Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
VIENE DA CHIEDERSI COSA ABBIA SPINTO MELONI A REAGIRE IN MODO COSÌ POCO RIFLESSIVO. L’ELETTORATO CONSERVATORE, A CUI LA LEADER DI FDI SI RIVOLGE, È SENSIBILE AI DOVERI CONNESSI AI RUOLI RICOPERTI NELLE ISTITUZIONI
Nel giorno in cui il Presidente Mattarella ricorda che con il referendum del 2 giugno del 1946, oltre a scegliere la Repubblica gli italiani inaugurarono un cammino “di pace e libertà”, risalta ancor di più la gaffe di Meloni sulle prossime consultazioni referendarie sul Jobs act e sulla cittadinanza.
Interrogata a distanza sul suo comportamento di voto domenica prossima, la premier se ne è uscita affermando che si sarebbe recata al seggio, ma senza ritirare la scheda. Risposta che ha subito provocato una precisazione del ministero dell’Interno, da cui dipendono le votazioni, secondo il quale un elettore che volesse seguire l’indicazione della presidente del consiglio sarebbe semplicemente astensionista. Né più né meno come uno (o una) rimasto/a a casa.
Viene da chiedersi cosa abbia spinto Meloni a reagire in modo così poco riflessivo, non c’è altro modo di definirlo, alla richiesta che le veniva fatta. Si può solo ipotizzarlo.
Abituata da sempre a stare attenta alla propria immagine, la premier aavrà considerato il fatto che nel giorno del voto è consuetudine che personalità istituzionali e leader politici vengano fotografati durante le operazioni di voto. Un’assenza, dunque, sarebbe stata notata.
E non a caso il presidente del Senato La Russa se l’era cavata, di fronte alla stessa domanda, dicendo che avrebbe votato, ma invitando gli elettori a non farlo.
L’elettorato conservatore, a cui la leader di Fratelli d’Italia si rivolge, è infatti più sensibile ai doveri connessi ai ruoli ricoperti nelle istituzioni di quello leghista. Il vicepremier Salvini ha già detto che non voterà.Le parole di Mattarella sono state un chiaro appello agli italiani a decidere il proprio destino: ma dal’46, prima tornata elettorale dopo 20 anni di dittatura, a oggi, molto è cambiato.
Marcello Sorgi
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
LA SUA VITTORIA ALLONTANA VARSAVIA DALL’UE: I LEGAMI CON GLI ULTRAS DEL DANZICA, IL NO ALL’UCRAINA NELLA NATO E I RAPPORTI CON I NEONAZISTI
Quando a novembre ha annunciato la sua candidatura, pochi sapevano chi fosse Karol
Nawrocki. Il PiS, partito nazionalista e
illiberale, oggi all’opposizione, aveva voluto un outsider semi sconosciuto come candidato per cercare di rilanciare con un volto nuovo il partito sconfitto alle ultime politiche nel 2023 dopo aver governato per due mandati.
Operazione riuscita: questo funzionario 42enne con trascorsi da pugile e zero esperienza politica ha avuto la meglio, pur di misura, contro un politico navigato come Rafal Trzaskowski, ex ministro e attuale sindaco di Varsavia, che di fatto stava preparando la sua corsa alla presidenza da cinque anni, dopo aver perso nel 2020.
Vittoria risicata ma con grandi conseguenze dentro e fuori la Polonia. Il suo potere di veto gli permetterà di ostacolare il programma di riforme del governo Tusk per ripristinare il corso democratico auspicato da Bruxelles.
Nawrocki, storico di formazione, dirige l’Istituto della memoria nazionale, un ente pubblico che sotto il Pis era noto per aver promosso versioni nazionaliste della storia polacca.
Ha cercato di proiettare un’immagine da duro, ha vinto con il semplice messaggio «patria e famiglia» che tanta presa ha ancora nella Polonia profonda. Pubblica spesso post sulla sua fede cattolica e ha anche condiviso immagini di se stesso in palestra, mentre fa boxe e spara.
Si è presentato come l’incarnazione dei valori tradizionali e patriottici in stile Maga: contrario all’aborto e ai diritti Lgbtq+, ha promesso norme più stringenti sui migranti e maggior sovranità del Paese dentro la Ue.
Ha condotto la sua campagna elettorale promettendo politiche economiche e sociali che favoriscono i polacchi rispetto alle altre nazionalità, compresi i rifugiati ucraini. Si è impegnato a negare l’ingresso di Kiev nella Nato, per evitare, dice, di portare l’alleanza a un conflitto con la Russia.
Una mossa che segna un distacco dalla precedente politica polacca, sia sotto il PiS che sotto Tusk, e che è stata fortemente criticata dall’ambasciatore ucraino a Varsavia.
Ha vinto nonostante il suo passato abbia dominato gli ultimi giorni della campagna presidenziale, con segnalazioni di legami con personaggi della malavita e un giro di prostitute che avrebbe gestito mentre lavorava in un hotel.
È emerso che aveva preso parte a una maxi rissa tra teppisti a Danzica nel 2009, da lui difesa come un combattimento «nobile». Anche lo sniffare a suo dire del tabacco durante un dibattito presidenziale ha fatto discutere.
Storico revisionista, Nawrocki è stato per anni il direttore dell’Istituto per la memoria nazionale, ma anche ex pugile, ex hooligan e persino ex pappone. Eppure, il candidato indipendente sostenuto dal partito sovranista Pis ha sempre insistito sull’immagine di “uomo comune”, scandendo anche dal palco di Danzica che «sono un cittadino polacco che compete con un uomo creato in un laboratorio politico», ossia il suo rivale Rafal Trzaskowski. E nel duello tra l’ultranazionalista ed euroscettico Nawrocki e il liberale Trzaskowski si rispecchia il vero e proprio scontro di civiltà che spacca la Polonia da decenni.
Quasi un mese fa, Nawrocki si è fatto fotografare con un’espressione felice e incredula nello Studio Ovale della Casa Bianca. E ha raccontato, dopo un incontro con il suo idolo dichiarato, Donald Trump, che il presidente americano gli avrebbe vaticinato «tu vincerai ».
Dal canto loro, gli Usa si sono spinti a tal punto, nel sostegno a Nawrocki, da paventare il ritiro militare dalla Polonia, nel caso di una sconfitta alle elezioni. La capa della Homeland Security, Kristi Noem, ha detto che nel caso di vittoria di Nawrocki, gli Usa
«continueranno a garantire una presenza militare» in Polonia. Altrimenti, chissà.
A Varsavia, però, continuano ad addensarsi parecchie nubi sul nuovo capo dello Stato scelto personalmente da Jaroslaw Kaczynski. L’ultimo scandalo è apparso su Onet. Nel 2021, quando era direttore dell’Istituto per la memoria nazionale, Nawrocki avrebbe chiesto l’accesso a documenti “top secret” sulla Nato e la Ue.
Nonostante il parere contrario dei suoi uffici, il capo dei servizi segreti Krzystof Waclawek glielo avrebbe concesso. Ma a che pro, da direttore di museo, Nawrocki chiese di vedere documenti secretati?
E poi c’è il suo passato oscuro. I legami con gli hooligan del Danzica e con ambienti neonazisti. L’accusa di aver organizzato un giro di prostitute quando faceva la guardia giurata in un albergo sul Mar Baltico. Lo scandalo su un anziano cui avrebbe promesso un vitalizio se avesse sgomberato il suo appartamento, ma che mollò al suo destino dopo averlo sfrattato.
E agli anni in cui era già direttore di museo, risale un altro episodio che, se non riguardasse un uomo appena eletto capo dello Stato, sarebbe esilarante. All’epoca l’ex pugile scrisse un libro su un famoso gangster degli anni ’80 ma sotto pseudonimo: Tadeusz Batyr.
Poi si fece invitare in tv col volto coperto e disse di essersi ispirato a un certo Nawrocki, «il primo ad analizzare la storia del crimine organizzato in Polonia». Non pago, Nawrocki postò poco dopo sui suoi social una notizia. Scrisse di aver ricevuto una telefonata da un certo Batyr, autore di un libro «interessante».
Nawrocki ha già detto che resterà fedele alla Nato, ma che non accetterà mai l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica. Il politico sovranista si distingue su questo persino dal Pis. È molto
critico verso Kiev, e da tempo chiede che si prenda le sue responsabilità per le stragi di polacchi perpetrate dai banderisti in Volhynia. Quel che è certo è che i rapporti con l’Ucraina si complicheranno, con il nuovo presidente polacco.
(da agenzie)
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
LA SOMMITÀ DEL VULCANO ERA STATA CHIUSA DALLA MATTINA, A CAUSA DELL’ALLERTA DIRAMATA DALL’INGV, MA UN GRUPPO DI ESCURSIONISTI SI È AVVENTURATO FINO AL CRATERE… QUANDO SI È ALZATA LA NUBE, I TURISTI SONO SCAPPATI A GAMBE LEVATE
“A Etna Sud abbiamo rispettato i divieti e cancellato le escursioni ad alta quota. Rispettosi e coscienziosi abbiamo fatto valere il nostro bagaglio di professionalità costruito in 72 anni di storia. A Etna Nord, invece, si è scatenato il panico con turisti in fuga, abbandonati da guide improvvisate”. Lo afferma, in una nota, Francesco Russo Morosoli, patron di Funivia dell’Etna sulla presenza di escursionisti durante l’eruzione dell’Etna.
“Non è accettabile che – aggiunge Morosoli – un’eruzione di pericolosità limitata, secondo gli esperti dell’Ingv, possa trasformarsi in un boomerang, causando un danno così ingente all’immagine del settore turistico siciliano. Non nascondiamoci dietro un dito: foto e video che spopolano nel web danno un colpo durissimo alla nostra reputazione. Quella di tutti. Le istituzioni devono necessariamente intervenire per porre un freno all’anarchia crescente nel versante Nord del nostro vulcano. Le regole – conclude Morosoli – valgono per tutti e bisogna fare in modo che non vengano disattese”.
Escursionisti in fuga sui sentieri dell’Etna all’arrivo della nube eruttiva: è quanto si vede in diversi video postati sui social da turisti presenti sull’Etna. Nelle immagini si vedono persone, con indosso dei caschi protettivi, accelerare il passo mentre la nube eruttiva si propaga verso di loro.
Alcuni di loro fuggono, ma tenendo in mano il cellulare per riprendere la scena, altri, ma pochi, invece si fermano per filmare l’evento. Il fatto che indossassero il casco fa ritenere che fossero accompagnati da una guida turistica, mentre dall’audio emerge che sono stranieri. Alcuni di questi video sono stati ripresi anche da siti di giornali internazionali.
«Geil» (bello): scappa come un urlo strozzato, eccitato, al turista
tedesco che si trova sulla sommità dell’Etna mentre la nuvola di fumo, nella prospettiva appiattita del video, sembra che lo stia per inghiottire. Sono circa le 11.15 di ieri mattina quando l’escursionista riprende con il suo smartphone quello che l’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) di Catania definisce «la colata piroclastica probabilmente causata da un crollo sul versante Nord del cratere Sud-Est». Una colata piroclastica si verifica quando rocce vulcaniche, materia e gas caldi, scendono lungo le pendici di un vulcano a forte velocità.
La nuvola di fumo densa si è levata alta nel cielo, fino a 6,5 chilometri. Si è vista a occhio nudo da Siracusa. Si è vista minacciosa, nella sua formazione densa a fungo, nei video pubblicati sui social: tanto dagli escursionisti temerari che non sono indietreggiati per poter catturare immagini e ancora immagini, tanto da quelli che, al contrario, sono fuggiti terrorizzati. Come è successo a un gruppo di turisti che si trovava sulla sommità del cratere. L’eruzione li ha colti di sorpresa. Ma pur nella fuga non hanno resistito all’impulso di riprendere gas e cenere esplodere nel denso fumo. Il loro filmato è diventato virale.
Fabrizio Villa, fotografo catanese, ha invece ripreso il pennacchio vulcanico dal suo terrazzo. Ce l’aveva di fronte. Conosce l’Etna come pochi, ne colleziona scatti da un lustro, ci ha fatto libri, e sa per esperienza che quando si avvertono i tremori il vulcano può esplodere. In serata era stato informato. Ha solo atteso il momento giusto per scattare. La sua foto è finita sui media internazionali.
Gli esperti dell’Ingv hanno affermato che «il materiale incandescente non ha oltrepassato il limite della Valle del Leone». Con il passare delle ore il fenomeno è andato esaurendosi. Alle 17 dal terrazzo di Villa il fumo non si vedeva più. Per fortuna lo spettacolo non è andato oltre. L’areoporto di Catania non è stato
chiuso. Nessun turista è stato coinvolto. Il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, ha ringraziato Protezione civile e Ingv per l’attivazione dei protocolli: «Non ci sono stati pericoli per la popolazione». Ci sono state però voci fuori dal coro.
Il video girato sulla sommità ha fatto arrabbiare il dirigente generale della Protezione civile siciliana, Salvo Cocina: «L’accesso all’area sommitale era stato vietato in seguito a una comunicazione dell’Ingv. Già dalle 5.30 avevamo dichiarato la fase di allarme sulla base. L’area sommitale doveva essere interdetta ma così non è stato. Per fortuna il flusso si è diretto altrove, evitando il peggio».
(da agenzie)
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
ALTRE OPZIONI DA SUGGERIRE ALLA MELONI: VADO A VOTARE DOPO LA CHIUSURA DEI SEGGI, VADO A VOTARE E FACCIO CADERE LA MATITA, VADO A VOTARE SOLO SE MI PORTANO LA SCHEDA A CASA INSIEME A UNA PIZZA
La scelta di Giorgia Meloni (“vado a votare ma non ritiro la scheda”) arricchisce la
casistica di opzioni fino a qui disponibili, che erano: vado a votare sì; vado a votare no; vado a votare scheda bianca (mozione La Russa); non vado a votare.
Il fantasioso ritocco della presidente del Consiglio, probabilmente suggerito da uno dei costituzionalisti che si sono formati a Colle Oppio, consente di prevedere, di qui all’8-9 giugno, una serie di varianti fino a qui inedite. Vediamo quali sono le principali.
Vado a votare ma solo dopo la chiusura dei seggi. Vado a votare e faccio cadere la matita spiegando che non posso chinarmi a raccoglierla perché soffro di vertigini. Vado a votare ma uso le
schede per confezionare cinque origami che regalo agli scrutatori. Voto volentieri, ma solo se mi consegnano le schede a casa con un rider, magari aggiungendo anche una pizza siciliana, con pochi capperi. Vado a votare ma a patto che mi sia consentito entrare nel seggio con tutta la famiglia, sette persone in tutto, perché siamo abituati a fare le cose sempre insieme.
Faccio credere a mia moglie (marito) che esco per andare a votare ma è solo un pretesto per scappare con una ballerina (ballerino). Non vado a votare per protesta perché la Corte Costituzionale, anni fa, ha ritenuto inammissibile il mio referendum per abrogare il jazz, che ho sempre detestato. Non vado a votare perché non sono capace di ripiegare la scheda e farei brutta figura. Vado a votare ma mi sarebbe comodo solo il mercoledì mattina perché non ho pilates. Non vado a votare perché mi deprime il compensato dei seggi, dovrebbero farli di alluminio o di corten. Adoro andare a votare ma non posso perché ho fatto un voto di astensione, o forse era di astinenza.
(da La Repubblica)
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
L’ITALIA E’ REPUBBLICANA GRAZIE A UN REFERENDUM POPOLARE, MA IL GOVERNO MELONI PENSA SOLO A SILENZIARE I MEDIA E A INVITARE A DISERTARE… UNA VOLTA I PATRIOTI VERI CI METTEVANO LA FACCIA, QUESTI SCAPPANO
Il 2 giugno 1946 andarono a votare quasi 25 milioni di italiani. L’89 per cento degli aventi diritto. Anche le donne, finalmente. Andarono in massa e regalarono al Paese la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica.
A settantanove anni di distanza, nel giorno in cui celebriamo quel momento, la presidente del Consiglio dice che lei andrà al referendum dell’8 e 9 giugno, ma senza ritirare “la scheda”. Giorgia Meloni spiega che è una delle opzioni possibili e nello scarto tra quel momento e questo c’è un elemento che dovrebbe far riflettere tutti: com’è diventato facile, fare spreco della democrazia.
Inventarsi un balletto nuovo, vado ma non ritiro, risulto astenuta, ma passo al seggio. Per cosa? Per un saluto? Per le foto con dietro un’urna che si vorrebbe vuota?
Settantanove anni fa non sarebbe stato possibile immaginare una cosa del genere perché la democrazia andava conquistata, e l’Italia lo fece ribellandosi agli avi politici del partito di Giorgia Meloni. Si andava a votare Sì o No, monarchia o Repubblica.
Si esprimeva a viso aperto il proprio desiderio di un futuro nuovo, o la voglia di tornare a un passato che pure era stato doloroso e costellato di errori. Anche per i referendum sul divorzio e sull’aborto
fu così, ma già lì cominciarono le campagne per l’astensione. Per delegittimare il voto attraverso l’assenza del quorum. Per scappare col pallone, senza il coraggio di giocare la partita.
Lo prevede la Costituzione, certo, è così. Ma l’idea dei costituenti era non consentire a una minoranza agguerrita di prendere il sopravvento sulla maggioranza, non creare un istituto di democrazia diretta per farne uso meno che si può.
E quindi oggi, com’è possibile sia diventato così semplice fare spreco della democrazia? Quanto ci siamo fatti viziare, da chi ha lottato e ha conquistato i diritti per noi se qui – ora – ci chiediamo: ma non sarebbe meglio andare al mare? L’invito balneare di Bettino Craxi contro il referendum sull’abolizione delle preferenze nel 1991 divenne un boomerang, e fu l’inizio della fine della prima Repubblica. Adesso però non fa più scandalo: dopo l’astensione dell’allora premier Matteo Renzi sulle trivelle, “benedetta” su questo giornale dall’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, si potrebbe pensare che nell’atto della premier non ci sia nulla di nuovo. Nulla che non sia già stato visto a destra come a sinistra. Eppure c’è.
Giorgia Meloni non ritira la scheda, e si suppone intenda le cinque schede dei referendum sul lavoro e di quello sulla cittadinanza, ma solo questo possiamo fare: supporre. La presidente del Consiglio non ha ritenuto necessario informare il Paese di quale sia la sua risposta ai 4 milioni di italiani che hanno firmato per cambiare le norme sui licenziamenti senza giusta causa e sugli appalti, e ai 637.487 che lo hanno fatto per dare la cittadinanza agli immigrati dopo cinque anni di residenza in Italia invece che dieci. Governa anche loro, dovrebbe quindi governare anche “per” loro, ma non ritiene siano degni di considerazione
La linea della maggioranza è stata prima silenziare i referendum, il lavoro della Rai su questo è stato impeccabile, e poi invitare a
boicottarlo. Lo ha fatto la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, senza vedere quanto fosse improprio. Lo fa ora la premier con un tocco originale che non cambia la sostanza: non ritirare le schede significa non essere conteggiati per il quorum.
Cosa non vuole dire al Paese, Giorgia Meloni? Non è d’accordo che i lavoratori licenziati senza giusta causa possano essere reintegrati, oltre che avere un indennizzo? E che le tutele valgano anche per chi lavora in un’impresa con meno di 15 dipendenti?
È in buona compagnia, sono con lei i centristi e perfino un pezzo di Pd, ma sarebbe rilevante saperlo. Sarebbe importante sapere se pensa che quando si fa un contratto a termine non sia giusto dire perché, invece, non si assume.
E se non pensa che finché a pagare per gli incidenti sul lavoro saranno gli ultimi della filiera, i subappaltanti dei subappaltanti, niente potrà cambiare mai e saremo destinati a segnare ogni anno nuovi record di morti bianche per poi fare solenni promesse ogni primo maggio.
E poi certo, possiamo desumere cha la cittadinanza agli immigrati la premier non voglia darla dopo cinque anni di residenza nel nostro Paese, e che non intenda rimuovere gli ostacoli che oggi incontrano anche coloro che ne hanno diritto.
È conforme all’ideologia della destra, ma non c’è logica: nel 2024 sono nate in Italia 370mila persone. Ne sono morte 651mila. Ne sono andate via 191mila. Abbiamo concesso 217mila cittadinanze. Basta risolvere questo problema di terza elementare per capire che così è impossibile reggere. Che l’integrazione è la prima risposta alla mancanza di sicurezza. Che sarebbe semplice, se solo si volesse fare. L’8 e il 9 giugno Giorgia Meloni andrà alle urne per agitare la mano a favore di telecamere, come una regina. Senza rendersi conto che
non è mai un bello spettacolo, vedere un governo infastidito dalla democrazia.
(da La Repubblica)
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
UNA SOGLIA DEL 50% CHE NON HA PIU’ SENSO
La seconda carica dello Stato, che magari non tutti lo sanno ma è Ignazio La Russa, ha
invitato a disertare le urne per far fallire i referendum sulla cittadinanza e sul lavoro.
La quarta carica dello Stato, la più astuta Giorgia Meloni, ha invece annunciato che si recherà ai seggi, affinché nessuno possa accusarla di fomentare la disaffezione dei cittadini per la politica, ma che non ritirerà le schede, contribuendo così al mancato raggiungimento del famigerato «quorum» (proprio come La Russa).
Lo stratagemma adottato dalla premier è stato previsto dagli stessi Costituenti: per evitare che una nicchia di persone motivate riuscisse a modificare una legge nel disinteresse della maggioranza, sottoposero la validità del referendum alla partecipazione al voto del 50% più uno degli aventi diritto.
Qual è il problema? Che i Costituenti avevano fresca memoria del referendum Monarchia-Repubblica, a cui aveva partecipato l’89% degli elettori. Il 50% sembrò loro il minimo sindacale, ma adesso che si fa fatica a superarlo persino nelle elezioni più sentite, è diventato la Grande Muraglia contro cui vanno a infrangersi tutti i referendum abrogativi, perché chi è contrario ha capito l’antifona e non invita più a votare No, ma ad astenersi, per mescolarsi alla marea dei disillusi e degli indifferenti
Quell’arcaico 50 andrebbe sostituito con un numero più realistico, compreso tra 30 e 40. Sarebbe una riforma piccola ma di buonsenso, realizzabile all’unanimità. Quindi è legittimo supporre che non vedrà mai la luce.
(da corriere.it)
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
I DIRITTI SONO SCESI AL LIVELLO 2 SEGNALANDO “RICORRENTI” INFRAZIONI
Retrocessa di un livello come Argentina, Costa Rica, Georgia, Mauritania, Niger e Panama. I diritti delle lavoratrici e dei lavoratori italiani peggiorano, secondo l’Indice dei diritti globali della Confederazione sindacale internazionale. Un “allarme chiaro e preoccupante”, avvisa la Cgil che rilancia il report pubblicato nelle scorse ore e che verrà presentato il 10 giugno a Ginevra durante la Conferenza internazionale del lavoro all’Oil. Per il sindacato, quello dell’Italia è un “caso emblematico di deriva autoritaria” e un “risultato diretto delle politiche neoliberiste e autoritarie” del governo Meloni che ha “ha intrapreso un percorso di sistematica repressione delle libertà sindacali e dei diritti collettivi”.
I diritti dei lavoratori nel nostro Paese, stando al ranking della Csi, sono scesi dal livello 1 al livello 2 segnalando “violazioni ricorrenti”. Così ora l’Italia si trova, fa notare la Cgil, “in un gruppo di Paesi segnati da ripetute violazioni, al pari di realtà in crisi democratica strutturale”. Insieme al nostro Paese, fanno parte del gruppo altri 22 Stati tra cui diverse economie avanzate come Spagna, Francia, Portogallo, Giappone e Olanda. Ma anche Barbados,
Malawi e Ghana. Uno scenario “preoccupante” di fronte al quale, aggiunge il sindacato, è “fondamentale difendere i valori della nostra Costituzione, a partire dallo stato di diritto” e “il miglior modo per farlo – sostiene la Cgil – è partecipare al massimo strumento democratico, ovvero il voto”, a iniziare dai referendum dell’8 e 9 giugno.
Tra le misure più controverse il rapporto segnala, sottolinea il sindacato, “l’attacco ai sindacati, con una criminalizzazione crescente delle mobilitazioni e una retorica delegittimante verso le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative”, oltre al decreto Sicurezza “adottato bypassando il confronto parlamentare, che limita drasticamente il diritto di manifestare, rendendo sempre più difficile esprimere dissenso sociale in maniera pubblica e pacifica”. E ancora la “precettazione arbitraria” del diritto di sciopero, “trasformata da strumento di garanzia in un mezzo di repressione, utilizzato contro lavoratori della sanità, dei trasporti e della scuola”.
Su quest’ultimo punto, negli scorsi mesi, l’Unione sindacale di base aveva vinto una battaglia contro il ministro Matteo Salvini davanti al Tar, con il dicastero guidato dal leghista che aveva perfino tentato di evitare il giudizio di merito venendo poi condannato a pagare anche le spese legali. Ma il tentativo di limitare le astensioni dal lavoro nel settore dei trasporti, come raccontato da Il Fatto Quotidiano, continua grazie agli assist della Commissione di garanzia. “Queste misure – sostiene la Cgil – compromettono gravemente le libertà democratiche e pongono l’Italia in contrasto con le Convenzioni dell’organizzazione internazionale del lavoro, su cui si basa il ranking della Csi”.
Ma i problemi non riguardano solo l’Italia. La situazione, secondo il report, si sta degradando in tutta Europa e il segretario generale della
confederazione, Luc Triangle, ha denunciato come la “crisi globale dei diritti del lavoro” sia frutto di una “deliberata scelta politica, in cui governi autoritari e interessi economici ultra-concentrati hanno smantellato le conquiste del dopoguerra in materia di giustizia sociale e sindacale”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
PREVISTA UNA SPESA DI 1,8 MILIARDI DI EURO PER CREARE SEI NUOVE FABBRICHE DI ARMI… IL SEGRETARIO ALLA DIFESA, JOHN HEALEY, HA AVVERTITO CHE LONDRA INVIERÀ UN “MESSAGGIO A MOSCA” SULLA “NOSTRA PRONTEZZA A COMBATTERE, SE NECESSARIO”
Il Regno Unito costruirà fino a 12 sottomarini d’attacco per tenere il Paese e la Nato
“al sicuro per decenni”: lo annuncerà oggi il primo ministro, Keir Starmer, in occasione della presentazione del rapporto sulla difesa strategica (‘strategic defence review’), riporta la Bbc.
I 12 sottomarini a propulsione nucleare saranno equipaggiati con armi convenzionali e sostituiranno l’attuale flotta britannica. Il Segretario alla Difesa, John Healey, aveva detto ieri alla Bbc che Londra invierà un “messaggio a Mosca” sulla “prontezza a combattere se necessario” della Gran Bretagna, con il rapporto sulla difesa strategica.
Come anticipato dal governo, il rapporto prevede una spesa di 1,5 miliardi di sterline (circa 1,78 miliardi di euro) per almeno sei nuove fabbriche di armi e la creazione di 1.800 posti di lavoro in tutto il Paese.
(da agenzie)
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Giugno 3rd, 2025 Riccardo Fucile
LA SOLUZIONE PASSA ATTRAVERSO LA TRASFORMAZIONE DEL 25% DEL DEBITO PUBBLICO DEGLI STATI MEMBRI IN DEBITO COMUNE EUROPEO
Donald Trump alza i dazi sull’Europa, poi li riabbassa in parte, poi minaccia un nuovo aumento ancora più vertiginoso, poche ore dopo lo ritira e due giorni più tardi raddoppia altre tariffe sull’acciaio.
Non è chiaro quale sarà il punto d’arrivo, nel rapporto dell’Europa con gli Stati Uniti. È chiaro invece che nessun governo europeo potrà mai contare di esserci arrivato, a quel punto in cui tutto dovrebbe essere così chiaro che gli investimenti e gli scambi possano ripartire.
L’Europa, semplicemente, oggi non può più contare sul rapporto con l’America. Non importa quali saranno gli esiti del negoziato aperto ormai da due mesi. Nelle capitali del continente cresce la convinzione che l’Europa deve rafforzare sé stessa, invece di sperare in una tregua con Washington. Non può dipendere da nessun tipo di accordo con gli Stati Uniti.
Non è un caso se proprio nelle ore in cui Fabio Panetta leggeva le sue «Considerazioni finali» alla Banca d’Italia venerdì, due influenti economisti europei hanno presentato proposte simili a quelle del governatore, con argomenti anch’essi simili
I due sono l’ex capoeconomista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard, una figura molto ascoltata all’Eliseo, e lo spagnolo Angel Ubide (della grande società di investimenti americana Citadel, ma in questo caso a titolo personale).
Blanchard e Ubide avanzano in modo per niente casuale la loro proposta in un momento in cui il tema, sottotraccia, è valutato in molte capitali. I due suggeriscono di formare un grande bacino di
debito pubblico europeo, con motivazioni molto simili a quelle di Panetta.
Secondo loro, la destabilizzazione innescata da Trump presenta anche un’opportunità per l’Europa di affermare di più il proprio ruolo come mercato finanziario e detentrice di una valuta di riserva internazionale. Per cogliere l’occasione, dicono, occorre che si formi debito comune europeo per varie migliaia di miliardi di euro.
Scrivono Blanchard e Ubide: «Gli investitori internazionali stanno mettendo sempre più in questione la solidità, sicurezza e stabilità del dollaro e hanno iniziato e riequilibrare i loro portafogli», uscendo in parte dalle posizioni in valuta americana.
E continuano: «La creazione di un mercato per gli eurobond liquido e profondo», cioè in cui è facile compiere le transazioni e con grandi quantità di titoli, «fornirebbe agli investitori l’attivo sicuro alternativo che cercano».
In sostanza, per Blanchard e Ubide, un eurobond potrebbe rosicchiare parte del ruolo di valuta di riserva e di riferimento per i pagamenti internazionali che oggi detiene quasi solo il dollaro. Ciò creerebbe domanda dalle grandi banche centrali di tutto il mondo per questi titoli in euro, quindi un costo del debito in area euro più basso di come sarebbe altrimenti.
Blanchard e Ubide notano che tutte le emissioni europee, incluse quelle del Recovery Fund, valgono poco più di mille miliardi. Il volume dei Bund tedeschi arriva a 2.500 miliardi. Il debito pubblico americano (tolti i titoli a breve) vale invece quasi 30 mila miliardi di dollari ed è proprio questa liquidità e profondità che lo rende il titolo di base per moltissime operazioni nella finanza internazionale.
Trump sta facendo vacillare alcune certezze quanto alla sua solidità. Blanchard e Ubide propongono che il 25% del debito pubblico dei Paesi dell’area euro sia convertito in debito comune europeo – circa
tremila miliardi di euro – con alcune forme di garanzie congiunte fra Stati. Il diavolo naturalmente è nei dettagli. Ma il dibattito è lanciato, non solo nel mondo accademico.
(da corriere.it)
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