Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
È VISTO COME L’UOMO CHE PUÒ BATTERE LO SPAURACCHIO-FARAGE MA CHE SPAVENTA I MERCATI – LA CITY LO CONSIDERA IL PEGGIOR CANDIDATO POSSIBILE ALLA SUCCESSIONE DI STARMER PERCHÉ BURNHAM HA DETTO CHE INTENDE ROMPERE LE REGOLE DI BILANCIO E FARE PIÙ DEBITO PER FINANZIARE LA SPESA PUBBLICA
Tutti lo chiamano il «re del Nord» e il suo credo – da lui stesso coniato – è il
«manchesterismo». Ma soprattutto Andy Burnham, sindaco di Manchester, da pochi giorni eletto al Parlamento di Westminster, è ormai il primo ministro in pectore del Regno Unito.
A catapultarlo verso Downing Street – dopo le dimissioni di Starmer – è stata una vittoria a valanga, quella delle suppletive nel seggio di Makerfield, contro il candidato di Reform, il partito populista di Nigel Farage: «Questa è l’ultima chance
per il cambiamento – aveva ammonito il neo-eletto – non ce ne sarà una seconda». Il messaggio-chiave che arrivava dalle urne era chiaro: Burnham è l’uomo in grado di battere Farage, che i sondaggi danno tuttora in testa se si tenessero oggi le elezioni politiche generali.
Ma che premier sarebbe il sindaco di Manchester, il settimo capo del governo a Londra dopo il referendum per la Brexit di dieci anni fa? Lui è sicuramente un grande comunicatore e l’unico politico genuinamente popolare in Gran Bretagna, forte del successo riscosso nel promuovere la rinascita della sua città: ma le sue intenzioni politiche restano assai vaghe.
La barzelletta che circola a Londra è la seguente: «Un blairiano, un browniano e un corbyniano entrano in un pub. Il barista dice: ‘Andy, cosa ti servo?’». Come a dire che Burnham non ha nessuna convinzione propria, ma sposa le idee che più gli convengono al momento.
Di certo è visto come uno spauracchio dai mercati: già lo scorso autunno, quando aveva reso pubbliche le sue ambizioni da premier, dichiarando improvvidamente che la Gran Bretagna non deve sentirsi «in pegno ai mercati obbligazionari», aveva fatto affondare la sterlina e schizzare in alto lo spread.
La City lo considera pertanto il peggior candidato possibile alla successione di Starmer: non a caso la valuta britannica è immediatamente scesa, dopo le dimissioni dell’attuale premier. E questo perché Burnham ha detto che intende rompere le regole di bilancio e fare più debito per finanziare la spesa pubblica: con Londra sorvegliata speciale sui mercati a causa degli alti livelli di deficit e debito pubblico, non è il miglior viatico per la stabilità.
La filosofia del «manchesterismo» include anche nazionalizzazioni, aumento delle tasse, abolizione della Camera dei Lord, instaurazione del sistema proporzionale e riavvicinamento alla Ue più deciso di quanto non abbia fatto finora Starmer.
A favore di Burnham gioca comunque un lungo apprendistato: figlio di un tecnico telefonico e di una centralinista, laureato in Lettere a Cambridge, era entrato nel partito laburista a 15 anni sull’onda degli scioperi dei minatori contro Margaret Thatcher e dal 1997 aveva ricoperto una serie di ruoli minori nei governi di Tony Blair, fino a essere nominato ministro della Sanità da Gordon Brown nel 2009.
Già nel 2010 si era candidato una prima volta, senza successo, alla leadership laburista e poi, sotto la guida di Ed Miliband, era stato ministro-ombra per la Cultura e per la Sanità. Di nuovo nel 2015 aveva lanciato la scalata al partito, arrivando fino allo spareggio contro Jeremy Corbyn (e perdendo di nuovo). Con il leader di ultra sinistra era stato ministro-ombra degli Interni, fino a conquistare nel 2017 la poltrona di sindaco di Manchester, vincendo a mani basse con una maggioranza del 63%. Rieletto due volte, nel 2021 e nel 2024, è chiamato ora alla sfida della sua vita, quella «marcia su Londra» che da re del Nord deve portarlo alla guida del Paese.
Molta attenzione, da parte dei media britannici, è dedicata alla sua formazione cattolica: lui ha ereditato la fede di Roma dalla madre Eileen, che era di origine irlandese, è stato educato in una scuola religiosa e da ragazzo faceva il chierichetto a messa. Lo stesso Burnham ha detto che le istituzioni che lo hanno forgiato sono la squadra di calcio dell’Everton, il partito laburista e la Chiesa cattolica: «In quest’ordine». Ma così sarebbe non solo il primo premier tifoso della squadra di Liverpool, bensì anche il primo cattolico a pieno titolo.
La sua militanza politica a sinistra, iniziata sin da adolescente, è in diretta continuità con i suoi valori religiosi, improntati alla solidarietà: la sua fonte di ispirazione è la Rerum Novarum, l’enciclica di Leone XIII che stabilì la dottrina sociale della Chiesa, e non a caso Burnham era un ammiratore di papa Francesco, al quale regalò una maglietta del Manchester United in occasione di una visita in Vaticano. Ma il cattolicesimo di Burnham è più un fatto culturale che non dogmatico: lui ormai non va molto a messa e ha posizioni liberali sui diritti gay e sui temi della sessualità.
Perfino la sua appartenenza geografica è dubbia: Burnham è nato a Liverpool (da qui il sostegno all’Everton), ma si considera altrettanto mancuniano (ossia di Manchester), città di cui è diventato sindaco nel 2017. Un espediente tanto più utile, visto che il seggio di Makerfield, dove è stato eletto, è a metà strada fra i due centri del Nord. E così prima della suppletiva si era detto a favore del rientro di Londra
nella Ue: ma poi ha fatto marcia indietro, dato che quella circoscrizione è piena di fautori della Brexit.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E SONO IN MOLTI A NUTRIRE DEI DUBBI SULL’INTESA RAGGIUNTA CON GLI AYATOLLAH: PER IL 79% L’ACCORDO NON PORTERA’ ALL’ASCESA DI UNA NUOVA LEADERSHIP FILO-OCCIDENTALE A TEHERAN E QUASI NESSUNO CREDE ALLA FAVOLA DEL PROGRAMMA NUCLEARE STOPPATO
Il 78% degli americani ritiene che gli Stati Uniti debbano porre fine subito alla guerra con l’Iran, ma una conclusione in questa fase porta con sé anche la convinzione che l’impegno statunitense non abbia raggiunto gli obiettivi strategici o economici prefissati e che non abbia giustificato i costi sostenuti.
Lo rivela un sondaggio Cbs News/YouGov, secondo cui, inoltre, per il 79% degli intervistati l’intesa non porterà all’ascesa di una nuova leadership filo-occidentale a Teheran.
E la maggior parte (il 69%) ritiene improbabile che il programma nucleare iraniano sia stato fermato in modo definitivo o che l’Iran smetta di minacciare i Paesi vicini. Riguardo l’accordo raggiunto dall’amministrazione di Donald Trump con l’Iran, il 41% pensa che porti eguali benefici per entrambe le parti, mentre il 37% crede che sia migliore per Teheran, e solo il 22% per Washington.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA FESTA DELLA LEGA A CARONNO VARESINO
Dopo tre giorni di festa a Caronno Varesino, col grande finale della premiazione dopo il
torneodi calcio balilla, si smobilita: tavole, panche, bandiere, manifesti. Ma non la Lega, assicurano qui, perché anzi, «la Lega vera sta tornando».
Qualche leghista nelle prime votazioni scrisse il suo nome — durante la prima serata, venerdì, aveva intonato il Va’ pensiero, quello che voleva essere l’inno padano dell’indipendenza.
Sotto i tendoni dell’area festa hanno appiccicato le foto di Umberto Bossi sorridente col sigaro e lo slogan storico “né neri né rossi ma liberi con Bossi”: negli ultimi anni di sbornia sovranista e alleanze con estremisti di destra italiani e di mezza Europa quel grido era finito in soffitta.
Ora invece ritornano gli slogan contro “Roma ladrona” (…”la Lega non perdona”), le tovaglie verdi come le camicie di un tempo, gli striscioni con il Sole delle Alpi, le vecchie bandiere dei Giovani padani, i quali adesso si chiamano Lega giovani, faranno la loro festa nazionale a Milano Marittima il prossimo weekend (tra gli ospiti di onore anche Gio Urso, influencer famoso per osannare i ricchi e l’ostentazione del lusso, tra neologismi tipo fatturage e chiavage).
Il vintage è anche una scelta forzata e chissà se non fuori tempo massimo: con la concorrenza di Fn sul terreno nazionalista, serve tornare alle origini. Il segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo lo va ripetendo nei suoi comizi sul territorio, lo ha fatto in provincia di Bergamo la settimana scorsa, idem qui nel varesotto. L’autonomia prima di tutto.
Un anno fa al congresso di Firenze si puntò su Elon Musk, sul rapporto con Donald Trump, con Viktor Orbán, si consegnò tessera e vicesegreteria, unico pacchetto, a Vannacci. Com’è andata a finire questa strategia è sotto gli occhi di tutti.
«La nostra Lega — riflette Manuela Maffioli, la deputata subentrata a Bossi dopo la sua morte, ex vicesindaca di Busto Arsizio — sono i volontari, i militanti, ma soprattutto la voglia di stare uniti e tenere duro, anche nei momenti meno facili». Questione di sopravvivenza.
(da Repubblica)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA RESA DEI CONTI ARRIVERÀ IL PROSSIMO 20 SETTEMBRE, SUL PRATONE DI PONTIDA
Salvini, per la prima volta il partito del vostro ex Vannacci vi ha superato nei sondaggi di YouTrend. Che Pontida sta organizzando per rilanciare la Lega? «Non rispondo, queste sono solo fantasie. Poi i conti li faremo in cabina elettorale», risponde il leader al gazebo di San Babila, madido per i 40 gradi alle «primarie» per la scelta del candidato sindaco di Milano. Ma il problema, per Salvini, è che queste non sono «fantasie», bensì numeri.
Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, rispettivamente governatori di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, assieme al campione di preferenze Luca Zaia, «doge» leghista del Veneto, sono sempre più preoccupati.
Sul calendario c’è un doppio cerchio rosso sul 20 settembre.
Perché la resa dei conti potrebbe arrivare proprio nel pratone di Pontida, storico appuntamento leghista. «Senza una scossa finiamo al 3%», è il ragionamento.
Ancora nessuno di loro ha però chiesto esplicitamente un passo indietro del «capo». Dietro questo attendismo non c’è solo la volontà di evitare azzardi politici, ma una questione meramente pratica, che rende molto complesso il cambio di leader con un «putsch».
Salvini — nel gennaio 2025, poco prima del congresso dell’aprile successivo che lo riconfermò segretario per acclamazione — ha infatti registrato a suo nome tutti i simboli e loghi leghisti, compreso quello con Alberto da Giussano. Insomma: legalmente la Lega è di «sua proprietà» e chi vorrà sfidarlo dovrà trovare un accordo con lui.
Una prospettiva, specie con Futuro nazionale in costante ascesa, che oltre a preoccupare i governatori «nordisti» sta innescando proteste a ripetizione anche nel popolo leghista, con striscioni di questo tenore: «Salvini grazie. Ma Zaia segretario ora».
La bocca dell’ex governatore del Veneto resta, per ora, cucita. Il primo confronto della «cabina di regia» è fissato per oggi, con Salvini e una decina di big, però sarà solo una riunione online. Ma i conti, nei partiti, si regolano di persona.
Il primo appuntamento è stato fissato da Salvini per il 4-5 luglio a Mogliano Veneto, con un grande «ritiro» programmatico. Ma potrebbe saltare: troppo alte le possibilità che il segretario venga contestato pubblicamente. «Matteo deve pensare al Nord», è il refrain dei militanti storici, che, specie in Veneto, sono preoccupati dal numero di Comitati Vannacci che si stanno radicando sul territorio, anche nei centri più piccoli: «Il generale ci sta portando via la nostra gente».
Perché senza una scossa, il blocco «anti Salvini» si è dato appunto come scadenza quella del 20 settembre. Senza svolte, una resa dei conti appare sempre più probabile. Perché dopo, già in piena campagna elettorale, sarebbe troppo tardi per mettere in pista un nuovo leader. E se lo scettro toccasse a Zaia, per l’ala sovranista oggi al potere si annuncerebbe un repulisti.
(da agenzie)
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