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COME I TRIBUNALI STANNO SMONTANDO I DECRETI ILLEGITTIMI DEL GOVERNO MELONI

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

QUELLA DI CATANIA NON E’ L’ULTIMA PRONUNCIA CHE DISAPPLICA LE NUOVE NORME SOVRANISTE: I TRIBUNALI NON FANNO “”OPPOSIZIONE”, CORREGGONO GLI ERRORI DEL GOVERNO

È passata ormai una settimana dalla pronuncia con cui il Tribunale di Catania non ha convalidato il trattenimento di richiedenti protezione tunisini, e la giudice Apostolico, che ha deciso i casi in questione, continua a subire attacchi da parte dei membri della destra al governo. Eppure quella del tribunale siciliano non è l’unica pronuncia a evidenziare i profili di illegittimità della strategia governativa contro i richiedenti asilo. Anzi, non è nemmeno la prima.
Ci sono almeno altri due provvedimenti, precedenti a quello del tribunale di Catania e sulla stessa linea: il decreto del Tribunale di Firenze del 20 settembre e quello del Tribunale di Bologna del 18 settembre.
I fatti e le norme alla base delle decisioni
Sia nel caso di Bologna sia in quello di Firenze, la decisione riguarda la sospensione dell’efficacia esecutiva di un provvedimento di diniego della protezione. In entrambi i casi, questo diniego arriva all’esito di una procedura accelerata, che si applica ai richiedenti protezione che provengono da Stati che sono stati inseriti nella lista dei cosiddetti “paesi sicuri”. L’adozione di questa procedura comporta una seria riduzione delle tutele procedurali e sostanziali per il richiedente: la commissione che decide la domanda può essere meno rigorosa nella motivazione (di fatto l’onere di provare il pericolo di persecuzione grava sul richiedente), i termini per il ricorso sono dimezzati e il diniego è immediatamente esecutivo, cioè il richiedente protezione può essere rimpatriato o, più spesso, finire nell’invisibilità di chi resta sul territorio italiano senza un titolo di soggiorno.
Proprio contro questo rischio si pone la pronuncia del tribunale di Bologna, che riguarda un ragazzo del 2001 che, nel periodo intercorso tra la domanda di protezione, il tentativo di trattenimento e il diniego della richiesta, si era integrato, imparando la lingua italiana, trovando lavoro, partecipando attivamente alle attività sportive di una realtà amatoriale.
Il tribunale di Firenze si sofferma invece sulla presunzione che la Tunisia, luogo d’origine del ricorrente, sia un paese sicuro. Ma, prima di porre in dubbio la legittimità dell’inserimento del regime di Saied nella lista dei paesi sicuri, i giudici toscani si chiedono se possano e debbano valutare un requisito simile.
La gerarchia delle fonti e il ruolo della magistratura
Il ragionamento del tribunale di Firenze, che si ritrova tra le righe anche nelle pronunce di Bologna e di Catania, richiama norme internazionali, sovranazionali e costituzionali. Non entriamo qui nel dettaglio, tanto più che il provvedimento è pubblico e ciascuno può leggere e approfondire. È però il caso di sottolineare questo richiamo, perché dimostra che i giudici che scrivono un provvedimento sono di solito ben consapevoli della necessità di argomentare le proprie posizioni giuridiche. Anche per questo, oltre che intimidatorio, l’impegno di Salvini per screditare la giudice Apostolico pubblicando le sue immagini al presidio per lo sbarco della Diciotti o trovando un like a un post social del marito è fuori fuoco: il valore di un atto giudiziario sta nelle parole con cui si spiega il ragionamento che ha condotto alla decisione, non nel passato o nelle idee politiche di chi l’ha stilato.
E, nel decidere un caso, la magistratura non può dimenticare i fondamenti dell’ordinamento, i valori costituzionali di base che guidano (o dovrebbero guidare) l’attività normativa e di amministrazione. La gerarchia delle fonti pone diversi principi e diverse leggi come norme superiori rispetto alle direttive del governo (di qualunque governo, non solo dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni).
A questo si aggiunge la funzione del giudice come interprete delle norme, con il dovere di applicarle alla luce dei princìpi della Costituzione. Tra i princìpi vanno compresi anche quelli dell’Unione europea, come confermato anche dalla Corte costituzionale, in più occasioni: l’atto che viola il diritto dell’Unione europea va automaticamente disapplicato dal giudice.
La bufala del “ce lo chiede l’Europa”
Tanto la decisione della giudice di Catania, quanto le pronunce di Bologna e Firenze ribadiscono la gerarchia delle fonti, disapplicando atti amministrativi che derivano da scelte del governo che non sono in linea con i princìpi di base del diritto.
Sul tema della garanzia finanziaria imposta ai richiedenti asilo, la giustificazione addotta da membri del governo o da esponenti della maggioranza dipinge la misura come richiesta dall’Unione europea. Non è così. La direttiva pone la garanzia finanziaria come una delle possibili opzioni per evitare il trattenimento del richiedente asilo, non certo come l’unica possibilità per evitare la detenzione, come invece previsto dal decreto Cutro e dal successivo decreto interministeriale. La previsione di più opzioni permette infatti di scegliere la misura più idonea nel caso concreto: la richiesta di garanzia finanziaria nella direttiva rappresenta un’ipotesi limite, non la norma.
Sul punto, la giudice Apostolico cita quasi testualmente quanto deciso, il 14 maggio 2020, dalla Grande Sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha specificato come la richiesta di una garanzia finanziaria non può tradursi nel trattenimento del richiedente asilo per la sola impossibilità di provvedere ai propri bisogni, e che il trattenimento deve conseguire a una decisione motivata, che valuti la necessità e la proporzionalità della misura in questione.
Trattati internazionali, princìpi europei e Costituzione italiana sono infatti chiarissimi sull’affermazione del diritto alla libertà personale e da questo deriva che la sua limitazione deve essere l’eccezione, non la regola, specie in assenza di comportamenti colpevoli. Anche la tutela di chi chieda protezione risponde a princìpi e valori ormai consolidati, e anche questi risultano violati dalla riduzione delle tutele nei confronti di richiedenti asilo che provengano dai cosiddetti paesi sicuri.
Ogni domanda di protezione è un caso a sé
Tra questi princìpi, c’è la necessità di valutare ogni richiesta di asilo caso per caso, tenendo conto non solo della situazione generale del paese d’origine, ma anche delle condizioni personali di chi richieda tutela. Un paese può infatti essere in pace, ma violare i diritti umani di determinate persone: l’uomo taglieggiato da organizzazioni criminali, la donna che non intende mettere il velo, l’omosessuale perseguitato dai suoi familiari, il dissidente preso di mira dal governo possono anche provenire da un “paese sicuro”, ma è la sicurezza individuale della persona che deve essere valutata dalla commissione che decide sulle domande di protezione
Sul punto, il tribunale di Firenze, nel suo decreto su un richiedente asilo tunisino, nota con un certo acume come lo Stato possa sì prevedere una procedura accelerata per chi provenga da determinati paesi, ma questa procedura riguarda la commissione che deve concedere o respingere la domanda di protezione, non anche il giudice che debba decidere sul ricorso. In altre parole: il controllo dell’amministrazione può essere sommario, ma quello della magistratura deve restare rigoroso.
La Tunisia non è Paese sicuro, ed è lo stesso governo a dirlo (a sua insaputa)
La procedura accelerata prevista per i richiedenti asilo protagonisti delle pronunce di Bologna, Firenze e Catania si basa sulla presunzione che la Tunisia sia un paese sicuro. Il collegio giudicante fiorentino si interroga in maniera approfondita e argomentata sull’effettività di questa definizione, e conclude in maniera chiara: le evoluzioni del regime di Saied impediscono di considerare ancora valido il decreto ministeriale che inserisce la Tunisia nella lista dei paesi sicuri.
Per giungere a questa conclusione, il tribunale cita proprio le argomentazioni dell’amministrazione degli Esteri, che analizza la situazione tunisina aggiornata al 28 ottobre 2022, quando già la crisi politica stava emergendo. I documenti ministeriali citano alcune avvisaglie di autoritarismo, ma le valutano con approccio ottimistico: Saied ha destituito decine di giudici, ma l’indipendenza della magistratura è salva perché il tribunale amministrativo tunisino ha dichiarato illegittimo il provvedimento governativo; o ancora la democraticità delle elezioni del dicembre 2022 sarebbe stata garantita dal controllo da parte di un organismo indipendente.
Tuttavia, dopo l’ultimo aggiornamento della scheda ministeriale sulla Tunisia, quegli stessi caratteri che deponevano a favore della presunzione di democraticità del paese sono stati smentiti: se è vero che la destituzione dei giudici è stata dichiarata illegittima, è anche vero che la sentenza amministrativa non è stata attuata, nessuno di loro è stato reintegrato (e alcuni anzi sono stati arrestati); così come il controllo sulla correttezza delle procedure elettorali è stato infine affidato a gruppi vicini a Saied, circostanza che ha probabilmente contribuito a ridurre l’affluenza al 9%.
Un paese sicuro, inoltre, deve garantire le tutele per il diritto di asilo, almeno quelle previste dalla Convenzione di Ginevra, tutele che la Tunisia però non prevede. E sulla non sicurezza del paese depongono anche le preoccupazioni manifestate ufficialmente dall’UNHCR, dalla Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dal mediatore europeo relativamente al rispetto dei diritti umani di migranti e richiedenti asilo in Tunisia.
I tribunali non fanno opposizione: correggono gli errori del governo
Di fronte a queste pronunce argomentate, che è possibile contestare giuridicamente nelle sedi competenti, gli esponenti della destra al governo stanno spostando la questione sul piano politico, lamentandosi dei giudici che starebbero facendo opposizione e minacciando destituzioni e riforme della giustizia.
Ma non è il primo caso in cui questo esecutivo, che predilige anche più dei suoi predecessori la decretazione d’urgenza, vede smontati in giudizio i propri atti: oltre alla lista dei paesi sicuri, posta in dubbio dal tribunale di Firenze, e alla disapplicazione dell’obbligo di cauzione da parte del tribunale di Catania, già il decreto Piantedosi sullo sbarco selettivo era stato dichiarato illegittimo e, su tutt’altro tema, il Tar del Lazio ha sospeso il decreto ministeriale che considerava i prodotti a base di CBD (la cosiddetta cannabis light) tra le sostanze stupefacenti. Ci sono poi le volte in cui il governo Meloni ha dovuto fare dietrofront: il decreto carburanti, come il decreto Superbonus, frettolosamente corretti dopo la loro emanazione. E ci sono i casi di dubbio, che potranno portare nei prossimi mesi a dichiarazioni di illegittimità costituzionale, soprattutto in materia penale: il delitto di raduni pericolosi, introdotto dal cosiddetto decreto anti-rave, resta sproporzionato, così come illogico risulta il reato di morte o lesioni in conseguenza di immigrazione introdotto dal decreto Cutro, così come la norma sull’ergastolo ostativo, che va in senso opposto rispetto a quanto richiesto dalla Consulta. Lo stesso Salvini, che continua a decantare i suoi decreti sicurezza, trascura la dichiarazione di illegittimità pronunciata dalla Corte costituzionale, che ha definito “irrazionale e irragionevole” la norma secondo la quale il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo non permetteva l’iscrizione all’anagrafe.
Quel che emerge da questo sintetico elenco non è allora una fantomatica opposizione contro il governo da parte dei giudici, che si limitano a esercitare le proprie prerogative, applicando le leggi secondo l’interpretazione costituzionalmente orientata e argomentando le proprie decisioni. E l’elenco delle norme illegittime di questa destra, messe in fila, una dietro l’altra, non suggerisce soltanto una generale incompetenza nel trattare le questioni giuridiche. A preoccupare è piuttosto l’inquietante sprezzo dei valori di base dell’ordinamento, che si traduce nella distorsione del principio della divisione dei poteri, attraverso le intimidazioni a chi si permetta di infastidire il governo, e nel costante rischio di violazione dei diritti delle persone.
(da fanpage)

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GLI EROI DI MESTRE BOIB ACAR E GODSTIME RICEVUTI DAL SINDACO DI VENEZIA: “TANTI MESSAGGI DAGLI ITALIANI”

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

BRUGNARO INCONTRERA’ I DUE RAGAZZI CHE SI SONO GETTATI NEL BUS IN FIAMME PER SALVARE LE PERSONE COINVOLTE… “SE QUALCUNO HA BISOGNO DI AIUTO, BISOGNA AIUTARE”… DOPO LA NOTTE A SALVARE ESSERI UMANI ALLE 6 DEL MATTINO SONO ANDATI A LAVORARE

“Sono felice che il sindaco di Venezia ci riceverà per ringraziarci”. Commenta così a Fanpage.it Boubacar Toure la notizia secondo cui, martedì prossimo 10 ottobre, alle ore 9.00 al municipio di Mestre, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro riceverà Boubacar e Godstime Erheneden, per un ringraziarli a nome di tutta la cittadinanza. Verranno accolti per il gesto eroico compiuto la sera della tragedia di Mestre.
I due ragazzi, avevano sentito il tonfo del pullman che cadeva e non avevano esistato a gettarsi, assieme a Vigili del Fuoco e primi soccorsi, per prestare aiuto. Fanpage.it li aveva intervistati poco dopo l’accadduto: ancora sporchi di sangue e cenere, ancora sotto shock per le terribili scene a cui avevano assistito.
Non avevano avuto paura: “Se qualcuno ha bisogno di aiuto, bisogna
aiutare”. Una battuta, quella di Boubacar a poche ore dalla tragedia di Mestre che aveva commosso tutta l’Italia.
“In questi giorni ho continuato a lavorare”, racconta Boubacar questa mattina, “ho ricevuto tanti messaggi di sostegno da parte di italiani e colleghi di lavoro e ora anche il sindaco di Venezia, che mi ha invitato in Municipio”.
Il giorno dopo la caduta del bus e aver passato quasi tutta la notte a Mestre, Boubacar è tornato alla sua vita. “Alle 6 del mattino ho preso le mie cose e sono andato a lavorare”. A lavorare dopo quella notte? “Sì, a lavorare, ma non ho dormito. Neanche la notte dopo”.
Martedì 10 ottobre, alle ore 9.00, il sindaco di Venezia riceverà in Municipio a Mestre i due eroi silenziosi a cui ancora nessuno, fra le istituzioni, aveva teso la mano per regalare un sicero “grazie”.
Quando a Boubacar si chiede come stia ora, dopo quella notte, risponde subito: “Io, bene, sono felice”.
(da Fanpage)

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EMMA RUZZON, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEGLI STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ DI PADOVA: “HO DENUNCIATO IL LOCALE PERCHÉ MI FACEVA LAVORARE IN NERO”

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

“MI HANNO OFFERTO UN CONTRATTO, MA CHE CONTEGGIAVA UN QUINTO DELLE ORE IN CUI IO EFFETTIVAMENTE LAVORAVO, IL CHE VUOL DIRE CHE I SOLDI MI ARRIVAVANO UN PO’ IN BUSTA E TUTTO IL RESTO IN NERO. QUESTO SISTEMA È MALATO. E POI DICONO CHE SIAMO PIGRI”

«Ho detto basta e ho denunciato il locale in cui lavoravo, perché lo facevo in nero». Emma Ruzzon, presidente del Consiglio degli studenti dell’Università di Padova, guarda dritta davanti allo schermo dello smartphone parla su Instagram ai suoi oltre 11mila follower,
La voce a tratti trema, ma i concetti espressi sono chiari: «Ci descrivono come una generazione pigra, fannullona e che non ha voglia di lavorare, ma basta poco per rendersi conto che chi ti serve il caffè, chi ti porta la pizza e chi in silenzio sposta scatoloni nei magazzini molto spesso sono studenti. Tutto questo accade perché purtroppo è ormai impensabile riuscire a mantenersi gli studi senza dover nel contempo lavorare».
Emma Ruzzon, quindi, entra nel vivo della questione: «Non è affatto piacevole vivere senza sapere quanto guadagnerai di volta in volta. Io qualche mese fa avevo bisogno di lavorare, e dovevo farlo subito: mi hanno offerto un contratto, ma che conteggiava un quinto delle ore in cui io effettivamente lavoravo, il che vuol dire che i soldi mi arrivavano un po’ in busta e tutto il resto in nero. Questo sistema è malato, perché è stato normalizzato un ricatto tra l’avere dei diritti e l’avere uno stipendio, quindi chi può denunci. Ma è soprattutto la politica che deve prenderne atto: il lavoro sommerso è un problema di questo Paese, e non può essere esclusivamente un tema da campagna elettorale».
I pubblici esercizi
Emma Ruzzon non fa il nome del bar in cui lavorava «perché purtroppo questo caso vale per buona parte dei locali», affermazione che porta alla replica di Filippo Segato, segretario padovano dell’Appe – Associazione provinciale pubblici esercizi: «Sicuramente le pecore nere nel nostro settore ci sono, non possiamo negarlo: sono comportamenti da stigmatizzare, ma che nel contempo sono il sintomo di una problematica di fondo: spesso questi giovani lavoratori, nonostante un regolare contratto, mollano dopo due settimane perché si stancano o perché non hanno voglia di lavorare nel weekend».
(da agenzie)

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I SOVRANISTI USANO ARMI EVERSIVE CONTRO I NEMICI

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

SALVINI DICA CHI GLI HA PASSATO IL VIDEO O E’ COMPLICE DI UN REATO

La vicenda del video che immortala la giudice di Catania Iolanda Apostolico, pubblicato sui social dal ministro Matteo Salvini come prova inconfutabile della parzialità della magistrata che ha smontato con una sentenza il decreto Cutro, si presta a due letture differenti. Entrambe interrogano su questioni rilevanti della vita pubblica del paese.
La destra evidenzia la gravità del comportamento di chi, presenziando a una manifestazione anti governativa del 2018, rischia di minare non solo la sua credibilità personale, ma il prestigio dell’istituzione giudiziaria. Chiedendone addirittura le dimissioni.
Altri giuristi spiegano al contrario che la Costituzione prevede il diritto di ogni cittadino di partecipare a eventi pubblici o esprimere libere opinioni, senza per questo dover temere censure di sorta.
Ragionamento sacrosanto ma irrilevante per coloro che sono convinti che chi esercita il potere giudiziario debba non solo essere, ma anche apparire imparziale di fronte all’opinione pubblica: per non prestare il fianco a polemiche strumentali Apostolico avrebbe dunque fatto meglio a non scendere in piazza contro le decisioni – pur aberranti – dell’ex ministro dell’Interno che teneva ostaggio in mare i migranti rinchiusi nella nave Diciotti.
Detto questo, la polemica alimentata dalla destra è solo il “dito” della vicenda. Un de cuius rispetto alla “luna”, all’enormità che potrebbe palesarsi se i sospetti dovessero essere confermati da nuove evidenze.
Il leader leghista non ha infatti chiarito come, e soprattutto da chi, ha ricevuto il materiale finora inedito da lui usato per aggredire un giudice che ha bocciato un provvedimento di un governo di cui fa parte.
Secondo le ricostruzioni di Domani, Repubblica, Il Fatto e altri media, le prime evidenze lasciano supporre che il filmato sia stato girato da un agente in borghese, posizionato dietro i colleghi che presidiavano la piazza in assetto antisommossa.
Intendiamoci. Le registrazioni (della Digos, dei carabinieri o di altri reparti) sono antica consuetudine delle forze dell’ordine: servono a identificare eventuali agitatori o soggetti pericolosi, operazioni conformi alla legge. Ma talvolta occorrono anche a schedare – azione assai più discutibile – chiunque partecipi a manifestazioni di protesta.
In nessun caso, però, è accettabile che materiale girato da servitori dello stato finisca a cinque anni di distanza nelle mani di un ministro della Repubblica che lo sfrutta per azioni di propaganda che puzzano di dossieraggio.
Dunque, delle due l’una: o Salvini chiude la querelle dimostrando che è in possesso delle immagini di Apostolico a buon diritto, o ci troviamo davanti a uno scandalo gemello di quello che ha coinvolto il sottosegretario Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli.
Qualche mese fa il vice del ministro dell’Interno Piantedosi aveva consegnato al collega di partito intercettazioni riservate dell’anarchico Alfredo Cospito carpite dalla polizia penitenziaria, in modo che il meloniano potesse declamarle in parlamento con il solo fine di attaccare le opposizioni. Informazioni sensibili ottenute dal potere esecutivo trasformate in frecce avvelenate contro gli avversari politici: al netto di cascami penali (Delmastro è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e rischia ora il rinvio a giudizio) l’azione sembra simile a quelle organizzate nelle democrature sudamericane.
Tireremmo tutti un sospiro di sollievo se il capo del Carroccio, ex numero uno del Viminale e dunque con ottime entrature negli apparati di polizia, rivelasse che stavolta ha trovato le immagini in rete, nel fascicolo dell’inchiesta che lo vede imputato sulla Diciotti, o grazie a un cronista che filmava la scena.
In caso contrario, resterebbe l’odioso sospetto che rappresentanti dello stato abbiano consegnato filmati d’archivio a un ministro per attaccare un giudice considerato ostile all’esecutivo. Un atto che profuma di eversione.
(da Editorialedomani)

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MANGANELLO A OROLOGERIA SULLE TOGHE

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

IL LINCIAGGIO SOVRANISTA DEGNO DEI REGIMI MILITARI

Certo che è paradossale sentire le ragioni dei politici intenti a linciare la giudice Iolanda Apostolico. Abituati a frequentare di nascosto i personaggi più impresentabili, o a confabulare con i servizi segreti negli autogrill, vedere qualcuno che mette la faccia in una manifestazione pubblica li impressiona. D’altra parte, solo un illuso può credere che un giudice – come qualunque funzionario pubblico – non abbia delle proprie idee politiche.
Quello che conta, e che va preteso da chi è al servizio della collettività, è che tale funzionario svolga in modo imparziale il suo lavoro, applicando la legge a prescindere dalle idee politiche personali.
Siccome, però, le scorie del berlusconismo tengono partiti e magistrati ancora distantissimi, il caso della Apostolico che nel 2018 manifestava contro il provvedimento giuridicamente sbagliato dell’allora ministro dell’Interno Salvini sui naufraghi trattenuti dalla nave militare Diciotti, viene cavalcato dalle destre per dimostrare tout court la faziosità delle toghe. In questa maniera resta sullo sfondo la vera anomalia della vicenda, e cioè l’improvvisa apparizione del video che inchioderebbe (a quale reato?) la giudice.
Un video vecchio di cinque anni, prodotto con molta probabilità dalle forze dell’ordine, che sarebbe stato scovato da Anastasio Carrà, un signore che di mestiere faceva il carabiniere prima di diventare sindaco di un Comune in provincia di Catania e poi deputato della Lega.
Come faceva Carrà a sapere di questo filmato, chi glielo ha dato e dove lo conservava, se ne ha altri e in questo caso a che titolo li possiede, non vengono spiegati, neppure di fronte alle dure accuse delle opposizioni di governo, preoccupate della possibile esistenza di dossier su personaggi esposti come può essere un magistrato.
Uno scenario che ci fa sprofondare nelle notti più buie della Repubblica, quando servizi deviati, logge e poteri occulti tramavano e ricattavano tutti, compresi politici e magistrati, dividendo il Paese non in rossi e neri, o in parlamentari e toghe, ma in onesti e farabutti, compresi gli stragisti e i nostalgici di regimi che di certi metodi non si vergognano affatto. Come i nostri politici che sul video della Apostolico strillano guardando al dito e non alla luna.
(da La Notizia)

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LE RIPRESE DELLA GIUDICE DI CATANIA PASSATE DA UNA “MANINA” CHE DOPO CINQUE ANNI TENUTE IN ARCHIVIO VENGONO UTILIZZATE PER DENIGRARE UNA GIUDICE CORAGGIOSA

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

PARLA UN OPERATORE CHE RIPRENDEVA DALL’ALTO: PER NOI OFF LIMITS ZONA CON AGENTI, POTEVA FILMARE SOLO LA DIGOS”… LA LEGA: “REPERITE ON LINE” MA ON LINE NON ESISTONO

La nota della Questura di Catania arriva alle 19:26 di ieri sera. Prova a mettere un punto sul caso del video della giudice di Catania, Iolanda Apostolico, pubblicato da Matteo Salvini due giorni fa. Due giorni di silenzio e di mancate risposte, soprattutto dal ministro delle Infrastrutture che ancora non ha chiarito da dove provenga il video postato sul suo Facebook.
Anche ieri, alla fine del processo Open Arms a Palermo, ha lasciato l’aula bunker dell’Ucciardone evitando i cronisti. Non risponde lui, ma lo fa la Questura di Catania con una nota che in serata sembra voler placare le polemiche: “Si comunica che il video pubblicato non risulta tra gli atti d’ufficio relativi all’evento in questione. Inoltre, negli atti redatti dagli operatori a seguito del servizio relativo alla suddetta manifestazione, non risulta menzionata la presenza della dottoressa Iolanda Apostolico né del marito”.
A voler dire: non siamo stati noi a consegnare al leader della Lega quel video, peraltro non presente negli archivi, né tanto meno la giudice è stata mai schedata. Nessuna verifica, invece, secondo quanto risulta al Fatto è stata avviata dal Viminale, che però presto si ritroverà a dover rispondere alle diverse interrogazioni parlamentari annunciate dalle opposizioni.
La provenienza del video però continua a restare un mistero. Quelle riprese, se non sono presenti tra gli atti della Questura, da dove arrivano? E poi chi è l’uomo calvo con una t-shirt blu scuro che si vede dietro gli agenti con in mano una videocamerina rivolta verso i manifestanti?
È lui l’autore delle immagini pubblicate dal leader leghista? La visuale del video postato da Salvini sembra essere compatibile con la posizione di questo misterioso uomo individuato due giorni fa dal Fatto. Abbiamo chiesto se fosse un agente delle forze di polizia, senza ottenere risposte. Nemmeno ieri, stando alla nota della Questura di Catania.
Chi c’era di sicuro quel 25 maggio 2018 al porto di Catania durante la manifestazione per lo sbarco della Diciotti è Alessio Tricani, giovane videomaker e autore delle immagini di LocalTeam visibili nella ricostruzione video fatta due giorni fa dal ilfatto.it.
Tricani ricorda bene come, quel giorno, né ai giornalisti né ai manifestanti fosse stato concesso accedere all’area delimitata dai mezzi delle forze dell’ordine. “Io riprendevo dal molo di Levante e ricordo con precisione quel giorno perché la stampa non era stata lasciata libera di muoversi. – ha detto Tricani – Mi svegliai alle 5 del mattino per occupare la postazione per le riprese, in alto, in modo da poter inquadrare con un campo largo l’eventuale sbarco dalla Diciotti e l’area portuale generale, dove, all’altezza del molo turistico, si trovavano i manifestanti.
Ma era vietato, per ragioni di sicurezza, spostarci da sopra e sotto, o avvicinarci – lato forze dell’ordine – al presidio. Una volta piazzate le camionette delle forze dell’ordine era impossibile anche solo arrivarci, lì, per noi operatori”.
Sulle immagini postate da Salvini e sulla possibilità che a riprenderle sia stato un videomaker, Tricani risponde: “Lo vedo altamente improbabile, impossibile. – spiega – Poi ovviamente sono passati diversi anni e qualcosa può essermi sfuggito, ma l’impossibilità a muoverci liberamente nell’area, per ordine degli agenti, quella me la ricordo bene. Erano giorni particolari, molto caldi…”.
Oltre alla questione della visuale del video postato da Salvini, c’è il nodo “inquadratura”. Il taglio orizzontale delle immagini e lo zoom visibile a un certo punto del video è compatibile con una ripresa da videocamerinae non con una da telefonino.
Per tutta la giornata di ieri, ambienti leghisti e uomini molto vicini a Salvini, hanno sostenuto che il video sarebbe stato reperito online, ma non se ne trova traccia.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL “CORRIERE DELLA SERA” E IL NUOVO ASSE ROMA-LONDRA ANTI-MIGRANTI

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

DUE DISPERATI CHE VOGLIONO NASCONDERE LA TRAGICA CRISI ECONOMICA DEI LORO PAESI

Il bollettino governativo di via Solferino (Corriere della Sera) ha pubblicato ieri un bellicoso proclama a firma congiunta di Giorgia Meloni e Rishi Sunak che sancisce la nascita dell’Asse Roma-Londra per “il ripristino della legalità in ambito migratorio”.
Al fine di “fermare gli sbarchi” e/o “bloccare le partenze” i due ex imperi (l’uno già uscito dall’Ue, l’altro che ci sta dentro malvolentieri) annunciano un “cambio di passo” nella guerra alle organizzazioni dei trafficanti consistente “in particolare” nel “distruggere le loro catene di approvvigionamento”. In altre parole: intervenire in Tunisia, e magari in Libia, per radere al suolo i cantieri africani in cui vengono fabbricate le imbarcazioni.
Come non averci pensato prima? Barche affondate prima ancora che partano, e il gioco è fatto. Così non sarà necessario neanche pagare il Ruanda per spedirci a forza i migranti, come prometteva Sunak: piano già bloccato dai giudici inglesi, ma lodato da Meloni che ci diffida dal chiamarlo “deportazione”.
Col bollettino del nuovo Asse euroscettico, la nostra premier ha voluto creare il clima propizio al suo incontro pacificatore con il cancelliere tedesco Scholz, intanto che il suo partner Orbán accusava l’Unione europea nientemeno che di stupro.
L’Europa è avvertita: se non aderisce con la necessaria determinazione alla controffensiva, sappia che dovrà fare i conti con “il nostro ruolo guida congiunto”. Un “partenariato senza precedenti” che prevede anche “la costruzione di caccia da combattimento”.
Meloni&Sunak, una coppia di veri “duri”, non c’è che dire. Che in comune hanno anche il bisogno spasmodico di far dimenticare alle loro opinioni pubbliche le condizioni disastrose in cui versa l’economia dei due Paesi.
Colpa dell’emergenza migranti? Macché, se non ci fossero se li inventerebbero.
La nuova trovata, dopo il blocco navale, è il bombardamento delle barche. Vuote, finché è possibile.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LE REGOLE DICONO CHE LA GIUDICE DI CATANIA POTEVA ESSERE TRANQUILLAMENTE PRESENTE ALLA MANIFESTAZIONE

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

IL VIDEO E’ STATO GIRATO DA UNA POSIZIONE “DOVE POTEVA ESSERCI SOLO LA POLIZIA”… MA ORA DICONO CHE NON SANNO NULLA… TEORIA DI CUI LEGGIAMO SOLITAMENTE A MOSCA

Chi ha girato il video che mostra la giudice Iolanda Apostolico durante la manifestazione per la Diciotti a Catania nel 2018? La polizia ha smentito che le immagini mostrate dal leader leghista Matteo Salvini si trovasse negli atti d’ufficio.
A riconoscerla è stato però il deputato del Carroccio Anastasio Carrà, vicesegretario della Lega in Sicilia e sindaco di Motta Sant’Anastasia. Carrà è stato luogotenente dei carabinieri. Ma ha negato di aver trovato il filmato: «L’ho solo riconosciuta perché l’ho vista in altre occasioni dalle mie parti». Ma l’operatore che ha girato il video con la scena ripresa dall’alto precisa al Fatto che quella zona era off limits per i giornalisti e c’erano solo poliziotti. Intanto Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha presentato un esposto a Roma.
Il filmato
Ieri il Fatto Quotidiano ha accusato la polizia per il video. Indicando un uomo come l’autore del video. Anche se non risulta che sia lui la persona del filmato per una questione di angolazione. Alessio Tricani, operatore di LocalTeam, ricorda però che non era concesso ai giornalisti accedere all’area occupata dalle forze dell’ordine. «Io riprendevo dal molo di Levante. Ricordo che quel giorno la stampa non era stata lasciata libera di muoversi». Sulla possibilità che a girare quel filmato sia stato un videomaker Tricani è scettico: «Lo vedo altamente improbabile, impossibile. Il taglio delle immagini è più compatibile con l’uso di una videocamera che con quello di un telefonino. La versione ufficiale del Carroccio dice che il filmato è stato trovato in Rete da un militante.
L’esposto
Intanto Bonelli presenta un esposto. «Se fosse confermato che il video pubblicato da Salvini è materiale proveniente dagli uffici della Polizia di Stato, ci troveremmo di fronte a un caso di rilevante gravità», scrive Bonelli. La questura di Catania ha smentito. Spiegando che il video «non risulta tra gli atti d’ufficio relativi all’evento in questione». E che la giudice Apostolico non è mai stata identificata. «Un video di oltre 5 anni fa viene riesumato per diventare strumento in mano al segretario nazionale della Lega con lo scopo di alimentare uno scontro politico contro le decisioni assunte della magistratura e contro una parte delle forze politiche di opposizione», scrive ancora. Salvini non è più al Viminale. Quindi in teoria si può escludere che sia arrivato da quel canale.
Il giudice e le manifestazioni
«Esiste al ministero degli Interni una banca dati che cataloga cittadini, anche incensurati, che hanno partecipato a manifestazioni o eventi, e che uso viene fatto di questi dati», chiede ancora Bonelli.
Intanto il Corriere della Sera parla della presenza dei giudici alle manifestazioni politiche.
Ricordando che il diritto a manifestare, a «riunirsi pacificamente e senz’armi», è tutelato, per tutti i cittadini, dalla Costituzione. Per i magistrati le manifestazioni pubbliche, dice la norma, sono vietate se di «consenso in ordine a un procedimento in corso, quando per la posizione di magistrato, per le modalità con cui il giudizio è espresso, sia idonea a condizionare la libertà di decisione nel procedimento medesimo».
Vietate iscrizione o partecipazione «sistematica e continuativa» a partiti politici, come quella ad associazioni segrete.
Le regole
E ancora. È vietato utilizzare la qualifica di magistrato in «modalità di realizzazione, diretta a condizionare l’esercizio di funzioni costituzionalmente previsto». E, in ogni caso, ogni comportamento tale da «compromettere indipendenza, terzietà e imparzialità del magistrato anche sotto il profilo dell’apparenza».
Al magistrato sono in ogni caso «vietati i rapporti in relazione all’attività del proprio ufficio con organi di informazione al di fuori delle modalità previste, sollecitare la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività di ufficio, utilizzare i canali informativi personali riservati o privilegiati, rilasciare dichiarazioni o interviste «in violazione dei criteri di equilibrio e di misura».
Quindi nessuna regola che valga in questo questo.
Le sanzioni
Le relative sanzioni «vanno dall’ammonimento, alla censura, alla perdita dell’anzianità, all’incapacità temporanea di incarichi direttivi, alla sospensione delle funzioni da tre mesi a due anni, alla rimozione». Intanto il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia ribadisce il suo allarme: «La giurisdizione non può essere sottoposta a questo tipo di tensioni: se la dottoressa Apostolico non avesse emesso tre provvedimenti sgraditi, forse nessuno si sarebbe occupato di quello che ha fatto 5 anni fa e questo mi preoccupa».
(da agenzie)

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DA GAZA MIGLIAIA DI MISSILI SU ISRAELE, 21 LOCALITA’ SOTTO ASSEDIO, ALMENO 40 MORTI, 740 FERITI E 33 PRIGIONIERI

Ottobre 7th, 2023 Riccardo Fucile

HAMAS RIVENDICA, LO STATO EBRAICO RISPONDE CON ATTACCO AEREO

Le sirene di allarme hanno cominciato a suonare nella zona centrale e nel sud di Israele fino a Gaza oggi, 7 ottobre 2023. Dalla prima mattina la popolazione vede nutriti lanci di razzi verso Israele, parte dei quali sono intercettati dalle batterie di difesa israeliane Iron Dome.
L’attacco – riferiscono fonti locali – è iniziato nella prima mattina mentre i bambini stavano andando a scuola. Sono subito rientrati nelle loro case mentre le strade – secondo le fonti – si stanno svuotando.
Ieri decine di migliaia di sostenitori della Jihad islamica si erano raccolti in piazza a Gaza per celebrare l’anniversario della fondazione del movimento. Intanto le sirene suonano anche a Tel Aviv. Secondo l’esercito alcuni razzi sono stati lanciati da Gaza verso il sud e il centro di Israele. In un comunicato il ministero della Difesa ha fatto sapere che l’esercito israeliano è «pronto alla guerra». Ha richiamato i riservisti e dichiarato lo stato d’allerta. Il sistema di difesa israeliano ha risposto agli attacchi. Cinque soldati israeliani sarebbero stati rapiti da Hamas.
Un portavoce militare ha raccomandato ai cittadini del sud e del centro di Israele di «restare nelle aree protette e seguire le istruzioni del Centro di comando interno».
I servizi di pronto soccorso israeliani, citati dai media, hanno riferito di un ferito leggero nella cittadina di Yavne, nel centro del Paese, a causa del lancio di razzi da Gaza. Israele ha mantenuto un duro blocco contro la Striscia di Gaza da quando il gruppo militante Hamas ha preso il potere nel 2007.
Intanto Hamas ha promesso un «annuncio importante» attraverso il suo capo militare Muhammad Deif. Fonti locali aggiungono che dagli altoparlanti delle moschee sono diffusi messaggi di tripudio. Fra questi: «Abbiamo sorpreso il nemico. È una grande vittoria della resistenza armata». La Jihad Islamica sta combattendo con Hamas.
L’operazione “Alluvione Al-Aqsa”
Un video che circola sui social media mostra uomini vestiti di nero con fasce bianche che sparano con armi a canna lunga da un furgone contro una pattuglia israeliana in mezzo alla strada. Secondo i media si tratterebbe di milizani palestinesi armati provenienti da Gaza. Intanto continuano da un’ora i lanci di razzi.
Il capo dell’ala militare di Hamas a Gaza Mohammad Deif ha annunciato l’inizio della operazione “Alluvione al-Aqsa”: «Abbiamo avvisato più volte il nemico sionista – ha detto Deif – ma abbiamo sempre avuto dei rifiuti». Deif ha precisato che la operazione rappresenta una reazione «alla profanazione dei luoghi santi a Gerusalemme».
E al costante rifiuto da parte di Israele di «liberare i nostri prigionieri». Ha affermato che i miliziani hanno avuto ordine di «non uccidere donne e bambini». Ha anche fatto appello a tutti i palestinesi di unirsi alla lotta armata. «Il nemico – ha detto – è più debole di quanto non si pensi». Questo testo è stato diffuso sul web da Hamas che, come in passato, ha mostrato solo un profilo oscurato del volto di Deif. «Se avete un’arma tiratela fuori. Questo è il momento di usarla. Tirate fuori camion, auto, asce, oggi inizia la storia migliore e più onorevole», ha detto Deif
Il nome e la moschea
Come si capiva dal nome dell’operazione “Al-Aqsa’s flood”, l’attacco a sorpresa di questa mattina contro Israele è stato deciso per «difendere la moschea di Al-Aqsa» a Gerusalemme. Lo ha spiegato il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh, citato dalla stampa israeliana. I militanti, ha spiegato, «stanno conducendo una campagna eroica volta a difendere la Moschea di Al-Aqsa, i luoghi santi e i prigionieri». Quindi, la ragione principale dell’attacco è «l’aggressione contro la moschea Al-Aqsa» da parte degli israeliani, che dura da molti mesi e si è accentuata nei giorni scorsi.
Ostaggi e vittime
Hamas afferma di aver rapito 35 israeliani, tra civili e militari. Lo riportano i media israeliani, che aggiungono come Hamas avrebbe anche pubblicato foto che mostrano miliziani armati catturare soldati israeliani nel corso di un attacco a una base militare sul confine con la Striscia di Gaza. Secondo il sito di notizie Ynet, il movimento ha annunciato di aver preso in ostaggio «almeno 35 israeliani» dopo «l’infiltrazione delle sue forze in Israele». Intanto alcune esplosioni sono state udite nel centro di Gaza. L’esercito israeliano aveva annunciato un bombardamento in risposta all’attacco.
Per ora in Israele il numero delle vittime dei razzi, accertate, è pari a 20. Tra loro, una donna a Gederot, il presidente del Consiglio regionale di uno dei due settori delle comunità israeliane vicino alla Striscia e quattro beduini del Negev. I feriti, invece, sono più di 300. I dati arrivano dal Magen David Adom, equivalente locale della Croce Rossa. Ma il bilancio sembra destinato ad aumentare. Israele – dove oggi è shabbat e l’ultimo giorno del lungo periodo di festività religiose – è stato colto di sorpresa così come avvenne – hanno fatto notare analisti – nella Guerra di Kippur di 50 anni fa che si svolse in questa data.
Le “infiltrazioni”
Il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant stanno incontrando i responsabili della sicurezza e militari. Intanto, i Servizi di pronto soccorso hanno riferito di una donna anziana ferita in modo grave nell’area di Gederot (vicino Ashkelon).
Alcuni analisti segnalano che l’attacco da Gaza avviene quasi nella stessa data di ottobre del 1973 quando l’Egitto e attaccò Israele nel giorno di Kippur. L’esercito parla anche di «infiltrazioni» di una serie di uomini nel territorio di Gaza. Secondo l’esercito «un certo numero di terroristi sono penetrati in territorio israeliano da Gaza. Gli abitanti della zona devono restare nelle loro abitazioni». La polizia parla di 60 infiltrati.
Sul web si sono intanto diffuse immagini – la cui autenticità non è stata ancora confermata – che mostrano miliziani palestinesi in volo da Gaza verso Israele con deltaplani. Secondo i media anche le città di Netivot e Ofakim sono state “infiltrate”. Il premier di Israele Netanyahu ha parlato in mattinata: «Cittadini di Israele siamo in guerra e non è solo un’operazione, è proprio una guerra». Il premier ha aggiunto di aver dato l’ordine all’esercito di richiamare i riservisti e di «rispondere alla guerra con irruenza e un’ampiezza che il nemico non ha conosciuto finora- Il nemico pagherà un prezzo che non ha mai dovuto pagare. Vinceremo».
Gli attacchi
Secondo il Jerusalem Post la raffica di razzi ha colpito le zone centrali e meridionali di Israele e, riferisce il sito del giornale citando il servizio di soccorso Magen David Adom, almeno un razzo ha centrato un edificio nel consiglio regionale di Gederot, dove è morta una donna di 70 anni. Sempre qui è rimasto ferito un uomo di 52 anni. A Yavne è rimasto ferito un 20enne. Alcuni razzi sparati da Gaza hanno centrato nel Negev il villaggio beduino di Kseifeh. Lo ha detto alla televisione pubblica Kan il sindaco di quella località. Gli abitanti, ha aggiunto, non dispongono di rifugi in cui proteggersi durante attacchi di razzi. A Ofakim alcuni civili sarebbero stati presi in ostaggio.
«Stato di guerra»
Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha detto che Hamas «ha commesso un grave errore questa mattina e ha iniziato una guerra contro lo Stato di Israele. I soldati della Israel Defence Force stanno combattendo il nemico in tutti i luoghi in cui si sono infiltrati. Lo Stato di Israele vincerà questa guerra», ha promesso.
Il capo della polizia israeliana Yaakov Shabtai ha parlato di «stato di guerra. Abbiamo 21 episodi in corso nel sud del Paese. Unità scelte della polizia sono state mobilitate ed inviate nella zona degli scontri. La polizia ha inoltre eretto posti di blocco sulle arterie fra il sud ed il centro di Israele. Misure di sicurezza sono state approntate anche lungo la linea di demarcazione con la Cisgiordania e nelle città di Israele a popolazione mista di ebrei ed arabi».
Il presidente Herzog
Immagini dai social media ottenute dalla Cnn mostrano un incendio vicino a diversi edifici ad Ashkelon. Secondo Hamas sono stati colpiti «obiettivi del nemico, aeroporti e postazioni militari con 5 mila razzi». Il presidente di Israele Isaac Herzog ha detto che il paese «attraversa un momento molto difficile. Ma possiamo sconfiggere tutti coloro che vogliono farci del male». Herzog si è schierato con comandanti e soldati delle Idf e a tutte le forze di sicurezza e ai servizi di soccorso: «Mando il mio incoraggiamento e la mia forza a tutti gli abitanti di Israele che sono sotto attacco».
L’Operazione Spade di ferro
L’esercito israeliano ha richiamato in servizio decine di migliaia di riservisti, secondo quanto ha appreso la televisione pubblica Kan. Si tratta, secondo l’emittente, dell’inizio dell’Operazione Spade di ferro. L’esercito ha confermato il lancio di almeno 2200 razzi da Gaza. «Sono in corso combattimenti in sette località di Israele», ha aggiornato la emittente. Intanto le sirene tornano a suonare a Tel Aviv.
(da Open)

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