Destra di Popolo.net

LA TV ITALIANA È IL MIGLIOR MEGAFONO IN EUROPA PER LA PROPAGANDA RUSSA: IL “GUARDIAN” METTE IN FILA LA SCHIERA DI FUNZIONARI GOVERNATIVI, IDEOLOGI E PERSONAGGI MEDIATICI RUSSI OSPITATI NEI TALK SHOW DEL NOSTRO PAESE

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

DIFFONDONO IL CREDO DI PUTIN E “INQUINANO” IL DIBATTITO PUBBLICO SULLA GUERRA: “IN ALCUNI CASI NON SONO PROPAGANDISTI RUSSI, MA COMMENTATORI ITALIANI CHE VEDONO LA GUERRA COME IL RISULTATO DI UNA PROVOCAZIONE OCCIDENTALE. UNO DI QUESTI, REGOLARMENTE INVITATO A LA7 E ALLA RAI, È ALESSANDRO ORSINI”

Ogni volta che Nello Scavo torna dall’Ucraina è preso dalla frustrazione. Come corrispondente di guerra per il quotidiano nazionale italiano Avvenire, sa che la prima domanda che la gente gli farà è: “È davvero così grave come dicono?”.
“A volte penso che solo se torno gravemente ferito la gente inizierà a prendermi sul serio”, ha detto al Guardian. “È come se non credessero che la Russia stia massacrando i civili. Il problema è che Vladimir Putin ha sempre goduto di ampie simpatie nella politica e nell’opinione pubblica italiana, e il Cremlino ha sempre goduto di un’efficace propaganda qui”.
Sebbene il governo italiano di estrema destra sia uno dei più convinti sostenitori europei dell’Ucraina, la propaganda e la disinformazione russa permeano i media italiani – cosa che i ricercatori attribuiscono alla politica e allo storico anti-atlantismo – con ospiti apertamente filo-russi invitati nei talk show più popolari del Paese. Un sondaggio pubblicato da Ipsos ad aprile ha rivelato che quasi il 50% degli italiani preferisce non schierarsi nel conflitto.
Matteo Pugliese, ricercatore italiano di sicurezza e terrorismo presso l’Università di Barcellona, ha seguito la sfilata di funzionari governativi, ideologi e personaggi mediatici russi ospitati dalle reti televisive italiane dopo l’invasione russa. Tra questi, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e la sua portavoce Maria Zakharova, l’ideologo ultranazionalista russo Alexander Dugin, Olga Belova, giornalista di Russia 24, un’emittente che ha negato il massacro di Bucha, e Yulia Vityazeva, giornalista di NewsFront – con sede nella Crimea occupata dalla Russia e gestita dall’FSB – che in un post su Telegram ha auspicato che una bomba colpisse il concorso canoro Eurovision a Torino dopo la vittoria dell’Ucraina.
“Rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale, l’Italia ha dato un’esposizione sproporzionata alla propaganda russa, secondo me semplicemente perché i produttori televisivi volevano aumentare lo share di certi programmi con dibattiti accesi”, ha detto Pugliese.
Pugliese ha notato che il maggior numero di propagandisti russi, 12, sono stati ospitati da Rete4, un canale di Mediaset, di proprietà di Silvio Berlusconi, un vecchio amico di Putin che, pochi mesi prima di morire, ha affermato che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha “provocato” l’invasione della Russia. Berlusconi, che è stato tre volte primo ministro, ha coltivato stretti rapporti con il presidente russo, elogiando la sua leadership e contribuendo a stringere accordi energetici che per alcuni sono la causa dell’attuale dipendenza dell’Italia dal gas russo.
“In Italia, soprattutto i partiti di destra hanno mantenuto buoni rapporti con Putin”, ha detto Scavo. “Non solo Berlusconi, ma anche l’attuale vice premier Matteo Salvini, che indossava una maglietta con il volto di Putin”.
L’anno scorso il Copasir, il comitato parlamentare italiano per la sicurezza, ha avviato un’indagine in seguito alla diffusa preoccupazione per l’apparizione di commentatori russi legati al Cremlino sui canali di informazione italiani, mentre diversi giornalisti ucraini si sono rifiutati di accettare inviti a programmi televisivi italiani.
In alcuni casi gli ospiti della TV italiana non sono propagandisti russi, ma commentatori italiani che sembrano vedere la guerra come il risultato di una provocazione occidentale. Uno di questi, regolarmente invitato a La7 e alla Rai, è Alessandro Orsini, professore di sociologia del terrorismo e della violenza politica alla Luiss di Roma.
Orsini ha detto pubblicamente che Zelensky è un “criminale di guerra” tanto quanto Putin ed è diventato così popolare che i suoi dibattiti nei teatri italiani fanno il tutto esaurito. Orsini, che si definisce pacifista, ritiene che l’unico modo per salvare l’Ucraina sia riconoscere la presunta vittoria di Putin. Le sue idee sono diffuse nel movimento pacifista italiano, con diversi intellettuali che spingono per la pace a costo della resa dell’Ucraina. Quando è stato accusato di essere filo-russo, Orsini ha detto di “non avere nemmeno un amico russo”.
“Non è pacifismo suggerire la resa come soluzione”, ha detto Arianna Ciccone, fondatrice di Valigia Blu, un sito web italiano di factchecking indipendente, e co-fondatrice del Festival Internazionale del Giornalismo.
“Queste persone sono sempre state storicamente anti-Nato. Nascondono ipocritamente il loro antiamericanismo dietro una ‘maschera’ di pacifismo. In alcuni casi questo si traduce in un vero e proprio sentimento anti-ucraino. Spesso abbiamo avuto in TV noti giornalisti e filosofi che hanno espresso dubbi su Bucha e Mariupol. Nemmeno di fronte a una montagna di prove hanno avuto il coraggio di ammettere la verità. Come possono essere pacifisti?”.
L’anno scorso, uno studio indipendente dell’Istituto per il Dialogo Strategico (ISD) ha rivelato che l’Italia era il paese con più condivisioni sui social dei post che mettevano in dubbio i crimini di guerra russi perpetrati a Bucha.
I conduttori televisivi italiani difendono la loro decisione di ospitare presunti propagandisti russi o commentatori con “opinioni diverse” sulla guerra come parte del dovere di dare voce a entrambe le parti del conflitto. “Nel farlo, però, non sembrano preoccuparsi del fatto che chi difende l’invasione russa spesso diffonde disinformazione e contribuisce così a destabilizzare i telespettatori con affermazioni prive di fondamento”, ha aggiunto Ciccone.
Un esempio lampante è l’affermazione di Mosca – respinta dalle Nazioni Unite e utilizzata come giustificazione per l’invasione su larga scala nel 2022 – secondo cui l’azione militare ucraina nel conflitto del Donbas equivale a un genocidio. Decine di italiani si sono uniti ai “proxy” russi nel Donbass negli anni successivi al 2014 per combattere contro Kyiv.
La maggior parte di loro sono estremisti di destra attratti dall’ultranazionalismo russo, ma tra le loro fila si contano anche uomini appartenenti all’estrema sinistra.
In parte si tratta di un’eredità della forza del dopoguerra del Partito Comunista Italiano, che ha raggiunto un picco del 34,4% dei voti nel 1976 e ha sostenuto quella che era vista come la resistenza dei Paesi comunisti contro l’imperialismo americano.
Questa visione, in parte, anima ancora i sostenitori dell’estrema sinistra italiana che vedono nella Russia un baluardo contro gli Stati Uniti e credono anche alle affermazioni di Putin sui “nazisti ucraini”. In occasione del Giorno della Vittoria del 2022, festa che commemora la vittoria sovietica sulla Germania nazista, il partito comunista di Zagarolo, a Roma, ha diffuso una serie di manifesti con la lettera Z usata dal governo russo come motivo pro-guerra. Gli organizzatori dell’evento hanno respinto le critiche, affermando che “non si tratta di una provocazione”.
Secondo un sondaggio del Pew Research Center, pubblicato a luglio, l’Italia è tra i Paesi dell’UE in cui la fiducia nei confronti di Zelensky è più bassa. Secondo l’European Council on Foreign Relations, gli italiani sono risultati i più simpatici alla Russia tra gli Stati membri intervistati, e il 27% di loro attribuisce la responsabilità della guerra all’Ucraina e agli Stati Uniti.
“Il risultato di tutto questo è una grande confusione nell’opinione pubblica italiana, che si dibatte su chi incolpare per la guerra, dando la colpa in egual misura a Russia e Ucraina”, ha detto Pugliese. “Questo è certamente un successo per la propaganda del Cremlino”.
(da Guardian)

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MANTOVANO, IL “VICERÈ” DI PALAZZO CHIGI

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

È UN VICEPRESIDENTE-OMBRA, SEMBRA MA NON È UN DEMOCRISTIANO. INCAPSULATO IN UNA INFLESSIBILITÀ ULTRA-CONSERVATRICE UN PO’ OTTOCENTESCA E DA BACIAPILE, È DOTATO DI UNO SPICCATO SENSO DELLE REGOLE

Una delle non moltissime sfide memorabili all’epoca dei collegi uninominali fu quella nel 2001 tra Massimo D’Alema e Alfredo Mantovano a Gallipoli. Una bella gara anche perché era senza paracadute del proporzionale, o dentro o fuori. Silvio Berlusconi mandò un elicottero per fare propaganda per il candidato di Alleanza nazionale anti-D’Alema. Alla fine prevalse proprio D’Alema, seppur di poco («Il Cavaliere ha sprecato il carburante», ironizzò il lìder Maximo).
Quella volta davvero il capo dei Ds ebbe paura di non rientrare in Parlamento: quel Mantovano si rivelò un osso durissimo. Perché Alfredo Mantovano, sessantacinque anni, leccese, è un politico tosto. Oggi è sottosegretario alla presidenza del Consiglio ma in realtà è un vicepresidente-ombra che fa, appunto, ombra a Matteo Salvini (che molto ne soffre) e Antonio Tajani, che invece fischietta come sempre.
Da ultimo, Giorgia Meloni ha messo nelle sue mani la patata bollente dell’immigrazione, esautorando un Matteo Piantedosi che dai fatti di Cutro è politicamente sotterrato, e senza coinvolgere Salvini che si ritiene il dominus della questione.
Senza questo uomo di legge, ex magistrato, politico da trent’anni ma senza essersi mai sporcato le mani con la politica intesa alla Rino Formica – «sangue e merda» –, gentile senza essere untuoso, dotato di uno spiccato senso delle regole che gli consente di essere l’interlocutore primo del Quirinale.
Il tutto, per Mantovano, incapsulato in una inflessibilità ultra-conservatrice un po’ ottocentesca e da baciapile ben distinta e distante dall’antimodernità militante di una Eugenia Roccella: il sottosegretario ha fatto le sue battaglie contro l’aborto, la fecondazione assistita e quant’altro, ma tutto questo non lo porta a manifestazioni di intolleranza. Rigido sui principi, mediatore in politica: ingredienti che fanno di Mantovano l’uomo giusto al posto giusto, il che gli garantisce oggi grandissimo potere.
Mantovano ha buone doti di ascolto, è arciconvinto delle proprie idee ma non chiuso al confronto. Sembra ma non è un democristiano. [Quel che è sicuro è che pesa su di lui quel senso delle regole tipico del giurista di destra, secondo una particolare tradizione di avvocati del mondo missino come Giulio Maceratini, Raffaele Valensise, forse Romano Misserville, per non parlare del senso dello Stato di un uomo di destra come Paolo Borsellino.
Dalla sua, Mantovano ha anche un altra carta buona: non è e non vuole essere un leader di partito, dunque non s’impegola nelle ragnatele di potere dei seguaci di Giorgia Meloni, non punta al Parlamento Europeo, restando quindi al di sopra della politichetta di questa fase.
Se fossimo in un altro tempo politico, Mantovano sarebbe una riserva nel caso di naufragio meloniano, ma è chiaro che se cade lei cade tutto il cucuzzaro. Cosi il “vicepremier ombra” non ha avversari che possano impensierirlo. Almeno per ora.
(da linkiesta.it)

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MENO MALE CHE SERGIO C’È, TRE ITALIANI SU QUATTRO HANNO FIDUCIA IN MATTARELLA

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

SECONDO IL SONDAGGIO “DEMOS”, IL SOSTEGNO NEI CONFRONTI DEL PRESIDENTE È CRESCIUTO DAL 2015 A OGGI, ED È TRASVERSALE ALL’ETÀ E AL CREDO POLITICO

In Italia, un Paese per molti versi diviso, c’è un riferimento condiviso. Oltre ogni distinzione. Politica, sociale, territoriale. È il Presidente Sergio Mattarella. In un recente sondaggio, condotto da Demos per Repubblica, ha raggiunto un grado di consenso, fra i cittadini, ben più che maggioritario.
Quasi 3 italiani su 4, per la precisione: il 73%, infatti, esprimono nei suoi confronti “molta-moltissima fiducia”. Un sostegno larghissimo. Che non ha conosciuto flessioni significative, dopo la prima elezione, avvenuta nel 2015. Al contrario: è cresciuto. Soprattutto negli ultimi anni, fino a raggiungere il livello attuale.
D’altra parte, in Italia è, da tempo, diffusa la domanda di un(a) “leader forte”. Che dia un volto e un’identità alla politica. In tempi nei quali la politica è confusa. Senza veri riferimenti. O, al contrario, con troppi riferimenti. Troppi leader e troppi partiti, che vanno e vengono. Basta ricostruire quanto è avvenuto nell’ultimo decennio. Dopo il declino di Berlusconi e l’irruzione del M5S. L’anti- partito che ha occupato lo spazio dell’anti-politica.
Non sorprende, dunque, che oltre la metà degli italiani si dica d’accordo con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica.
Tuttavia, il grado di consenso registrato da Mattarella, in questa fase, assume significati diversi. Risponde, anzitutto, alle divisioni fra le parti e i partiti. Tra maggioranza di governo e opposizione. Ma anche al loro interno. Nel “campo largo” dell’opposizione, in particolare, le distanze sono talmente “larghe” che è difficile trovare punti di incontro. Fra il Pd e il M5S, soprattutto. Mentre appaiono evidenti anche i contrasti nel Pd e nel M5S. Tuttavia, nella maggioranza ci sono distanze anche fra FdI e Lega. Ma sono evidenti anche le divisioni interne.
In particolare, nella Lega. Così diventano più chiare le ragioni della fiducia verso il Presidente Sergio Mattarella. Cresciuta, negli ultimi anni, quando la “paura del virus” ha spinto i cittadini alla ricerca di un riferimento comune. Per affrontare la sfida della pandemia, infatti, gran parte del Paese ha ri-scoperto la fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni. E si è stretta intorno al Presidente.
È significativo, perfino sorprendente, in tempi di divisione e spaesamento, quanto la fiducia nei confronti del Presidente sia estesa e trasversale. Sul piano della posizione politica e di partito. Infatti, come emerge dal sondaggio di Demos per Repubblica , raggiunge i massimi livelli fra gli elettori del Pd e di FI. Nonostante la candidatura di Mattarella abbia prodotto lo strappo fra Berlusconi e Renzi.
Ma il Presidente raccoglie circa due terzi del consenso anche nella base degli altri partiti. Inoltre, è significativo come “attragga” componenti lontane e pressoché opposte, sul piano dell’età. Raggiunge, infatti, il grado di fiducia più elevato – quasi il 90% – fra coloro che hanno 65 anni e oltre. Seguono gli ultra 50enni.
Ma, subito dopo, a distanza, ci sono i più giovani. Con meno di 30 anni. Fra i quali la popolarità di Mattarella supera – di poco – il 70%. Piace, dunque, ai più anziani e ai più giovani. Insomma, in un Paese diviso, per certi versi, frammentato, il Presidente costituisce un riferimento. Di fronte ad ogni problema. Ad ogni emergenza. Senza protagonismo. Senza alzare la voce. E, probabilmente, la principale ragione della sua popolarità è proprio questa.
(da La Repubblica)

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SALVINI, IL MINISTRO DEL RED CARPET: IL “CAPITONE”, TITOLARE DEL DICASTERO DEI TRASPORTI, HA PREFERITO RIMANERE ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA CON LA COMPAGNA FRANCESCA VERDINI, INVECE CHE ANDARE A PORTARE LA SUA VICINANZA ALLE FAMIGLIE DEI 5 OPERAI MORTI NELL’INCIDENTE FERROVIARIO DI BRANDIZZO

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI ERA A CAIVANO, IN CAMPANIA, POI È VOLATA AD ATENE IN SERATA. A ESPRIMERE IL CORDOGLIO DELLO STATO CI HA DOVUTO PENSARE MATTARELLA (POI UNO SI CHIEDE PERCHÉ IL 73% DEGLI ITALIANI SI FIDA SOLO DI LUI)

Non è andato sul luogo della tragedia mentre ha preferito rimanere a Venezia per la seconda giornata del Festival del Cinema. Nella giornata dell’incidente mortale di Brandizzo, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha avuto altre priorità: dopo il red carpet di mercoledì sera, ieri mattina il leghista ha partecipato all’incontro organizzato dalla sottosegretaria Lucia Bergonzoni, sua compagna di partito, sull’iniziativa Cinema Revolution e sui dati dell’estate.
Mercoledì sera, invece, insieme alla compagna Francesca Verdini, il ministro e vicepremier aveva visto il film Comandante di Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino: “È stato un orgoglio essere a Venezia, a una splendida prima di un bellissimo film che ho applaudito e a festeggiare un importante compleanno della Mostra”, ha spiegato il leghista.
(da il Fatto Quotidiano)

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ALTRO CHE TAGLIO DELLE ACCISE: IL GOVERNO SI STA FINANZIANDO LA MANOVRA CON LA BENZINA

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

PIU’ I PREZZI SI ALZANO, PIU’ INCASSA IL GOVERNO

I fondi a disposizione del governo Meloni per la manovra 2024 non abbondano, ma una mano potrebbe arrivare dai carburanti. Il prezzo di benzina e diesel continua infatti ad aumentare, così come le entrate per le casse statali da Iva e accise. Queste risorse saranno fondamentali in vista della legge di bilancio, su cui la stessa presidente del Consiglio ha già messo le mani avanti invitando a usarle con la “massima attenzione”.
La “doppia tassa” attiva sui carburanti in Italia darà una mano a mettere in piedi la manovra finanziaria
Il “tesoro” delle accise: ecco perché non si tagliano
Le accise sui carburanti sono una voce importante per il bilancio dello Stato. Nel 2022 il governo Draghi le aveva tagliate su benzina e diesel di oltre il 34 per cento – circa 25 centesimi al litro -, per far fronte agli aumenti dei prezzi causati dalla guerra in Ucraina. Costo: circa 7 miliardi di euro. Il governo Meloni ha prima ridotto e poi eliminato il taglio, ripristinando le “vecchie” tasse sui carburanti.
Dopo una discesa rispetto ai picchi del 2022, a metà 2023 i prezzi sono tornati a salire e il governo si è concentrato su presunte “speculazioni” di mercati e benzinai, intervenendo con un decreto che obbliga le stazioni di servizio a esporre il prezzo medio della regione di appartenenza.
La misura non ha però impedito ai prezzi di aumentare e per questo si torna a parlare con insistenza di un nuovo taglio delle accise, una delle promesse elettorali più pubblicizzate del centrodestra.
(da Today)

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RICOMINCIAMO DALL’ABC

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

IL NUOVO MACHISMO POLITICO E’ INDIFFERENTE ALL’EDUCAZIONE

Joe Formaggio (non è un nome d’arte, si chiama veramente così) è un esponente veneto di Fratelli d’Italia, appassionato di mitragliette. Lo indispone vedere africani per le strade, vuole un Veneto di soli bianchi e lo dice serenamente.
Stefano Bandecchi, imprenditore, ex parà, è sindaco di Terni, diventato celebre per lo sputo punitivo nei confronti degli ultras della Ternana (roba sua) e per le varie minacce verbali disseminate lungo il suo impetuoso iter politico, “ti spacco i denti” la meno irriferibile. La stazza fisica, di tutto rispetto, suggerisce di mantenere le distanze di sicurezza.
L’idea che le leggi — quelle vecchie e quelle nuove — bastino a tenere a freno gli intemperanti, i prepotenti, i razzisti e le altre numerose genie di sopraffattori, temo sia illusoria: lo dico anche in relazione all’intenzione del Pd di presentare in Parlamento l’ennesima legge antifascista e antirazzista — come se non bastasse il fallimento delle precedenti.
C’è da ristabilire, quasi da zero, una specie di pedagogia della convivenza che prescinde perfino dalle questioni ideologiche (pure importanti).
Il nuovo machismo politico oggi in circolo, metà ridicolo metà orrendo, ben prima che indifferente ai diritti è indifferente all’educazione.
Ci sono cose che non si fanno e non si dicono perché a farle, e a dirle, è l’incivile, il cafone al cubo, quello che ingombra la scena e rovina la vita agli altri.
Se questa inibizione sfugge (e sfugge, ormai, a moltissimi), vuol dire che siamo, civicamente parlando, all’anno zero. Bisognerebbe mandare, a certe persone, non l’ufficiale giudiziario, ma una maestra elementare che gli dica: su, venga con me, non si spaventi, sono qui per aiutarla. Cominciamo dall’Abc.
(da La Repubblica)

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IL PREMIERATO DEI SEDICENTI PATRIOTI E’ SIMILE AL SINDACO D’ITALIA DI RENZI E NON FUNZIONERA’ MAI

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

RIGIDITA’ E MANIPOLAZIONE NON MIGLIORANO LA NOSTRA DEMOCRAZIA

Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia si trova la proposta del presidenzialismo. Poi, talvolta, Giorgia Meloni si è espressa senza precisione a favore del molto diverso semipresidenzialismo francese. Adesso sembra che il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati abbia pronta una bozza che configura una forma finora ignota di Premierato.
L’unico elemento che accomuna presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato all’italiana è l’elezione popolare diretta del capo dell’Esecutivo (nel premierato il Primo ministro) che implica la trasformazione della forma italiana di governo dal parlamentarismo ad un generico presidenzialismo.
Non ho abbastanza informazioni per discutere la bozza Casellati. Mi propongo di farlo a suo tempo. Tuttavia, non poche indiscrezioni suggeriscono che a suo fondamento sta il disegno di legge di revisione costituzionale intitolato “Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri”, primo firmatario Renzi. Un inedito “presidenzialismo” ne sarebbe l’esito concreto.
I firmatari preferiscono sostenere che si propongono il passaggio dalla democrazia rappresentativa ad una non meglio definita democrazia decidente. Questa aggettivazione, sostanzialmente assente nella discussione e nelle analisi delle democrazie realmente esistenti, fu ampiamente propagandata, fra gli altri dall’ex presidente della Camera dei deputati Luciano Violante, dai sostenitori del referendum costituzionale del 2016 poi sonoramente bocciato dagli elettori.
Per definire la sua proposta costituzionale in numerose occasioni, per lo più senza essere contrastato e corretto, Renzi ha fatto ricorso alla nient’affatto originale espressione Sindaco d’Italia, inventata più di dieci anni fa da Mario Segni e mai precisata. Non approfondisco il problema, che dovrebbe immediatamente apparire evidente, della differenza enorme fra governare un comune e governare una nazione (sic).
Non faccio neppure riferimento al fatto che, utilizzata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro è stata poi abbandonata. Mi limito, invece, a analizzare il disegno di legge Renzi et al. nelle sue carenze e nelle sue implicazioni. Della carenza più flagrante i proponenti sono consapevoli e lo dichiarano.
Nel disegno di legge dedicato all’elezione del capo dell’esecutivo manca qualsiasi indicazione concernente, non dirò la legge elettorale (meno che mai l’improponibile semi-incostituzionale Italicum), ma il meccanismo con il quale quel capo sarà eletto. Peraltro, se all’origine stanno le modalità con le quali vengono eletti i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, quella legge la conosciamo: vince al primo turno il candidato/a che ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi altrimenti passano al ballottaggio le due candidature più votate. Importante è ricordare che i vincenti hanno diritto al 60 per cento dei seggi nel consiglio comunale. Si pone qui il problema dell’attribuzione di questo premio di maggioranza in una situazione di Parlamento bicamerale.
Dal testo del disegno di legge sembra potersi dedurre che l’elezione del Presidente del Consiglio, pur contestuale a quella delle Camere, sarà separata, immagino su una scheda apposita sulla quale con ogni probabilità dovranno apparire i simboli dei partiti che lo sostengono.
L’eletto/a nominerà i ministri e avrà il potere di revocarli. Potrà essere sfiduciato dalle Camere. In caso di «dimissioni, morte o impedimento permanente», il Presidente della Repubblica «scioglie le Camere».
In maniera data sostanzialmente per scontata (as a matter of fact direbbero gli anglosassoni), vengono colpiti i due più importanti poteri costituzionali del Presidente della Repubblica italiana: la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei ministri (art. 92) e lo scioglimento (oppure no) del Parlamento (art. 88). Nelle circostanze sopra elencate sarà obbligo costituzionale del Presidente sciogliere il parlamento. Perderà qualsiasi discrezionalità e qualsiasi ruolo configurabile nell’ambito dei “freni e contrappesi” di cui una democrazia liberal-costituzionale ha assoluta necessità e sui quali poggiano la sua democraticità e la sua flessibilità.
DUE CRITICHE
In attesa di conoscere i cruciali meccanismi con il quale il capo del governo sarà eletto/a, due rilievi fortemente critici sono già formulabili. Il primo attiene alla rigidità del modello previsto contro la flessibilità delle forme di governo parlamentare che consente loro di affrontare situazioni politicamente, socialmente, economicamente emergenziali.
Il secondo è che il modello non garantisce affatto né decisionalità né governabilità, entrambe, affermerebbe il grande politologo Giovanni Sartori, derivanti più dalle qualità del personale politico che da scelte e strumenti istituzionali, ma soprattutto comporta il rischio dello stallo, dell’immobilismo.
Per evitare lo scioglimento automatico, Presidente del Consiglio, parlamentari e partiti cercheranno regolarmente il minimo comun denominatore o il “nessun” comune denominatore, preferendo l’indecisione allo scioglimento. Dominus, però, sarà sempre il Presidente del Consiglio che avrà la possibilità di scegliere il momento migliore per lui e per il suo partito nel quale (ri)chiamare alle urne l’elettorato.
Concludendo, nei termini nei quali è descritta nel ddl Renzi et al. l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri implica tre conseguenze a mio parere molto negative. Primo, sterilizza il Presidente della Repubblica strappandogli qualsiasi possibilità di essere e agire come “freno e contrappeso” al Presidente del Consiglio. Secondo, esalta in misura non valutabile il Presidente del Consiglio e il suo potere sulla sua stessa maggioranza e sul Parlamento. Terzo, irrigidisce la forma di governo in maniera esagerata e probabilmente controproducente.
Rigidità e manipolazione vanno di pari passo e non comporterebbero in nessun modo un miglior funzionamento del sistema politico e della democrazia. Se la bozza Casellati si muove secondo le direttive renziane parte molto male.
(da editorialedomani.it)

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CI RISIAMO, SONO TORNATI GLI STRAFALCIONI SULLA VENERE DI OPEN TO MERAVIGLIA

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

GIA’ DAI PRIMI POST C’E QUALCOSA CHE NON QUADRA

Era tornata. E forse, per non far insospettire più i fan dopo due mesi di assenza, sono tornati anche gli errori. Stiamo parlando della Venere di Open to meraviglia, campagna promozionale, contestatissima, promossa dal ministero del Turismo guidato da Daniela Santanchè. Oggi il Fatto spiega come casualmente l’account Instagram del personaggio si sia risvegliata casualmente il 30 agosto, giorno in cui Repubblica rivelò l’esistenza di un’inchiesta della Corte dei Conti sulla campagna ministeriale. Sul profilo è comparsa una carrellata di foto con la Venere in vari aeroporti. Ieri, lo strafalcione: Venere a Porto Venere «dove sono nata 570 anni fa». Strano perché la nascita della dea dovrebbe esser a Cipro e il quadro di Botticelli è datato 1485, meno di 540 anni fa. A seguire, racconta il Fatto, un post a sostegno degli azzurri impegnati negli Europei di pallavolo. Puntuale, dato che la competizione è iniziata due settimane fa per le ragazze, e cinque giorni fa per i ragazzi.
Alcuni dei commenti sono impietosi. «Come quando a scuola ti davano i compiti per le vacanze, tu facevi tutt’altro per tutta l’estate e finivi per fare tutto il giorno prima. La differenza è che qui il professore è la Corte dei Conti e tu fai il collage con Paint», scrive Stefano. E ancora: «Due post in due giorni consecutivi, ma non starai a lavorà un po’ troppo?»
(da agenzie)

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ISTAT, IL PIL ITALIANO FRENA PIU’ DEL PREVISTO: NEL SECONDO TRIMESTRE IN CALO DELLO 0,4%

Settembre 1st, 2023 Riccardo Fucile

SIAMO PIU’ BASSI RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA… NULLO IL CONTRIBUTO DEI CONSUMI DELLE FAMIGLIE

L’economia italiana frena più del previsto. Nel secondo trimestre del 2023 il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,4% rispetto al trimestre precedente ed è cresciuto dello 0,4% nei confronti del secondo trimestre del 2022. Lo rende noto l’Istat che ha rivisto al ribasso la stima diffusa in via preliminare il 31 luglio di una riduzione congiunturale dello 0,3% e di una crescita tendenziale dello 0,6%.
Le cause
La flessione è stata determinata soprattutto dall’andamento della domanda interna (incluse le scorte), mentre quella estera ha fornito un contributo nullo. La domanda nazionale al netto delle scorte ha sottratto 0,7 punti percentuali alla variazione del Pil: nullo il contributo dei consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private, -0,4 quello degli investimenti fissi lordi e -0,3 quello della spesa delle amministrazioni pubbliche. Le scorte hanno contribuito positivamente (per 0,3 punti percentuali).
Siamo sotto la media europea
L’Italia ha un dato più basso rispetto alla media europea e ai vicini oltralpe. A fronte del -0,4% registrato nel nostro paese il Pil è cresciuto in termini congiunturali dello 0,6% negli Stati Uniti, dello 0,5% in Francia ed è rimasto stabile in Germania. In termini tendenziali, rispetto al +0,4% italiano, si è registrata una crescita del 2,6% negli Stati Uniti e dello 0,9% in Francia, mentre si registra una diminuzione dello 0,1% in Germania. Nel complesso, il Pil dei paesi dell’area euro è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,6% nel confronto con il secondo trimestre del 2022.
(da agenzie)

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