LA CADUTA DELLA BASTIGLIA
E’ BASTATO UN VOTO DI SCARTO PER MANDARE A MONTE UN’INTESA SCELLERATA… MA LA MINACCIA DI UNA LEGGE ELETTORALE CHE ALTERA GLI EQUILIBRI C’E’ ANCORA
Stavolta non è il popolo che sfida il re e dà inizio alla rivoluzione, come in Francia il 14 luglio del 1789 con la presa della Bastiglia. Stavolta è il Parlamento a ricordare a Giorgia Meloni che non è ancora una regina, e che le forzature istituzionali sono destinate a infrangersi regolarmente contro un muro chiamato democrazia. È successo per la legge sull’Autonomia differenziata, grazie alla Corte Costituzionale. È successo sulla riforma della giustizia, con il referendum. Adesso, è accaduto con quella legge elettorale che puntava a portare in Italia il premierato attraverso una legge ordinaria: un sistema proporzionale con un premio di maggioranza talmente grande — 70 parlamentari alla Camera e 35 al Senato — da far sì che la coalizione vincente sia in grado di votare in solitaria tanto il capo dello Stato che i giudici costituzionali.
Diranno che è stato perché i parlamentari hanno paura di doversi cercare i voti da soli, abituati come sono a liste bloccate in cui vengono messi per affiliazione, lunghe fedeltà, perfino parentele. Diranno che alla Camera i deputati ribelli — una quarantina — hanno difeso sé stessi prima ancora che le istituzioni da un emendamento che però era un trucco, puro maquillage: i capilista restavano bloccati, solo i partiti capaci di raccogliere ben oltre il venti per cento avrebbero eletto parte dei loro rappresentanti con le preferenze. Gli altri, pochi o nessuno. L’emendamento serviva alla presidente del Consiglio per poter dire che voleva cambiare la legge elettorale con l’obiettivo di ridare la parola agli elettori e non alle segreterie di partito. Ma non era vero, e non ha funzionato.
“Ci abbiamo provato, ha vinto la palude”, è il prevedibile commento di Meloni che dice “serve una riflessione”, ma vorrebbe andare avanti come nulla fosse. “Nessuna conseguenza sul governo”, si affretta a rassicurare il vicepremier Tajani, fingendo di non cogliere il segnale politico che arriva dal voto. I leader del centrodestra non tengono più i gruppi parlamentari. Li hanno piegati con continue fiducie, con decreti-legge che non avevano alcuna necessità e urgenza, con una legge elettorale che arriva a colpi di emendamenti inemendabili e scritti a Palazzo Chigi per cucire addosso alla premier — soprattutto a lei — una nuova vittoria. O scongiurare una sonora sconfitta.
Il velo squarciato mostra cosa c’è sotto l’operazione di immagine: non il tentativo di ridare la parola agli elettori, ma quello di scrivere una legge elettorale che cancelli la parte sui collegi uninominali — il modo migliore probabilmente di garantire rappresentanza — solo perché questo significherebbe, per la destra, perdere il Sud. E aggiungere trucchi nuovi come quello sui residenti all’estero, cambiando la ripartizione fino ad arrivare per il Senato al collegio mondo. Forzatura dopo forzatura, Meloni stava tentando di costruire un salvacondotto che aiutasse lei, Salvini e Tajani a resistere nonostante l’incapacità di andare d’accordo su temi fondamentali — il rapporto con l’Europa, la guerra in Ucraina — e nonostante l’assalto esterno di Roberto Vannacci, i cui prodi ieri gridavano in aula cose come: “Basta con la finta destra, serve il generale”.
Meloni ha provato fino alla fine a vincere le resistenze che pure prevedeva. Tanto da far saltare, come ultima offerta agli alleati riottosi, l’alternanza uomo-donna tra i capilista bloccati. Al grido metaforico di “sorella io ti frego”, la presidente del Consiglio aveva consegnato a parlamentari prevalentemente maschi una cosa che sognano da tempo: la fine dell’obbligo di portare più donne in Parlamento. Se l’emendamento fosse passato, sarebbe saltato quel sistema che ha consentito al Paese di raggiungere il 32 per cento di donne alla Camera e il 35 per cento al Senato, a fronte del mero 13 per cento che c’era fino agli anni ‘90. E sarebbe successo per mano della prima donna presidente del Consiglio che aspira a diventare la prima donna presidente della Repubblica. Ce l’ha fatta lei, che importa delle altre?
Ancora l’8 marzo, Meloni parlava delle quote rosa come di un trucchetto. Ferma all’idea antica secondo cui se una su mille ce la fa, allora il problema non esiste. Ma il problema — giova ripeterlo — è che entrambi i generi dovrebbero avere accesso alle cariche elettive in modo equo. Non bisognerebbe essere dieci volte più brave, determinate, forti, combattive (com’è sicuramente stata Meloni per assumere la guida del centrodestra) perché vengano concesse le stesse opportunità degli uomini. E invece è questo che accade, nei partiti, nelle aziende, nelle università, nelle istituzioni, ed è per questo che le leggi sulla rappresentanza di genere sono nate e vanno difese.
la seconda volta che Meloni tradisce le donne italiane. La prima è stata quando ha cambiato idea sull’inserimento del consenso libero e attuale nella legge contro lo stupro. Era un patto fatto con la segretaria del Pd Elly Schlein, ma la Lega non ci stava e lei ha preferito accantonarlo. Anche stavolta, Meloni aveva siglato con due uomini un accordo di potere sulla pelle di tutte le altre. Ma qualcosa è andato storto: l’influenza di Marina Berlusconi su Forza Italia? La rivolta leghista nei confronti di un capitan Salvini che le ha sbagliate tutte? O magari, una donna della maggioranza che si è rifiutata di farsi portare indietro nella storia. È bastato un unico voto di scarto, per mandare a monte un’intesa scellerata. Ma la minaccia di una legge elettorale che altera gli equilibri c’è ancora. E quei partiti di opposizione che in aula gridano “elezioni”, sanno che se anche arrivassero, non li troverebbero pronti.
(da Repubblica)
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