Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
“LA RESPONSABILITA’ STA NELL’INCAPACITA DELLA FAMIGLIA DI PUNIRLI E LA TOTALE ASSENZA DI EMPATIA TRA GENITORI E FIGLI DISTRUTTA DAI TELEFONINI”
Professor Crepet, che cosa scatta nella mente di un 22enne come Filippo Turetta che passava per un bravo ragazzo e all’improvviso uccide la fidanzata?
«È sicuramente uno dei tanti giovani incapaci di elaborare un semplice no. Questa è la generazione di chi non ha mai ricevuto una semplice punizione, del tipo “tu sabato non esci”, una frase semplice, che in realtà è oro colato. Incapaci di elaborare un rifiuto non appena lo incontrano sono incapaci di accettarlo».
Quindi un femminicidio compiuto da un cinquantenne è profondamente diverso da quello di cui si macchia un giovane
«Certamente. Il primo è figlio di una cultura medioevale, del cieco patriarcato. Il secondo riguarda molto spesso un figlio “mammone” che nella vita è stato troppo protetto, e ricerca nella fidanzata la stessa impossibile simbiosi che ha avuto con la madre».
Ma perché oggi pare che il femminicidio sia una pratica più diffusa rispetto anche solo a 30 anni fa?
«Perché nella storia le donne hanno sopportato anche l’insopportabile, e, soprattutto, non si ribellavano, quindi non c’era bisogno di ucciderle. Oggi le donne se ne vanno, si laureano prima, pensano giustamente in sacrosanta autonomia, smontando le certezze ataviche del maschio. Si ribellano a meccanismi visti in famiglia a cui la madre non si è mai opposta continuando a dormire accanto a un uomo che ha trasformato la sua vita in un inferno».
Si parla di specifici campanelli d’allarme. Quali sono?
«Non mi piace l’espressione. La premessa è un rapporto basato su rituali ossessioni di controllo e ricatti affettivi. Poi ci sono alcune frasi, pronunciate dalla “vittima” di questo stalking affettivo che possono sul serio scatenare il peggio».
Quali?
«Per esempio “se continui così lo dico a qualcuno” e, se sono molto giovani, “lo dico ai tuoi”. Questi sono aut aut in grado di destabilizzare».
Lei ha detto che la violenza giovanile ora coinvolge anche le donne. È vero?
«Sì, basti pensare alle baby-bulle che picchiano le compagne di classe o all’ultimo caso della ventunenne che ha sfregiato la nuova fidanzata del suo ex a colpi di taglierino. Maschi e femmine sono figli di un unico disastro educativo. Da un lato la totale assenza di no, dall’altro una madre che non è in grado di dire alla propria figlia “non commettere mai gli errori che ho fatto io con tuo padre”. Poi come acceleratore di tutte queste dinamiche possiamo metterci anche il telefonino».
I social?
«No, proprio la distrazione che il telefono comporta. Scena numero uno: a tavola mia madre chiede una cosa a mio padre che non le risponde perché sta commentando con l’amico l’ultima performance di Sinner. Scena numero 2: la fidanzata esce con le amiche per una pizza, lui nn si accontenta di chiedere dov’è, ma esige una foto, poi un’altra ancora… Da un lato l’assoluta indifferenza, dall’altro la mania ossessiva del controllo».
Riassumendo. Di chi è figlia tanta violenza in età giovanile, tanto disagio e tanta incapacità di elaborare le sconfitte a partire da quelle sentimentali?
«Dalla totale mancanza di empatia in famiglia. Quell’ascolto, quella vicinanza, si è persa chissà dove. E da lì parte il disastro».
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
“HA PENSATO CHE GIULIA CECCHETTIN DOVESSE ENTRARE NELLA SUA. MA LEI SE N’È ANDATA. UN ATTO PER LUI INCONCEPIBILE”… “OGGI I FIGLI SONO ABBANDONATI A SE STESSI. NON C’È PERCORSO EDUCATIVO SOPRATTUTTO PER I MASCHI AI QUALI SI CHIEDE SEMPRE DI STARE DENTRO L’AZIONE E NON DENTRO LA RELAZIONE”
«Non è un caso di femminicidio classico, dove l’assassino agisce in
un percorso di violenza, di stalking, di minacce, che sfocia nell’uccisione. Qui l’assassinio rientra nell’ambito della questione familiare. Di uno sfascio di relazioni».
Vera Slepoj descrive Filippo Turetta come l’omicida che concepisce l’episodio violento attraverso l’eliminazione dell’intera storia sentimentale. Bisogno di tabula rasa.
Perché?
«Ha trasferito nella storia sentimentale tutta la sua visione ideale. Quando si legge che voleva fare tutto assieme a Giulia, anche il percorso universitario, emerge l’idealizzazione sproporzionata. E qui entrano i contenuti educativi, le utopie sui sentimenti, come la pretesa “fusionalità”. Lo vedo nei pazienti adolescenti, credono che bisogna condividere tutto. Pesa in loro la cultura dell’amore inteso come possesso, fino a diventare parte totale della vita».
Lei ha detto che l’omicidio di Giulia rientra nella questione familiare.
«I figli sono abbandonati a se stessi. Non c’è percorso educativo. Alla fine si organizzano costruendo finte famiglie. Formandosi con le canzoni e i modelli proposti dai trapper. Non riescono ad essere intercettati dagli adulti».
Che cosa dovrebbero fare i genitori?
«Esserci. Devono entrarci nel rapporto».
I genitori dovrebbero leggere manuali di psicologia?
«Non serve. Farebbero meglio ad evitare di riempire i figli di attività. Li accompagnano ovunque ma non stanno con loro. Meglio andare a mangiare una pizza insieme. Magari per scoprire la musica che ascoltano e capire dove si stanno andando ad infilare. E preoccupante il deserto in cui vengono su i figli di oggi. Soprattutto i maschi. Ai quali si chiede sempre di stare dentro l’azione, lo sport e non dentro la relazione».
Cosa si può fare
«Ripartire dall’educazione civica, dal rispetto. Per esempio proporre i grandi romanzi d’amore, dove l’amore anche tragico è vissuto. Per apprendere che se ami non devi accoppiarti nella “fusionabilità”».
Filippo Turetta andava al liceo. Cosa gli è successo?
«Gli è sfuggita di mano la prospettiva di vita. E non è riuscito a gestire il significato della vita dell’altro: ha pensato che l’altro dovesse entrare nella sua. Ma Giulia se n’è andata. Un atto per lui inconcepibile. Ha accumulato astio e l’ha incolpata della propria infelicità»
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
LA RAGAZZA: “IL SUO E’ UN OMICIDIO DI STATO”
Elena Cecchettin, sorella di Giulia, ha scritto una lettera al Corriere della Sera in cui parla di Filippo Turetta. Che, secondo lei, viene definito come un mostro «ma non lo è». Perché «un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è». Per Elena i «mostri» non sono «malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro. La cultura dello stupro è ciò che legittima ogni comportamento che va a ledere la figura della donna, a partire dalle cose a cui talvolta non viene nemmeno data importanza ma che di importanza ne hanno eccome, come il controllo, la possessività, il catcalling. Ogni uomo viene privilegiato da questa cultura». E nessun uomo è buono «se non fa nulla per smantellare la società che li privilegia tanto».
Omicidio di Stato
Perché in questa società patriarcale è responsabilità degli uomini anche richiamare gli amici e i colleghi non appena sentono un accenno di violenza sessista. «Ditelo a quell’amico che controlla la propria ragazza, ditelo a quel collega che fa catcalling alle passanti, rendetevi ostili a comportamenti del genere accettati dalla società, che non sono altro che il preludio del femminicidio».
Secondo Elena Cecchettin «il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’ amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno. Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto».
I precedenti
La sorella di Giulia aveva parlato a più riprese durante la ricerca della ragazza. «Se non vi sentite sicure, chiedete aiuto», aveva consigliato alle ragazze. Poi l’aveva salutata con un «rest in power, per te bruceremo tutto». Aveva anche polemizzato con il ministro Salvini per una frase sulla colpevolezza di Turetta. E ha rilanciato su Instagram il post della scrittrice femminista Valeria Fonte.
(da Open)
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Novembre 20th, 2023 Riccardo Fucile
L’ATTIVITA’ PREPARATORIA, IL NASTRO ADESIVO SUL LAGO DI BARCIS
Ci sono i sacchi che ha usato per nascondere il cadavere. E poi il
coltello con cui l’ha colpita più volte. Ma anche i pezzi di nastro adesivo trovati a Fossò. E le ricerche su internet per la sopravvivenza in alta quota. L’indagine della procura di Venezia chiarirà se Filippo Turetta ha premeditato l’omicidio di Giulia Cecchettin. L’arresto in Germania dopo il passaggio in Austria mette un punto alla storia. Così come il ritrovamento del corpo della ragazza in un canalone vicino al lago di Barcis ha chiuso ogni speranza di una fine lieta della vicenda. Ora Turetta deve fronteggiare l’accusa di omicidio volontario. L’unica aggravante finora contestata è quella dell’omicidio di una persona con cui aveva una relazione sentimentale.
L’attività preparatoria
Ma nel decreto di perquisizione con il quale i carabinieri avevano acquisito materiale a casa della famiglia Turetta spiegava di dover «comprendere se l’azione delittuosa è stata preceduta da un’attività preparatoria». La premeditazione come aggravante si desume di solito dall’elemento cronologico, ovvero una persistenza del tempo di attività preparatorie al delitto. E da quello ideologico, che si mostra nel perdurare del disegno criminoso nella persona indiziata. La premeditazione è condizionata quando è legata a un evento futuro. Come la laurea di Cecchettin. Per ora i militari del generale Nicola Conforti hanno verificato che Turetta aveva ricercato su Google i kit di sopravvivenza in alta quota. Aveva anche cercato dettagli sui passaggi verso l’Austria. Ma era un appassionato di trekking e per questo potrebbero significare poco.
Il coltello, i sacchi, lo scotch
C’è poi il coltello. Filippo ha colpito Giulia probabilmente già nella prima aggressione, quella immortalata dalle telecamere della zona industriale di Fossò. Lì è stato trovato un coltello spezzato ma senza macchie di sangue. Si ragiona sulla possibilità che sia l’arma del delitto e che sia stato pulito. L’elemento dell’arma è importante perché se si dimostrasse che lui l’ha portata con sé per la prima volta nell’occasione dell’omicidio questo darebbe un elemento per contestare la premeditazione. Anche la presenza di un secondo coltello potrebbe dare la prova. Il ritrovamento del cadavere di Giulia sotto il piano della strada, infilato sotto un grande masso in una sorta di grotta proprio per nasconderlo a chi passava per caso è un altro elemento importante.
I soldi
Perché sul corpo non c’erano particolari ferite da trascinamento. Probabilmente l’assassino l’ha portata in spalla e poi è risalito. Per questo potrebbe anche arrivare la contestazione di occultamento o soppressione di cadavere. Ma i sacchi neri con cui ha coperto il corpo da dove vengono? Erano già in auto, sono stati trovati lungo il cammino oppure sono stati portati appositamente? Lo scotch ritrovato sulla scena dell’aggressione a Fossò potrebbero costituire un altro elemento per la premeditazione. Così come i soldi che Turetta aveva in tasca e che gli hanno consentito la fuga: aveva fatto provvista prima di andare all’appuntamento con l’ex fidanzata?
«Giulia era l’ossessione di Filippo»
Intanto gli amici di Turetta a Torreglia parlano del ragazzo. C’è chi lo definisce «serio, non rideva tanto» e chi ricorda che durante la pandemia «studiava o stava su Internet. Oppure usciva in macchina per andare dalla ragazza. Poi lei lo ha lasciato, lui si è “introverso” ma era già serio di suo. Dopo il trauma si è chiuso ancora di più», ricordano gli amici. Aveva giocato a pallavolo nel Libertas Volley, prima divisione. Le ragazze del paese, racconta Repubblica, dicono che Filippo «faceva gli appostamenti, la seguiva. Era uno stalker, lo ha raccontato Elena la sorella. Voleva controllarle il telefono, era un matto. Anzi no, non definiamolo matto sennò poi se la cava con la perizia psichiatrica». Una di queste lo conosceva dalle scuole medie: «Era un musone già di suo, ma non ha mai dato un problema».
«Un ragazzo normale»
Nell’intervista che rilascia oggi a la Repubblica invece il padre Nicola Turetta definisce Filippo «un ragazzo normale, praticamente perfetto. Uno sempre bravo a scuola, che non ha mai avuto un problema con i professori o con i compagni. E mai una volta che abbia litigato con qualcuno. Era un buono, un ragazzo molto tranquillo. Andava d’accordo anche con il fratello più piccolo, che ora viene massacrato sui social. Tanti gli stanno scrivendo che è “il fratello del mostro”». Dopo l’addio di Giulia Filippo «diceva “adesso mi ammazzo, io non posso stare senza di lei”. E io gli ho sempre detto: “No, ne troverai altre”. Io sono sicuro che Giulia sapesse che lui non le avrebbe mai torto un capello». Perché «continuavano a uscire insieme, si vedevano sovente. Anche a fine agosto sono andati a un concerto a Vienna, c’erano altri amici. Lei si fidava, evidentemente».
«Spero di vederlo»
Per Nicola «non ci sono state avvisaglie, mi creda, io non le ho viste. A parte il fatto che Filippo era sempre triste, profondamente triste. E allora mia moglie gli aveva dato un suggerimento: “Perché non vai da uno psicologo? Fai due chiacchiere, gli spieghi come stai…”. All’università c’è uno psicologo a disposizione degli studenti, e sappiamo che aveva preso anche l’appuntamento. Ma non so se ci sia poi andato». Adesso, dice Nicola, spera di vederlo: «È pur sempre mio figlio. Non lo giustifico in niente, per quello che ha fatto. E per questo deve essere giudicato, dovrà assumersi la responsabilità. E penso al papà di Giulia, al quale ci sentiamo vicini. Anche noi siamo pieni di dolore».
«Non provo odio»
Invece Gino Cecchettin dice di non provare odio: «Ma spero che campi duecento anni, se si renderà conto di quello che ha fatto proverà dolore». Per la notizia dell’arresto il padre di Giulia ha provato «indifferenza. Io non posso escludere che la amasse, ma lo faceva nel modo sbagliato. Se si renderà conto, proverà dolore. Non ho sentito i genitori di Filippo. Come ho detto ieri, anche loro stanno vivendo un dramma». Dice di non aver avuto mai segnali premonitori: «Non ci sono riuscito e purtroppo ne ho fatto le spese. Da papà è inevitabile farsi delle domande: potevo fare qualcosa per lei? I primi a colpevolizzarci siamo noi genitori. Ho sempre cercato di preservare la privacy di Giulia, anche perché è sempre stata una ragazza coscienziosa, responsabile, e mi sono sempre affidato al suo giudizio».
La sorella Elena
E non è ancora riuscito a vedere sua figlia: «Sono andato nel posto dove è stata trovata ma stanno ancora facendo i rilievi». Mentre sulla sorella Elena sostiene che ha «davvero una grande forza interiore. Elena deve fare tutto quello che si sente. Starò con lei, guai a chi la tocca». Infine, racconta: «L’altro ieri, mentre andavo verso Barcis, mi sono fermato in un bar perché ne avevo bisogno. Lagente mi ha riconosciuto, si è stretta intorno a me, mi ha offerto il caffè. Questo calore mi è entrato nel cuore, vuol dire che qualcosa di buono abbiamo costruito. Ringrazio tutti per l’affetto che ci è stato dimostrato. È un segnale di amore verso una ragazza che tutta Italia ha capito com’era: basta guardare il suo volto, il suo sorriso per capire chi fosse».
(da Open)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
DIRIGISMO E PROTEZIONISMO IN ECONOMIA, RAZZISMO E ALLARMISMO NELLA GIUSTIZIA, OCCUPAZIONE DELLA CULTURA E DELLA TV DI STATO, RIFORME DELLA COSTITUZIONE
Dopo poco più di un anno del governo più a destra della storia della Repubblica, quello di Giorgia Meloni, si vede chiaramente già in atto una deriva autoritaria. La si vede, la deriva autoritaria, dai provvedimenti, dagli atteggiamenti e dalle reazioni, pressoché inesistenti. Partiamo da queste ultime, dalle reazioni, inesistenti si è detto, di alleati ed avversari di Giorgia Meloni e del governo. Cosa dovrebbero fare dinanzi a questa deriva?
Gli alleati, innanzitutto, Lega e Forza Italia, non dovrebbero continuare a pungere inutilmente nei fianchi Giorgia Meloni mentre contemporaneamente la assecondano in tutti i suoi desiderata. Gli alleati dovrebbero piuttosto sfidarla nel suo stesso campo, il rispetto della volontà popolare. Su questo campo non vi è dubbio che Meloni non stia praticamente facendo nulla di quanto aveva promesso in campagna elettorale. Ed è a questo, al rispetto del programma elettorale votato dagli elettori, che Lega e Forza Italia dovrebbero richiamare Meloni. Ad esempio, al rispetto di quella parte del programma elettorale che prevede il presidenzialismo (l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, con funzioni di capo dell’esecutivo) e la separazione delle carriere. Queste sì che sono riforme vere, chiare, nette, che possono piacere o meno ma che hanno il pregio della coerenza di sistema. Riforme, queste sì, delle quali varrebbe davvero la pena discutere in Parlamento e nel Paese, magari anche dividendosi e scontrandosi. Riforme forti ma che, con i necessari contrappesi, non comportano nessuna deriva autoritaria, come testimoniato dal fatto che funzionano bene in nazioni di grande tradizione democratica.
Un unico grande coerente disegno di riforma costituzionale, da sottoporre al Parlamento e agli elettori, questo Meloni con la sua destra aveva promesso in campagna elettorale (vero, mio caro amico Marcello Pera?) e questo la destra ora al governo non sta facendo. Semplicemente su questo Lega e Forza Italia dovrebbero sapersi opporre e imporre a Meloni. Potrebbero farlo, dovrebbero farlo eppure non lo fanno, forse non ne hanno neppure la voglia, che è pure peggio.
Alle opposizioni si può invece, oggettivamente, rimproverare di meno, nonostante le divisioni. Occorre che costruiscano un’alternativa credibile ma serve tempo. Però si sbrighino. Nel frattempo stanno facendo, come possono, il loro mestiere. I partiti le manifestazioni, i sindacati gli scioperi. In Parlamento però le opposizioni potrebbero e dovrebbero fare certamente di più. Serve uno sforzo supplementare per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su quanto di veramente grave sta accadendo in Parlamento, tra abuso di decreti legge, continuo ricorso ai voti di fiducia, presentazione di maxi emendamenti che impediscono l’esame articolo per articolo, proposte delle opposizioni non portate al voto, emendamenti della maggioranza che non possono essere nemmeno presentati, accordi internazionali come quello con l’Albania non fatti votare. Succedeva già prima, con i precedenti governi, si dirà. Vero ma non succedeva in questa misura. Finirà che se non reagiranno le opposizioni prima o poi lo farà qualche altra autorità o qualche altro potere dello Stato. In fin dei conti, quando negli scorsi anni novanta si governava attraverso la continua reiterazione dei decreti legge, che non venivano mai convertiti in legge, ci pensò la Corte Costituzionale, con una storica sentenza, a porre fine a questa prassi…
Comunque, ha fatto bene Elly Schlein, non mi unisco al coro di critiche, a non andare alla festa di Atreju di Fratelli d’Italia. Certo il dialogo, il dibattito e il confronto sono necessari e doverosi. Ma occorre pure il reciproco rispetto per poterlo fare. E Meloni, il suo partito, il suo governo, i suoi giornali hanno mancato troppo spesso di rispetto a Schlein, al Partito Democratico, alle opposizioni in generale. Che sono stati accusati, anche in Parlamento, solo per avere esercitato proprie prerogative e manifestato proprie opinioni, di essere praticamente collusi con terroristi, mafiosi, delinquenti, criminali, clandestini, di essere anti italiani. Dopo tutto ciò, prestarsi anche al giochino di Meloni del finto dibattito alla sua festa di partito era veramente troppo. Tornando all’inizio, chi ha dubbi sulla deriva autoritaria in atto, può guardare i provvedimenti del governo.
In campo economico, abbiamo un dirigismo statalista e una tutela di interessi corporativi (basti pensare alle concessioni balneari) che limitano e opprimono il libero mercato. Nel campo della giustizia, abbiamo una serie di norme ideologiche e razziste che prevedono nuovi reati e aumenti di pena, non solo nei confronti di “pericolosi” organizzatori di rave party, imbrattatori con vernice lavabile, manifestanti e protestatari vari ma persino a carico di donne incinte, di minori e di bambini piccoli. Norme che serviranno a far aumentare non la sicurezza dei cittadini ma solo l’affollamento delle carceri e l’ingolfamento dei tribunali. Nessuna norma, invece, dal governo contro l’odio, i pregiudizi e le discriminazioni, e per l’educazione e l’informazione sessuale nelle scuole, nemmeno dopo il suicidio di un tredicenne, vittima di bullismo per il suo orientamento sessuale.
Nel campo della politica estera e della difesa, ormai è sempre più chiaro che il governo Meloni ci allontana dall’Europa.
Nel campo della cultura e dell’informazione, abbiamo l’occupazione da parte del governo di ogni spazio, di ogni incarico, di ogni nomina. Nell’ossessione di imporre una nuova narrazione e una diversa egemonia culturale si premiano ovunque parenti e amici (altro che il merito!) con soglie che superano l’assurdità (conduttori pluripagati per programmi che fanno un flop di ascolti) e che rasentano il ridicolo (l’organizzazione con tanto di inaugurazione privata per tutta la corte della mostra per l’autore preferito del capo del governo, Tolkien). Oppure con la volontà di imporre un improbabile autarchico sovranismo in ogni campo della scienza, dell’arte, della musica, della vita, persino negli aspetti lessicali e alimentari.
Nel campo delle riforme, abbiamo la presentazione di un disegno di legge costituzionale per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio (che non accade da nessuna parte del mondo). Una riforma che mortifica ancora di più il Parlamento, limita il Presidente della Repubblica e non risolve nessun problema di governabilità, anzi li aggraverebbe, rendendo pressoché certo durante la legislatura un ricambio di premier all’interno della maggioranza.
E si potrebbe continuare…
Ma quello che, dopo questo triste quadro di provvedimenti, conferma la deriva autoritaria in atto, è l’atteggiamento stesso di Meloni e del suo governo. Silvio Berlusconi, in un famoso biglietto carpito dai fotografi al Senato, scrisse che Giorgia Meloni aveva un comportamento “supponente, prepotente, arrogante, offensivo”. Io oggi aggiungerei anche “protervo”. Meloni infatti non solo, ed è già molto grave, non rispetta le opposizioni e le istituzioni e attacca magistrati che emettono sentenze contro atti del governo e giornalisti che fanno domande e inchieste ma utilizza pure toni e atteggiamenti preoccupanti, oltre che una spregiudicata falsità.
Nel presentare la riforma del premierato, ad esempio, ha detto che si tratta di scegliere se il Presidente del Consiglio deve essere eletto dai cittadini o dai partiti. Una affermazione di inquietante populismo da parte di un Presidente del Consiglio (e leader di un partito) che dovrebbe invece difendere la natura pluralistica e democratica di un sistema fondato sul ruolo dei partiti e del Parlamento.
Non solo, Meloni, seguita anche in questo dagli esponenti del partito e del governo, oltre che dal suo coro fedele di direttori di giornali e commentatori televisivi, da Mario Sechi a Bruno Vespa, ha detto che la riforma del premierato non tocca i poteri del Presidente della Repubblica. È una clamorosa falsità, perché il premierato tocca eccome i poteri del Capo dello Stato, togliendo al Presidente della Repubblica il potere di nominare il Presidente del Consiglio e condizionando fortemente quello di sciogliere le Camere.
Che un Presidente del Consiglio, pur impegnato in una continua propaganda, presenti alla pubblica opinione in modo del tutto distorto un progetto così importante del governo, è davvero inaccettabile.
Come è inaccettabile che Meloni e il suo governo difendano il carattere familistico e spartitorio della loro gestione del potere. La sinistra faceva altrettanto? Non è una buona ragione per perseverare nell’errore. Soprattutto di fronte a certi casi davvero clamorosi di nomine di persone incompetenti e senza esperienza in quel settore, che hanno avuto l’unico “merito” del cognome o dell’appartenenza di partito e magari pure il demerito di non essere risultati eletti alle scorse elezioni.
Ecco, quindi, in conclusione, dove la deriva autoritaria è in atto con il governo di Meloni. È nei progetti, è nei comportamenti, è soprattutto nei fatti.
Come nell’ultimo fatto, l’aggressione a parlamentari di opposizione che manifestavano sotto la sede del governo contro una legge (quella che vieta la carne coltivata – peraltro già non permessa in Europa – in nome di tradizioni e interessi nazionali, mentre in realtà la carne noi la importiamo dall’estero) e sono stati aggrediti verbalmente dal presidente di una organizzazione di categoria, Coldiretti. Con il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, cognato di Meloni, che dopo si è voluto unire lo stesso, nonostante questo grave episodio di intolleranza, ai festeggiamenti della Coldiretti per l’approvazione della legge.
Ma questa deriva autoritaria in atto può essere ancora contrastata. Come? Difendendo e esercitando i nostri diritti e le nostre libertà, di pensiero, di opinione, di espressione, di critica, di stampa, di associazione, di manifestazione, di sciopero, di voto.
(da Huffingtonpost)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
ALLA MELONI AVREBBE FATTO COMODO ELLY OSPITE AD ATREJU PER FAR DIMENTICARE I GUAI E POLARIZZARE LO SCONTRO, MA LA SCHLEIN QUESTO REGALO NON GLIELO FA
Se la politica fosse solo un talk-show, e i nostri eroi si spostassero
come una compagnia di giro da Porta a Porta a Quarta Repubblica, da Otto e mezzo a Propaganda Live, sempre lì a battibeccare tra loro, a darsi sulla voce come comari, allora Schlein avrebbe sicuramente torto: si sarebbe dovuta precipitare lei da Meloni pretendendo un dibattito pubblico, anzi un duello all’ultimo sangue in quanto lo impone la legge dello spettacolo. Stesso discorso per i festival di partito: se fossero un luogo di dialettica democratica, un’occasione per confrontarsi e capirsi a vicenda, in quel caso la segretaria Pd non avrebbe giustificazione alcuna nel rifiutare l’invito ad Atreju.
Tra l’altro, fa notare su “Libero” lo storico Giordano Bruno Guerri, Elly frequenta le feste dell’Unità, l’odore di salsiccia è lo stesso tanto a sinistra quanto a destra, sbagliato fare gli schizzinosi, meglio partecipare.
Sennonché non tutto si riduce ai format televisivi, tantomeno alle kermesse di partito. La lotta politica è fatta di tanti ingredienti tipici della commedia umana. Di ambizioni, paure e retropensieri. Di ambizioni, astuzie e machiavellismi.
Usando il metro della convenienza, ad esempio, si scopre che la Ducetta non è generosa affatto nei confronti di Schlein, tutt’altro; tira l’acqua al proprio mulino perfino quando, come gli Achei, si presenta recando doni. A Meloni, in particolare, farebbe comodo un diversivo. Qualcuno o qualcuna con cui spartirsi la scena in modo da non venire a noia perché il troppo porta alla saturazione: basti dire che, soltanto nell’ultimo mese, la premier ha fatto 5 discorsi, più 9 conferenze stampa, più altrettanti interventi sui social, più 3 videomessaggi per non citare tutte le dichiarazioni e i comunicati e la finta intervista ai comici russi e la telenovela con Giambruno. Una scorpacciata mediatica a reti unificate. Perfino Silvio Berlusconi ogni tanto taceva e perlomeno di domenica spariva dai radar perché, quando non si mette freno al proprio “ego”, la gente cambia canale; chiedere per conferma a Matteo Renzi e pure a Matteo Salvini.
A Meloni, inoltre, servirebbe un nemico perché senza non riesce a stare, è la sua natura a pretenderlo, il suo tratto esistenziale. Le farebbe comodo un bel match con Elly (“Chi, tra noi due, è la più bella del reame?”) per distogliere l’attenzione dai migranti, dalle tasse, dalle pensioni, dalle tante illusioni sparse a piene mani con l’attesa di un grande duello finale. Per polarizzare lo scontro e drenare voti ai propri alleati in vista delle Europee. Per prefigurare un’Italia bipolare e fare largo all’elezione diretta del premier. Schlein sarebbe l’avversario perfetto. La competitor ideale. Radical-chic, talvolta sfuggente, sempre educata: con le sue faccette, le sue battutine e una dialettica popolaresca Giorgia saprebbe come inchiodarla. Tra l’altro ad Atreju lei giocherebbe in casa. Invece la segretaria Dem sarebbe sommersa di fischi peggio che Donnarumma a San Siro: chi glielo fa fare?
Difatti Schlein non ci pensa nemmeno. Alimentare il teatrino con Giorgia non le fa gioco per ragioni opposte ma speculari. Se la premier teme di debordare, lei spera che ciò accada. Se quella tenta di nascondere i dissidi con Forza Italia e Lega, a Elly fa comodo farli detonare.
Se Meloni desidera il premierato, la segretaria Pd non vuole assecondarla nell’impresa; e pazienza se, per sabotare la riforma costituzionale, dovrà resistere alla vanità propria e rinunciare a qualche voto in più che otterrebbe grazie a una sovraesposizione mediatica.
E poi: l’investitura a Schlein non può venire dalla Meloni, un vero leader si fa scegliere dal proprio popolo. Se Elly stesse al gioco di Giorgia, e vestisse i panni della Rivale, susciterebbe le gelosie di Conte che ambisce anche lui, forse perfino di più.
Il campo largo si stringerebbe prima ancora di incominciare laddove il problema della sinistra è unire le forze, mettere insieme mille ambizioni e magari anche un programma comune a partire dal salario minimo, dai fondi alla Sanità, dal disagio sociale.
È singolare che certe critiche alla Schlein siano piovute dai suoi amici i quali le rimproverano di sottrarsi al confronto, di darsela a gambe, di aver perso la grande occasione e la trattano da sprovveduta naïve. Meloni è stata abile a provarci, come al solito; ma Schlein, perlomeno stavolta, non s’è suicidata.
(da Huffingtonpost)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
CON LA RIELEZIONE DI MAURIZIO FUGATTI. IL PATTO PRE-VOTO, CIOE’ L’ASSEGNAZIONE DELLA VICEPRESIDENZA ALLA MELONIANA GEROSA, E’ STATO DISATTESO… IL PARTITO DI GIORGIA MELONI SI METTE DI TRAVERSO IN SARDEGNA DOVE SALVINI SPINGE PER IL BIS DEL GOVERNATORE SOLINAS – È LITE TRA ALLEATI ANCHE IN BASILICATA E A PALERMO
Fratelli d’Italia e la Lega questa volta fanno sul serio: nel senso che non se le mandano a dire e scaricano le tensioni del governo, alimentate dalle sfide continue di Matteo Salvini a Giorgia Meloni, sui territori. Rompono patti e alleanze e fanno andare il centrodestra in frantumi: dove si è vinto, come a Trento, e dove si dovrà andare alle regionali, come in Sardegna. Ma non solo: anche a Palermo da due mesi è in corso un braccio di ferro per il rimpasto in giunta
Ieri la rottura si è consumata in Sardegna, dove in vista delle prossime regionali la Lega ha dato subito la benedizione alla ricandidatura di Christian Solinas. Un’accelerazione che ha sorpreso Giorgia Meloni. Lo scorso settembre al tavolo nazionale Giovanni Donzelli e il ministro Francesco Lollobrigida avevano chiesto di cambiare nome in Sardegna, puntando su un esponente di Fratelli d’Italia, vista la «crescita di FdI rispetto a cinque anni fa». E invece tre giorni fa la Lega e Matteo Salvini hanno dato il via libera a Solinas.
Apriti cielo, ed ecco la nota ufficiale di FdI che rompe l’alleanza: «Fratelli d’Italia boccia ufficialmente la ricandidatura di Solinas alla presidenza della Regione, rilanciata invece anche recentemente dal leader della Lega Salvini», dice la coordinatrice regionale Antonella Zedda […] In casa Lega sminuiscono, dicendo che la frattura si ricomporrà e che «si tratta soltanto di una reazione dopo il caso Trento».
Di che si tratta? Il 22 ottobre nella provincia autonoma ha conquistato il bis Maurizio Fugatti. Ma con tanto di nota ufficiale di Lega, FdI e Forza Italia prima del voto era stato deciso che gli «assetti della futura giunta provinciale» sarebbero stati definiti «sulla base del risultato elettorale conseguito dai singoli partiti, tenendo comunque fin d’ora presente che la vicepresidenza della giunta spetta a Francesca Gerosa, rappresentante di FdI». Fugatti due giorni fa ha annunciato la giunta e a Gerosa non ha dato la vicepresidenza. Risultato? FdI si chiama fuori dalla giunta: sarà sostegno esterno.
In casa Meloni precisano che quella sarda non è una «ripicca»: «La Lega pensa di poter fare da sola ovunque, anche in Sardegna dove forse nemmeno entreranno in consiglio regionale, allora a questo punto meglio mettere le cose in chiaro», dice un autorevole esponente di Fratelli d’Italia.
Tensioni si annunciano sull’intera partita delle prossime regionali, a partire dalla ricandidatura di Vito Bardi in Basilicata, esponente di Forza Italia: Meloni vorrebbe cambiare anche qui nome, puntando su un volto del suo partito. In Sicilia il centrodestra rischia di andare in frantumi anche a Palermo: da due mesi la giunta è in stallo perché Forza Italia chiede un rimpasto. E i meloniani rivendicano più spazio. Il sindaco Roberto Lagalla non riesce a trovare la quadra.
(da la Repubblica)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
L’ATENEO, NELLA FARAONICA VILLA GERNETTO (24MILA METRI QUADRI, 60 CAMERE DA LETTO, CINEMA DA 80 POSTI), DOVEVA FORMARE LA FUTURA CLASSE DIRIGENTE DI FORZA ITALIA
Dentro Forza Italia gira una battutaccia: l’università delle Libertà
di Silvio Berlusconi ha fatto la fine delle Olgettine. I figli, gli eredi del Cavaliere, hanno tirato una riga. Senza più l’ex premier a occuparsene, il giocattolo è finito in soffitta. […] il progetto dell’ateneo azzurro, che avrebbe dovuto formare la nuova classe dirigente di FI, pallino antichissimo del patriarca forzista, che nei primi anni 2000 sognava di arruolare come prof addirittura Putin e Bush, è stato definitivamente accantonato.
Il sito dell’Universitas Libertatis, registrato quasi due anni fa, non è più attivo. È in modalità manutenzione La pagina Facebook non è più operativa da quasi un anno, l’ultimo post risale a dicembre 2022. E provando a chiamare il numero del centralino, dopo svariati tentativi a vuoto, la risposta conferma che l’iniziativa è archiviata: «I corsi non sono attivi. E non credo che riprenderanno più – fa sapere il centralinista – Grazie». Clic.
La decisione è stata presa dalla famiglia Berlusconi. Lo conferma anche Giovanni Puoti, presidente del Cda di Unicusano (l’università online del vulcanico Stefano Bandecchi, ora sindaco di Terni, che fa da partner) e membro del comitato scientifico dell’ateneo azzurro: «Per ragioni ereditarie, non è più nella disponibilità dell’Universitas Libertatis la sede di Villa Gernetto». Cioè la faraonica reggia berlusconiana nella frazione brianzola di Lesmo, 24mila metri quadri, 60 camere da letto, cinema da 80 posti, acquistata 17 anni fa dal Cavaliere proprio per farne la sede dell’ateneo.
Era già stata messa in vendita da Fininvest nel 2019, ma la cessione non era mai andata in porto. E così, nel 2022, era stata adibita a sede delle lezioni magistrali dell’Universitas, finalmente nata. Non come vera e propria università: difatti è stata battezzata così (universitas, non università) perché il latinorum ha aiutato a bypassare alcuni impacci burocratici. Non si tratta di un ateneo a tutto tondo, quindi, ma di un gestore di corsi e master, perfettamente riconosciuti, in asse con Uni-Cusano
Berlusconi sognava perfino Putin come docente, lo dichiarava pubblicamente nel 2010, quando l’ateneo era solo un miraggio. […] Comunque all’inizio del 2022 il progetto è partito sul serio. Era stato ingaggiato un battaglione di docenti, molti prestati da UniCusano, altri pescati dal mondo delle professioni e della politica, come l’ex ministro Mario Baccini. C’era pure una sessuologa per insegnare ai futuri politici azzurri “il linguaggio del corpo”.
Per attrarre matricole, era stata pensata una formula a prezzi stracciati, per un master: 100 euro, per chi si fosse iscritto agli “studenti azzurri”, la giovanile del partito. Ma il sogno è durato appena un anno. La scomparsa dell’ex premier, ha imposto lo stop.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile
ORFANO DA GIOVANISSIMO, NEGLI ANNI ’90 SI GUADAGNA DA VIVERE VENDENDO PAPERELLE O JEANS DI CONTRABBANDO… NEL ’95 LA SVOLTA, QUANDO FONDA LA “SIBNEFT”, INSIEME A BEREZOVSKY, POTENTE DELL’AUTOMOTIVE VICINO A ELTSIN, CHE E’ STATA RIVENDUTA NEL 2005 A GAZPROM PER 13 MILIARDI DI DOLLARI
Una sera il consigliere Voloshin (Alexandr Voloshin, l’allora capo dell’amministrazione presidenziale di Vladimir Putin) mi chiama e mi dice: “Tra un’ora annunceremo che Abramovich sta comprando il Chelsea. Puoi diffondere la notizia?”». Chi parla così,[…] è Aleksey Venediktov, il direttore di Echo Moscow, la radio poi chiusa da Putin nel 2022 dopo che Venediktov si era espresso contro la guerra in Ucraina.
Per tanti anni, però, Venediktov è anche stato uno dei giornalisti più influenti di Mosca e più introdotti nei circoli del potere, nella transizione oscura da Boris Eltsin a Putin Voloshin dice a Veneditov «annunceremo», non «Abramovich annuncerà». Perché lo Stato russo doveva prendersi la briga di fare l’annuncio di una operazione di mercato di un libero imprenditore?
Abramovich ha sempre negato di aver acquistato il Chelsea dietro richiesta di Putin o della verticale di potere del Cremlino
La ricostruzione che giunge adesso da parte di Venediktov è una delle tante chicche contenute in un nuovo documentario evento francese-italiano, domani sera, lunedì 20 novembre, su Raitre in seconda serata, Roman Abramovich: l’equilibrista (tratto dal francese Un oligarque dans l’ombre de Poutine di Stéphane Bentura).
Con diverse rivelazioni. «La decisione di acquistare il Chelsea – spiega appunto Venediktov in uno dei passaggi chiave del film – fu chiaramente di natura politica. E Abramovich sapeva che gli avrebbe permesso di entrare nell’alta società britannica». Ma senza sconti, dietro Abramovich si staglia la figura di Vladimir Putin
È qui che si spiegano alcuni passaggi strabilianti dell’ascesa di Abramovich, per esempio la fondazione di Sibneft, con cui nasce la fortuna di Abramovich, nel 1995. Prima di allora, s’inventa un business (la costruzione di giocattoli per bambini, per lo più anatre di plastica). O il mercato nero di jeans, che importava da Mosca a Komi, orfano di madre e padre da piccolissimo, conosce durante una crociera ai Caraibi, nel 1994, Boris Berezovsky, più grande di lui, già potente nell’automotive, con forti entrature politiche. Gli sta simpatico.
Propone a Berezovsky di creare un’azienda capace di controllare tutto il flusso del greggio, dalla produzione alla raffineria. Berezovsky, come altri in seguito, si fa incantare da quel ragazzo dalla faccia pulita, che poi lo accoltellerà, e a sua volta convince Eltsin a far fondere un’azienda produttrice di petrolio greggio con una raffineria e a cederne il controllo a Berezovsky e Abramovich.
In cambio, Berezovsky avrebbe dovuto usare una parte dei proventi della nuova società petrolifera per fondare una stazione tv, Ort, deputata sostanzialmente a una cosa sola: fare propaganda pro Eltsin. Abramovich compra il 90 per cento a 240 milioni di dollari, ma di questi solo 18,8 milioni appartengono con certezza al suo capitale (il team Navalny ritiene che Sibneft costi complessivamente ad Abramovich cento milioni). Dieci anni dopo, nel 2005, rivende il 72 per cento di Sibneft a Gazprom, cioè allo Stato russo, che gli paga quelli che allora sono 13 miliardi di dollari.
Per Putin è il «consolidamento degli asset economici russi» sotto lo Stato. Per Abramovich l’affare che lo rende stramiliardario: un affare interamente dentro il perimetro del Cremlino. «Putin non ha messo in riga gli oligarchi – spiega Luke Harding nel film – è il più potente degli oligarchi. Siede al di sopra di questa struttura dove potere e denaro si fondono, dove il denaro è potere in contanti, e da dove arbitra tra le diverse fazioni, i diversi clan del Cremlino». Con Abramovich come una specie di jolly. «Abramovich – sostiene Parkomenko – ha costruito e progettato questa simbiosi tra denaro e potere».
Il mediatore nel primo mese della guerra russa in Ucraina. Venediktov racconta: «Per quello che ha fatto in Ucraina non posso dire che ha un mandato di Putin, ma ha l’autorizzazione di Putin, a trattare con Zelensky». Una figura statuale, insomma. Molto più che un businessman. Abramovich non ha voluto rispondere alle domande degli autori del documentario.
Nel film la deputata britannica Margaret Hodge racconta un episodio rivelatore. I russi, dice, hanno versato tre milioni di sterline a vari soggetti dei Tories, compresi ministri: «È stata una enorme operazione di soft power. Un giorno Abramovich mi mandò un emissario russo a convincermi che poteva e stava finanziando tante opere di carità. Io dissi: “Con quali soldi?”. Non rispose». In tanti, anche in Italia, in quel frangente scoprirono di tifare per il Chelsea.
(da La Stampa)
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