Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
CHI HA GIA’ UN VISTO PER GLI USA ESCLUSO DAL DIVIETO, L’IRAQ DEPENNATO, TOLTO IL RIFERIMENTO AI SIRIANI E AI CRISTIANI… MA IL RISCHIO CHE SI TORNI DAVANTI AI GIUDICI RIMANE LO STESSO
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il nuovo ordine esecutivo per bloccare l’arrivo delle persone provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana per motivi di sicurezza nazionale.
L’amministrazione ha più volte ritardato la firma sul nuovo provvedimento, dopo che la versione originale, che prevedeva di sospendere per 4 mesi l’ingresso negli Stati Uniti dei rifugiati (ma a tempo indeterminato quello dei siriani) e per 3 mesi quello dei cittadini di sette nazioni prevalentemente musulmane, è stata bloccata in tribunale. La novità è rappresentata dalla decisione di non includere l’Iraq tra i Paesi colpiti dal divieto; inoltre, la sospensione per 120 giorni si applica a tutti i rifugiati, senza sottoporre solo quelli siriani a un divieto a tempo indeterminato; è stato poi fissato a 50.000 il numero massimo di rifugiati da accogliere annualmente.
L’Iraq è stato escluso su pressione del dipartimento di Stato e del Pentagono per motivi politici, visto che Baghdad è tecnicamente un alleato; i Paesi sottoposti al divieto sono Iran, Siria, Sudan, Yemen, Somalia e Libia, gli stessi (oltre all’Iraq) del primo provvedimento.
Dopo le bocciature in tribunale, Trump ha preferito evitare di rivolgersi alla Corte Suprema, scegliendo di riscrivere l’ordine esecutivo.
I divieti presenti nella nuova versione non riguarderanno chi è in possesso di un visto di residenza permanente o di altri visti per gli Stati Uniti.
Il nuovo provvedimento non farà nemmeno riferimento a un’esenzione esplicita per le minoranze religiose che vivono nei Paesi colpiti dal divieto, considerata da molti critici un modo per aiutare i cristiani e discriminare i musulmani.
Il nuovo ordine esecutivo entrerà in vigore il 16 marzo. L’annuncio del nuovo bando che sospende i nuovi visti da sei Paesi musulmani è stato illustrato da tre ministri, il segretario di stato Rex Tillerson, l’attorney general Jeff Sessions e il segerario alla homeland security John Kelly, ma nessuno di loro ha risposto alle domande dei giornalisti.
L’ex Ceo di Exxon ha spiegato che l’Iraq è un “alleato importante” degli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis, cosa che spiega la sua rimozione dalla lista nera. Sessions, ha sottolineato la “legalità ” del provvedimento, che è già stato definito “antiamericano” dal leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer. Kelly, ha invece detto che “viaggiare non è un privilegio universale”.
È la prima volta che Trump, al suo 46esimo giorno in carica, non firma un ordine esecutivo in diretta, davanti alle telecamere. Forse, per il presidente, illustrare la nuova versione del bando sarebbe stato come ammettere di aver sbagliato, visto che sono stati apportati dei correttivi.
Un’altra lettura è legata alla frustrazione trapelata, tra i suoi collaboratori, per la mancanza di visibilità , con i riflettori sempre tutti Trump.
Oggi il presidente non ha in programma alcuna apparizione pubblica. Perfino il briefing del portavoce, Sean Spicer, sarà a telecamere spente. Il bando bis firmato da Trump conferma i periodi di sospensione previsti dal provvedimento precedente: 90 giorni per i sei Paesi musulmani e 120 per i rifugiati, compresi questa volta anche i siriani, che inizialmente erano stati sospesi a tempo indefinito.
Confermata anche la riduzione del numero complessivo di rifugiati che verranno accettati nell’anno fiscale 2017: 50 mila, contro i 110 mila concessi dall’amministrazione Obama.
Il problema del fallimento del primo ordine esecutivo stava tutto nelle sue premesse: prima di emanarlo infatti Trump non ha seguito quella che è la prassi in procedure del genere ad esempio non ha consultato i leader del partito repubblicano e pare non abbia coinvolto nella decisione nè il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (Homeland Securiy) nè il Dipartimento di Giustizia ovvero i due organi che avrebbero dovuto poi applicare l’ordine presidenziale.
Nella difesa davanti alla Corte d’Appello Trump ribadì che ad essere a rischio era la sicurezza nazionale, uno degli argomenti utilizzati dai legali del Dipartimento di Giustizia.
Argomentazione che però è stata rigettata dai giudici di San Francisco che hanno detto che lo Stato non è stato in grado di fornire prove a favore della tesi secondo la quale il travel ban avrebbe impedito l’accesso di pericolosi terroristi sul suolo statunitense e non ha fornito prove di una diretta e precisa minaccia terroristica proveniente dai sette paesi (Iraq, Siria, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen) della lista e non è stato riconosciuto il carattere di urgenza nella richiesta di ripristinare il divieto d’accesso.
I giudici non si sono invece espressi sull’accusa riguardante il fatto che l’ordine esecutivo emanato da Trump fosse fortemente discriminatorio nei confronti di gruppi etnici e religiosi.
Ma la Corte d’Appello ha ritenuto contraria all’ordine costituzionale l’affermazione della difesa che sosteneva che gli ordini esecutivi emanati dal Presidente non potessero essere sottoposti ad una revisione da parte della magistratura.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
GERMANIA , FRANCIA, ITALIA E SPAGNA: “DOBBIAMO ESSERE NOI A TRACCIARE LA STRADA”
“Dobbiamo avere il coraggio di accettare che alcuni Paesi vadano avanti. Le cooperazioni differenziate
devono rimanere aperte a chi è indietro, ma dobbiamo andare avanti. La diversità può essere una forza, è una spinta per i nostri o cittadini”. È tutto in questa dichiarazione di Angela Merkel il senso del vertice che si è tenuto oggi a Versailles tra Francia, Germania, Italia e Spagna.
L’Europa è stata costruita sulla pace – ha ricordato Merkel – e “Versailles ne è uno dei simboli”, ma “se ci fermiamo tutto quello che abbiamo costruito potrebbe crollare”, ha detto la cancelliera nella conferenza stampa di apertura. “Abbiamo tutti l’obbligo di continuare la costruzione europea”.
Il vertice di oggi è considerato il primo di un’Europa a doppia velocità . Hollande ha invitato la cancelliera tedesca, il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni e il premier spagnolo Mariano Rajoy.
“Siamo i Paesi più importanti, tocca a noi dire che cosa vogliamo fare con altri”, ha spiegato nei giorni scorsi il presidente della Repubblica francese. E oggi in una intervista alla Stampa è stato ancora più netto: per “rifondare l’Europa” servono “diversi livelli di integrazione”.
Il premier italiano Paolo Gentiloni ha evocato “un’Europa sociale” e auspicato passi avanti per la difesa comune. “Abbiamo bisogno di un’Europa sociale. Siamo anche d’accordo, Italia, Francia, Spagna e Germania, per fare dei passi avanti nella Difesa per essere più forti del mondo”.
“Ci riuniamo in un momento difficile”, ha aggiunto Gentiloni. “Siamo consapevoli del clima che si è creato dopo la Brexit […]. Serpeggiano sentimenti di stanchezza nei confronti del progetto comune, noi restiamo convinti della validità del progetto europeo”. E ancora: “Se non ci fosse più improvvisamente l’Ue, tutti noi ne sentiremmo drammaticamente la mancanza”, ha aggiunto.
Per Hollande, Italia, Germania, Spagna e Francia hanno “la responsabilità di tracciare la via” per l’Unione europea. “Non vogliamo solo commemorare i Trattati di Roma, ma affermare insieme l’impegno per il futuro. Francia, Germania, Italia Spagna hanno la responsabilità di tracciare la strada, non per imporla agli altri ma per essere una forza al servizio dell’Europa che dà impulso agli altri”, ha spiegato Hollande aprendo il vertice a quattro di Versailles.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
FILLON NON MOLLA E SARKOZY PREFERISCE PERDERE PIUTTOSTO CHE VEDERE JUPPE’ ALL’ELISEO
“Che spreco”. Sono amarissime le parole di Alain Juppè. L’ex premier commenta la dèbà¢cle del candidato Franà§ois Fillon.
“Siamo finiti in una impasse” osserva Juppè che smentisce di volersi presentare in extremis come uomo provvidenziale per salvare la destra dalla catastrofe annunciata. A proposito di una sua possibile candidatura al posto di Fillon taglia corto: “Lo dico una volta per tutte: non sono candidato alla Presidenza”.
Il sindaco di Bordeaux, 71 anni, sconfitto alle primarie del novembre scorso, nota che per lui è “troppo tardi”.
Pallido, Juppè ricorda la sequenza degli ultimi mesi: Fillon è stato designato con primarie popolari, ha ricevuto il sostegno di tutti i suoi avversari, era avviato a una vittoria quasi certa.
Ma da quando il candidato si è ritrovato coinvolto nello scandalo giudiziario sugli impieghi fittizi a moglie e figli non ha saputo difendersi, si è contraddetto rispetto alle lezioni di moralità che dava in passato e poi ha attaccato la magistratura con toni estremi e anti-istituzionali che hanno scioccato molti dirigenti della destra.
Da favorito nei sondaggi è precipitato in terza posizione, con l’ipotesi di non arrivare neppure al ballottaggio con Marine Le Pen.
Nonostante la manifestazione parigina organizzata ieri, in cui ha radunato il nocciolo duro dei suoi sostenitori, Fillon appare ormai isolato.
Tutta l’ala del partito legata a Juppè ha abbandonato la campagna elettorale, mentre esponenti centristi come Franà§ois Bayrou hanno deciso di allearsi con Emmanuel Macron.
Fino all’ultimo, molti hanno creduto che Fillon potesse essere convinto a farsi da parte anche alla luce dei sondaggi e dell’accelerazione giudiziaria.
“Nessuno può impedirmi di essere candidato” ha risposto ieri lui. Qualche minuto dopo Juppè ne ha tratto le conclusioni.
Il sindaco di Bordeaux aveva sempre detto che sarebbe sceso in campo solo in caso di ritiro di Fillon. Non è così.
Fillon minaccia di non sottomettersi neanche più alle decisioni del partito. Ormai ha i patrocini necessari alla candidatura e anche i finanziamenti per i suoi comizi.
Si è presentato nella manifestazione come il “candidato del popolo”. Ha perso i suoi principali collaboratori e deve ricostruire una squadra nei prossimi giorni per continuare la campagna elettorale contro tutto e tutti.
Nicolas Sarkozy ha avuto un atteggiamento ambiguo nella crisi del partito. L’ex Presidente ha sostenuto il candidato vincente delle primarie contro il suo storico rivale. “Meglio un Fillon perdente che un Juppè vincente” è una delle battute dei sarkozysti.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DILIBERTO HA PORTATO IL DIRITTO ROMANO IN CINA: “E’ UN LAVORO ENORME, DALLA PROPRIETA’ PRIVATA ALL’EREDITA'”
«È cominciata per caso», dice Oliviero Diliberto. Lo ricordate, vero? Inizi nel Pci, poi in Rifondazione,
fino al 2013 leader dei Comunisti italiani.
È stato ministro della Giustizia (premier Massimo D’Alema) dal ’98 al 2000.
Oggi ha sessant’anni, è ordinario di Diritto romano alla Sapienza, e tutta questa breve biografia ha contribuito al caso.
E cioè, nel 1998 la Cina decide di dotarsi di un codice civile. Non lo aveva, prima. A che serve un codice civile a un Paese comunista, in cui non c’è proprietà privata?
Ma nel ’98 il mondo era cambiato.
«Era cambiato da un po’», dice oggi Diliberto. «Nel 1988 il professor Sandro Schipani, docente di Diritto romano a Tor Vergata, raggiunge in Cina uno studioso, Jiang Ping, che aveva conosciuto l’anno prima a Roma. Attenzione, il Muro di Berlino era ancora in piedi. E a Schipani viene l’intuizione: vi servirà un codice civile. La Cina, che veniva da un lunghissimo periodo di nichilismo giuridico, per cui la legislazione civile era una sovrastruttura borghese, capisce che il futuro è la globalizzazione e già sta evolvendo in un sistema misto, di economia statale e privata. E come gestisci un’economia così senza un codice civile?».
Si sarà già capito dove stiamo andando a parare. La discussione in Cina dura a lungo: tocca decidere se adottare il Common law anglosassone o il Civil law di stampo romanistico.
«Ma intanto Schipani sta traducendo dal latino al cinese il Corpus Iuris Civilis, il fondamentale codice di Giustiniano che alla caduta dell’Impero Romano raccoglie il complesso delle leggi civili e così salva l’Europa, le dà un fondamento. E quando nel ’99 Pechino sceglie il diritto romano, si chiede: ma quale ne è la culla? L’Italia. Chi è ministro della Giustizia in Italia? Diliberto. Toh, è pure docente di diritto romano! E persino comunista! Perfetto! E così insieme a Schipani iniziamo, su richiesta cinese, a formare una classe di giuristi che poi dovranno scrivere il codice». Il che, grosso modo, equivale ad averlo scritto.
«Il codice lo scrivono benissimo i cinesi, ma c’è del vero. Hanno cominciato a venire da noi studenti cinesi, passati attraverso selezioni durissime. Oggi ne ho con me dieci ma negli anni sono stati una cinquantina, molti di loro sono diventati professori e stanno lavorando appunto al codice. In quattro anni imparano l’italiano, il latino, il diritto romano e infine scrivono la tesi di dottorato».
Ma che significa scrivere il codice civile per la Cina?
Un lavoro enorme, dice Diliberto, «pensate di introdurre in un Paese giuridicamente vergine, comunista, enorme, complesso, concetti come la proprietà , l’usufrutto, la successione, la compravendita, la proprietà intellettuale per libri e brevetti. Hanno dovuto creare e introdurre i notai. Pensate le difficoltà in un Paese in cui tutta la terra è dello Stato, e ai contadini ora viene data in concessione, mentre si riconosce la proprietà privata delle aziende o delle squadre di calcio. Pensate, in una Cina che a un certo punto ammette che uno molto bravo può diventare molto ricco, al problema dell’eredità . Perchè i figli non sono molto bravi, solo molto fortunati».
Si è risolta con una elevatissima tassa di successione, e ogni volta che si pone una questione del genere «partono le telefonate, i consulti, si organizzano convegni».
Il codice sarà pronto nel 2020 ma intanto «sono state scritte legislazioni singole, entrate in vigore, sugli aspetti più impellenti».
Diliberto ha una cattedra all’Università Zhongnan of Economics and Law di Wuhan, terza città della Cina. Va due volte l’anno per tenere lezione.
Come detto, altri studenti cinesi vengono a Roma.
«La Cina ha fame e urgenza di formare giuristi che la accompagnino all’interno e nel mondo. Ma intanto anche nostri studenti vanno in Cina. Ora ce ne sono quattro a fare dottorati sul diritto civile cinese. Diventeranno merce pregiatissima, avvocati del cui sostegno avrà bisogno chiunque intenda stringere affari in Cina. La Germania è molto avanti rispetto a noi, ma il volume dei nostri affari con la Cina cresce vertiginosamente. Poche settimane fa, alla presenza del presidente Mattarella, abbiamo inaugurato alla Sapienza il più grande centro di studi giuridici cinesi d’Europa. Chiunque debba approfondire la materia verrà da noi. E ci tengo a dirlo: tutto pagato da Pechino. Dal nostro governo non è arrivato un euro». Rimangono un paio di dubbi.
Primo, ma davvero i cinesi hanno fiducia in noi?
«Intanto amano la nostra cultura classica, e in particolare la musica operistica. In questo momento, pochi lo sanno, ma in Italia ci sono mille e cinquecento giovani cinesi che stanno studiando l’opera lirica. E poi i cinesi sono diversi, ragionano sulla base dei millenni, e nel loro grande orgoglio ci considerano dei pari, alla loro stessa altezza perchè anche noi come loro abbiamo avuto l’impero, siamo figli di un impero che conquistava e civilizzava il mondo».
Secondo dubbio, il solito: d’accordo il codice civile ma, di civile, dovrebbero esserci anche i diritti.
Diliberto non è uno che si lasci andare al romanticismo, e prevede che «i diritti arriveranno per processo naturale. Già oggi la Cina è profondamente diversa da quella di quaranta o venti anni fa. Sono leciti il mercato e la proprietà privata. E per i cinesi oggi sono fondamentali il diritto alla vita e alla sussistenza. Il Presidente Xi Jingping ha posto tra le priorità lo “stato di diritto”, conquista enorme. Anche la politica seguirà un processo naturale, ma le trasformazioni saranno gestite dal Partito comunista, evitando qualsiasi gorbaciovismo. Sarebbe folle il contrario, come fu folle l’idea di esportare la nostra forma di democrazia: che è il prodotto di 25 secoli di storia, dall’Atene di Pericle alla rivoluzione francese. Ma i cinesi Pericle non l’hanno avuto. E tu glielo vuoi imporre da un giorno con l’altro?».
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
CREATI IN PROVINCIA DI PAVIA DA UNA STAR-UP: “FUNZIONANO ANCHE PER PULIRE L’ARIA NEGLI UFFICI”
Un cartellone pubblicitario «mangiasmog».
L’idea l’hanno avuta due imprenditori, il piacentino Giammarco Cammi e Gianluca Barabino, di Tortona, che hanno creato un tessuto rivoluzionario.
L’azienda è una start-up del gruppo Ecoprogram, colosso della logistica che gestisce, tra l’altro, lo stadio di San Siro: Anemotech, infatti, ha sede a Casei Gerola, un paese lombardo crocevia di tre regioni e fa della sperimentazione la sua frontiera.
Il suo «The Breath», Gianluca Barabino (anima dell’idea assieme a Giammarco Cammi) lo spiega così: «È un mix composto da strati esterni (in tessuto tridimensionale idrorepellente con proprietà antisettiche) e da uno strato intermedio in fibra a carboni attivi, unita da nanotecnologie, in grado di ridurre le particelle inquinanti presenti in ambienti sia aperti sia chiusi».
Esempio di come la ricerca e la sperimentazione possano viaggiare di pari passo e, non a caso, «The Breath» è stato premiato a Ecomondo 2016 e ha ottenuto il beneplacito di Legambiente.
Spiega ancora Barabino: «Il prodotto permette di abbattere anche del 40% fumi di cucine, polveri sottili, idrocarburi, potenziali residui di stampanti o fotocopiatrici», che nella lingua della scienza si traducono in «Cov», ossidi di azoto o anidride carbonica.
Il tessuto può essere collocato in ambienti chiusi sotto forma di quadro, tendaggio o pannello divisorio, ma anche all’aperto.
In quest’ultima forma «The Breath» è diventato un veicolo commerciale, perchè già alcune multinazionali si sono interessate all’idea, prenotando maxi pubblicità da esporre in celebri piazze italiane e straniere, dove il traffico è molto forte al pari dell’inquinamento atmosferico.
A Milano e Roma spiccano manifesti che sfruttano il tessuto creato da Anemotech, mentre alcune aziende italiane l’hanno introdotto come forma di tutela della salute dei lavoratori negli uffici.
Della nascita di «The Breath» se ne accorse anche Umberto Veronesi, che, quando gli furono spiegate le caratteristiche del prodotto, volle che quella tecnologia fosse introdotta all’Istituto Europeo di Oncologia a Milano.
Spiegò così il celebre oncologo: «Il mio sostegno agli ideatori di “The Breath” nasce da una semplice constatazione: dei milioni di italiani che oggi sviluppano un tumore, almeno il 70% potrebbe essere salvato con la prevenzione. Sostengo un’alleanza tra scienza e tecnologia: è fondamentale che la scienza discuta e si confronti con istituzioni e informazione per vincere battaglie come quella della cura e della prevenzione del cancro».
Parole attuali, uno stimolo ulteriore per Anemotech, il cui slogan potrebbe essere la celebre massima latina poi mutuata dai pubblicitari: «Prevenire è meglio che curare».
Maurizio Iappini
(da “La Stampa”)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
E’ IL RECORD DEI CAMBI DI CASACCA
Tra gruppi e sottogruppi se ne contano ben 18 alla Camera e 19 al Senato. 
Solo negli ultimi venti giorni sono nati quattro nuovi partiti dentro e fuori il Parlamento: il Movimento Democratico e Progressista dei fuoriusciti del Pd, la Destra sovranista di Alemanno e Storace, i Centristi per l’Europa di Casini, mentre Sel ha definitivamente completato la trasformazione in Sinistra Italiana.
E non è finita qui, perchè l’11 marzo Giuliano Pisapia battezzerà ufficialmente il suo “Campo Progressista”, mentre il 18 Angelino Alfano lancerà il Polo dei moderati sciogliendo definitivamente Ncd.
La voglia di proporzionale spinge a dividersi.
Dopo la bocciatura dell’Italicum da parte della Corte costituzionale, ultimo atto di un progressivo sgretolamento del bipolarismo, nel mondo politico è esplosa la voglia di proporzionale.
Protagonisti della Prima e della Seconda Repubblica si dividono e si rincontrano, abbandonano partiti piccoli e grandi per dare vita a nuovi soggetti in un crescendo che ha segnato l’intera legislatura.
Basti pensare alla Camera dei 12 gruppi, tra cui il Misto diviso in 7 sottogruppi, solo quattro corrispondono alle liste elettorali in corsa nelle politiche del 2013.
Si tratta, come rileva Openpolis, di Pd, 5Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia.
Al Senato poi si riducono a tre. In mezzo c’è stata l’implosione del Pdl (che ha dato vita a ben sei nuovi gruppi a partire da Forza Italia), il dissolvimento di Scelta Civica, i movimenti in entrata e in uscita dal Pd, l’emorragia di parlamentari grillini
Cambi di casacca, e boom.
E i cambi di casacca toccano nuovi record: dall’inizio della legislatura, calcola ancora Openpolis, ce ne sono stati 447, per un totale di 373 parlamentari.
Vale a dire che quasi il 40 per cento (39,26%) di chi siede in Parlamento ha cambiato almeno una volta gruppo politico (ma non sono pochi quelli che lo hanno fatto ripetutamente).
Si tratta di un aumento di oltre il 50 per cento rispetto alla precedente legislatura (2008-2013) quando i parlamentari protagonisti di almeno un cambio di casacca furono 180, per un totale di 261 passaggi da un gruppo all’altro.
Un movimento tellurico che sembra destinato a proseguire, e che si sta intensificando man mano che ci si avvicina all’orizzonte delle elezioni politiche.
Perchè il sistema elettorale con cui andremo a votare, anche se non ancora definito, avrà comunque un impianto proporzionale.
E questo basta per far partire la corsa al posizionamento di partiti e partitini ansiosi di far valere il loro peso politico, reale o presunto, quando si tratterà di stringere alleanze. Comunque inevitabili prima o dopo il voto.
Lavinia Rivara
(da “La Repubblica”)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
CRESCE L’ASPETTATIVA DI VITA: 80,6 ANNI PER L’UOMO, 85,1 PER LA DONNA
Quest’anno ci siamo persi 86mila italiani.
Secondo i dati Istat pubblicati stamattina sulle “stime 2016 degli indicatori demografici”, i residenti in Italia al primo gennaio 2017 erano 60 milioni e 579mila, 86mila in meno rispetto al primo gennaio del 2016 (-0,14 per cento).
Il guaio è che continua il calo delle nascite: nel corso del 2016 è stato battuto il record negativo che risaliva all’anno precedente, il 2015, quando le nuove vite erano state 486mila; siamo scesi a 474mila.
Per fortuna sono calati anche i morti, 608mila contro i 648mila del 2015, un dato in linea con la tendenza all’aumento dell’invecchiamento della popolazione.
Il saldo naturale, dunque, costituito sottrando i decessi dal bilancio delle nascite, registra nel 2016 un valore negativo per 134mila persone: è il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162mila), ma il valore non incide sul numero di residenti perchè equivale al saldo opposto, positivo, nei flussi migratori con l’estero: +135mila persone.
La riduzione delle nascite è stata del 2,4%: interessa tutto il territorio nazionale con l’eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna, in calo per il sesto anno consecutivo, si assesta a 1,34.
Rispetto all’anno precedente, spiega l’Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età della madre sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori.
La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l’incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille).
Nel complesso, a fronte di un’età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016).
La speranza di vita alla nascita recupera terreno sui livelli del 2015, e marca la distanza anche da quelli registrati nel 2014.
Per gli uomini la vita media raggiunge 80,6 anni (+0,5 sul 2015, +0,3 sul 2014) e per le donne 85,1 anni (+0,5 e +0,1).
Al 1° gennaio 2017 i residenti hanno un’età media di 44,9 anni, due decimi in più rispetto alla stessa data del 2016.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
EX VELTRONIANO, E’ IL CAPOSEGRETERIA DEL VICESINDACO BERGAMO… IL CITY MANAGER SARA’ FRANCO GIAMPAOLETTI
Luca Montuori oggi dovrebbe essere nominato assessore all’urbanistica nella Giunta Raggi,
sostituendo così il dimissionario Paolo Berdini.
Ex veltroniano, 52 anni, romano, architetto, professore associato di progettazione urbanistica all’Università di Roma Tre, attualmente Montuori è il caposegreteria del vicesindaco Luca Bergamo con un contratto part time a 60mila euro l’anno circa.
Montuori arriva quindi dall’interno della giunta così come era stato per Andrea Mazzillo, caposegreteria della sindaca prima di essere nominato assessore al bilancio. Nelle scorse settimane si era parlato molto di uno scouting esterno da parte della Raggi per la ricerca della figura che avrebbe dovuto sostituire Berdini: evidentemente anche stavolta, così come nell’occasione dell’assessore al bilancio, non si sono trovate figure esterne pronte a impegnarsi nel ruolo.
Montuori arriva per gestire tanti dossier pesanti per la sindaca.
Il primo a cui si dovrà dedicare è quello dello Stadio della Roma a Tor di Valle, dove dopo il diniego della sospensione richiesta dai proponenti in Conferenza dei Servizi la A.S. Roma ed Eurnova dovranno presentare a giorni il nuovo progetto su cui verrà effettuata una novazione della delibera Marino-Caudo per confermar il pubblico interesse e forse anche la variante urbanistica connessa, allo scopo di chiudere il dossier entro il 30 marzo e presentarlo il 5 aprile, quando la Conferenza dei Servizi si riunirà per l’ultima volta.
Inutile ricordare che ci sono molti motivi ostativi dell’accordo, soprattutto legali.
Un altro dossier che finirà presto sul tavolo del nuovo assessore è quello degli ex Mercati Generali dell’Ostiense, dove è in atto da mesi ormai una guerra senza quartiere all’interno del MoVimento 5 Stelle e molti consiglieri municipali sono sul piede di guerra nei confronti del minisindaco dell’VIII Paolo Pace.
Anche qui il comune rischia ripercussioni legali anche perchè la conferenza dei servizi è già chiusa.
In un’intervista rilasciata oggi al Messaggero Montuori ritorna anche sul suo passato di veltroniano: «Sono stato a lungo consulente della giunta Veltroni. È tutto pubblico: ero un tecnico, che scriveva i concorsi. Quella di Veltroni fu una stagione meravigliosa per l’architettura. Ero un consulente dell’unità operativa inferiore del dipartimento urbanistica».
Montuori, laurea alla Sapienza nel ’93 e dottorato a Firenze sui temi del paesaggio contemporaneo, ha fondato nel 2001 lo studio 2tr_architettura, con cui ha partecipato a concorsi internazionali con premi e menzioni.
Membro del Comitato Scientifico della Casa dell’Architettura di Roma, ha svolto attività didattica e di ricerca con università e istituzioni italiane e straniere.
Nel suo curriculum anche una consulenza per lo svolgimento delle procedure concorsuali della Unità operativa 11 del Dipartimento urbanistica del Comune di Roma.
L’annuncio del nuovo assessore, secondo quanto si è appreso, è prevista per domani. La sindaca Raggi terrà sul tema una riunione con i consiglieri.
Il city manager è Franco Giampaoletti
Intanto è già stato nominato il nuovo city manager di Roma Capitale Franco Giampaoletti. Scelto dalla sindaca Raggi, la sua nomina è stata ratificata venerdì scorso dalla giunta capitolina.
È stato direttore generale del Comune di Genova, dal settembre 2015 al dicembre scorso, quando è diventato direttore di Unicoop Tirreno per le aree di servizio, dal personale ai sistemi informativi.
Giampaoletti, nato ad Ancona, 56 anni, è laureato in giurisprudenza e ha un’esperienza di oltre venti anni nella gestione delle risorse umane in aziende industriali con organizzazione multinazionale.
Anche sul suo tavolo il progetto dell’impianto a Tor di Valle sarà tra i primi a fare capolino. Con il suo arrivo si arricchisce la pattuglia di “genovesi”, anche il segretario generale del Campidoglio Pietro Paolo Mileti, aveva ricoperto lo stesso incarico al Comune di Genova.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
“UN ASSEDIO CONTINUO NEI MIEI CONFRONTI, IO NON SONO NESSUNO”
Scende dalla Touran nera respingendo con durezza l’agguato delle telecamere: «Voglio solo essere lasciato in pace! Questo è stalking».
Agguanta una 48 ore nera dal bagagliaio e poi entra nella Pieve di San Leolino respingendo le domande: «State violentando la mia vita privata».
In chiesa si siede come al solito all’organo, tira fuori dalla valigetta gli spartiti e, dopo aver duettato con un flauto, intona: «Perdonami Signore, ho molto peccato». All’uscita dalla messa, coppola calcata in testa, giaccone chiuso fin sotto la barbetta bianca contro l’umidità che sale dall’Arno, Tiziano Renzi, è meno rabbioso. Sarà stata la musica. O la bella omelia del parroco sulle «tentazioni» argomento del Vangelo del giorno.
Certo è che Tiziano Renzi, accompagnato da Roberto Bargilli, detto Billy, (quello che, secondo le intercettazioni, chiese all’amico Carlo Russo di non chiamare più il «babbo»), sembra meno scostante.
«Insomma basta. C’è un assedio continuo. Tutti i giorni. Anche alla mia vita privata. Ma io non sono nessuno. Non sono mai entrato nemmeno in politica».
Suo figlio non è proprio uno sconosciuto.
«E andate da lui».
C’è un’inchiesta che coinvolge lei.
«Vedo. Scrivete cose che non esistono».
A cosa si riferisce?
«Ad esempio a quella di oggi (ieri, ndr). Uno si incontra per lavoro a Fiumicino con un possibile fornitore e che esce fuori? L’incontro segreto! L’uomo del mistero!».
E invece? Eravate nell’area riservata dell’aeroporto.
«Gliel’ho detto. Era un incontro di lavoro».
Lui chi era?
«Si chiama Comparetto. Lo sa chi è? È il terzo gestore postale del Paese. La sua azienda, la Fulmine Group, riunisce 250 operatori del settore. Non è proprio un mister X».
Di cosa discutevate?
«Di la-vo-ro. Io mi occupo anche di spedizioni porta-a-porta. Lui è un mio interlocutore. Ma voi vedete il male ovunque».
Ci parli dei suoi viaggi a Medjugorje che condivide con il suo amico Carlo Russo.
«Ecco lo vede. Mi dica un po’ lei se è normale? Poi dice: “Oh perchè tu t’infuri?”».
Le sto facendo una domanda. Di Medjugorje lei dice di aver parlato al manager di Consip, Luigi Marroni, nel suo incontro a Santo Spirito.
«Io a Medjugorje lo sa da quando ci vado? Dal ’93».
Durante la guerra in Jugoslavia?
«Sì. Partivamo da Rignano e portavamo aiuti alla povera gente. Ma guai a chiamarla Jugoslavia. È un posto che ho proprio nel cuore. Ma che ne sapete voi?».
Ma questa storia della statua della Madonna che ha chiesto a Marroni di mettere all’Ospedale Meyer ce la spiega? E poi all’ospedale c’è stata messa davvero?
«Questo non glielo posso dire perchè c’è l’indagine».
Lei è segretario del Pd di Rignano. Perchè ha convocato la riunione di stasera?
«Veramente ci vediamo tutti i lunedì».
Ha annunciato «aggiornamenti». C’è molta attesa.
«Ho sbagliato a mettere il cartello. Ne ho fatti tanti di errori».
Sta pensando di dimettersi anche lei?
«Non mi sembra che ci sia di che dimettersi. Il Pd è sempre stato un partito garantista».
Nell’omelia il sacerdote ha messo in guardia contro le tentazioni del potere. Condivide?
«Certo. Ma non c’è anche il “Quinto potere”? Andiamo… ca nisciuno è fesso».
Virginia Piccolillo
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Renzi | Commenta »