Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
SAREBBE LA PRIMA BATTUTA D’ARRESTO PER I MAL-DESTRI SCANDINAVI DA QUANDO SONO ENTRATI IN PARLAMENTO NEL 2010
Con lo scrutinio preliminare arrivato al 94% dei voti, in attesa che si contino anche quelli restanti, il vantaggio della coalizione di centrosinistra (opposizione) nelle elezioni parlamentari in Svezia è ora di tre seggi sul centrodestra: lo mostrano le proiezioni della tv pubblica Svt, basate sui dati ufficiali.
Stando dunque al conteggio preliminare, il blocco guidato dai socialdemocratici otterrebbe dunque 176 seggi in parlamento, mentre quello avversario 173. Nessuno dei candidati in lizza si è finora proclamato vincitore.
I risultati definitivi, spiega la Svt, dovrebbero essere annunciati non prima di mercoledì, una volta contati anche i voti espressi in anticipo e quelli espressi all’estero. In caso di conferma dei risultati rispetto allo stato attuale dello scrutinio (94% dei voti), la coalizione di centrosinistra si assicurerebbe la maggioranza assoluta (175 seggi) con un margine di un solo scranno.
I Socialdemocratici, sotto la leadership di Magdalena Andersson, si riconfermano il partito più grande in parlamento con il 28,1%. Al secondo posto ci sono i Moderati di centrodestra guidati dal primo ministro uscente Ulf Kristersson, con il 19,9%.
La destra nazionalista, i Democratici svedesi (Sd), è la terza forza con il 17,6%, risultato che, se confermato, rappresenterebbe una perdita del 3% per il partito guidato da Jimmie Akesson che finora, da quando entrò in parlamento nel 2010, ha continuato a crescere a ogni tornata elettorale.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL “CORRIERE” RIVELA: “PER ORA CI SONO INDIZI, ANCHE SE IMPORTANTI. IERI HA CAMBIATO LO STATO SU WHATSAPP CON UN ELOQUENTE ‘MOVIMENTO ZERO STELLE’. MA SOPRATTUTTO IL PROSSIMO 21 SETTEMBRE, GRILLO TORNERÀ IN PISTA DOPO MESI E MESI DI SILENZIO. E LO FARÀ CON IL BOTTO, OSPITE DELLA PRIMA PUNTATA DELLA NUOVA STAGIONE DI ‘PULP’, IL VIDEO-PODCAST CONDOTTO DA FEDEZ E MR MARRA. COSA ABBIA DETTO GRILLO IN QUELLA REGISTRAZIONE È ANCORA SOTTO CHIAVE MA CHI HA POTUTO VISIONARE PARTE DI QUESTA SEQUENZA SPIEGA CHE ‘CI SARANNO GROSSE SORPRESE’”
Riconquistare in tempo utile il simbolo del M5S da Giuseppe Conte è una ipotesi
fantascientifica. Se anche Beppe Grillo potesse contare su tempi record della giustizia, e in una sentenza a favore nella causa intentata all’ex premier, per lui sarebbe impossibile presentarsi alle prossime politiche con il simbolo del suo vecchio partito. Così si sussurra che il fondatore dei Cinque Stelle, defenestrato dall’ex premier, stia lavorando per costruire una lista «a sinistra del Campo largo», con l’obiettivo di erodere voti all’ipotetica alleanza M5S-Pd-Avs e Italia viva.
Un piano diabolico, quello a cui starebbe lavorando «Beppe», che detesta l’«Avvocato del popolo», reo di avergli strappato la sua creatura. Prove? Per ora ci sono indizi, anche se importanti. Ieri ha cambiato lo stato su WhatsApp con un eloquente «Movimento Zero Stelle».
Ma soprattutto il prossimo 21 settembre, Grillo tornerà in pista dopo mesi e mesi di silenzio. E lo farà con il botto, ospite della prima puntata della nuova stagione di «Pulp», il video-podcast condotto da Fedez e Mr Marra […] Il comico punta a raggranellare i voti degli ortodossi grillini della prima ora. Operazione non facile
Cosa abbia detto «Beppe» in quella registrazione è ancora sotto chiave a tripla mandata.
Ma chi ha potuto visionare parte di questa sequenza spiega che «ci saranno grosse sorprese». Per capire meglio basterà attendere una settimana. Alcuni sherpa impegnati nella partita a scacchi degli emendamenti alla legge elettorale mandano una sorta di «pizzino» al medesimo Conte.
Nell’ultima versione, la nuova legge prevede che un partito attualmente non presente in Parlamento con il proprio nome e simbolo debba raccogliere ben seimila firme a circoscrizione, il triplo rispetto alle duemila attuali. Tradotto: per nuove liste e partiti di piccola entità diventerebbe quasi impossibile presentarsi. Troppe le firme da raccogliere. E il messaggio che viene recapitato da alcuni esponenti del Pd a Conte suona più o meno così: «Giuseppe, tu stai facendo una battaglia per abbassare il numero di firme e aiutare la lista civica di Alessandro Onorato. Ma fai attenzione, perché a quel punto rischieresti di fare un favore a Grillo».
(da il “Corriere della Sera”)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA DUCIONA DI FRANCIA NON HA APPREZZATO I VIAGGI DI BARDELLA IN INGHILTERRA PER INCONTRARE FARAGE E A CERNOBBIO… LE PEN NON HA PARLATO DI DIFESA EUROPEA, DI DEBITO PUBBLICO, NÉ DI STRETTO DI HORMUZ O DI UCRAINA MA SOLO DELLA “VITA QUOTIDIANA DEI FRANCESI COMUNI”
«Prima i francesi», grida Marine Le Pen dal palco di Hénin-Beaumont, la cittadina mineraria del Nord della Francia che da oltre dieci anni è la sua roccaforte. Priorità ai francesi per gli alloggi, gli aiuti dello Stato, l’assistenza medica: «Sono il frutto dei sacrifici dei nostri padri, nonni e bisnonni, è normale che i francesi ne abbiano più diritto degli altri», dice tra gli applausi e i tricolori che sventolano. La preferenza nazionale è al centro del primo comizio dopo l’estate, inizio di una campagna presidenziale che lei già definisce «una formidabile avventura umana».
Dopo mesi di tentennamenti politici e il rischio di annacquare il messaggio a furia di rassicurare i moderati, si torna ai fondamentali: «I francesi, a casa loro, hanno più diritti degli altri». E il bilancio di dieci anni di macronismo, «più che un’analisi, è un’autopsia».
I simpatizzanti si aspettavano comunque dall’amata «Marine» un chiarimento sui rapporti con il delfino Jordan Bardella, per lunghi mesi convinto di correre per l’Eliseo al suo posto. Il ritorno di Le Pen ha colto di sorpresa Bardella, che secondo molte voci è caduto in disgrazia, come dimostrerebbe la cacciata dal partito del suo stretto collaboratore François Durvye.
Invece si nota una certa freddezza, a parte il «tanti auguri a te» intonato per festeggiare assieme alla sala il 31esimo compleanno di Bardella. Di solito in queste occasioni il numero due del Rassemblement national parla per primo: stavolta ha salutato e sorriso a tutti, ma è rimasto in silenzio, e lei ha aspettato ben 40 minuti di discorso prima di citarlo di sfuggita.
Delle due anime del Rassemblement — quella pseudo-sociale di Le Pen e quella più liberale di Bardella — qui si vede solo la prima, e del resto «MLP» lo dice subito: «Parlerò di chi si sveglia presto e va a dormire tardi dopo avere lavorato tutto il giorno, di chi aspetta con ansia lo stipendio a fine mese ed è tormentato dalle bollette, dall’affitto da pagare e dal prezzo della benzina». Un mondo molto lontano da quello imprenditoriale al quale sembrava rivolgersi di preferenza Bardella, con il suo nuovo stile di vita glamour, tra vacanze in Corsica fotografate dai settimanali e fidanzamento con l’aristocratica Maria Carolina di Borbone.
Le missioni internazionali di settembre di Bardella — in Inghilterra con Nigel Farage e a Cernobbio con il mondo economico — non sembrano essere piaciute alla leader, determinata a ristabilire la sua autorità e il contatto col popolo. A Hénin-Beaumont non si parla di difesa europea, di debito pubblico, né di Stretto di Hormuz o di guerra in Ucraina: tutto il discorso è dedicato alla «vita quotidiana dei francesi comuni». La prima ovazione arriva quando Marine Le Pen promette di «cacciare dagli alloggi popolari quelli che trasformano le hall dei palazzi in centri di spaccio».
Il diritto alla casa è il cuore del discorso: bisogna costruire più case, trasformare gli uffici inutilizzati in appartamenti, allentare le regole ambientali che tolgono dal mercato migliaia di alloggi. […] Forte del 35 per cento nei sondaggi che la piazzano di gran lunga in testa, e dopo il trionfo degli estremisti della AfD in Germania, a sette mesi dal voto Marine Le Pen riporta il timone sulla rotta classica del Rassemblement national. Quanto a Bardella, come diceva il fondatore Jean-Marie, «il destino dei delfini, talvolta, è di arenarsi».
(da il “Corriere della Sera”)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA SUA FORTUNA FU LA MORTE DEL COGNATO FILIPPO, PER COLPA DI UN MAIALE CHE SI ERA INFILATO TRA LE ZAMPE DEL SUO CAVALLO FACENDOLO CADERE… COSÌ LA BELLISSIMA ELEONORA DIVENNE REGINA (LA PRIMA VOLTA) … L’AMICIZIA CHIACCHERATA CON LO ZIO RAIMONDO DI POITIERS PORTÒ ALL’ANNULLAMENTO DELLE PRIME NOZZE. DUE CAVALIERI TENTARONO DI RAPIRE ELEONORA, MA LEI SI PROPOSE COME MOGLIE AL DUCA DI NORMANDIA
Due volte regina, di Francia e d’Inghilterra, e madre di due re, Riccardo Cuor di Leone e
Giovanni senza Terra, la smagliante Eleonora d’Aquitania più ancora teneva al titolo di duchessa della sua terra, dove fioriva la civiltà cortese occitana, la più alta mai espressa in Europa – così scriverà Simone Weil, lasciandosene, a quasi mille anni di distanza, influenzare.
Nel lignaggio di Eleonora c’è il primo e sommo dei trovatori, Guglielmo IX, autore della sublime poesia sul nulla: «Farò un verso di puro niente, / non su di me né su altra gente…». Nonno di Eleonora, apre i ritratti collaterali della biografia sapiente e suggestiva di Annarosa Mattei, Eleonora d’Aquitania. Storia di una regina ribelle e della sua scienza d’amore (Salani), feconda di mille temi e di figure.
Primogenita, appena uscita dall’adolescenza Eleonora fu duchessa d’Aquitania e Guascogna, e subito andò sposa, nel 1137, all’erede dei Capetingi, i re di Francia. A Parigi la corte era sobria e doppiamente devota, per lavare la macchia della recente morte, giudicata ignominiosa, dell’erede designato: un maiale (un porcus diabolicus, per le cronache) si era infilato tra le zampe del suo cavallo, portandolo a una caduta rovinosa.
Si ritrovò dunque di colpo erede al trono il secondogenito Luigi, che era religiosissimo e di carattere «poco ameno»: e subito gli capitò una moglie colta, bellissima, libera di modi e ricca nell’abbigliamento, circondata di cavalieri, musici e poeti, abituata a un’animatissima vita. La corte fu sconcertata, lui sedotto.
Il racconto di Annarosa Mattei si infervora su alcuni temi, e in alcuni momenti chiave – quando Eleonora, nel brevissimo intervallo tra due mariti, può governare personalmente la sua amata Aquitania – i documenti, riportati, certificano la sua competenza.
All’annullamento del matrimonio con Luigi VII (favorito dall’amicizia troppo viva e chiacchierata che Eleonora, seguendolo nella seconda crociata, aveva intrecciato con lo zio Raimondo di Poitiers, re di Antiochia) subito due cavalieri, un Blois e un d’Angiò, tentarono di rapire Eleonora per costringerla a sposarli; ma lei inviò un messaggio al duca di Normandia, fratello di un rapitore mancato, per proporsi come moglie.
Lui, più giovane di lei di dieci anni, accorse «cavalcando impetuosamente»; di fisico atletico e interessato alle lettere, divenne re d’Inghilterra e della più brillante delle corti; ebbero otto figli, e fioriva, incrociato alla raffinatezza occitana, il ciclo arturiano.
Ma il tema profondo del saggio, e il suo rimpianto, è che la civiltà della fin’amor aveva uno specchio nel movimento cataro, evangelismo dell’uguaglianza, dei beni e della conoscenza – paratge: paritario accesso, anche alle donne, alle sacre scritture. Quando la Chiesa, sostenuta dal re di Francia, proclamò la crociata contro l'”eresia” catara, un popolo, la civiltà occitana, la sua memoria e la sua stessa lingua furono sterminati.
(da Repubblica)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
DAL DISCORSO DETERMINATO DURATO DUE ORE E MEZZO A REGGIO EMILIA ELLY ESCE RAFFORZATA
E se non stessimo vedendo arrivare, di nuovo, Elly Schlein? Lo diciamo dopo il suo discorso di ieri alla festa dell’Unità di Reggio Emilia, due ore e mezza di comizio davanti a circa 10mila persone, in cui ha annunciato la sua candidatura alle primarie della coalizione delle opposizioni, lanciando ufficialmente la propria sfida a Giorgia Meloni, e pure all’alleato Giuseppe Conte.
Lo diciamo, premessa doverosa, senza entrare nel merito delle idee politiche e programmatiche della segretaria del Partito Democratico che possono piacere o meno, e a volte si ha l’impressione che piacciano molto poco all’establishment di questo Paese, anche quello che non vota a destra. Lo diciamo, semplicemente, mettendo in fila ciò che si proponeva di fare e ha fatto la segretaria del Pd, registrando ogni volta la malcelata diffidenza di commentatori politici, avversari, alleati, compagni di partito.
Non doveva vincere le primarie, anzitutto. Anzi, forse nemmeno doveva partecipare. Era la paria, la non iscritta, la abusiva, contrapposta a Stefano Bonaccini, all’uomo che aveva vinto i congressi nei circoli, per di più suo presidente in Emilia-Romagna, di cui lei era la vice. Ha partecipato, lo ha sfidato, ha vinto. E una volta vinto, ha dato a Bonaccini la presidenza del Partito, ponendo le basi di una gestione unitaria che dura tutt’ora.
Doveva essere la candidata che, con le sue idee radicali e massimaliste, avrebbe alienato consensi al Pd, anziché aumentarne. Addirittura, si diceva che I Cinque Stelle avessero mandato i loro a votarla, per mangiarsi il Pd. Risultato: il Pd è cresciuto dal 19% delle politiche del 2022 al 24% delle europee del 2024, e oggi è stabilmente la seconda forza politica del Paese, stimata dai sondaggi al 22%, contro il 26% di Fratelli d’Italia.
Ancora: doveva essere la leader che andava a sbattere contro l’utopia – o distopia, dipende dai punti di vista – dell’alleanza impossibile tra Pd e Cinque Stelle. Risultato: ormai non c’è elezioni in cui queste forze politiche non si presentino assieme. Quel che all’inizio sembrava episodico oggi è diventato strutturale. E l’armata Brancaleone, il cartello dei diversi, l’alleanza unita solo dall’anti-melonismo che nel 2022 non c’era, e oggi c’è, sta per lavorare, pur con mille divergenze da appianare, a un programma unitario.
Doveva essere la leader di una coalizione destinata a una sconfitta certa, con Meloni e la destra avviate a una riconferma in ciabatte. E invece da qualche mese quella coalizione che sembrava impossibile – complice l’ascesa di Vannacci, va ricordato – è avanti di tre o quattro punti nei sondaggi da mesi. E sembra consolidare il proprio vantaggio di sondaggio in sondaggio, anziché vederlo diminuire.
Doveva essere la candidata inadeguata a governare il Paese, infine. E invece ieri Elly Schlein – piaccia o meno quel che ha detto: lo ripetiamo – da leader determinata e convinta di poter guidare l’Italia.
L’ha fatto forte della sua diversità biografica – donna, giovane, non conforme agli standard -, ma anche in ragione della sua alterità radicale a Giorgia Meloni e alla sua idea di Paese. Senza cioè inseguire la destra sul suo terreno – sicurezza, eccetera – ma puntando forte su sanità, salari e welfare.
Tutto quel che abbiamo detto sinora, sia chiaro, non predetermina il futuro. Se oltre che convinta sarà anche convincente, se vincerà le primarie, se riuscirà a tenere assieme tutto prima del voto, e soprattutto se riuscirà a vincere le elezioni, sarà il domani a dircelo.
Quel che è certo è che avverrà, se avverrà, con la diffidenza cosmica di fondo che sta accompagnando Schlein dal 12 marzo del 2022, se non prima. Una diffidenza che, a questo punto, abbiamo il sospetto sia da sempre la sua migliore alleata.
(da Fanpage)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
TRE ITALIANI SU QUATTRO SEGUONO REGOLARMENTE I CASI PIU’ EFFERATI…UN FENOMENO DI MASSA
C’è un rito collettivo che gli italiani celebrano ogni giorno, tra un telegiornale e l’altro, tra uno
spuntino e un aperitivo, tra un talk show e il suo approfondimento serale quello di seguire, quasi con devozione, i casi di cronaca nera. Secondo i dati di Only Numbers tre quarti degli italiani seguono programmi, podcast o contenuti dedicati alla cronaca nera, agli omicidi, ai femminicidi e lo fanno con una certa regolarità (74,3%). Una cifra che, insieme alla somma degli ascolti, basta a fotografare un fenomeno di massa. Non si tratta più di una nicchia per appassionati del giallo, ma di un vero e proprio fenomeno di massa, che attraversa fasce d’età, estrazioni sociali e sensibilità politiche diverse. Un rito che riguarda ormai ogni piattaforma, dai canali tradizionali ai podcast.
Le motivazioni, quando vengono esplicitate, raccontano già una parte della storia. Un cittadino su tre (29,6%) ammette che a spingerlo è semplicemente la curiosità, quel bisogno, antico quanto l’uomo, di capire «come è potuto succedere». Sì, perché spesso, in questi tragici fatti i protagonisti sono quei “bravi ragazzi” della porta accanto, quelli che escono con i nostri figli, che incontriamo per strada ogni giorno, così, se si riesce a comprendere la dinamica del delitto – un movente, un contesto, una devianza…, inconsciamente ci si può convincere che a “noi” non potrebbe accadere, perché “noi” non abbiamo quelle caratteristiche. C’è poi chi si dichiara affascinato dal meccanismo investigativo e giudiziario (17,9%), dal modo in cui si costruisce una prova, si smonta un alibi, si arriva – o non si arriva – a una verità processuale. Per il 42,8% degli intervistati il crime rappresenta semplicemente la moda del momento, in grado però di assuefarci e trasformarci. Sono motivazioni comprensibili, quasi rassicuranti nella loro razionalità.
La cronaca nera crea la domanda
Tuttavia, la ragione più inquietante non è tra quelle dichiarate, ma è quella che emerge quando si osserva la costruzione stessa dei palinsesti. La cronaca nera non risponde solo a una domanda, la crea. I contenitori televisivi che trattano questi temi occupano fasce sempre più ampie, diventando essi stessi intrattenimento puro, format ricorrenti con la propria drammaturgia, i propri protagonisti fissi, i propri tempi narrativi. Non si tratta più di informare su un fatto, ma di trasformare il dolore altrui in prodotto seriale, generando un circolo che si alimenta da solo. Ed è proprio qui che il quadro assume i contorni di un vero e proprio cortocircuito. I programmi di cronaca nera sono ormai presenti in tv praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro. Il pubblico li segue, gli ascolti salgono, e più crescono le percentuali dello share, più questi contenuti si moltiplicano. Un circolo vizioso in cui la moda del momento, il caso mediatico che “tira”, diventa il principale criterio editoriale. I medesimi crimini vengono trattati e ritrattati, sezionati con un’insistenza che in determinati casi ha ben poco di giornalistico e molto di morboso, fino a saturare il dibattito pubblico attorno a due o tre vicende alla volta, spesso a scapito di tutto il resto. Il paradosso è che gli stessi cittadini che alimentano questo meccanismo con la loro attenzione ne percepiscono con lucidità gli effetti collaterali. Quasi un cittadino su due (46,3%), infatti, è convinto che questi programmi stimolino e amplifichino un senso di insicurezza che nella nostra società è già ampiamente diffuso, una percezione che, come sappiamo dai dati oggettivi su criminalità e sicurezza, va spesso oltre il ragionevole, disallineandosi dalla realtà.
L’influsso sulla giustizia
A volte sembra quasi che si formino dei veri e propri filoni tematici, casi che per un periodo si moltiplicano nell’agenda mediatica – pensiamo ai bambini aggrediti dai cani, o a omicidi commessi con le stesse identiche efferate modalità – quasi si trattasse di un’onda emulativa più che di un reale incremento statistico del fenomeno. Non è il crimine ad aumentare, quanto la sua rappresentazione mediatica. Ancora più significativo è che il 41,0% degli intervistati intravede una vera e propria commistione tra queste trasmissioni e l’apparato della giustizia.
L’idea che il racconto televisivo non si limiti a seguire i processi, ma finisca per influenzarli, anticiparli, in qualche misura condizionarli, è il segno di una sfiducia diffusa verso il delicato confine tra il piano mediatico e quello giudiziario. Uno specchio del nostro Paese, non una moda passeggera, ma uno squarcio su chi siamo e su chi stiamo diventando. Il dato più importante, però, è forse l’ultimo dove mette in evidenza che per il 56,2% dei cittadini intervistati, il successo di questi programmi non è un capriccio del pubblico, né una semplice tendenza televisiva, ma lo specchio di tutti i problemi irrisolti della nostra società. Un confronto tra sicurezza percepita e sicurezza reale, tra giustizia e fiducia nelle istituzioni che dovrebbero amministrarla. Una disuguaglianza sociale che spesso è il retroterra silenzioso di molti dei casi raccontati. E, non ultimo, un rapporto con la morte che la modernità ha rimosso dalla vita quotidiana e che, forse proprio per questo, torna a bussare attraverso lo schermo, in forma di cronaca. Ci troviamo di fronte a una società che ha bisogno di guardare ciò che teme, quasi per esorcizzarlo, ma che nel farlo rischia di restarne prigioniera. Una società che chiede verità e giustizia, ma che rischia di accontentarsi del loro racconto spettacolarizzato. Un Paese che cerca sicurezza, ma finisce per nutrire proprio quella paura che dice di voler combattere.
Non si tratta di un pubblico ingenuo o manipolato inconsapevolmente. È un pubblico che sa di essere dentro un meccanismo particolare, e che ci resta lo stesso. Non ignoranza, ma piuttosto una forma di dipendenza collettiva consapevole il che è molto più serio di una semplice disinformazione. La cronaca nera in tv, in fondo, non crea questi problemi, ma li rivela. Un’Italia che, guardando il crimine, guarda sé stessa. Uno specchio, non una causa. Il vero caso da indagare, allora, non è più (solo) quello raccontato in prima serata, è il motivo per cui, giorno dopo giorno, continuiamo a restare incollati allo schermo.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA DEBACLE ANNUNCIATA ALLE MIDTERM DI TRUMP
“Aboliremo l’Ici! Avete capito bene: aboliremo l’Ici, su tutte le prime case e anche sulla vostra”.
Furono in pochi, quella sera di aprile del 2006, a comprendere che le poche parole con cui Silvio Berlusconi concluse il dibattito contro Romano Prodi, senza diritto di replica, avrebbero accompagnato una rimonta della quale fino a quel momento si vedeva traccia quasi soltanto nei sondaggi commissionati dallo stesso leader di Forza Italia.
Così, nel leggere la proposta di Trump a due mesi dal voto di mid-term di un maxi-assegno di 5 mila dollari per ogni americano adulto, torna alla mente il turning point del voto del 2006. Pochi analisti presero sul serio quella promessa, eppure contribuì a rimobilitare l’elettorato berlusconiano deluso dopo cinque anni di governo.
Ma una promessa-shock può ancora spostare un’elezione come accadde in Italia vent’anni fa?Il fine che guida la mossa di Trump, d’altronde, è simile: recuperare una parte di elettorato conservatore, raddrizzare i sondaggi, ad oggi molto negativi, con una proposta che intercetti un bisogno reale dei cittadini, travolti da un costo della vita ormai difficilmente sostenibile.
I repubblicani sperano di invertire una tendenza che, per ora, sembra andare con decisione nella direzione opposta: i democratici sono nettamente favoriti per la riconquista della Camera e possono puntare concretamente anche al Senato, dove l’ultimo aggiornamento settimanale delle previsioni di Nate Silver assegna loro il 56% di probabilità di conquistare la maggioranza.
Le due promesse, tuttavia, pur avendo intenti comuni, presentano alcune differenze che potrebbero ridurre l’efficacia di questa uscita trumpiana.
Anzitutto, il contesto è diverso. La campagna elettorale del 2006, con Berlusconi che si spinse fino alla celebre battuta sui “coglioni” che, votando a sinistra, avrebbero agito contro i propri interessi, fu già segnata da una contrapposizione sempre più netta tra gli schieramenti. Tuttavia, è innegabile che il clima di oggi sia enormemente più polarizzato: in questo contesto, spostare voti nel breve termine, soprattutto per un personaggio radicalmente divisivo e universalmente conosciuto come Trump, non è facile. Il suo gradimento, sempre secondo il Silver Bulletin, è al 38.5%, a fronte di un 58.2% che disapprova il suo operato: se le mid-term saranno, come è verosimile, un referendum su di lui, per i repubblicani sarà una partita molto difficile da vincere.
La seconda differenza del messaggio trumpiano è legata al timing: se l’annuncio dell’abolizione dell’Ici fu lanciato a pochi giorni dal voto, il Presidente americano sceglie di giocare questa carta con quasi due mesi di anticipo rispetto all’appuntamento elettorale. Un tempo che da un lato può permettergli, se lo vorrà, di articolare la promessa, per chiarirne le coperture e le modalità di attuazione; dall’altro, concede all’opposizione una grande opportunità per smontarla e rappresentarla come una boutade. Nel 2006, Berlusconi sfruttò al massimo le potenzialità dell’effetto-sorpresa: difficile che lo stesso avvenga oggi negli Stati Uniti.
Infine, le due promesse riflettono anche nei modi due stili molto diversi. Berlusconi era un uomo di marketing, attento alla costruzione del messaggio, e sfruttò alla perfezione i tempi e le regole del dibattito per impedire al professor Prodi una replica sicuramente ostica. Trump, invece, ha fatto dell’istinto e dell’imprevedibilità due tratti centrali della propria comunicazione, caratteristiche che nella sua carriera gli hanno permesso tanto di sorprendere gli avversari quanto di incappare in uscite infelici. Non è, infatti, la prima promessa roboante della sua carriera: come ha ricordato il Washington Post all’indomani dell’annuncio, Trump aveva già proposto in passato pagamenti diretti agli americani che non si sono poi concretizzati. Anche questo contribuisce a spiegare i suoi problemi di credibilità tra l’elettorato.
Oggi, con i democratici avanti di 8 punti sui repubblicani secondo Reuters/Ipsos alla domanda su chi abbia il piano migliore per affrontare il costo della vita, il Presidente Usa prova a ribaltare la partita con una promessa tanto semplice quanto spettacolare. Ma rispetto a Berlusconi nel 2006 ha un ostacolo in più: prima ancora di convincere gli americani del valore della proposta, deve convincerli a credere a chi la propone. Con gli indici di gradimento attuali, non sarà facile.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
PADRE BENANTI: “TEMO PIU’ LA STUPIDITA’ NATURALE”
L’alt di Trump conferma alla sola idea di rallentare la ricerca sull’AI conferma quanto sia
considerato sempre più un asset strategico nella competizione con Pechino. Quali sono i rischi tecnici concreti e perché secondo gli analisti è più che legittimo sospettare che dietro a quegli allarmi da «fine di mondo» ci siano anche enormi interessi commerciali
Se il pericolo per l’umanità con l’intelligenza artificiale è così concreto, perché i big non si fermano davvero? C’è più di un elemento che stride negli accorati appelli lanciati dal fondatore di Anthropic, Dario Amodei, subito sottoscritti da Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk. Come scrive Federico Ferrazza su Repubblica, chi ha creato la tecnologia che minaccerebbe l’umanità chiede ora di poterla usare in modo più responsabile. Allora non si spiega perché non si fermino tutti, se non cercando la risposta nel fatto che le aziende semplicemente non vogliono.
La corsa ai modelli più potenti e la puzza di spot
Pochi giorni prima OpenAI aveva lanciato GPT6 Astra, definito nei suoi stessi documenti «il modello più capace mai distribuito su larga scala», capace di «individuare vulnerabilità di sicurezza finora sconosciute e sviluppare nuovi modi per sfruttarle». Nello stesso periodo, ricorda sul Messaggero Angelo Paura, un ex ricercatore di Anthropic si è dimesso accusando la sua ex azienda di «giocare con le nostre vite». Anche Paolo Benanti, francescano ed esperto di etica della tecnologia consulente del Vaticano e del governo italiano, legge gli allarmi con sospetto. Alla Stampa spiega che richieste come quelle di Amodei, Altman e Musk arrivano «per loro interesse» e coincidono spesso con il lancio di un modello concorrente più potente.
Cosa si intende per «disallineamento» e perché fa paura ai ricercatori
A voler guardare proprio al merito tecnico dei rischi, Paura sul Messaggero ricorda la vicenda degli agenti sviluppati da OpenAI che, raccontavano dagli uffici di Altman, avrebbero superato le barriere pensate per isolarli, comunicando tra loro e dividendosi compiti che nessun umano aveva assegnato, fino a nascondere quello che avevano fatto. I ricercatori chiamano questo comportamento disallineamento, il sistema insegue un obiettivo, ma lo fa ignorando quello che vogliono gli esseri umani. Lo scenario più temuto riguarda l’auto-miglioramento ricorsivo, cioè macchine capaci di potenziarsi da sole senza che nessuno intervenga, una prospettiva che ha spinto il ricercatore Jacob Coxon a lasciare Anthropic, mentre un collega, Evan Hubinger, ha dichiarato pubblicamente di temere un rischio di estinzione superiore al 10% nel prossimo decennio. Sulla stessa linea Benanti, che a La Stampa cita l’ultimo aggiornamento di Anthropic come prova che esistono già modelli abbastanza potenti da «introdursi e controllare qualsiasi sistema informatico», al punto da poter bloccare tutte le transazioni bancarie di un Paese.
I soldi dietro gli allarmi: le maxi valutazioni di OpenAI e Anthropic
Difficile però ignorare l’aspetto più prosaico dello scenario, visto che i soggetti coinvolti sono ben lontani dall’assomigliare a istituto di opere caritatevoli. Anthropic si prepara a quotarsi in borsa con una valutazione superiore ai 2.000 miliardi di dollari, per ora slittata di qualche settimana. Anche OpenAI ha rinviato la propria quotazione al 2027. Dichiararsi gli unici capaci di controllare una tecnologia che minaccia l’umanità è anche un modo efficace per giustificare cifre così alte.
Come ricorda il Messaggero, lo sostiene su LinkedIn Timnit Gebru, ricercatrice che da anni si occupa di etica dell’intelligenza artificiale: secondo lei questi allarmi si susseguono come un bombardamento proprio nei mesi che precedono le due offerte pubbliche, e servono a far sembrare i prodotti più potenti di quanto siano, spostando l’attenzione da problemi concreti come lo sfruttamento dei lavoratori o l’impatto ambientale dei data center.
La storia degli ultimi 30 anni dell’economia digitale ha dimostrato come non ci sia spazio per troppi concorrenti, ricorda Ferrazza su Repubblica. E nessuna azienda che ha già investito decine di miliardi in calcolo e modelli può permettersi di dire «forse è meglio fermarsi». È quella che gli economisti chiamano dipendenza dal percorso intrapreso.
Usa contro Cina, quanto pesa la corsa geopolitica sull’intelligenza artificiale
L’idea stessa di rallentare è stata bocciata senza appello da Donald Trump, non a caso visto che la competizione con Pechino proprio sull’AI è apertissima. Padre Benanti sulla Stampa ammette di non vedere «un gran divario» tra le due potenze, pur riconoscendo che gli Stati Uniti restano più trasparenti sui propri progressi rispetto a una Cina che definisce «opaca». I modelli cinesi, pur «un po’ meno performanti», spiega Ferrazza su Repubblica, costano molto meno e si stanno diffondendo rapidamente anche negli Usa. Un fattore che renderebbe un rallentamento americano meno rischioso di quanto sembri. Il Messaggero avverte però che l’argomento cinese viene spesso usato in modo strumentale da chi vuole continuare a correre senza regole, perché un sistema fuori controllo sviluppato a Pechino sarebbe pericoloso quanto uno sviluppato a San Francisco: «il rischio non ha nazionalità».
Serve un accordo internazionale sull’intelligenza artificiale
Per Riccardo Luna sul Corriere della Sera, la soluzione non può essere lasciata alle aziende: «non può spettare ad aziende private la decisione su come sviluppare una tecnologia così dirompente». Sarebbe proprio questo il caso più eclatante in cui la politica dovrebbe muoversi per tempo con regole chiare e certe. Luna ricorda che lo scorso settembre, all’Assemblea Generale dell’Onu, undici premi Nobel hanno chiesto ai governi un accordo internazionale «con robusti meccanismi di attuazione» entro la fine del 2026. Appello che arriva dopo l’enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas, sul disarmo dell’intelligenza artificiale, a cui la Cina in teoria si è già detta disponibile. Anche Benanti guarda con favore all’AI Act europeo, entrato in vigore ad agosto: «lo vediamo da quanto infastidisce gli americani», dice a La Stampa, pur ammettendo che serviranno i decreti attuativi per renderlo davvero efficace. Quanto allo scenario più estremo, il francescano resta scettico: «il problema non è l’Ai, ma la stupidità naturale», e in ogni caso, aggiunge, «ci sarà sempre la possibilità di staccare la corrente o la comunicazione».
(da Open)
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Settembre 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL COSTO DEL GIORNALE CARTACEO, CHE SARÀ DI 32 PAGINE, DOVREBBE SCENDERE A 0,90 CENTESIMI O ADDIRITTURA DI 0,80 CENT, IN CONTROTENDENZA IN UN MERCATO CHE, A CAUSA DEI RINCARI DELLA CARTA, VEDE UN AUMENTO GENERALIZZATO DEI PREZZI
Un autunno di battaglia editoriale e commerciale. Leonardo Maria Del Vecchio prepara il grande (ri)lancio di Quotidiano nazionale, rilevato a inizio anno. Dopo aver avviato il rafforzamento organizzativo e il potenziamento dell’organico redazionale, l’imprenditore considera maturo il momento di dare un segnale di cambiamento. Anche perché – tra gli altri – sono arrivati nomi nuovi, come l’ex direttore di Repubblica, Mario Orfeo, nelle vesti di responsabile editoriale e Mattia Feltri, per anni al timone di Huffington Post, che sarà uno degli editorialisti di punta.
La prossima offensiva di Del Vecchio, quindi, riguarda il prezzo: tra fine ottobre e inizio novembre, è pronta la grande operazione commerciale. Il costo del giornale cartaceo, che sarà di 32 pagine, dovrebbe scendere a 0,90 centesimi o addirittura di 0,80 cent, andando in controtendenza in un mercato che – a causa dei rincari della carta – vede un trend di aumento dei prezzi di ogni singola copia.
Sarebbe un sostanziale dimezzamento rispetto alla media. Addirittura, secondo quanto risulta a Domani, è stato valutato il prezzo-shock di 0,50 cent. Ipotesi che, salvo colpi di scena, è stata sostanzialmente accantonata. Dietro la strategia, orchestrata da Del Vecchio, c’è la volontà di conquistare il primato di vendita tra i quotidiani cartacei. Oggi Qn parte da una base di poco inferiore alle 75mila copie vendute in edicola, mettendo insieme il milanese Il Giorno, il toscano La Nazione e l’emiliano Il Resto del Carlino, testate locali che restano la spina dorsale sotto il punto di vista della diffusione. La vetta nella classifica delle vendite è occupata dal Corriere della Sera, che in termine di copie cartacee è poco sotto la quota 98mila. Insomma, Qn deve incrementare il dato di circa 25mila copie. […]
(da agenzie)
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