Destra di Popolo.net

VELENI E POLTRONE: È L’ORA DELLA RESA DEI CONTI NELLA LEGA. STASERA SUL PALCO DELLA VERSILIANA IL GOVERNATORE LOMBARDO, ATTILIO FONTANA, E IL CAPOGRUPPO AL SENATO, MASSIMILIANO ROMEO, POTREBBERO RENDERE UFFICIALE LA SPACCATURA CON SALVINI, CON LA NASCITA DI UN’ASSOCIAZIONE CHE PUNTA A UN PARTITO “FEDERALE” SUL MODELLO TEDESCO CDU-CSU

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO SI PREPARA ALLA GUERRA: “CERCO DI TENERE UNITI QUELLI CHE VOGLIONO ESSERE UNITI” … LA POSTA IN PALIO SONO LE CANDIDATURE PER LE POLITICHE 2027: CON IL CARROCCIO IN CADUTA LIBERA NEI SONDAGGI E VANNACCI CHE CONTINUA A SCIPPARE CONSENSI, DUE PARLAMENTARI SU TRE SI RITROVERANNO SENZA UN SEGGIO SICURO. E LA LEGGE ELETTORALE CHE ELIMINA I COLLEGI UNINOMINALI È UNA SCIAGURA PER I LEGHISTI

«Io faccio quello che faccio tutti i giorni da dieci anni, anzi di più: tenere unita la Lega». Matteo Salvini sembra chiudere così, con una frase, le polemiche interne al partito. Una pausa, poi però aggiunge: «Quelli che vogliono, essere uniti. Gli altri…». Il segretario leghista è arrivato ieri in Trentino da Forte dei Marmi con la fidanzata Francesca Verdini.
Lui, il leader leghista asseconda il clima bucolico della pedalata in val Rendena e si dice «assolutamente tranquillo». Ma con stasera, la Lega rischia di precipitare verso il punto di non ritorno. Quello in cui le mediazioni non sono più possibili perché diventano tradimento di chi le ha sostenute, quello in cui le curve vogliono il sangue nell’arena, quello in cui chi consiglia a Salvini «delle belle epurazioni» può dirlo più forte.
Il governatore lombardo Attilio Fontana sarà sul palco della Versiliana con il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Sono le due figure che più si sono spese per un cambio di passo radicale nella Lega. Senza escludere la fine dell’era Salvini. […]
Ma lo scenario più nero non si può escludere: una Lega che arriva a Pontida dilaniata, le epurazioni che partono, un pezzo importante del partito a Nord che remerà contro alle Politiche 2027. Un incubo per tutti, tranne che per Roberto Vannacci. Eppure, il documento che potrebbe chiudere l’annunciato fratricidio è già sul tavolo da un mese abbondante.
È la bozza messa a punto da Roberto Calderoli, ben ponderata anche rispetto alla legge elettorale in gestazione, per uno Statuto che riprende le vecchie «macro regioni», Nord Centro e Sud. Lascerebbe a Salvini una salda presa sulle truppe andando incontro al partito federato chiesto a suo tempo da Luca Zaia.
Ma, appunto, il tempo rischia di essere scaduto. Se Fontana e Romeo lavorano alla nascita di un’associazione (leggasi corrente), il vice di Salvini Claudio Durigon ironizza: «So che erano contrari all’associazione che all’epoca aveva creato Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni».
Anche se lo stesso Durigon non passa per un contrario alla Lega federata. Ma appunto, stanno arrivando i giorni della scelta. Per Susanna Ceccardi, che a suo tempo non è stata tenera sull’ingresso di Vannacci in Lega, «Salvini ha con sé la stragrande maggioranza di eletti, militanti e dirigenti del Consiglio federale. Il partito, però, è sempre stato contendibile. Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso».
Ieri a L’Aria che tira su La7 è stato diffuso un sondaggio (risalente al luglio) secondo cui il 93% di chi oggi dichiara di votare per il Carroccio promuove Salvini come segretario: il 55% lo giudica «molto positivamente» e il 38% «abbastanza positivamente». I critici rappresentano solo il 3%. Un po’ meno sovietica la proiezione sul futuro: il 21% vorrebbe un cambio al vertice già in vista delle politiche del 2027 e un altro 10% dopo le elezioni.

(da agenzie)

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DAVVERO LA RAI VUOLE FORZARE LA MANO PER CACCIARE DA “REPORT” SIGFRIDO RANUCCI, CHE PER I GIUDICI E’ PARTE LESA NEL CASO LAVITOLA? I PRECEDENTI DI SANTORO E PAOLO RUFFINI, SILURATI E REINTEGRATI DAL GIUDICE, NON DEPONGONO A FAVORE DELLA RAI

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

“REPUBBLICA”: “È VERO CHE L’EPISODIO DELLA MAIL DI RIMPROVERO DEL DIRETTORE DELL’APPROFONDIMENTO PAOLO CORSINI GIRATA DA RANUCCI A LAVITOLA POTREBBE CONFIGURARSI COME UN ILLECITO DISCIPLINARE, MA NON TALE DA PROVOCARE UNA RIMOZIONE, AL MASSIMO QUALCHE GIORNO DI SOSPENSIONE. LA QUESTIONE SI POTRÀ RISOLVERE SOLO CON UN ACCORDO TRA LE PARTI. RESTA POI DA CAPIRE CHI POTREBBE SOSTITUIRLO. UN NOME CHE VA PER LA MAGGIORE È QUELLO DI PETER GOMEZ” (CHE ORMAI E’ BEN INTEGRATO NELLA RAI MELONIANA)

S’infittiscono le voci di una sospensione di Sigfrido Ranucci. Ma il conduttore di Report si difenderà in tutte le sedi competenti. Eloquente la nota diffusa ieri dal suo avvocato, Roberto De Vita: «Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità che sono state alimentate incessantemente, da polemiche pretestuose anche all’interno dell’azienda». La rimozione sarebbe una scelta politica, aggiunge il legale, e come tale illegittima […]
Ma quanto sono fondate queste indiscrezioni sulla rimozione? […] La Rai è un alveare di illazioni. Ma davvero Viale Mazzini intende procedere con la linea dura, infilandosi in una causa dall’esito incerto? Ranucci, per i giudici, in questa storia è parte lesa. Ci sono i precedenti di Michele Santoro e Paolo Ruffini, che non finirono bene per l’azienda.
Due vicende simbolo del berlusconismo.
Dopo «l’editto bulgaro» di Silvio Berlusconi nel maggio 2002 si decise la chiusura di Sciuscià, condotto da Santoro […] Santoro fece causa. Una battaglia simbolo di quegli anni. Ottenne il reintegro. Il 26 gennaio 2005 il giudice del lavoro ordinò che tornasse a fare il suo lavoro, ovvero a «condurre programmi televisivi di approfondimento dell’informazione».
Nel 2009 Paolo Ruffini venne rimosso da direttore di Rai3, la rete di Ballarò, Parla con me, Report, programmi nel mirino del Cavaliere. Anche qui, l’anno dopo, il giudice diede ragione al giornalista, poiché la sostituzione presentava «un chiaro connotato di motivazione discriminatoria e quindi illecita». Questi precedenti pesano, alla vigilia di una campagna elettorale. Anche perché il caso Lavitola-Ranucci è diventato non solo il romanzo nero dell’estate, ma è stato ripreso dalla stampa internazionale.
Perdipiù è difficile ricollocare Ranucci con un incarico equipollente. Anche perché non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro dalla guida di Report. È vero che l’episodio della mail di rimprovero del direttore dell’approfondimento Paolo Corsini girata da Ranucci a Valter Lavitola potrebbe configurarsi come un illecito disciplinare, ma non tale, fanno notare gli esperti di regole Rai, da provocare una rimozione, al massimo qualche giorno di sospensione. C’è chi sostiene che la questione si potrà risolvere solo con un accordo tra le parti. Resta poi da capire chi potrebbe sostituirlo.
Un nome che va per la maggiore è quello di Peter Gomez, il direttore del fattoquotidiano.it. Ha esperienza televisiva. È anche un uomo macchina, non solo un conduttore. E ha già collaborato con la Rai

(da agenzie)

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DUE SU TRE SENZA SEGGIO SICURO ALLE ELEZIONI:FAIDA NELLA LEGA PER I POSTI

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

TENSIONI NEL PARTITO: “LO STOP AGLI UNINOMINALI CI DANNEGGIA”… A RISCHIO IL SOSTEGNO AL MELONELLUM

Non è solo una questione politica, è anche banalmente matematica. Con la Lega in discesa, Futuro nazionale in ascesa, con la nuova legge elettorale e ancora peggio con una possibile vittoria del centrosinistra, per il Carroccio l’anno prossimo si prevede una specie di bagno di sangue. E allora, quando l’acqua nella pozza sta per evaporare, ci si accapiglia per l’ultimo sorso.
Alle politiche del 2022, la Lega con quasi il 9 per cento ha eletto 95 parlamentari: 66 deputati e 29 senatori. Dei primi 66, ben 42 diventarono tali grazie ai collegi uninominali, solo 23 con il proporzionale (più la sistemazione derivante dalle pluricandidature). Al Senato, 14 dei 29 seggi arrivarono dall’uninominale. Quindi la Lega del 2022 beneficiò moltissimo del maggioritario, ed è questo che rende comprensibile la resistenza dei “nordisti” all’abolizione degli uninominali. E poi ci sono le proiezioni, drammatiche. Con una Lega al 5 per cento, e uno scenario in cui nessuna delle coalizioni raggiunge il 42 per cento, sono 30 gli eletti; in Lombardia, la regione più calda della protesta contro Matteo Salvini, ma anche quella del radicamento storico del partito, parliamo di circa sei parlamentari in tutto. La situazione può ancora peggiorare se il centrosinistra andasse al governo prendendo anche il premio di maggioranza, e lì siamo sulla ventina di eletti a livello nazionale tra Camera e Senato. La sostanza è che due su tre, più o meno, rischiano di non venire rieletti.
Ma non solo: Attilio Fontana è in scadenza di mandato (per Palazzo Lombardia si vota nel 2027), la Lega con ogni probabilità perderà anche la presidenza in favore di FdI. Insomma, una specie di Caporetto. «Per fare il segretario della Lega Lombarda – racconta un alto in grado del Carroccio – Massimiliano Romeo ha fatto accordi con chi oggi non è in parlamento ma vuole tornarci, e non può accontentarli. È sotto due fuochi». Da qui i malumori, l’insoddisfazione: chi deciderà i posti sicuri per il prossimo giro? Salvini ha ovviamente la golden share e vuole mantenerla, portandosi dietro per un altro giro i fedelissimi, coloro che non faranno scherzi. Chi protesta, se la protesta fallirà, rischia doppiamente di ritrovarsi mestamente a casa.
Ma la guerra per la sopravvivenza nella Lega rischia di avere conseguenze nel centrodestra già prima delle prossime elezioni, visto che come detto i “nordisti” preferirebbero tenersi il Rosatellum. Finora gli alleati confidavano che Salvini fosse comunque in grado di garantire i voti dei suoi parlamentari. Oggi quella certezza non c’è più. Gli occhi sono puntati soprattutto sul Senato e il passaggio più delicato sarà in commissione Affari costituzionali, dove torneranno in discussione le preferenze e l’alternanza di genere: qui i tre senatori leghisti, tutti del Nord, sono decisivi per la maggioranza. Un incidente potrebbe far saltare l’intera riforma, che dovrà poi tornare alla Camera per il voto definitivo. Ma la preoccupazione di FdI e FI va oltre la legge elettorale: se Salvini non è più in condizione di controllare i suoi gruppi parlamentari, oggi può saltare la riforma, domani un decreto. E così una crisi nata dentro una Lega in cerca di identità può trasformarsi rapidamente in una crepa per l’intero governo.

(da Repubblica)

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IL CRIMINALE BEN-GVIR MOSTRA IL CANTIERE DELLA FORCA: CABINE PER ASSISTERE ALLE IMPICCAGIONI DEI PALESTINESI

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

DIMENTICA CHE NEL MONDO LA RUOTA GIRA, ANCHE I CAPPI

Una forca per le impiccagioni con cabine dalle quali i familiari delle vittime del terrorismo potranno assistere all’esecuzione dei condannati. Il cantiere di questo nuovo centro per la pena di morte ha voluto mostrarlo orgogliosamente il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, nell’ennesimo gesto propagandistico compiuto dal leader di Otzma Yehudit, partito dell’ultradestra, in vista delle elezioni d’autunno.
D’altra parte Ben-Gvir rivendica al suo partito (e al governo) anche il merito di aver fatto approvare la legge, varata dal Parlamento il 30 marzo scorso, che destina all’impiccagione i palestinesi condannati per reati di terrorismo.
Il provvedimento è stato duramente criticato dalla comunità internazionale, ma è andato avanti e ora il braccio della morte sta per diventare operativo. I familiari delle vittime dovranno richiedere un permesso apposito per assistere alle esecuzioni.

(da agenzie)

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PER IL GOVERNO MELONI, IL PARLAMENTO E’ UN INUTILE CONTORNO

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

HA PERSO ORMAI OGNI CENTRALITA’ IL 75% DELLE LEGGI APPROVATE E’ DI INIZIATIVA GOVERNATIVA

Che il Parlamento abbia perso centralità nell’esercizio della funzione legislativa non è una novità. Ma il fenomeno è confermato e rafforzato dall’ultima ricognizione, aggiornata al 13 luglio 2026, del Servizio studi di Montecitorio sulla produzione normativa.
Nell’attuale legislatura (la XIX, a partire dal 13 ottobre 2022), delle 340 leggi complessivamente approvate (di cui 337 ordinarie e 3 costituzionali) 257 sono di iniziativa governativa (il 75,6%), ripartite tra 117 leggi di conversione di decreti-legge, 139 disegni di legge e una legge costituzionale. Costrette a concedere la corsia preferenziale ai testi del governo le Camere hanno approvato solo 78 leggi di iniziativa parlamentare (il 22,9%, rispetto al 23,4% della precedente rilevazione del 13 maggio).[…]
Non solo. I testi del governo escono dall’iter parlamentare appesantiti e a volte disomogenei. Con una dilatazione dei commi del 58,1% nel caso dei decreti legge, a causa del gran numero di emendamenti approvati (3.134) nel corso della conversione alle Camere.
Sul fronte degli emendamenti le opposizioni sono riuscite a lasciare il segno nel 31,9% dei casi, con 1.011 emendamenti “autonomi” approvati e con altri 926 ritocchi votati insieme alla maggioranza. Su un totale di 6.077 emendamenti approvati, sono state 5.891 le modifiche che hanno ottenuto il disco verde in prima lettura e 186 in seconda lettura. Il grosso degli emendamenti (5.564) ha avuto il via libera in commissione. I restanti 513 in Aula.
Non va dimenticato il fenomeno del monocameralismo “di fatto”, o “alternato”, per cui il 92% delle leggi ordinarie approvate (310 su 337) è stato modificato da un solo ramo del parlamento, con mera ratifica del secondo. Ad essere accomunate da questo destino sono prima di tutto le leggi di conversione dei decreti, che rappresentano di fatto la principale attività del Parlamento (il resto dei testi approvati è costituito prevalentemente da disegni di legge d’iniziativa governativa).
Infatti 115 dei 117 decreti convertiti in legge fino al 13 luglio scorso hanno registrato le correzioni di una sola Camera. Soltanto per due testi, il decreto Sport e il secondo dei provvedimenti in materia di prezzi dei prodotti petroliferi, si è resa necessaria una terza lettura.
Un cammino simile è toccato a 132 delle 139 leggi ordinarie d’iniziativa governativa che hanno ricevuto il disco verde finale: solo per sette testi (tra questi la delega fiscale, il Ddl su competitività e riforma del mercato dei capitali, la legge sull’intelligenza artificiale e la legge annuale per le piccole e medie imprese) si è giunti al terzo passaggio in Aula.

(da Il Sole 24 Ore)

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PRIMARIE, AVS E’ CONTRARIA MA PREPARA LE ALTERNATIVE: FRATOIANNI IN POLE E SPUNTA LA CARTA FRANCESCA ALBANESE

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

LA DECISIONE FINALE DOPO IL 6 SETTEMBRE

Se alla fine primarie saranno, Alleanza Verdi e Sinistra non ha intenzione di restare a guardare. Mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte iniziano a misurarsi sulle regole della consultazione per scegliere il candidato premier del centrosinistra, anche dalle parti di Avs si scaldano i motori.
La linea ufficiale resta quella della contrarietà: le primarie rischiano di allargare le fratture interne alla coalizione del centrosinistra e quindi Avs lavorerà per convincere gli alleati. Anche per questo nessuna decisione è stata presa e si attende settembre. Ma nei ragionamenti interni sono due gli scenari, di cui Open è venuto a conoscenza. Il primo porta direttamente a Nicola Fratoianni, all’interno della coalizione tra Sinistra Italiana e Verdi, numeri alla mano, considerato al momento il nome più forte tra i due leader. Il secondo è decisamente più dirompente: Francesca Albanese.
Sarebbe proprio la relatrice speciale dell’Onu il nome terzo finito sul tavolo. Una carta coperta da giocare nel caso in cui la riforma della legge elettorale, con l’indicazione del candidato premier nel programma, andasse in porto e le primarie diventassero davvero la strada obbligata per decidere la leadership del campo largo.
La carta Albanese
Le valutazioni in corso nell’alleanza partono da una premessa: le primarie non sono una richiesta di Avs. Bonelli e Fratoianni, negli ultimi interventi pubblici, hanno messo nero su bianco la necessità di costruire prima un’intesa politica e programmatica tra le forze della coalizione. Ma se Pd e Cinque Stelle dovessero insistere per affidare ai gazebo la scelta del candidato premier, a quel punto anche Avs schiererà un proprio nome.
Ed è qui che spunta Francesca Albanese. «Noi siamo contrari alle primarie. Ma se proprio vogliono farle, lanciamo Albanese e vediamo come si mette», sintetizza chi conosce le valutazioni in corso che ovviamente dovranno passare dalla conferma della diretta interessata che, per il momento, non ha ancora detto come la pensa. Una scelta, infatti, che farebbe gioco ad Avs anche nella contesa con il leader del Movimento 5 stelle per quella parte dell’elettorato più sensibile alla causa palestinese. Un nome, infatti, che era stato accostato in alcune ricostruzioni anche all’ipotesi di un futuro progetto politico di Alessandro Di Battista.
La candidatura esterna alle due anime di Verdi e Sinistra avrebbe poi un doppio effetto: eviterebbe di dover scegliere tra i due leader, sui quali in ogni caso ci sarebbe già un orientamento di massima favorevole a Fratoianni, e allo stesso tempo potrebbe trasformarsi in una presenza molto più ingombrante nella partita tra Schlein e Conte, così da misurare il partito.
Da Avs, ufficialmente, frenano: «un nome definitivo ancora non c’è e nessuna decisione è stata presa». Ma, secondo quanto risulta a Open, l’ipotesi Albanese è effettivamente una delle carte al vaglio con maggiori chances. Tant’è che lo stesso Angelo Bonelli, pochi giorni fa, incalzato dal Foglio sul possibile candidato, non aveva escluso sorprese.
L’ipotesi di un nome interno, Fratoianni pronto a correre
Se invece la scelta ricadrà su uno dei due leader, come detto, il nome che parte avanti è quello di Nicola Fratoianni. Bonelli, spiegano, non avrebbe problemi a lasciare spazio al collega. Ma è proprio la natura duale di Avs a rendere questa soluzione non esente da rischi.
Europa Verde e Sinistra Italiana restano infatti formalmente due partiti distinti. E una candidatura del segretario di una delle due forze, anche se condivisa dai vertici, potrebbe comunque aprire a qualche malumore. È anche per questo che un profilo esterno forte viene considerato da alcuni una soluzione più semplice sul piano degli equilibri interni, seppure potenzialmente più conflittuale nei rapporti con gli alleati.
Fratoianni, del resto, aveva già lasciato aperta la porta. «Non escludo che Avs possa esprimere una sua proposta, perché Avs ha tutte le carte in regola per candidarsi al governo del Paese», aveva spiegato prima di Ferragosto al Corriere.
Da Avs frenano: «Per ora nessuna candidatura»
Dal partito, intanto, prendono tempo e sottolineano che nessun nome è ancora stato individuato: «Pensiamo che le primarie non siano adesso il tema della discussione. Se servirà proveremo a indicare una figura adeguata, ma non c’è in questo momento nessuna ipotesi di candidatura né di Bonelli né di Fratoianni», tagliano corto.
La decisione definitiva, insomma, arriverà più avanti. «Rimandiamo tutto al confronto che ci sarà alla nostra festa di ‘Terra!’, il 6 settembre», dove è attesa anche Albanese. Prima il programma e il perimetro politico della coalizione, poi eventualmente le modalità per scegliere chi dovrà guidarla, è la linea.
Il nodo delle primarie
E proprio le regole delle primarie alimentano il fermento estivo del campo largo. Se Schlein guarda al doppio turno, convinta di poter primeggiare al ballottaggio anche grazie all’appoggio, tra gli altri, di Matteo Renzi, il leader pentastellato continua a preferire una consultazione a turno unico, il più aperta possibile, con tanto di voto online. Un braccio di ferro guardato con diffidenza da Avs. Il rischio delle primarie, spiegano, è quello di accentuare irreparabilmente le divisioni, invece di cementare la coalizione. Ma se proprio bisogna ballare, che si balli.

(da agenzie)

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ANCHE L’AUSTRIA RIMANDA I MIGRANTI IN ITALIA: CHI SONO I DUBLINANTI E PERCHE’ IL GOVERNO MELONI TEME L’EFFETTO VALANGA

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

LA PROCEDURA E’ LEGATA AL PATTO UE SU MIGRAZIONE E ASILO ENTRATO IN VIGORE IL 12 GIUGNO (E FIRMATO DALL’ITALIA)

Dopo Germania e Svizzera, anche l’Austria ha iniziato a trasferire in Italia i cosiddetti “dublinanti”, cioè i richiedenti asilo che, dopo essere entrati e aver presentato domanda in un Paese europeo, cercano protezione in un altro Stato. Secondo il ministero dell’Interno austriaco, dal 12 giugno sono già quattro le persone trasferite nel nostro Paese, anche attraverso treni e autobus di linea. È uno dei primi effetti concreti del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno e destinato a rendere più efficiente il trattato di Dublino.
Chi sono i “dublinanti”
L’espressione nasce proprio dal trattato di Dublino, l’accordo firmato nel 1990 dai Paesi dell’allora Comunità europea. L’accordo stabiliva che fosse responsabilità del primo Paese dell’Unione europea in cui un richiedente asilo entrasse e fosse identificato occuparsi della sua domanda di protezione. Nel 2003 la Convenzione è stata sostituita dal Regolamento Dublino II, poi aggiornato nel 2013 con Dublino III. Il sistema però, nel tempo, ha finito per pesare soprattutto sui Paesi alle frontiere esterne dell’Ue, come l’Italia, dove arrivano via mare molti dei richiedenti asilo che poi proseguono il viaggio verso altri Stati. Ma è anche entrato in conflitto con le ragioni che spingono una persona a spostarsi, per esempio quando in un altro Paese europeo ha già familiari o maggiori possibilità di costruirsi una nuova vita.
Nel 2025 l’Italia ha ricevuto dagli altri Paesi Ue 24.152 richieste di presa in carico, ma ne ha accettate soltanto 85. La Germania, invece, è stata lo Stato che ha inviato più richieste: 35.993, con 5.377 trasferimenti effettivamente avvenuti. Dal dicembre 2022 Roma aveva di fatto sospeso i trasferimenti verso l’Italia e, secondo i dati diffusi da Repubblica, fino alla fine del 2025 erano state circa 80mila le richieste di presa in carico rimaste inevase.
Il Patto Ue su migrazione e asilo
La ripresa dei trasferimenti arriva con l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, che ha modificato le regole europee sulla gestione delle domande di protezione e sui movimenti secondari. L’accordo ha riaperto una questione che era ferma da quasi quattro anni: nel dicembre 2022, infatti, l’Italia aveva sospeso il rientro dei richiedenti asilo dagli altri Paesi europei. Con il nuovo Patto, entrato in vigore il 12 giugno, ha riaperto ai trasferimenti, ma solo per chi è entrato in Italia dopo quella data – contrariamente a quello che vorrebbe Berlino. Un confronto simile si è aperto con la Svizzera, che ha annunciato la ripresa delle procedure verso l’Italia dalla fine di agosto, inizialmente con pochi casi e per ingressi successivi al 12 giugno.

(da agenzie)

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CHI E’ ANGIE NIXON, LA SOCIALISTA CHE DIVIDE L’ESTABLISHMENT DEM DOPO AVER BATTUTO IL MODERATO VINDMAN IN FLORIDA

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

HA VINTO CON UNA CAMPAGNA ELETTORALE LOW BUDGET

Si chiama Angie Nixon, è una deputata socialista, ha 42 anni e un passato come sindacalista. Ma è soprattutto la vittoria alle primarie democratiche per il Senato Usa, ottenuta il 18 agosto al termine di una campagna elettorale low budget, ad averla portata sulla scena nazionale. Così in Florida ha sbaragliato la concorrenza, battendo nettamente il rivale dem Alexander Vindman. Una vittoria, quella della più radicale Nixon, che rischia di scontrarsi con l’ala più centrista e moderata del partito, ma che segna un nuovo punto a favore dei democratici in uno Stato storicamente conservatore.
La campagna elettorale low budget e la vittoria
Deputata statale di Jacksonville, ex organizzatrice sindacale e membro dei Democratic Socialists of America, Angie Nixon si è dovuta confrontare a suon di voti con il candidato dell’establishment e colonnello, Alexander Vindman. Una lotta nel contesto delle primarie dem, che dovevano sancire il candidato pronto a correre per le elezioni speciali al Senato del 3 novembre di quest’anno. Due candidati, Nixon e Vindman, giunti al momento del voto non proprio dopo un combattimento ad armi pari, se di “armi” si può parlare quando entrano in gioco le spese sostenute in campagna elettorale in spot televisivi e comunicazione: 60mila dollari, la cifra investita dalla candidata socialista, contro gli oltre due milioni spesi dal candidato moderato.
Difficili da mettere a confronto anche le somme raccolte nel corso delle rispettive campagne, dove la prima si era fermata a 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman. A nulla, infine, era valsa la notorietà raccolta negli anni da Vindman, ufficiale dell’esercito assegnato al Consiglio di Sicurezza Nazionale e testimone nel primo processo di impeachment contro Trump, accusato nel 2019 di aver temporaneamente bloccato 391 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina, utilizzandoli come leva per ottenere da Zelenskyy un’indagine politicamente utile contro un suo possibile avversario alle elezioni del 2020. La vittoria dell’underdog socialista si è rivelata infatti schiacciante: 56,1% dei voti per lei, contro il 43,9% a favore di Vindman.
Chi sono i sostenitori di Nixon
Consensi quasi plebiscitari quelli riscossi da Nixon nella sua città d’origine, Jacksonville, dove ha conquistato l’80% delle preferenze, ma risultati significativi anche quelli conseguiti in città universitarie come Orlando e nell’area di Miami-Dade. Nixon ha vinto dopo aver basato la sua campagna elettorale su politiche progressiste come l’assistenza all’infanzia gratuita, il blocco degli affitti a livello nazionale. ma anche sulla richiesta di ridurre gli aiuti militari statunitensi a Israele, ottenendo così il sostegno di altri progressisti nazionali come i deputati democratici Maxwell Frost della Florida, Ilhan Omar del Minnesota, Rashida Tlaib del Michigan e Ayanna Pressley del Massachusetts.
La sfida di novembre contro la repubblicana Ashley Moody
La vera posta in gioco, ora, è il seggio di Marco Rubio al Senato, rimasto vacante dopo la nomina di quest’ultimo a Segretario di Stato. Chi vincerà le elezioni speciali di novembre, occuperà il seggio per il restante periodo del mandato di Rubio, fino a gennaio 2029. Si giocherà tutto il 3 novembre, quando Nixon, fresca della vittoria alle primarie dem, se la vedrà con l’altrettanto fresca vincitrice alle primarie repubblicane, Ashley Moody. Ex procuratrice generale dello Stato, quest’ultima era stata nominata dal governatore Ron DeSantis – in via temporanea – a coprire il seggio vacante di Rubio, in attesa di nuove elezioni. Martedì, ha a sua volta sbaragliato la concorrenza sul fronte conservatore, ottenendo il 75,3% dei voti, e battendo i rivali Chris Gleason, Neelam Perry ed Ernie Rivera.
Che significato ha la vittoria di Nixon
Il successo della socialista Nixon alle primarie può certamente essere interpretato attraverso due diverse chiavi di lettura. Da un lato, l’ennesima mancata conquista da parte di un candidato repubblicano, in uno Stato roccaforte dei conservatori, come quello della Florida. Dall’altro, però, difficile negare come Nixon possa non piacere proprio a tutti, soprattutto quando si tratta degli esponenti dem più moderati e centristi. Lei, però, rifiuta l’etichetta di radicale: «Se credere che le madri non dovrebbero fare tre lavori solo per mantenere un tetto sopra la loro testa è estremo, mi chiamino pure estrema. Ma da dove vengo io, queste cose non sono radicali ed estreme: questa è solo un minimo di dignità umana», aveva dichiarato infatti nel corso della sua campagna elettorale.
Resta però un dato di fatto, ovvero che, per quanto i candidati socialisti stiano sbaragliando la concorrenza in diversi angoli della Florida, in un 2026 che li ha visti avanzare da Philadelphia al Michigan, fino a New York e al Colorado, nel resto dello Stato i consensi rimangano soprattutto legati all’establishment più moderato, come è successo per Debbie Wasserman Schultz e Jared Moskowitz, entrambi eletti alla Camera dei rappresentanti nel 2023.
Le reazioni all’interno del partito democratico
Tiepide le reazioni di alcuni esponenti dem dopo la sua vittoria, a partire da David Jolly, candidato alla guida dello Stato, che ha commentato: «Rifiuto il socialismo», pur dichiarando di apprezzare Nixon per le sue posizioni in tema di salute e istruzione. Più caloroso il commento di Chuck Schumer, leader dei dem al Senato, che ha sottolineato che «Nixon ha dedicato la sua carriera a battersi per la Florida» e «ha a cuore la difesa delle famiglie dei lavoratori». Ai più reticenti a Washington, Nixon ha comunque risposto, senza arretrare: «Farebbero meglio a prepararsi» e «ci renderemo conto che siamo tutti uguali, che non siamo nemici gli uni degli altri e che stiamo tutti lottando». Se Nixon vincesse alle elezioni di novembre, sarebbe la prima senatrice nera della Florida.
Il commento compiaciuto di Trump
Non si è fatto attendere invece il commento beffardo e sornione di Donald Trump, da tempo convinto che i candidati progressisti siano più facili da battere alle urne rispetto ai democratici moderati. Agnelli sacrificali della battaglia contro la retorica woke e di una narrazione che descrive i democratici come sempre più estremisti, i candidati socialisti sarebbero i rivali perfetti in vista delle elezioni di midterm: troppo schierati – secondo la logica trumpiana – per intercettare un elettorato indeciso.
«Quel viscido di Vindman ha perso contro una lunatica della sinistra radicale. Non è una figata?», ha quindi commentato il presidente su Truth Social. Per poi aggiungere: «Vindman, se ricordate, era colui che aveva mentito sulla mia “telefonata perfetta” con il presidente Zelensky dell’Ucraina, per poi scoprire che la conversazione era stata registrata di routine e aveva dimostrato che avevo ragione al 100% (completamente innocente!)».
Le sconfitte alle primarie dei candidati di Trump: da Cory Mills a Megan Degenfelder
Sonore sconfitte, invece, quelle inanellate dai candidati appoggiati dal presidente Usa. A partire da Cory Mills, battuto alle primarie repubblicane per la Camera dei Rappresentanti in Florida. Un candidato sul quale Trump aveva inizialmente puntato, salvo poi prendere le distanze e sostenere di avergli consigliato di ritirarsi dalla corsa. Ma quella di Mills non è una sconfitta isolata: nelle ultime settimane, diversi candidati sostenuti dal presidente hanno fallito l’assalto alle primarie repubblicane, in Iowa, Minnesota, South Carolina, Georgia e Wyoming, dove la trumpiana Megan Degenfelder è stata battuta dal senatore statale Eric Barlow.
Il presidente ha però potuto incassare anche alcune vittorie, a partire da Byron Donalds, che in Florida ha conquistato la nomination repubblicana per la corsa a governatore e a novembre affronterà l’ex repubblicano David Jolly. In Alaska, invece, la corsa al Senato sarà tra il repubblicano Dan Sullivan e la democratica Mary Peltola, in una sfida che potrebbe avere conseguenze sugli equilibri del Congresso.

(da agenzie)

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IN ITALIA COME IN FRANCIA, I SOVRANISTI VOGLIONO CAMBIARE LA COSTITUZIONE. IL QUOTIDIANO FRANCESE “LE MONDE” LANCIA L’ALLARME SUI “PERICOLI DEL REFERENDUM LE PEN”, LE CONSULTAZIONI POPOLARI CON CUI LA VALCHIRIA DEL SOVRANISMO TRANSALPINO VORREBBE CAMBIARE LA COSTITUZIONE, DOPO L’EVENTUALE ELEZIONE A PRESIDENTE NEL 2027

Agosto 20th, 2026 Riccardo Fucile

“CONTA DI FAR INSERIRE IN COSTITUZIONE LE BASI DELL’ESTREMA DESTRA, DALL’ABOLIZIONE DELLO IUS SOLI ALLA ‘PRIORITÀ NAZIONALE’, AD UNA SERIE DI OSTACOLI AL DIRITTO D’ASILO” – “SAREBBE UNA RIVOLUZIONE POLITICA E GIURIDICA, CHE RISCHIA DI ISOLARE LA FRANCIA IN EUROPA”

Il quotidiano Le Monde lancia l’allarme sui “pericoli del referendum Le Pen”, una serie di consultazioni popolari con le quali la leader del Rassemblement National (Rn) vorrebbe tentare di cambiare la costituzione già un mese dopo la sua eventuale elezione alle presidenziali 2027.
Stando al quotidiano, Le Pen “conta di far inserire” nella Costituzione “le basi dell’estrema destra, dall’abolizione dello ius soli alla ‘priorità nazionale’, ad una serie di ostacoli al diritto d’asilo”. Secondo il quotidiano, questa riforma rappresenterebbe “una rivoluzione politica e giuridica, che rischia di isolare la Francia in Europa”.

(da agenzie)

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