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LE VITTIME DI BRANDIZZO: UCCISI DALLA MANCATA SICUREZZA, UMILIATI DALLA BUROCRAZIA

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

I SOLDI PER I RISARCIMENTI AI FAMILIARI DELLE VITTIME SONO BLOCCATI

È una strage che non conosce tregua, quella dei morti sul lavoro. L’incidente alla stazione di Brandizzo, in provincia di Torino, che è costato la vita a cinque addetti alla manutenzione ferroviaria è soltanto l’ultimo caso che aggrava un bilancio inaccettabile: da gennaio a giugno l’Inail ha contato 450 “morti bianche”, una media di 2,4 vittime al giorno. E così crescono, di anno in anno, le famiglie italiane che reclamano giustizia per i propri cari: nessuna cifra può risarcire moglie, mariti, genitori e figli della perdita di chi muore di lavoro o per il lavoro, ma il tema degli indennizzi resta al centro del dibattito. E la coperta sembra sempre troppo corta: la politica spesso gioca al ribasso con gli stanziamenti, e la burocrazia non rende facile l’accesso ai fondi.
In questo quadro, non poche perplessità aveva suscitato la scelta del governo Meloni di decurtare il “Fondo di sostegno per le famiglie dei lavoratori vittime di gravi infortuni sul lavoro”, istituito nel 2007 dal secondo governo Prodi.
Con la legge di Bilancio 2023, infatti, l’esecutivo aveva previsto un finanziamento di circa 5,5 milioni di euro: circa il 44% in meno rispetto al 2022, in linea con le cifre contenute negli stati di previsione del Ministero del Lavoro del 2021 e del 2022.
Poi, complici le polemiche, il 21 giugno l’esecutivo è corso ai ripari approvando un emendamento, presentato dalla senatrice Paola Mancini (Fratelli d’Italia), per aggiungere 5 milioni di euro alle risorse per l’anno corrente, portandole a circa 10,5 milioni di euro.
Al momento, però, “questi fondi sono ancora bloccati perché manca un decreto ministeriale di attuazione, anche se dalla segreteria tecnica del Ministero ci hanno rassicurato che è questione di poco affinché tutto si sblocchi”, spiega a Huffpost l’Associazione Nazionale Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro (ANMIL) che, dopo il paventato ridimensionato dei benefici, annunciava barricate. “Eravamo pronti ad intraprendere azioni di protesta in difesa di vedove e orfani di caduti sul lavoro”, aveva dichiarato a giugno Zoello Forni, presidente dell’Associazione.
Da questi stanziamenti dipende il risarcimento che l’INAIL versa una tantum alle famiglie, in attesa dell’indennizzo che viene stabilito e fissato in seguito alle adeguate e dovute verifiche sull’incidente di cui il lavoratore è rimasto vittima. I criteri di ripartizione del fondo – stabiliti dal Decreto ministeriale n. 75 del 2023 – stabiliscono che nel 2023 l’importo massimo dell’assegno per i familiari di lavoratori morti per infortuni è pari a 14.500 euro (contro i 22.400 del 2022) per i nuclei formati da più di tre persone, mentre il minimo è di 4 mila euro (erano 6.000 euro lo scorso anno) per le famiglie composte da una sola persona oltre alla vittima.
Ne hanno diritto i “superstiti”, ovvero principalmente coniugi e figli. In assenza di questi, il risarcimento può andare a genitori, fratelli e sorelle, a condizione che risultino a carico del deceduto. L’importo viene erogato una volta sola entro un mese dall’accertamento sommario dell’incidente e le richieste vanno inoltrate entro 40 giorni dalla data del decesso del lavoratore. Un’ulteriore criticità, spiega ANMIL, dipende proprio dalle modalità di accesso agli indennizzi: “Non sono erogati in automatico e dunque, per un motivo o per l’altro, spesso le vittime delle tragedie non riescono a usufruire dell’aiuto concreto che gli spetterebbe. La nostra associazione si batte affinché il sistema cambi”.
“È il più triste dei paradossi. Già il fondo per le famiglie delle vittime arriva tardi, quando dobbiamo rassegnarci a compensare l’incompensabile piuttosto che prevenire gli infortuni con la formazione e gli investimenti. Almeno facciamolo arrivare, non aggiungiamo ritardi e paletti burocratici che in una materia come questa non ci dovrebbero mai essere”, ha detto Tommaso Nannicini, professore ordinario di economia alla Bocconi (in procinto di trasferirsi all’Istituto Universitario Europeo di Firenze), già sottosegretario alla presidenza del consiglio e senatore del partito Democratico. Secondo Nannicini, ‘padre’ della commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati, “la logica compensatoria, ancorché necessaria, non basta. Servono fondi per sostenere gli investimenti in tecnologie e processi produttivi che aumentino la sicurezza sul lavoro. Oggi una delle due parole chiave in tema di sicurezza è: tecnologia”.
Tornando agli indennizzi destinati ai superstiti, al di là di quanto stabilito dal governo Meloni, non era la prima volta che l’entità del fondo subiva modifiche. Pagella Politica spiega che, dal 2010 a oggi, il picco degli stanziamenti è stato di 12,5 milioni nel 2012, durante l’esecutivo guidato Mario Monti. A partire dall’anno successivo, sia Monti che i governi Letta e Renzi, hanno ridotto le risorse a circa 3 milioni di euro nel 2016. Mentre dal 2017 in poi gli stanziamenti sono tornati a crescere. Nel 2021, il Conte II – sostenuto dal Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, da Liberi e Uguali e da Italia viva – aveva previsto nella legge di Bilancio uno stanziamento di circa 7,5 milioni di euro per il fondo. Poi, a giugno 2021, l’allora ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva approvato un decreto che aumentava lo stanziamento fino a 8,5 milioni di euro. Tale somma è stata confermata nella legge di Bilancio per il 2022 dal governo Draghi, e poi aumentata a giugno dello stesso anno fino a 9,8 milioni di euro.
“I fondi ci sono, ma non bastano. Ho perso mio marito nel 2019: io avevo quarant’anni e nostro figlio, Giulio, soltanto dieci. Quando sarà maggiorenne, se dovesse smettere di studiare, a lui non sarà più riconosciuto nulla”, racconta a Huffpost Paola Batignani, che 2019 perse il marito Alessandro Rosi per un incidente sul lavoro. L’uomo, a soli 44 anni, morì schiacciato da una trave che stava spostando con la sua gru, all’interno delle acciaierie Arvedi di Cremona, dove lavorava con la sua ditta in appalto. E mentre il processo per quella morte è ancora in corso, Paola non si è fermata: ha fondato l’associazione ‘Agganciamoci alla Vita’, nata proprio per combattere le morti sul luogo di lavoro, ed è vicepresidente della Fondazione ANMIL ‘Sosteniamoli subito’. “Io ho la fortuna di avere un buon lavoro alle spalle, in un’azienda forte e consolidata – prosegue Batignani –, ma la maggioranza delle famiglie dei lavoratori scomparsi non può contare su questo tipo di sicurezza. Trovarsi, da un giorno all’altro, a pagare l’affitto o il mutuo, a sostenere gli studi per i propri figli e la spese quotidiane con un’entrata in meno (che, a volte, è anche l’unica della famiglia) è difficilissimo”. Poi c’è il trauma: “Tante donne in difficoltà economica non riescono a chiedere aiuto, tanti figli non vengono supportati nel loro percorso di vita. La burocrazia certamente non aiuta”. “Mio figlio Giulio non avrà ricordi di suo padre – prosegue Batignani con voce commossa – . Alessandro non lo vedrà scendere in campo tutte le domeniche a giocare a calcio, Alessandro non lo vedrà quando si sposerà, e i figli di Giulio non avranno un nonno. La sua storia è quella di tanti ragazzi. Perciò – conclude – faccio un appello affinché agli orfani e ai vedovi venga permesso di poter vivere il proprio dolore, senza dover vivere anche il dramma della povertà. La politica deve capirlo: non siamo soltanto numeri, ma persone”.
Parole che risuonano più forti nel giorno della tragedia di Brandizzo, in cui hanno perso la vita cinque lavoratori, travolti da un treno mentre lavoravano alla manutenzione dei binari: Kevin Laganà, 22 anni, Michael Zanera, 35, e Giuseppe Saverio Lombardo, 52, nato a Marsala, tutti residenti a Vercelli; Giuseppe Sorbillo, 43, nato a Capua e residente a Brandizzo; Giuseppe Aversa, 49, di Chivasso. Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) ha fatto sapere che lavoravano tutti per conto di una ditta appaltatrice esterna, la Sigifer, nata nell’ottobre del 1993 a Borgo Vercelli e leader nel settore di costruzione e manutenzione impianti ferroviari. Secondo quanto emerso finora sulla dinamica dell’incidente, risulta che il treno che ha investito e ucciso gli operai viaggiava a 160 chilometri orari e non ha lasciato scampo alle vittime, trascinate per centinaia di metri. Un collega del 118 mi ha detto di aver visto una scena da brividi, con frammenti umani nell’arco di 300 metri. É una tragedia enorme” ha raccontato il sindaco di Brandizzo, Paolo Bodoni, che di mestiere fa il medico. “Uno dei sue sopravvissuti dovrebbe essere il caposquadra” ha aggiunto il primo cittadino, spiegando che “non è da escludere che possa essersi trattato di un errore di comunicazione, in ogni caso servirà attendere l’esito delle indagini”. A fare chiarezza sarà la procura di Ivrea, che ha aperto un fascicolo a carico di ignoti: le ipotesi di reato sono disastro ferroviario colposo e omicidio plurimo colposo.
Intanto sindacati e lavoratori tornano a chiedere maggiori tutele. “Trovo sconcertante vedere il governo esprimere condoglianze ai famigliari dei lavoratori morti, mentre soltanto qualche settimana fa aveva deciso di tagliare il fondo per le vittime del lavoro. A volte il silenzio potrebbe essere preferibile.
(da Huffingtonpost)

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IL PRESIDENTE DEL WWF: “ORA I CUCCIOLI DELL’ORSA AMARENA SONO IN PERICOLO, DA SOLI NON SONO IN GRADO DI SOPRAVVIVERE. L’UCCISORE RISCHIA UNA PENA MINIMA”

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

“FRUTTO DI UN CLIMA ESACERBATO, STIAMO DISTRUGGENDO LE BIODIVERSITA'”

L’uomo che ha sparato all’orsa Amarena è stato identificato, ma anche se verrà incriminato per l”uccisione di un esemplare di specie protetta, rischia molto poco. Secondo l’articolo 727-bis del Codice Penale, “l’uccisione, distruzione, cattura, prelievo, detenzione ((e commercio)) di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette)” è punita con l’arresto da uno a sei mesi o con l’ammenda fino a 4.000 euro. Si tratta di sanzioni che le associazioni come il WWF da tempo chiedono di rivedere.
“Bisogna vedere quali altri reati verranno imputati al responsabile – commenta infatti Luciano Di Tizio, presidente di WWF Italia – perché oltre all’uccisione di animale protetto bisogna valutare se ci sono gli estremi per altri reati, come il danno di immagine e il danno patrimoniale. Tuttavia, di sicuro le pene al momento attuale sono minime e non servono certo come deterrente. Da sempre diciamo che occorrono sanzioni maggiori”.
L’orsa Amarena, da questo punto di vista, era un vero patrimonio per il Parco.
“Al di là del corso della giustizia, il danno è irrimediabile e incalcolabile. L’orsa era un individuo prolifico, che sapeva prendersi cura delle sue cucciolate. Il problema ora sono appunto i due cuccioli di pochi mesi, che il Parco sta cercando in ogni modo di rintracciare e salvare. Farlo non sarà facile, perché non si può usare il sonnifero, che sarebbe pericoloso, e con le trappole è altrettanto complicato. Si rischia, insomma, che gli orsi morti diventino tre. I cuccioli non sono in grado di sopravvivere da soli, basterebbero dei cani randagi a ucciderli. Davvero una tragedia – dice sconsolato Di Tizio – Amarena era un simbolo, aveva dato il via a una serie di comportamenti virtuosi in sindaci e popolazione, proprio perché non aveva mai dato fastidio all’uomo, anzi, era lei a venire costantemente disturbata e assediata”.
Presidente, dovrete cambiare il simbolo, dal panda all’orso marsicano?
“Da tempo come WWF Italia abbiamo sposato il gemellaggio morale tra panda e orso bruno, di sicuro una specie simbolo per l’Italia e l’Appennino centrale. Gli orsi in Italia sono l’emblema di un modo di pensare sbagliato: questa uccisione è il frutto di un clima esacerbato, di un atteggiamento per cui pensiamo di essere al di fuori della Natura e di poterla regolare. Così distruggeremo la nostra preziosa biodiversità”.
Colpisce la dichiarazione del direttore del Parco, Luciano Sammarone, sulle illegalità che persistono anche in un territorio che proprio l’ente Parco dirige in modo encomiabile.
“La reazione del Parco è stata ineccepibile, da questa notte i Guardiaparco non si sono fermati un momento e ora sono impegnati per i cuccioli. Il problema è sempre lo stesso: nonostante ci siano moltissimi mezzi per favorire la convivenza, come recinti elettrificati e porte a prova di orso, come dice Sammarone c’è chi crea un pollaio abusivo, lamentandosi se l’orso vi si avvicina. Purtroppo quanto accaduto dimostra che bastano poche persone a creare un danno immenso”.
(da La Repubblica)

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UCCISA A FUCILATE L’ORSA AMARENA IN ABRUZZO, NON AVEVA MAI ATTACCATO NESSUNO E GIRAVA TRANQUILLAMENTE NEL PARCO CON I SUOI CUCCIOLI

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

INDIGNAZIONE IN TUTTA ITALIA…VITTIMA DEL CLIMA DI ODIO FOMENTATO DA ESPONENTI POLITICI SOVRANISTI

L’orsa Amarena è stata uccisa a fucilate da un uomo alla periferia di San Benedetto dei Marsi, fuori dal Parco e dall’Area Contigua. La notizia è stata postata dal Parco Nazionale sulla sua pagina Facebook.
Sul posto sono prontamente intervenute le Guardie del Parco vista l’area in cui Amarena era scesa coi suoi cuccioli. È intervenuto il veterinario del Parco che però ha potuto accertare solo la morte dell’orso vista la gravità della ferita.
L’uomo è stato identificato dai Guardiaparco e poi sottoposto ai rilievi a cura dei Carabinieri della locale stazione. “Ho sparato per paura ma non volevo uccidere, l’ho trovata dentro la mia proprietà è stato un atto impulsivo, istintivo”. Sembrerebbe questa la dichiarazione rilasciata ai carabinieri di San Benedetto dei Marsi dall’uomo che ha ucciso l’animale”. Si cercano ancora i due cuccioli di Amarena, fuggiti dopo gli spari.
“Danno enorme alla popolazione”
“I rilievi per accertare la dinamica dei fatti sono in corso e andranno avanti tutta la notte, così come il personale del Parco è impegnato a individuare i due cuccioli dell’orsa per valutare il da farsi”, prosegue il Parco. “L’episodio è un fatto gravissimo, che arreca un danno enorme alla popolazione che conta una sessantina di esemplari, colpendo una delle femmine più prolifiche della storia del Parco. Ovviamente non esistono motivazioni di nessuna ragione per giustificare l’episodio, visto che Amarena, pur arrecando danni ad attività agricole e zootecniche, sempre e comunque indennizzati dal Parco anche fuori dai confini dell’Area Contigua, non aveva mai creato alcun tipo di problema all’uomo”.
Marsilio: “Atto gravissimo”
“La notizia dell’uccisione a colpi di fucile dell’orsa Amarena rappresenta un atto gravissimo nei confronti dell’intera Regione che lascia dolore e rabbia per un gesto incomprensibile. In tutti questi anni le comunità fuori e dentro ai parchi hanno sempre dimostrato di saper convivere con gli orsi senza mai interferire con le loro abitudini. Mai un orso ha rappresentato in Abruzzo un qualunque pericolo per l’uomo, neanche quando si è trovato a frequentare i centri abitati. L’atto violento compiuto nei confronti del plantigrado non ha alcuna giustificazione. Confidiamo nelle indagini che sono state avviate dalle forze dell’ordine e dai vertici del parco, che hanno già individuato il responsabile, affinché la giustizia faccia il suo corso. Sono pronto a costituire la Regione come parte civile contro questo delinquente per tutelare l’immagine e l’onorabilità della nostra gente. Invito le comunità locali e tutti i turisti a continuare ad osservare tutte le norme prescritte affinché gli animali presenti sul territorio possano vivere indisturbati nel loro habitat”. Lo afferma il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio.
Il Parco: “L’Abruzzo non è modello di niente”
“Abbiamo detto e ridetto ‘siamo modello, l’Abruzzo è modello’… Non siamo modello di niente. Davanti agli omicidi che sentiamo al telegiornale, l’uccisione di un’orsa sempre niente a confronto, ma non è così. Chiediamoci quanti pollai abusivi ci sono nel territorio, con baracche e baracchini”, afferma il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise Luciano Sammarone.
L’orsa Amarena non aveva mai attaccato nessuno
“L’orsa era entrata in una recinzione. Per il resto non sappiamo nulla della dinamica dei fatti – aggiunge -. I giudizi vanno rimandati a dopo. Fino a quando non conosciamo come sono andate le cose non emettiamo giudizi, ognuno dovrebbe tenersi il proprio anziché fare il processo su Facebook. Comunque, io ho difficoltà a credere che si sia trattato di difesa. L’orsa Amarena non ha mai attaccato nessuno”
L’ira sui social
Incredulità, , impotenza, dolore e rabbia. Questi sono alcuni dei sentimenti dei tanti che sui social e sulla rete da questa mattina presto, una volta appresa la notizia, stanno commentando la tragica scomparsa dell’orsa Amarena. Nella pagina Facebook istituzionale del Parco Nazionale di Abruzzo Lazio e Molise sono già migliaia i commenti e le condivisioni della notizia postata all’alba di oggi dai vertici del Parco. Commenti arrivati da tanti abruzzesi ma anche da turisti e residenti di altre regioni.
L’orsa Amarena era conosciutissima e proprio pochi giorni fa c’era stato l’ultimo avvistamento. “Questo è un giorno di lutto non solo per l’Abruzzo ma per l’intera nazione”, “raggiungi e abbraccia il tuo Juan Carrito (altro orso scomparso recentemente) questo non è un luogo per creature ma di sofferenza e guerra”, “era il simbolo del parco con le sue passeggiate”, “dolore incredibile”, “la cattiveria non ha limiti”, “non voglio e non posso crederci”, “che brutto buongiorno”, “non c’è pace in questo mondo per loro”.
Tanti anche i commenti di sdegno nei confronti del responsabile del grave atto. “Deve pagarla cara per quello che ha fatto”, “l’unica risposta una punizione esemplare”, “è un fatto gravissimo, tutta l’Italia chiede giustizia”, “le leggi devono essere severe”. In tanti hanno poi postato messaggi con un pensiero per i cuccioli senza più la loro mamma.
Oipa: “Amarena vittima del clima di odio”
“L’orsa Amarena è l’ennesima vittima non solo della pericolosità sociale d’individui cui pure si concede il porto d’armi, ma anche del clima d’odio nei confronti dei grandi carnivori fomentato in Italia da alcuni esponenti politici”. Così l’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa), che si costituirà parte civile nel processo che si aprirà e che auspica una condanna esemplare nei confronti del soggetto, sgomenta dopo avere appreso la notizia diffusa dal Pnalm”. È quanto si legge in una nota dell’Oipa, Organizzazione internazionale protezione animali.
(da agenzie)

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