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OLTRE UN TERZO DEGLI ADULTI E’ ANALFABETA FUNZIONALE, ITALIA ULTIMA TRA I PAESI INDUSTRIALIZZATI

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

INDAGINE OCSE: SITUAZIONE DRAMMATICA NEL MEZZOGIORNO, INDIETRO IN TUTTI I SETTORI

Dai quindici ai venti punti sotto la media Ocse in termini di capacità di leggere e comprendere testi scritti e informazioni numeriche, come di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile. Oltre un terzo degli adulti è in una condizione di analfabetismo funzionale e quasi la metà ha grosse difficoltà nel “problem solving”.
Da un decennio l’Italia rimane inchiodata in fondo alla classifica e non si muove da lì.
Lo rivela l’indagine sulle competenze degli adulti (Survey of Adult Skills) realizzata nell’ambito del programma dell’Ocse per la valutazione internazionale delle competenze degli adulti.
L’Italia va male, è lontana dai 260 punti che sono media Ocse, ci colloca al quartultimo posto, seguita solo da Israele, Lituania, Polonia, Portogallo e Cile. In base al rapporto, Finlandia, Giappone, Olanda, Norvegia e Svezia sono i paesi con le migliori prestazioni in tutti e tre i domini.
La situazione peggiore al Sud
E soprattutto al Sud la situazione è drammatica. I residenti nel Nord e nel Centro d’Italia – emerge dall’indagine – riescono spesso a raggiungere punteggi di competenza pari a quelli della media Ocse, al contrario di quanto accada nel Mezzogiorno che presenta valori sempre significativamente inferiori alla media. I migliori risultati arrivano dal Nord-Est, unica area in cui si raggiungano risultati sufficienti anche relativamente alla capacità di comprendere e usare i numeri.“È evidente la stretta relazione tra competenze cognitive e sviluppo del Paese. I valori più bassi di competenze si concentrano nelle aree meno attrattive del Paese. Occorre investire per il recupero dei territori del Mezzogiorno”, dice Natale Forlani, presidente Inapp
Le competenze e l’età
Pesa anche l’età. Le persone di 55-65 anni mostrano i valori di competenza più bassi rispetto ai giovani di 16-24 anni e le donne sono ancora lontane dagli uomini nella capacità di comprensione e utilizzo di informazioni matematiche e numeriche. Nelle competenze di problem solving adattivo la media italiana è di 231 punti, a fronte di una media Ocse di 251 punti. Per questo dominio, solo Lituania, Polonia e Cile conseguono punteggi più bassi del nostro Paese.
Un segnale positivo c’è. I giovanissimi (16-24 anni) in Italia raggiungono punteggi di competenze superiori al resto della popolazione e, nel caso della numeracy, anche dei giovani di 25-34 anni. Il divario di competenze tra 16-24enni e 55-65enni, in termini di valori medi di competenze, è sempre evidente qualsiasi sia il dominio preso in esame: ciò che si osserva nel caso italiano è una notevole perdita di competenze all’avanzare dell’età, ma con un buon bagaglio di partenza.
Gli analfabeti funzionali
Nella literacy il 35% degli adulti italiani (media Ocse 26%) ha ottenuto un punteggio pari o inferiore al livello 1 e rientra quindi nella categoria degli analfabeti funzionali. Nel senso che sanno leggere e scrivere, ma hanno difficoltà grandi (o addirittura insuperabili) nel comprendere, assimilare o utilizzare le informazioni che leggono.
Nella definizione Ocse, al livello 1 (25% del campione in Italia) riescono a capire testi brevi ed elenchi organizzati quando le informazioni sono chiaramente indicate. Al di sotto del livello 1 (10%) possono al massimo capire frasi brevi e semplici. All’estremità opposta dello spettro (livelli 4-5), il 5% degli adulti italiani (contro il 12% medio Ocse) ha ottenuto i risultati più elevati, in quanto possono comprendere e valutare testi densi su più pagine, cogliere significati complessi o nascosti e portare a termine compiti.
Le difficoltà in matematica
Anche in matematica nell’indagine 2023, il 35% degli adulti italiani (media Ocse 25%) ha ottenuto punteggi pari o inferiore al livello 1. Sono in grado di fare calcoli di base e trovare singole informazioni in tabelle o grafici, ma sono in difficoltà con compiti che richiedono più passaggi (ad esempio risolvere una proporzione) al livello 1 (24% in Italia). Al di sotto (11%) possono solo sommare e sottrarre piccoli numeri. Sul fronte opposto, gli adulti ‘high performers’, ai livelli 4 o 5 delle competenze matematiche, sono il 6% in Italia, ma molto al di sotto del 14% medio Ocse.
Investire nell’istruzione
Il ruolo fondamentale dell’investimento in istruzione nell’accrescere le competenze viene confermato. In Italia, gli adulti di 25-65 con titoli di studio terziario ottengono punteggi di competenze superiori rispetto a chi ha un’istruzione secondaria superiore e, ancor di più, in relazione a quanti possiedono al massimo un’istruzione secondaria inferiore. Nonostante questo solo il 20% delle persone di 25-65 anni possiede un livello di istruzione pari o superiore alla laurea e ben circa il 38% ha un titolo di studio inferiore al diploma.
Gli uomini continuano ad avere migliori risultati delle donne in numeracy, mentre non vi sono differenze di genere in literacy e problem solving adattivo. E il divario aumenta quando le analisi sono circoscritte alle sole persone con istruzione terziaria, ma si annulla se si considerano solo gli adulti con un titolo di studio terziario in discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. “La ridotta quota di donne con titoli Stem, che conferma le scelte selettive delle donne dettate da stereotipi culturali, pone ostacoli al raggiungimento della parità di genere nelle competenze di numeracy, ma anche alla crescita complessiva delle competenze del Paese”.
(da La Repubblica)

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MILANO, REGALA PANETTONI AI CLOCHARD IN PIAZZA DUOMO. IL BENEFATTORE ANONIMO: “SO COME CI SI SENTE”

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

L’UOMO E’ UN SESSANTENNE DELLA BERGAMASCA: “NON MI DO PACE PER NON ESSERE RIUSCITO AD ACCONTENTARE TUTTI”

La notte dell’Immacolata, 8 dicembre, è salito in macchina e ha parcheggiato in zona Loreto. Poi ha percorso alcuni chilometri a piedi per arrivare in Piazza Duomo e regalare diversi panettoni ai clochard accampati tra i marciapiedi. Il benefattore, che preferisce rimanere anonimo, è un sessantenne della Bergamasca. Che, intervistato dal Corriere, spiega le ragioni del suo gesto: «Vengo da una famiglia povera, so come ci si sente».
La storia
«Non voglio essere frainteso, che chi mi conosce possa pensare al mio gesto come a un modo per farmi pubblicità». Per questo l’uomo preferisce non rilevare la sua identità anche perché gli basta l’azione caritatevole che ha compiuto. «Una persona normale, che vive del suo lavoro», si definisce. Quindi non benestante: «Papà operaio, mamma casalinga e quattro figli da sfamare e crescere, dei quali io sono il più grande. Nel 1977 desideravo fare una vacanza. Ma non c’erano soldi in casa. E allora sono partito insieme a un amico facendo l’autostop. Per dieci giorni abbiamo dormito all’aperto, sulle panchine. Una volta addirittura, a Siena, sul palco dove avveniva la premiazione della contrada vincitrice del palio. La mattina presto ci cacciarono con i bastoni. Eravamo gli sfigati. Per avere i soldi per mangiare facevamo i braccialettini intrecciando fili di rame. Facendo quell’esperienza, ho capito cosa significa vivere per strada. E ho sempre avuto rispetto per chi è debole perché pure io sono stato molto debole». Da anni gli piace trascorrere l’8 dicembre in Piazza Duomo: «Mi piace ammirare l’albero», dice. In passato si era limitato a fare l’elemosina, ma nel 2019 aveva anche aiutato a servire un pranzo per gli ospiti della Comunità Sant’Egidio.
Il rammarico: «Non ho potuto accontentare tutti»
«Non mi do pace per non essere riuscito ad accontentare tutti», si rammarica l’uomo. Che però promette che il prossimo anno si organizzerà meglio: «Chiederò un aiuto per poter portare più panettoni possibile». Ha un figlio di vent’anni, ma non vuole che l’iniziativa si trasformi in qualcosa di familiare: «L’importante è che lui abbia capito il valore del donare».
I due mondi
I senzatetto vivono nel salotto milanese tra l’albero di Dior e la Galleria, poi sotto i portici davanti alle vetrine di lusso: «Ti rendi conto che ci sono due mondi, quello del giorno, dove dominano la frenesia, il consumismo, con i senzatetto che sono invisibili. E quello della notte, dove vedi ciò che è reale. Alle 7 devono sbaraccare perché la loro presenza toglie decoro alla zona. Se entri nelle viette, al buio, ne trovi altri. Erano tutti copertissimi, non ho visto i loro volti. C’erano tre tende. Colpisce sapere che, nel periodo più festoso dell’anno, sono soli». Il significato del suo gesto sta tutto in queste parole: «Sabato sera mi sentivo come un bambino che freme perché aspetta Santa Lucia. Donare ti arricchisce. E poi non ho fatto niente di esagerato».
(da Open)

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LA FIERA DELL’IPOCRISIA: MA L’ELON MUSK CHE VUOLE TAGLIARE LA SPESA PUBBLICA E AMMAZZARE I SUSSIDI STATALI ALLE IMPRESE, È LO STESSO CHE SI È MESSO IN TASCA MILIARDI PUBBLICI PER LE SUE AZIENDE?

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

DIFFICILMENTE SAREBBE ARRIVATO DOV’È SENZA UNA DOSE MASSICCIA DI SUSSIDI E ALTRI INTERVENTI PUBBLICI. SI POSSONO CONTARE ALMENO SEI MILIARDI DI DOLLARI IN TRASFERIMENTI A FONDO PERDUTO DEL CONTRIBUENTE AMERICANO A FAVORE DELLE SUE PRINCIPALI IMPRESE; PIÙ DI MEZZO MILIARDO IN PRESTITI PUBBLICI O GARANZIE SUL DEBITO A CONDIZIONI DI VANTAGGIO

Ognuno ha il suo ipocrita preferito e il mio era Fred Smith, fondatore e presidente di FedEx. Smith è un repubblicano americano vecchio stampo, 80 anni, vicino all’amministrazione di George Bush figlio e alla campagna (poi perdente) di John McCain contro Barack Obama nel 2008. Smith è un libertario in economia, convinto che lo Stato debba farsi piccolo e starsene quanto possibile in disparte mentre le imprese creano ricchezza. E fin qui, naturalmente, niente di male. […] Poi però si scopre che Smith – con il suo liberismo – ha accumulato gran parte della propria fortuna personale da 6,3 miliardi di dollari grazie a contratti di trasporto pacchi e merci di FedEx in sostanziale regime di monopolio con varie branche del governo americano. Pentagono incluso.
Si può essere più ipocriti? Si può. Prendete per esempio l’uomo che dal 5 novembre, giorno delle elezioni americane, ha visto il suo patrimonio salire di 114 miliardi di dollari; tutto questo arricchimento, realizzato attraverso la crescita del valore azionario delle sue aziende, non discende dal loro rendimento attuale ma da quello previsto dal mercato per il futuro grazie alla posizione politica di quest’uomo così vicino alla Casa Bianca.
Oggi la sua fortuna vale 376 miliardi, secondo Bloomberg. Sì, è lui: il più ricco del mondo, lo stesso che ha versato (almeno) 259 milioni di dollari nella campagna di Donald Trump. Lo stesso che ora lavora con il presidente eletto promettendo di tagliare la spesa federale americana di duemila miliardi, il 7% del prodotto lordo degli Stati Uniti. Naturalmente parlo di Elon Musk. Ma non avrebbe senso scagliarsi in un’invettiva contro di lui. Vorrei solo provare a spiegare perché la sua formidabile ipocrisia racchiude una lezione per tutti.
Prima di tutto, però, l’ipocrisia. Perché Musk è il nuovo campione del mondo della specialità? Dopo la campagna elettorale, si è fatto nominare da Trump nel ruolo consultivo ma influente di co-capo (con Vivek Ramaswamy) del «Doge»: Department of Government Efficiency. Il cuore del programma è individuare quei duemila miliardi di dollari di tagli alla spesa federale, pari al 28% del totale. Fatte le proporzioni, è come se l’uomo più ricco d’Italia venisse incaricato dal governo di trovare tagli per poco meno di 300 miliardi di euro nel bilancio dello Stato.
Su questo sospendo qualunque giudizio, benché negli Stati Uniti un’operazione del genere sembri complicata: semplicemente non si direbbe che ci siano duemila miliardi da tagliare. L’87% del bilancio federale è bloccato in spese che Trump non può o ha già detto che non vuole toccare (difesa, interessi sul debito e spesa sociale sotto forma di Social Security, Salute, Medicare e sussidi ai veterani di guerra). Musk dovrebbe dunque trovare duemila miliardi di tagli… in 910 miliardi di spesa restante. In bocca al lupo.
Ma questa è solo una premessa dell’ipocrisia. L’altra è quando lui stesso ha detto che farebbe a meno di tutti gli aiuti. Ha scritto nel luglio scorso l’imprenditore su X (ex Twitter), il social media di cui è proprietario: «Togliete tutti i sussidi, questo non farà che aiutare Tesla. Inoltre, cancellate i sussidi per tutti i settori produttivi!». Quel tweet, letto più da più di un milione di persone, segue di soli tre giorni il momento in cui Musk si è schierato a favore di Trump.
Ma davvero le cose stanno come dice l’uomo più ricco del mondo? Musk è un visionario e un imprenditore di capacità uniche, ha rivoluzionato interi settori, eppure difficilmente sarebbe arrivato dov’è senza una dose massiccia di sussidi e altri interventi pubblici. Si possono contare almeno sei miliardi di dollari in trasferimenti a fondo perduto del contribuente americano a favore delle sue principali imprese; più di mezzo miliardo in prestiti pubblici o garanzie sul debito a condizioni di vantaggio; e almeno undici miliardi di ricavi derivanti dai regolamenti governativi che permettono a Tesla di vendere ai concorrenti “crediti di carbonio” (in sostanza, diritti di inquinamento derivanti da una stima teorica delle minori emissioni da parte di Tesla stessa).
I sussidi e gli altri interventi pubblici sono piccola cosa rispetto al colossale valore azionario e ai buoni ricavi attuali di Tesla e di SpaceX; ma senza quegli aiuti probabilmente Musk non sarebbe riuscito a sviluppare le sue aziende al punto in cui sono oggi.
Forse sarebbero fallite prima, come ha ammesso lui stesso riguardo alla situazione del gruppo dell’auto fra il 2017 e il 2019. Forse in Europa non ce l’avrebbero mai fatta, perché magari quegli aiuti di Stato stati proibiti da Bruxelles.
Qui è il punto. Personalmente non sono sempre contrario ai sussidi alle imprese tecnologiche o industriali, né sono scandalizzato dalla lingua biforcuta dell’imprenditore: in fondo fa parte del gioco. Il problema è se un governo ne ottiene in cambio interferenze politiche, conflitti d’interesse e comportamenti degni di un oligarca post-sovietico.
Di recente al summit annuale della rivista «Grand Continent», uno degli appuntamenti più interessanti dell’anno in Europa, ho incontrato un americano che ha inquadrato perfettamente la questione. Si chiama Barry Lynn, ha poco più di 50 anni. Ha iniziato la sua carriera come camionista, operaio e muratore; poi, studiando e scrivendo, si è innalzato fino a dirigere un intero settore di ricerca della «New America Foundation» di Washington. Da lì venne licenziato nel 2017 per aver criticato in una ricerca gli abusi di mercato di Google, che era uno dei finanziatori del think tank. Da allora Lynn ha fondato il proprio centro studi e oggi esercita una profonda influenza sulle autorità Antitrust in America.
Mi ha detto al summit del «Grand Continent»: «Musk ha dimostrato di essere un genio, quel che fa è fantastico. Ha reso il mondo migliore. Non vedo un problema nel fatto che abbia ricevuto sussidi: anche altri ne hanno avuti e spesso non hanno portato risultati, come del resto è normale nelle scommesse tecnologiche. Il problema – ha continuato Barry Lynn – è che nel 2022 a Musk è stato permesso di comprare Twitter. È un errore che l’amministrazione di Joe Biden glielo abbia permesso, oggi vediamo quanto sia negativo per la democrazia che un imprenditore controlli un mezzo di comunicazione tanto influente». In sostanza Lynn fa presente che la Casa Bianca e i regolatori americani potevano bloccare quella mossa di Musk, non lo hanno fatto e lui quest’anno ha trasformato il suo social media – oggi sotto il nuovo nome di X – in una piattaforma di propaganda per Trump e di ascesa politica per sé.
Così Musk, da innovatore, si è fatto oligarca: deciso a usare il suo nuovo potere politico – conquistato anche grazie al suo social media – per precludere ai futuri innovatori gli aiuti pubblici che lui stesso ha usato per far crescere le sue start up. Oggi lui è in condizioni almeno di provare a sbarrare la strada ai suoi potenziali concorrenti, mentre l’America e il mondo rischiano di perdere qualcosa dell’innovazione futura
(da Corriere della Sera)

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LUIGI MANGIONE, KILLER DEL CAPO DI UNITEDHEALTHCARE BRIAN THOMPSON, NON ERA UN POVERO DISPERATO CRESCIUTO NELLA MISERIA, NÉ HA VISTO MORIRE UNO DEI SUOI CARI, PER ASSENZA DI CURE: ERA FIGLIO DELL’ALTA BORGHESIA

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

CRESCIUTO ALLA HAWAII, CON NONNO RICCO, HA FREQUENTATO SCUOLE ESCLUSIVE FINO ALLA LAUREA IN UN ATENEO DELL’IVY LEAGUE … SI E’ RADICALIZZATO NELLA SUA CRITICA ALLE DISTORSIONI DEL CAPITALISMO ISPIRANDOSI AL VECCHIO MANIFESTO DI UNABOMBER “LA SOCIETÀ INDUSTRIALE E IL SUO FUTURO”

«Sono grato a questa scuola che ha instillato in me un coraggio incredibile per andare a esplorare orizzonti sconosciuti e scoprire nuove cose». Quel ragazzo che, diplomato coi voti più alti nel 2016 dal suo liceo, parlava così in un discorso pubblico che è ancora nel sito della Gilman School, un istituto d’eccellenza di Baltimora, alla fine ha scoperto gli orizzonti di un capitalismo sanitario che gli è parso talmente iniquo da giustificare un gesto di violenza estrema: il «coraggio incredibile» Luigi Mangione lo ha usato per assassinare il capo di UnitedHealthCare, Brian Thompson.
Le tessere fin qui emerse consentono già di ricostruire l’immagine di un ragazzo brillante, figlio di una ricca famiglia del Maryland il cui idealismo si sviluppa in parallelo con la passione per l’intelligenza artificiale e i temi ambientali, sfociando alla fine in una sorta di culto per la ribellione con gesti estremi violenti: seguace della filosofia del terrorista anarchico Unabomber.
Fino all’epilogo dell’uccisione del capo di una grande compagnia assicurativa sanitaria e a un arresto che, date le circostanze sembra quasi una «cattura annunciata». La resa di un ribelle consapevole di non avere scampo che magari pensa di poter ispirare altri a seguirlo sulla stessa strada
Figlio di una ricca famiglia del Maryland — il nonno Nicholas, immobiliarista scomparso qualche anno fa, era proprietario di alcuni country club, di case di risposo per anziani e anche di una stazione radio — il giovane Mangione frequenta l’esclusivo liceo privato Gilman (retta scolastica di 40 mila dollari l’anno). All’eccellenza liceale segue quella dell’aristocrazia accademica con la laurea in un ateneo dell’Ivy League: la University of Pennsylvania. Computer science, poi master in ingegneria.
Pare che abbia lavorato per un’azienda automobilistica in California. Ultima residenza conosciuta a Honolulu, alle Hawaii. […] questo ragazzo solare, che parla in pubblico, che è oggetto di storie sui giornali locali e nel suo profilo LinkedIn scrive di aver lavorato in una casa per anziani quando aveva 16 anni, si radicalizza: la sua critica alle distorsioni del capitalismo si fanno sempre più nette.
Fino a quando, nel gennaio scorso, commentando su Goodreads il vecchio manifesto di Unabomber «La società industriale e il suo futuro» pubblicato dal New York Times nel 1995, un anno prima del suo arresto, Mangione scrive che le tesi estreme di Kaczynski, che allora sembravano quelle di un pazzo, si sono poi rivelate vere e proprie profezie.
Da qui la sua denuncia del capitalismo soprattutto nella sua «declinazione» sanitaria.
Lo studente modello si trasforma in killer denunciando un sistema che, dice, anziché rimuovere i fenomeni che stressano e deprimono la gente, cura i cittadini con massicce dosi di antidepressivi.
E dopo l’assassinio di Thompson, ecco il manifesto di scuse per aver provocato sofferenze e di rivendicazione («giusto eliminare quel parassita»).
Con un riferimento all’iniquità di un sistema sanitario che, pur essendo il più costoso del mondo, relega gli Stati Uniti al 42esimo posto nella classifica mondiale delle aspettative di vita: sembra un invito alla rivolta.
(da Corriere della Sera)

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PATRIZIA SCURTI E LA MAIL DI NATALE DI GIORGIA MELONI PIENA DI ERRORI DI GRAMMATICA

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

LA SEGRETARIA PARTICOLARE DELLA PREMIER MANDA UN TESTO DISASTRTOSO… POI LA MAIL SCOMPARE DAI SERVER E NE ARRIVA UN’ALTRA CORRETTA

Il 3 dicembre Patrizia Scurti, la segretaria particolare di Giorgia Meloni, ha invitato i dipendenti di Palazzo Chigi per lo scambio di auguri. Lo ha fatto con una mail. Il cui testo però conteneva elementi di pathos grammaticale non indifferenti: « Anche quest’anno il Presidente Giorgia tutti coloro che, quotidianamente, lavorano Meloni desidera rinnovare la tradizione dello scambio di auguri». La mail è partita ed è stata letta dai dipendenti che hanno anche cominciato a ironizzare. Ma subito dopo, racconta oggi Il Foglio, è sparita dalle caselle di posta. E ne è arrivata un’altra. Stavolta con un testo corretto
Chi è Patrizia Scurti
Patrizia Scurti è la segretaria particolare di Meloni. Negli anni si è guadagnata l’appellativo di «la mia padrona» (glielo ha dato la premier) e de «la sua Kissinger» (Il Foglio). È stata lei ad aver «autorizzato» la telefonata fake di Vovan & Lexus. I consiglieri diplomatici di Palazzo Chigi si sarebbero «fidati del suo via libera». All’epoca delle dimissioni di Mario Sechi da portavoce si parlò di contrasti proprio con Scurti. Il suo stipendio ammonta a quasi 180 mila euro l’anno (lordi). Lavora per Meloni da 18 anni. Segnalata da Gianfranco Fini dopo che Donato La Morte l’aveva “scoperta”. Attualmente lei gestisce l’agenda, filtra gli incontri e vi partecipa. Il suo ufficio si affaccia su Piazza Colonna. Scurti segue anche la dieta della premier. La sua risposta preferita è «già fatto» perché in molti la descrivono come un mostro di efficienza. Suo marito Giuseppe Napoli fa il caposcorta della presidente del Consiglio.
La mail scomparsa
Il Foglio racconta che a firmare il rogito della nuova casa di Meloni è stata proprio Scurti. Sua nipote lavora con il sottosegretario Fazzolari. Andrea Stroppa, uomo di Musk in Italia, ha raccontato che l’incontro tra Elon e Giorgia è stato organizzato da Scurti. E i dipendenti di Palazzo Chigi ne soffrono l’influenza. Per questo la mail delle 18,15 del 3 dicembre scorso è finita sui giornali. Con l’intero testo. Anche questa parte: «E’ una bella occasione per ringraziare al servizio dell’Italia con impegno e competenza». La mail però stata cancellata dal server. Chi l’ha salvata però la inoltra e si chiede: «Ma si può far scomparire una mail? Ma non è che ci spiano? Come hanno fatto a cancellarla?». Meloni, si scrive spesso, non si fida del personale di Chigi: «E noi ci possiamo fidare di loro?».
(da agenzie)

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UN BACIO QUASI FALSO

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

A PROPOSITO DI INTELLIGENZE ARTIFICIALI

Quando su milioni di telefoni è apparso il video che immortala Elon Musk, a Parigi per l’inaugurazione di Notre Dame, mentre si volta di scatto e bacia appassionatamente Giorgia Meloni, nessuno ha creduto che fosse vero. Ma non tutti hanno creduto che fosse falso.
«Quasi certamente Intelligenza Artificiale», ha commentato un utente, e in quel «quasi» c’è la condizione dell’uomo contemporaneo, alle prese con qualcosa che lo incuriosisce, lo inquieta e lo sovrasta.
La vulgata comune sostiene che l’incertezza ci porterà a diffidare di tutto (il che, entro certi limiti, non sarebbe neanche un male). A me invece sembra che ci stia portando a credere un po’ a tutto. Non a crederci completamente, ma a crederci subito, perché non c’è più tempo per verificare. Il nuovo mondo pretende reazioni immediate agli stimoli: davanti al dispositivo di una sentenza di cui non si conoscono le motivazioni, come davanti a una guerra o a uno scandalo di cui non si conoscono le implicazioni.
In questo meccanismo governato dalla fretta, persino l’idea che Musk e Meloni stiano insieme e abbiano deciso di uscire dalla clandestinità proprio durante un ricevimento all’Eliseo perde la sua palese improbabilità e diventa un’ipotesi, se non credibile, quantomeno percorribile, ma soprattutto immediatamente commentabile.
Abbiamo creato un’altra arma devastante in grado di manipolare l’opinione pubblica e rovinare la vita ai più fragili. La speranza è che, come tutto il resto, venga rapidamente a noia.
(da corriere.it)

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LA SCENEGGIATA NON E’ ANCORA FINITA: GRILLO SOSPETTA BROGLI E RIUNISCE I SUOI LEGALI

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

SARA’ DUELLO SUL SIMBOLO, STOP AI RICORSI SUL VOTO… ASPETTIAMO SEMPRE CHE CI DICA PER CONTO DI CHI AGISCE

Aveva messo in conto la sconfitta, ne era praticamente sicuro. E in fondo lo aveva anche detto, è vero. Ma vedere un risultato così schiacciante spiattellato sul sito del Movimento 5 Stelle ha avuto su Beppe Grillo l’effetto dello tsunami. Proprio lui, che grazie allo “tsunami tour” portò il M5S in Parlamento, adesso si ritrova tramortito, ma non per questo arreso. Risponde pochissimo alle telefonate che arrivano sul suo cellulare perché impegnato con gli avvocati, riferiscono dal suo entourage. Studia le prossime mosse da compiere contro Giuseppe Conte, con l’obiettivo di riappropriarsi del simbolo «che quell’usurpatore del mago di Oz ha sottratto».
La tentazione di impugnare nuovamente il voto che si è concluso domenica scorsa c’è ed è forte. Grillo non è affatto convinto della genuinità dei risultati. Hanno votato più persone della volta precedente: l’affluenza si è attestata al 65 per cento (58 mila votanti), contro il 61 per cento della consultazione che si è tenuta dal 21 al 24 novembre. E l’80,5% ha confermato la cancellazione della figura del garante contro il 63% della prima votazione. Pensa, anzi ne è quasi convinto, che il voto sia stato truccato. «Perché allora non ha accolto la mia richiesta di utilizzare un’altra società?», si chiede e non si dà pace. Alcuni ex parlamentari, ancora in contatto con lui, lo incoraggiano a tentare ogni strada pur di intralciare quella di Conte.
L’ex sottosegretario all’Economia, Alessio Villarosa, che tempo fa ha pranzato con Grillo all’hotel Forum, dove il fondatore è solito soggiornare quando si trova a Roma, in un post sui social evidenzia che la piattaforma utilizzata da Conte non garantisce «metodi di certificazione dell’identità dell’utente, come spid e cie».
Il presidente M5S si sarebbe limitato quindi a selezionare una società specializzata in cybersicurezza, capace di contrastare possibili attacchi hacker, ma non in grado di certificare l’identità dei votanti.
Quanto basta, secondo chi in queste ore parla con il garante, per presentare un nuovo ricorso. Oppure per chiedere una nuova votazione quando gli iscritti saranno chiamati a esprimersi sul nuovo statuto con le modifiche deliberate dalla Costituente. Ma Grillo non è convinto di compiere queste mosse, d’altronde ha già perso due volte.
Meglio piuttosto concentrarsi sul simbolo. L’ex ministro Danilo Toninelli, anche lui tra coloro della vecchia guardia rimasti fedeli al comico genovese, annuncia infatti che il fondatore «sicuramente andrà avanti, impugnerà il simbolo e lo farà diventare proprio. Conte si dovrà obbligatoriamente fare il suo partito. Il M5S non ci sarà più tra qualche mese, Beppe farà l’azione legale che tutti si stanno aspettando».
L’ex premier, che nei giorni scorsi si è detto forte delle sue «reminiscenze da avvocato», si professa pronto a un eventuale scontro: «Chi rimesta nel torbido la pagherà caramente. Pagherà anche il risarcimento dei danni».
Ed è vero che Grillo un po’ di conti li sta facendo, considerato che non potrà più contare sui 300 mila euro previsti dal contratto, ma lui è sicuro che il tribunale, almeno sul simbolo, gli darà ragione.
Meno sicuro di vincere invece se dovesse decidere di impugnare lo statuto del 2022, quello che ha incoronato Conte presidente del suo “ex” Movimento.
Grillo alterna momenti di sconforto a momenti carichi di grinta. Al netto di ciò, per adesso non vuole arrendersi e, nei meandri della sua mente, sogna il simbolo M5S contro il partito di Conte nella scheda delle prossime elezioni.
(da repubblica.it)

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PATUANELLI: “NOI INDIPENDENTI MA NON CAMBIAMO PIU’ CAMPO, SERVE UN TAVOLO CON PD E AVS”

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

IL CAPOGRUPPO M5S AL SENATO: “LA PRIMA VOLTA HO VOTATO PER SALVARE IL RUOLO DEL GARANTE CON POTERI LIMITATI, POI CI HO RIPENSATO”

Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato. Allora: sorpreso dal risultato?
«Mi ha sorpreso che il combinato disposto di votanti e numero di sì abbia dato la maggioranza assoluta degli iscritti. Un esito figlio dell’errore di Grillo di mettersi contro la comunità. Pensava di andare contro Conte e invece è andato contro tutti».
Lei come ha votato?
«Nella prima votazione “no” all’eliminazione, ma a favore della riduzione dei suoi poteri di garante. Stavolta con oggettiva difficoltà ho cambiato idea e scelto diversamente. Pensavo che anche in una fase di profonda e innovativa trasformazione, avrei avuto Grillo al mio fianco, come in questi 20 anni. E avrei voluto stare anche io accanto a lui. Era un elemento protettivo, anche nei momenti difficili. Mi dispiace che non abbia voluto dare un contributo positivo. In passato, quando è stato critico col M5S, ho sempre visto in lui una voglia di tutelarci. Stavolta, solo di distruggere».
Grillo ha avuto il suo “vaffa”?
«Non mi piace dire così, è sempre il nostro fondatore. Nessuno glielo toglierà».
L’ha più sentito?
«Da luglio non più».
Cosa gli direbbe se potesse?
«Che quando si tirano in ballo le emozioni non si possono calcolare le reazioni».
Ora non teme lo stillicidio di ricorsi, polemiche, accuse?
«Me ne importa il giusto e spero che ci si occupi di altro, di un M5S più radicale, che ha ripreso forza e vigore dopo questo percorso».
Superare il limite del secondo mandato: qual è la soluzione per coniugare l’esperienza e una politica non carrieristica, come ha detto Conte?
«Sicuramente quello di dare la maggiore flessibilità possibile a chi, dopo l’esperienza parlamentare, vuole tornare sui territori. Per il Parlamento si possono pensare delle deroghe. Decideremo assieme la soluzione migliore per non trasformare la politica nell’unica forma di sostentamento».
Intanto si è candidato consigliere in Federbasket, almeno lei se tutto va bene non avrà l’assillo di un nuovo mandato.
«Ma è una carica di servizio, senza gettone, e c’è il limite di mandati pure lì. Il basket è un passione vera e totale, quasi una malattia per me».
Ha ragione Conte quando dice che oggi andreste da soli alle elezioni?
«Fa parte di un ragionamento complessivo che nasce da un dialogo con i nostri iscritti, l’annoso tema della collocazione mi sembra sia stato risolto. Ci rivolgiamo al campo progressista. Questo non significa alleanza o accordo a ogni costo. Non puoi fare un accordo elettorale di mera opposizione a chi governa ma sulla base di un progetto».
Per costruire un progetto dovete sedervi a un tavolo con Pd e Avs.
«Certo, quando bisognerà tornare al voto per le Politiche sarà assolutamente necessario e mi piacerebbe essere tra i promotori. Solo dopo un confronto potremo dire “sì, siamo pronti”».
Lei più che “progressista indipendente” preferiva la dizione di M5S come soggetto di sinistra: sembrano esserci due anime, una che crede nell’alleanza col centrosinistra e una più autonomista. Quale sarà la sintesi?
«C’è un sano confronto. Essere “indipendenti” non significa che oggi puoi stare a sinistra e domani a destra, ce lo abbiamo tutti chiaro e fino al 2018 non è stato così, avevamo un approccio diverso».
Ora che siete un partito “vero”, nasceranno delle correnti?
«Sono vietate dallo statuto. La linea non la fa il presidente di turno, ci sono tante voci e oggi mi sembrano concordanti».
(da repubblica.it)

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RAMY ELGAML INDAGATI DUE CARABINIERI PER LA MORTE DEL RAGAZZO DEL CORVETTO

Dicembre 10th, 2024 Riccardo Fucile

SI IPOTIZZANO I REATI DI FALSO, FRODE PROCESSUALE E DEPISTAGGIO… IL SOSPETTO E’ CHE IL VERBALE D’ARRESTO PER RESISTENZA POSSA ESSER STATO FALSIFICATO

Ci sono due indagati per la morte di Ramy Elgaml, il 19enne egiziano che era bordo dello scooter guidato dal 22enne Fares Bouzidi, ucciso in uno schianto sul mezzo, mentre era inseguito dai carabinieri nella notte tra il 23 e il 24 novembre scorso a Milano.
Sono due i carabinieri iscritti nel registro degli indagati nel fascicolo, su cui indaga la procura, per l’ipotesi di reati di falso, frode processuale e depistaggio. Il vicebrigadiere che era alla guida della macchina, che ha tallonato la moto per circa 8 chilometri, era già stato iscritto per omicidio stradale, così come il 22enne.
In particolare, l’inchiesta si concentra sull’ipotesi di falso in relazione al verbale d’arresto per resistenza per Bouzidi, che non faceva riferimento all’impatto tra auto e moto.
E infine c’è anche l’ipotesi di depistaggio, dato che un testimone, presente sul posto dell’incidente, ha raccontato agli inquirenti di aver dovuto cancellare un video per richiesta dei militari. Su questo aspetto è stato prelevato lo smartphone del testimone per una analisi tecnica ed eventuale recupero dei dati.
Il verbale d’arresto sull’amico di Ramy è stato falsificato?
Si cerca di capire se sia stata falsificata la relazione del verbale d’arresto. Le indagini sono coordinate dal procuratore di Milano Marcello Viola e dai pm Marco Cirigliano e Giancarla Serafini (quest’ultima del pool sui reati contro la pubblica amministrazione) e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo e dalla Polizia Locale. La tesi che sta emergendo in queste ore è che ci sia stato un impatto, verosimilmente accidentale, nell’ultima fase dell’inseguimento tra via Ripamonti e via Quaranta. Anche perché sono stati trovati segni di vernice della moto sulla macchina. E ci sono le immagini dei circuiti di videosorveglianza che andrebbero verso questa direzione. Nel verbale d’arresto a carico di Bouzidi, firmato da quattro carabinieri (compilato dai due della macchina inseguitrice e da altri due colleghi presenti nell’altra auto), non viene mai menzionato l’impatto con il mezzo dei militari.
Bouzidi, l’amico di Ramy, sopravvissuto all’incidente, rimane ai domiciliari per resistenza a pubblico ufficiale. Ancora convalescente, per lui non è ancora stato fissato l’interrogatorio davanti alla gip Marta Pollicino. I prossimi step saranno fondamentali per chiarire cosa è accaduto a Milano la notte tra il 23 e 24 novembre. A chiarire, forse, sarà l’ingegnere Domenico Romaniello, incaricato per una consulenza cinematica e dinamica sulla ricostruzione dell’incidente.
(da Open)

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