Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
PAOLA CAPORALETTI: “PICCHIATA ANCHE IO, MA SIAMO QUI PER AIUTARE GLI ALTRI”
Ha fatto il giro della rete quel video che mostrava i sanitari del pronto soccorso di Foggia barricati dietro una porta per difendersi dai parenti di una giovane 23enne morta poche ore prima. Mentre i parenti della deceduta parlano di malasanità, oggi sulle colonne de Il Messaggero interviene Paola Caporaletti, dirigente dell’unità di pronto soccorso del policlinico di Foggia. «Un disagio quotidiano per tutti noi – racconta – aggressioni fisiche e verbali, la maggior parte poi non viene segnalata dagli operatori. Io stessa sono stata ripetutamente vittima, come gli altri. Tre mesi fa strattonata, hanno cercato di prendermi a pugni, sono stata colpita a un braccio. Non era la prima volta. Non ho riportato un danno paragonabile a quello appena causato ai miei colleghi, ma non è pensabile si alzino le mani su chiunque». E aggiunge: «Medici e pazienti tutti hanno lo stesso fine: la cura della persona. Dovremmo camminare insieme. Chi aggredisce un medico, aggredisce se stesso».
«Svalutazione completa degli studi e delle competenze»
Perché avvengono sempre più aggressioni negli ospedali? «Con un problema di alterazione e di inesistenza di un sociale, che ha già ricadute. C’è chi ha studiato per prendersi cura degli altri e viene trattato così. C’è una svalutazione completa degli studi e delle competenze. La magistratura farà il suo corso, fermo restando la categorica condanna verso qualsiasi forma di violenza nei rapporti professionali e umani, non giustificabile anche davanti al dolore», spiega dirigente. E ancora: «La ricaduta è quella di una nuova generazione che sempre più non sceglie di fare il medico e se lo fa non sceglie di fare l’ospedaliero, nelle categorie più specialistiche ed esposte a emergenza e urgenza».
Dottor Google
«O mi curi ora e subito, anzi decido io come ti aggredisco o ti denuncio. “Ho letto su dottor Google, ho sentito la vicina”. Poi sono anni che segnaliamo la carenza di organico, i medici sono in difficoltà specie a portare avanti i pronto soccorso. Mi duole che non ci sia stato ancora nei cittadini un movimento di ribellione che abbia detto: muoviamoci, sta crollando un bene comune che tutti ancora ci invidiano. Non c’è stata una presa di coscienza, si continua solo a pretendere e lamentarsi di inefficienze reali o presunte», spiega Caporaletti. «Sono convinta – aggiunge – sia saltato un patto sociale di cura, come del resto per gli insegnanti. I medici curano, accolgono chiunque ma manca il riconoscimento della professionalità e del ruolo. Non lavoriamo serenamente, ci sentiamo costantemente messi in discussione e contestati nelle scelte diagnostiche e terapeutiche. Ogni giorno compiamo scelte, questo clima non favorisce la serenità mentale che dobbiamo avere specie nell’emergenza».
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
“MELONI HA SBAGLIATO A NON CHIAMARLA PER NOME, E’ INCAPACE DI DIMOSTRARE SOLIDARIETA’ A UN’ALTRA DONNA PERCHE’ LEI SI RITIENE PERFETTA, SALVO POI CIRCONDARSI DAL POTERE MASCHILE”
Le logiche del potere maschile sono sempre le stesse, ma “Maria Rosaria Boccia ha
gestito totalmente in proprio, senza mediatori, quella che lei chiama la sua verità.
La forza dei social è stata determinante ed è la prima volta che accade. Non mi viene in mente un altro caso in cui l’effetto sia stato così rapido ed efficace”. Lo dice all’ANSA la filosofa della politica Giorgia Serughetti del caso Boccia-Sangiuliano che ha portato alla dimissioni del ministro.
Docente alla Bicocca di Milano, Serughetti al Festivaletteratura di Mantova è stata protagonista di un incontro dedicato a ‘Un altro genere di potere’ che fa riferimento al suo ultimo libro Potere di altro genere. Donne, femminismi e politica (Donzelli).
“Il caso Boccia-Sangiuliano sembra la riedizione un po’ grottesca, ma neppure troppo, dei cosiddetti scandali berlusconiani del 2009-2011. La logica che vediamo all’opera, quella per cui alcune donne ottengono da uomini di potere delle promesse e in qualche caso, degli incarichi, delle risorse, in fondo non è mai stata davvero messa in discussione, non è mai diventata un oggetto di dibattito pubblico” spiega. “Oggi come allora quello che vediamo è che questi uomini di potere, che usano le donne in questa modalità, rimangono vittime del loro stesso gioco perché le donne parlano.
Le donne non sono più da tanto tempo soltanto oggetti da usare o da tenere buoni con regali e promesse. Sono dotate di voci, capaci di raccontare la propria storia e di farlo sempre più da protagoniste e in questo modo veramente smascherano il gioco, denudano il re e provocano delle reazioni a catena” sottolinea la filosofa.
Ma questo caso “racconta moltissimo anche del conflitto oggi tra mezzi di informazione. Se pensiamo ai casi berlusconiani, una Patrizia D’Addario aveva bisogno che qualcuno, che i giornalisti andassero a raccoglierne la testimonianza, cosa che hanno poi fatto anche nel caso di Maria Rosaria Boccia, ma in un secondo momento. Il primo medium per l’espressione della voce della protagonista sono stati i social. Questo ha dato all’imprenditrice un potere gigantesco nel destabilizzare un sistema. Boccia ha avuto la possibilità di destrutturare, confutare e quindi far saltare una produzione di narrazioni, mediate dalla Rai nello specifico, quindi da un organo sotto controllo partitico e governativo, che un uomo di potere poteva controllare, contrapponendo le proprie versioni dei fatti” afferma Serughetti. In questa situazione “del tutto inedita, in cui i media tradizionali non sono più il veicolo principale di propagazione delle narrazioni pubbliche, anche il controllo, da molti contestato, che il governo fa dell’informazione, può saturare in verità fino a un certo punto lo spazio delle informazioni. Resta comunque una possibilità di far coesistere narrazioni diverse” spiega Serughetti. Narrazioni diverse che hanno fatto emergere “la piccolezza del personaggio Sangiuliano, quella che si è rivelata una totale vulnerabilità. La sua narrazione al Tg1 sembra un residuo del passato, di un altro modo di pensare il rapporto tra politica e media, tra politica e informazione.
Insomma, un tentativo ultima spiaggia per mettere uno stop alle narrazioni alternative, che non ha funzionato. È un caso unico per la dinamica, però ci racconta qualcosa che è più grande di così, ci racconta come sia vulnerabile il potere. Qui c’erano delle colpe evidenti proprio nell’aver indebitamente mescolato vita pubblica e vita privata. Un membro importante del governo è stato colpito su un terreno che per il governo è significativo, quello della famiglia”. “È chiaro che un po’ di intenzione nelle azioni della Boccia c’era, ma lei viene fuori come una persona che non ha i tratti della vittima e non sarebbe giusto rappresentarla così”. In ogni caso questo “non può farci spostare lo sguardo sulla demonizzazione della approfittatrice di turno. Il fatto che queste approfittatrici possano introdursi nei luoghi di potere mi pare che racconti ancora una volta come viene pensato e gestito il potere maschile. La vulnerabilità non è della persona Sangiuliano ma istituzionale” sottolinea la filosofa. “La premier Giorgia Meloni che non chiama questa donna con il suo nome ne esce male. Ha sposato la difesa della figura di potere in cui aveva riposto la sua fiducia, ha trattato Boccia come una approfittatrice. Meloni distingue sempre se stessa dalle altre donne, lei è una donna eccezionale, ha capito come farsi valere, ma non è mai uscita una sua dichiarazione di solidarietà con le altre donne o una manifestazione di disagio per il tipo di modello maschile di potere da cui è circondata” afferma Serughetti.
(da Ansa)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
LA VICENDA SANGIULIANO NON E’ UN “FATTO PRIVATO” PERCHE’ E’ INTRECCIATA CON L’ATTIVITA’ DI GOVERNO
Si parlerebbe volentieri d’altro, a questo punto, non fosse che la premier in persona, con lo stuolo dei giornalisti di destra che le fanno corona (sembrano i boys di Wanda Osiris quando scendeva le scale) definisce «un fatto privato» la vicenda Sangiuliano.
Non è così. Tranne che si viva in un Paese puritano, non ci si dimette per una relazione. Ci si dimette perché quella relazione, fatto decisamente privato, si è maldestramente intrecciata con l’attività di governo.
Se io, a casa mia, amo soffiarmi il naso con la tovaglia, nessuno ha il diritto di sindacare. Se lo faccio durante la cena di un vertice internazionale, e metto in conto al governo il lavasecco, disonoro il mio ruolo e danneggio l’immagine del mio Paese.
La differenza tra pubblico e privato, per quanto l’evo dei social tenda a cancellarla, non è poi così poco intellegibile. Che persone adulte e di mondo (Meloni e il suo nutrito seguito mediatico) fingano di non capirlo, o peggio non lo capiscano per davvero, non è una buona notizia: né per loro, né per la comunità nazionale. Vuol dire che non hanno idea del significato di “cosa pubblica”. Non è una postazione da espugnare, è un bene comune da servire.
Sono per metà desolanti, per metà esilaranti, le allusioni a misteriosi “mandati” che Boccia avrebbe ricevuto. Da chi? Da Cuba? Dai radical chic? Dal Vaticano? Dalla Pro Loco di Paestum, per rivalità con Pompei?
Boccia, con ogni evidenza, è una che si manda da sola. E si è mandata da sola anche questa classe di governanti, ai quali calza a pennello una vecchia battuta di Gino e Michele su Berlusconi: «È uno che si è fatto da solo, e si vede».
(da repubblica.it)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
FDI ORA PRENDE LE DISTANZE: “ERA UN TECNICO, NON È MAI STATO UNO DEI NOSTRI”. LA LEGA NON LO PUÒ VEDERE E DA FORZA ITALIA È IL GELO
Per un attimo, nelle convulse ore delle dimissioni di Gennaro Sangiuliano, in qualche
corridoio è circolata la velenosa voce che gli fosse stato riservato un atterraggio morbido in Rai, con un incarico da direttore di telegiornale quando le acque si fossero calmate. «Certamente rientrerà in azienda e poi valuteremo assieme. Ma è tutto troppo affrettato per fare ipotesi», frena l’amministratore delegato Roberto Sergio.
Secondo le regole auree della lottizzazione, per occupare una poltrona nella tv pubblica bisogna però essere «in quota», imbracciare – in altre parole – una bandiera di partito. E in questo momento non c’è nessuno, nel centrodestra, che abbia il coraggio di caricarsi sulle spalle l’ex ministro e le scorie radioattive dell’affaire Boccia.
Lo chiamavano “Tarzan”, per l’agilità con cui passava da una forza politica all’altra come fossero liane. Invece ora – zac! – c’è il vuoto intorno. L’ultimo salto lo aveva portato, tre anni fa, tra le braccia di Giorgia Meloni e la premier lo aveva ricompensato con la nomina a ministro. Fratelli d’Italia, quindi, va considerata la sua ultima casa. […]
«Sciocchezze!», sbottano i fedelissimi della premier, che poi giurano e spergiurano: «Era un tecnico. Era in quota Rai. Non è mai stato uno dei nostri». L’esistenza di una “quota Rai”, come se la tv pubblica avesse diritto a esprimere un esponente di governo, viene considerata niente più di «un’idea ridicola» dagli alleati della Lega, che sghignazzano dell’imbarazzo dei Fratelli. Eppure, qualcuno in queste ore ipotizzava che Sangiuliano potesse essere salvato proprio dal Carroccio. D’altronde i leghisti vogliono nominare Alessandro Casarin nel consiglio d’amministrazione Rai, lasciando scoperta la casella da direttore del TgR.
“Fantascienza», risponde chi è ai vertici del partito, senza lasciare aperto alcuno spiraglio. Proprio in questi giorni, poi, Sangiuliano è riuscito a far infuriare Salvini (che lo stava anche difendendo), quando lo ha maldestramente tirato in ballo ricordando a La Stampa il suo utilizzo dell’auto blu in compagnia dell’ex fidanzata Elisa Isoardi e dell’attuale compagna, Francesca Verdini.
Forza Italia, semplicemente, non ne vuole sapere nulla. Dispiaciuti per Sangiuliano? «Solidarietà a Meloni», risponde Antonio Tajani. Insomma, l’ex ministro della Cultura è rimasto senza liana. Fanno sapere da FdI che verrà «parcheggiato» in Rai lasciando passare un po’ di tempo. Più che mesi, «anni», suggeriscono. Dopotutto anche lui – fanno notare – «dice di voler sparire, essere dimenticato. E lo farà con uno stipendio molto più alto di quello che prendeva da ministro».
Tornare a fare il giornalista in prima linea, quindi, sembra impossibile. Chissà, poi, quando verranno riorganizzate le linee di comando dei telegiornali. In teoria se ne sarebbe dovuto parlare dopo la nomina del nuovo consiglio d’amministrazione, che deve passare dal voto di Camera e Senato e per il quale era stata fissata la data del 12 settembre. I leader del centrodestra però non riescono a trovare un accordo e con ogni probabilità, quindi, si rimanderà ancora.
Meloni non cambia idea su Giampaolo Rossi come prossimo amministratore delegato, e non vuole concedere a Salvini il ruolo di direttore generale, così come Forza Italia punta i piedi sulla presidenza da assegnare a Simona Agnes. Il leader della Lega, dopo il vertice del 30 agosto, sembra aver mollato la presa sulla richiesta di un direttore generale, ma chiede in cambio di riequilibrare le direzioni e mette nel mirino il Tg1 guidato da Gian Marco Chiocci, la casella della direzione Approfondimenti, ora occupata da Paolo Corsini e quella del Day Time, con Angelo Mellone, tutti considerati in quota FdI.
Chiocci, che qualche settimana fa si raccontava non fosse del tutto convinto di restare al timone del Tg1, sembra che ora sia deciso a non muoversi più. FdI, dall’altra parte, non vuole cedere un centimetro: «La Lega in Rai è già sovrarappresentata», sostengono gli uomini di Meloni.
Nell’accordo, poi, deve essere coinvolto anche un pezzo delle opposizioni, perché il voto in Vigilanza Rai con cui si vara il nuovo consiglio d’amministrazione passa con una maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti. E senza le opposizioni mancano 3 voti. Il centrosinistra, per ora, minaccia solo di uscire dall’Aula, in modo da far mancare il numero legale e tenere tutti al palo
Ecco perché FdI ha cercato una sponda in Italia Viva. Senza grande successo, per la verità. Il partito di Matteo Renzi sta cercando di rientrare nell’orbita del centrosinistra e come prova delle sue buone intenzioni ha iniziato a negarsi alle sirene di Meloni. L’unica trattativa sotterranea ancora aperta è con il Movimento 5 stelle. FdI è convinta di poterli convincere: «Basta metterli di fronte alla prospettiva di alzarsi da questo tavolo con una fiche in più del Pd».
(da “La Stampa”)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
SUL RITORNO IN RAI DELL’EX MINISTRO: “UNA PERSONA CHE HA DETTO TANTE BUGIE PUÒ TORNARE A LAVORARE NEL SERVIZIO PUBBLICO TELEVISIVO? HAI FAME DI VERITÀ O DI SOLDI?”… E RILANCIA IL TITOLO DI DAGOSPIA SULL’ODONTOIATRA RAFFAELLA DOCIMO, CHE HA ASSUNTO LA PRESIDENZA DEL MAXXI DOPO L’ADDIO DI GIULI: “ANCHE QUESTO CURRICULUM MI SEMBRA IDONEO ALLA CARICA…”
“Genny non mi ha ancora chiesto scusa e continua a minacciare una denuncia. Le denunce non si minacciano, si fanno, e queste continue minacce hanno il sapore di un’estorsione”. Lo scrive su Instagram Maria Rosaria Boccia.
“Ma mi chiedo: una persona che si è dimessa da Ministro e che ha detto tante bugie può tornare a lavorare nel servizio pubblico televisivo? Può chi manipola la verità lavorare per la tv di Stato, per di più in ruoli di comando?”. Lo scrive in un post su Instagram Maria Rosaria Boccia, che poi aggiunge un post scriptum: “Hai fame di verità o di soldi?”.
Maria Rosaria Boccia ironizza su Instagram sul curriculum della consigliera cda del Maxxi, Raffaella Docimo, che dovrà traghettare la fondazione in attesa della nomina del prossimo presidente, al posto di Alessandro Giuli nominato ministro della Cultura. “Anche questo curriculum mi sembra idoneo alla carica…” scrive l’imprenditrice campana riferendosi a Dagospia che in un articolo intitolato Maxxi Amari, scrive: ‘Il senso della destra per la cultura: un odontoiatra al Maxxi’ in cui riporta che Docimo “è stata candidata con Fdi alle ultime europee, su chiamata di Arianna Meloni” e in cui si afferma che sarebbe stata “proprio lei a far incontrare il ministro e Boccia “in un suo evento elettorale a Napoli, nel maggio 2023”.
Nella storia su Instagram l’imprenditrice di Pompei rilancia anche un articolo sulle nomine di Sangiuliano al Mic e in particolare per la Commissione “selettivi” che dovrà decidere i film da finanziare con fondi pubblici.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
“PRESTO, FATE SUBITO!”… MENTRE GIULI GIORAVA AL QUIRINALE, L’EX MINISTRO GRATIFICAVA I FEDELI
«Subito! Ho detto subito! ». Pochi minuti prima della caduta: Gennaro Sangiuliano
barricato come in un bunker in via del Collegio romano, detta le ultime volontà da ministro. Sono ordini precisi, che vanno eseguiti rapidamente, prima che l’ufficialità delle dimissioni travolga ogni cosa. Si respira una calma apparente, gelida.
L’epilogo è già noto, ma Sangiuliano vuole comunque firmare i decreti di tutte le commissioni della Direzione generale Cinema del MiC. Quelli che riguardano i finanziamenti dei film, delle opere prime, dei festival. Le nomine dei membri sono state preparate con cura nelle ultime settimane.
I tecnici del ministero sono sbigottiti, così si raccontano alcuni di loro a fonti del gabinetto: intuiscono la sconvenienza di preparare e pubblicare un atto che verrebbe di fatto licenziato da un ministro dimissionario, mentre già il nuovo titolare del dicastero, Alessandro Giuli, sta salendo al Quirinale per giurare davanti al presidente della Repubblica.
L’opportunità vorrebbe che fosse il successore a farsi carico delle nuove nomine. Ma il ministro non vuole sentire ragioni.
Tutto però non si può fare. Non c’è tempo e tra i funzionari – scottati dal caso Boccia – c’è chi preferisce frenare, anche per evitare di essere accusati di aver messo la burocrazia al servizio dell’ultimo atto di Sangiuliano.
Tra i nomi destinati a una di queste commissioni gira anche quello del conduttore Gigi Marzullo. Alla fine però viene preparato e firmato solo il decreto per la commissione di esperti che si occupa della selezione dei progetti e della concessione dei contributi selettivi che, ci dicono, dovrebbe essere pubblicato quando il clamore sulle dimissioni si sarà placato.
Per decisione di Sangiuliano, i membri, per la prima volta, verranno pagati: 15 mila euro l’uno. Avranno in mano la gestione di circa 50 milioni di euro e il potere di indicare quale film meriti una fetta di questi finanziamenti.
I nomi – secondo quanto risulta a La Stampa – sono stati selezionati seguendo un mix di criteri. La competenza, le simpatie politiche, l’amicizia, e quella che è la vera e propria ossessione di Sangiuliano: un riequilibrio ideologico – stando al suo vocabolario – per diluire l’egemonia della sinistra. L’offerta è arrivata a Paolo Mereghetti, decano dei critici e firma del Corriere della Sera, a Valerio Caprara, Giacomo Ciammaglichella, avvocato, e ad altri (Pier Luigi Manieri, Massimo Galimberti, Pasqualino Damiani, Valerio Toniolo, alcuni nomi, ai quali risulta che si sarebbe dovuta aggiungere Manuela Maccaroni, fedelissima del ministro e da lui nominata un anno fa all’Osservatorio Pari Opportunità).
Ma Sangiuliano ha pescato anche tra la colleganza di area. Ha chiamato Francesco Specchia, che non nasconde la reciproca amicizia e con il ministro ha lavorato quando quest’ultimo era vicedirettore di Libero, quotidiano apertamente schierato con Giorgia Meloni. Oggi Specchia è una penna politico-economica, un noto volto tv, ma per anni e per varie testate è stato critico e responsabile degli spettacoli.
Dal Giornale – stesso editore e stessa linea di Libero – arriva lo scrittore Luigi Mascheroni che tre mesi fa scriveva così su X: «Difendo Meloni e Sangiuliano perché – a differenza della destra berlusconiana – loro sanno che la Cultura è una cosa troppo seria da lasciare agli avversari. E se la destra è ossessionata dalla conquista del potere, la sinistra è ossessionata dalla paura di perderlo».
Infine Stefano Zecchi, intellettuale cooptato dalla destra, assessore nelle giunte di Milano e di Venezia, autore sempre per Il Giornale, anche lui presente nella lista, in quota organici.
Appena qualche giorno fa dimostrava di non avere grandi doti di preveggenza, dribblando così le domande sull’opera di Sangiuliano: «Che voto gli do da ministro? Per i risultati ci vuole tempo». Si spera che almeno sui film ci azzecchi meglio.
(da La Stampa)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
TRA GLI “ESPERTI” INDICATI C’È L’AVVOCATA MANUELA MACCARONI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO PER LA PARITÀ DI GENERE DEL DICASTERO. ANCHE A LEI SI RIFERIREBBE MARIA ROSARIA BOCCIA FANTASMA QUANDO EVOCA LE “TANTE DONNE” COINVOLTE NELL’AFFAIRE SANGIULIANO… AD ESSERE ATTACCATA PUBBLICAMENTE È STATA BEATRICE VENEZI, CONSULENTE PER LA MUSICA DEL MINISTERO A 30MILA EURO L’ANNO…LA “BACCHETTA NERA” DIRIGERÀ A POMPEI IL CONCERTO AL G7 DELLA CULTURA: UN INCARICO CHE, DA CONSULENTE, LA VENEZI SI È PRATICAMENTE AUTO-ASSEGNATO
È stato il suo ultimo atto da ministro della Cultura. Prima di spegnere la luce dello sfarzoso studio al collegio Romano che ha occupato per poco meno di due anni Gennaro Sangiuliano ha trovato il tempo per firmare un decreto di nomina, la sua passione, per insediare una decina di esperti nella commissione che si occupa di selezionare i film da sovvenzionare con contributi pubblici.
Un pozzo che distribuisce più di 50 milioni di euro alle pellicole ritenute meritevoli di sostegno da parte dello Stato e perciò strategico per orientare la cinematografia tricolore. Un pezzo di quell’egemonia culturale che l’ex direttore del Tg2 si era messo in testa di sottrarre alla sinistra e che si è tradotta, all’atto pratico, in un’infornata di nomine amiche.
Per il nuovo ministro Alessandro Giuli una bella gatta da pelare: 18 consulenti nominati, l’ambizione di “Genny” di arrivare a 30 con una norma ad hoc (Franceschini ne aveva 13). Ebbene, fra gli esperti della commissione per i film figurerebbe, oltre a giornalisti d’area tra cui Francesco Specchia di Libero e qualche sodale – il condizionale è d’obbligo, il decreto deve essere ancora pubblicato – una delle donne invise alla grande accusatrice Maria Rosaria Boccia.
Anche a lei si riferirebbe l’ex consulente fantasma quando evoca le «tante donne» coinvolte nell’affaire Sangiuliano. La donna è l’avvocata Manuela Maccaroni, da un anno presidente – a titolo gratuito – dell’Osservatorio per la parità di genere del dicastero: grazie alla nuova nomina incasserà 15 mila euro, ultimo omaggio del ministro a una vecchia conoscenza, incontrata in Rai.
Boccia ha poi fatto apertamente alla voce ‘consulenze amiche’ – il nome di Beatrice Venezi, nota per le sue rivendicate simpatie di estrema destra (il padre fu candidato sindaco a Lucca con Forza Nuova). Venezi è consulente per la musica a 30mila euro l’anno. Sarebbe stata introdotta ai piani alti del ministero dal presidente del Senato Ignazio La Russa, suo grande estimatore: è in predicato per la sovrintendenza di un paio di teatri lirici di prima grandezza, il Massimo di Palermo e la Fenice di Venezia. Ma non le basta. E infatti dirigerà a Pompei, salvo ripensamenti di Giuli, il concerto al G7 della Cultura: un incarico che da consulente si è praticamente auto-assegnato.
È una specie di sistema tribale quello creato da Sangiuliano a colpi di nomine. Fatto di premi fedeltà all’appartenenza politica o territoriale, visto che i campani nell’antico educandato vanno per la maggiore. Il legale del ministro che promette fuoco e fiamme giudiziarie contro Boccia e quotidiani cattivi, Silverio Sica da Salerno, è fratello di Salvatore, nominato consigliere per la tutela del diritto d’autore e per la digitalizzazione a gennaio 2023, nonché poi presidente del Comitato consultivo per il diritto d’autore, anche lui spesso invitato in Rai come commentatore.
Consigliere a titolo gratuito per la tutela del paesaggio è stato fino a pochi mesi fa l’ex sindaco di Sorrento, Giuseppe Cuomo: a febbraio si è dimesso dopo che lo si è scoperto essere socio di un pregiudicato di camorra in un’impresa con interdittiva antimafia. A marzo è stata l’ora del Consiglio superiore del cinema e audiovisivo: presidente designata dall’ex ministro è Francesca Paola Assumma, avvocata e figlia del decano del diritto d’autore, Giorgio Assumma. Agli atti non risultano particolari competenze in materia.
Poi ci sono i camerati, di antica e moderna militanza. Il campano Luciano Schifone, ex eurodeputato di Msi-An e casualmente padre di Marta Schifone, deputata di FdI, è (era) consigliere per il Mezzogiorno. Una bella storia filiale come quella di Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica, figlio di Mario, estremista di destra in Avanguardia Nazionale, indagato e assolto per vicende legate alla strage di piazza Fontana.
Dario Renzullo, funzionario a tempo determinato, è figlio di un ex consigliere campano di An, ha militato in Casapound, già animatore di proteste e scontri di piazza. Luciano Lanna, nominato direttore del Centro per il libro e la lettura, ex direttore del Secolo d’Italia, organo missino, ha firmato due volumi: Fascisti immaginari e Il fascista libertario. È fratello di Stefano Lanna, componente della segreteria tecnica del ministro dimissionario. Il quale un anno fa lo aveva designato direttore generale per gli archivi, poi la Corte dei Conti gli bocciò la nomina perché Lanna non aveva i requisiti.
(da La Repubblica)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELA PROFESSIONISTA: “CI SOANO TRASFERITI UN ANNO A LONDRA, SAREBBE MANCATA LA CONTINUITA’ NELLA RESIDENZA”… “SARO’ ITALIANA SOLO TRA SEI ANNI”
Nata in Italia, ha trascorso a Treviso l’infanzia e l’adolescenza: scuola materna a San
Pelaio, elementari a Ponzano, medie a Santa Bona e diploma al liceo «Duca degli Abruzzi».
Quindi ha proseguito gli studi a Bologna, conseguendo la laurea con lode in medicina e la specializzazione in medicina fisica e riabilitativa.
Oggi lavora a tempo indeterminato al Policlinico Sant’Orsola di Bologna. La storia di Yasamin A. R., 34 anni, è simile a quella di tanti studenti, nati e cresciuti nella Marca, che con tenacia inseguono i propri sogni. Con una differenza sostanziale: loro hanno la cittadinanza italiana, Yasamin invece no.
Come è possibile?
«Sono nata da padre iraniano e madre inglese, risulto cittadina britannica. A 18 anni, mi sono informata per presentare domanda di cittadinanza. Mi è stato detto che non potevo ottenerla, in quel momento, perché servivano 10 anni continuativi di residenza in Italia. Mentre io avevo trascorso a Londra un breve periodo, tra gli 8 e i 9 anni, per motivi familiari. Poi siamo tornati a Treviso».
Ha poi riprovato a fare domanda?
«Sì, a 22 anni. Avevo già perso la mamma ed essendo improvvisamente mancato anche mio padre non avevo i requisiti economici necessari».
Cosa faceva in quel periodo?
«Studiavo medicina a Bologna. Avevo una borsa di studio, era un grande aiuto, e un piccolo supporto della nonna. Ma non bastava, quindi lavoravo come baby-sitter e davo ripetizioni di matematica ai ragazzi».
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2024 Riccardo Fucile
“MAI C’È STATO UN INDIVIDUO CHE HA RAPPRESENTATO UNA MINACCIA PIÙ GRANDE PER LA NOSTRA REPUBBLICA DI TRUMP. HA TENTATO DI RUBARE LE ULTIME ELEZIONI RINCORRENDO A BUGIE E VIOLENZA”… E ORA C’È CHI SI ASPETTA UN ENDORSEMENT PER KAMALA DA PARTE DI BUSH E ROMNEY
La pattuglia dei “Repubblicani per Kamala” si ingrossa con un pezzo da novanta. È l’ex vicepresidente Dick Cheney – per otto anni vice di Bush junior ed esperienze da deputato e in altre Amministrazioni repubblicane da Nixon a Bush senior – a rompere gli indugi e a confermare in una nota quanto la figlia, Liz, ex deputata repubblicana e da anni in prima linea contro il tycoon, aveva anticipato in un incontro ieri in Texas. «Dick Cheney voterà per Kamala Harris», aveva detto la figlia.
Poco dopo il comunicato: «In 248 anni di storia della nostra nazione, mai c’è stato un individuo che ha rappresentato una minaccia più grande per la nostra repubblica di Donald Trump», ha detto Cheney. «Ha tentato di rubare le ultime elezioni ricorrendo a bugie e violenza per restare al potere dopo che gli elettori lo avevano bocciato. Non potrà mai più essere detentore del potere». L’ex vicepresidente, che fu l’architetto della politica di sicurezza, estera ed energetica di Bush junior, ha detto che voterà per Kamala Harris per compiere il suo dovere civico di «mettere il paese sopra le spinte di parte e difendere la nostra Costituzione».
Dick Cheney è il repubblicano di maggior spicco e lignaggio ad essere uscito allo scoperto per Kamala Harris. Mancano ancora all’appello George W. Bush – unico presidente del Gop ancora in vita – e Mitt Romney che fu il candidato repubblicano contro Obama. Il loro sdegno per Trump è noto, Romney mai ha fatto mistero che Trump non è adatto a ricoprire l’incarico presidenziale ma sinora non ci sono state prese di posizione.
In una nota la campagna di Harris ha evidenziato come sono “centinaia i repubblicani” che nelle scorse settimane l’hanno appoggiata. Qualcuno è anche intervenuto alla Convention democratica di Chicago. Il 26 agosto 238 ex collaboratori di Romney, McCain e Bush hanno manifestato il loro endorsement a Harris in una lettera pubblica Kamala Harris nell’intervista della scorsa settimana alla CNN ha detto che nominerà un repubblicano nel suo Gabinetto.
(da agenzie)
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