ruoli delicati nell’Amministrazione?
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
IL RECORD DEL GOVERNATORE, CAMBIA VERSIONE IN QUATTRO GIORNI
L’ultima volta che Luca Zaia lo ha detto pubblicamente, con enfasi, a microfoni aperti, è stato solo venerdì scorso.
“Il Veneto è l’unica Regione che non chiede tasse per un miliardo e 159 milioni di euro, che rimangono nelle tasche di famiglie ed imprese”.
E per essere didascalico ha spiegato: “L’aiuto concreto, concretissimo, che la Regione Veneto ha dato e sta dando alle famiglie e alle imprese venete è dato dalla mancanza delle accise regionali sulla benzina, dei ticket regionali (si pagano solo quelli imposti da Roma) e dell’addizionale regionale Irpef. Penso che sia un segnale importante di vicinanza, anche economica, in un momento di difficoltà diffusa”.
La crisi economica non è evaporata in un week end.
E’ scomparsa, invece, la promessa di non attingere risorse al portafogli dei veneti, come sta facendo, lo Stato centrale.
Zaia si è rimangiato tutto in quattro giorni. Impensabile che il 3 marzo non sapesse che il 7 successivo avrebbe dato l’annuncio, con l’ausilio di diapositive nell’aula del consiglio regionale del Veneto, che l’Irpef sarà ripristinata dal gennaio 2018.
Certo non per sadismo nei confronti dei contribuenti già tartassati, ma per poter trovare i soldi che rimettano in attività i cantieri della Pedemonatana Veneta, un’incompiuta da due miliardi e mezzo di euro, il cantiere infrastrutturale più imponente aperto in questo momento in Italia.
La Pedemontana è una superstrada controversa da 27 anni, che ha suscitato la sollevazione di comitati e cittadini che si sono visti espropriare i terreni.
Ma a favore della realizzazione dell’opera sono schierati un po’ tutti, a cominciare dagli industriali che chiedono trasporti più veloci in un Nord Est intasato di traffico. Soltanto che adesso protestano un po’ tutti contro Zaia e la sua decisione di tartassare i veneti.
Per far ripartire la Pedemontana ecco la necessità di 300 milioni di euro di stanziamento pubblico, che sarà raccolto grazie all’Irpef sui redditi superiori ai 28mila euro con aliquota crescente.
Per i redditi fra i 75mila e i 150mila euro la Regione stima una tassa media di 110 euro mensili a contribuente.
I proventi dei pedaggi saranno introitati dalla Regione anzichè dal concessionario Sis, a differenza di quanto pattuito dagli accordi iniziali.
Secondo Zaia, la Regione risparmierà 9 miliardi e mezzo di euro, visto che oltre 7 miliardi e mezzo sarebbe stata la spesa per riequilibrare (in base ad accordi capestro) la differenza degli introiti, visto il calo delle stime di traffico, fissate ora in 27mila veicoli al giorno.
E pensare che Zaia ha sempre detto: “Noi siamo coerenti, amministriamo bene. E le tasse non le abbiamo messe, anzi le abbiamo tolte”. Leggere, per credere.
Ottobre 2012: “Lo Stato ci ha tolto 200 milioni per la Sanità , ma io l’Irpef non la metto”.
Stesso anno: “Facciamo la rivolta fiscale. C’è l’Imu da pagare? Bene si decida di non pagarla, di fare l’obiezione fiscale”.
Autunno 2016: “Giù le tasse o niente ripresa economica. La tassazione inevitabilmente disincentiva gli investimenti e toglie ai giovani la voglia di intraprendere”.
2 novembre 2016: “Niente tasse per quasi 1,2 miliardi di euro. E’ la cifra più importante del bilancio della Regione, che la giunta ha approvato. Abbiamo fatto la scelta del ‘tax free’”.
3 novembre 2016: “Renzi non deve dimenticare che siamo l’unica regione ‘tax free’”. C’è solo l’imbarazzo della scelta nelle rassegne stampa o nel suo twitter.
Promesse a pioggia. Annullate di colpo dalla Pedemontana Veneta
Giuseppe Pietrobelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
IN TOTALE RICHIESTE 56 CONDANNE PER PECULATO E TRUFFA
Due anni e due mesi per Nicole Minetti, due anni e dieci mesi per Renzo Bossi: sono alcune delle
richieste di pena proposte oggi dal pm Paolo Filippini nell’ambito del processo a Milano sui rimborsi in Regione Lombardia.
Sono state chieste 56 condanne su 57 tra consiglieri, consiglieri regionali ed ex assessori imputati in gran parte per peculato, alcuni per truffa.
L’unica richiesta di assoluzione per l’ex assessore Massimo Ponzoni.
Le pene più alte il pm le ha chieste per Stefano Galli (6 anni), ex capogruppo della Lega Nord, e per l’ex presidente del Consiglio regionale, Davide Boni (4 anni), sempre in quota alla Lega.
Al centro del processo di Milano lo scandalo delle spese “pazze” al Pirellone scoppiato alla fine del 2012.
Memorabili le richieste di rimborsi contestate a Nicole Minetti, tra cui compaiono creme e il libro Mignottocrazia di Paolo Guzzanti, ma anche quelle di Renzo Bossi. Tra il 2010 e il 2012 il figlio del Senatur avrebbe messo in conto spese videogiochi, Red Bull, gomme da masticare, cocktail come Mojito, Campari e Negroni, patatine, barrette ipocaloriche, giornali, sigarette, un I-Phone, auricolari, un computer e il libro Carta Straccia di Giampaolo Pansa.
L’inchiesta della Procura di Milano era stata chiusa il 5 marzo 2015.
Conti alla mano, secondo i pm, i soldi pubblici spesi illecitamente ammontavano a poco più di 3 milioni di euro.
Dalle analisi degli uomini della Guardia di Finanza era emerso come fossero stati rendicontati scontrini per comprare dolci in pasticceria oltre che per fare colazioni con brioche e caffè, noleggi auto e taxi, lecca lecca e gratta e vinci.
I soldi pubblici, secondo l’accusa, erano stati utilizzati anche per pagare cene a base di aragosta e sushi, merende con piadine e nutella, ostriche, ovetti Kinder, carne in macelleria, fino ai fuochi d’artificio.
Il pm Filippini ha spiegato che le attenuanti generiche vanno concesse alla maggior parte degli imputati anche in ragione della restituzione, “più o meno volontaria” o per via del procedimento aperto dalla Corte dei Conti, del denaro di cui, tramite i rimborsi illeciti, si sarebbero appropriati.
E così, le richieste di pena si aggirano tra 1 anno e 10 mesi e 2 anni e 10 mesi.
Da questo “range” escono però, oltre ai già citati, i 4 anni chiesti per Paolo Valentini Puccitelli, Angelo Giammario e Gianluca Rinaldin, i 3 anni per Massimo Guarischi, Antonella Maiolo, Gianmarco Quadrini, Marcello Raimondi, Luciana Ruffinelli, Carlo Saffiotti, Mario Sala, Pierluigi Toscani, Sante Zuffada.
Stessa pena chiesta per Corrado Paroli, operaio imbottigliatore di acqua minerale e genero di Galli al quale l’ex capogruppo non solo pagò con i soldi pubblici il banchetto di matrimonio con la figlia Laura Verdiana, ma ha fatto ottenere anche un contratto di consulenza con il Pirellone per 19 mesi per una cifra di oltre 196 mila euro.
Si tonerà in aula il prossimo 19 aprile quando parlerà l’avvocato della Regione parte civile e poi cominceranno le difese.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
PER IL DOCENTE EX VELTRONIANO INCOMPATIBILITA’ A CAUSA DELLO STUDIO DI ARCHITETTURA DI CUI E’ SOCIO… MA NON BASTAVA INFORMARSI PRIMA?
Il posto lasciato libero da Paolo Berdini lo scorso 14 febbraio sarà ancora vacante.
La nomina di Luca Montuori all’assessorato all’Urbanistica slitterà alla prossima settimana in quanto l’architetto, 51 anni, professore associato di progettazione urbanistica all’università Roma Tre, deve prima liberarsi delle quote dello studio di architettura di cui è associato per incompatibilità per conflitto d’interessi a causa dell’articolo 78 del TUEL.
Il Testo Unico degli Enti Locali infatti all’articolo 78 comma 3 dice che «i componenti la Giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attività professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato».
Montuori è cotitolare dello studio di architettura 2tr, sede in piazza Gentile da Fabriano, che l’assessore congelato fondò nel 2000 con l’amico-socio Riccardo Petrachi.
Montuori, laurea alla Sapienza nel ’93 e dottorato a Firenze sui temi del paesaggio contemporaneo, ha fondato nel 2001 lo studio 2tr_architettura, con cui ha partecipato a concorsi internazionali con premi e menzioni.
Membro del Comitato Scientifico della Casa dell’Architettura di Roma, ha svolto attività didattica e di ricerca con università e istituzioni italiane e straniere.
Nel suo curriculum anche una consulenza per lo svolgimento delle procedure concorsuali della Unità operativa 11 del Dipartimento urbanistica del Comune di Roma.
Montuori può risolvere in due modi: attraverso la cessione delle sue quote oppure chiudendo lo studio privato.
E infatti ieri in una nota stampa in cui si titolava “Nessuna incompatibilità ” mentre al suo interno certificava l’incompatibilità , sosteneva: “In merito a notizie che stanno circolando in queste ore riguardo una mia presunta incompatibilità con l’incarico di assessore all’Urbanistica e Lavori Pubblici ci tengo a precisare che ho già provveduto a prendere appuntamento da un notaio per chiudere l’Associazione professionale ‘2tr Architettura’ di cui sono cofondatore. Sottolineo quindi che tale atto avverrà prima della formalizzazione del mio nuovo incarico nella Giunta capitolina”.
Montuori ha comunque ieri partecipato a un incontro con Michele Civita, assessore ai trasporti della Giunta Zingaretti, insieme a Luca Bergamo e Luca Lanzalone, per parlare dello stadio della Roma a Tor di Valle, nel frattempo finito in un’impasse giuridica apparentemente senza vie d’uscita.
E sempre a proposito del dossier stadio ieri è tornato a farsi sentire Paolo Berdini, accusato qualche giorno fa dalla Raggi in Assemblea Capitolina di non aver formalizzato la collaborazione dell’avvocato Lanzalone nel suo assessorato: “L’affermazione del sindaco Raggi secondo la quale la collaborazione dell’avvocato Lanzalone si sarebbe formalizzata mediante un accordo con il sottoscritto, collaborazione che non avrebbe poi trovato formalizzazione per via delle mie dimissioni, è completamente falsa. Non ho mai lontanamente pensato di avvalermi delle competenze dell’avvocato Lanzalone, nè — tengo a precisare — il sindaco o qualche suo fedele collaboratore mi ha mai parlato facendo cenno alla questione. Preciso anche che il primo incontro formale con l’avvocato avvenne in Campidoglio nel mese di gennaio mentre il sindaco cita, chissà perchè, una data posteriore, cioè quella del 10 febbraio”.
Nella stessa occasione Raggi ha parlato di una formalizzazione a breve della collaborazione con Lanzalone da parte del neo assessore all’Urbanistica Luca Montuori.
“La Raggi si assuma la responsabilità di atti e comportamenti che appartengono solo e unicamente a lei”, conclude l’ex assessore Berdini nel suo comunicato.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
“IL GIORNALE” RIPRENDE L’ANALISI DELL’EX COLLABORATORE PARLAMENTARE, DATI ALLA MANO
In un articolo a firma di Paolo Bracalini oggi Il Giornale torna sugli stipendi “segreti” dei grillini
sostenendo che al netto delle somme versate alle piccole imprese come da statuto «Luigi Di Maio guadagna più di 7000 euro e Alessandro Di Battista 5500.
Il Giornale cita uno studio di Lorenzo Andraghetti, ex collaboratore parlamentare del deputato Paolo Bernini ed espulso dal MoVimento 5 Stelle durante l’ennesima faida bolognese pubblicato su Lettera43:
Prendiamo l’esempio di Di Maio, rendiconti pubblici alla mano.
«Di Maio riceve entrate sul suo conto corrente per 60 mila 960 euro (stipendio netto), oltre a 99 mila 892,38 euro di rimborsi forfettari.
Le uscite documentate sono relative esclusivamente ai bonifici da lui fatti, ovvero i 25mila 122,32 euro all’anno restituiti per scelta politica dal M5s e poi la quota che il deputato usa per pagare gli assistenti, che ammonta a 44mila 280 euro annui.
Entrate meno uscite (60.960 +99.892,38 -25.122,32 -44.280) fanno 91 mila 450 euro all’anno. Cioè 7.620 al mese.
Questa è la cifra reale con la quale Di Maio (ma non solo) vive a Roma e che dovrebbe dichiarare quando va in televisione, al posto dei 3mila euro netti gridati ai quattro venti pubblicamente».
Per l’altro centravanti dell’attacco M5s, Alessandro Di Battista, a fronte di restituzioni più alte, lo stipendio è più basso di quello del collega, ma comunque più alto dei famosi 3mila euro: ovvero 5.462 euro al mese.
Mentre un altro big come Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza Rai, il calcolo sulle entrate e uscite documentate porta Andraghetti a stimare «al netto di tutto, 6.888 euro al mese».
Sul rimborso forfettario che ricevono i parlamentari, compresi quelli del M5s, per le spese quotidiane, va tenuto conto che «treni, autobus e aerei sono gratis per i deputati», e quindi «chi inserisce nei capitoli di spesa queste voci, ci sta marciando». Così pure dichiara spese telefoniche per centinaia di euro mensili, quando è un gioco da ragazzi trovare offerte tutto compreso da 20 euro mensili: «Chi supera questa cifra è probabile quindi che stia gonfiando le spese».
Sempre Andraghetti ha pubblicato su Facebook questa tabella riepilogativa degli stipendi segreti dei grillini con i dati ricavati dal sito “tirendiconto.it” e i relativi calcoli da lui elaborati.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SONDAGGIO CONFERMA LA MARCIA INARRESTABILE DEL CANDIDATO “OLTRE LA DESTRA E LA SINISTRA”… AL BALLOTTAGGIO STRACCEREBBE LA PEN 65% A 35%… PER LA SOVRANISTA CI SARA’ SOLO UNA CORONA DI SPINE
In forte ascesa nei sondaggi sulle intenzioni di voto per le presidenziali francesi, Emmanuel Macron è ora in testa e ha superato per la prima volta la candidata dell’estrema destra, Marine Le Pen.
In un sondaggio di Harris Interactive per la televisione francese pubblicato oggi, il fondatore di En Marche! riceve il 26% delle intenzioni di voto, contro il 25% della presidente del Front National, che passa al secondo posto, per il primo turno delle elezioni, il 23 aprile.
Secondo il sondaggio, nel secondo turno previsto il 7 maggio, Macron, ex ministro dell’economia (che si definisce “nè di sinistra nè di destra”), vincerebbe con un ampio vantaggio le elezioni presidenziali, con il 65% dei voti contro il 35% di Le Pen.
Il candidato della destra, Franà§ois Fillon – la cui campagna elettorale è risultata fortemente ‘appesantita’ dal Penelopegate, lo scandalo per gli impieghi fittizi alla moglie e ai figli – rimane relegato al terzo posto, con il 20% delle intenzioni di voto.
Va sottolineato che se Fillon si fosse ritirato a favore a Juppè, sarebbe arrivato lui al ballottaggio con Macron, relegando la sovranista Le Pen a una medaglia di legno.
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
FALLITA LA SPENDING ALATA, QUANTO COSTA L’AIR FORCE RENZI
Voli di Stato. Spesso per ragioni non istituzionali. 
In un’inchiesta il quotidiano la Repubblica rivela una sorta di classifica dei viaggi dei ministri a bordo degli aerei blu. Con una leggera riduzione nel passaggio dal governo di Matteo Renzi a quello guidato da Paolo Gentiloni.
Su e giù per i cieli di mezzo mondo, lungo itinerari che quasi una volta su due lo portano nella sua Sicilia. Tutto con i voli di Stato.
Ad Angelino Alfano spetta di diritto il titolo di frequent flyer istituzionale: è in cima alla classifica dei ministri che si servono dell’ “aereo blu”.
Da agosto a oggi il ministro degli Esteri si è imbarcato 68 volte sugli aerei messi a disposizione dalla presidenza del Consiglio. Nessuno come lui: il premier Gentiloni, fino al 12 dicembre (quando ha assunto l’attuale carica e, in base alle norme, non deve più far registrare l’utilizzo dei voli di Stato), si ferma a 43, la ministra della Difesa Roberta Pinotti a 31.
Al quarto posto il ministro Claudio De Vincenti, titolare della Coesione Territoriale, che si è spostato venti volte da un punto all’altro dello Stivale.
Poi il Guardasigilli Andrea Orlando (12), il titolare dello Sviluppo Economico Carlo Calenda (11) e il ministro dell’Interno Marco Minniti, che dalla nomina di metà dicembre a oggi ha preso 10 volte il volo di Stato.
La flotta è sempre tra le nuvole. In media, dalla scorsa estate, più di un decollo al giorno. Anche se con il governo Gentiloni la media si è abbassata: da 1,25 a 0,75 voli ogni 24 ore.
Non sempre si tratta di voli istituzionali, ma spesso anche di viaggi di ritorno nella propria residenza lontana da Roma.
Sette dei dieci voli di Minniti, ad esempio, sono stati effettuati da e per Reggio Calabria. Mentre Genova è in cima alle destinazioni raggiunte da Pinotti.
Ma Alfano batte tutti: per 27 volte su 68 ha utilizzato l’ “aereo blu” per tornare nell’isola del cuore.
In otto occasioni ciò è accaduto in periodi che, a leggere agenzie, giornali e siti web, non comprendono impegni pubblici. Puntate a casa in tempo di vacanza, come quella fra il 22 e il 24 agosto, ritagliata fra il Meeting di Rimini e la visita ai terremotati di Arquata, o fra il 26 e il 30 dello stesso mese.
Oppure, ancora, quella fra il 30 settembre e il 1° ottobre, arrivo a Trapani e ripartenza da Catania e il 1° novem-bre, festività di Ognissanti (Roma- Catania).
Il ministro dell’Interno è di nuovo in Sicilia nei primi giorni dell’anno, fra il 2 e il 4 gennaio (Roma-Catania e ritorno) e a cavallo dell’Epifania (Roma-Trapani e Palermo-Roma).
Alfano sbarca a Trapani e rientra nella capitale da Palermo anche nella domenica del referendum istituzionale e nei giorni della crisi di governo: il 7 dicembre scappa a Trapani dopo la direzione Ncd e fa ritorno a Roma il 10 per le consultazioni al Quirinale.
Sono una destinazione frequente, gli aeroporti dell’Isola, anche per impegni che non sono istituzionali ma politici.
In un altro articolo, sempre pubblicato su Repubblica, si spiega come sia fallita anche la spending review sui jet messi in vendita e poi invece passati alla flotta vip degli 007.
Nell’agosto 2013 il premier Enrico Letta ha annunciato: “Abbiamo deciso di vendere tre dei dieci aerei di Stato, contiamo di ottenere un risparmio di circa 50 milioni”. Intento meritorio, quanto vano: nessuno li ha voluti comprare.
Da allora un Airbus 319 da 50 posti resta parcheggiato. È stato già offerto sul mercato due volte ed è stata appena bandita una nuova asta: si parte da 16,8 milioni.
Non pochi per un bimotore con 17 anni sulle spalle, che però è stato revisionato nel 2010.
Altrettanto ardua la vendita di due eleganti trimotori Dassault Falcon 900, il bestseller dei jet d’affari.
Forse un po’ vecchiotti, risalgono al 1999, ma in ottime condizioni. Un anno fa, al secondo tentativo, il prezzo è stato abbassato a 7 milioni e 200 mila. Senza che nessuno si facesse avanti.
E allora? Stando a quello che ha ricostruito Repubblica, la coppia di Falchi ha cambiato comunque proprietario. È stata ceduta a un’azienda privata: la Cai, ossia Compagnia Aeronautica Italiana, che tutti conoscono come società ombra dei nostri 007.
Sono le ali delle missioni più segrete, una squadriglia che ha attraversato le trame nazionali nella massima discrezione: il più famoso dei loro jet era immatricolato I-FICV, sigla letta come “Fatevi i cavoli vostri”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
BUZZI MINACCIA DI RIAPRIRE IL CALDERONE DI MAFIA CAPITALE
Parla Salvatore Buzzi. E dice che farà i nomi di tutti i politici coinvolti in Mafia Capitale. “Tutti i finanziamenti alla politica indicati in chiaro”, come racconta il Messaggero, con “il libro nero delle tangenti ricostruito centesimo per centesimo”, parola del suo avvocato.
In tutto sette udienze per raccontare la sua “verità “. Quella a cui, secondo quanto lui stesso afferma, la Procura di Roma non ha voluto credere nel corso di cinque interrogatori svolti nel corso delle indagini. Salvatore Buzzi, il gran cerimoniere delle coop all’ombra del Colosseo, ha preso la parola in videoconferenza dal carcere di Tolmezzo, per essere interrogato nell’ambito del maxiprocesso a Mafia Capitale.
Una deposizione monstre che durerà circa una settimana.
“Sono qui per difendermi – ha esordito -. In passato ho reso cinque interrogatori in Procura ma non sono mai stato creduto. Vedremo di dimostrare qui che quello che dicevo era vero”.
Buzzi nel corso dell’interrogatorio dovrà rispondere sui 35 capi di imputazione contestati dalla Procura di Roma. In questa prima tranche di confronto con i giudici, Buzzi ha offerto una sorta di sguardo di insieme della sua vicenda professionale e penale.
Spazio alle risposte anche sul rapporto con Massimo Carminati, ritenuto dagli inquirenti a capo dell’organizzazione mafiosa che puntava a controllare gli appalti all’ombra del Campidoglio. “Non rinnego l’amicizia con Carminati ma lui nelle mie cooperative non contava nulla, nulla”, dice.
E ancora: “Massimo Carminati l’ho conosciuto in carcere dopo il mio arresto per omicidio volontario. Nel corso della detenzione ho avuto contatti con ambienti neo fascisti anche se io ero dichiaratamente di sinistra, anzi finì li proprio per questo. Non ho mai avuto problemi con loro, mi trovai benissimo e in quel periodo ho conosciuto anche Gianni Alemanno che però apparteneva all’area missina”.
Con l’ex Nar, Buzzi si è rincontrato “nel 2012 quando entrò nelle coop. La sua presenza incideva in modo del tutto relativo nel fatturato delle cooperative”, sottolineando che il volume del fatturato degli appalti in cui è stato coinvolto anche Carminati è del 3.3% rispetto a quelli complessivamente gestita dalla galassia delle coop Buzzi.
Nel corso dell’interrogatorio Buzzi ha raccontato della sua esperienza nelle cooperative sociali. “Eravamo un sistema perfetto – ha aggiunto – che funzionava benissimo, non come quello descritto da queste ricostruzioni fantasiose”.
“Nel 1986, quando sono uscito dal carcere – ha raccontato nel processo a ‘Mafia Capitale’ – abbiamo creato la prima cooperativa sociale con il coinvolgimento di otto soci, tutti reduci da pene detentive pesanti. Usufruimmo dei primi fondi assegnati con somma urgenza dalla Provincia e al momento degli arresti del 2 dicembre 2014 eravamo in 2200, tra dipendenti diretti e indiretti, cioe’ appartenenti alle cooperative legate alla ’29 giugno’.
Il nostro fatturato è cresciuto tra il 1998 e il 2000 e poi, in maniera esponenziale, grazie all’emergenza Nord Africa e alloggiativa, tra il 2008 e il 2012. Io al mese arrivavo a prendere seimila euro di stipendio, quattro volte la paga di un operaio, perchè eravamo di sinistra e ci piaceva fare cose di sinistra”.
“Eravamo il fiore all’occhiello di Legacoop – è il ricordo di Buzzi – e crescevamo tanto velocemente che a un certo punto andammo in Legacoop a chiedere se andava tutto bene, e loro ci dissero: ‘siete perfetti'”.
(da “Huffingtonpost“)
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