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ITALIANI ALLA CANNA DEL GAS, MA LA SANTANCHE’ SI LAMENTA PERCHE’ VANNO IN VACANZA TROPPO POCO

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

BRAVA, PAGAGLIELE TU E VEDRAI CHE TUTTI CI ANDREBBERO VOLENTIERI SE SE LO POTESSERO PERMETTERE

Allergica alle interviste come la sua presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha scritto una lettera al quotidiano Libero per spiegarci che “chi viaggia esce dal suo ambiente per andare verso un altro, ed è qui che avviene l’incontro tra culture, tradizioni e stili di vita differenti, che genera un patrimonio di ricchezza, immateriale ed economico, che contribuisce alla crescita di una Nazione. Il valore del turismo – dice la ministra -, quale motore culturale e acceleratore economico, è alla base del lavoro che governo e ministero stanno facendo per portare il comparto a essere la prima industria italiana e traino del Pil”.
Il problema secondo ministra che ha promesso di portare “l’azienda Italia” ai vertici mondiali del turismo è che gli italiani vanno in vacanza troppo poco. “Dobbiamo emanciparci dal concetto di stagionalità”, dice Santanchè, inorridita dal fatto che questi bifolchi degli italiani visitino il mare per qualche settimana d’estate e solo alcuni di loro anche la montagna d’inverno.
Deve esserle sfuggita – come spesso le accade – la realtà dei cittadini che dovrebbe governare: a mancare agli italiani non sono i soldi per le vacanze ma molto più prosaicamente i soldi per arrivare a fine mese, più che per arrivare in una località turistica.
Se avesse trovato il tempo di leggere i dati avrebbe scoperto – immaginiamo con stupore – che oggi in Italia sono le spese per mangiare, per scaldarsi e per riempire il serbatoio dell’auto a impedire “l’incontro tra culture” degli italiani. Di una cosa siamo sicuri: per la ministra qualsiasi eventuale fallimento sarà, come sempre, colpa dei cittadini.
(da La Notizia)

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AL GOVERNO NON INTERESSA IL DESTINO DELL’EX ILVA: FRANCO BERNABÈ, PRESIDENTE DI ACCIAIERIE ITALIANE, LA SOCIETÀ PUBBLICO-PRIVATA TRA INVITALIA E ARCELORMITTAL, RIMETTE IL MANDATO NELLE MANI DI GIORGIA MELONI

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

“O SI PARTE CON LA DECARBONIZZAZIONE DI TARANTO SUBITO, OPPURE L’EX ILVA RISCHIA LA CHIUSURA”… I SINDACATI: “IN QUESTI MESI IL GOVERNO NON SOLO NON HA FATTO NULLA, HA FATTO PASSI INDIETRO. SIAMO ALL’EUTANASIA DELL’EX ILVA. IL PIANO ANNUNCIATO SUL RIFACIMENTO DELL’ALTOFORNO 5 NON È RISPETTATO, COME PURE L’ACCORDO DEL 2018”

Giornata drammatica per Acciaierie d’Italia. La crisi del gruppo siderurgico che ha stabilimenti a Genova, Taranto e Novi Ligure sembra allontanarsi sempre di più dalla soluzione. Franco Bernabè, presidente della società pubblico-privata tra Invitalia e ArcelorMittal, ha rimesso il proprio mandato nelle mani della premier Giorgia Meloni.
Bernabè aveva fatto un appello al governo: “O si parte con la decarbonizzazione di Taranto subito, oppure l’ex Ilva rischia la chiusura”. Proprio di piano industriale e decarbonizzazione e manutenzioni avrebbero voluto parlare i segretari di Fim, Fiom e Uilm che questo pomeriggio sono stati convocati da Palazzo Chigi. L’incontro – al quale hanno partecipato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e tre ministri (Adolfo Urso, Raffaele Fitto e Marina Elvira Calderone) è stato, secondo i sindacalisti “più che deludente”.
“Il governo ha esordito dicendo ‘ditecì’ e abbiamo dovuto ripetere, ancora una volta, la situazione drammatica che vivono gli stabilimenti dell’Ilva. Da parte loro non ci sono state risposte, anzi io ritengo che ci siano dei passi indietro perché mentre qualche mese fa c’era la possibilità di risalire in maggioranza e c’era la possibilità che lo Stato assumesse la maggioranza, adesso quel ragionamento è tutto cassato” ha detto Rocco Palombella, segretario generale della Uilm.
“In questi mesi il governo non solo non ha fatto nulla, ha fatto passi indietro. Siamo all’eutanasia dell’ex Ilva. Il piano annunciato sul rifacimento dell’altoforno 5 non è rispettato, come pure l’accordo del 2018. La pericolosità delle condizioni di lavoro è ai massimi, mentre la produzione è al minimo storico. Della salita al 60% di Invitalia nessuno parla più”, dice il segretario generale della Fiom Michele De Palma.
(da La Stampa)

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DALLA PROSSIMA SETTIMANA RIPARTONO LE VACCINAZIONI ANTI-COVID CON LE DOSI AGGIORNATE ALLA NUOVA VARIANTE “KRAKEN”

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

OLTRE 9 MILIONI DI VACCINI POTRANNO ESSERE SOMMINISTRATI A OVER 60 E FRAGILI DOPO 6 MESI DALL’ULTIMA DOSE RICEVUTE O DALL’EVENTUALE INFEZIONE… VISTO CHE SONO STATI CHIUSI GLI HUB VACCINALI SARÀ POSSIBILE FARLO IN FARMACIA

Con l’arrivo della nuova Circolare sui vaccini anti-Covid dalla prossima settimana partono anche le somministrazioni degli antidoti aggiornati sulla variante Kraken ma efficaci anche contro le altre in circolazione.
E in base alle nuove indicazioni fornite dal ministero della Salute gli oltre 9 milioni di dosi andranno somministrate in via prioritaria a over 60 e fragili che potranno farla a 6 mesi di distanza dall’ultima dose ricevuta o dall’eventuale infezione da Sars-Cov-19.
La copertura del richiamo è invece di 12 mesi, per cui il vaccino va ripetuto di anno in anno, come l’antinfluenzale che può essere somministrato contemporaneamente. I vaccini anti-Covid continueranno ad essere gratuiti per tutti, quando anche per chi non rientra tra le categorie a cui è raccomandato. Anche se questi ultimi dovranno mettersi in fila per ottenerlo.
Chiusi gli hub per ottenere una dose si potrà andare nelle farmacie o negli studi di medici di famiglia e pediatri che hanno aderito alla campagna vaccinale.
Dai primi segnali sulle scarse prenotazioni non sembra che la nuova campagna stia risvegliando da quelli che gli esperti hanno definito “stanchezza vaccinale”. La circolare del Ministero della Salute stabilisce che una dose di richiamo con i vaccini aggiornati verrà offerta “attivamente” alle categorie individuate nell’allegato 2 della circolare.
Tra questi, ricordiamo: persone over 60; fragili di età compresa tra i 6 mesi e i 59 anni; ospiti delle strutture per lungodegenti; donne che si trovano in qualsiasi trimestre della gravidanza o nel periodo “postpartum” comprese le donne in allattamento; operatori sanitari e sociosanitari addetti all’assistenza negli ospedali, nel territorio e nelle strutture di lungodegenza; studenti di medicina, delle professioni sanitarie che effettuano tirocini in strutture assistenziali e tutto il personale sanitario e sociosanitario in formazione.
(da agenzie)

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MELONI-SALVINI ALLA RESA DEI CONTI, LA SORA GIORGIA E’ INCAZZATISSIMA PER LE CONTINUE FUGHE IN AVANTI DEL “CAPITONE” ANCHE PERCHÉ LA SITUAZIONE ECONOMICA È FRAGILE E SERVE DIPLOMAZIA CON L’EUROPA

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

LA LEGA CON LE SUE SPARATE POPULISTE COMPLICA I NEGOZIATI

Niente di personale. Ma in un giorno, in sequenza, Matteo Salvini si sente dire dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, che gli appalti del Ponte sullo stretto difficilmente partiranno nel 2024. E poi è il suo ministro, Giancarlo Giorgetti, che nel question time boccia qualsiasi condono perché “il governo non ha intenzione di farne”.
E infine, mentre il Consiglio dei ministri chiamato a esprimersi sulla Nadef e sui migranti è in corso, si viene a sapere che anche sul core business di Salvini ci sono brutte notizie. E’ scomparso l’articolo del decreto che prevedeva l’intervento della Guardia costiera negli hotspot in caso di arrivi consistenti e ravvicinati di migranti sul territorio nazionale provenienti dalle rotte marittime del Mediterraneo. La Guardia costiera è la leva salviniana, di propaganda e azione, davanti all’emergenza. Niente di personale, sembra voler dire Giorgia Meloni. Nella maggioranza che governa l’Italia si respira un’aria frizzantina.
L’uomo del giorno, in un Transatlantico semideserto, è ancora Andrea Crippa, ex promessa del Monza calcio, che ora gioca nelle Champions delle pallonate dopo le parole contro la Germania per l’utilizzo delle ong e il parallelo con i nazisti ottanta anni fa. Eccolo, il vicesegretario di Salvini con delega al petardo, stravaccato sui divanetti un po’ come i Vitelloni davanti al sole di Rimini (che in verità era quello di Ostia). “Al di là delle mia frase sulla Germania, ho solo ripetuto sull’immigrazione i concetti che ho letto nell’ultimo libro di Meloni. Non capisco dov’è lo scandalo”.
Inutile dire che Crippa sembri sempre parlare per conto del suo capo, che poi arriva smussa, tronca e sopisce, ma intanto c’è stato il patatrac. “Matteo è a processo per la storia di Carola Rackete, che è tedesca”. Vuole dire che il governo non lo difende abbastanza in questa vecchia vicenda? “Quando Meloni era all’opposizione sì, ora non so”. Crippa, che nella Lega parlamentare conta, riceve nel suo ufficio di pelle (il divano) le visite dei cronisti curiosi e dei deputati.
Poco più in là alla buvette spunta Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia. In un capannello che si trascina avanti e indietro il ministro degli Esteri dice che “Crippa non è un membro del governo, quindi non è quella la posizione del governo”. Il riferimento è alla frase spericolata sulla Germania (“ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai social-democratici”).
E poi visto che c’è, a proposito del Ponte sullo stretto Tajani afferma che si farà, certo, ma quanto alle risorse in manovra “vedremo cosa si può fare”. Suona così un allert dalle parti di Salvini che rilancia e promette cantieri a partire dal prossimo anno. Potrebbe essere un’altra giornata di ping pong ciarliero però questa volta è il contesto a fare la differenza: è il giorno del Cdm sulla Nadef, la manovra non promette pazze gioie, ci sono le europee ormai dietro l’angolo. E soprattutto Meloni sembra, così la raccontano, abbastanza contrariata per via di queste continue fughe in avanti del suo alleato leghista. Anche perché la situazione economica non è rosea.
(da il Foglio)

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TROVATA MORTA L’ORSA F36, LA PROVINCIA DI TRENTO NON FA IPOTESI SULLE CAUSE DELLA MORTE. L’ENPA E LE ASSOCIAZIONI: “VOGLIAMO SAPERE SE E’ STATA UCCISA, NON CREDIAMO A UN INCIDENTE”

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

CONDANNATA A MORTE DA FUGATTI ERA STATA SALVATA DAL TAR… PREOCCUPAZIONE PER IL SUO CUCCIOLO CHE E’ SPARITO… LAV: “ORA FUGATTI HA UN CADAVERE DA ESIBIRE PER LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE”

È stata rinvenuta nella sera di ieri, in val Bondone, nel Comune di Sella Giudicarie, la carcassa dell’orsa F36. L’accertamento del personale del corpo forestale trentino – si apprende – é scattato in seguito all’attivazione del sensore di mortalità di cui é dotato il radiocollare dell’orsa.
“Un fatto di una gravità inaudita che ripugna e colpisce le coscienze di tutti gli italiani e che, se dovesse essere confermata l’ipotesi del bracconaggio, ha una sola responsabile: la politica faunicida di Maurizio Fugatti”. Lo dichiara – in una nota – la presidente nazionale Enpa, Carla Rocchi, in relazione al rinvenimento della carcassa dell’orsa F36 in Trentino. “Dopo M62, F36 è il secondo orso condannato a morte dalla Provincia di Trento che viene trovato privo di vita. Aspettiamo che la magistratura faccia le dovute indagini, tuttavia riesce difficile, molto difficile, pensare a un incidente”, aggiunge Rocchi. L’associazione comunica che sta predisponendo una denuncia per uccisione di animali che verrà presentata nelle prossime ore per fare chiarezza sulla vicenda. “Mi appello al senso di responsabilità di tutti, politici, allevatori, agricoltori e associazioni di categoria: si abbassino i toni e si ponga fine alla guerra contro gli orsi, i lupi e tutti gli animali selvatici. La situazione sta fuggendo di mano, in Italia rischiamo un vero irreparabile biocidio”, conclude Rocchi.
L’esemplare era stata identificata dalle analisi genetiche come la responsabile dell’aggressione avvenuta lo scorso 30 luglio in località Mandrel ai danni di due giovani e del falso attacco a una coppia di escursionisti registrato, il successivo 6 agosto, in località Dos del Gal. A inizio settembre, il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti, aveva firmato l’ordinanza di prelievo tramite abbattimento, poi sospesa dal Tar di Trento per il ricorso delle associazione animaliste.
Il recupero della carcassa, consegnata all’Istituto Zooprofilattico per gli accertamenti, si é svolto nella mattinata di oggi a causa della difficoltà nel raggiungere il punto di ritrovo. Da un primo esame esterno della carcassa non è stato possibile avanzare ipotesi sulla causa della morte.
F36, la Lav: “L’orsa è stata condannata a morte da Fugatti. Ora siano chiarite le cause e venga subito monitorato il cucciolo per soccorrerlo in caso di bisogno”
“Non crediamo affatto alle coincidenze, motivo per cui chiediamo il coinvolgimento del Centro nazionale di Referenza del Ministero della Salute per la Medicina Forense Veterinaria, così da accertare senza ombra di dubbio il motivo e la dinamica della morte di mamma orsa”. E’ una presa di posizione molto dura quella che arriva dalla Lav sulla morte dei F36. L’orsa ieri sera è stata trovata senza vita dai forestali trentini in val Bondone, nel comune di Sella Giudicarie.
“Si tratta del secondo orso nel giro di pochi mesi, dopo M62, che viene ritrovato cadavere a seguito degli atti di condanna a morte firmati dal Presidente del Trentino Fugatti” dichiara Massimo Vitturi, responsabile Lav, Animali Selvatici chiedendo di accertare senza ombra di dubbio il motivo e la dinamica della morte di mamma orsa.
La Lav chiede inoltre di delimitare il luogo dov’è stata rinvenuta ieri sera l’orsa per eseguire accertamenti di medicina veterinaria forense utili a raccogliere eventuali prove che potrebbero dimostrare una responsabilità umana nella morte di F36
Il cucciolo di F36, che ha meno di nove mesi, “è ora così lasciato a sé stesso, in balìa dell’incedere della stagione invernale. Senza più la mamma a fargli da guida per prepararsi al letargo corre un gravissimo rischio. Chiediamo quindi che il Parco Adamello Brenta, al cui interno è stato ritrovato il corpo della mamma, possa avviare fin da subito un monitoraggio intensivo per soccorrerlo nel caso in cui si trovasse in difficoltà e dargli tutto il supporto necessario per superare la stagione fredda” spiega sempre la Lav
“Da quando si è aperta la campagna elettorale per le elezioni provinciali, Fugatti ha aumentato la sua persecuzione nei confronti degli orsi, arrivando a condannarne fino a settanta alla deportazione o a morte – conclude la Lav – F36 potrebbe quindi diventare il cadavere da esibire al suo elettorato dopo le sconfitte subite finora, anche grazie a noi, al Tar e al Consiglio di Stato”.
Nel caso in cui l’autopsia dovesse dimostrare che la causa di morte di F36 è riconducibile ad un atto umano, la Lav si costituirà parte civile nel procedimento e valuterà, con il proprio Ufficio Legale, l’ipotesi di reato di istigazione a delinquere.
(da agenzie)

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CONFISCATI BENI PER 50 MILIONI ALL’IMPRENDITORE VICINO ALLA LEGA: ARRESTATO DALL’ANTIMAFIA LUCIANO IANNOTTA

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

AVEVA COME RIFERIMENTO IL RAS LEGHISTA LAZIALE DURIGON

Luciano Iannotta, 51 anni imprenditore di Sonnino, è il simbolo di quell‘intreccio tra politica, malaffare e criminalità, che ha prosperato per anni a Latina e provincia. È di ieri la decisione di arrivare alla confisca dei beni di Iannotta, già messi sotto sequestro preventivo. Si tratta di un tesoro stimato in oltre 50 milioni di euro tra cui si contano beni mobili e immobili, in Italia ma anche all’estero. La polizia ha così proceduto a confiscare 37 tra società e partecipazioni, 119 fabbricati e 58 terreni , 57 veicoli, una ricchezza che secondo quanto emerso dalle indagini sarebbe stata accumulata anche grazie a metodi criminali.
L’imprenditore pontino era stato arrestato nel 2020 nell’ambito dell’inchiesta “Dirty Glass”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che aveva messo in luce come l’ex patron del Terracina Calcio ed ex assessore del comune di Sonnino, avesse messo in piedi un fitto tessuto di relazioni su tutta la provincia su cui convergevano anche gli interessi delle mafie, dalla ‘ndrangheta alla camorra, ma soprattutto il clan sinti dei Di Silvio di Latina.
Iannotta è stato a lungo vicino a Claudio Durigon, esponente di spicco della Lega e ras del partito a Latina, i cui rapporti con l’imprenditore di “elevata pericolosità sociale” (parole della procura), sono emersi anche grazie all’inchiesta di Fanpage.it Follow the Money.
L’imprenditore, accusato tra le altre cose di sequestro di persona ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, era in grado secondo quanto emerso dall’inchiesta di mettere sul proprio libro paga anche uomini delle istituzioni per prevenire e venire a conoscenza delle indagini a suo carico, e aveva scelto proprio la Lega come riferimento politico con il quale stringere un rapporto preferenziale sostenendo sul territorio proprio Durigon.
(da agenzie)

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IL VICOLO STRETTO DI SALVINI: FRATELLI D’ITALIA FA SAPERE AL “CAPITONE” CHE, NELLA LEGGE DI BILANCIO, NON CI SARANNO SOLDI PER REALIZZARE, O ANCHE SOLO AVVIARE, IL PONTE SULLO STRETTO

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

UNA “RIPICCA” DI PALAZZO CHIGI PER LE CONTINUE SPARATE DEL LEGHISTA CHE SPINGE PER L’OPERA DA 15 MILIARDI

C’è un problema economico e ce n’è un altro politico. E le due cose portano comunque alla stessa conclusione: nella manovra di bilancio alla quale sta lavorando il governo non ci sono i soldi per realizzare, o anche solo avviare, il Ponte sullo Stretto. Forse con un escamotage sarà aperto un capitolo di spesa con un po’ di Fondi per lo sviluppo e la coesione (Fsc), oppure c’è in casa Lega chi parla di emissione di Buoni del tesoro per finanziare l’opera. Ma di soldi veri, e sufficienti per avviare un cantiere monstre da 15 miliardi di euro e che non può essere ovviamente finanziato a stralci, non ce ne saranno.
Prima le sparate di Matteo Salvini, il principale sponsor dell’opera, sui condoni da inserire in manovra poi gli attacchi all’Europa hanno creato irritazione a Palazzo Chigi. Così ieri dal partito della premier Giorgia Meloni è stato inviato un messaggio: proprio mentre Salvini al congresso dell’Ordine degli ingegneri annunciava che «l’obiettivo è aprire i cantieri nell’estate dell’anno del signore 2024», alla Camera un sornione Tommaso Foti, capogruppo di FdI, frenava. «Il Ponte sullo Stretto in manovra? Dubito che il prossimo anno saremo già agli appalti. Allo stato mi pare che non abbiamo un progetto esecutivo. Prudenzialmente posso pensare che nel 2024 ci possa essere solo il progetto esecutivo».
Perfino il segretario di Forza Italia Antonio Tajani mette le mani avanti: «Ai cittadini bisogna sempre dire la verità, non prenderli in giro. Il Ponte si farà, vedremo quali saranno i tempi».
A sera, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti interviene a precisare: «Nel 2024 ci sarà un primo stanziamento connesso all’effettivo allestimento del cantiere. Il fondo opere infrastrutturali finanzierà, come altre infrastrutture, anche il Ponte. Il profilo temporale e l’impegno economico dipendono dal progetto». La traduzione è semplice: Salvini non può chiedere soldi veri da mettere subito in bilancio per un’opera che non ha un progetto definitivo approvato dallo Stato.
Ieri Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild, principale azionista di Eurolink che è contraente dell’opera per una gara vinta nel 2010, ha assicurato che a giorni sarà consegnato l’adeguamento del vecchio progetto: «Entro il 30 settembre siamo pronti a consegnare alla società Stretto di Messina la documentazione integrativa di aggiornamento del progetto definitivo, se verranno rispettati gli step successivi possiamo aprire i cantieri prima dell’estate».
Ma una volta consegnato l’aggiornamento, dovrà ripartire dall’inizio la Valutazione di impatto ambientale sul progetto definitivo. E poi ce ne vorrà un’altra di Valutazione per il progetto esecutivo: come possono aprire i cantieri tra nove mesi se il vecchio progetto è rimasto tre anni in commissione Via-vas al ministero dell’Ambiente e nemmeno per avere alla fine una autorizzazione? E senza una copertura chiara della spesa prevista, circa 15 miliardi, come si possono avviare i cantieri?
(da la Repubblica)

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COSA E’ DIVENTATA OGGI LA POLITICA?

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

ALLE POLITICHE UNA VOLTA VOTAVA IL 90% DEGLI ITALIANI, OGGI SIAMO AL 63.9%

Nulla di illegale, ovvio. Ma che il capo di un partito si faccia la propria holding personale è un po’ curioso. Il nome è Ma.Re. holding e il suo proprietario è Matteo Renzi: fondatore e capo assoluto di Italia Viva. Ha costituito la società nell’aprile 2021, qualche settimana dopo l’ingresso del suo partito nel governo Draghi.
Una piccola quota l’aveva anche il figlio Francesco, promessa del calcio. Che poi l’ha ridata a papà. E qualche mese fa la holding renziana ha filiato una seconda società: Ma.Re. adv.
Consulenze aziendali, strategie imprenditoriali, pubbliche relazioni, marketing… Una prateria sterminata, per un ex premier con profumate relazioni che si spingono fino ai ricchi forzieri arabi. Ma non siamo a conoscenza del fatto che qualcuno dentro Italia Viva abbia alzato un sopracciglio. Né che l’abbia fatto un collega di partito del potente sottosegretario alla Giustizia meloniano Andrea Delmastro Delle Vedove.
Tre mesi dopo essere sbarcato al governo ha costituito una società di avvocati con la sorella Francesca, sindaca anch’ella meloniana di Rosazza, e la penalista biellese Erica Vasta. Diciamo subito che nulla impedisce a un sottosegretario di aprire una società. Ma a che serve, se per legge l’avvocato sottosegretario potrà esercitare di nuovo solo un anno dopo aver lasciato il governo? Davanti a questi fatti, non isolati, verrebbe da chiedersi: cosa è diventata oggi la politica?
Che non se la passi troppo bene, e il solco fra i partiti e la realtà sia sempre più profondo, è un fatto. Parlano chiaro i dati. Il 25 settembre 2022 hanno votato 30,4 milioni di persone, come nel 1958. Peccato che allora gli aventi diritto al voto fossero 32,4 milioni, contro i 50,8 di oggi. In un Paese nel quale fino al 1979 votava alle politiche oltre il 90 per cento degli elettori, e fino al 2008 più dell’80 per cento, siamo scesi di botto al 63,9. In quindici anni sono andati perduti 8 milioni e mezzo di voti.
Di questi, ben 5 milioni sono spariti domenica 25 settembre 2022. Al Sud gli elettori si sono praticamente dimezzati, da 16,2 a meno di 8,5 milioni. In Campania ha votato il 53,2 per cento. A Napoli Fuorigrotta l’affluenza è scesa dal 62 al 49 per cento. Gli elettori calabresi non hanno raggiunto il 51 per cento. […] con situazioni da brivido in alcuni centri nelle aree ritenute più esposte al rischio criminalità.
Ad Africo ha votato il 32,1 per cento. A Platì il 31,3. A San Luca il 21,5. La politica, che già serve a poco, lì evidentemente non serve a nulla. La cosa dovrebbe indurre i partiti a una profonda riflessione anche sulla legge elettorale. Invece, zero.
I risultati di tale follia sono evidenti. Giorgia Meloni è diventata premier con una maggioranza di quasi il 60 per cento dei seggi parlamentari grazie ai 7,5 milioni di voti di Fratelli d’Italia: vale a dire un settimo dell’intero corpo elettorale.
O meno di un quarto, considerando i voti dell’intera coalizione. Si dirà che in molte democrazie avanzate la partecipazione al voto è bassa. Vero. Ma a parte il fatto che non sempre è così, la breve storia della nostra Repubblica è diversa.
Ebbene, a un problema così gigantesco i partiti e i loro leader reagiscono facendo spallucce. Pur sapendo esattamente come è stato rotto il giocattolo. È cominciata con la trasformazione dei partiti da strutture collettive in apparati strettamente personali. Rivoluzione certamente riconducibile a Silvio Berlusconi, ma con avvisaglie anche nella cosiddetta prima repubblica. Il resto l’hanno fatto leggi elettorali scriteriate.
La ciliegina sulla torta, infine, è stata l’abolizione demagogica del finanziamento pubblico, anziché una sua necessaria e profonda riforma. In compenso, non si è mai fatta nemmeno la legge attuativa dell’articolo 49 della Costituzione, e i partiti sono rimasti in un comodo limbo. Le conseguenze sono devastanti.
Difficile stupirsi se in questo panorama il finanziamento dei partiti non sia affatto popolare. Su 41 milioni e rotti di contribuenti quelli disposti a dare il 2 per mille a un partito non sono che 1,3 milioni: il 3,3 per cento. Misera la platea dei finanziatori, misero il gettito. In tutto, poco più di 18 milioni. Oltre un terzo dei quali va al solo Partito Democratico.
Come campano, allora? Con i soldi dei parlamentari, che spesso versano nelle casse dei partiti una fetta del plafond loro spettante per retribuire gli assistenti. E con pochi assistenti e mal pagati si può immaginare anche la qualità del lavoro parlamentare. I finanziamenti dei cittadini e delle imprese private sono quasi inesistenti. Nel 2022 il Pd ha avuto contributi da “persone giuridiche” per 125 mila euro, contro 3,8 milioni da “persone fisiche”, cioè quasi tutti parlamentari.
Italia Viva ha incassato invece dalle società 675 mila euro, però contro 1,6 milioni versati quasi tutti dai parlamentari. Come del resto anche la Lega. E Fratelli d’Italia cui non è stata negata una briciolina di 26 mila euro dal Twiga di Flavio Briatore e Daniela Santanchè.
Anziché ai partiti, le imprese preferiscono versare alle fondazioni casseforti personali dei leader dei partiti personali. C’è più riservatezza. Openpolis ne ha censite 121, di cui oltre metà nate a servizio di una corrente di partito o di un singolo politico: appena 19 pubblicano un bilancio accessibile su Internet. Soprattutto, i potenziali finanziatori vanno direttamente al bersaglio. Altro che lobby.
E pensare che nella scorsa legislatura la Camera ha approvato una legge per regolamentare finalmente l’attività dei lobbisti, proposta da due deputati Pd e M5S. Ma prima che il Senato la ratificasse la legislatura è evaporata. Grazie ai grillini: che hanno fatto così svanire anche la loro legge. E ora la Camera ha avviato sulle lobby una nuova indagine conoscitiva! Ecco dove siamo arrivati
Sergio Rizzo
(da l’Espresso)

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ASCOLTI DISASTROSI, PROGRAMMI RICICLATI: E’ RAI3%

Settembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

IL TGR ESPLOSO, I NUOVI VOLTI NON FUNZIONANO, LE SOSTITUZIONI NEPPURE: IL FLOP DELLA TV DI REGIME SOVRANISTA… IL CANONE DOVREBBE FARLO PAGARE AI PIRLA CHE LI HANNO VOTATI

Solo la Nadef Rai è peggio della vera: Rai 2 è Tele Colle Oppio, il mattino di Radio 1 è nelle mani dei terrapiattisti, mentre Rai 3 rischia di fare la fine della banca Lehman. Giorgia Meloni sta perdendo un’altra sua scommessa: farci apprezzare la sua Rai. Ascolti imbarazzanti, programmi improvvisati, conduttori riciclati. Sta nascendo una nuova televisione, la televisione minima, Rai3%. Pino Insegno, il portinaio di Palazzo Chigi, l’amico della premier, il conduttore del Mercante in Fiera, su Rai2, due giorni fa, è sceso all’1.9%. Fa ormai più ascolti pure la pubblicità dell’Olio Cuore.
Il programma più amato di Angelo Mellone, il direttore del Day Time, Il Provinciale, rimane fermo, in prima serata, su Rai 3 al 3,6 %: vale in pratica come il centro di Renzi, Calenda, e Moratti. Va bene che Rai 3 era Tele Kabul, ma ora ci si sta affezionando, pericolosamente, al numero 3. Agorà, la striscia di informazione, anche questa su Rai 3, la colazione del pensionato dello Spi-Cgil, è stata affidata a Roberto Inciocchi, togliendola a Monica Giandotti. Inciocchi era il volto di Sky, ed è un moderato, ma in quello spazio, dispiace, ma (ancora) non funziona, così come non funziona (ancora) la nuova Linea Notte affidata a Giandotti, dopo averle tolto il programma, promesso, per affidarlo a Nunzia De Girolamo. Agorà week- end è calato all’1.7%. Chi ci ha guadagnato? Era questa la Rai che Meloni desiderava? Al Tg2, diretto da Antonio Preziosi, il menù è fisso: manda in onda tutti i messaggi autogestiti del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. In redazione, sui tavoli, ci sono solo i nastri delle sue interviste e sono ormai oggetti di culto come i vhs a luci rosse. E possiamo continuare… C’è un intero palinsesto di nuovi programmi Rai che vengono quotidianamente bocciati dal pubblico che guarda sempre meno questa Rai. Serena Bortone, con il suo Che sarà, un’altra a cui era stato tolto il programma che poi è stato affidato a Giandotti e De Girolamo (sembra il programma dinamite: passa, passa che esplode!) è già stata battuta da Massimo Gramellini trasferito a La7 dove recita con la lacrimuccia e la maglietta slim-slim. Su Rai 1, alle 14, nello spazio che era di Bortone, c’è ora Caterina Balivo che presenta La Volta buona, ma, purtroppo, ogni giorno non è mai quella giusta. I dati di ascolto sono pessimi come quelli di Fake Show, in onda su Rai 2, la rete voragine. E’ il quiz di Max Giusti e ha come sottotitolo “Diffidate delle imitazioni”. E’ un monito che i nuovi dirigenti Rai, di destra, non hanno preso in considerazione se è vero, come è vero, che hanno riproposto a Insegno, di rifare questo Mercante, un programma che era già vecchio ai tempi di Angelo Branduardi e della sua fiera dell’Est. A Insegno sarà affidato pure un altro programma perché ne bis in idem: se va male uno, si è assolti pure per l’altro che va male. E verrebbe, sul serio, da giustificare questa destra Rai, e dire “è ancora presto, aspettiamo”, se solo ci fosse tempo, se solo non fossero tanto spacconi come Insegno, un antipatico senza talento, che alla presentazione dei palinsesti Rai, a Napoli, si dava le arie da ministro, vestito orbace. Dopo il fallimento del suo programma si è messo infatti a spiegare che i risultati sono buoni quando sarebbe bastato dire, come non ha avuto il coraggio di dire fino in fondo, che tutta Rai 2 è oggi una rete da tre per cento, una rete, che, se lo sa Andrea Crippa, il vicesegretario bum bum della Lega, dichiara: “Vendiamola ai tedeschi e facciamo un po’ di soldi”. Verrebbe, ancora, da dire: “Hanno il diritto di sperimentare, e di sbagliare” se solo Mellone, l’arcangelo, e Paolo Corsini, direttore Approfondimento, il fratello dell’arcangelo, i due campioni Rai della destra, non ci sterminassero sempre con il racconto della provincia e con il recupero, nientemeno, di Funari (“faremo un programma alla Funari”). Non sono vere novità, ma sempre le stesse idee raffazzonate, valige di cartone. E’ dunque questo il nuovo piano di lavoro della Rai? A proposito: che fine ha fatto quello vero, il piano industriale? Che fine ha fatto la cessione di Rai Way e il contratto di servizio? Per farlo passare con il voto essenziale del consigliere M5s in cda, Alessandro Di Majo, c’è una trattativa in corso, nuovamente una, tra FdI e M5s, volta a promuovere il vicedirettore della Tgr, Roberto Gueli a condirettore. L’altro condirettore è Roberto Pacchetti, il Giambruno Rai, il condirettore Lega che ha promosso, indirettamente, la moglie, e che si tiene la delega del Tgr Lombardia, dove lavora la moglie. Ne macchia due: la moglie e la Rai. Non si può neppure dire, gli ascolti vanno male, ma in Rai è tornata l’armonia. A Giampaolo Rossi, il direttore generale Rai, è sempre stata attribuita come qualità quella di conoscere gli umori dell’azienda. Ebbene, è accettabile avere una redazione da 850 giornalisti, parliamo del Tgr, che, ogni giorno, anziché occuparsi di informazione regionale passa la giornata a farsi la guerra tra colleghi? Ogni giorno ci sono comunicati di sfiducia dei giornalisti contro i direttori. Il 26 settembre, all’unanimità, è stato votato un documento contro Pacchetti Giambruno e contro la nomina del nuovo caporedattore del Tgr Sardegna. Era ex consigliere della Lega, portavoce fino a due mesi del governatore della Lega. Il Cdr ha già votato contro la sua nomina. Fra sessanta giorni, il caporedattore del Tgr Sardegna deve presentare il suo piano editoriale e si sa già che sarà bocciato pure quello, come si sa già che, dopo la prima bocciatura, sarà bocciato anche la seconda. Una manovra economica si può provare a fare anche con pochi spiccioli, e in deficit, ma fare dei programmi sciapi chiedendo ancora gli spiccioli del canone non è da patrioti. Meloni è riuscita a portare il suo partito dal 3 per cento al 30, ma se non vuole fare scendere la Rai al tre per cento, stabile, cominci ad aiutare la Rai. Se si abbassano gli ascolti della Rai aumenta il rendimento di chi scommette contro Meloni. La premier ci provi. Candidi Pino Insegno alle Europee con FdI, tolga l’alibi a tutti i dirigenti che si difendono dietro al “ce lo chiede Giorgia”. Esiste un solo modo. Dica a Mellone che al posto di Balivo “ci mettiamo la Annunziata”. E al primo tre per cento, tutti a lavorare all’Esselunga.
(da Il Foglio)

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    • “IL MIO MESSAGGIO AGLI EUROPEI È: “IT’S OVER, È FINITA”: IL POLITILOGO ROBERT KAGAN (EX NEOCONSERVATORE REPUBBLICANO), LA VEDE NERISSIMA: “NON SONO CONVINTO CHE NEL 2026, MIDTERM, E NEL 2028, PRESIDENZIALI, AVREMO ELEZIONI LIBERE E TRASPARENTI. TRUMP VUOLE PORTARE IL SUO CONFRONTO CON IL VECCHIO CONTINENTE ALL’ESTREMO, AL LIMITE DEL CONFLITTO”
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