Destra di Popolo.net

INTERVISTA A ROMANO PRODI: “QUESTA DESTRA INCAPACE VIVE PERCHÉ LA SINISTRA NON È SAGGIA. SE LO FOSSE NON AVREBBE INDEBOLITO LA PROPRIA COALIZIONE, È URGENTE COSTRUIRE UN’ALLEANZA PROGRESSISTA”

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“L’ESECUTIVO NON È MAI CADUTO PERCHÉ ESISTONO OPPOSIZIONI, MA NON UN’ALTERNATIVA DI GOVERNO” … “GIORGIA MELONI SI DOVREBBE RENDERE CONTO CHE TUTTI VANNO A WASHINGTON E LEI NO PERCHÉ NON C’È PIÙ BISOGNO DELL’ITALIA. RISCHIAMO DI ESSEREARLECCHINO SERVO DI DUE PADRONI”

Professor Prodi, ricomponiamo il puzzle: Strasburgo, 12 marzo, il Parlamento europeo approva la risoluzione sul piano di riarmo, con l’Italia al voto in ordine sparso. Lei che cosa avrebbe fatto?
«Avrei votato sì. Anche se si poteva cambiare nome fin dall’inizio. Era chiaro che si sarebbe trattato di un progetto di collaborazione di lungo periodo tra i Paesi europei».
La nuova formulazione utilizzata da Ursula von der Leyen, «Readiness 2030», ossia pronti nel 2030, la soddisfa?
«Mi ha fatto un po’ sorridere la dichiarazione di essere pronti a cooperare nel 2030. E arrivati a quella data che cosa succede? Non solo è una data lontana, ma manca totalmente l’indicazione di una volontà precisa sulla comune difesa. Sono passi ancora troppo prudenti. Una maggiore cooperazione senza contenuti non basta».
Il ministro Crosetto ha sostenuto che la difesa comune è una mezza utopia perché […per sbloccarla servirebbe un voto all’unanimità del Consiglio europeo.
«Ma di che cosa stiamo parlando? Il voto all’unanimità si può saltare, basta volerlo. E con l’euro che cosa abbiamo fatto? E se Orbán lo preferisce si faccia il suo esercito con i suoi pennacchi».
Suggerisce quindi un’Europa a due velocità sulla difesa?
«Certo, si parte con chi condivide il progetto. Poi chi vuole segue».
Il piano europeo, per come è stato congegnato, non rischia di far esplodere i debiti nazionali? La Germania si è mossa in autonomia attivando il suo «bazooka» e togliendo il freno agli investimenti. La Francia e la Polonia sono intenzionate a spendere, ma molti Paesi restano alla finestra.
«La questione del debito pubblico è diversa da Paese a Paese. È chiaro che la Germania nel 2030 avrà un esercito più forte di quello francese, perché ha un bilancio della difesa che è più del doppio. E quindi, come sempre ripeto, la questione è un’altra: Parigi dovrebbe condividere il diritto di veto e l’arma nucleare. È questo il problema vero. Solo così la stessa Francia rafforzerebbe la sua posizione. Purtroppo, invece, la democrazia lavora solo sul breve periodo».
I tedeschi si sono mossi con una velocità impressionante.
«Il ragionamento di Berlino è limpido. Prima si sentiva garantita dall’ombrello americano e sapeva che il peso del suo passato era condiviso da tutta l’opinione pubblica. Ora c’è stata una scossa alle fondamenta, lo scenario è mutato. Il presente e il futuro sono diversi dal passato. Guardiamo anche alla Gran Bretagna che aveva lasciato l’Europa per le sue nostalgie imperiali e perché l’antico legame con Washington le garantiva un marchio di diversità rispetto a noi. Adesso agli americani di loro non interessa più nulla. Gli inglesi stanno scoprendo che l’Unione europea non è un tiranno, ma un protettore. Penso che entro 15 anni rientreranno nella
comune casa di Bruxelles».
Lei ci crede nel processo di pace gestito da Putin e Trump?
«Non so come Trump abbia messo buono Zelensky, ma quel che è certo è che non si possono permettere di fallire. Sarà un cammino lungo e porterà obbligatoriamente a una conclusione».
Una volta definiti i contorni della pace serviranno truppe sul campo per difendere lo status quo?
«È prematuro parlarne e comunque sembra che ci si orienti a limitare il coinvolgimento di truppe di pace appartenenti solo a Paesi neutrali, escludendo quindi l’Europa. Una posizione difficilmente condivisibile. Inglesi e francesi dicono che sono disposti subito a inviare soldati perché tanto sanno che non lo dovranno fare».
Dopodiché Putin continuerà ad essere una minaccia?
«Sì se siamo divisi, no se siamo uniti. Se avessimo avuto la difesa comune, l’Ucraina non sarebbe stata invasa».
L’Italia è frammentata a destra e a sinistra, sia sul piano di difesa, sia sugli aiuti a Kiev. Perché?
«A destra e a sinistra ci sono radici storiche profonde che spiegano questa frantumazione. Giorgia Meloni politicamente parlando non nasce certo dalla Camera dei Comuni, ma affonda le sue radici in un ambiente di radicalismo di estrema destra. E anche a sinistra si sente l’eco di radicalismi altrettanto forti. È il ritorno degli ideologismi che sta rovinando anche l’America di Trump. Dottrina contro saggezza. Questa destra incapace vive perché la sinistra non è saggia. Se lo fosse non avrebbe indebolito la propria coalizione».
L’Europa è più figlia del Manifesto di Ventotene così duramente attaccato in Parlamento dalla premier Giorgia Meloni o dell’azione di De Gasperi?
«È una distinzione che non ha senso. Gli autori del Manifesto non erano a Ventotene in vacanza, ma perché là deportati e confinati dal fascismo. Che cosa potevano pensare in quel momento? Alla Magna Carta? Alle sottigliezze del bicameralismo?
Erano alle prese con il dramma del presente e hanno tratteggiato un sogno per il futuro. De Gasperi si è invece mosso a guerra finita, con realismo politico. È impressionante il gioco che fa Meloni e appare chiaro quanto sia pro Europa per possibile convenienza, ma non nell’anima».
La presidente del Consiglio sostiene che non va separata l’Europa dagli Stati Uniti.
«Meloni si dovrebbe rendere conto che tutti vanno a Washington e lei no perché non c’è più bisogno dell’Italia. Così rischiamo di essere Arlecchino servo di due padroni. Chirac mi diceva sempre: non c’è Europa senza l’Italia. Purtroppo non è più così. Il futuro cancelliere tedesco Merz si è fatto sfuggire che, a sostegno del tandem franco tedesco, c’è la Polonia e non più l’Italia. Questo è un nostro dramma nazionale».
Che cosa bisogna fare di fronte ai dazi di Trump?
«Vogliamo forse dire: fai pure? Non possiamo restare a guardare. Trump parla sempre di deficit americano nella bilancia commerciale con l’Europa. Questo è vero se parliamo di merci. Me se aggiungiamo anche i flussi di denari che derivano dai servizi, soprattutto dei big data, siamo noi in leggero passivo. E se poi trattenessimo, con l’unità dei mercati finanziari, i 300 miliardi di risparmi europei investiti in fondi americani, allora recupereremmo anche parte delle risorse che ci servono per la difesa».
Nel Pd, dopo il disastro del voto in Europa sul riarmo, con la linea della segretaria Schlein che ha rischiato di finire in minoranza, si è riaffacciata la parola congresso.
«Io non entro nel dibattito interno del partito. Ma dico che è urgente costruire un’alleanza che vinca alle prossime elezioni, un’alleanza progressista».
Poiché questa alleanza dovrebbe essere fatta con il Movimento 5 Stelle, non sembrano esserci i presupposti, al momento.
«È per questo che il governo non è caduto, nonostante lo stato in cui si trova. Perché esistono opposizioni, ma non un’alternativa di governo”

(da il Corriere della Sera)

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I CASCHI BLU? TENETEVELI! ZELENSKY BOCCIA SENZA APPELLO L’IPOTESI DI UNA MISSIONE DELLE NAZIONI UNITE A TUTELA DELL’EVENTUALE LINEA DEL CESSATE IL FUOCO: “CON TUTTO IL RISPETTO, L’ONU NON CI PROTEGGERÀ DAL DESIDERIO DI PUTIN DI TORNARE. NON PUÒ ESSERE UN’ALTERNATIVA ALLE GARANZIE DI SICUREZZA”

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

I POSSIBILI QUATTRO LIVELLI DI INTERPOSIZIONE: I CASCHI BLU DELL’ONU (NON EUROPEI), NELLA ZONA DEMILITARIZZATA; LE FORZE UCRAINE; I “VOLENTEROSI” LUNGO IL CONFINE OCCIDENTALE, E INFINE IL BACKSTOP USA (A CUI TRUMP SI OPPONE)

“Con tutto il rispetto, l’Onu non ci proteggerà dall’occupazione o dal desiderio di Putin di tornare. Non vediamo l’Onu come un’alternativa a un contingente o a garanzie di sicurezza”.
È quanto ha affermato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in una conferenza stampa con il presidente ceco Petr Pavel, in cui gli è stato chiesto un commento sulla possibilità di una missione di peacekeeping in Ucraina sotto la guida dell’Onu
“L’Onu non può essere un’alternativa alle garanzie di sicurezza, perché l’Onu non avrà alcun mandato per proteggere l’Ucraina se Putin si rivolgerà di nuovo a noi con la guerra”, ha aggiunto Zelensky, come riporta Rbc-Ukraine.
Da un lato il piano di riarmo dell’Unione europea, ribattezzato Readiness 2030, e dall’altro il sostegno militare all’Ucraina in vista di un cessate il fuoco. Sono i dossier al centro della riunione ieri tra i vertici delle istituzioni Ue e dei cosiddetti Paesi «like-minded», ovvero che la pensano allo stesso modo.
Nella riunione è stata ribadita la posizione dell’Ue di sostegno all’Ucraina e sottolineato che «la pace non dovrebbe premiare l’aggressore e che la pressione sulla Russia dovrebbe essere intensificata», spiega una nota.
Inoltre è stata «elogiata» l’iniziativa di Francia e Regno Unito di formare una coalizione di volonterosi volta a definire il sostegno all’esercito ucraino e le garanzie di sicurezza. La Multinational Force Ukraine , che dovrebbe essere composta da circa 20 mila uomini, servirebbe per consolidare il cessate il fuoco ma è insufficiente per difendere l’intero confine ucraino.
Dunque è allo studio un meccanismo che prevederebbe il coinvolgimento delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, costruito su quattro livelli di interposizione. I caschi blu dell’Onu, provenienti da Paesi non europei — riferisce l’ Ansa — verrebbero schierati nella zona demilitarizzata per osservare il rispetto della tregua. La seconda linea sarebbe costituita dalle forze ucraine. La terza dal contingente dei volenterosi, che potrebbero essere dislocati lungo il confine occidentale ucraino. Il quarto sarebbe il backstop Usa, ma finora Trump ha sempre dichiarato di non essere disponibile a fornire alcun supporto militare. Il piano avrebbe l’obiettivo di convincerlo.
(da agenzie)

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IL CLAMOROSO INCENDIO CHE HA PARALIZZATO L’AEROPORTO DI HEATHROW POTREBBE ESSERE STATO UN ATTENTATO ORGANIZZATO DA SPIE RUSSE: A LONDRA TUTTI LO PENSANO, E I TABLOID LO SOSTENGONO APERTAMENTE

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

SAREBBE UN AVVERTIMENTO PER IL PAESE PIU VICINO ALL’UCRAINA: IL PREMIER BRITANNICO, KEIR STARMER, È IL PALADINO DELLA RESISTENZA DI KIEV, E IERI IN INGHILTERRA C’È STATO IL VERTICE MILITARE DEI “VOLENTEROSI” A SOSTEGNO DEL PIANO DI DIFESA DEL PAESE INVASO DAI RUSSI

Nella peggiore delle ipotesi è un attentato. Un’azione di disturbo. Spie russe. Intimidazione. Tutti lo pensano, molti lo sussurrano, i giornali più compassati (Guardian, Times, Telegraph) riportano per il momento solo la notizia che sta indagando l’antiterrorismo
I tabloid, quelli più letti e che più leggono la pancia del popolo (vedi il Daily Mail)
parlano di «Putin fingerprint» e si domandano: c’è lo zampino di Putin dietro il grande incendio che ha causato il caos nel cieli britannici e del mondo?
Le suggestioni ci stano tutte. Il premier britannico Keir Starmer si è fatto paladino europeo della resistenza di Kiev, proprio ieri in Inghilterra si è tenuto il vertice militare dei “volenterosi” per mettere a punto il piano di difesa dei cieli e mari ucraini. Quale migliore beffa che attaccare l’amico del tuo nemico in casa propria, colpire proprio i suoi, di cieli?
Un avvertimento. Una provocazione. Suggestioni diciamo, ma che quando si parla di Russia e Inghilterra ci stanno tutte. Risalendo a ritroso nel tempo si può partire dai Cinque di Cambridge, il quintetto di insospettabili spie britanniche al servizio dell’Unione Sovietica, passando per Ian Fleming e il suo agente con licenza di uccidere, e per Graham Greene e John Le Carré.
Questo mistero è materiale che si aggiunge alla lunga serie di avvelenamenti per polonio, alle morti misteriose di oligarchi e oppositori del regine putiniano. Insomma, Londra e l’Inghilterra si confermano luoghi ideali per lavorare di fantasia e il tetragono palazzo dell’MI5 sulle rive del Tamigi, proprio dall’altra sponda rispetto alla City, aiuta a fomentare le storie e nutrire l’immaginazione.
Rimanendo alla realtà, la Bbc ieri ha parlato molto di «critical national infrastructure» e di Npsa. I primi sono gli obiettivi sensibili, cioè «strutture, sistemi, siti, informazioni, persone, reti e processi necessari al funzionamento di un Paese e da cui dipende la vita quotidiana».
L’altra è l’agenzia governativa che dovrebbe garantirne la sicurezza (da attacchi terroristici o minacce informatiche), e dipende dall’MI5.
Il caos di ieri è stato causato da un singolo incendio in una sottostazione elettrica. Che sia intenzionale o no, rimane la grande domanda: come è possibile che non ci sia un piano B per proteggere una parte così vitale dell’infrastruttura britannica? Mistero.
(da La Stampa)

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ESAMI DI DOMENICA, COSTI IRRISORI E IL MARITO NEL CDA DELLA LIK: LA STRANA LAUREA DELLA MINISTRA CALDERONE

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

DOPO QUELLA SMENTITA A CAGLIARI, L’INDAGINE SUL TITOLO DI STUDIO CONSEGUITO DALLA RESPONSABILE DEL WELFARE DEL GOVERNO MELONI… CON MOLTE SORPRESE

Una laurea conseguita all’univesità privata Link Campus di Roma. Triennale in Economia Aziendale nel 2012 e Magistrale in Gestione Aziendale nel 2016. Ma con una serie di stranezze. Come i due esami dati in un giorno e durante il week end. O la mancata certificazione dell’Anagrafe degli Studenti presso il ministero dell’Istruzione.
Ma almeno, spiega oggi Il Fatto Quotidiano, pagata poco. La ministra del Welfare Marina Elvira Calderone finisce nei guai per il titolo di studio. Per la seconda volta: Wikipedia le attribuiva infatti una laurea all’università di Cagliari che però l’ateneo ha smentito. E nel 2015, durante il suo corso di studi alla Link, suo marito Rosario De Luca sedeva nel cda dell’università.
La strana laurea della ministra Calderone
Calderone ha un diploma in ragioneria. Nel 2016, a 51 anni, ha preso il titolo alla Link, ex Libera Università di Malta.
Thomas Mackinson ha controllato il suo statino degli esami. In più occasioni ne dava due al giorno e perfino di domenica, quando l’università era chiusa. Il suo portavoce ha scritto al quotidiano confermando i due titoli. Alla richiesta di mostrare libretti d’esame e diplomi, la ministra però si oppose: «Non è solita ostentare i pieni voti». Calderone Marina Elvira risulta iscritta alla triennale della Link dall’1 novembre 2011, Ovvero dal giorno in cui le venivano convalidati due esami che derivavano da una precedente iscrizione all’università maltese. L’Ans poi dice che Calderone non ha conseguito il diploma della triennale.
Il titolo di studio all’estero
Ci sono due esami convalidati nella banca dati della Link: Economia Aziendale (25/30) e Ragioneria Generale ed Applicata (26/30). « Tra il 2011 e il 2012 l’università aveva avviato l’iter per il riconoscimento dei titoli in Italia. Molti studenti hanno sfruttato il cambio di status per far valere esami attestati con documenti cartacei non tracciabili, anziché digitali in PDF e firmati digitalmente dai docenti, gli unici legalmente validi e non alterabili», dice una fonte interna alla Link. Il direttore (dal 2020) Roberto Russo però non ne sa nulla: « Io non c’ero, ho solo il racconto di chi ha una memoria storica di quel periodo di transizione, che aveva creato problemi nella convalida di esami e titoli e nelle progressioni di carriera».
Il marito
Nel 2015 il marito Rosario De Luca sedeva nel Cda proprio della Link. Mentre lei, da presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, aveva aperto le porte agli studenti con convenzioni e borse di studio. E due anni dopo la laurea l’Ente previdenziale dei consulenti del Lavoro (Enpacl) darà 15 milioni di euro al fondo per la ristrutturazione degli immobili dell’ateneo. Dal 2010 per legge i consulenti del lavoro devono essere laureati. Calderone dà 11 esami in quattro anni. Il primo febbraio 2013 tocca “Modelli di governance e gestione delle organizzazioni complesse”. Lo stesso giorno anche “Diritto della concorrenza e regolamentazione dei mercati”. A giugno 2014 ne dà tre in tre settimane. Due addirittura nello stesso giorno. Il primo giugno supera “Economia dell’Innovazione” e “Teoria delle decisioni e knowledge management”.
110 e lode
Anche altri esami vengono dati di domenica. Il 26 luglio 2016 Marina Elvira si laurea, a pieni voti, con 110 e lode. L’ultimo punto sono i costi.
Secondo l’anagrafe dei contributi del ministero per la magistrale ha pagato solo il costo del bollo (1 euro), più altri 3 per la contabilità della Link. Il biennio costa circa 10 mila euro. A lei è stato però applicato uno sconto su tasse e rette pari al 50%. Nonostante questo, risulta abbia pagato 500 euro di iscrizione e una sola rata da 850. Le altre sei, per un totale di 5.100 euro, risultano ancora oggi “da pagare” e “scadute”.
(da Open)

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LA RIBELLIONE DELLE MASSE E L’UOMO MEDIO DI ORTEGA AL GOVERNO

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

TRUMP E’ UN’IDEA DI POTERE CHE NON CONOSCE PIU’ IL SENSO DEL LIMITE… LE ELITE CHE HANNO PERSO PESO E IL MANDATO POPOLARE DIVENTATO LO STRUMENTO DI UNA DEMAGOGIA SMISURATA…RILEGGERE ORTEGA Y GASSET E PENSARE ALL’EUROPA

Penso a Trump numero 2, uno che in due mesi di regno incontrastato può riabilitare gli assalitori del Congresso, una folla golpista elevata al rango di “prigionieri politici”; riabilitare Putin e i suoi progetti di urto blindato con l’Europa, di devastazione dell’Ucraina, e i suoi mezzi al veleno nella lotta contro il dissenso di minoranza; uno che in due mesi può sconvolgere l’economia mondiale perseguendo in forma erratica e bassamente profetica (l’età dell’oro, Make America Great Again) il riequilibrio protezionista della bilancia commerciale, in sé un obiettivo legittimo; uno che in due mesi trasforma la sacrosanta insofferenza per gli automatismi ideologici delle élite woke nella caccia violenta al Deep State cosiddetto, nella sfida spaccona all’establishment europeo e americano, nell’alleanza con le destre impresentabili, lunatiche, intrise di sottocultura völkisch e con punte di radice neonazista, tedesche o britanniche; uno che in due mesi distrugge il mitico rispetto americano per le decisioni dei giudici e per il ruolo insostituibile della stampa indipendente, minacciando la libertà civile e sequestrando per sé, per il suo ego, gli immensi poteri dell’esecutivo in un sistema presidenzialista che nella sua idea di potere non conosce più il senso del limite e della sua divisione, dei controlli costituzionali. Bisogna fidarsi della ragione, dell’istinto, del gusto e perfino di certi amabili pregiudizi nel giudicare le pulsioni di un periodo o di un’epoca che si stenta a capire, che ci allontana da solide certezze e da concetti ben definiti (e lasciamo stare i “valori” di Serra o di Veltroni e di altri celebratori di feticci, come il bollito di successo di Rai 1).
Istinto, ragione personale, gusto, pregiudizi d’accordo. Però i libri, i buoni libri, aiutano a dare un senso compiuto a quanto di astratto, di intellettualistico, di volitivo si cela dietro il nostro rigetto di un fenomeno che sta avvolgendo il mondo in quella che ci sembra una cappa di irrazionalismo politico, di pericoloso vitalismo senza regole e criteri. Ogni volta che accendo la Cnn o la Fox o la Bbc o leggo un giornale pro o contro il trumpismo, ogni volta che esamino i fatti che si squadernano davanti ai miei occhi, raccontati con furia fanatica e faziosa o con cura analitica dalle diverse testate, estraggo da quel che vedo due giudizi.
Le élite hanno perso peso, prestigio, legittimazione e sono diventate la caricatura di sé stesse, vivono in un mondo separato dalla vita del corpo grosso del popolo, un mondo irreale di “valori” senza basi nel consenso democratico e nella volontà popolare come si esprime nei numeri e nella funzione dell’uomo medio, del cittadino comune, della sua mentalità; il mandato popolare, dall’altra parte, è una fonte di
legittimità senza la quale la democrazia non esiste proprio, ma è diventato lo strumento di una demagogia smisurata, che distrugge la divisione dei poteri, la trama liberale essenziale a una democrazia effettiva che non può vivere dell’esclusivismo volatile, imprevedibile, incendiario del capo e di un mandato imperativo della maggioranza elettorale, brandito come una clava e impiegato distruttivamente a erodere le fondamenta di un sistema costituzionale di pesi e contrappesi.
Bene. “La rebelión de las masas” del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset è stato pubblicato (erano articoli scritti a partire dal 1927) nel 1930. Sette anni dopo l’avvento del fascismo italiano, tre anni prima della Machtergreifung hitleriana, nel pieno della crisi delle democrazie europee, dalla Repubblica di Weimar alla Terza Repubblica francese, non escluse le tensioni della democrazia britannica, per non parlare di quel che stava per succedere in Spagna con la guerra civile.
Un vecchio saggio storico eccellente, ma proprio eccellente, di Maurizio Serra, dedicato agli anni Trenta europei e in particolare al fenomeno ideologico artistico e politico degli “esteti armati”, mi ha riproposto con estrema vividezza la diagnosi di Ortega sull’Europa delle democrazie in crisi, che sembra l’archetipo storico di quanto sta accadendo in America con Trump e il movimento Maga al potere, e che si prolunga tendenzialmente in fenomeni paralleli o convergenti, per adesso ancora minoritari, sul nostro suolo europeo.
Ortega era contro il bolscevismo e il fascismo, che considerava primitivi e barbari. Era spaventato da quel senso smarrito della storia e del suo significato umanistico circolante nell’Europa di quel tempo, il ricatto della gioventù, come lo chiamava (giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza), il divorzio tra cultura e vita.
Ma percepiva l’impossibilità di una mera difesa statica, rigida, dell’impianto liberale della vecchia Europa che gli anni Trenta rischiarono di spazzare via (e per questo, in tempi successivi di dogmatismo liberal, fu considerato a torto un pensatore reazionario tout court).
Scrive Maurizio Serra (pagina 37 dell’edizione francese) che secondo Ortega niente sarebbe stato possibile fare di buono e di efficace contro la dissoluzione democratica “se la rifondazione delle élite non fosse stata accompagnata da un modello di aggregazione delle masse (che erano, ndr) il fenomeno sociale più importante del XX secolo. La sola possibilità di sopravvivenza della cultura umanista passava per il dialogo con le masse, allontanate dalle sollecitazioni dei nuovi miti”.
Giuliano Ferrara

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MAKE AMERICA GALLINA AGAIN

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LA STORIA DI TRUMP CHE IMPLORA IL VENETO DI VENDERGLI UN PO’ DELLE SUE UOVA

Dispiace per le galline americane decimate dall’aviaria, ma questa storia del pollaio di Trump che implora il Veneto di vendergli un po’ delle sue uova in vista della Santa Pasqua suscita un ghigno sulfureo. Come la mettiamo con la tracotanza degli ultimi mesi, condita dalla minaccia di infliggerci strazi e dazi? Se fossi un contadino veneto, o una gallina, glielo farei pesare.
Gentili (?) americani, volete le uova della tanto bistrattata Europa perché le vostre sono diventate più rare delle terre rare e costano al chilo come il paraurti di una Tesla? Ebbene, sediamoci (sulle uova) e trattiamo. Intanto la Groenlandia rimane a noi, non si discute. Quanto ai dazi sul vino, provatevi a tassare anche un solo tappo e la frittata, poi, ve la fate da soli. C’è stato un tempo in cui il dollaro era ancorato all’oro. Non ci spingiamo a pretendere di ancorarlo all’uovo, però un po’ più di rispetto, che diamine. Saremo anche diventati un Paese senza figli, come ci rinfaccia
di continuo quella testa d’uovo di Elon Musk, ma i pochi rimasti fanno ancora colazione con l’ovetto fresco sbattuto e certi ciambelloni da paura. Fino a qualche mese fa, avremmo rinunciato a mezza carbonara per dirottare un po’ di materia prima sulle vostre tavole. Vi avremmo fatto persino lo sconto. Ma adesso…
Del resto, non abbiamo cominciato noi. Il guaio, quando uno si mette a fare il prepotente, è che le vittime, appena possono, gli presentano il conto. Un ragionamento semplice, il famoso uovo di Colombo. Sapeste quanto è buono alla coque.
(da corriere.it)
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MELONI, LA STORIA NON SI PUO’ RISCRIVERE

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

SIAMO ALL’ATTO FINALE DELLA PROPAGANDA DI REGIME

Se fosse ancora tra noi, Eugenio Scalfari sorriderebbe dell’audace colpo della solita Meloni. Uno degli ultimi grandi intellettuali italiani, europeista e progressista, laico e liberale, accusato di aver condiviso i «principi anti-democratici» del manifesto di Ventotene e di aver teorizzato che «l’unica forma di democrazia è l’oligarchia». Siamo all’atto finale della propaganda di regime.
La presidente del Consiglio che, scimmiottando l’attitudine dei despoti studiati da Hannah Arendt, non è una “bugiarda qualsiasi”, ma è capace di menzogne che nella loro enormità ambiscono “a generare una nuova realtà”.
La statista trasfigurata in anti-Stato che nel tempio della democrazia rappresentativa consuma un’impostura istituzionale, mescolando falsità, ipocrisia, nichilismo.
Non le bastava l’ennesimo stupro della storia compiuto alla Camera, trattata da aula sorda e grigia e poi incendiata a colpi di molotov ideologiche contro i padri fondatori dell’Unione europea. Non le bastava imbrattare con il fango il ricordo di tre eroi perseguitati dalla dittatura fascista, confinati in un’isoletta del Tirreno e ora sviliti ad agenti provocatori del bolscevismo rosso, nemici del popolo e della proprietà privata.
Non le bastava la manipolazione selettiva e strumentale di un testo visionario scritto nel 1941, sotto le bombe dell’Asse e sotto il tallone del Duce, sul quale l’Europa ha pensato e costruito se stessa non più solo come civiltà ma anche come comunità.
Non le bastava occultare la verità, Altiero Spinelli transfuga dal Pci già nel ’38, Ernesto Rossi azionista liberale, Eugenio Colorni massacrato e ucciso dalle camicie nere nel 1944.
Non le bastava tacere che in quegli stessi anni, mentre a Ventotene nasceva «il sogno europeo» raccontato magnificamente da Roberto Benigni, Giorgio Almirante, padre putativo della destra tricolore e fondatore del Msi dal quale figliarono An e poi FdI, vomitava così i suoi deliri xenofobi e antisemiti su La difesa della razza: “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti… il razzismo nostro ha da essere quello della carne e dei muscoli… non c’è che un attestato con il quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”.
Non le bastava tutto questo. La Sorella d’Italia ha voluto aggiungere ancora una dose di veleno, alla pozione già altamente tossica impastrocchiata a palazzo Chigi dai patrioti al servizio del Rasputin post-missino Giovanbattista Fazzolari: quelli che incubavano da giorni “l’operazione Ventotene”, che ne avevano dettato subito
l’infame contronarrazione ai giornali-cognati e che adesso, in piena trance delmastriana, provano intima gioia nell’aver teso la «trappola alla sinistra» e nell’aver «abbattuto il muro rosso». Come se il manifesto di Spinelli e Rossi fosse il Manifesto di Marx e Engels. Come se il federalismo europeo fosse lo stalinismo sovietico.
Quella dose supplementare di veleno ci riguarda direttamente, perché integra il piano di killeraggio politico orchestrato contro i cinquantamila europeisti irriducibili chiamati a Roma da Michele Serra esattamente una settimana fa. Bisognava buttare a ogni costo giù il totem di Ventotene, intorno al quale quella splendida piazza si era riunita il 15 marzo. L’hanno fatto, Giorgia e i suoi bravi.
Ma ora lei, evidentemente non del tutto paga del risultato, completa la missione con l’attacco a Scalfari, e quindi a Repubblica, che in piazza del Popolo era presente con il corpo e con lo spirito. Ripeto: sono convinto che il fondatore di questo giornale liquiderebbe con un sorriso questo fetido venticello di calunnia. Buttato nel tritacarne di una montatura miserabile e bollato come simbolo di una sinistra «dall’anima illiberale e nostalgica» (sic!) dai rozzi agit-prop della destra più estrema, che prima di pronunciare il suo nome dovrebbero sciacquarsi la bocca.
Lui, che in quell’editoriale su “democrazia e oligarchia” volava così alto che nessuna Meloni potrà mai riuscire a raggiungerlo, e innescava un dibattito filosofico-politico con Gustavo Zagrebelsky che scriveva “tutti i governi sono sempre e solo oligarchie più o meno ristrette, cambia solo la forma, democratica o dittatoriale”. Lui, che in uno dei suoi ultimi libri denunciava come “grave rischio” la frattura tra opinione pubblica e classi dirigenti, il populismo accompagnato dall’astensionismo e dall’indifferenza, e quindi “il completo stravolgimento della democrazia partecipata” e il “declino dei partiti liquidi” con “un capo e un gruppo dirigente a lui devoto”.
Meloni, allora, faceva opposizione dura e pura. Invocava l’uscita dall’euro, chiedeva i blocchi navali, inneggiava a Putin e — si stenta a crederlo — lodava «i firmatari del manifesto di Ventotene detenuti in un carcere», che nel 1941 «avevano le idee più chiare» di «Renzi, Hollande e Merkel» nel 2016
Questa è la Sorella d’Italia, dispersa su una zattera nell’Atlantico e sempre più propensa ad approdare sulla costa americana. Per le sue sparate sfasciste ci si può indignare, ma non ci si deve meravigliare. Nell’arena di Montecitorio come al roof-garden del The Hotel, la premier ci regala “melonismo in purezza”.
Un po’ alla volta, l’Underdog della Garbatella cresciuta nel Fronte della Gioventù lascia cadere tutte le maschere con le quali si è mimetizzata in questi due anni e mezzo. Mostra il suo vero volto: a-fascista, nazional-populista, non-europeista. La Meloni autentica è quella che nell’emiciclo svilisce i martiri dell’antifascismo e tradisce i valori dell’europeismo. Lo spirito di Ventotene non le appartiene, perché lei ha davvero un’altra “matrice”.
Certo, cadono le braccia a vedere le convulsioni dei 27, che da un Consiglio Ue considerato “decisivo” alla vigilia non hanno cavato un ragno dal buco. Nonostante Trump che spaccia per pace la resa ucraina e brandisce il suo jet F-47 come «l’arma più letale di sempre»; nonostante Putin che minaccia di prendersi anche Odessa ed esige oggi lo stop degli aiuti a Kiev per poterla invadere domani; nonostante Netanyahu che per non mollare il suo potere riprende il massacro dei bambini a Gaza; nonostante tutto questo, la Ue non fa un solo passo avanti, né sulla difesa comune né sulle risorse per finanziarla. Se ne riparla al vertice di giugno.
Un mezzo disastro: ma abbiamo alternative a questa comunità di destino imperfetta e irrisolta? Soprattutto ne ha la nostra premier, che definisce «rappresaglia» le contromisure di Bruxelles da opporre ai dazi di Washington?
Non chiediamole più di rinnegare il Ventennio e di rilanciare l’Unione: non farà mai né l’una né l’altra cosa. Continuerà a galleggiare, alternando furore e finzione, vittimismo e autoritarismo. Espedienti utilissimi a mascherare i fallimenti del governo e i tormenti della maggioranza. Ma oggi come allora, vale l’antica lezione di Antonio Gramsci. Correva l’anno 1918, e lui — non ancora vittima dello squadrismo nero — già avvertiva i suoi futuri carnefici: «Non basta cambiare le parole, sperando di far dimenticare le cose».
(da Repubblica.it)

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I GOVERNATORI LEGHISTI ATTACCANO SALVINI MA NON HANNO LE PALLE PER SFIDARLO E LA BASE MUGUGNA: “PER VINCERE BISOGNA SALIRE SUL RING E VOI TEMETE DI NON FARCELA”

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LA MINORANZA ANTI-SALVINIANA DEL CARROCCIO SCARICA I TRE CABALLEROS ZAIA-FONTANA-FEDRIGA: SPARANO A SALVE CONTRO LA LINEA DEL SEGRETARIO, E ORA CHE IL GIOCO SI FA DURO, CON IL CONGRESSO, FANNO PIPPA

La minoranza leghista mena il can per Zaia. I governatori del Carroccio fanno distinguo, rilasciano interviste quotidiane in cui sconfessano la linea salviniana del partito, ma poi, quando il gioco si fa duro, fanno pippa.
È grazie a questo atteggiamento che Salvini ha evitato la resa dei conti interna, riuscendo di fatto a blindare la sua leadership nella Lega, in vista del Congresso di aprile.
Il fu “Truce del Papeete” è uscito vincitore e ha messo a tacere la dissidenza interna non tanto per meriti suoi, quanto per assenza di alternativa.
E i tre caballeros Fontana-Zaia-Fedriga? Sono rimasti zitti e buoni. Dissentono dalla linea salvinian-vannacciana, e pur continuando a cannoneggiare contro il loro segretario dalle colonne dei giornali, non scendono in campo.
Le ultime bordate le ha lanciate il “Doge” Luca Zaia, che in un colloquio con il “Corriere della Sera” ha preso a sberle indirettamente il trumpismo senza limitismo di Salvini (che è arrivato a dire che la guerra commerciale di Trump, che rischia di mettere in ginocchio 23mila aziende italiane, è “un’opportunità”): “I dazi non ce li possiamo permettere”.
Ma è solo l’ennesimo colpo a salve. E infatti i leghisti insofferenti per le scelte Salvini mugugnano. Si sarebbero aspettati ben altro nerbo da Zaia, Fedriga e Fontana. Una mancanza di coraggio che è stata presa di mira: “Cari governatori, per vincere bisogna salire sul ring e voi temete di non farcela…”
(da agenzie)

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ELON MUSK E’ SCESO IN POLITICA E LE QUOTAZIONI IN BORSA DI TESLA SONO CROLLATE NEGLI ULTIMI MESI

Marzo 22nd, 2025 Riccardo Fucile

GLI AZIONISTI SONO INCAZZATISSIMI PER IL SUO DISIMPEGNO MANAGERIALE E PERSINO ALCUNI MEMBRI DEL CDA, COME JAMES MURDOCH E KIMBAL MUSK, STANNO VENDENDO I TITOLI

Alla vigilia di Natale un’azione della Tesla era arrivata a valere 461 dollari, più del doppio dei 226 del 4 novembre, vigilia dell’elezione di Trump. E gli analisti che avevano attaccato Elon Musk criticando la scelta politica di diventare il suo apripista e giudicando economicamente folle aver gettato più di 250 milioni di dollari nella sua
campagna elettorale, facevano un rabbioso mea culpa.
Da allora la Tesla ha dimezzato il suo valore scendendo addirittura sotto il livello pre voto presidenziale. Giorni neri soprattutto per Musk che ci ha messo del suo tra licenziamenti di massa di dipendenti federali, sostegno al partito neonazista tedesco e quel saluto romano che, qualunque fosse l’intenzione di Elon (gesto autistico secondo gli amici) trasforma l’auto Tesla in «Swasticar» con un meme satirico del quale il miliardario può lamentarsi ma non sorprendersi, visto che è uno specialista di quel genere.
La verità è che l’azienda, molto sopravvalutata in Borsa, in difficoltà per l’esaurirsi della sua spinta innovativa e il rapido avanzare di vari concorrenti, rischia la tempesta perfetta: scarseggiano nuovi prodotti mentre l’ultimo, il cybertruck, è poco venduto. E la politica che doveva dare una spinta è, invece, un freno: toglie popolarità e carisma a Musk la cui persona è da sempre l’asset principale dell’azienda.
Gli azionisti sono furiosi per il suo disimpegno manageriale. Alcuni di loro vicini a Elon — James Murdoch, gli stessi manager della società, perfino suo fratello Kimbal — vendono titoli Tesla. L’aiuto di Trump con la scena surreale della Casa Bianca trasformata in showroom della Tesla, non ha giovato: titolo sempre più giù mentre si moltiplicano i casi di vandalismo contro le vetture.
(da agenzie)

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