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FEDERICA BORRELLI INDIGNATA PER L’ISCRIZIONE DEL NOME DI SILVIO BERLUSCONI NEL “FAMEDIO”, TRA I BENEMERITI DI MILANO, DOVE C’È ANCHE QUELLO DI SUO PADRE, L’EX PROCURATORE DELLA REPUBBLICA, FRANCESCO SAVERIO

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

“VORREI FARE CANCELLARE IL NOME DI MIO PADRE IMMEDIATAMENTE. BERLUSCONI È UN PREGIUDICATO”

«Stupore» e anche un po’ di «amarezza» hanno spinto Federica Borrelli a commentare così, di getto, su Facebook, il via libera dato all’iscrizione del nome di Silvio Berlusconi nel Famedio tra i benemeriti di Milano, dove da quattro anni c’è anche quello di suo padre, l’ex procuratore della Repubblica Francesco Saverio: «Vorrei fare cancellare il nome di mio padre immediatamente! Non ho parole!».
Federica Borrelli ha scritto la frase sotto il post in cui una amica aveva affermato che è «Vergognoso che un pregiudicato finisca al Famedio», riferendosi alla condanna a quattro anni di reclusione, tre dei quali condonati, subita nel 2013 da Silvio Berlusconi per reati fiscali nel processo Mediaset, che era basato sulle indagini della Procura che fu guidata da Borrelli.
«Nessun odio per la persona, credo che sia una questione di opportunità», spiega la studiosa di lettere classiche al Corriere. «Berlusconi è un personaggio che ha creato imbarazzi ad un intero Paese, e questa iscrizione crea ulteriore imbarazzo».
La decisione della Commissione per le onoranze di Palazzo Marino è stata condivisa dalle forze politiche che siedono in Consiglio comunale al termine di un percorso in cui sono state sondate con cautela, puntando più sui successi del Cavaliere come imprenditore, presidente del Milan ed editore che sulla sua attività politica. Dal centrosinistra non ci sono state particolari obiezioni, tanto è vero che il sindaco Beppe Sala ha parlato di una «convergenza abbastanza generalizzata».
«Forse è un po’ presto, il giudizio poteva essere sospeso ancora per qualche tempo», replica Federica Borrelli secondo la quale «un po’ di morigeratezza e rigore avrebbero forse dovuto consigliare di non proporre l’iscrizione di un personaggio divisivo che ha fatto ragionare e discutere. Come imprenditore ci possono essere tutti i motivi perché sia nel Famedio, però?».
L’amarezza è anche per la «memoria molto corta che c’è in Italia e sui fatti storici», afferma Federica Borrelli per la quale questa tendenza a dimenticare, «che c’è stata altre volte, forse è un male genetico del nostro Paese oppure è una difesa psicologica che si attua come per voler chiudere una porta lasciata aperta sul passato».
Perché addirittura togliere il nome di Francesco Saverio Borrelli dalla lista dei personaggi illustri? «È più una cosa ideale che sostanziale. Per me è come se mio padre fosse stato invitato ad una festa sbagliata, lui che fin dall’infanzia mi ha insegnato che i magistrati e i figli dei magistrati dovevano stare attenti alle frequentazioni. E la compagnia di un pregiudicato, una persona che ha subito una condanna, non è a mio parere una buona compagnia».
(da Corriere della Sera)

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“I PASSANTI CONTINUAVANO A SCATTARE FOTO E A GIRARE VIDEO PIUTTOSTO CHE AIUTARE I FERITI: POTEVANO SALVARE QUALCHE VITA”

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

LA RABBIA DI BUJAT BUCAJ, RISTORATORE DI MESTRE CHE È STATO UNO DEI PRIMI AD AIUTARE LE VITTIME E I FERITI: “NESSUNO È VENUTO A DARMI UNA MANO. MI CHIEDO COME POSSANO SENTIRSI ORA, CONSAPEVOLI CHE AVREBBERO POTUTO INTERVENIRE”

Mentre i feriti, ai piedi del cavalcavia di Marghera, venivano via via soccorsi ed estratti dall’autobus precipitato dopo un tremendo volo di circa 15 metri, martedì sera c’erano anche tanti, forse troppi passanti che si sono fermati per immortalare la scena con il proprio smartphone. Accanto alle storie del gambiano Boubacar Toure e dell’amico nigeriano Godstime Erheneden, che hanno estratto dalle lamiere una bambina, entrando nella carcassa del pullman, e a quella del kosovaro Bujar Bucaj, precipitatosi sul luogo della tragedia non appena resosi conto dell’accaduto, ci sono anche i profili di quanti non sono intervenuti nonostante le grida di aiuto.
Lo stesso Bucaj non ha nascosto lo sconcerto di fronte a quanti hanno raggiunto in fretta e furia la postazione migliore per inquadrature e riprese più dettagliate. Qualcuno estraendo anche obiettivi professionali. «Nessuno è venuto a darmi una mano», dice il 43enne Bucaj
Nonostante le sue richieste d’aiuto, nessuno è intervenuto in quei primissimi istanti in cui il pullman doveva ancora essere avvolto dalle fiamme. «Continuavano a scattare foto e a girare video con il cellulare piuttosto che accorrere – riflette l’uomo . Mi chiedo come possano sentirsi ora, consapevoli che avrebbero potuto intervenire ma che in realtà non l’hanno fatto. E questo è per me un dolore grande: potevano fare di più e chissà, magari salvare qualche vita».
Riprendere tutto con lo smartphone: perché ora non si è più capaci di fermarsi nemmeno di fronte alla morte? Questo l’interrogativo di fondo dell’imprenditore veneziano Stefano Gavazzi – presente martedì proprio nel ristorante di Bujar Bucaj – che ha contattato per primo il 118, lanciando l’allarme.
LE FOTOGRAFIE
«Bujar gridava di andare a dargli una mano, ma tutti stavano fermi, con il cellulare in mano», riferisce Gavazzi. «Evidentemente è più importante riprendere e farsi un bel selfie sul luogo della tragedia, anziché salvare una vita. Piuttosto che fare qualcosa di realmente utile per gli altri. Meglio una fotografia macabra, invece che poter dire: “Ho fatto il possibile per salvare qualcuno”».
«Un’esposizione e vetrina dell’orrore, che non fa che ritorcersi contro a chi per primo la produce. Non mi sarei mai aspettato una situazione del genere ammette Gavazzi C’era la gara a chi aveva il cellulare più vicino al luogo dello schianto. Solo una persona, dal cavalcavia, ha lanciato un estintore. Per il resto tutti lì, immobili».
(da il Messaggero)

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REGIONALI PIEMONTE, L’ALLEANZA PD-M5S AVANTI DI UN PUNTO RISPETTO AL CENTRODESTRA

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

CHIARA APPENDINO SPINGE PER TROVARE UN ACCORDO COL PD PER UN TICKET CON CHIARA GRIBAUDO: IL “CAMPO LARGO” SAREBBE UN PUNTO SOPRA AL CENTRODESTRA… VEDIAMO SE CONTE RIESCE ANCHE STAVOLTA A FAR VINCERE I SOVRANISTI

Le elezioni regionali del 2024 in Abruzzo, Basilicata, Piemonte, Sardegna e Umbria agitano le segreterie dei partiti ma non sembrano scuotere più di tanto Giuseppe Conte. Un po’ perché il Movimento 5 Stelle non ha mai avuto grandi affermazioni nel voto regionale, un po’ perché l’interesse di Peppiniello Appulo è rivolto a altri lidi.
L’Avvocato con la pochette punta solo a sorpassare il Pd alle elezioni europee di giugno 2024 dove si voterà con il proporzionale, perché ha l’obiettivo di diventare il leader della coalizione di centrosinistra.
I suoi “pulcini” però vorrebbero maggiore attenzione al voto regionale. Una di queste, ad esempio, è Chiara Appendino. L’ex sindaco di Torino, in vista delle elezioni in Piemonte, spinge per trovare un accordo col Pd per un ticket con Chiara Gribaudo.
I sondaggi incoraggiano questa scelta visto che il Pd è dato al 19,5% mentre il M5S veleggia attorno al 14,5%. Insieme ai voti accreditati a Sinistra Italiana (4,5%), +Europa (4%), Verdi (2%), il “Campo largo” si attesterebbe al 44,5%, un punto sopra la coalizione di centrodestra (43%).
Alle manovre sotto la Mole, Conte non sembra dare ascolto come scrive anche Carmelo Caruso sul Foglio: “Alle prossime elezioni regionali, in Piemonte, il M5s si sta permettendo di dire “no” a Chiara Gribaudo, che sarebbe una candidata eccezionale”
(da La Stampa)

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“È UN’OPERAZIONE DI DOSSIERAGGIO”: LA GIUDICE DI CATANIA PENSA A LAVORARE (A DIFFERENZA DI CHI NON HA MAI FATTO UN CAZZO IN VITA SUA)

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

“ERO PRESENTE SOLO PER EVITARE SCONTRI” … “MI RIFIUTO DI CONTRIBUIRE A QUESTO CHIASSO. È UNA POLEMICA COLLATERALE E IRRILEVANTE, SE NON PER DISTRARRE L’ATTENZIONE”

Il video nemmeno l’ha visto. «Non ho tempo da perdere. Avevo molto lavoro da sbrigare», ha risposto in serata a chi la fermava, uscendo dal tribunale. Si fa fatica a crederlo, ma è così: mentre tutta Italia parla di lei, per Iolanda Apostolico è stato un giorno come tutti gli altri. Del video ha saputo tra un processo e un altro, da colleghi e avvocati a cui ha consegnato l’assicurazione di essere «serena, sotto il profilo professionale. Continuo a lavorare, come sempre: che cosa altro dovrei fare, chiudermi in casa?».
Ma a chi la conosce, non è sfuggito il turbamento personale «per una polemica che non dipende da me. Io mi rifiuto di entrare in quest’arena, non è nelle mie aspirazioni. Né intendo contribuire a questo chiasso.Si sposta l’attenzione su cose che non hanno nulla a che vedere con un provvedimento giurisdizionale, che si può discutere e impugnare».
Quanto alla manifestazione, «non ho nulla da nascondere, né spiegazioni da dare» ha detto ai colleghi. Rivendica una libertà propria di ogni cittadino, anche in toga, «a meno che non si voglia tornare a magistrati che si rinchiudono in una torre d’avorio».
Piuttosto ha condiviso con alcuni colleghi il timore che sia in corso «un’operazione di dossieraggio»
Erano i giorni concitati della Diciotti, la nave della Guardia Costiera che all’alba del 16 agosto aveva soccorso 190 persone (di cui 37 minorenni) nelle acque internazionali al largo dell’isola di Malta. Il pattugliatore era approdato a Catania il 20 agosto, ma il ministro dell’Interno Matteo Salvini si rifiutava di autorizzare lo sbarco dei migranti, nelle more di un negoziato europeo per la redistribuzione.
La Procura di Agrigento aveva aperto un’inchiesta per sequestro di persona. Sul molo Levante del porto di Catania erano arrivati i mass media internazionali, manifestanti e parlamentari di ogni colore (dal berlusconiano Miccichè alla renziana Boschi) per chiedere «la liberazione di persone stremate e in precarie condizioni di salute».
Ma Salvini teneva duro.
Alle 17 di sabato 25 agosto era convocato un presidio dal titolo «Facciamoli scendere». A promuoverlo una ventina di associazioni, laiche e cattoliche. Nel manifesto si leggeva: «Nessun obiettivo politico del governo può giustificare l’utilizzo di centinaia di vite umane come arma di ricatto, considerate carne da macello, non vite e speranze ma numeri da distribuire o respingere. Restiamo umani!». Seguiva la richiesta di dimissioni di Salvini. Lo sbarco dei migranti sarebbe stato autorizzato solo a mezzanotte.
Dunque tra le tremila persone convenute su quel molo c’era anche la giudice Apostolico. Che mai si è occupata di vicende processuali tipo Diciotti e peraltro all’epoca non lavorava nella sezione civile specializzata in immigrazione, ma come giudice collegiale nel settore penale, in fase cautelare.
La polizia aveva creato un cordone per impedire l’avvicinamento alla nave. I manifestanti più giovani avevano tentato di forzarlo. La polizia aveva caricato. Feriti tre manifestanti e un poliziotto. Una decina di giovani con salvagenti e tavolette si era lanciata in mare nel tentativo di raggiungere la Diciotti a nuoto, gridando «libertà, libertà».
La giudice non era stata coinvolta negli scontri, né tantomeno nei cori successivi («Animali!», «Assassini!») di cui c’è traccia nel video diffuso da Salvini e ripreso dalle spalle della polizia. Anzi. Assieme ad altri adulti, si era interposta presidiando il confine della «zona rossa». Obiettivo cercare di evitare «ulteriori scontri tra la polizia e i manifestanti». Un comportamento pacifico, «di garanzia», non assimilabile a quello di estremisti e facinorosi.
Le associazioni stanno cercando altri video, per documentare ciò che lo spezzone diffuso ieri non mostra. Lei no. Del video non vuole occuparsi. Preferisce «rimanere fuori» da una polemica che considera «collaterale e irrilevante, se non per distrarre l’attenzione». E continuare a «lavorare come sempre».
(da La Stampa)

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“I MIGRANTI SONO GLI UNICI PORTATORI DI EPICA CONTEMPORANEA. IL MIO È UN GRANDE ROMANZO D’AVVENTURA”

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

MATTEO GARRONE RACCONTA COME È NATO IL FILM “IO CAPITANO” CHE RAPPRESENTERÀ L’ITALIA AI PROSSIMI OSCAR

Matteo Garrone abita, anzi abitava, nella ex casa – corredata di scala acrobatica, giardino e topi (forse ratti) – del guardiano degli Stabilimenti De Paolis, praticamente la Cinecittà della Tiburtina, oggi ribattezzati Studios.
Abitava, perché ha litigato con il proprietario e quindi lo becco in pieno trasloco, col passato in reflusso da armadi e cassetti e due lampade da terra, con le piantane a forma di corpo femminile in abito da sera e i paralumi al posto della testa, che sembrano domandarsi: ci terrà o ci lascia? C’è anche una gattina in ansia per il futuro: salta in braccio al regista poi viene da me, cammina sul tavolo, rischia di spegnere il registratore, fa le fusa e mette in campo tutto il repertorio di carinerie per ingraziarsi il destino.
Questo film, lo dice lei, è popolare, ma è anche più “buono” rispetto a molta produzione precedente. Perché in questa odissea di due giovani senegalesi non inquadra l’orrore come in altri film?
«L’orrore c’è ed era giusto che ci fosse, ma ho cercato di non speculare sulla violenza. Ho cercato di raccontarla attraverso gli occhi di Seydou, il protagonista. Mi sembrava più forte per lo spettatore vederne il riflesso nei suoi occhi. Per esempio, nei campi di detenzione libici, mi soffermo a lungo sul suo primo piano nella sala della tortura mostrando quasi niente, giusto un attimo, per far capire in che situazione si è trovato. E poi non indugio».
Per Gomorra era stato accusato di indugiare.
«Non ricordo queste critiche per Gomorra, semmai per la vecchia storia che ci portiamo dietro dal Neorealismo: i panni sporchi si lavano in casa, non si dà all’estero un’immagine dell’Italia preda della criminalità. Ma la violenza per me è sempre stata ed è funzionale al racconto e al personaggio. Quindi serve per aiutare a capire a fondo le sue conflittualità, il dolore che vive. Oggi sono i migranti gli unici portatori dell’epica contemporanea. E questo film, essendo un grande romanzo d’avventura, con personaggi che vengono dal popolo, non ha sovrastrutture complicate, intellettuali».
Ripeto: non è che con il passare degli anni è diventato più buono? È successo anche a Tarantino, che chiude i suoi ultimi tre film con degli happy end anomali.
«Me l’ha chiesto anche il critico del Guardian. Una parte del pubblico ha amato molto il film e un’altra l’ha trovato un po’ troppo, diciamo, patinato. Ma ci sta, giri un film e fai delle scelte, no? Non sono diventato buono, sono diventato padre e forse questo ha influito sui miei film. In Dogman, il protagonista ha un forte rapporto con la figlia. Pinocchio è un racconto di formazione e Io capitano è molto pinocchiesco: Seydou e Moussa abbandonano le madri come Pinocchio lascia Geppetto per il Paese dei balocchi».
Quanti anni ha suo figlio?
«Quindici».
Più o meno come Seydou e Moussa, che non fuggono da guerre, regimi, persecuzioni o carestie: vogliono diventare musicisti di successo e firmare autografi ai bianchi. Scelta autoriale laica e antiretorica, ma che può dar fiato al coro di chi i migranti li odia: si è posto il problema?
«C’è chi scappa da guerre, da povertà estrema o cambiamenti climatici, ma in Africa ci sono 52 Stati, quindi quando fuggi da un conflitto e non hai nulla, la cosa più facile è spostarti nel Paese accanto perché affrontare un viaggio verso l’Europa costa molti soldi. Ho semplicemente dato voce a dei racconti ancorati a storie vere, documentabili, persone che mi dicevano di essere partite perché volevano in qualche modo cercare fortuna, avere accesso a un mondo che poi è un mondo globalizzato, perché i social ci sono anche in Senegal.
I miei due ragazzi vengono da una povertà dignitosa, qualcosa come l’Italia degli anni Cinquanta, c’è il piatto a tavola e c’è questa capacità di relazione delle famiglie numerose, dove la sera ancora si raccontano le storie, invece di stare attaccati ai cellulari. Ma c’è anche la voglia di accedere a un mondo che sembra ricco di promesse, di possibilità di realizzarsi nel lavoro, e di aiutare la famiglia per poi tornare in Africa. Le spinte sono tante, ma tra queste cose c’è anche il desiderio di conoscere il mondo. Sono giovani, no? E il settanta per cento degli africani sono giovani. C’è una domanda cui non sanno darsi una risposta: perché dei loro coetanei possono venire liberamente in vacanza in Africa con un aereo, mentre se loro cercano di andare in Europa devono rischiare la vita su un barcone?».
Come è arrivata l’idea di questo film?
«Il primo incontro, casuale, c’è stato tanti anni fa, ero andato a trovare un amico che ha un centro di accoglienza per minori molto bello a Catania e lì sono venuto e conoscenza della storia di Fofana Amara, un ragazzino che portò in salvo 250 persone senza aver mai guidato una barca prima.
Questo racconto mi è rimasto impresso, rimandava ai romanzi di Stevenson. Poi ho iniziato a lavorare a Pinocchio, forse anche addirittura a Dogman, gli anni sono passati e continuavo a rimandare anche perché mi sentivo un po’ in colpa o a disagio all’idea di occuparmene dalla mia condizione di italiano borghese. C’è chi magari ha passato vent’anni in Africa come padre Zanotelli, io faccio il regista, scelgo sempre generi diversi, vedevo il rischio di essere un intruso in una cultura non sua che specula per l’ennesima volta sul povero migrante. Ma a un certo punto ho avuto la sensazione che il film venisse a bussarmi, e mi sono ritrovato a lavorarci e anche a riflettere sul fatto che – vabbè, purtroppo, ahimè– col tempo invecchierò e probabilmente morirò, così succede, dicono, ma se il film viene bene, invece rimane, beato lui».
Per dire: da Gomorra è tornato con una moglie e con la storia del film successivo, Reality, vicenda realmente accaduta a suo cognato. Da Il racconto dei racconti si è portato dietro Massimo Ceccherini: volpe e sceneggiatore in Pinocchio e solo sceneggiatore per Io capitano. Ci racconti questo sodalizio fra l’autore borghese suo malgrado che vince a Cannes e Venezia e l’attore di Pieraccioni che bazzica L’isola dei famosi e viene espulso per bestemmie.
«Massimo è stato fondamentale per due film che, non a caso, sono film popolari. Pinocchio e Io capitano raccontano il popolo, e chi poteva raccontarlo meglio di lui, che viene dal popolo? Gli piacciono le stesse cose, non cerca il pubblico popolare come può cercarlo un borghese con tutte le sovrastrutture intellettuali, lui ce l’ha da dentro e in questi film il suo aiuto è preziosissimo. Pinocchio ha fatto 15 milioni e Io capitano, pur in lingua originale con sottotitoli in italiano, è partito bene».
Quindi Ceccherini ha cambiato mestiere?
«Ha ancora delle potenzialità immense da attore e da sceneggiatore e mi trovo proprio in sintonia con lui: è come scrivere con un bambino, ha quella semplicità lì. In realtà non scrive né legge libri, però appena metti giù un aggettivo che suona fasullo reagisce come un metal detector. Per Pinocchio, lui che idolatra Benigni, gli ha inventato delle scene che sembravano cucite su misura da un sarto di gran classe, perché ha una totale dimestichezza con la sua comicità. Ma all’inizio Roberto non lo conosceva ancora e io non potevo andare a dirgli “guarda che bella idea è venuta a Ceccherini”, facevo come l’amico di Cyrano che spacciava come propri i suoi versi. Poi quando abbiamo cominciato a girare ho reso a Massimo i suoi meriti e lui e Roberto sono diventati amici».
Considerando anche Pinocchio un diverso, in quanto burattino in transito verso l’umano, perché nei suoi film c’è tanta predilezione per stranieri, eccentrici, emarginati, borderline?
«Dice? Non ci ho mai fatto caso».
(da agenzie)

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NOBEL PER LA PACE ALL’ATTIVISTA IRANIANA NARGES MOHAMMADI: “PER LA SUA CORAGGIOSA LOTTA PER LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE E IL DIRITTO ALL’INDIPENDENZA”

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

E’ IMPRIGIONATA DALLE AUTORITA’ ITALIANE DAL MAGGIO 2016

L’attivista iraniana Narges Mohammadi ha vinto il Nobel per la Pace: vice-presidente del Centro per la difesa dei Diritti Umani, è imprigionata dalle autorità iraniane dal maggio 2016. Mahammadi lotta da anni contro la pena di morte ed è stata arrestata più volte. La prima condanna, di un anno di carcere, è arrivata nel 1998, per aver criticato il governo. Il 15 gennaio 2022 è stata condannata a otto anni e due mesi di reclusione, due anni di esilio e 74 frustate. All’attivista sono state negate le cure mediche secondo quanto riporta Amnesty International, nonostante soffra di una malattia polmonare. Nel dicembre del 2022 ha denunciato, in una lettera pubblicata dalla BBC, le condizioni disumane delle carcere iraniane, specialmente per le detenute femminili.
In particolare Mohammadi ha raccontato le torture subite da un’attivista che è stata legata mani e piedi a un gancio sul tettino del veicolo che l’ha portata in carcere ed è poi stata violentata a turno dagli agenti di sicurezza.
«Mohammadi – spiega l’associazione con una nota – è una donna, una sostenitrice dei diritti umani e una combattente per la libertà. La sua coraggiosa lotta per la libertà di espressione e il diritto all’indipendenza ha comportato costi personali enormi. Complessivamente, il regime iraniano l’ha arrestata 13 volte, condannata cinque volte e condannata a un totale di 31 anni di carcere e 154 frustate».
(da agenzie)

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“C’E’ UN UOMO CON LA TELECAMERA DIETRO GLI AGENTI”: CHI HA ILLEGALMENTE PASSATO A SALVINI IL VIDEO?

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DEL “FATTO” CHE ACCUSA LA POLIZIA PER IL VIDEO SUL GIUDICE DI CATANIA… QUESTO E’ DOSSIERAGGIO E SCHEDATURA

Chi ha girato il video che ritrae la giudice Iolanda Apostolico durante la manifestazione di solidarietà per la nave Diciotti il 25 agosto a Catania? Stamattina a chiederselo è il Fatto Quotidiano, mentre il direttore Marco Travaglio ha già una risposta: l’angolatura di ripresa del filmato che ritrae la toga in piazza coincide con la visuale di un uomo armato di videocamera in mezzo alle forze di polizia.
E il fatto che le immagini siano finite in mano al ministro Matteo Salvini si spiega in due soli modi. O un poliziotto con una memoria di ferro si è ricordato di quella manifestazione di cinque anni fa. Oppure «in qualche ufficio di polizia si schedano i partecipanti illustri alle manifestazioni. E quando il politico di turno si domanda “Abbiamo qualcosa contro Apostolico?” c’è chi sa dove pescare in tempo reale».
La Digos e la toga
Travaglio, che nella prima parte dell’editoriale in prima pagina sul suo giornale aveva criticato la giudice per aver presenziato alla manifestazione, aggiunge che il presunto dossieraggio ha dei precedenti. Uno di questi è quello di Pio Pompa, analista del Sismi, trovato nel 2006 in un ufficio riservato di via Nazionale. Nel quale si trovavano dossier contro politici e giornalisti che non amavano Berlusconi.
E conclude: se Salvini non rivela come ha avuto il video, «saremo autorizzati a pensare che ha già un degno successore. E ad avere paura».
Lo screening
Ad adombrare il dossieraggio ieri è stato anche il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Stefano Santalucia. Che ha parlato di «screening nei confronti della persona, cioè vedere chi è il giudice invece di quello che ha scritto».
La Stampa invece riporta la reazione di Apostolico. Che ieri con l’Ansa ha ammesso che era lì il giorno della manifestazione «per evitare gli scontri».
Secondo il quotidiano la giudice Apostolico è turbata «per una polemica personale che non dipende da me. Io mi rifiuto di entrare in quest’arena, non è nelle mie aspirazioni». Secondo lei, che è sulla graticola per Pozzallo, in Gran Bretagna nessuno si sogna di alimentare «una confusione spaventosa come in Italia. Dove si trattano i richiedenti asilo come irregolari, si mettono sullo stesso piano espulsioni e detenzioni amministrative, si scambiano sentenze di merito con procedimenti di convalida dei trattenimenti». Non si sente di dover dare spiegazioni riguardo la presenza. E anche lei parla di timori «per un’operazione di dossieraggio». Apostolico all’epoca non si è mai occupata della Diciotti e lavorava in un’altra sezione del tribunale: come giudice collegiale in fase cautelare nel penale.
Il Fatto invece dice di aver identificato un uomo con la t-shirt blu scura e una videocamerina in mano in mezzo alla polizia. Sarebbe lui la persona che ha girato il video. Si trova alle spalle della Digos. E il quotidiano si chiede se sia un agente in borghese. Fonti dell’Arma dei Carabinieri escludono con il quotidiano di aver fatto filmati quel giorno. La polizia ha deciso di non rispondere alla richiesta di chiarimenti.
Un altro dettaglio: l’uomo sembra pelato. Lo scatto che pubblica il quotidiano lo ritrae con la telecamera alzata e impugnata con il braccio destro
L’Anm
Ieri anche Santalucia aveva sollevato dubbi sul filmato: «Non so bene come spunti il video perché non ci ha detto nessuno da chi e dove provengono quelle immagini, se già circolavano online, se era stato trasmesso in televisione o se appartiene alle forze di polizia come sembrerebbe dal modo in cui sono state effettuate le riprese, alle spalle delle forze dell’ordine che contengono il corteo. Questo mi sembra più grave».
(da agenzie)

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IN TUNISIA LO SCIOPERO DELLA FAME DEGLI OPPOSITORI IN CARCERE

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

“OGGI QUESTO PAESE E’ GOVERNATO DAL MANGANELLO DELLA POLIZIA E DALL’INTIMIDAZIONE DELLA GIUSTIZIA”

Il Memorandum firmato tra Tunisia e Ue sulla questione migranti sembra sempre più distante. L’ulteriore frenata è arrivata dal presidente della Tunisia, Kais Saied: «Abbiamo la nostra sovranità e non cederemo a pressioni», ha detto il leader tunisino, ricevendo il ministro degli Esteri, Nabil Ammar, al Palazzo di Cartagine. Per Saied, infatti, la «sovranità statale ha la precedenza su ogni altra considerazione».
Se in campo internazionale i rapporti sembrano essere tesi, all’interno del Paese la situazione è tutt’altro che stabile.
Una ventina di detenuti politici, attivisti, giornalisti – che dalla settimana scorsa sono in sciopero della fame – hanno inviato una lettera tramite il loro avvocato Dalila Ben Mbarek Msaddek.
«Non troviamo le parole per esprimere il nostro orgoglio, la nostra gratitudine e il nostro amore per la vostra unità e la vostra condanna di questa pagliacciata giudiziaria e politica che ha portato via tutte le conquiste della rivoluzione e tutto ciò che le generazioni successive hanno costruito per costruire una Tunisia moderna», si legge.
E poi ancora: «Questo Paese oggi è governato dal manganello della polizia e dall’intimidazione della giustizia. Non ci restano che i nostri corpi per difendere il nostro diritto alla piena cittadinanza, il nostro diritto a contribuire alla cosa pubblica, il nostro diritto alla lotta pacifica e civile per costruire una Tunisia libera, giusta e democratica».
La lotta dei detenuti oggi è «la lotta a stomaco vuoto contro l’ingiustizia, contro la tirannia, contro la detenzione arbitraria, contro lo stato di eccezione, contro il governo autoritario, contro un sistema giudiziario sottomesso e contro l’accettazione dello status quo. Combatteremo questa battaglia con onore, proprio come abbiamo combattuto molte battaglie precedenti. La lotta politica non ci è estranea, siamo cresciuti con essa e continueremo, finché i nostri cuori batteranno e la vita scorrerà nelle nostre vene. Grazie a tutti gli attivisti, a tutti i partiti politici e alle organizzazioni. Per il vostro sostegno e per la vostra solidarietà. Vi promettiamo una vittoria certa, perché la patria è nostra, i principi sono radicati in noi e la nostra fiducia in un futuro migliore non vacilla, non importa quanto dura sia la repressione. Viva la Tunisia e gloria ai martiri», conclude la lettera.

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L’INCREDIBILE VERSIONE DI PUTIN SULLA MORTE DI PRIZOSHIN: “SONO SALITI UBRIACHI SULL’AEREO E SI SONO TIRATI ADDOSSO DELLE GRANATE”

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

NON STUPITEVI: DOPO ANNI DI DITTATURA SOVRANISTA E LAVAGGIO DEL CERVELLO ANCHE IN ITALIA IN FUTURO CI SARA’ CHI CREDERA’ A QUESTE CAZZATE

Vladimir Putin ha abituato il pubblico, interno ed internazionale, alle sue ricostruzioni surreali su quanto accade in giro per il mondo.
Lo ha fatto anche oggi al forum Valdai di Sochi, ribadendo che la guerra in Ucraina «non l’ha cominciata la Russia» e che anzi Mosca «è impegnata a mettervi fine» (nel giorno in cui la città di Kupyansk è stata colpita da un tremendo bombardamento, con oltre 50 vittime). Ma il meglio Putin lo ha riservato per la fine del suo discorso, quando ha ricostruito a modo suo quanto accaduto lo scorso 23 agosto, quando un aereo con a bordo i leader del gruppo Wagner, tra cui Yevgeny Prigozhin, è precipitato nella regione di Tver.
A due mesi esatti dalla insurrezione della milizia contro i comandi della Difesa di Mosca che aveva fatto tremare il potere di Vladimir Putin, tutti hanno pensato che dietro la morte di Prigozhin e dei suoi principali compagni ci fosse il Cremlino.
L’inchiesta sullo schianto è comunque di fatto insabbiata, e la verità probabilmente non si conoscerà mai. Ma Putin oggi ha reso noto la sua: il jet poi precipitato «non ha subito alcun impatto esterno». A causarne l’esplosione e la caduta sarebbero state schegge di granata poi trovate nei corpi delle vittime. Ma la fonte da cui avrebbe attinto le sue informazioni Putin gli avrebbe suggerito dettagli ancor più incredibili: i leader del gruppo Wagner sarebbero saliti a bordo dell’aereo ubriachi, e nel loro stato alticcio avrebbero poi gettato delle bombe a mano all’interno del velivolo. Prove? Zero. Fantasia, molta.
(da Open)

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