Destra di Popolo.net

LA CORTE EUROPEA CONDANNA L’ITALIA A PAGARE PER I MALTRATTAMENTI AI MIGRANTI: COSTRETTI A DENUDARSI, PRIVATI DELLA LIBERTA’ E MALNUTRITI”

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

LA CAUSA AVVIATA DA 4 ESULI SUDANESI… LO STATO DOVRA’ PAGARE LORO 36.000 EURO

Spogliati «senza alcuna ragione convincente». Maltrattati e «arbitrariamente privati della libertà». Ecco perché, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia a risarcire quattro migranti sudanesi con cifre che vanno dagli 8 ai diecimila euro ciascuno. La sentenza della prima sezione della Corte (presieduta da Marko Bošnjak) è datata 16 novembre, ma riguarda episodi accaduti nell’estate del 2016. Dopo aver avviato le pratiche per far attribuire ai loro clienti lo status di rifugiato, nel febbraio 2017 gli avvocati (Nicoletta Masuelli, Gianluca Vitale e Donatella Bava, tutti di Torino) avevano deciso di rivolgersi alla Corte di Strasburgo.
I quattro erano arrivati in Italia in momenti diversi: due «in un giorno imprecisato di luglio» del 2016 a Cagliari, un altro il 14 luglio a Reggio Calabria, uno il 6 agosto sempre a Reggio Calabria e l’ultimo l’8 agosto «in un luogo imprecisato della costa siciliana». Il più giovane ha 30 anni, il più vecchio 43.
In comune, i quattro hanno che sono stati tutti trasferiti nello stesso centro di accoglienza gestito dalla Croce Rossa a Ventimiglia. Sono stati «costretti a salire su un furgone della polizia», trasportati in una caserma dove sono stati «perquisiti», obbligati a consegnare «i telefoni, i lacci delle scarpe e le cinture» e poi «è stato chiesto loro di spogliarsi». Sono rimasti nudi dieci minuti, in attesa che gli agenti rilevassero le loro impronte digitali.
Concluse le procedure, la polizia ha fatto salire i quattro (assieme a una ventina di connazionali) su un pullman. Destinazione: l’hotspot di Taranto. Secondo quanto ricostruito nella sentenza, i migranti sono stati «costretti a rimanere seduti per l’intero viaggio» e potevano andare in bagno soltanto scortati e lasciando la porta spalancata, rimanendo «esposti alla vista degli agenti e degli altri migranti».
Il 23 agosto, i quattro (con un gruppo di compatrioti) sono risaliti su un pullman diretti a Ventimiglia, dove hanno incontrato un rappresentante del governo sudanese che li ha riconosciuti come cittadini del suo Paese. A quel punto, è stata avviata la procedura per il rimpatrio. In aereo, dall’aeroporto di Torino Caselle. Ma sul velivolo c’era posto soltanto per sette migranti, così il questore aveva firmato un provvedimento di trattenimento e i quattro sono stati accompagnati al Centro di identificazione ed espulsione di Torino.
Uno, però, è stato prelevato pochi giorni dopo dalla polizia. Per lui, era pronto un posto sull’aereo per il rimpatrio. Lui non voleva, arrivato a bordo ha incominciato a dare in escandescenze assieme a un altro migrante finché il comandante del velivolo ha deciso di chiedere alla polizia di farli sbarcare entrambi, per problemi di sicurezza. Appena rientrato al Cie, l’uomo ha ribadito la sua intenzione di ottenere la protezione internazionale. Lo stesso hanno fatto gli altri tre. Tutti hanno ottenuto lo status di rifugiato.
La sentenza della Corte condanna l’Italia a pagare per varie violazioni. Una riguarda «la procedura di spogliazione forzata da parte della polizia», che «può costituire una misura talmente invasiva e potenzialmente degradante da non poter essere applicata senza un motivo imperativo». E per i giudici di Strasburgo «il governo non ha fornito alcuna ragione convincente» per giustificare quel comportamento. Poi, ci sono le accuse dei quattro di essere rimasti senz’acqua e cibo nel trasferimento Ventimiglia-Taranto e ritorno. Il governo aveva ribattuto fornendo «le copie delle richieste della questura di Imperia a una società di catering», che però «riguardavano altri migranti». Per la Corte, quella situazione «esaminata nel contesto generale degli eventi era chiaramente di natura tale da provocare stress mentale». E ancora, le condizioni vissute in quei giorni «hanno causato ai ricorrenti un notevole disagio e un sentimento di umiliazione a un livello tale da equivalere a un trattamento degradante», vietato dalla legge. I giudici di Strasburgo ritengono, poi, che i quattro siano «stati arbitrariamente privati della libertà», pur se in una situazione di «vuoto legislativo dovuto alla mancanza di una normativa specifica in materia di hotspot», già denunciata nel 2016 dal garante nazionale dei detenuti.
Per la Corte, ce n’è abbastanza per condannate l’Italia a risarcire i quattro: uno dovrà ricevere 8 mila euro, un altro 9 mila e altri due diecimila «a titolo di danno morale».
(da agenzie)

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BONELLI (VERDI): “4 ANNI DI CARCERE PER CHI PROTESTA, MA SALVANO CASAPOUND”

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

“CHI PROTESTA CONTRO I RITARDI NELLA RICOSTRUZIONE POST-TERREMOTI RISCHIANO LA GALERA CON IL NUOVO DECRETO SICUREZZA”… “MELONI VUOLE CRIMINALIZZARE IL DISSENSO SOCIALE”

Un governo reazionario che criminalizza chi si oppone ma ha un occhio di riguardo per chi evade le tasse, per gli ultras (che sono soprattutto fascisti) e per chi inquina e violenta il territorio, magari provocando disastri ambientali o malattie.
“Il decreto sicurezza del governo è una vera e propria svolta autoritaria del nostro paese e un problema serio per la nostra democrazia. Dopo la precettazione voluta dal ministro Salvini contro lo sciopero generale di CGIL e UIL, arrivano gli articoli 11 e 10 del decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei Ministri che prevede il carcere dai sei mesi fino a 4 anni per chi si renderà responsabile di blocchi stradali. Viene modificato l’art. 1 bis del decreto legislativo 22 gennaio 1948, n. 66, in riferimento al comma 2 trasformando la sanzione pecuniaria in carcere fino a 4 anni per chi blocca strade e infrastrutture. Gli operai e le operaie dell’Ilva, della Whirlpool, della Softlab, della Sanac, della Jabil, di Mondo Convenienza, della Valbruna – solo per citarne alcuni – che solo in questi mesi del 2023 hanno bloccato strade per protestare contro i licenziamenti, per la crisi delle loro aziende e per le condizioni di lavoro, andranno in carcere fino a 4 anni se riproporranno le stesse modalità di lotta. Ma non solo loro.”
Cosí in una nota il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, che prosegue:
“Che dire dei terremotati che nel 2017 bloccarono le strade con i trattori per protestare contro i ritardi sulla ricostruzione, o quando in Maremma gli alluvionati bloccarono la strada regionale 74 per chiedere sicurezza idraulica, o gli agricoltori che nel maggio 2023 hanno bloccato la Domiziana? Le proteste di Ultima Generazione sono solo l’alibi per il governo per fermare la protesta sociale perché non sono in grado di dare alcuna risposta politica e di governo se non il carcere a chi protesta e subisce gli effetti della crisi economica, sociale e ambientale.
In piú il governo si preoccupa di criminalizzare la protesta sociale, ma non fa nulla di fronte alla più grande ingiustizia sociale come l’accumulazione degli extraprofitti di banche e societá energetiche che tra il 2021 e il 2023 hanno raggiunto una cifra ampiamente superiore ai 100 miliardi di euro e (senza parlare di quelli sanati da Giorgia Meloni). Con loro usano la piuma e per chi oggi protesta giustamente, prevedono il carcere”
“Questa svolta autoritaria del governo ed oltre ad essere un problema serio per la nostra democrazia, ma è anche di parte: all’art. 8 del decreto vengono salvati i lontani amici di Lega e FDI perché non prevede il carcere per realtà e organizzazioni fasciste come Casapound che occupano da anni un immobile dello Stato a Roma.” Conclude
(da Globalist)

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LA NUOVA FININVEST PRENDE FORMA: A MARINA E PIER SILVIO IL CONTROLLO DELL’IMPERO

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

ALMENO LA METÀ DEI DIVIDENDI SARA’ DISTRIBUITA ALLE HOLDING PERSONALI DEI CINQUE FIGLI DELL’EX PREMIER E UN POSTO NEL CDA DELLA FINANZIARIA DI FAMIGLIA SARA’ A DISPOSIZIONE DI BARBARA, ELEONORA E LUIGI

Il controllo di fatto dell’impero Fininvest a Marina e Pier Silvio Berlusconi; almeno la metà dei dividendi distribuita alle holding personali dei cinque figli dell’ex premier; un posto nel Cda della finanziaria di famiglia a disposizione di Barbara, Eleonora e Luigi. La “nuova” Fininvest prende forma e i patti parasociali siglati dagli eredi dopo la morte del padre, verranno ora recepiti negli statuti delle holding personali e in quello della finanziaria di famiglia.
Con ogni probabilità i consigli di amministrazione di Fininvest e delle holding personali dei figli di Silvio Berlusconi saranno infatti convocati la prossima settimana, con le relative assemblee che si terranno a fine mese. Verranno così blindati i patti tra gli eredi, compresa l’impossibilità di cedere quote in Fininvest per un periodo di cinque anni. Confermato anche l’allargamento del board da 7 a 15 consiglieri.
Le modifiche definiscono il futuro della finanziaria che controlla Mfe, Mondadori e il 30% di Banca Mediolanum, sulla quale è ancora attesa la risposta della Bce affinché Fininvest possa tornare a disporre della quota del 20% “congelata” per la perdita dei requisiti di onorabilità del fondatore.
La prossima settimana sono intanto attesi i conti di Mfe-Mediaset, tra le ultime trimestrali dei grandi gruppi quotati in Piazza Affari. […] i ricavi del terzo trimestre sfiorano i 500 milioni, mentre per l’intero 2023 è sopra i 2,7 miliardi, sostanzialmente in linea con l’anno scorso. Intanto a ottobre la raccolta pubblicitaria è cresciuta dell’8%, un dato che dovrebbe essere confermato anche a novembre. I dati, però, si confrontano con un fine 2022 complicato perché c’era i Mondiali di calcio in Qatar trasmetti dalla Rai.
(da La Stampa)

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“BIBI” CON LE SPALLE AL MURO

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

IL PRESSING SU BENJAMIN NETANYAHU PER SBLOCCARE LE TRATTATIVE PER LA LIBERAZIONE DEGLI OSTAGGI SU HAMAS SI FA SEMPRE PIU’ FORTE

68 chilometri percorsi a piedi in 5 giorni, dalle spiagge di Tel Aviv fino alle colline di Gerusalemme, 43 giorni senza notizie dei loro cari. Lungo il percorso, la solidarietà dei connazionali si è manifestata in una folla sempre più numerosa e nell’abbraccio di 30mila persone nella tappa finale, ieri pomeriggio
«Il viaggio non è finito», ha detto Yuval Haran, sette famigliari nelle mani di Hamas e promotore della marcia. «Siamo pronti a camminare fino a Gaza, se necessario. Ma non rinunceremo ai nostri figli», ha ribadito la signora Ganz-Zach.Poi un pullman li ha riportati a Tel Aviv, al quartier generale del forum delle famiglie degli ostaggi, dei 240 […] che sono prigionieri nella Striscia ma chissà dove esattamente, in quali condizioni e in mano di chi. L’ala militare di Hamas ha comunicato, proprio ieri in serata, che «i contatti con alcune squadre, il cui compito era sorvegliare gli ostaggi, sono stati interrotti» e che pertanto non ha più informazioni sulla sorte di quelle persone.
La marcia aveva anche lo scopo di fare pressione sul gabinetto di guerra, a cui si chiede trasparenza, un dialogo costante ed empatia. «L’obbligo principale di un governo nei confronti del suo popolo è proteggerlo. Senza protezione e senza sicurezza, non c’è uno Stato, non c’è Israele. L’unico modo per tornare a essere una nazione, è riportare a casa gli ostaggi», dice fuori dall’auditorium Gil Dickmann, mentre il ministro Benny Gantz e l’osservatore del gabinetto di guerra Gadi Eisenkot, entrambi ex capi di Stato maggiore dell’esercito, stanno rispondendo alle domande dei rappresentanti delle famiglie.
Dall’incontro a porte chiuse trapela che Eisenkot abbia detto che «il ritorno degli ostaggi è la priorità suprema, prima ancora della distruzione di Hamas». Il premier Benjamin Netanyahu, in una conferenza stampa per i media locali, ha dichiarato: «Noi stiamo marciando con voi, io sto marciando con voi, tutto il popolo di Israele sta marciando con voi». Ma la solidarietà non basta più. «A seguito di forti pressioni – fa sapere il forum delle famiglie degli ostaggi – il Primo Ministro ha annunciato un incontro dei rappresentanti di tutte le famiglie con l’intero Gabinetto di Guerra», lunedì sera, in coincidenza con la Giornata mondiale dell’Infanzia.
Intanto, dal complesso della Kirya, Netanyahu ribadisce che «molte notizie» su imminenti accordi per liberare alcuni o tutti gli ostaggi sono «errate. Per ora non c’è alcun accordo». E il ministro Benny Gantz, che l’ha raggiunto dopo l’incontro con le famiglie degli ostaggi, dice che l’operazione di Tsahal a Gaza finirà «solo quando possiamo promettere sicurezza e riportare a casa i nostri ragazzi e le nostre ragazze». Sulle pagine del Washington Post il presidente Usa Joe Biden[…] ribadisce anche che per Hamas «ogni cessate il fuoco» serve «per ricostituire le scorte di razzi, riposizionare i combattenti e iniziare nuovamente a uccidere i civili».
(da agenzie)

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L’OPINIONE PUBBLICA CONTA POCO O NULLA

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

CHE E’ SUCCESSO AL GRANDE OCCIDENTE?

È lecito bombardare un ospedale perché nei sotterranei si intersecano i tunnel scavati da Hamas? Cosa dice il diritto internazionale, le leggi che proteggono i diritti umani a riguardo?
Queste le domande chiave che abbiamo ascoltato negli ultimi giorni formulare da giornalisti, esperti e politici. La risposta è naturalmente sempre vaga, perché nessuno veramente sa cosa rispondere per un semplice motivo: la questione è politica. Qualsiasi risposta è un’opinione, un’interpretazione, e dunque sempre di parte.
Tutto ciò è vero a livello universale. I bombardamenti russi sulla popolazione civile in Ucraina sono un crimine di guerra, ma quelli israeliani a Gaza non lo sono. Perché? Perché l’Occidente, si badi bene l’establishment non il popolo, stanno dalla parte di Israele mentre in Ucraina stanno dalla parte di Zelensky. Peccato che queste non sono partite di calcio e decine di migliaia di persone muoiono senza capire bene perché, sono le vittime innocenti e ignoranti dei giochi di potere in tutte le guerre, la stragrande maggioranza; e noi, l’opinione pubblica mondiale, li lasciamo trucidare senza battere ciglio perché siamo impotenti, non possediamo gli strumenti per fermare sia i massacri in Ucraina sia quelli a Gaza.
Cosa è successo al grande Occidente? Alla culla della democrazia, della giustizia, della libertà, dei diritti umani? Possibile che questi fuochi si siano estinti? In realtà questi fuochi non sono mai stati accesi. Nell’agosto del 1945 gli Stati Uniti hanno sganciato due bombe atomiche sul Giappone e lo hanno fatto sulla popolazione civile di due città, Hiroshima e Nagasaki. Con un colpo solo hanno spazzato via ospedali, scuole, parchi, edifici e più di 200mila persone sono morte. Sulla bilancia della storia si disse che questi innocenti vennero sacrificati per salvarne molti, molti di più tra soldati e civili, se la guerra fosse continuata. Ma oggi sappiamo che il Giappone era sul punto di capitolare e che gli americani ne erano a conoscenza. Sappiamo anche che sarebbe bastato dare una dimostrazione della potenza dell’atomica senza dover mietere tutte quelle vittime. Ma gli Stati Uniti volevano vendicarsi di Pearl Harbour e volevano dimostrare al mondo che l’atomica l’avevano solo loro e che non avrebbero esitato ad usarla. Fu una mossa dettata allo stesso tempo dal desiderio di vendetta tutto umano e dai piani di strategia geopolitica della superpotenza Usa, perché le guerre le fanno gli uomini e la storia la scrivono sempre loro.
Discorso analogo si può fare per l’invasione in Iraq del 2003. Contro la volontà del Consiglio di sicurezza dell’Onu e sulla base di bugie fabbricate ad hoc, per dimostrare che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa capaci di raggiungere Londra, in 45 minuti si invase l’Iraq. Il resto di questa triste storia è noto a tutti.
Nel 1945, nel 2003 e oggi l’opinione pubblica conta poco o niente: una velina appoggiata sulla Costituzione delle varie nazioni per evitare che gli schizzi di sangue delle vittime innocenti delle guerre da noi promosse la sporchino. L’opinione pubblica non ha la forza di deviare il corso della storia a meno che non si organizzi per rovesciare chi la governa, come avvenne con la Rivoluzione francese. Ma in democrazia questo concetto non ha senso, la democrazia è per definizione il governo della maggioranza del popolo, come si fa a rovesciarlo?
Analisi analoga fece Hamas negli anni Novanta, quando decise che era lecito attaccare la popolazione civile israeliana perché attraverso il voto democratico questa stessa era responsabile delle azioni del governo di Israele. Sulla base di questo ragionamento, per Hamas trucidare i coloni intorno a Gaza e i giovani al concerto nel deserto non è un atto terroristico o un crimine, ma un’azione di guerra legittima.
Adesso riflettete sul perché attaccare un ospedale per l’esercito israeliano e per Netanyahu è legittimo. La responsabilità dei civili e dei malati è legata al processo democratico che ha portato al potere Hamas. Il diritto internazionale, la difesa dei diritti umani, la differenza tra civili e combattenti è un pongo che chi eleggiamo democraticamente modella a proprio piacimento e si porta in passerella mediatica, per convincerci che il nuovo pupazzetto ci piace.
(da ilfattoquotidiano.it)

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L’IRA DELLA SORELLA DI GIULIA CECCHETIN CONTRO SALVINI: “DUBITA DELLA COLPEVOLEZZA DI TURETTA PERCHE’ E’ BIANCO E DI BUONA FAMIGLIA”

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

L’ENNESIMA INDEGNA CAZZATA DI SALVINI: LA FRASE CHE INIZIA “SE COLPEVOLE”…FOSSE STATO UN RAGAZZO DI COLORE LO AVREBBE SCRITTO?

Non ci sta Elena Cecchettin, la sorella di Giulia uccisa a coltellate dall’ex fidanzato, a leggere le parole del vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini. «Se colpevole, nessuno sconto di pena e carcere a vita», ha scritto il leader della Lega su X commentando la notizia dell’arresto in Germania di Filippo Turetta, accusato di essere il responsabile del femminicidio della 22enne.
Quel “se” alla sorella della vittima proprio non va giù. E lo fa sapere ad alta voce sui suoi social.
«Dubita della sua colpevolezza perché bianco e perché di “buona famiglia”. Anche questa è violenza, violenza di stato», scrive la sorella di Giulia Cecchettin condividendo un post di Carlotta Vagnoli. Quest’ultima, scrittrice e divulgatrice femminista, tra le sue stories Instagram aveva commentato la dichiarazione di Salvini ricordando come «il suo partito a maggio ha votato contro la ratificazione della convenzione di Istanbul».
Ovvero il trattato internazionale contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. «Così – aveva aggiunto – nel caso voleste altri motivi per comprendere quanto il femminicidio sia un omicidio di Stato».
(da Open)

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“OLTRE 7 DICHIARAZIONI SU 10 DI ESPONENTI POLITICI MANCANO DI FONDAMENTO, DATI O FATTI IN GRADO DI GARANTIRE LA LORO ACCURATEZZA”

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DI “DEMOSKOPIKA”, RAFFAELE RIO: “ABBIAMO MESSO INSIEME E CATALOGATO OLTRE 1200 DICHIARAZIONI DEI PRINCIPALI ESPONENTI POLITICI. TUTTI I PARTITI SONO SOPRA AL 50% DI DICHIARAZIONI NON ACCURATE: DOMINA SALVINI”

Superficiali, cinici, dispensatori di mezze verità o bugie intere. Secondo Raffaele Rio, presidente dal 2009 dell’istituto di ricerca Demoskopika, siamo in mano a un “esercito di politicanti” che pensa solo alla propria autoconservazione e riempie l’opinione pubblica, soprattutto attraverso i social, di messaggi semplicistici, intrisi di qualunquismo, spesso falsi. Rio la definisce OxyPolitik (è il titolo del libro edito da Tangram). Un nome provocatorio che fa il verso all’OxyContin, il farmaco a base di oppioidi che ha scatenato una terrificante epidemia negli Stati Uniti tra il 1999 e il 2017.
Nel suo libro stila la classifica dei “partiti Pinocchio”.
Il fact checking delle dichiarazioni pronunciate dai leader politici può aumentare la responsabilità di chi esercita la loro funzione. Abbiamo messo insieme e catalogato oltre 1200 dichiarazioni dei principali esponenti politici.
Il risultato è sconfortante.
Tutti i partiti sono sopra al 50% di dichiarazioni non accurate. Domina Salvini. Oltre 7 dichiarazioni su 10 di esponenti politici mancano di fondamento, dati o fatti in grado di garantire la loro accuratezza. La Lega è il primo partito (con l’88,6%, ndr). Invece sotto la media nazionale (76,3%) ci sono (in ordine decrescente di “bugie”, ndr) FdI, il M5S, il Pd, Avs e Azione.
I politicanti pensano che diffondere “Oxy” – abbracciando la comunicazione superficiale da social – favorisca la partecipazione. I dati dicono il contrario: l’utilizzo di social aumenta negli anni e l’astensionismo non si riduce. Anzi: se continua questo trend, nelle Politiche del 2027 voterà un italiano su due.
Tra i “titoli” più forti del suo saggio c’è quello sulla ’ndrangheta: se presentasse una sua lista – scrive – eleggerebbe 5 deputati e 3 senatori.
Secondo i nostri calcoli una lista “’Ndranghetocrazia” potrebbe valere 700mila voti, distribuiti in tutto il territorio: la maggior parte al Sud, ovviamente, ma anche nel Nord ovest raccoglierebbe 200mila preferenze.
Come è arrivato a queste cifre?
Con una mappatura dei gruppi di condizionamento elettorale, cioè le famiglie ’ndranghetiste distribuite sul territorio italiano in ogni Regione. La stima complessiva, 700 mila voti, credo sia persino per difetto.
(da Fatto quotidiano)

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“SE HA DAVVERO DETTO QUESTO NON CAPISCE NULLA DI POLITICA”: PAOLO QUADROZZI, CONSIGLIERE DI GIORGIA MELONI, NELLA CHAT “MONITORAGGIO CHIGI”, RIFILA UN CEFFONE A GIOVANBATTISTA FAZZOLARI CHE SPINGE PER AVERE ZELENSKY OSPITE AD “ATREJU”

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

L’IPOTESI DI INVITARE IL PRESIDENTE UCRAINO ALLA KERMESSE NON PIACE A TUTTI IN FRATELLI D’ITALIA, DOVE ANCORA VIVE UN’ALA FILO-RUSSA

Immaginano un grande schermo, il volto di Volodymyr Zelensky che appare, come sempre in mimetica, gli applausi e Giorgia Meloni che sorride fiera sul palco. Qualcuno, magari di nascosto, applaudirà un po’ meno, se davvero alla fine il presidente ucraino sarà tra gli ospiti d’onore di Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, che a metà dicembre sarà all’insegna della celebrazione di un anno di governo
Eroe e popstar per alcuni, un peso o ormai una seccatura per altri: Zelensky suscita emozioni contrastanti. L’opinione pubblica si divide, interrogandosi sul sostegno alla resistenza ucraina, e i meloniani fanno altrettanto. I dubbi sono arrivati fin dentro Palazzo Chigi, spaccando il cerchio magico di Meloni, i collaboratori che abitano gli uffici vicini alla stanza della leader e non sempre sono in armonia l’uno con l’altro.
Tra le chat a convergenze variabili ce n’è una, intitolata “Monitoraggio Chigi”, usata per commentare gli articoli usciti su giornali e siti. Una rassegna stampa ragionata che serve anche a rivendicare posizioni, idee, proposte, e a marcare differenze tra chi sussurra all’orecchio della presidente del Consiglio.
Alla chat partecipano tra gli altri Patrizia Scurti, capo della segreteria e ombra di Meloni, e Paolo Quadrozzi, per anni nell’ufficio stampa della leader, cognato della portavoce storica Giovanna Ianniello, e oggi inquadrato a Palazzo Chigi con un posto a diretta collaborazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.
Due giorni fa in quella chat, mentre Meloni è a Zagabria, si sta discutendo di Atreju. Sotto l’immagine di un articolo, Quadrozzi scrive: «Se ha davvero detto questo non capisce nulla di politica». Di chi parla? Nello screenshot a cui è riferito il commento si legge che l’altro sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, sta lavorando per portare Zelensky alla kermesse. Fazzolari è il teorico del sostegno incondizionato a Kiev
Fazzolari è l’artefice della svolta di Meloni, che un tempo non troppo lontano da oggi era invece simpatizzante dell’autocrate del Cremlino e si contendeva con Matteo Salvini le simpatie sovraniste per Mosca. Il sottosegretario da qualche mese ha in mano la regia della comunicazione del partito. Quadrozzi, appassionato di esteri, aiuta Meloni nella composizione dei discorsi. Tra i due c’è la tipica competizione di chi si disputa il privilegio di consigliare il principe.
Nelle file di Fratelli d’Italia c’è ancora chi, come l’assessore regionale del Piemonte Maurizio Marrone, non ha rinnegato la propria anima filo-russa e considera legittime le rivendicazioni territoriali nel Donbass ucraino. Nel partito si vive con disagio il fatto che l’appoggio a Zelensky potrebbe avere un prezzo elevato in termini di consenso. Soprattutto se si esce dalla cornice istituzionale del governo di un Paese membro della Nato, e il sostegno si rende esplicito in una festa di partito.
Molti elettori di destra pensano che Zelensky debba trovare una via d’uscita dal conflitto. D’altronde è evidente che è anche a loro che pensava Meloni quando, nella famosa telefonata beffa del comico russo, ha confessato una certa «stanchezza nell’opinione pubblica» verso la guerra e verso le ragioni degli ucraini.
(da La Stampa)

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CHE CAZZO SUCCEDE IN RUSSIA? NELLA CITTÀ DI EKATERINBURG SONO COMPARSI ENORMI FALLI DI NEVE

Novembre 19th, 2023 Riccardo Fucile

TUTTO È NATO COME FORMA DI PROTESTA CONTRO L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE PER LA MANCATA PULIZIA DELLE STRADE DALLA NEVE… E ORA IL FENOMENO SI STA DIFFONDENDO IN ALTRE CITTÀ RUSSE

Il primo è stato eretto di fronte al teatro dell’opera e all’università, in una delle piazze principali di Ekaterinburg, ed era talmente alto e possente che per demolirlo è stato inviato un trattore. Poche ore dopo, sono spuntati ovunque: nelle piazze centrali e nei cortili delle periferie, nei parchi giochi dei bambini e sui cofani delle auto parcheggiate. Sono alti, bianchi, e con tutti i particolari anatomici scolpiti amorevolmente.
L’epidemia delle sculture di neve a forma di membri maschili ha assunto dimensioni tali da spingere il sindaco della città Alexey Orlov a parlare di una “disgrazia”. Che ovviamente, dopo una pubblicità da parte del primo cittadino, è diventata virale.
Nessuno sa chi è stato il primo buontempone a erigere un realistico ed enorme fallo di neve a Ekaterinburg: forse, era un segno di protesta contro le autorità comunali che, come al solito, avevano lasciato la capitale degli Urali sommersa dalla prima nevicata abbondante, o forse era un’espressione delle sue pulsioni segrete.
In Russia poi, dove la menzione dei genitali e del turpiloquio a esso legato è un tabù, il fallo bianco immacolato puntato fieramente verso il cielo diventa subito un simbolo di sfida e di accusa. Il vicesindaco Alexey Bubnov infatti ha gridato alla “provocazione” e ha chiamato in soccorso la polizia, individuando correttamente nella creatività dal basso una forma di protesta occulta.
Il funzionario ha promesso di arrestare gli autori delle sculture e ha anche chiesto ai cittadini di inviargli segnalazioni fotografiche delle “aberrazioni” che spuntano come funghi in giro per la città (sarebbe curioso dare una sbirciata alla sua casella di posta elettronica).
Su Change.org è apparsa anche una petizione che chiede di fermare la “pseudocreatività” dei giovani per “non trasformare Ekaterinburg in una città del c***”. Per ora ha raccolto soltanto poche decine di firme, mentre i milioni di like sui social stanno già diffondendo l’epidemia dei “snegochleny”, i “membrinivei”, in altre città russe colpite dalle prime nevicate dell’autunno.
(da La Stampa)

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