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CARO AFFITTI A MILANO, ESPLODE LA RABBIA DEGLI STUDENTI: OCCUPATO UN CINEMA ABBANDONATO

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

“GLI SPAZI CI SONO E NON LI LASCEREMO VUOTI”

«Abbiamo deciso di riaprire un cinema abbandonato dal 2007: gli spazi ci sono e noi vogliamo utilizzarli». Il movimento giovanile-studentesco “Tende in piazza”, nato la scorsa primavera dalla protesta contro il caro affitti di Ilaria Lamera, la studentessa del Politecnico di Milano che aveva piantato una canadese di fronte all’ateneo per denunciare i prezzi folli di una stanza per i fuori sede, insieme al sindacato studentesco Udu, sono tornati a farsi sentire e lo hanno fatto occupando l’ex cinema Splendor in via Gran Sasso a Milano. Complice la fine dell’estate e il ritorno nelle facoltà, il tema dell’emergenza abitativa e del caro-affitti è tornato di grande attualità. «Gli spazi esistono, ma si preferisce lasciarli vuoti», ha spiegato Lamera. «Saremo circa un centinaio di persone a fare un tavolo di discussione». L’occupazione non «ha una data di scadenza», ha aggiunto Barbara Morandi, attivista del movimento. I ragazzi di “Tende in Piazza” si sono recati all’ex cinema dopo una breve conferenza stampa in piazza Leonardo Da Vinci. «Siamo tende e ci prendiamo un tetto», si legge su uno striscione.
«In questi mesi il governo nazionale e regionale e il Comune di Milano non hanno mostrato alcun interesse per i nostri bisogni, ci hanno bombardato solo di falsi e roboanti annunci sui giornali o di iniziative di facciata. Come il tavolo fallimentare sul “Canone Concordato” ma che ha portato risultati ben lontani dalle nostre richieste. Oppure il rinvio della terza rata del Pnrr con i fondi per gli studentati pubblici», dichiarano gli organizzatori della protesta.
«Siamo furiosi – si legge nel comunicato diramato alla stampa – Con l’occupazione temporanea dello studentato di Viale Romagna (lo scorso giugno, ndr) abbiamo voluto ribadire che quelle giornate passate con i piedi nel fango e le tende piegate dalla pioggia sono state solo l’inizio, la nostra lotta non può e non deve fermarsi».
Gli studenti e le studentesse, che oggi accoglieranno negli spazi dell’ex cinema Splendor i collettivi giovanili e le reti dell’abitare, «ma anche i residenti», spiegano che trascorreranno questa notte e le successive all’interno dell’edificio. L’obiettivo è quello di far sapere che «gli spazi da riconvertire ad uso della comunità esistono». L’accusa dietro queste azioni di protesta è rivolta alle istituzioni «che sembravano molto presenti ma senza un impegno serio e concreto», spiega ancora Lamera.
All’interno dello Splendor, gli occupanti hanno iniziato le operazioni di pulizia e di allestimento per preparare lo spazio che accoglierà l’assemblea generale di stasera e domani.
Nei giorni scorsi, comunque, si era già acceso lo scontro tra governo e Unione degli Universitari (Udu) sul tema dell’edilizia universitaria dopo le frasi della premier Giorgia Meloni a Porta a Porta: «Abbiamo spostato 500 milioni dalla terza alla quarta rata del Pnrr per gli studentati, e ho letto che gli studenti hanno scritto a von der Leyen per chiedere di non darci i fondi. Non si lavora contro l’italia all’estero». Immediata la replica della coordinatrice nazionale Udu Camilla Piredda: «Meloni ci ha accusati di odiare gli italiani. Invece di assumersi le proprie responsabilità per il disastro del Governo sul PNRR, fa lo scaricabarile e accusa il sindacato studentesco». Per questo è stato annunciato un fitto calendario di proteste in molte città d’Italia a partire dal 25 settembre.
L’oggetto del contendere riguarda infatti la terza tranche del Pnrr. La Cgil e l’Udu avevano scritto alla presidente della Commissione Ue von der Leyen, chiedendo un controllo rispetto ai posti letto rendicontati dalle autorità italiane. Secondo il monitoraggio svolto dal sindacato studentesco, infatti, soltanto la metà dei 9mila posti letto dichiarati erano effettivamente nuovi. Molti erano invece già esistenti e operativi, spesso in studentati privati aperti da anni, dove una camera può arrivare a costare mille euro al mese.
(da agenzie)

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AL PRONTO SOCCORSO AVREMO ANCORA I CODICI ROSSI O I CODICI DELLE CARTE DI CREDITO?

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

VERSO UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LUCRO: LA SANITA’ PRIVATA IMPAZZA (GRAZIE A CHI LA AGEVOLA)

Prendo spunto dalle parole del mio amico e collega Pietro che spesso
negli anni mi ha detto: “Per vedere cosa fare e come comportarsi bisognerebbe guardare gli altri”. Io gli ho sempre risposto che è vero, ma a volte si sbaglia anche a copiare se non si copia bene! Per questo ho sempre pensato che studiare, approfondire e proporre sia meglio che copiare.
Guardarsi intorno non può che aiutare ma non deve servire a pensare, come spesso fanno gli italiani, di essere fortunati e adagiarsi sugli allori di tempi passati quando l’Italia era considerata una delle Nazioni al mondo con una assistenza assoluta: avevamo il secondo sistema sanitario più bello del mondo, dopo la Francia secondo l’Oms, fino al 2000. Oggi almeno il 60% dei fondi pubblici finisce in mano ai privati; più del 50% delle strutture che si occupano di malattie croniche sono private
.Ma negli altri stati?
E’ noto come, ad esempio, a Nairobi un tassista che porta un turista quasi “cerca” l’incidente per poter fare controlli al Pronto Soccorso con la carta di credito del passeggero! La privatizzazione della salute in Kenya rivelava le sue aberranti manifestazioni, incluso il fatto che anche partorire in ospedale comportava un costo che la maggior parte della popolazione non poteva permettersi per cui i parti difficili finivano male. Franciska Wanjiru parla della salma di sua madre come un ammasso di pietre, non di un corpo umano, trattenuta da due anni presso il Nairobi Women’s Hospital per il mancato pagamento delle spese ospedaliere. Il suo debito equivale a 43.000 dollari. Nel 2017 una donna si è vista trattenere il figlio appena nato per oltre tre mesi, perché incapace di pagare i 3000 dollari richiesti per il parto. Più di recente, nel marzo 2021, la Corte Suprema ha imposto al Nairobi Women’s Hospital un risarcimento di oltre 27.000 dollari a favore di Emmah Muthoni Njeri, illegalmente detenuta per oltre cinque mesi!
Tutti conosciamo perfettamente che negli Stati Uniti senza una carta di credito non si viene accettati, tanto meno nelle strutture sanitarie.
Ma in Europa?
Prendiamo la Germania che si appresta a varare una nuova riforma sanitaria che prevede un sistema di rimborso delle strutture ospedaliere basato sulla qualità, e non più sulla quantità delle prestazioni, e il potenziamento dell’attività ambulatoriale. Dividerà il sistema in tre livelli di ospedali per alta specializzazione, intermedia e quelli focalizzati solo dalle cure di base.
Anche in Germania il Covid ha evidenziato la carenza del sistema sanitario. In un report da poco pubblicato si dice che in Europa circa dodici medici gestiscono mille casi. La Germania è al terzultimo posto con otto medici e diciannove infermieri ogni mille casi, come dimostrano i dati, che si riferiscono all’anno 2019. Secondo i dati riportati nel Secondo Rapporto sul Sistema Sanitario Italiano realizzato da Enpam e Eurispes e che confronta l’Italia con altri Paesi europei, “in Germania, l’11% del Prodotto Interno Lordo (PIL) è destinato alla spesa sanitaria. Nel 2020, la spesa sanitaria pro capite ammontava a circa 3.760 euro, di cui 557,71 euro erano spese dirette dei pazienti (“out of pocket”). Anche se inferiore alla spesa sanitaria negli Stati Uniti (8.745 dollari), la spesa pro capite in Germania supera la media dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che era di 3.484 dollari nel 2020. In confronto, l’Italia registrava una spesa pro capite di 2.522,52 euro, di cui 592,43 euro erano spese dirette dei pazienti, corrispondendo a meno del 70% della spesa tedesca”. L’85% della popolazione tedesca, pari a 81,8 milioni di cittadini, è iscritto a una delle 132 assicurazioni sociali “obbligatorie” conosciute come Krankenkassen. Queste sono assicurazioni “non profit” che presentano caratteristiche di strutture sia private sia pubbliche. Il finanziamento del sistema sanitario tedesco è principalmente basato sulle entrate delle assicurazioni sociali obbligatorie (57%) e delle assicurazioni private (9%), con il contributo di altre fonti secondarie. Lo Stato centrale non partecipa al finanziamento, alla gestione né alla proprietà delle strutture sanitarie.
Ma torniamo all’Italia. Il modello della sanità privata si diffonde a macchia d’olio. Il rispetto delle regole viene stracciato alle fondamenta. Così scopriamo da un blitz dei Nas, eseguito in estate in tutta Italia, che le liste d’attesa non vengono rispettate nel 29% dei casi. Denunciati 26 tra medici e infermieri. Scoperte 195 agende di prenotazione “bloccate” “al fine di consentire al personale di poter fruire delle ferie estive o svolgere indebitamente attività a pagamento”. Ebbene sì, il privato vince. Ovunque.
Quindi cosa potremmo fare?
Intanto riaprire l’accesso alla facoltà di medicina. I test selettivi sono assolutamente inutili. Ricordo come fosse oggi che nel corso di laurea che io ho seguito alla fine degli anni Settanta la selezione era naturale, strada facendo. Non occorrono test ai quali partecipano migliaia di giovani speranzosi magari copiandoli per la modica cifra di 20 euro su gruppi Telegram, come sembrerebbe sia successo quest’anno!
O, per rifondare dalle basi la medicina, costituire una facoltà apposita di medicina del territorio. Cinque anni, senza specializzazione e senza la possibilità di fare tutto ma con la certezza di essere vicini ai cittadini che hanno bisogno nel primo filtro, con assunzione diretta in reparti ospedalieri pubblici o privati accreditati. Faranno il vero primo Pronto Soccorso, deviando i casi realmente urgenti ai vari specialisti. Non avremo più anche nella urgenza, per carenza di personale o per voglia di spingere la salute e la malattia verso il lucro, codici di carte di credito al posto dei codici di necessità come questa estate calda ci ha fatto scoprire.
(da il Fatto Quotidiano)

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“OGNI GIORNO DALLA MAGGIORANZA PARTE UNA CAZZATA. SALVINI CHE INVITA MARINE LE PEN, CHE ROBA È?”: LA SFERZATA AL GOVERNO DEL PRESIDENTE DI MEDIASET FEDELE CONFALONIERI

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

“SI SPRECANO ENERGIE SU POLEMICHE INUTILI”… E POI MANDA UN AVVISO AI NAVIGANTI E ALLA MELONI RICORDANDO QUANDO “IN ITALIA E IN EUROPA INIZIARONO LE MANOVRE SU SILVIO BERLUSCONI: “E QUELLO ERA BERLUSCONI”

Il passato riaffiora, stimolato dagli avvenimenti del presente. E per quanto nei conversari il patron di Mediaset si limiti all’essenziale, in questa fase turbolenta per Palazzo Chigi è chiaro a chi e a cosa si riferisce quando evoca le «manovre» contro il Cavaliere: «E quello era Berlusconi…».
Confalonieri non ha mutato idea sulla premier, «continuo a pensare che Giorgia Meloni sia brava, stia facendo bene e possa fare meglio».
E comunque il centrodestra oggi farebbe bene a concentrarsi sulle cose da fare, «invece si sprecano energie su polemiche inutili. Ogni giorno dalla maggioranza parte una c…ta, e dall’opposizione rispondono con una c…ta e mezza. Basta. Il governo è forte nel Paese: si fermi a ragionare sui problemi. Sull’immigrazione qualcosa bisognerà pur fare per quelle persone. Sull’inflazione, il lavoratore non deve essere sussidiato ma deve veder tutelato il suo potere d’acquisto».
Confalonieri osserva le dinamiche politiche dettate dalla sovrapposizione tra la difficile congiuntura e l’avvio della campagna elettorale europea. E dal modo in cui si rivolge ai suoi interlocutori, si capisce che non condivide certi atteggiamenti: «Ma Matteo Salvini che invita Marine Le Pen, che roba è?».
Nella domanda c’è già il giudizio. Anche se la risposta gli serve per dissipare un dubbio: per capire cioè se il capo della Lega voglia davvero ripetere lo schema del 2019, che portò alla crisi del Papeete.
La stabilità va preservata.
Perciò si aspetta che Forza Italia rafforzi l’area di centro della coalizione, «lealmente alleata della premier»: «Lo spazio c’è. C’è un pezzo di elettorato finito nell’astensionismo che si riconosce ancora nelle idee di Berlusconi, in una forza popolare, liberale, garantista, cattolica, europea. Sono persone che non votano Meloni, perché la considerano una leader di destra. Brava ma di destra». Il consiglio che offre a chi glielo chiede è di «irrobustire l’area dei moderati».
Questo compito spetterebbe a Forza Italia, «che deve aprirsi». Pare che Confalonieri avesse invitato i dirigenti azzurri a ricontattare Letizia Moratti: «Lei, per esempio, l’avrei ripresa. Sì, va bene, era andata via. Ma quanti sono andati via e sono poi tornati? Non può passare il concetto del “pochi ma buoni”, non è berlusconiano. Spero che nessuno pensi sia meglio chiudersi nel “meno siamo meglio stiamo”. Bisogna allargarsi».
In questa logica ci sarebbero stati dei contatti tra Matteo Renzi e la famiglia del Cavaliere. Quando gli è stato chiesto, il presidente del Biscione si è schermito. E alla domanda, ha risposto con un’altra domanda: «Mi spiega come mai lui abbia pochi voti e non raccolga più i consensi di una volta?». Ecco come Confalonieri passa le sue giornate romane. A discutere di politica con i politici. È un rito mantenuto anche dopo la scomparsa dell’amico di una vita: «Il 29 settembre sarà il compleanno di Berlusconi e Forza Italia lo celebrerà con una manifestazione a Paestum. A Paestum… Ma che c’entra Paestum? Silvio è di Milano. È a Milano che andava ricordato».
(da il Corriere della Sera)

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SICILIA, SANITA’ AL COLLASSO: TEMPI D’ATTESA INFINITI, 6 MESI PER UNA VISITA

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

I PAZIENTI COSTRETTI A RIVOLGERSI A STRUTTURE PRIVATE

Ammalarsi in Sicilia, o infortunarsi, significa andare incontro a tempi di attesa infiniti, un limbo fatto di macchinari rotti, informazioni disperse, liste chilometriche. Lo racconta oggi Repubblica: il quotidiano dice che per una visita senologica a Catania bisogna aspettare sei mesi, per un controllo endocrinologico a Palermo i mesi salgono a nove, e una Tac all’addome a Messina richiede 170 giorni. Le prestazioni saltate durante la pandemia sono 114mila, il piano della Regione per recuperarle è, secondo quanto annunciato, di 48.5 milioni. Già scremare le agende delle diciotto aziende sanitarie e ospedaliere pubbliche siciliane, per epurarle da doppioni e prestazioni non più richieste, sarebbe un inizio. Questo infatti è quello che è stato richiesto dall’assessorato regionale alla Salute, su spinta del governatore Renato Schifani.
I dati
Il numero di pazienti in attesa nel triennio 2020-2022 per le prestazioni ambulatoriali si conta facilmente a migliaia. Il record negativo spetta all’ospedale Papardo di Messina, con 35mila pazienti in attesa. Dati che però, secondo il commissario straordinario della struttura, sarebbero inesatti: «Abbiamo fatto un lavoro enorme per ripulire le liste e a oggi risultano 933 prenotazioni ambulatoriali e 133 interventi». Anche il Policlinico messinese dichiara di aver fatto un simile lavoro. «Il problema – hanno spiegato dalla direzione – è che la gente continua a prenotarsi». Nonostante la legge sulla trasparenza preveda il contrario, quasi nessuna azienda pubblica il report mensile sui tempi medi di erogazione delle prestazioni. E chi lo fa, fornisce dati parziali. Anche le indagini dei carabinieri del Nas, che tra luglio e agosto – su mandato del ministero della Salute – hanno eseguito blitz in tutta Italia, hanno confermato la carenza di trasparenza nelle prenotazioni. Solo in Sicilia, sarebbero infatti emerse 23 agende di prenotazione bloccate, con lo stop alle prestazioni, in 23 reparti e ambulatori tra Palermo e Agrigento.
Il confronto con i privati
La situazione nel pubblico è già cupa, ma si staglia con particolare drammaticità se messa a confronto con le strutture private, a cui i pazienti si rivolgono per mancanza di alternative, come sanno bene strutture come la clinica La Maddalena e Villa Santa Teresa. I problemi infatti non riguardano solo i tempi di attesa ma anche le strumentazioni: come denunciato dai sindacati Fials, Cimo, Anaao e altri: «L’Asp di Palermo ha da poco comprato una Risonanza magnetica per l’Ingrassia, ma ne aveva già una comprata nel 2020 rimasta inutilizzata. E le apparecchiature diventano obsolete dopo cinque anni».
(da agenzie)

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SONDAGGIO IPSOS: ITALIANI DIVISI SULL’EUROPA, IL 48% È DIFFIDENTE MENTRE IL 39% DICHIARA FIDUCIA

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

SUL PNRR PREVALE (35%) CHI ATTRIBUISCE LE DIFFICOLTÀ ALLE MANCATE RIFORME DELL’ESECUTIVO

Il rapporto con l’Europa è questione centrale per il governo Meloni. Oggi il 39% dichiara fiducia nell’Europa, il 48% esprime sfiducia. Non è solo, e forse non soprattutto, questione di orientamento politico. Certo, gli elettori pd sono europeisti senza se e senza ma (78% di fiducia), ma negli altri elettorati le opinioni tendono ad essere più equilibrate con gli elettori di FdI e M5S più critici (ma in entrambi i casi circa il 40% esprime fiducia in questa istituzione).
È molto di più questione di condizione sociale: sono i ceti popolari ad essere critici verso l’Ue (due terzi degli intervistati meno abbienti nega la fiducia all’Europa), al contrario i ceti medio alti sono favorevoli all’istituzione. Pur in questo contesto critico, si tende a ritenere che il rapporto del governo italiano con l’Europa sia più positivo (46%) che non negativo (30%). Questo indubbiamente grazie alle capacità diplomatiche, da molti sottolineate, della presidente del Consiglio.
I dossier
Questione più complessa invece il Pnrr. Le difficoltà nel perseguire i risultati richiesti sono attribuiti dal 35% alle difficoltà del governo nel procedere sulla strada delle riforme (71% tra gli elettori pd, 53% tra i 5 Stelle), dal 18% invece alle scarse capacità dei governi precedenti, Conte e Draghi, (31% tra gli elettori di FdI), mentre il 10% accusa la burocrazia europea e il 9% non vede rallentamenti.
L’altro grande tema, incognita del prossimo futuro, è la revisione del patto di Stabilità. Prevale in questo caso l’idea di una sua revisione, nel solco delle proposte del governo di escludere alcune spese dal conteggio del deficit (38%), ma il 28% pensa che debba essere riproposto sostanzialmente nelle forme pre-Covid (53% tra gli elettori del Pd). Rilevante la quota di chi non si esprime (35%).
Infine, un contenzioso sempre più evidente è quello relativo alla compagnia di bandiera, l’Ita, per la quale il governo accusa l’Ue di inaccettabili ritardi. In questo caso le opinioni degli italiani tendono a essere meno drastiche: il 37% invita il governo a percorrere tutti i canali diplomatici necessari (66% tra gli elettori pd, 55% tra i pentastellati), mentre 31% si schiera a favore delle lamentele del governo (58% tra gli elettori fdI, 54% tra le altre forze di centrodestra).
Gli schieramenti
E, in conclusione, quale sarebbe l’atteggiamento migliore da tenere nei confronti dell’Unione europea? Qui le opinioni si dividono quasi perfettamente a metà. Il 39% infatti ritiene che il governo dovrebbe battere i pugni sul tavolo, con un atteggiamento più rigido che faccia valere meglio gli interessi nazionali. Il 38% al contrario reputa che occorrerebbe essere più collaborativi, perché questo sarebbe il modo migliore per fare gli effettivi interessi del Paese.
Con differenze interessanti: gli elettori pd massicciamente schierati sulla collaborazione (76%), mentre questa ipotesi viene sostenuta più freddamente dagli elettori pentastellati (48%). Nel centrodestra l’opzione di irrigidimento è sposata dai due terzi circa (ma un terzo sarebbe «trattativista»). Insomma, l’Europa rimane un tema divisivo, che in qualche modo produce atteggiamenti parzialmente diversi sia nel centrodestra che tra i 5 Stelle. L’unica certezza è che il Pd è rimasto l’ultimo partito europeista.
Nando Pagnoncelli
(da il Corriere della Sera)

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INTERVISTA A ROBERTO FICO: “SUI MIGRANTI NEL M5S HA VINTO LA MIA LINEA, DI MAIO ERA CON SALVINI”

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

“HO AVUTO SCONTRI ENORMI CON DI MAIO”… “CREDO CHE SCHLEIN FACCIA LA SUA STRADA NEL PD, ABBIAMO COSE IN COMUNE”

Roberto Fico, ex presidente della Camera oggi presidente del Comitato di garanzia del Movimento 5 stelle, continua a fare politica: «Come potrei fare altrimenti con tutti gli impegni che ho?». Non è stato più candidato perché ha raggiunto il limite grillino dei due mandati, ma partecipa ai comizi e si vede spesso alla Camera dove ha le porte sempre aperte in quanto ex parlamentare.
Ovviamente è in contatto con Beppe Grillo: «Ci sentiamo al telefono molto spesso, parliamo di transizione ecologica, reddito universale. Beppe è sempre pieno di idee e offre spunti di riflessione».
La settimana prossima, il 20 settembre, il presidente Giuseppe Conte sarà a Lampedusa, nonostante da ex presidente del Consiglio in passato abbia battezzato i decreti sicurezza con il segretario della Lega Matteo Salvini, e l’allora pentastellato Luigi Di Maio (poi scissionista).
Fico però, dice, non è mai stato d’accordo: «Ho avuto degli scontri enormi con Di Maio. La sua politica andava su alcune questioni a braccetto con quella di Salvini, la mia andava esattamente nella direzione opposta. Oggi possiamo dire che quella battaglia politica è stata vinta dalle idee che io e tanti altri nel M5S portavamo avanti».
Che messaggio volete lanciare con questa visita di Conte?
La politica di Giorgia Meloni e della destra è sotto gli occhi di tutti: è un fallimento totale. Lavorano molto male in Europa. Perché se fai asse con i paesi sovranisti come Ungheria e Polonia, che non vogliono la ridistribuzione dei migranti, diventa facile per Francia e Germania – anche se sbagliano totalmente – , non venire incontro all’Italia.
Mentre adesso abbiamo una sofferenza a Lampedusa gigante, con un numero di sbarchi incredibile, e un alto numero di partenze dalla Tunisia nonostante gli accordi. Giuseppe Conte a Lampedusa darà un segnale forte di critica a una politica sbagliata. Ribadiamo la necessità dei salvataggi in mare. Il primo compito che abbiamo è salvare le vite, e nessuno deve dare colpe alle Ong
C’era un periodo in cui il suo partito con Di Maio chiamava le Ong «i taxi del mare».
Come le dicevo non ho mai accettato l’espressione “taxi del mare”, non ho accettato di andare dietro alla Lega, il contratto di governo non parlava dei decreti sicurezza, che successivamente sono stati modificati anche grazie a Conte.
Il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, in passato era vicino al Movimento 5 stelle, oggi non più.
Quello che mi interessa adesso è dare sostegno a un sindaco e a una comunità che ha dichiarato lo stato di emergenza. Ciò che vale sempre e comunque è che bisogna essere vicini ai sindaci soprattutto nei comuni di frontiera.
E in parlamento?
Dobbiamo sicuramente cambiare la legge Bossi-Fini e superare un’impostazione antistorica. Mi immagino cosa avrebbe detto Giorgia Meloni se fosse stata all’opposizione: «Gli sbarchi stanno aumentando, non sapete gestire…». Quelle cose le possono dire guardandosi allo specchio.
Una cosa su cui lavorerete con le altre opposizioni?
Io penso che sia doveroso lavorare con le altre opposizioni sempre dove ci sono temi e obiettivi comuni. Lavorare come abbiamo fatto sul salario minimo è praticabile senza dubbio. Oltre a questo ci sono tanti punti: con il Partito democratico possiamo combattere contro l’autonomia differenziata.
Il disegno di legge del ministro Roberto Calderoli è il più criticato durante le audizioni nelle storia delle istituzioni. Per me mina le fondamenta della nostra Repubblica. Lo ha portato avanti Calderoli ma non piace nemmeno ai patrioti di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, che per rimanere al governo rinnegano ogni cosa.
Non sono d’accordo tra di loro secondo lei?
Non solo, fanno anche moltissima confusione e dimostrano incompetenza nel gestire le cose. Pensi al passaggio dal Reddito di cittadinanza, al nulla, alla card del ministro Lollobrigida.
Ma dove è finita la destra sociale di Fratelli d’Italia? Non c’è quando si colpisce il popolo. Sono questioni che si pagano dal punto di vista elettorale. Quello che sta facendo il governo è un disastro totale, possiamo metterli in fila. Aggiungo il superbonus. Per quanto male ne possano dire, ci sono tanti imprenditori che subiranno l’impatto di questa impostazione dello stato. Saranno costretti a prorogare qualcosa.
Parliamo di un altro tema di attualità: Caivano. Lei è napoletano. Meloni ha detto che risponderà colpo su colpo alla criminalità. Ci sono blitz frequenti. Sbaglia?
È doveroso intervenire, ma con uno stato che lavori con tutte le sue funzioni. Dalle forze dell’ordine alla magistratura, come anche il tempo pieno per gli studenti, gli assistenti sociali, la formazione e lo sport. Ma va fatto con una grande volontà nel tempo.
Cosa ne pensa del decreto baby gang? Ci sono misure come il carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola.
Le misure servono tutte, repressive ed educative. Ma mi sembra più propaganda che un fatto reale. Identificare le famiglie dove i figli non vanno a scuola ci serve per avere una relazione forte con loro tramite i tribunali dei minori, le scuole e i comuni. Presenteremo proposte di modifica in parlamento.
Lei parla da politico che fa politica, ma con il limite dei due mandati è rimasto in panchina.
Io continuo a fare politica a 360 gradi, collaboro alle campagne elettorali, sarò alla festa di Sinistra Italiana. In questi giorni sono nelle Marche per incontri sull’autonomia differenziata: questa non è panchina, è avere ancora più la libertà di girare sui territori e dare un grandissimo contributo.
E perché non in parlamento? In Italia o fuori? Avere volti più conosciuti potrebbe aiutarvi elettoralmente.
Per adesso abbiamo la regola dei due mandati e io la rispetto. Inoltre siamo cresciuti nei sondaggi, se lavoriamo costantemente i risultati arrivano.
E domani la regola potrebbe cambiare?
Non me ne occupo io.
Beppe Grillo sembra irremovibile. Che rapporti ci sono tra Conte e il fondatore?
I rapporti sono sereni. Grillo è il garante del Movimento e si occupa degli aspetti inerenti il suo ruolo, come per esempio anche la costituzione degli organi del M5S, e non solo. Dà idee importanti sulla comunicazione.
Ci può fare un esempio? Il suo contratto, ha detto Conte, è stato rinnovato.
E giustamente rinnovato! Un grande lavoro di idee e comunicazione come è nella specifica professionalità di Beppe tra le più importanti d’Italia. Un esempio? Qualsiasi campagna elettorale fatta nel Movimento.
Passiamo alle alleanze. Il presidente del Movimento ha detto che non ci possono essere alleanze strutturali con il Pd per le regioni. Come mai?
Il concetto è che si fanno le alleanze lì dove ci sono le condizioni per poterle fare. diverso di farle dove possibile. Alle comunali di Napoli abbiamo trovato un terreno dove era possibile, e lo abbiamo fatto. Ma a prescindere non serve: sarebbero accozzaglie. Dove si possono portare avanti ci siamo, altrimenti no.
Anche con Matteo Renzi?
Non è una persona affidabile. Va per la sua strada, come dimostra anche il salario minimo.
Lei è stato il primo del M5s ad andare alla festa dell’Unità nel 2018. Con chi si confronta oggi? Che opinione ha di Elly Schlein?
Parlo spesso con vari esponenti, tra cui Marco Sarracino, responsabile per il Sud del Pd (scelto da Schlein e parte della sua corrente, ndr). Credo che la segretaria faccia la sua strada nel Pd, è stata molto caparbia, con un percorso chiaro e netto. Ha voluto una forte discontinuità e sta provando a portarla avanti. Non voglio dare giudizi sui leader degli altri partiti, ma ci sono cose comuni che possono essere sviluppate.
Il Movimento è uscito con un comunicato molto tiepido su Cappato, poi Conte ha specificato che ci sarà il vostro appoggio. Come mai questo cambio di comunicazione?
Non è cambiato nulla, la nostra linea è di non frammentare un’alternativa alla destra e abbiamo deciso così di concentrare le forze.
(da editorialedomani.it)

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LO SCHIAFFO DI MARINA BERLUSCONI A MELONI

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

LA FIGLIA DEL CAVALIERE CONTRO LA PREMIER SULLA TASSA SUGLI EXTRAPROFITTI DELLE BANCHE

Vai a fidarti della monarchia. Ne metti su una nuova e quella vecchia risorge all’improvviso e prova a farti lo sgambetto. Ieri la sovranità apparentemente assoluta di Giorgia Meloni si è ritrovata all’improvviso tra i piedi la regina mancata del berlusconismo, Marina, quella che per anni fu indicata come l’erede al trono, rifiutò ostinatamente lo scettro e adesso batte banco contro il più identitario tra i provvedimenti economici della destra, la norma che colpisce gli extra-profitti bancari. A Marina Berlusconi non bastano gli 11 emendamenti già presentati da Forza Italia per smontare il provvedimento, vuole chiarire che c’è un suo impegno personale contro la norma. La tassa sulle banche non le piace a partire dal nome che le sembra demagogico: «Chi stabilisce quanto profitto è extra e quanto è normale? E quale è la misura?». Non le piace nel merito e anche nel metodo, che poi è la scelta solitaria di Giorgia Meloni, la decisione di varare l’intervento in Cdm senza nemmeno avvertire Antonio Tajani. Rende l’Italia «meno attrattiva» per gli investitori esteri. Forse è pure incostituzionale.
Fin qui il testo. Poi, c’è il sottotesto che come sempre è più importante di ciò che viene detto con chiarezza e lo è soprattutto nei sistemi di corte, dove i messaggi si scambiano negli spazi vuoti piuttosto che in quelli riempiti con l’inchiostro. La famiglia Berlusconi fa presente che non intende rinunciare al potere sulle scelte pubbliche che ha avuto per vent’anni. Si ritiene tuttora azionista della maggioranza che sostiene l’esecutivo e farà pesare le sue sue quote. E se qualcuno ha coltivato il progetto di separare il partito fondato da Berlusconi dagli eredi di Berlusconi (e specialmente dalla sua primogenita), beh, si è sbagliato. La separazione è impossibile. Meloni può pure arrogarsi il diritto di agire alle spalle di Tajani perché «la misura non doveva girare troppo», ma c’è una co-regnante di cui deve tener conto: lei non può essere ignorata, soprattutto quando una legge tocca il suo impero e costringe Mediolanum ad aprire il portafoglio.
È il vecchio pedaggio dovuto al berlusconismo che si riaffaccia in forma diversa ma non meno vincolante dei tempi in cui, da posizioni di minoranza, la destra doveva regolarmente sottomettersi a norme palesemente ad personam sulle tv o sulla prescrizione, a nomine e candidature che giudicava imbarazzanti, a scelte, alleanze, show personali che facevano a pugni con il suo modo d’essere e talvolta anche con i suoi interessi. Almeno in due occasioni Giorgia Meloni ha pensato di poter archiviare quel fardello in modo definitivo. La prima, con Silvio Berlusconi ancora vivo e attivo, quando la premier incaricata stroncò con un secco «non sono ricattabile» il pressing forzista sulla scelta dei ministri e la minaccia di far saltare la votazione per la presidenza delle Camere. La seconda, dopo la morte del Cavaliere, quando una lunga invettiva di Marina sulle persecuzioni subite dal padre, con richiesta di intervento sugli inquirenti, fu liquidata come un’esternazione a titolo personale: «Marina Berlusconi non è un soggetto politico», disse la presidente del Consiglio, e la cosa sembrò finire lì.
Ma sostituire una monarchia con un’altra si sta rivelando più complesso del previsto. E ora che la partita con la vecchia sovranità berlusconiana si riapre, la destra dovrà pure contenere l’irritazione, perché Marina parla a margine dell’assemblea di Confindustria, come imprenditrice e titolare di un impero, e se in materia di giustizia si poteva dire «è lo sfogo di una figlia» qui no, qui sta nel suo. Qui si intesta una battaglia economica rilevantissima per l’intero settore bancario e si fa capofila dei mugugni di larga parte del mondo industriale. Per di più tutti sono consapevoli che lei e i suoi fratelli sono di fatto i padroni economici di Forza Italia, di cui garantiscono con il loro patrimonio gli enormi debiti, e da quell’investimento si aspettano evidentemente un ritorno in termini di attenzione: escludere il «loro» partito dalle riflessioni preventive sulla tassa è uno sfregio che dovrà essere riparato. Insomma, stavolta sarà assai più difficile scansare l’opinione e le richieste di Marina come politicamente irrilevanti. E bisognerà prendere atto che, contro ogni aspettativa e previsione, c’è un’altra regina in città di cui tenere conto.
(da La Stampa)

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ITALIA ANNO ZERO: IL GRANDE ESODO DA NORD A SUD

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

REDDITI BASSI, PREZZI FOLLI, MUTUI IMPOSSIBILI, AFFITTI PROIBITIVI: VENTI ANNI DI NEOLIBERISMO HANNO IMPOVERITO IL CETO MEDIO… LE CITTA’ SI SVUOTANO A FAVORE DEI TURISTI

Quando nel 2008 si ebbe la prima sostanziale crisi di sistema di quel complesso di valori e norme che l’Occidente e il pianeta intero hanno preso a unico riferimento e che conosciamo da qualche secolo sotto il nome di capitalismo, sentimmo parlare per la prima volta di crisi della classe media.
A distanza di 15 anni da quel sostanziale default dell’Occidente, la recessione è rientrata solo grazie a un’inedita erogazione di soldi pubblici verso le bad company di banche infestate da titoli tossici e a un’enorme immissione di liquidità da parte degli istituti centrali per tenere in piedi un’economia reale che altrimenti avrebbe corso seri rischi. Ricordiamo tutti il periodo dell’austerity, la troika Bce, Fmi, Ue, la crisi del debito della Grecia, ecc. Sono stati anni in cui i risparmi delle famiglie italiane sono calati a picco e in cui l’impoverimento generale dei cittadini europei ha determinato la scomparsa della classe media.
Solo per offrire un dato che restituisca il livello in cui è caduta oggi la classe media italiana rispetto alla sua storia di risparmiatrice: si è passati dal 26 per cento di risparmio annuale sul reddito della fine degli anni Settanta, al 2 per cento del 2020, ultimo anno in cui il dato è attendibile perché non inficiato dalla questione pandemica.
Questione generazionale
È da questi dati che bisogna partire per comprendere una mutazione della società italiana che ha assistito negli ultimi vent’anni a un impoverimento generale della popolazione con un indice di decrescita verticale e che vede la scomparsa del concetto di “agiatezza economica” per un’intera fetta della popolazione italiana.
I dati Istat raccontano uno scenario che vede la popolazione produttiva del Paese, composta da circa 40 milioni di cittadini, con il 75 per cento di questi che attesta il suo reddito sotto i 26mila euro l’anno, e di questi ben il 45 per cento sotto la soglia dei 18mila. Di fatto, i tre quarti degli italiani non sono nelle condizioni di affrontare le normali spese quotidiane legate al sostentamento indispensabile, senza incappare in problemi di sostenibilità economica nella capacità di affrontare la spesa corrente.
Vent’anni di crisi della classe media, dunque, hanno portato a un adattamento della popolazione attestando alcune fasce della cittadinanza – in particolare, le categorie di età under 30 e under 40 – dai livelli di agiatezza delle generazioni over 60, protagonisti dei decenni Settanta e Ottanta, ai livelli di sostanziale sopravvivenza dei nostri giorni.
Nulla di nuovo, dunque, su uno scenario che sostanzialmente è noto – seppur nella sua tendenza negativa – da almeno un decennio, non fosse che dall’inizio del 2021, con una accelerazione sul 2022, ad oggi la situazione sia nettamente peggiorata e in alcune zone del Paese i livelli di sopravvivenza di cui sopra non sono più garantiti alla maggior parte della popolazione. Lo scenario post-Covid, che già aveva delineato nel 2021 un ritorno dell’inflazione, dopo decenni di sostanziale stagflazione, è poi esploso nel 2022 con un forte inasprimento degli indici di inflazione “core”, ovvero quella parte di inflazione che misura il costo dei beni di prima necessità.
Causa trainante dell’aumento di tutti i beni di prima fascia è stata l’esplosione incontrollata del costo dell’energia, dovuta in buona parte alla guerra in Ucraina e alle sanzioni applicate alla Russia. A questo scenario si è aggiunto, dalla metà dell’anno scorso, un vertiginoso aumento del prezzo sul bene casa, un aumento indotto essenzialmente da mancate politiche sulla regolamentazione degli affitti brevi – Airbnb, Booking, ecc. – e dai continui aumenti sui tassi d’interesse effettuati dalla Bce a firma Christine Lagarde che, dal luglio 2022 a oggi, ha discutibilmente portato il costo del denaro da un interesse nullo fino al 4 per cento di oggi.
Centri (e costi) insostenibili
È dell’agosto 2023 la notizia che a Bologna mancano insegnanti per le scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. La situazione, a guardar bene, coinvolge tutta l’Emilia Romagna e la Lombardia. A fronte di una richiesta di 2.137 posti disponibili, solo 17 docenti hanno presentato la candidatura. In Lombardia, su circa 2.600 posti disponibili, sono arrivate poco più di un centinaio di disponibilità.
Lo scenario si estende anche agli infermieri e al personale impiegato nella sanità. Sempre a Bologna è emerso nell’ultimo mese un dato preoccupante: 270 infermieri si sono dimessi per andare via dalla città che considerano troppo costosa. Un dato che si somma ai 180 licenziamenti volontari del 2021 e che conferma una tendenza negativa sull’attrattività di un mestiere storicamente considerato un posto sicuro con un buon stipendio. Un fenomeno, questo, dell’esodo di massa di alcune professionalità che sta preoccupando molto sia i dirigenti di settore che le pubbliche amministrazioni.
Per Michele Bulgarelli, segretario generale della Camera del Lavoro di Bologna, si tratta di una vera e propria emergenza a cui va cercata subito una risposta, altrimenti il rischio è quello di un declassamento qualitativo dell’offerta professionale nelle grandi città in settori strategici in cui oggi il livello è molto alto (si veda per esempio la sanità a Bologna presa a riferimento da tutto il Paese).
Raggiunto al telefono da TPI, Bulgarelli spiega come il problema sia innanzitutto dovuto alla perdita del potere di acquisto dei lavoratori pubblici. In un Paese dove il settore della pubblica amministrazione è continuamente oggetto di spending review e blocchi del turnover, nonostante i numeri degli impiegati pubblici siano tra i più bassi in Europa (il 13,6 per cento della popolazione lavorativa, molto meno rispetto alla Francia con il 19,6 per cento, o alla Spagna e al Regno Unito, con il 16 per cento), con una pubblica amministrazione italiana che si conferma vecchia (in media 50 anni di età), scarsamente aggiornata (mediamente 1,2 giorni di formazione per dipendente l’anno), e in difficoltà ad offrire servizi adeguati a imprese e cittadini, si profila ora un fenomeno pericoloso che, se non tenuto in seria considerazione, può mettere in crisi settori primari di formazione e salvaguardia dell’individuo, come la formazione, la sanità e i servizi al cittadino.
Dopo una primavera 2023 in cui sono stati gli studenti a far emergere il problema dei grandi centri urbani diventati inaccessibili ai normali cittadini, si profila un autunno in cui a far notare l’insostenibilità economica di città come Milano, Bologna, Firenze, Venezia, ma anche della capitale Roma, sarà la vecchia classe media, quella del posto fisso e dello stipendio assicurato, storicamente considerata privilegiata e che comunque si attesta alla piccola borghesia italiana.
Lontani dalla realtà
Un fenomeno inedito, dunque, che si profila per la prima volta nella sua drammaticità in quanto potenziale indice di una mutazione sociale e generazionale e di un impoverimento strutturale del Paese. A pesare su questo quadro agisce il fenomeno inflattivo ormai divenuto strutturale anche per scelte politiche ,e non solo per dinamiche economiche.
L’esplosione dei prezzi dell’energia, per esempio, è stato un fenomeno di portata storica per entità e velocità della scalata dei prezzi, generato e giustificato dalla contrapposizione geopolitica occidente/oriente cui attiene il dietro le quinte della guerra in Ucraina e la successiva speculazione dei super-profitti delle multinazionali dell’energia.
Dall’altra parte, si è preteso di affrontare la questione della lotta all’inflazione con una miope risposta monetarista di stampo classico, si persiste nel combattere l’inflazione a colpi di aumenti di tassi d’interesse, quando le cause della scalata dei prezzi sono da ricercarsi per larga parte nelle scelte politiche: si veda la guerra, la contrapposizione Usa-Cina, le sanzioni alla Russia, la caduta del dollaro quale valuta di riserva mondiale nei confronti dei paesi Brics.
Questo non voler affrontare il problema alla radice è lesivo del benessere dei cittadini e rischia di peggiorare una situazione già di per sé molto grave. In termini più semplici, le famiglie si trovano ad affrontare mutui insostenibili per chi ha scelto il tasso variabile, affitti di lusso per un monolocale, bollette che in molti casi sono triplicate, aumento sostanziale del prezzo di pane, pasta, carne, frutta, verdura e di tutti i beni di prima necessità, e un’esplosione spesso ingiustificata del prezzo dei carburanti.
Un mix letale per i redditi che prima della pandemia erano sulla soglia minima della sostenibilità economica e che con uno stipendio che va dai 1.200 ai 1.800 euro netti oggi non riescono più ad assolvere alle spese primarie nelle principali città. Una situazione, questa, evidente ancor più nei centri turistici ed essenzialmente dovuta all’inaccessibilità del bene casa.
I vantaggi della contrattazione
Come lo stesso Bulgarelli, segretario della Cgil Bologna, fa notare, la questione non è solo da leggere sul piano dell’inflazione; infatti, la fuga dei lavoratori non interessa le Pmi e la manifattura. Questo perché la contrattazione integrativa di secondo livello, ovvero quella parte di contratto che consente di stabilire una contrattazione locale tra impresa e parti sociali, riesce a dare risposte più efficaci al mercato del lavoro, a corrispondere cioè alla perdita di potere d’acquisto dei lavoratori e a garantire così adeguati aumenti salariali.
I lavoratori del privato nelle zone ad alto tasso di know-how manifatturiero hanno un salario più alto dei colleghi che lavorano nel pubblico. Questo non perché nella pubblica amministrazione vi siano professionalità minori, anzi. Il problema, come spiega Bulgarelli, sta nel fatto che i contratti di infermieri, insegnanti, lavoratori della pubblica amministrazione, della cultura e del welfare sono fermi a dieci, se non a vent’anni fa.
La perdita del potere d’acquisto nel pubblico non ha visto una compensazione nell’aumento degli stipendi da molto tempo a questa parte. Una situazione storica dovuta essenzialmente a pregiudizi di carattere culturale che hanno coinvolto e coinvolgono ampie fasce della classe politica, sia di destra che di sinistra, e che non solo ha impedito gli aumenti salariali, ma ha anche agito con una scure su tutto il comparto dei servizi, portando a una situazione che da vent’anni a questa parte è sempre stata critica, alla sostanziale crisi odierna.
La piccola borghesia italiana, ovvero quel 30 per cento dei lavoratori con un reddito annuo tra i 18mila e i 26mila euro, in pochi mesi è precipitata sulla soglia della povertà, sommandosi al 44 per cento che vive con meno di 18mila euro annui perché non in grado di permettersi l’accesso ai beni primari.
Questo non accade in tutte le zone d’Italia. I fenomeni di licenziamenti, infatti, spesso prefigurano delle contro migrazioni dal Nord verso il Sud Italia e comunque dai grandi centri urbani verso la provincia: un trend di potenziale declassamento delle grandi città e un mutamento antropologico di queste da centri cittadini e comunità spesso di forte cifra culturale e identitaria a bene di consumo per il turismo globale.
È già successo a Venezia, come ben racconta Andrea Segre in “Welcome to Venice”, ma sta accadendo sempre più a Milano, Bologna, Firenze Roma, città trasformate in beni di consumo dove lentamente spariscono le botteghe, gli artigiani, le attività commerciali locali, e dove imperversano i b&b delle piattaforme social che, pur di garantire la speculazione a piccoli e grandi proprietari, buttano fuori dalle case giovani e lavoratori costretti a vivere a 40 anni come studenti universitari.
Tutto ciò mentre i grandi marchi dell’hi-tech, con loro infinite proposte di custodie per cellulari e beni usa e getta, congiuntamente al fenomeno dello street food che divora buona parte della ristorazione e ad altri fenomeni imprenditoriali della modernità, stanno cambiando i tratti antropologici e il Dna delle città e dei loro residenti, svuotando le comunità dai lavoratori sempre più poveri e smarriti e colti da questo grande senso di inadeguatezza propria della globalizzazione e che sa tanto di svendita.
(da TPI)

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TRAGEDIA AEREA A CASELLE, SI SCHIANTA MEZZO DELLE FRECCE TRICOLORI, IL PILOTA SI LANCIA CON IL PARACADUTE

Settembre 16th, 2023 Riccardo Fucile

MUORE UNA BAMBINA DI 5 ANNI, USTIONATO IL FRATELLINO

Un grave incidente aereo si è verificato intorno alle 16,30 di sabato pomeriggio a Caselle. Secondo una prima ricostruzione un aereo delle Frecce Tricolori in fase di test per l’esibizione prevista domenica ha perso quota, si è disunito dalla formazione degli altri velivoli con cui stava viaggiando e si è andato a schiantare al suolo nei pressi dell’aeroporto.
Le immagini riprese da alcuni testimoni mostrano la Freccia prendere fuoco dopo l’impatto a terra e, pochi secondi prima, il pilota essere espulso dall’abitacolo con il paracadute.
Secondo i primi riscontri l’aereo avrebbe terminato la sua corsa fuori dalla pista finendo contro alcuni mezzi.
Nel drammatico incidente è morta una bambina di 5 anni. Il fratellino di 9 anni è ustionato ricoverato al Regina Margherita, la mamma in codice giallo è al Cto e il papà e il pilota ustionati sono in codice giallo.
(da La Stampa)

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