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IL PRANZO DI NATALE COSTA IN MEDIA 83 EURO, MA AL SUD SI SPENDE IL DOPPIO RISPETTO AL NORD

Dicembre 25th, 2024 Riccardo Fucile

IL GIRO D’AFFARI COMPLESSIVO E’ DI 3 MILIARDI DI EURO PER CHI MANGIA A CASA E DI OLTRE 400 MILIONI PER CHI SCEGLIE RISTORANTI E AGRITURISMO

Quanto hanno speso gli italiani per il pranzo di Natale e cena della vigilia? Intorno a 3 miliardi di euro in totale. A fare il calcolo è Coldiretti secondo cui la spesa complessiva arriva a 2,8 miliardi di euro, meno dei 3,5 miliardi stimati negli scorsi giorni da indagini di Facile.it e Fiesa Confesercenti-Ipsos.
Per chi cena o pranza a casa, lo scontrino medio è di 83 euro. Ma a spiccare sono le differenze territoriali, con il Sud (115 euro) che praticamente doppia il Nord Est (61 euro). Va poco oltre il Nord Ovest, con 68 euro per pasto, appena sotto la spesa media del Centro (71 euro).
Gli over 65 spendono più di tutti
Secondo Facile.it, circa un quarto degli italiani ha speso più dello scorso anno, ma il 53% ha invece optato per un pranzo o un cenone più sobrio per tutelarsi dal carovita.
C’è poi un 1% di intervistati che si è potuto permettere di festeggiare solo ricorrendo a un prestito. D’altro canto, gli over 65 sono quelli che mediamente meno badano a spese, con uno scontrino medio di 149 euro, «probabilmente perché offriranno il pasto a figli e nipoti», scrive il portale di comparazione.
Per chi sceglie il ristorante, invece, gli aumenti medi sono del 5,8%, che portano il costo del pranzo o della cena a 78 euro a persona, con un giro d’affari per la ristorazione che tocca i 420 milioni di euro.
Natale con i tuoi
Come da tradizione, circa l’88% festeggiano in famiglia e solo il 12% sceglie ristoranti e agriturismi. Alle tavolate siedono in media otto persone, rende noto Coldiretti. Le ore passate ai fornelli sono tre le due e le tre. Ad abbassare la media ci sono coloro che hanno optato per l’asporto. Ma la maggioranza delle famiglie ha preferito menù classici con prodotti tradizionali italiani.
Secondo Coldiretti, la spesa complessiva è di 920 milioni di euro per pesce, carni e salumi, 600 milioni di euro per spumante, vino e altre bevande, 300 milioni per i dolci, settore in cui dominano panettone e pandoro. Ci sono poi 580 milioni di euro per ortaggi, conserve, frutta fresca e secca, 200 milioni per pasta e pane, e altrettanti per formaggi e uova.
(da agenzie)

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RESPINTO ILLEGALMENTE DALL’ITALIA OTTIENE VISTO REGOLARE DOPO ANNI DI TORTURE: TRIBUNALE GLI DA’ RAGIONE

Dicembre 25th, 2024 Riccardo Fucile

NEL 2018 UN GIOVANE RICHIEDENTE ASILO SUDANESE FU RESPINTO ILLEGALMENTE DALLE AUTORITA’ ITALIANE E RIPORTATO IN LIBIA DOVE HA SUBITO TORTURE… OGGI DOPO UNA UNGA BATTAGLIA LEGALE E’ FINALMENTE ARRIVATO IN ITALIA CON VISTO REGOLARE

Nel luglio del 2018, A., giovane richiedente asilo sudanese, è stato vittima di un respingimento illegittimo da parte delle autorità italiane, che lo hanno riportato in Libia insieme ad altri migranti.
La vicenda ha avuto inizio quando, insieme ad altri 270 fuggitivi dalla Libia, A. è stato intercettato nel Mediterraneo dalla nave mercantile Asso 29, appartenente alla società Augusta Offshore, che operava su richiesta delle autorità italiane. Nonostante le imbarcazioni in difficoltà fossero state segnalate e la nave Duilio, della Marina Militare italiana, fosse nelle vicinanze, le autorità italiane non sono intervenute direttamente per soccorrere i naufraghi. Al contrario, hanno contattato la Guardia Costiera libica per gestire l’operazione di salvataggio.
Il giovane e gli altri migranti sono stati così trasferiti sulla motovedetta libica Zuwarah, che, con il supporto italiano, ha continuato a intercettare altre imbarcazioni. Il loro destino è stato segnato quando sono stati riportati forzatamente in Libia, nonostante i rischi di torture e trattamenti inumani a cui erano esposti. Il ragazzo sudanese è stato quindi detenuto in diversi centri di detenzione libici tra violenze e torture, in un contesto di completa impunità.
Dopo aver vissuto anni di abusi nei centri di detenzione libici, il giovane, ha finalmente ottenuto giustizia grazie a una battaglia legale. Il Tribunale civile di Roma ha infatti dichiarato l’illegittimità del suo respingimento, sancendo così il suo diritto a entrare in Italia e chiedere protezione internazionale.
Oggi, 25 dicembre 2024, a distanza di sei anni, A. è arrivato finalmente in Italia con un visto regolare, ottenendo così la possibilità di ricostruire la sua vita lontano dalle sofferenze e dalle continue violazioni dei diritti umani che aveva subito.
La storia di A.: dal Sudan alla Libia, una fuga da violenze e torture
A. proviene dal Darfur, una regione del Sudan devastata da conflitti e violenze. Dopo aver vissuto in un contesto di continua insicurezza e violenza, il giovane A. ha deciso di fuggire e cercare protezione. Arrivato in Libia, il suo sogno di sicurezza e rifugio è stato infranto. In Libia, il ragazzo è stato infatti vittima di abusi fisici e psicologici, nonché di detenzione arbitraria in condizioni disumane.
Nel giugno 2018, spinto dalla disperazione e dalla speranza di giungere in Europa, A. ha tentato di fuggire nuovamente, imbarcandosi su un gommone in direzione delle coste italiane.
Il respingimento illegale
Il 2 luglio 2018, la nave mercantile italiana Asso 29, sotto il coordinamento delle autorità italiane, interviene per prestare assistenza alla motovedetta libica Zuwarah. Ma invece di condurre i naufraghi in un luogo sicuro, come previsto dal diritto internazionale, li imbarca e li riporta in Libia. Durante la traversata, un ufficiale libico informa i migranti che, se non si fossero opposti, sarebbero stati condotti in Italia. Ma, al loro arrivo a Tripoli, le persone a bordo vengono consegnate alle autorità libiche, che le trasferiscono su piccole imbarcazioni per condurle a terra.
Così, da quel momento, A. e le altre persone migranti vengono portate in diversi centri di detenzione, tra cui Tarik Al Sikka, Zintan, Tarik Al Matar e Gharyan. Qui, vengono sottoposti a torture, abusi fisici e psicologici, e privati di ogni diritto fondamentale, tra sovraffollamento, mancanza di cibo e acqua, e condizioni igieniche terribili.
Questo episodio non rappresenta un caso isolato. Ogni anno, nel Mediterraneo, centinaia di persone vengono intercettate in mare e riportate in Libia, dove sono costrette ad affrontare gravi violazioni dei diritti umani.
La Libia non è un paese sicuro
Secondo le disposizioni internazionali, la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per il rimpatrio di migranti o richiedenti asilo.
In particolare, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), all’articolo 3, vieta il rimpatrio verso paesi in cui esiste il rischio di subire torture o trattamenti inumani e degradanti. La Convenzione di Ginevra del 1951, che regola lo status dei rifugiati, sancisce il principio di non-refoulement, che proibisce il ritorno in un paese dove una persona possa essere esposta a persecuzioni.
E, in Libia, sono ampiamente documentati abusi e violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione.
Cosa dice la legge sul soccorso in mare e sui respingimenti illegali
Le normative internazionali sul soccorso in mare, come la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e la Convenzione SAR (Search and Rescue), stabiliscono che le autorità competenti sono obbligate a prestare soccorso a chiunque sia in pericolo in mare e a condurre i naufraghi in un “luogo sicuro”.
Il Protocollo addizionale n. 4 alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo, all’articolo 4, vieta il respingimento collettivo e stabilisce che le persone non possono essere rimandate in un paese dove rischiano torture o trattamenti inumani. Inoltre, l’articolo 19 del Testo Unico sull’immigrazione italiano vieta il rimpatrio verso paesi in cui il rimpatriato potrebbe subire persecuzioni o trattamenti degradanti.
Quindi, ogni respingimento in Libia senza un’adeguata valutazione del rischio costituisce una violazione di tali principi e obblighi internazionali.
Il ruolo delle autorità italiane
Le indagini condotte dal Tribunale di Roma hanno accertato che le autorità italiane hanno avuto un ruolo fondamentale nell’intercettazione dei migranti e nel loro successivo respingimento, confermando che le azioni italiane violano gli obblighi internazionali e le leggi che proteggono i diritti fondamentali degli individui.
Il respingimento del giovane ragazzo sudanese in Libia è stato così dichiarato illegittimo, in quanto ha violato numerosi principi internazionali, tra cui il divieto di tortura e trattamenti inumani, sancito dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Le autorità italiane, invece di intervenire per salvaguardare la vita e la dignità dei migranti, hanno scelto di coordinare l’intervento con la Guardia costiera libica, nonostante i rischi evidenti di violenza e detenzione arbitraria in Libia. Questo comportamento è stato in violazione degli obblighi previsti dall’art. 10 della Costituzione italiana e dal diritto internazionale, che richiedono agli Stati di proteggere le persone da torture, trattamenti inumani e degradanti.
In particolare, la Corte ha ribadito che le persone respinte devono poter accedere al diritto d’asilo in Italia. Questo principio è sancito dall’art. 10 della Costituzione italiana, che garantisce a ogni straniero in fuga da guerre o persecuzioni il diritto di chiedere protezione internazionale. Inoltre, il Tribunale ha sottolineato che le autorità italiane sono tenute a garantire che chiunque sia soccorso in mare venga condotto in un “luogo sicuro”, in conformità con la normativa internazionale.
La battaglia legale e il sostegno delle associazioni
La causa legale di A. è stata sostenuta da un ampio collegio difensivo, con il supporto delle associazioni ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), Sciabaca e Oruka, nonché del JL Project.
Grazie all’accurata ricostruzione e documentazione dei fatti, è stato possibile fare giustizia per A. e altre vittime dei respingimenti illegali nel Mediterraneo. Come sottolineato dagli avvocati difensori, Giulia Crescini e Ginevra Maccarrone, la documentazione e il monitoraggio delle operazioni di soccorso “sono essenziali per proteggere i diritti delle persone migranti e combattere le pratiche illegali delle autorità italiane”.
Sarita Fratini del JL Project ha dichiarato che il ragazzo sudanese è solo il primo di oltre seicento migranti che sono stati identificati come vittime di respingimenti illegali in Libia. La sua vittoria legale rappresenta un segnale di speranza per tutti coloro che hanno subito trattamenti simili. Le legali Cristina Laura Cecchini e Lucia Gennari hanno sottolineato poi che “i respingimenti, spesso attuati con la complicità di società private, sono una violazione palese dei diritti fondamentali, e ogni giorno nel Mediterraneo continuano ad accadere simili violazioni”.
L’arrivo in Italia
Finalmente, il 25 dicembre 2024, A. è arrivato in Italia con un volo di linea e un visto d’ingresso regolare, ottenuto grazie alla sentenza del Tribunale civile di Roma. Dopo sei anni di sofferenze e violazioni dei diritti umani, il giovane ragazzo ha finalmente la possibilità di chiedere protezione internazionale in Italia, un passo fondamentale per garantire i suoi diritti e per ribadire il rispetto delle leggi internazionali. Il suo caso rappresenta una vittoria importante nella lotta contro le pratiche di respingimento illegittimo nel Mediterraneo e una speranza per tutti coloro che, come A., cercano rifugio e protezione in Europa.
(da Fanpage)

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GEORGIA, MOBILITAZIONE A SOSTEGNO DELLA PRESIDENTE ZOURABICHVILI

Dicembre 25th, 2024 Riccardo Fucile

I FILORUSSI VOGLIONO ARRESTARE LA PRESIDENTE, MA LA PIAZZA LE FARA’ SCUDO

Per il venticinquesimo giorno consecutivo, decine di migliaia di cittadini si sono radunati davanti al parlamento di Tbilisi in Georgia, scandendo all’unisono il nome della presidente Salomé Zourabichvili. I
l suo arrivo era previsto per le 21, ma il discorso si è fatto attendere. Durante il pomeriggio, la polizia aveva trattenuto il camion con i materiali per il palco, che è stato comunque montato davanti allo storico ginnasio su viale Rustaveli. Intanto, i manifestanti seguivano sui loro cellulari i movimenti della presidente, fotografata mentre lasciava a piedi palazzo Orbeliani e incontrava un corteo di cittadini provenienti dalla regione del Kakheti, giunti nella capitale per unirsi alle proteste.
Queste manifestazioni, che puntano a nuove elezioni e a un futuro europeo per la Georgia, riflettono il rifiuto di tornare sotto l’influenza della Russia, un timore alimentato dalla direzione politica del partito al potere, Sogno Georgiano.
La determinazione di Zourabichvili e l’ostilità del governo in Georgia
Inaspettatamente, Zourabichvili ha deciso di rivolgersi ai manifestanti direttamente dal palco del mercatino natalizio, boicottato quest’anno dalla maggior parte degli espositori. Nonostante i tentativi delle forze di sicurezza comunali di impedirglielo, è riuscita a parlare grazie alla protezione della sua guardia presidenziale e del pubblico presente. Quando è finalmente arrivata a Rustaveli, è stata accolta dalle ovazioni di una folla commossa e consapevole di essere parte di un momento storico.
Dalla tribuna improvvisata, stretta in un cappotto ocra e con orecchini vistosi, Zourabichvili ha parlato con tono pacato: «Chi dice che stiamo preparando una rivoluzione mente. Qui regnano pace, amore e libertà. Non abbiamo paura». Il discorso è stato interrotto più volte, prima da problemi nella trasmissione televisiva e poi dal malfunzionamento del microfono, che molti hanno attribuito a interferenze del governo. Con un megafono, la presidente ha continuato, ribadendo la sua fedeltà alla costituzione e al ruolo di comandante in capo dell’esercito, e invitando il leader di Sogno Georgiano, Bidzina Ivanishvili, a negoziare nuove elezioni prima del 29 dicembre, giorno in cui il suo mandato dovrebbe terminare.
Proteste diffuse e un popolo in mobilitazione
Da settimane, la Georgia è attraversata da una mobilitazione senza precedenti. Le proteste non si limitano alla capitale, ma coinvolgono città di medie dimensioni e piccoli centri che mai prima d’ora avevano visto manifestazioni di questo genere. Ogni sera, Rustaveli si riempie di persone, e durante il giorno si svolgono marce rappresentative di ogni settore della società: agricoltori, artisti, veterani di guerra, pazienti oncologici e molti altri. Lettere di supporto ai manifestanti sono state firmate da centinaia di funzionari e dipendenti pubblici, e numerosi ambasciatori hanno rassegnato le dimissioni. Più di 2.200 aziende, tra cui le principali banche e catene commerciali, hanno aderito a una petizione per chiedere nuove elezioni e la liberazione dei cittadini arrestati durante le proteste.
In questo contesto, il partito al potere non ha mostrato alcun segno di sostegno popolare. Secondo gli analisti, i leader di Sogno Georgiano sperano che le festività attenuino la tensione, confidando in quello che è stato definito “effetto satsivi” – un richiamo al tradizionale piatto georgiano dell’ultimo dell’anno. Tuttavia, i segnali sono opposti: molti cittadini hanno già dichiarato che trascorreranno il capodanno in piazza, davanti al parlamento.
Il futuro incerto per la Georgia e il simbolismo di Zourabichvili
Il futuro del Paese resta incerto, con scenari che spaziano da un possibile accordo a un’escalation della crisi. Salomé Zourabichvili, tuttavia, gode di un sostegno popolare straordinario, ineguagliabile sia per gli esponenti di Sogno Georgiano che per le opposizioni. L’erede degli esuli politici della Georgia democratica, costretti a fuggire in Francia nel 1921, ha promesso che non lascerà il Paese. Nel suo recente discorso al parlamento europeo ha sottolineato: «Sta accadendo di nuovo».
La sua presenza e la sua determinazione incarnano l’aspirazione della Georgia a un futuro di democrazia e libertà, lontano dall’ombra di un passato autoritario. Resta da vedere se il governo ascolterà la voce di un popolo che non sembra disposto a cedere.
(da agenzie)

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VIAGGIO IN UNA DELLE BOTTEGHE ANTICHE DI SAN GREGORIO ARMENO DOVE NASCONO I PASTORI

Dicembre 25th, 2024 Riccardo Fucile

TRA ATTUALITA’ E TRADIZIONE

C’è meno folla del solito a San Gregorio Armeno, la storica via dei presepi, da sempre ambita meta turistica e tra le principali attrazioni di Napoli, non solo a Natale. Di questi tempi, negli anni scorsi, si riusciva a stento a camminare, facendosi strada tra quello che Genny di Virgilio, storico artigiano e maestro dell’arte presepiale, chiama “il tappeto umano”. Ma dal canto suo, per Genny è meglio così: “Almeno non non c’è pericolo che nel caos qualche preziosa statuetta vada in pezzi, meglio così, c’è meno turismo ma più turismo di qualità, del resto siamo una bottega storica che offre un prodotto di nicchia, abbiamo una clientela affezionata e selezionata”.
L’arte di Genny viene da lontano, tutto nasce nel lontano 1820 dai suoi bisnonni che costruivano i santi nelle campane delle chiese. Poi suo nonno si specializzò nell’arte presepiale, riproducendo il presepe napoletano del ‘700, con la Natività raccolta davanti alla “colonna spezzata”, elemento caratteristico che rappresentava il passaggio dal paganesimo al cristianesimo che ne fa da cornice. Genny è la quarta generazione, sua l’intuizione di integrare i pastori tradizionali con la riproduzione di personaggi dell’attualità e dello spettacolo, sempre in esposizione all’esterno della bottega: “I vip più quotati quest’anno – spiega Genny – sono Sinner, campione del mondo di tennis, Sammy Basso, scomparso da poco e Donald Trump (con tanto di ferita all’orecchio sanguinante ndr.), ma vanno forte anche Alain Delon, Geolier, l’allenatore del Napoli Antonio Conte, Leclerc e Hamilton con la tuta della Ferrari e ovviamente Maradona, il Dio del calcio, un evergreen”.
Prima di entrare nella magia del presepe tradizionale napoletano, varcando la soglia della bottega è possibile ammirare le foto dei vip ai quali Genny ha reso omaggio durante questi anni, consegnando loro le statuette realizzate a loro immagine e somiglianza o donando sculture e pastori tradizionali. Tra i personaggi ritratti nelle foto spiccano Papa Francesco e Papa Benedetto, Sofia Loren, Berlusconi, politici e attori tra cui Robert De Niro, cantanti come Robbie Williams, uno degli ultimi ad essere stato omaggiato da Genny in occasione della sua partecipazione alla finale di X Factor a piazza del Plebiscito.
Superate le bacheche dedicate ai vip, si entra nel vivo del presepe napoletano del ‘700 e dei pastori creati ad arte con la testa di terracotta dipinta ad olio, gli occhi di cristallo, mani e piedi di legno e vestiti con abiti di seta di San Leucio riprodotti in maniera maniacale e impreziositi con abbellimenti e accessori. Come per i vip, anche tra i pastori tradizionali esiste un trend, una classifica di gradimento e popolarità che vede ai primi posti la figura dello Sciò Sciò, il gobbo napoletano che indica i numeri da giocare al lotto, ‘O munaciello che entra nelle case portando in dono pane e vettovaglie, e la Bella ‘mbriana, lo spirito della casa, una signora che protegge la casa contro malocchio e fatture armata di aglio e peperoncino.
“Per realizzare uno di questi pastori – spiega Genny Di Virgilio – ci vogliono circa 10 giorni. Normalmente servirebbe molto più tempo, ma siamo organizzati a squadra in modo da realizzare 20, 25 pastori completi in un mese. Da gennaio fino a dicembre il nostro lavoro è incessante”. La bottega di Genny Di Virgilio è una delle storiche botteghe che rimangono sempre aperte per soddisfare le richieste dei turisti che vengono a visitare Napoli durante tutto l’anno.
(da Fanpage)

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NON TUTTE LE DENATALITÀ VENGONO PER NUOCERE, SUL RAPIDISSIMO DECLINO DELLE NASCITE, AL DI LA’ DELLE DOMANDE SU CHI PRODURRÀ RISORSE PER UN GENERE UMANO CHE INVECCHIA, CI SONO DUE ASPETTI POTENZIALMENTE POSITIVI

Dicembre 25th, 2024 Riccardo Fucile

IL GIAPPONE OFFRE UNA LEZIONE DI COME IL DECLINO DEMOGRAFICO OBBLIGHI UN SISTEMA PRODUTTIVO A MIGLIORARE IL RENDIMENTO DEL LAVORO

Nel 1346 la peste bubbonica raggiunse la città portuale di Tana alla foce del Don, sul Mar Nero. Aveva viaggiato dalla Cina con le pulci annidate nei topi, insieme ai mercanti della Via della Seta. L’anno dopo era a Costantinopoli. Nella primavera del 1348 si stava già diffondendo in Nord Africa, in Italia e Francia
In varie parti d’Europa falcidiò metà della popolazione. Fu l’ultima volta in cui il numero degli esseri umani sul pianeta Terra diminuì. La prossima, potrebbe essere nel corso della vita di alcuni dei lettori. Ma questa non è la previsione di una catastrofe: semplicemente le donne e gli uomini del ventnesimo secolo non solo fanno molti meno figli dei loro genitori, ma anche meno di quanto ci si aspettasse qualche anno fa.
Quali cambiamenti sociali, geopolitici o produttivi riserva un mondo nel quale cresce la popolazione anziana, si riduce la forza lavoro e – forse già tra meno di trent’anni – inizia a ridursi il numero degli abitanti? E’ uno scenario completamente negativo o può riservare – anche per noi, in Italia – aspetti sorprendenti?
Di recente si è preso il centro della scena, ma in Italia lo stiamo vivendo come un’anomalia nazionale che genera ansia e vergogna. Non è il caso. Il rapidissimo declino delle nascite, il controllo crescente delle scelte riproduttive sono i fenomeni più importanti del secolo e riguardano Paesi di ogni tipo.
L’aggiornamento dei dati della UN Population Division mostra che l’umanità sta smettendo di espandersi. Nell’ultimo secolo e mezzo lo aveva fatto in modo esponenziale. Eravamo un miliardo e mezzo nel 1900, due e mezzo nel 1950, sei miliardi nel duemila e siamo circa otto miliardi oggi. Ma la curva sta per flettere: si invertirà. Le domande sul consumo eccessivo e la disponibilità scarsa di risorse, […] lasceranno il posto a domande su chi produrrà risorse per un genere umano che invecchia.
Perché accadrà. Sta già iniziando ad accadere. Dalla fine dello scorso decennio, due terzi della popolazione mondiale vive in Paesi nei quali il numero di nascite per abitante è sotto ai livelli necessari a mantenere la popolazione stabile.
Secondo l’economista e demografo spagnolo Jesús Fernández-­Villaverde, della Penn University, dopo il Covid-19 il genere umano nel suo complesso potrebbe già avere una fertilità sotto al “tasso di sostituzione”: quei 2,1 figli per donna che occorrono perché l’età media non aumenti sempre di più e alla lunga la popolazione non cali. Fernández-­Villaverde pensa che il numero degli abitanti della Terra inizierà a calare fra 29 anni.
Oggi sono scesi o sono sul punto di scendere sotto la soglia di 2,1 figli per donna dei Paesi insospettabili: anche molto lontani dal benessere e dagli stili di vita laici ed emancipati che credevamo essere il contesto del controllo delle nascite e del rinvio delle scelte di procreazione.
IL DECLINO DELL’IRAN
Prendete l’Iran. Contava 6,63 figli per donna nel 1980, ai primissimi anni della rivoluzione khomeinista, mentre oggi sono scesi a 1,68 (un quarto sotto ai livelli necessari a stabilizzare la popolazione) e soprattutto è quasi un quarto di secolo che l’Iran viaggia sotto i due figli per donna. Ma l’Iran non è un caso isolato. Neanche in Medio Oriente o fra i Paesi a grande maggioranza musulmana. Gli Emirati Arabi Uniti contavano 6,5 figli per donna nel 1965, due volte e mezzo le medie europee, ma nel 2022 erano già scesi a 1,15: sotto ai livelli dell’Italia, che pure resta fra i Paesi meno fertili del mondo avanzato.
La Tunisia è scesa da oltre sette figli per donna nel 1965, a due all’inizio del secolo, fino a ben sotto il tasso di sostituzione in anni recenti. Anche la Turchia ormai ha nascite di un quarto sotto ai livelli che servono a rimpiazzare tutti i genitori con i figli. Arabia Saudita, Marocco, Egitto e Libia sono più indietro, ma sembrano avviati nella stessa direzione.
IL CASO INDIA
I Paesi latino-americani conoscono un declino delle nascite che va oltre qualunque previsione: in Cile meno di un figlio per donna, ma anche Argentina, Uruguay, Perù, Brasile o Colombia registrano rapidissimi cali e sono ben sotto i due figli per donna.
Il declino demografico è il presente o il destino anche dell’intera Asia, il continente più popoloso. In India, il Paese più vasto al mondo per abitanti, per la prima volta nella storia negli ultimi tre anni le nascite sono scese sotto il tasso di sostituzione. Il Vietnam sfiora ormai i cento milioni, oltre il doppio rispetto al giorno della sua vittoria sugli Stati Uniti nel 1975. Ma prima ancora di diventare ricco ha avviato il calo delle nascite a ritmi insostenibili, con 1,89 figli per donna (un livello che l’Europa vantava ancora in piena età del benessere, a metà anni ’80).
COLLASSO COREANO
Il caso più stupefacente è la Corea del Sud, ovvio. L’anno scorso era a 0,55 nati per donna, di tre quarti sotto i livelli che servirebbero a rimpiazzare le vecchie generazioni con le nuove. Un ritardo abissale. Osserva Nicholas Eberstadt dell’American Enterprise Institute, fra i primi studiosi a osservare queste dinamiche, che fra un quarto di secolo la Corea del Sud potrebbe presentare un quadro mai visto prima nella storia umana in tempo di pace: tre decessi per ogni nascita, con l’età media attorno ai 60 anni, il 40% della popolazione anziana (appena meno numerosa di quella in età di lavoro) e un quinto delle nascite rispetto al 1961. “Quel che sta accadendo lì offre un anticipo di ciò che aspetta il resto del mondo”, scrive Eberstadt.
La sola regione al mondo che mantiene per ora una forte dinamica di nascite è l’Africa, peraltro ad eccezione delle popolazioni nella parte Nord e Sud del continente. Il quadro della catastrofe demografica cinese è qui sotto. Non solo il Paese non è mai riuscito a riprendersi dalla politica del figlio unico, ma le scelte riproduttive persino sono crollate ancora di più dopo che Xi Jinping le ha liberalizzate nel 2016 (da 1,77 a appena un solo figlio per donna). La fertilità cinese per donna è già circa un terzo sotto a quella del mondo avanzato.
CALO NASCITE ITALIA, GEOPOLITICA DEL RANCORE
Di qui la domanda più seria, che non riguarda le cause. Quando a queste, la maggiore accessibilità delle tecniche contraccettive, l’emancipazione, diversi modelli di vita o l’emulazione delle scelte di altri possono aiutare a capire. Ma che mondo sarà, nel declino demografico?
La Russia è un esempio di come potrebbe essere un mondo molto più difficile. Quel Paese si sta restringendo. Ha perso popolazione in venti degli ultimi trentun anni. E continua a farlo.
Praticamente da mezzo secolo non fa abbastanza figli per riuscire a stabilizzare la popolazione, senza neanche parlare del milione circa fra esuli e morti in guerra dal 2022. Un Paese in un simile declino demografico può diventare pericoloso. Può prendere la strada del rancore, del risentimento e dell’ossessione del capo che il tempo della rivincita dev’essere ora – il prima possibile – perché dopo la patria avrà sempre meno braccia per combattere e per produrre armi.
Questa è la risposta di Vladimir Putin al disastro demografico della Russia e nessuno oggi può garantire che non sia anche quella di Xi Jinping, un giorno, al declino della Cina, lo stato di dipendenza di troppi anziani da troppo poche persone in età di lavoro può generare conflitti sociali sulla distribuzione della ricchezza; i Paesi in futuro possono entrare in conflitto fra loro non per respingere, come oggi, ma per attrarre l’immigrazione più qualificata.
Vorrei però pensare di più a due aspetti potenzialmente positivi, specie (non solo) in Paesi maturi come l’Italia. Il Giappone offre una lezione di come il declino demografico obblighi un sistema produttivo a migliorare il rendimento del lavoro, per testa e per ora lavorata, semplicemente perché ci saranno sempre meno lavoratori. Sarà una lezione da studiare per molti.
QUANDO SI DIVENTA UN «BENE SCARSO»
C’è poi l’aspetto che ricorda di più le conseguenze della peste bubbonica. Allora i braccianti sopravvissuti erano merce così rara che poterono iniziare a far valere le proprie condizioni, iniziando a incrinare il sistema feudale. Oggi e sempre di più in futuro la merce rara saranno i giovani.
Sul piano politico potrebbero essere messi in minoranza da un gran numero di elettori più anziani, ma sul piano produttivo e tecnologico la società e le singole imprese dipenderanno in modo crescente dalle loro competenze. Poiché queste saranno rare e molto ricercate, il potere negoziale dei giovani nella società dovrà crescere.
(da agenzie)

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PAPA FRANCESCO APRE LA PORTA SANTA E INAUGURA IL GIUBILEO 2025, DEDICATO ALLA SPERANZA, CON UNO SCHIAFFONE ALLE FACCE DI BRONZO DI PUTIN, NETANYAHU E COMPAGNIA BOMBARDANTE

Dicembre 25th, 2024 Riccardo Fucile

L’OMELIA CONTRO LE GUERRE: “CE NE SONO TANTE DI DESOLAZIONI IN QUESTO MONDO, PENSIAMO ALLE GUERRE, AI BAMBINI MITRAGLIATI, ALLE BOMBE SULLE SCUOLE E SUGLI OSPEDALI”…“QUESTO È IL TEMPO DELLA SPERANZA! LO DIVENTI PER LA NOSTRA MADRE TERRA, DETURPATA DALLA LOGICA DEL PROFITTO; LO DIVENTI PER I PAESI PIÙ POVERI, GRAVATI DA DEBITI INGIUSTI; LO DIVENTI PER TUTTI COLORO CHE SONO PRIGIONIERI DI VECCHIE E NUOVE SCHIAVITÙ”

Migliaia di fedeli seguono la Cerimonia in una Piazza blindata. Francesco nella Messa della Notte di Natale: “Alziamo la voce” contro “il male consumato sulla pelle degli indigenti. I paesi poveri sono gravati da debiti ingiusti. Sia un tempo di rinnovamento anche per la terra deturpata”. E pensa alle “tante desolazioni”, alle “guerre”, ai “bimbi mitragliati”
Papa Francesco ha aperto la Porta santa della Basilica vaticana, dando inizio al Giubileo del 2025 dedicato al tema della “speranza”. Dopo avere bussato, seguendo il rituale, il Pontefice resta alcuni istanti immobile, seduto sulla carrozzina, di fronte al portone, prima di varcarlo. A pochi metri la Pietà di Michelangelo. L’immagine è subito iconica. Prima il Vescovo di Roma ha recitato una preghiera dicendo: «Pellegrini nel mondo e testimoni di pace, entriamo nel tempo della misericordia e del perdono, perché a ogni uomo e a ogni donna sia dischiusa la via della speranza che non delude». A poche ore dalla cerimonia che segna l’inizio dell’Anno giubilare Jorge Mario Bergoglio ha scritto su X: «La Porta Santa che si apre, nella notte di Natale, è l’invito a compiere un passaggio, una pasqua di rinnovamento, a entrare in quella vita nuova che ci viene offerta dall’incontro con Cristo. #Giubileo2025»
Il Papa è il primo pellegrino a varcare la Porta santa nella Basilica di San Pietro. Dopo di lui una cinquantina di fedeli in rappresentanza del mondo, e i concelebranti e alcuni religiosi. Quindi, il Pontefice, dopo avere avviato ufficialmente il Giubileo della speranza (si tratta del suo secondo Anno santo, il primo, straordinario, è stato nel 2015 ed era dedicato alla misericordia) celebrerà la Messa della Notte di Natale. In Basilica ci sono circa 6mila persone, tra cui la premier Giorgia Meloni. E John Elkann e la moglie Lavinia Borromeo.
In piazza San Pietro – riferiscono fonti vaticane – ci sono invece 25mila fedeli che seguono la Celebrazione attraverso i maxischermi. L’area è totalmente blindata. Metal detector, corpi speciali e cecchini sorvegliano la zona.
Nell’omelia il Pontefice evidenzia che «con l’apertura della Porta Santa abbiamo dato inizio a un nuovo Giubileo: ciascuno di noi può entrare nel mistero di questo annuncio di grazia. Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te. C’è speranza per ognuno di noi». Ma per accogliere questo messaggio, «per ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo», occorre muoversi «senza indugio. Ce ne sono tante di desolazioni in questo mondo, pensiamo alle guerre, ai bambini mitragliati, alle bombe sulle scuole e sugli ospedali…. Non indugiare, non rallentare il passo, ma lasciarsi attirare dalla bella notizia».
La speranza «non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità, non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a sé stesso; è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri». Il Papa sottolinea che al contrario, «la speranza cristiana, mentre ci invita alla paziente attesa del Regno che germoglia e cresce, esige da noi l’audacia di anticipare oggi questa promessa, attraverso la nostra responsabilità, e non solo, anche attraverso la nostra compassione. E qui forse ci farà bene interrogarci sulla nostra compassione: io ho compassione? So patire-con? Pensiamoci».
L’Anno santo «ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù». A tutti «il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta: portarla dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza». Il Giubileo «si apre perché a tutti sia donata la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono».
La speranza cristiana «non è un lieto fine da attendere passivamente: è la promessa del Signore da accogliere qui e ora, in questa terra che soffre e che geme. Essa ci chiede perciò di non indugiare, di non trascinarci nelle abitudini, di non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia; ci chiede, direbbe Sant’Agostino, di sdegnarci per le cose che non vanno e avere il coraggio di cambiarle».
La speranza cristiana «ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia».
Cita il cardinale Martini: «Torniamo al presepe, guardiamo al presepe, guardiamo alla tenerezza di Dio che si manifesta nel volto del Bambino Gesù, e chiediamoci: “C’è nel nostro cuore questa attesa? C’è nel nostro cuore questa speranza? Contemplando l’amabilità di Dio che vince le nostre diffidenze e le nostre paure, contempliamo anche la grandezza della speranza che ci attende. Che questa visione di speranza illumini il nostro cammino di ogni giorno”».
Conclude Francesco: «Sorella, fratello, in questa notte è per te che si apre la “porta santa” del cuore di Dio. Gesù, Dio-con-noi, nasce per te, per noi, per ogni uomo e ogni donna. E con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude».
(da agenzie)

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