Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile
IL COMPARTO E’ RINATO CON CAPITALI STRANIERI, BASSI SALARI E ZERO DIRITTI, LE AZIENDE SANZIONATE PAGANO E NON NON VENGONO MAI CHIUSE
Il primo gruppo di ragazzi pakistani si incrocia intorno alle 11
del mattino. Arrivano in bici, solo pochi parlano qualche parola di italiano. Siamo circondati da capannoni, tintorie, stamperie, pronto moda: quattro aziende diverse solo in questo viottolo, centinaia lungo la strada principale. “Io non ho paura, metti il mio nome”, chiarisce subito uno di loro, Rachid: “Scrivi tutto, la gente che lavora negli uffici con l’aria condizionata deve sapere quello che succede qui”. Tra poco inizia il loro turno, lavorano in tintoria. Spostare masse di tessuti bianchi, anche da decine di chili, dividerli, caricarli, centrifugarli, scaricarli bagnati, ricaricare, per 12 ore. Per sette giorni a settimana. Poche pause, pranzi in piedi. Fino a qualche settimana fa, spiegano, non avevano alcun contratto, poi è arrivato un controllo delle forze dell’ordine, e adesso ne hanno uno da 8 ore al giorno. L’azienda non ha mai chiuso, anzi, ieri ha chiesto a tutti loro di mandare una lettera in cui spiegano che, per motivi familiari, hanno esigenza di lavorare solo 4 ore al giorno: da contratto, perché l’orario reale resta sempre 12.
Siamo a Prato, in quello che è ormai il distretto tessile più grande d’Europa. Un gioiello produttivo del Made in Italy che, dopo la crisi del 2008, è riuscito non solo a salvarsi dalle chiusure ma a diventare competitivo a livello globale. Gli investimenti arrivano a pioggia, le aziende aprono una dopo l’altra, capannoni sfavillanti inaugurati continuamente: quasi 250 nel solo 2021, nel terzo “macro lotto” inaugurato, dopo quello storico vicino al centro e il secondo in periferia.
La storia è nota, il distretto si è salvato grazie a capitali cinesi, le vecchie aziende pratesi comprate, la manodopera presa a basso costo dall’Oriente: con la garanzia del brand “Made in Italy” su tutti i prodotti, un enorme valore aggiunto. Era un distretto fondato su lana e tessuti, ma ormai è diventato molto altro, si estende su diversi comuni, fornisce tutto il continente con un sistema produttivo “just in time” (non delocalizzabile), ordini piccoli e veloci, basati su come stanno andando le vendite: taglie, colori, marche. Soprattutto nel settore “pronto moda”, abbigliamento di medio o basso costo, ma anche borse e altri accessori. Non c’è brand che non si approvvigioni qui, di norma passando per un fornitore italiano, il quale a sua volta si appoggia ad un’azienda del distretto, a conduzione in larga parte cinese. E la condizione raccontata da Rachid non è l’eccezione, è la regola. “Fino a qualche anno fa”, spiega, “la norma era essere pagati 8-900 euro, ora quasi nessuno offre meno di 1.300, ma l’orario di lavoro è rimasto lo stesso, 84 ore a settimana” con poche eccezioni: con un rapido calcolo, sono 3,8 euro orari, senza nessun riposo. La manodopera cinese non basta più, e le aziende assumono chiunque accetti quelle condizioni: soprattutto pakistani e bengalesi. Spesso giovani, alla prima esperienza di lavoro in Italia, senza conoscenza della lingua né delle norme.
Le sanzioni, nei pochi casi in cui avvengano controlli, sono continue. Poche settimane fa la sospensione dell’attività per 11 aziende, per svariati illeciti (la “norma” per queste aziende è mettere a contratto 3 o 4 ore al giorno, e farne lavorare 12) tra cui la presenza di lavoratori senza permesso di soggiorno e telecamere di sorveglianza. Ma Luca Toscano, del sindacato Si Cobas che da tempo segue i lavoratori del distretto, spiega che “sono notizie molto enfatizzate dalla stampa, in realtà le aziende non chiudono mai, pagano la sanzione in giornata, subito, e riprendono l’attività” anche quando si tratta di cifre importanti, oltre 100 mila euro “il profitto garantito è molto più grande delle sanzioni che rischiano, e lo sanno”. Eppure, nota, nelle aziende in cui si è riusciti a imporre un rispetto delle condizioni di legalità contrattuale, la produzione ha continuato a funzionare.
La situazione infatti non è immobile, l’apertura a lavoratori non cinesi sta portando, soprattutto nelle aziende più grandi, a una lenta ondata di rivendicazioni. Fuori da una pelletteria dove vengono prodotte borse per alcuni brand di lusso, al termine del loro turno, ci sono Iqbal e Rahman. Lì c’è chi taglia la pelle, chi la cuce, chi decora il prodotto finale, spiegano. Dopo una serie di scioperi, da qualche mese hanno iniziato a lavorare 8 ore al giorno “e quando c’è una festa in Italia, adesso non andiamo a lavorare”, anche le ferie vengono rispettate. Ma dentro il capannone ci sono decine di loro colleghi ancora al lavoro: non hanno scioperato, accettando solo 200 euro in più al mese, e quindi continuano con le 12 ore. Non è infatti facile per questi operai richiedere diritti, e non solo per la paura di perdere il permesso di soggiorno o di subire ritorsioni sul posto di lavoro: la violenza può raggiungere rapidamente picchi inquietanti. Ali si occupa di consegnare pacchetti e confezioni di vestiti in tutta la provincia, e qualche settimana fa insieme ad alcuni colleghi ha deciso di farla finita con i turni da 12 ore 7 giorni su 7, pensando di iscriversi a un sindacato. In tutta ricompensa, hanno trovato sotto le loro case alcuni individui mascherati dotati di mazze ad aggredirli al ritorno dal lavoro. Ali ha avuto la fortuna di riuscire a respingerli grazie all’aiuto dei vicini di casa, altri colleghi hanno avuto la peggio passando diversi giorni in ospedale. Ha paura, e ha la sensazione di essere abbandonato: “Ho denunciato tutto, alla polizia, all’Inail, perché non ci stanno aiutando? Io ho sempre rispettato le regole, stiamo lavorando qui, non capisco”. La debolezza dello Stato ricorre spesso nei racconti di questi lavoratori: tutti sanno come si lavora qui, ma i controlli sono troppo pochi, spiegano, e poco efficaci. Le aziende li conoscono in anticipo, e chiedono ai lavoratori di rimanere a casa nei giorni preposti, o dettano le risposte da dare in italiano.
La politica locale e nazionale si è spesa molto per la rinascita del distretto. Mettere in discussione questo sistema produttivo potrebbe costare molto all’intero sistema della moda Made in Italy, nonché a tutti i settori dell’indotto collegati. “C’è un sacco di nero a Prato, perché non vengono a controllare qui?”, si chiedono questi operai. Il risultato è che nessuna istituzione sembra poter dare loro delle risposte.
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile
ABBIAMO VISTO IERI LA “FIUGGI BENE” CHE HA MINACCIATO DIECI ANIMALISTI SOTTO IL COMMISSARIATO DI FIUGGI: GLI ANIMALISTI SONO STATO DENUNCIATI PER MANIFESTAZIONE NON AUTORIZZATA (DECISIONE LEGALMENTE INECCEPIBILE), MA COME MAI NON SONO STATI DENUNCIATE LE DECINE DI SOGGETTI CHE HANNO AGGREDITO I DIFENSORI DEGLI ANIMALI?
I ragazzi che hanno colpito a calci fino alla morte la capretta di Anagni e l’uomo che ha sparato l’orsa Amarena hanno paura. Vivono sotto minacce. A raccontarlo oggi è Il Messaggero, che parte dal terrore di uno dei 17enni riconosciuti nel video in cui aggrediscono e uccidono una capretta. La sua foto è stata diffusa sui social, con l’indirizzo di casa. Riceve minacce di morte estese anche ai genitori. L’uomo che ucciso l’orsa Amarena ha 56 anni, è un allevatore di San Bendetto dei Marsi, in provincia dell’Aquila. È indagato, ma non può più uscire di casa perché riceve minacce come «Ti uccidiamo», «farai la fine dell’orsa», «anche la tua famiglia è in pericolo».
Il 17enne di Fiuggi minacciato di morte
Sulla vicenda della capretta di Anagni la procura mantiene un certo riserbo. Per la morte dell’animale ci sono dodici indagati, il ragazzo di 17 anni di Fiuggi è invece stato identificato da molte persone della zona in cui vive. «Io non giustifico quel gesto – dice il padre del giovane a Il Messaggero – il video è inequivocabile come la responsabilità di mio figlio. È inaccettabile quello che ha fatto e se ne è reso conto anche lui che sta sotto a un treno perché ha capito la gravità dell’atto commesso. Quello che non possiamo permettere è che si diffonda la sua immagine, voglio ricordare che è minorenne, che venga minacciato o che si dica come abbiamo letto sui social che vanno uccisi i genitori».
Non ci sta per «un processo fatto attraverso i social, quando noi ancora aspettiamo che la Procura per i minori ci faccia sapere qualcosa».
Sono tutti ragazzi di famiglie benestanti di Fiuggi, per i quali si valutano tre ipotesi di reato: l’istigazione, il concorso nell’uccisione dell’animale e la diffusione impropria del video sui social. E ad Anagni si è svolta una manifestazione di un gruppo di animalisti che hanno mostrato nomi e foto degli indagati.
L’uomo che ha sparato all’orsa Amarena vive sotto scorta
A San Benedetto dei Marsi, provincia dell’Aquila l’uomo che ha sparato all’orsa Amarena non può uscire di casa. Vive sotto scorta da un paio di giorni. Questa mattina, accompagnato dal suo avvocato Berardino Terra, denuncerà ai carabinieri le minacce di morte ricevute.
Il suo difensore è fortemente preoccupato che possa succedere qualcosa di irreparabile. «È distrutto per quello che è successo e non voleva uccidere il colpo è partito istintivamente. Ora teme per la sua vita e per la sua famiglia. In queste ore sono arrivate telefonate minatorie». Ieri mattina – racconta un vicino – nei pressi della casa c’erano i carabinieri e altre forze dell’ordine.
Altro grave episodio ieri pomeriggio a Fiuggi: una decina di animalisti ha fatto irruzione nella piazza principale di Fiuggi con cartelli di condanna all’uccisione barbara della capretta, con tanto di foto e generalità dell’assassino. La manifestazione non era autorizzata (pare sia stata richiesta ma negata), è intervenuta la Digos cercando di evitare il contatto fisico con alcuni soggetti locali che difendevano gli autori dell’atto criminale. Successivamente i dieci attivisti sono stati accompagnati in Commissariato e denunciati per manifestazione non autorizzata, mentre alcune decine di persone fuori dal posto di polizia insultavano e minacciavano gli animalisti, tanto da dover fornire loro poi una scorta per lasciare Fiuggi. Come mai questa fogna non è stata ad oggi identificata e denunciata? La domanda che molti si pongono: è vero che uno dei 12 denunciati per l’assassinio della capretta è figlio di un funzionario di polizia?
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile
ACCREDITARSI AI SOVRANISTI COME “RISERVA DELLA REPUBBLICA” PER UN FUTURO LUMINOSO
La destra che applaudì Bettino Craxi a Sigonella, la destra che
ha guardato male le carinerie di Giorgia Meloni con Joe Biden nel viaggio americano, la destra che rimugina su certi eccessi di zelo nell’adesione alla guerra ucraina, ritrova nell’intervista di Giuliano Amato sulla strage di Ustica molti dei suoi argomenti del cuore: la critica all’antica sudditanza italiana verso l’alleanza atlantica e gli Stati Uniti, le tragedie sepolte in quella lunga stagione di minorità politica e istituzionale, l’interesse nazionale tradito dalla ragion di Stato, anzi di Nato.
E non è un caso che Giorgia Meloni riservi alla contro-verità sulla strage squadernata dall’ex presidente del Consiglio un commento rispettoso (“merita attenzione”), smentendo autorevoli dirigenti del suo partito che già lo accusavano di aprire bocca per mettere in difficoltà il governo nelle sue relazioni internazionali.
L’Amato “patriota” che torna in campo sollecitando un’operazione-verità sul disastro aereo del 1980 pone sicuramente un problema al governo, ma apre anche nuove opportunità alla presidente del Consiglio e soprattutto a se stesso. Il problema è chiaro.
Amato sposta la questione Ustica dal terreno giudiziario (l’ultima inchiesta sta per essere archiviata dalla Procura di Roma) a un contesto più largo che ha a che fare con la posizione italiana rispetto agli alleati e contiene una domanda molto precisa: ora che la Guerra Fredda è storia, ora che gli anni dei misteri italiani sono sepolti insieme a gran parte dei loro protagonisti, ora che le alleanze sono (in teoria) più trasparenti e libere e che l’Italia ha acquisito crediti non indifferenti con la sua posizione sul conflitto ucraino, adesso, alla luce di tutto ciò, è finalmente possibile rivendicare dai Paesi amici un atto di sincerità su quel disastro? La Nato, ragiona Amato con insolita veemenza, a quarant’anni dai fatti avrebbe il dovere di chiarire per non apparire “ancor più disumana”.
Il giovane presidente Macron, “anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica”, avrebbe ogni interesse di sollevare “l’onta che pesa sulla Francia”. E dunque, ecco insieme al problema anche l’opportunità che potrebbe cogliere la nuova Italia del patriottismo e dell’orgoglio nazionale: uscire con un atto di fierezza dalla stagione in cui – parole di Amato – tra fedeltà alla Nato e fedeltà alla Costituzione prevaleva la prima, sottomettendo ogni singolo potere, politica, magistratura, governi, a verità confezionate per non turbare equilibri.
Di quella stagione Ustica fu, secondo la versione di Amato, la massima espressione. Un agguato aereo francese per abbattere Muhammad Gheddafi sotto la copertura di esercitazioni Nato. Una soffiata al presidente libico, che neanche si imbarca. Un Mig di Tripoli che per sfuggire ai missili si nasconde dietro al Dc9 dell’Itavia in volo sui cieli siciliani. Il missile fatale che centra l’aereo civile, 81 morti innocenti, e poi una catena di depistaggi per nascondere la vera natura della tragedia.
Giorgia Meloni dovrà decidere se dar seguito o no agli interrogativi posti dal suo predecessore e alle azioni che suggerisce, se archiviarli come un problema troppo grosso o se utilizzare l’occasione per rilucidare la sua stella di premier libera e soggetta solo agli interessi della nazione. Ma, comunque vada e qualsiasi sia l’esito della sua denuncia, Giuliano Amato uscirà dalla vicenda con un luccichio nuovo sull’abito di riserva della Repubblica che indossa da sempre.
Non più un giurista prestato alla politica, non più il dottor Sottile esperto in cavilli e appesantito da ricordi imbarazzanti come il prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani, non più l’eterno candidato sconfitto nella corsa alla Presidenza della Repubblica, ma l’autorevole personalità che forte del suo ruolo istituzionale, dei suoi ricordi, delle testimonianze che ha raccolto, della sua storia, chiede verità in nome della dignità italiana. Un patriota, appunto, che nell’Italia dei patrioti può tornare a coltivare ambizioni.
(da La Stampa)
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Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile
LA BEFFA DEI “VITALIZI”, DOPO I 75 ANNI, PER I FIGLI DELLE VITTIME
Per i centosessanta parenti, stretti o lontani, delle vittime della strage di Ustica sono arrivati, ad oggi, risarcimenti per soli cinquanta milioni di euro. Dopo, tra l’altro, 43 anni. Le richieste erano di circa un miliardo di euro totali. Ed erano state accolte in primo grado dal Tribunale di Palermo. A parlarne è oggi Repubblica.
La sentenza della Cassazione che azzera quel miliardo di risarcimenti, tutta la vicenda
Tutto parte nel 2006, dopo la fine del lungo procedimento penale. Sono 140 coloro che, con laiuto dell’avvocato Daniele Osnato e successivamente del professor Alfredo Galasso, vengono riconosciuti soggetti con diritto a un risarcimento. Mogli, madri, figli. Molti cresciuti in strutture di accoglienza dopo la strage. Il Tribunale civile di Palermo accoglie la gran parte delle istanze e certifica nel miliardo di euro ciò che lo Stato deve ai parenti delle vittime. Ma sia il ministero dei Trasporti che quello della Difesa si oppongono. Il procedimento viene sospeso per consentire alla Cassazione di esprimersi sulla vicenda. O meglio sul concetto se la vita «sia risarcibile o meno». «Con sorpresa», sostiene l’avvocato Osnato a Repubblica, «la Corte suprema disse che no, la vita non è risarcibile perché il concetto non è codificato nel diritto». Con la sentenza vengono rase al suolo le indicazioni di primo grado e «la Cassazione costruì un riferimento della giurisprudenza assicurativa, da allora sbilanciata in favore delle compagnie».
Il risarcimento si trasforma in vitalizio
Inizia di nuovo la trafila, nel 2017 limeranno a un terzo dei risarcimenti previsti. E la beffa. La stessa Cassazione stabilì una ripartizione tra i richiedenti indicando che il risarcimento avrebbe dovuto essere trasformato in un vitalizio. Nel frattempo il Governo Prodi, nel 2006, aveva fatto entrare le vittime di Ustica all’interno della classe “vittime di terrorismo” garantendo loro un contributo mensile attorno ai 1.000 euro, oggi rivalutato a 1.200, fino al 75° anno di età. Attenzione però, parlando di rischio di «indebito arricchimento», spiega Repubblica, lo Stato ottenne di decurtare dalle somme dovute sul piano giudiziario gli emolumenti concessi dalla politica. «Il risultato è stato quello di non dare nulla a coloro che all’epoca dei fatti erano ancora giovani, e così sarà fino ai 75 anni», spiega il legale.
Molti dei soldi mai arrivati erano destinati a beneficienza
Ci sono parenti delle vittime di Ustica che non hanno visto fin qui nulla e, davanti a un risarcimento valutato sui 3-4 milioni di euro a persona, dovrebbe avere oggi tra i 150.000 e 200.000 euro. Soldi che, spiega l’avvocato Osnato, non sarebbero neanche andati dritti alle famiglie. «Molti parenti avevano firmato liberatorie per darei soldi che avrebbero ottenuto in beneficenza, quella pressione monetaria serviva per arrivare alla verità: o mi dici chi ha sparato il missile o ti spello. A fronte dell’entità del dovuto, la politica si è mossa a tutti i livelli, anche pressando la magistratura civile, per depotenziare le richieste. C’è riuscita, e senza mai dare ai parenti di Ustica la verità».
(da Open)
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Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile
LA FIGLIA DELL’EX PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: “SE E’ A CONOSCENZA DEI FATTI, TIRI FUORI LE PROVE E VADA DAI MAGISTRATI”
«È da stamane che mi interrogo sul perché Giuliano Amato
abbia voluto compiere questo falso storico». Stefania Craxi, figlia di Bettino e oggi presidente della commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama, non ci sta.
Si definisce «indignata» in un’intervista su Repubblica e si domanda perché il presidente emerito della Corte costituzionale sia uscito allo scoperto sulla strage di Ustica facendo sapere che il Dc9 dell’Itavia precipitato vicino a Ustica il 27 giugno 1980, sarebbe stato abbattuto da un missile francese e che ci sarebbe stato un piano per colpire il leader libico Gheddafi, ma quest’ultimo riuscì a fuggire perché avvertito proprio da suo padre: Bettino Craxi.
«Mi procuri le prove»
«È vero che Craxi avvertì Gheddafi di un attacco che gli americani stavano organizzando – spiega Stefania Craxi – tra l’altro quello in cui morì la figlia. Ma si trattava di un episodio verificatosi sul suolo libico nel 1986, anno in cui mio padre era alla guida del governo italiano. L’obiettivo di Bettino era quello di mantenere l’equilibrio nel Mediterraneo e, visto cosa è successo in Libia dopo l’uccisione di Gheddafi, quell’avvertimento era lungimirante».
«Lo invito a procurarmi le prove. Credo che una tragedia simile necessiti della verità di fronte all’Italia e al mondo. Altrimenti non si fa altro che aggiungere confusione», precisa.
Il padre, sottolinea, «fece stanziare 10 miliardi per il recupero sottomarino del Dc9, dietro richiesta del giudice Priore. Gli stava a cuore la verità, voleva rendere giustizia alle vittime innocenti di Ustica». «Credo che la vicenda sia troppo grave e seria per lasciarla alle illazioni o alle ipotesi. Quindi, se Giuliano Amato è a conoscenza di fatti che possano pavimentare il percorso della verità tiri fuori le prove, altrimenti si rischia solo di dare fiato alle polemiche, o di scaricare attacchi gratuiti su Macron…».
(da Open)
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Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile
FONDAMENTALE AVER SMINATO IL TERRENO, ORA SI AVANZERA’ PIU’ CELERMENTE, LA SECONDA LINEA RUSSA E’ MOLTO PIU’ DEBOLE
L’Ucraina ha fatto un passo avanti decisivo nella guerra contro la Russia. Lo ha dichiarato al britannico Observer un importante generale ucraino, Oleksandr Tarnavskiy, che lo scorso settembre è stato nominato comandante delle truppe che combattevano per liberare Kherson (due mesi dopo la città è stata liberata). Secondo il generale cui l’esercito di Kiev a Zaporizhzhia è riuscito ad avanzare, sfondando la prima linea difensiva della Russia.
Per il militare la Russia avrebbe dedicato 60% del suo tempo e delle sue risorse alla costruzione della prima linea difensiva, e solo il 20% sarebbe stato impiegati per la seconda e terza linea, perché Mosca non si aspettava che le forze ucraine riuscissero a passare, dopo aver attraversato un vasto campo minato.
“Ora siamo tra la prima e la seconda linea difensiva”, ha detto all’Observer il generale. “Stiamo ora completando la distruzione delle unità nemiche che forniscono copertura per la ritirata delle truppe russe dietro la loro seconda linea difensiva”.
La nuova disposizione delle truppe russe dimostrerebbe le difficoltà di Mosca, che sente la pressione, spostandole dalle linee del fronte all’interno dell’Ucraina occupata – a Ovest a Kherson a ovest e a Nord Est a Lyman – e anche dall’interno della Russia,
“Il nemico sta ritirando le riserve ha detto non solo dall’Ucraina ma anche dalla Russia. Ma prima o poi i russi finiranno tutti i migliori soldati. Questo ci darà lo slancio per attaccare di più e più velocemente”, ha detto Tarnavskiy.
Si sperava in simili rapidi progressi nella controffensiva estiva, che punta verso il Mar d’Azov, tagliando fuori le truppe russe a Kherson e nella Crimea occupata dalle altre forze e tagliando le loro linee di rifornimento.
“Quando abbiamo iniziato la controffensiva abbiamo dedicato più tempo del previsto allo sminamento dei territori”, ha ammesso. “Purtroppo per noi l’evacuazione dei feriti è stata difficile. E questo ha complicato anche la nostra avanzata. Secondo me, i russi credevano che gli ucraini non sarebbero riusciti a superare questa linea di difesa. Si stavano preparando da più di un anno. Hanno fatto di tutto per assicurarsi che questa zona fosse preparata bene”.
Le truppe russe erano sistemate in rifugi di cemento dietro trappole anticarro, al di là di un campo minato così pieno di esplosivi e così esposto che qualsiasi veicolo, di sminamento o d’assalto, che provava ad avvicinarsi all’area veniva pesantemente bombardato.
Ma gli ucraini sono riuscito comunque a fare passi avanti: le forze di fanteria uscivano di notte per lo sminamento, per liberare faticosamente un corridoio, muovendosi metro dopo metro nell’oscurità.
Ora che il campo minato è stato sfondato, i russi hanno perso gran parte del loro vantaggio. “C’è una grande differenza tra la prima e la seconda linea di difesa”, ha detto Tarnavskiy, secondo cui la seconda linea è meno protetta, quindi gli ucraini possono usare i loro veicoli, anche se ci sono ancora campi minati.
(da Globalist)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
SENZA LA PRESIDENZA DEI CONSERVATORI, NON AVRA’ PIU’ ALCUN PROBLEMA DI RAPPRESENTARE I DUE PARTITI REIETTI: IO PARLO PER ME, NON PER GLI ALTRI
Giorgia Meloni lascerà la presidenza del partito dei
“Conservatori e riformisti”. Lo farà il prossimo giugno, dopo le elezioni europee. «La stiamo sottoponendo a un forte stress psicofisico. Le abbiamo chiesto troppo», conferma Nicola Procaccini, copresidente del gruppo al Parlamento europeo e fedelissimo della premier
Meloni era stata confermata alla presidenza di Ecr nel dicembre del 2021, una volta scaduto il suo mandato, su pressione delle delegazioni degli altri Paesi membri, che premevano per mantenere la sua guida, pochi mesi dopo la vittoria elettorale in Italia, pensando di poter sfruttare il ritorno di immagine di un premier conservatore eletto in uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea.
Della successione non si è ancora discusso apertamente, per non destabilizzare il gruppo in vista delle Europee, ma il grande favorito sembra essere il leader del Partito democratico civico Petr Fiala, anche lui alla guida del suo governo, in Repubblica Ceca. Un modo, questo, utile anche a liberare Meloni da una posizione ambigua, in cui si trova costretta a parlare con i suoi alleati sia da Presidente del consiglio che da membro dell’opposizione al Parlamento europeo. «È costretta a cambiare il lessico, ma le sue idee restano sempre quelle. Anche “troppo coerente” come scherzo spesso con lei», assicura Procaccini.
Alle prossime elezioni, a Bruxelles, «il baricentro si sposterà ancora di più verso il centrodestra», ragiona Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI al Parlamento europeo. «Il nostro gruppo dovrebbe crescere dagli attuali 57 a 82 europarlamentari, secondo gli ultimi sondaggi».
Eppure sarà fondamentale costruire nuove alleanze per scardinare – il tandem tra Popolari e Socialisti che ha guidato finora l’Ue. Viene quindi vista da Procaccini come «una forzatura» quella di Antonio Tajani di «mettere dei paletti, escludendo fin da ora possibili alleanze con il Front National di Marine Le Pen e con i tedeschi di Alternative für Deutschland».
Anche perché al Parlamento europeo le maggioranze sono sempre molto fluide, se si esclude il voto con cui si elegge la presidenza della Commissione Ue. «E la Lega soffre il cordone sanitario che le è stato messo attorno. Un cordone molto forte e molto ingiusto […] ». Poi, certo, con Le Pen e Afd – ammette il copresidente di Ecr – ci sono delle «differenze forti sul futuro europeo nella Nato, così come sul sostegno alla guerra in Ucraina o su questioni di bilancio europeo, ma su tanti altri temi abbiamo spesso votato insieme».
(da La Stampa)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
STANDO AI SONDAGGI, L’ALLEANZA CONSERVATORI-PPE NON AVRÀ I NUMERI PER GOVERNARE, E LA PREMIER, PER ENTRARE NELLA STANZA DEI BOTTONI DI BRUXELLES, SARÀ COSTRETTA A FARE UN EURO-INCIUCIONE CON SOCIALISTI E LIBERALI. CIOÈ, CON SCHOLZ E MACRON
Fra un anno in Europa si invertiranno i ruoli e Meloni sarà ciò che era Salvini nel 2019. Per sfuggire a un destino che oggi appare inesorabile, il leader della Lega userà contro la premier il tema della «coerenza» come arma elettorale.
Perché secondo il capo del Carroccio «coerenza vorrebbe che lei annunciasse per tempo la sua contrarietà a una maggioranza di larghe intese» nel Parlamento europeo.
Dietro le schermaglie con Tajani sull’opportunità di aprire a Le Pen invece che a Macron, tiene nel mirino Meloni: ha sempre in testa il suo slogan, «mai con la sinistra», che la leader di FdI usò per svuotarlo di consensi durante la fase del governo Draghi. Confidando di restituirle il colpo, il vicepremier glielo rammenterà, «perché dopo le elezioni non potrà pensare di chiudere l’accordo anche con il Pse come niente fosse».
La manovra di Salvini — intenzionato così a sottrarre voti da destra a Meloni — parte dal convincimento che Ppe, Ecr e Liberali non avranno i numeri per formare una maggioranza. Tesi che in fondo viene condivisa anche dai maggiorenti di FdI, secondo i quali però l’alleanza a Strasburgo non potrebbe allargarsi agli estremisti francesi e tedeschi, come chiede il Carroccio, siccome i primi ad opporsi sarebbero i Popolari. Ed è così che si tornerebbe alla casella di partenza, cioè alla grossa koalition, a cui si unirebbero i Conservatori di Meloni.
Che ha un obiettivo: «Entrare nella stanza dei bottoni anche dell’Europarlamento» e porre fine a una condizione politica schizofrenica. Insomma, tutte le previsioni portano nella stessa direzione. Anche se non è infondato il ragionamento svolto dal ministro Crosetto, che solleva un problema di sistema: «Che senso ha il voto se poi si torna al solito patto tra forze diverse? Come non comprendere che l’alternanza di governo è un modo per aprire un passaggio verso una democrazia compiuta in Europa, restituendo valore alle scelte dei cittadini?».Sono argomentazioni che però si infrangono sugli scogli dei rapporti di forza e (anche) dell’interesse nazionale. Perché in ogni caso — come spiega un autorevole ministro — «il giorno dopo le elezioni, dovremmo poi fare i conti con Scholz e con Macron», sui problemi che assillano l’Italia: «E se quelli tolgono le chiavi di casa, noi restiamo fuori».È un richiamo al principio di realtà, che risponde a dossier dai nomi diversi (patto di Stabilità, Pnrr, Mes) e che non lasceranno molti margini a Meloni. Perciò, e in vista di questa prospettiva, i suoi fedelissimi definiscono «strumentale» l’idea che il leader della Lega medita di attuare.
Cioè sfidare la premier sul terreno della «coerenza»: «Anche perché lo stesso Salvini, se vuole per esempio i soldi dall’Europa per il Ponte sullo Stretto, dovrà trattare con i ministri di Scholz e di Macron».§
Scuote la testa uno dei maggiorenti di governo: «Siamo un Paese che corre sul ciglio del burrone, tra irresponsabili e ignoranti». Il catalogo di Meloni è questo. E la sfida del capo del Carroccio si somma a una preoccupazione: la tenuta di Forza Italia nelle urne.
Il partito azzurro dovrà superare lo sbarramento elettorale, altrimenti metterebbe a repentaglio la tenuta dei suoi gruppi parlamentari nazionali e complicherebbe i rapporti con il gruppo del Ppe. Per questo un mese fa, quando Lupi ha chiesto lumi sulla collocazione di Noi moderati nelle liste di FdI, Meloni lo ha invitato ad accordarsi con Forza Italia per rafforzare l’area di centro». Ma se questo schema non offrisse garanzie di –«successo, tra ottobre e novembre la premier potrebbe decidere di cambiare schema. Lanciando il progetto di rifondazione del centrodestra.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
PER SOPPERIRE ALLA MANCANZA DI MANODOPERA, DUE IMPRENDITORI SVIZZERI PAGANO FINO A 16.500 FRANCHI AL MESE SULLA BASE DEL FATTURATO MENSILE
La carenza di personale nel settore della ristorazione e del
turismo è un problema che non riguarda solo l’Italia, coinvolge molte altre nazioni europee. In Svizzera, però, c’è chi accumula candidature sulla scrivania: molte persone si riscoprono desiderose di lavorare in bar e ristoranti, nonostante i turni spesso massacranti, gli orari di lavoro notturni, nei weekend e nei giorni festivi.
Com’è possibile? La risposta è una sola: lo stipendio di questi lavoratori è parametrato al fatturato dell’azienda. E così un cameriere sul lago di Zurigo arriva a guadagnare fino a 16.500 franchi svizzeri al mese (più di 17mila euro), mance escluse, retribuzione che farebbe invidia anche a un top manager.
Proviamo a capire meglio, ma soprattutto a spiegare perché alcuni considerano questa soluzione conveniente sia per il lavoratore sia per l’imprenditore e se il boom del turismo potrebbe cambiare gli stipendi degli stagionali anche in Italia.
Salari proporzionati al fatturato in Svizzera
Se in Italia un cameriere con un regolare contratto di lavoro guadagna non meno di 1.300 euro lordi al mese, in Svizzera riceve molto di più: 3.750 franchi svizzeri (quasi 4mila euro), ma bisogna considerare che lì il costo della vita è molto più alto.
In alcuni locali però la paga si aggira tra gli 8.000 e i 12.000 franchi svizzeri al mese (8.350 – 12.500 euro circa), con mance a parte, cifre record che fanno gola a tutti.
Succede nelle catene di ristorazione Michel Péclard e Florian Weber (16 in tutto), molto conosciute oltre il Gottardo, dove i salari della manodopera variano in funzione del fatturato. Per essere più precisi, cameriere e camerieri guadagnano tra il 7 e l’8% dell’incasso mensile al netto dell’Iva, a seconda del locale.
Michel Péclard ha rivelato a un settimanale svizzero che il salario più alto versato finora è stato di 16.500 franchi. Si tratta di un’eccezione, ha specificato l’imprenditore ricordando che stiamo assistendo a un periodo molto positivo per il turismo. Sicuramente si tratta della cifra più alta percepita al mondo da un cameriere. A conti fatti, però la remunerazione di un addetto al servizio ai tavoli in un ristorante in riva al lago di Zurigo supera di gran lunga quella di un manager laureato, rendendo molto attraente un lavoro snobbato da molti negli ultimi tempi.
Quanto guadagna un cameriere in Italia
In Italia la situazione è molto diversa, soprattutto per gli stagionali, come emerge anche dalle inchieste di Today.it realizzate da Chiara Tadini, Charlotte Matteini e Christian Donelli, che hanno più volte raccontato le esperienze da incubo di queste categorie di lavoratori. La fotografia scattata sulla riviera romagnola, solo per fare un esempio, è questa: turni di 60 ore settimanali, straordinari gratis e parte della paga in nero, con offerte di lavoro che arrivano a 3 euro l’ora. Stiamo parlando di circa 800 euro al mese per 10 ore di lavoro, che poi nei weekend diventano 14. E il giorno libero? Non esiste.
Cosa cambia con la fine del reddito di cittadinanza
Da tempo assistiamo alla solita querelle: lavoratori stagionali che denunciano condizioni di lavoro proibitive a fronte di una busta paga da schiavi; imprenditori che continuano a dare la colpa della carenza di manodopera al reddito di cittadinanza, sostenendo che i “giovani non hanno più voglia di lavorare” e “non vogliono fare la gavetta”. Ora però siamo a un punto di svolta, perché il governo Meloni ha deciso di mettere la parola fine al reddito di cittadinanza. Cosa succederà?
Probabilmente gli imprenditori disonesti smetteranno di lamentarsi perché troveranno qualcuno che per ‘tirare a campare’ sarà costretto ad accettare paghe da fame (a meno che non scattino i tanto annunciati e necessari controlli sulle condizioni di lavoro). Peccato, però, perché in Italia ancora troppi pochi manager hanno capito quanto sia importante la soddisfazione economica dei dipendenti.
Eppure a maggio l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, dopo aver annunciato profitti record ha dichiarato di voler introdurre la partecipazione dei dipendenti agli utili. “Ho chiesto al nostro interno di studiare questa possibilità, la vedrei bene”. Insomma per il momento questa mentalità è ancora poco diffusa in Italia, ma qualcosa sta cambiando.
Partecipazione dei dipendenti agli utili: perché conviene
In Italia, specie nel settore della ristorazione e del turismo, siamo ancora molto lontani dai salari proporzionati agli utili della Svizzera. Eppure secondo alcuni esperti il salario parametrato al fatturato rappresenta un vantaggio per tutti, vediamo perché. Niente di nuovo, si chiama partecipazione agli utili dell’azienda, esiste da sempre ma viene contemplata solo per le figure apicali delle imprese, per manager e top manager. E se fosse applicata a tutti i lavoratori? L’idea spaventa soprattutto gli imprenditori, ma secondo gli esperti si tratta di una soluzione che avvantaggia entrambe le parti. I dipendenti fanno del loro meglio per far sì che l’azienda guadagni, mentre gli imprenditori non devono sopportare costi aggiuntivi. A causa del forte incremento del fatturato, infatti, i costi del personale, anche se più elevati, risultano percentualmente inferiori a prima.
In Svizzera, però, non sono tutti d’accordo. “Ci hanno già rimproverato di distorcere il mercato”, ha dichiarato Péclard mentre i sindacati pur non essendo contrari sostengono che questo modello non può essere adottato in tutti gli ambiti, perché ci sono troppo inconvenienti. Nel caso della ristorazione e del turismo i benefici sono piuttosto evidenti, visto che il personale è sempre a contatto con il pubblico e che il servizio è una parte fondamentale del gradimento della clientela. Con più sorrisi e disponibilità da parte dei camerieri il fatturato cresce, portando un vantaggio economico indiretto anche ai dipendenti, in una spirale che si autoalimenta. “I nostri impiegati – chiosa Michel Péclard – lavorano come se l’azienda non ci appartenesse ma appartenesse a loro”, questo il vero segreto del successo della misura che ha risolto tutti i problemi di carenza di personale dell’imprenditore.
(da Today)
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