Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile
“AL DI LA’ DELLA CONTESTAZIONE PENALE, LA VICENDA COSTITUISCE INDICE DI NON ADEGUATA VIGILANZA E GESTIONE DEL PERSONALE”
Il Comune di Genova ha sospeso l’incarico al comandante della polizia locale Gianluca Giurato, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio riguardante l’allora candidata sindaca del campo progressista Silvia Salis, oggi sindaca di Genova, trasferendolo all’incarico di dirigente della direzione Ambiente dell’ente.
La sospensione arriva dopo i controlli della Guardia di Finanza circa un presunto dossieraggio ai danni della neosindaca e altri episodi e reati di corruzione, falso e rivelazione di segreto d’ufficio, per cui,
oltre e Giurato, risulta indagato anche l’ex assessore alla sicurezza, Sergio Gambino.
Il provvedimento di rotazione straordinaria
Il passaggio di Giurato da comandante della polizia locale a dirigente della direzione Ambiente è avvenuto attraverso un provvedimento di rotazione straordinaria del personale dirigente adottato oggi dal segretario direttore generale del Comune di Genova, Concetta Orlando.
La direzione della Polizia locale è stata temporaneamente affidata al vice comandante Fabio Manzo.
«Il provvedimento di rotazione straordinaria è stato adottato a tutela del corpo della polizia locale di Genova e del Comune di Genova – spiega l’amministrazione in una nota – ad esito di una istruttoria interna che ha ritenuto sussistente il rischio, anche solo potenziale, che la permanenza del dirigente interessato nell’attuale posizione possa inficiare il regolare svolgimento dell’attività amministrativa e il perseguimento del pubblico interesse, tenuto conto non solo della contestazione penale ma anche del più ampio contesto d’indagine, che, pur non concernente direttamente la posizione penalmente rilevante del dirigente interessato, costituisce comunque indice di una non adeguata vigilanza e gestione del personale». Il provvedimento ha effetto immediato.
(da agenzie)
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Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile
IL ROCKER 80ENNE HA ANCHE BACCHETTATO TRUMP: “LO CONOSCO MOLTO BENE. NON POSSO PARLARGLI MENTRE CONTINUA A RIFORNIRE DI ARMI GLI ISRAELIANI COME FA”
Benyamin Netanyahu “vuole annichilire i palestinesi” e il Regno Unito deve smettere di
“fornire armi a Israele” finché non ci sarà la pace. Irrompe sui media britannici lo sdegno di sir Rod Stewart, leggenda del rock nel Regno come negli Usa, intervistato ieri da Radio Times in vista della sua partecipazione la settimana prossima da protagonista, a 80 appena compiuti, all’edizione 2025 del celebre happening musicale del festival di Glastonbury, nel sud-ovest dell’Inghilterra.
Un’intervista in cui il musicista anglo-scozzese ha affrontato argomenti leggeri, ma anche seri, dopo aver rassicurato sui problemi di salute – “un’influenza” – che il mese scorso lo avevano costretto a cancellare alcuni concerti in America. “Quello che Netanyahu sta facendo ai palestinesi – ha affermato rispondendo a qualche domanda sugli scenari di guerra che dilagano nel mondo – è esattamente quello che è stato fatto agli ebrei. Ne vuole l’annichilimento, liberarsi di
tutti loro, non so come faccia a dormire la notte”.
Di qui l’appello a interrompere tutte le forniture militari britanniche a Israele. Sir Rod non le ha mandate a dire nemmeno al presidente americano Donald Trump. “Lo conosco molto, molto bene”, ha premesso, aggiungendo di non avere però al momento più rapporti con lui: “Non posso parlargli – ha tagliato corto – mentre continua a rifornire di armi gli israeliani come fa. Se si va avanti così, come può finire la guerra” a Gaza?.
(da agenzie)
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Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile
“NON POSSO CHIAMARE MIA MADRE”… “L’ITALIA SAREBBE IL PAESE DEI DIRITTI” ?
“La cosa più brutta che esiste al mondo è togliere la libertà alle persone ingiustamente”, scriveva Mohammed Ezet Al Jezar in una lettera datata aprile 2022 e spedita dal carcere Pagliarelli di Palermo alla sede dell’ Arci Porco Rosso.
Mohammed ha trent’anni, di cui più di sette vissuti dietro le sbarre: prima la prigione in Egitto, suo paese natale, poi in Italia e adesso il Cpr di Trapani-Milo. Ha la voce stanca mentre parla a Fanpage.it dal Cpr siciliano: “Le condizioni di questo posto sono orribili. Il posto dove siamo è completamente disagiato, è disumano, ci sono persone che non hanno il diritto di vedere la propria famiglia neanche per videochiamata, siamo trattenuti qui per mancanza di documenti non perché abbiamo commesso reati”, racconta l’uomo, “mia madre ha un problema di salute grave, è da quattro mesi che non la vedo, vorrei farle una videochiamata breve, almeno per tranquillizzarla, l’ho richiesto ma nessuno mi ha mai dato una risposta. Mi sento male perché da sette anni sto vivendo un’ingiustizia, senza alcuna ragione”.
Mohammed è un carpentiere ma è stato costretto a fare il militare in Egitto. Un giorno, mentre è di guardia – non si sarebbe potuto muovere senza autorizzazione – sente gridare una donna e si accorge che sta per essere violentata. Non ci pensa due volte: corre in suo aiuto lasciando la sua postazione. Questo episodio gli costerà una condanna militare per diserzione e insubordinazione.
Quando riesce ad uscire dal carcere, grazie al suo avvocato, decide di scappare: l’Egitto non era più sicuro per lui. Parte dalla Libia su un’imbarcazione di fortuna e il 28 agosto del 2018 arriva in Italia a bordo della nave Diciotti della guardia costiera italiana. All’esito dello sbarco e del procedimento penale, Mohammed viene condannato come scafista il 24 luglio 2020. Deve scontare una pena di 7 anni, poi ridotta a 5 grazie alla sua buona condotta, nel carcere Pagliarelli di Palermo. Lo scorso 28 gennaio, fa la richiesta d’asilo, ma quando esce dal carcere, il 5 marzo, viene richiuso immediatamente in Cpr.
“È stato messo in Cpr per ‘presunta pericolosità'”, racconta l’avvocato Gaetano Pasqualino da poco subentrato nella difesa di Mohammed, “pericolosità smentita dal fatto che gli sia stata riconosciuta la scarcerazione anticipata, e che anche durante la detenzione abbia ricevuto diversi permessi premio per andare a lavorare, insomma ci sono i documenti che attestano l’assenza di pericolosità e l’ottima condotta del mio assistito”.
L’avvocato ha provato a fargli ottenere le misure alternative al trattenimento, ma la normativa italiana impone come condizione preliminare per l’esame e la concessione delle misure alternative al trattenimento, il possesso del passaporto.
“Chiaramente gli è stato sequestrato all’arresto in Egitto”, continua Pasqualino, “se no non sarebbe stato costretto ad arrivare in Italia illegalmente”.
“Noi siamo entrati in contatto con Mohammed nel contesto del progetto Dal Mare al Carcere, per cui nella nostra associazione ci incontriamo da anni per scrivere lettere alle persone detenute, specialmente quelle accusate di aver condotto le imbarcazioni attraverso il Mediterraneo”, spiega Sara Traylor, attivista dell’Arci porco Rosso di Palermo, “è così che nel 2021 è cominciata la nostra lunga corrispondenza, nel corso della quale abbiamo avuto modo di conoscere la sua storia e la sua personalità. In carcere Mohammed ha sviluppato una rete forte, composta non solo da noi, ma anche dai suoi compagni detenuti che, riconoscenti di tutto il supporto ricevuto da lui mi telefonano per ribadire la loro disponibilità a offrirgli ospitalità. Ma non sono solo ex-detenuti a contattarmi, anche un’operatrice nel carcere che lo ha seguito e lo ha supportato soprattutto negli ultimi anni. È anche tramite il rapporto saldo stabilito con le operatrici che un datore di lavoro si è interessato a Mohammed e ha messo per iscritto la sua volontà di assumerlo nella sua ditta edile”.
Il suo avvocato definisce quella di Mohammed una “storia allucinante”: “Per lui – racconta – si sono attivati tutti. Ha avuto da subito offerte di lavoro e di ospitalità”. Tuttavia il 2 luglio scadrà il termine del trattenimento e a breve ci sarà – quindi – l’udienza per la proroga.
“Ho tutto il necessario per andare via da qui ma non capisco perché sono ancora rinchiuso in questo posto disumano”, continua l’uomo ai microfoni di Fanpage.it, “siamo in Europa, non in Africa. Qui dicono ci siano i diritti umani ma io non li vedo. Qui sono stato condannato senza una prova, in Italia, un paese europeo, il paese die diritti. Dicono che in Europa accolgono ma io non ho visto questo. Dopo che sono uscito dal carcere, dopo anni di grande sofferenza, avrei dovuto essere liberato, invece mi hanno portato in un posto ancora più disumano della galera”.
(da Fanpage)
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Giugno 21st, 2025 Riccardo Fucile
NEL 2017 TRUMP ORDINÒ DI SGANCIARE LA SUA “SORELLA MINORE”, CHIAMATA “MOAB” (“MADRE DI TUTTE LE BOMBE”) SUGLI ACCAMPAMENTI DELL’ISIS-K IN AFGHANISTAN
È una vicenda drammaticamente paradossale. L’intervento americano nel conflitto
scatenato da Israele contro l’Iran è incardinato intorno a una singola arma, le cui prestazioni sono ritenute indispensabili ma sulla cui reale efficacia esistono perplessità tali da avere spinto più volte Donald Trump a chiedere garanzie ai generali incaricati di preparare i piani di guerra.
Stiamo parlando della superbomba GBU-57 MOP, acronimo che significa Massive Ordnance Penetrator e indica la sua natura di ordigno potentissimo che buca qualsiasi bunker.
Si tratta di un oggetto infernale, lungo oltre sei metri e pesante più di tredici tonnellate: dopo avere penetrato sessanta metri di cemento, fa scoppiare una carica di 2.300 chili di esplosivo polimerico che demolisce gallerie e tunnel con un effetto simile a un terremoto.
È l’unica bomba che teoricamente può cancellare i laboratori di Fordow […]: lì si trovano le centrifughe che arricchiscono l’uranio trasformandolo nell’ingrediente per realizzare una testata nucleare.
Gli israeliani non possiedono armi in grado di spazzare via questa fortezza di roccia mentre il Pentagono dispone di 19 bombardieri stealth B2 ciascuno in grado di scagliare due Mop: finora i grandi aerei a forma di pipistrello non sono stati rischierati sull’isola di Diego Garcia, ma possono comunque colpire Fordow decollando dagli Stati Uniti.
Il problema è che la BGU-57 non è mai stata utilizzata in missioni operative e Trump ha già toccato con mano quanto i proclami dei generali possano essere ingannevoli: nel 2017 ha ordinato di sganciare la sua sorella minore, chiamata “Moab” ossia “Madre d tutte le bombe” sugli accampamenti dell’Isis-K in una vallata tra i monti dell’Afghanistan settentrionale.
Si materializzò una colonna di fuoco simile a quella di Hiroshima ma danni molto contenuti: si stima che vennero uccisi 36 terroristi e distrutte un paio di grotte.
D’altronde anche la Mop è figlia di un fallimento: il progetto fu deciso nel 2002, dopo che gli americani avevano tirato di tutto sulle caverne afghane di Tora Bora dove si era asserragliato Osama bin Laden senza intaccare il covo del leader di Al Qaeda.
E l’anno dopo, durante l’invasione dell’Iraq, anche i rifugi sotterranei di Saddam Hussein hanno dato filo da torcere alle squadriglie statunitensi.
La Mop è stata concepita per non ripetere gli errori del passato, con l’intento di realizzare la “spacca-bunker” definitiva. Intorno al 2020, quando è stato chiaro che il suo impiego più probabile sarebbe stato l’assalto a Fordow e alle altre centrali sotterranee che alimentano i piani nucleari degli ayatollah, ne è stata realizzata una versione su misura, che promette di far collassare anche le gallerie nel ventre della montagna.
In realtà — stando a quanto ha scritto il Guardian — il generale Michael Kurilla, comandante delle forze Usa in Medio Oriente, avrebbe sottoposto al ministro della Difesa Pete Hagseth pure l’ipotesi di utilizzare una bomba nucleare tattica, come l’ultimo modello delle B61 da poco trasferite pure in Italia.
Ma il ministro non se la sarebbe sentita di presentare l’eventualità a Trump: nelle riunioni di mercoledì alla Casa Bianca si è discusso soltanto della Mop, replicando ai dubbi presidenziali con l’eventualità di sganciarne parecchie, non meno di sei-otto, per essere sicuri di mettere fuori uso la fucina atomica degli ayatollah
per un lungo periodo di tempo.
L’Us Navy avrebbe cercato di proporre un’alternativa: i nuovissimi missili cruise Tomahawk Block V.
Sin dalla “Tempesta nel Deserto” del 1991 sono lo strumento classico delle campagne americane, scagliati in quasi 1.500 esemplari contro Iraq, Siria, Sudan e Libia e l’ultima versione JMEWS è stata dotata di una testata penetrante. La flotta che si sta posizionando intorno all’Iran ne imbarca oltre trecento: il solo sottomarino USS Georgia ne ha ben 154 pronti al lancio. E in fondo era anche con queste armi che nel film “Top Gun Maverick” veniva compiuto il raid contro una base della Repubblica islamica identica a Fordow.
(da agenzie)
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